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‘Sistema Sorrento’, secondo rinvio a giudizio per l’ex sindaco Coppola. Chiusa l’indagine su decine di appalti truccati
Ed ora il processo al ‘Sistema Sorrento’ inizia davvero. Il Gip di Torre Annunziata Maria Concetta Criscuolo ha disposto il secondo rinvio a giudizio immediato per l’ex sindaco Massimo Coppola, ai domiciliari a Valmontone. Con lui vanno a giudizio il fido ‘Lello il Sensitivo’, ovvero Raffaele Guida, ai domiciliari in Lombardia, che orientava scelte e decisioni di Coppola leggendo le carte, e l’architetto Vincenzo Rescigno, anche lui sottoposto a misura cautelare. La prima udienza è stata fissata il 17 aprile davanti al collegio A del Tribunale oplontino. Gli avvocati Gianni Pane, Bruno Larosa, Valerio Stravino, Giuseppe Stellato e Claudio Sgambato hanno ricevuto le notifiche in queste ore. Coppola, Guida e Rescigno sono tre indagati per i quali erano state consolidate al Riesame le accuse a vario titolo di corruzione, turbativa d’asta e peculato. Accolta la richiesta del pm Giuliano Schioppi, vistata dal procuratore Nunzio Fragliasso. Un atto che mette il punto sul filone principale dell’inchiesta della Guardia di Finanza: più di ventimila pagine di documenti e verbali che attraversano l’intera macchina comunale e un sistema marcio di decine di appalti, affidamenti e nomine decisi e spartiti dal 2021 in poi secondo logiche tangentizie. A novembre Coppola e lo staffista-giornalista Francesco Di Maio erano stati rinviati a giudizio col rito immediato – prima udienza 20 febbraio 2026 – nell’ambito del solo filone relativo a Prisma, la cooperativa monopolista a Sorrento degli appalti refezione scolastica. Ottenuti, secondo le conferme accusatorie ed autoaccusatorie di Di Maio e dell’imprenditore dominus della coop, Michele De Angelis, a suon di mazzette concordate con Coppola durante pranzi e cene organizzate tra case e ristoranti. Di Maio, difeso dall’avvocato Alessandro Orsi, ha deciso di farsi processare col rito abbreviato, che prevede porte chiuse, dibattimento sui soli documenti e sconto di pena di un terzo in caso di condanna. Coppola – che si dimise il 26 maggio, sei giorni dopo l’arresto in flagranza, trascinando l’amministrazione comunale verso lo scioglimento – non ha ancora optato per un eventuale rito alternativo: il nuovo rinvio a giudizio immediato potrebbe indurre i suoi difensori a formulare un’unica decisione per entrambi i processi. O persino chiederne l’accorpamento. L'articolo ‘Sistema Sorrento’, secondo rinvio a giudizio per l’ex sindaco Coppola. Chiusa l’indagine su decine di appalti truccati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Strage di Cutro, gli audio ufficiali dei finanzieri per spiegare il ritardo dei soccorsi e pensare a una “exit strategy”
La prima udienza del processo penale sul naufragio di Cutro del 14 gennaio è stata immediatamente rinviata al 30 gennaio 2026, dopo la formalizzazione dell’assegnazione del procedimento a un nuovo collegio giudicante. In attesa che di svolga vale la pena sentire gli audio originali dei finanzieri coinvolti, alcuni imputati nel processo come Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo Aeronavale di Taranto e Alberto Lippolis, a capo del Roan di Vibo Valentia. Nelle telefonate si cerca di mettere a punto una strategia comune per tentare di evitare che dal processo ne escano con l’accusa di procurata strage. Era il 25 febbraio del 2023, durante il governo Draghi , quando 94 persone tra le quali oltre 30 bambini profughi soprattutto da Pakistan e Afghanistan annegarono a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria, dopo il ribaltamento del caicco Summer Love che ne portava almeno 180. Molte vittime non sono mai state ritrovate. “Cominciare a pensare a una exit strategy”, un vero e proprio “brainstorming” per concordare una linea comune per giustificare i ritardi nei soccorsi al caicco. È il contenuto di alcuni messaggi tra ufficiali della Guardia di Finanza rivelati nel corso della trasmissione di Rai 3 “Il Cavallo e la Torre”, andata in onda venerdí sera. L’inchiesta ha diffuso i contenuti di una chat e di messaggi audio del 3 marzo 2023, acquisiti dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Crotone, intercorsi tra il comandante del Gan – Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza di Taranto – Nicolino Vardaro (imputato nel procedimento sui ritardi nei soccorsi) e il vicecomandante Pierpaolo Atzori (non imputato). Messaggi contenuti in una nota di sintesi del 16 novembre 2023 fatta dai carabinieri e messa agli atti dell’indagine. Al centro del colloquio la necessità di giustificare il lungo lasso di tempo intercorso tra l’allarme dato da Frontex (agenzia Ue per il pattugliamento delle frontiere marittime e terrestri) e l’intervento italiano, e perchè non fosse stato mandato un mezzo a monitorare dal cielo. Atzori riferisce a Vardaro di aver parlato con Alberto Lippolis, comandante del Roan di Vibo Valentia, ora indagato nel processo. (Il Roan è una sezione della Guardia di Finanza con sede a Vibo Valentia che opera con compiti di polizia giudiziaria e di vigilanza, specialmente nel settore aeronavale) . Lippolis nel vocale avrebbe suggerito “a titolo di amicizia” di prepararsi alle indagini suggerendo di trovare una linea comune per una exit strategy. Atzori dice a Valdaro: “Mi suggeriva ( Lippolis ) di cominciare a pensare a una exit strategy… in modo poi da essere pronti a confermarlo, su due punti”. I due punti critici evidenziati da Lippolis nelle conversazioni sono, per l’appunto, il “perché dopo l’allarme dato dall’Eagle di Frontex, alle 23:26, il nostro mezzo navale d’altura è uscito solo alle due e mezza” e il motivo per cui “non è stato mandato un mezzo ad ala rotante almeno a monitorare dall’alto”. Il comandante del ROAN suggerisce ancora ad Atzori : “Cominciate a fare un brainstorming su queste due ipotesi perché poi quelli vanno, andranno a guardare tutto”, è il monito riportato nella trascrizione dei messaggi agli atti del processo. Per giustificare il “delay” del pattugliatore d’altura Barbarisi della Guardia di Finanza – quantificato dagli investigatori in 2 ore e 40 minuti – la linea ipotizzata da Lippolis nella chat era di sostenere che l’uscita fosse stata ritardata per varie ragioni tra cui valutare per bene le condizioni meteo in atto e quelle future perchè il mare era di traverso all’unità. Inoltre Vardaro, rispondendo al collega Atzori, conferma di non aver fatto uscire subito il mezzo basandosi su un “calcolo cinematico” dell’arrivo del caicco e per non “stressare gli equipaggi mettendo anche a repentaglio la sicurezza dell’unità navale e degli equipaggi il meno possibile, riducendo diciamo i rischi” dato il mare grosso. Per quanto riguarda il mancato invio dell’elicottero, Vardaro fornisce questa motivazione: “L’aeroporto di Grottaglie di notte è chiuso, l’equipaggio non c’era e comunque noi abbiamo la piazzola in manutenzione”. Ma nella stessa chat dice che aveva tutti i mezzi ad ala rotante a terra, ovvero li aveva tutti a disposizione. Giustificazioni che tuttavia non hanno convinto i magistrati. Il Gip contesta a Vardaro di aver ordinato la navigazione solo alle 02:05 anziché immediatamente, definendola una “precisa e negligente scelta operativa” che ha impedito di intercettare il target in sicurezza, lasciando che si dirigesse verso un “approdo insicuro”. C’è anche un aspetto politico della vicenda che coinvolgerebbe la Guardia Costiera. Questa ha negato categoricamente che la mail risalente a giugno 2022, firmata dal capitano di vascello Gianluca D’Agostino – capocentro operativo nazionale e dell’Imrcc- e inviata a tutte le capitanerie locali, in cui si faceva riferimento a nuove disposizioni impartite da un “livello politico” relative alla gestione degli eventi migratori in Italia, abbia avuto un qualche effetto sulla strage di Cutro. Il documento mostrato in esclusiva dalla trasmissione di Damilano sembrerebbe invece assegnare una priorità alle operazioni ‘di polizia’ della Guardia di finanza, rispetto a quelle della Guardia costiera. Quella mail insomma sembra riferirsi in modo molto chiaro a quelle famose “regole d’ingaggio”, menzionate dal comandante della Capitaneria di Crotone Vittorio Aloi. Cioè che l’intervento della Guardia Costiera avrebbe dovuto limitarsi ai soli casi classificati come eventi Sar: ricerca e soccorso. 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“Hanno guadagnato più di 250 mila euro su Onlyfans senza dichiararli al Fisco”: due influencer italiane nel mirino della Finanza
OnlyFans promette guadagni facili e immediati, spesso lontani dai circuiti tradizionali del lavoro. Ma quando i compensi crescono e diventano continui, anche il fisco entra in gioco. È quanto emerge dall’indagine conclusa dalla Guardia di Finanza di Lodi su due creator italiane, entrambe poco più che ventenni, diventate popolari sulla piattaforma di contenuti per adulti. Secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle, le due influencer avrebbero incassato complessivamente oltre 250 mila euro tra il 2021 e il 2025 senza mai dichiararli. I soldi arrivavano dagli abbonamenti mensili pagati dai follower per accedere ai contenuti e da ulteriori somme versate come “donazioni”, accreditate direttamente sui conti correnti personali tramite bonifico. I finanzieri del Gruppo di Lodi sono riusciti a ricostruire nel dettaglio i flussi di denaro, mettendo in evidenza quella che viene definita una condotta “totalmente evasiva”: entrate regolari e consistenti, ma nessuna traccia nelle dichiarazioni dei redditi. Per questo sono state contestate violazioni relative alle imposte dirette e all’Iva. Non solo. Nell’ambito dei controlli è stata applicata anche la cosiddetta “ethic tax”, un’addizionale introdotta nel 2006 che prevede un aumento del 25% delle imposte sui redditi per chi produce, distribuisce o vende materiale pornografico, anche se questa attività non è svolta in modo esclusivo. Secondo la Guardia di Finanza, i contenuti pubblicati su OnlyFans dalle due ragazze rientrano pienamente in questa categoria. Le verifiche fanno parte di un filone sempre più frequente di controlli sulle attività digitali e sui redditi generati online, un settore in forte crescita ma spesso percepito, soprattutto dai più giovani, come distante dagli obblighi fiscali tradizionali. In questo caso, spiegano gli investigatori, l’analisi dei movimenti bancari è stata decisiva per ricostruire con precisione i guadagni accumulati in cinque anni. L'articolo “Hanno guadagnato più di 250 mila euro su Onlyfans senza dichiararli al Fisco”: due influencer italiane nel mirino della Finanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia: acquisiti documenti e tabulati
Da quanto apprende il Fatto Quotidiano questa mattina su mandato della Procura della Repubblica di Roma un nucleo ispettivo della Guardia di Finanza si è recato nella sede del Garante della Privacy per acquisire documenti e stando a indiscrezioni anche tabulati telefonici. Oggi scadeva infatti il termine per la consegna di documentazione richiesta dalla Procura per la quale il Garante aveva richiesto una proroga. La natura della documentazione ancora non è chiara nello specifico ma è da ricondurre alle inchieste condotte nei mesi scorsi da Report e dal Fatto oltre che alle vicende che hanno allarmato i dipendenti e le parti sindacali, compresa l’ipotesi di uno spionaggio ai loro danni per trovare le fonti dei giornalisti. Il fascicolo è nelle mani dell’aggiunto Giuseppe De Falco. Sono stati eseguiti sequestri, acquisizioni e si attende conferma sull’iscrizione di eventuali indagati. Articolo in aggiornamento L'articolo Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia: acquisiti documenti e tabulati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Commissione d’accesso al Comune: Torre Annunziata rischia un nuovo scioglimento per camorra
L’invio della commissione d’accesso anticamorra al Comune di Torre Annunziata, formalizzato stamane dal prefetto di Napoli Michele Di Bari, è il mancato lieto fine una storia che parte da lontano. La prima richiesta alla Prefettura di accertare l’esistenza o meno di condizionamenti della criminalità organizzata nell’ente locale, risale infatti al 16 gennaio 2025. Ilfattoquotidiano.it l’ha visionata. E’ contenuta all’ultima pagina di un’informativa del nucleo operativo della Finanza del gruppo di Torre Annunziata, agli ordini del colonnello Salvatore Maione. Le Fiamme Gialle oplontine – all’epoca guidate dal colonnello Gennaro Pino – avevano collegato le mancate esecuzioni di alcune ordinanze di sgombero di immobili occupati abusivamente con la circostanza che alcuni degli occupanti risultano imparentati al clan di camorra Gallo­-Cavaliere. Una delle occupanti è la zia omonima della compagna di uno dei più stretti collaboratori del sindaco Pd Corrado Cuccurullo. Faceva parte del suo staff, poi si è dimesso. Nelle carte alla base della decisione della prefettura c’è anche la ricostruzione della modifica del percorso della processione religiosa della Madonna della Neve, svolta il 22 ottobre 2024. Il tragitto fu allungato e dirottato verso via Cuparella, dove risiedono gli esponenti dei clan Gionta e Gallo con precedenti penali e misure cautelari in corso. Fu stabilito di far passare il corteo per la piazza di spaccio di Palazzo Tittoni, e farlo sostare “nei pressi delle abitazioni di alcuni esponenti di spicco appartenenti ai clan insistenti in Città”, si legge in una nota dei carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata. Questa mole di documenti, insieme a un recente rapporto della Finanza su presunte anomalie nella gestione e nell’assegnazione dei beni confiscati, tra i quali l’immobile dove vive la signora Carmela Sermino, vedova di una vittima innocente di una sparatoria di camorra, è ora all’attenzione del pm di Torre Annunziata Giuliano Schioppi e del procuratore Nunzio Fragliasso. Alcuni atti sono stati parzialmente desecretati nell’ambito di un paio di indagini sulle presunte dichiarazioni mendaci di alcuni consiglieri e assessori comunali, che dimenticarono di segnalare le loro pendenze economiche con l’Ente, e sulle procedure di assunzione degli staffisti del sindaco Cuccurullo, che già frequentavano gli uffici comunali prima della formalizzazione delle nomine. Su uno di questi staffisti, uno stimato avvocato penalista, viene ribadita più volte la relazione sentimentale con una signora imparentata con esponenti di rilievo dei Gallo, e la circostanza di essere stato citato negli atti del precedente scioglimento per camorra. Torre Annunziata infatti rivive un incubo dal quale credeva di essere uscita. L’amministrazione fu commissariata dal Viminale nel 2022, travolta dalle dimissioni del sindaco Pd Vincenzo Ascione, conseguenza di un’indagine che accertò la presenza di un presunto esponente dei Gionta, Salvatore Onda, nel sottobosco della politica e degli appalti, quasi un anno dopo l’arresto per tangenti di un dirigente dell’ufficio tecnico, Nunzio Ariano, e dell’ex vice sindaco Luigi Ammendola. La città era tornata al voto nel giugno 2024. L’elettorato aveva ripremiato il centrosinistra e la sua promessa di rottura con le ombre di quel passato. La commissione d’accesso verificherà se è rimasta solo sulla carta. Il sindaco Cuccurullo ha una lettura double face dell’accaduto: “Sul piano emotivo e personale, è ovvio che sono amareggiato e dispiaciuto. Ma sul piano politico-istituzionale, può essere una straordinaria opportunità per fare chiarezza, in maniera definitiva, sulla trasparenza e limpidezza dell’amministrazione comunale che guido”. Cuccurullo sostiene che “dopo le note vicende giudiziarie che hanno coinvolto funzionari e amministratori della precedente amministrazione e dopo due anni di gestione commissariale, la notizia dell’arrivo della commissione d’accesso fa male. Fa male non solo e non principalmente all’amministrazione comunale, ma fa male soprattutto all’intera comunità che rappresento”. “Siamo assolutamente tranquilli – continua il sindaco di Torre Annunziata – e la presenza, per i prossimi tre mesi, presso l’ente dei commissari che il prefetto di Napoli Michele Di Bari invierà, servirà a fare chiarezza. È naturale che questa notizia ha una ricaduta sull’immagine e sulla reputazione della città che, a nostro giudizio, Torre Annunziata non meritava. È un colpo che alimenta ancora di più la sfiducia dei cittadini e la rassegnazione presente in città da decenni e che rappresentano, a mio giudizio, come ho detto pochi giorni fa in occasione del bilancio di fine anno, i principali avversari contro cui dobbiamo combattere per rilanciare Torre Annunziata”. Il segretario del Pd campano Piero De Luca “prende atto” della commissione d’accesso e annuncia che “alla luce delle indagini in corso anche nel Comune di Castellammare di Stabia, nei prossimi giorni incontrerò i sindaci Corrado Cuccurullo e Luigi Vicinanza per definire insieme i percorsi più opportuni da intraprendere, nell’interesse esclusivo delle città e delle comunità coinvolte”. L'articolo Commissione d’accesso al Comune: Torre Annunziata rischia un nuovo scioglimento per camorra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca
Nelle chat criptate il suo pseudonimo di narcos era Fantasma. Nome a dir poco azzeccato visto che dal 25 novembre, data del blitz della Guardia di finanza di Milano, non si trova. E oggi Antonio Barbaro nato a Locri nel 1984 è ufficialmente latitante. L’ultimo uccel di bosco delle cosche di Platì, inseguito da un mandato di cattura per un enorme traffico di droga con il Sud America in collaborazione con altri appartenenti alle cosche dell’Aspromonte, tutte della famiglia Barbaro, chi del ramo Rosi, come Franco Barbaro e chi dei Nigri, come lo stesso Fantasma, ma tutti, comunque sia, riconducibili al ceppo iniziale del defunto superboss Francesco Barbaro detto U Castanu. Nell’indagine SkyFall del pm antimafia Gianluca Prisco, il Fantasma è accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga con il ruolo di “promotore e organizzatore”. Inoltre, si legge nel capo d’imputazione, “coadiuvava Franco Barbaro nelle operazioni di importazione di stupefacente dall’estero partecipando alle decisioni relative alla fissazione del prezzo della sostanza, condivideva la cassa dell’associazione, e con Franco Barbaro effettuava in prima persona pagamenti dello stupefacente agli emissari dei cambisti in contatto con il fornitore Marjus Aliu”. Inoltre Barbaro il fantasma “partecipava alle importazioni di stupefacente del gruppo in qualità di investitore, acquistando stupefacente ad un prezzo di favore garantito dalla partecipazione all’associazione, aveva poteri decisionali e autonomia in riferimento alle quantità da vendere e al relativo prezzo, tenendo a tal fine contatti con esponenti di gruppi criminali acquirenti nonché, con riguardo alle disposizioni impartite a Bruno Trimboli magazziniere e Michele Portolesi punto di riferimento per la raccolta del denaro dei clienti”. Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Antonio Barbaro assieme ai suoi compagni in affari, quasi tutti legati alle cosche dell’Aspromonte, in meno di un anno ha trafficato oltre 3,5 tonnellate di cocaina per un giro d’affari, una volta stoccata e venduta sulla piazza di Milano, da scalata bancaria. Ora il nome del Fantasma era già emerso dieci anni fa in una indagine di droga coordinata dalla Squadra Mobile. E con lui il nome di Giuseppe Trimboli, classe ‘77, attuale suo coindagato. All’epoca Barbaro, che guidava una Seat Leon, era titolare della Frutteria Lombarda nel comune di Gaggiano, a sud di Milano. Dopo molto tempo, quel fascicolo tornò a fotografare i traffici di droga di soggetti legati alla ‘ndrangheta. Del resto il Fantasma è figlio di Domenico Barbaro, classe 1957, detto Incrostia l’Anca, già condannato per mafia e “appartenente alla cosca Barbaro Castanu”. La discendenza da parte di madre porta il neo-latitante a ingrandire l’albero genealogico del ramo dei Nigri. La madre infatti è figlia del capostipite Antonio Barbaro detto u Nigru, mentre risulta sorella del superboss Giuseppe Barbaro, tra le menti più illuminate della prima infiltrazione mafiosa a Milano. Ma sempre e comunque ‘ndrangheta di Platì. Per anni la residenza di Antonio Barbaro è stata in una via riservata a Gudo Visconti, comune che assieme a Casorate Primo, Zelo Surrigone, Calvignasco e altri compone una collana di paesi al limite della provincia di Pavia che oggi rappresenta la nuova fortezza della ‘ndrangheta. Già allora emersero i rapporti con Giuseppe Trimboli. Prima dell’indagine del 2015, Antonio Barbaro era stato segnalato nel 2010 per reati legati agli stupefacenti. A partire dal 2007 i controlli sul territorio, tra Calabria e Lombardia, lo hanno spesso trovato in compagnia di appartenenti alle cosche Marando, Barbaro, Romeo, Sergi, Nirta, Strangio. Oggi, quindici anni dopo quella prima segnalazione, si ritrova fuggiasco da un capo d’imputazione che prevede fino a 25 anni di carcere. Dove sia resta una bella domanda. Molto probabilmente in Calabria dove le coperture sono più solide. Eppure non è detto che abbia trovato rifugio proprio in quei paesi verso Pavia e dove il controllo delle forze dell’ordine è poco e difficoltoso. L'articolo Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Aveva una testa di coccodrillo in valigia”: la scoperta choc durante i controlli all’aeroporto di Palermo. Rischia una multa da 200 mila euro
All’aeroporto Falcone Borsellino di Palermo, la Guardia di Finanza ha fermato un uomo che trasportava nel suo bagaglio una testa essiccata di coccodrillo. Come riporta Palermo Today, l’ispezione della valigia del passeggero, proveniente da Bangkok e con scalo a Roma Fiumicino, ha permesso alle Fiamme Gialle e ai Funzionari ADM dell’aeroporto Palermo-Punta Raisi di trovare la parte dell’animale appartenente alla specie “Crocodylia spp” in via d’estinzione. LA PROVENIENZA L’accusato, un palermitano di rientro da un viaggio in Asia, ha acquistato il manufatto in un mercato della capitale thailandese. La specie di coccodrillo in questione è tipica della regioni tropicali e subtropicali del continente asiatico. Per aggirare i controlli all’aeroporto di Bangkok, l’uomo aveva avvolto la testa dell’animale essiccata in una busta di plastica. Dopo averla fatta franca in Thailandia, il passeggero era atterrato a Roma e aveva poi preso il volo diretto a Palermo. In Sicilia l’uomo ha dovuto aprire la valigia su richiesta della Guardia di Finanza, che ha sequestrato il pezzo e denunciato l’uomo. LA PENA Le Fiamme Gialle hanno denunciato l’uomo per crimini legati al commercio illegale di flora e fauna. Al passeggero è stata contestata la condotta punita dalla legge con un’ammenda dai 20 mila ai 200.000 euro o con l’arresto da tre mesi a un anno. Il fenomeno del traffico illegale di flora e fauna e uno dei temi che, proprio in questi giorni, è stato affrontato nella conferenza globale Cites Cop20 che riunisce delegati di oltre 180 paesi in corso di svolgimento a Samarcanda, in Uzbekistan. L'articolo “Aveva una testa di coccodrillo in valigia”: la scoperta choc durante i controlli all’aeroporto di Palermo. Rischia una multa da 200 mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Messina, l’ex rettore Cuzzocrea e la caccia agli scontrini nel negozio cinese per chiedere i rimborsi all’Ateneo
“Ricordo che il professore mi ha chiesto di raccogliere gli scontrini fiscali che i clienti lasciavano alla cassa, o quelli caduti a terra, per poi consegnarglieli. Forse per questo motivo trovate scontrini di piccolo importo pagati anche in contanti. Nel tempo ho più volte consegnato gli scontrini raccolti direttamente al professore”. Il piccolo importo in questione riguarda soprattutto 7 scontrini, di 1 euro, 1,20, 1,50, 2 euro, o perfino l’esoso 4,50. Sono scontrini, che – secondo quanto ricostruito dalla procura di Messina – un commerciante di un emporio cinese ha dato a Salvatore Cuzzocrea, che a sua volta li ha presentati all’università di Messina, da lui guidata in quel momento, per ottenere un rimborso. Gli scontrini presentati sono arrivati poi alla cifra complessiva di 18.240 euro. Era in questo emporio che l’ex rettore di Messina, e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori italiani, aveva acquistato “materiale elettrico per un utilizzo edile (bobine di cavo elettrico anche di dimensione sino a 4 mm, pozzetti, morsetti, canaline, tubo corrugato anche di grosso diametro, faretti, interruttori, prese eсс), nonché casalinghi (detersivi, bacinelle, ferramenta, ruote ecc.) in grandi quantità”. Così si legge nel decreto di sequestro firmato dal gip Eugenio Fiorentino, su richiesta della procuratrice aggiunta Rosa Raffa e delle pm Liliana Todaro e Roberta la Speme. Nelle 700 pagine del decreto che dispone il sequestro di 1 milione 600 mila euro si legge anche dei bonifici fatti da 14 ricercatori. Cuzzocrea è anche ordinario di Farmacologia e a capo di una dozzina di studi di ricerca. “Disconosco le firme apposte su tutte le richieste di rimborso che mi sono state poste in visione, ad eccezione di , non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a mio nome”, così racconta uno dei 14 ricercatori, ma le versioni sono un po’ tutte uguali. E un’altra racconta: “Non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a nome mio. Solitamente, ci rivolgevamo al prof. Cuzzocrea quando mancava qualcosa in laboratorio, e sapevo che lui anticipasse le spese per l’acquisto del materiale di consumo. Pertanto, quando mi venivano accreditate sul conto corrente personale le somme da parte dell’Università, io procedevo immediatamente a rigirarle al professore Cuzzocrea, pensando che si trattasse di rimborsi per spese da lui sostenute per l’acquisto di materiale da laboratorio che, di volta in volta, gli chiedevamo di acquistare. Pensavo fosse una procedura regolare trattandosi comunque di soldi tracciabili e accreditati sul conto corrente da parte dell’università di Messina, procedura tra l’altro avvallata anche dagli uffici amministrativi”. Non a caso il gip parla dell’esistenza “di un vero e proprio sistema architettato dal Cuzzocrea per appropriarsi di parte dei fondi destinati alla ricerca, di cui egli aveva la disponibilità giuridica, mediante un sistematico abuso delle proprie funzioni pubbliche (di responsabile scientifico dei progetti e di rettore dell’Università), accompagnato dalla predisposizione di atti falsi o di altri artifici, tali da gonfiare gli importi chiesti a titolo di rimborso”, scrive il gip Fiorentino. Che sottolinea anche: “Approfittando del clima di soggezione e, in parte, di lassismo degli organi deputati all’istruttoria ed ai controlli: in taluni casi l’indagato ha chiesto il rimborso quali spese afferenti ai progetti di ricerca di beni destinati alla già menzionata società Divaga, in altri si è addirittura munito di scontrini precedentemente gettati dai clienti all’interno degli esercizi commerciali, ove era solito fare acquisiti”. Ma non è ancora tutto, in un altro caso il comune di Messina aveva a disposizione del basolato in eccesso, frutto di un lavoro ormai concluso in una struttura, ne ha dunque fatto dono all’università di Messina. Quel basolato, però, secondo quanto ricostruito dalle magistrate, è finito nell’ampio maneggio di cui Cuzzocrea è titolare per l’80 per cento (il restante 20 è della moglie). L'articolo Messina, l’ex rettore Cuzzocrea e la caccia agli scontrini nel negozio cinese per chiedere i rimborsi all’Ateneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il cambista cinese, i narcos e la rete delle tre mafie. “Storia” di un traffico globale: 28 arresti
Un’altra indagine sul narcotraffico. Ma sotto la superficie, fra telefoni criptati, porti lontani tra uniti nell’utilizzo e scambi di denaro che non passano mai per una banca, c’è un traffico che attraversa mezzo mondo. E racconta la storia di un’alleanza silenziosa tra ’ndrangheta, broker albanesi e narcos sudamericani. E, in un angolo meno visibile, di un uomo che non porta armi: un cambista cinese capace di far viaggiare milioni senza far muovere un euro. E così martedì mattina i finanzieri del comando provinciale di Milano e gli investigatori del Servizio centrale anticrimine hanno notificato ventotto ordinanze: venticinque finite in carcere e tre ai domiciliari. L’accusa della procura di Milano è quella di fa parte di un’organizzazione criminale armata che ha orchestrato, finanziato e portato in Europa tonnellate di cocaina dal Sud America. LA RETE DELLE TRE MAFIE L’indagine, coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia, ha svelato una trama complessa, un intreccio di accordi tra gruppi criminali calabresi, lombardi e campani. Al centro, la “famiglia Barbaro” di Platì, un nome storico della ’ndrangheta, abituato a muoversi con disinvoltura tra le rotte globali della polvere bianca. È stata individuata una vera centrale operativa in Lombardia, con tentacoli in Germania, Paesi Bassi, Spagna, Regno Unito, Colombia e Brasile. Un hub internazionale che, in due anni, avrebbe movimentato droga per un valore di oltre 27 milioni di euro. Il metodo era quello dei professionisti: porti diversi—Livorno, Rotterdam, Gioia Tauro, Le Havre—e sempre la stessa tecnica, il “rip-off”, il trucco con cui i narcos infilano la droga dentro container perfettamente regolari, lasciando ai complici il compito di recuperarla prima che la merce legale venga scaricata. IL RUOLO DEI BROKER ALBANESI Il vertice dell’organizzazione parlava direttamente con broker albanesi di peso internazionale, figure chiave nel moderno narcotraffico europeo. Esperti di logistica criminale, in grado di muovere carichi di cocaina come fossero spedizioni commerciali. Le loro conversazioni, protette da sistemi di messaggistica criptata, sono state recuperate grazie alla collaborazione di Eurojust ed Europol. È da quelle chat che gli investigatori sono riusciti a ricostruire i movimenti della rete e identificare gli uomini coinvolti. IL CAMBISTA E IL DENARO INVISIBILE Tra gli arrestati, c’è un personaggio insolito per un racconto di mafia: un cittadino cinese, un cambista. Il suo compito era far viaggiare i soldi senza farli vedere, usando il sistema di compensazione informale noto come fei eh ’ien, un metodo antico e diffusissimo in Asia, dove il valore si sposta senza che si muovano contanti o vengano tracciati bonifici. Era lui a garantire che i narcos venissero pagati. Una sorta di banca ombra, silenziosa, invisibile, ma cruciale quanto le armi o i container. TRE TONNELLATE E MEZZO DI COCAINA Secondo gli investigatori, in due anni la rete avrebbe gestito importazioni per oltre 3,5 tonnellate di cocaina, di cui più di 400 kg sequestrati in Italia e all’estero. Una catena produttiva senza pause, dalla Colombia e dal Brasile fino alle banchine dei porti europei. Perquisizioni e controlli sono stati eseguiti nelle province di Milano, Pavia, Bergamo, Parma, Imperia, Como, Roma, Taranto e Reggio Calabria, con unità cinofile antidroga impegnate a setacciare depositi, abitazioni e magazzini. L'articolo Il cambista cinese, i narcos e la rete delle tre mafie. “Storia” di un traffico globale: 28 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Banda della Barona, i sospetti sulla Super Mamacita: “Katia è una sbirra infame?”
I Calajò sono in carcere, sotterrati da anni di condanne (non definitive). Ma questo non sembra preoccupare più del dovuto Nazza lo zio e Luca il nipote, perché, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Milano, personaggi “storicamente inseriti nel medesimo sodalizio, come Vladimiro Rallo e Francesco Perspicace si esprimono come attuali appartenenti a un’unica associazione criminale, anche in contrapposizione ad altri gruppi delinquenziali che, approfittando dell’assenza dei Calajò, cercano di primeggiare”. Rallo oggi è indagato nel filone che ha portato in carcere la Super Mamacita della coca Katia Adragna. Per lui la Procura di Milano si è vista respingere la richiesta d’arresto. Nel medesimo fascicolo Franco Perspicace, catanese di Caltagirone classe ‘60, risulta denunciato all’autorità giudiziaria come emerge dall’informativa finale della polizia penitenziaria del carcere di Opera sulle “indagini svolte a carico dei seguenti indagati”. Il nome di Perspicace sta al numero 28 dell’elenco proprio prima di quello di Vladimiro Rallo. “KATIA ADRAGNA È UNA SBIRRA INFAME?” Detto questo, Perspicace in perfetta sintonia con quanto scritto dalla Procura di un suo sentirsi “appartenente a un’unica associazione criminale” appena un anno fa, quando il nome della narco madrina compare in una chiusura indagini riguardante sempre la Barona, inizia a preoccuparsi. Il motivo è legato al fatto che, se pur Adragna risulti organica al gruppo Barona, per lei, fino a pochi giorni fa, non è mai stato chiesto il carcere. Il pensiero di Perspicace che raccoglie i dubbi di Rallo e di altri pro consoli della banda, è che la Mamacita di via De Pretis in quell’inverno del 2024 possa essere una informatrice della polizia giudiziaria. E’ il 5 novembre quando Perspicace ne parla con il figliastro Mattia Gelmini, anche lui indagato e libero, nonostante i suoi contatti diretti con Luca Calajò. Dice Perspicace, il cui telefono sarà intercettato per mesi: “Te l’ho detto che ho parlato con Vladi? Che ti ha detto?”. Gelmini: “Le solite cose che si dicono in giro!”. Perspicace: “Sì, sì. Però siccome c’era di mezzo la Katia. Mi ha detto (Vladi Rallo, ndr): ‘Ma ascoltami, fammi capire, a te ti risulta che la Katia è sbirra? E’ infame o no?’”. Gelmini, alias il farmacista, si legge nella richiesta di arresto, dunque “condivide con Perspicace le preoccupazioni e i timori legati alla circostanza che, nonostante le varie indagini e contestazioni a carico dell’Adragna, quest’ultima non sia stata ancora arrestata” e “ciò induce (…) a sospettare che la donna potrebbe aver deciso di collaborare con la giustizia o comunque con le forze dell’ordine”. PERSPICACE “PARLAVA MOLTO POCO” Del resto, annota la polizia penitenziaria nella sua informativa finale, “sia Perspicace sia Rallo, dopo la notifica dell’avviso chiusura indagini, si sono recati personalmente dalla Adragna, evidentemente spinti dall’esigenza di discutere con lei dei contenuti del predetto avviso”. Insomma se pur come detto, la sua posizione è quella di denunciato all’autorità giudiziaria e non formalmente di indagato, Perspicace sembra preoccuparsi molto della tenuta del gruppo criminale tanto da accertarsi che non vi siano crepe o pentiti. I magistrati lo definiscono “esponente di prim’ordine della galassia criminale dei Calajò”, “un pezzo da novanta” e “affermato elemento di spicco del clan della Barona”. In via De Pretis a casa della Mamacita, Franco Perspicace ci andrà anche per altro. Di quegli incontri sarà testimone diretta Rosangela Pecoraro, detta Rosy Bike, anche lei madrina della coca per conto di Nazza Calajò e oggi collaboratrice di giustizia. “Francesco Perspicace – dirà ai pm Francesco De Tommasi e Gianluca Prisco – è un altro, come Claudio Cagnetti, che parlava molto, molto poco. E’ molto silenzioso, l’Adragna era quella che teneva banco e parlava di soldi (…) in queste circostanze secondo me voleva entrare a fare qualcosa con lui perché comunque lui disponeva, avendo questa intermediazione. Però che si parlasse con Adragna di stupefacenti non lo posso dire, di denaro sì”. CHI È FRANCESCO PERSPICACE Nei suoi verbali lo cita diverse volte. I magistrati si mostrano molto interessati alla posizione di Perspicace, il quale, fin dagli Anni duemila risulta attivo nel campo dell’intermediazione immobiliare. Già nel 2009, in un report sulla presenza della criminalità organizzata a Milano, i carabinieri del Nucleo investigativo di via Moscova annotavano: “Il gruppo siciliano Nazzareno Calajò – Claudio Cagnetti – Francesco Perspicace ha mire espansionistiche su altre zone della città e sull’hinterland. Gli introiti realizzati con le attività illecite sarebbero reimpiegati nell’acquisto di unità immobiliari nelle zone centrali della città, servendosi di agenzie immobiliari”. Allo stato a lui sono riferibili tre società immobiliari, di cui una porta lo stesso nome di una srl ormai cancellata, tra i cui soci vi era l’ex compagna e Cristian Perspicace, coinvolto come Francesco nella iniziali indagini sul gruppo della Barona dei primi anni duemila. In quegli atti così viene sancita l’esistenza del “gruppo Barona almeno dalla fine del 1997, gruppo di cui a tutti gli effetti fanno parte in qualità di vertici Nazzareno Calajò, Claudio Cagnetti, Francesco Perspicace”. Un anno dopo, il 9 maggio 1998, la banda della Barona, coinvolto anche Perpicace, dà vita a scene da far west con una sparatoria in via Faenza contro i catanesi del Corvetto. Sarà uno spartiacque. Perspicace fugge in Francia, Calajò con l’amico Cagnetti in Spagna. E nonostante questo la banda prosegue i suoi affari sotto la guida di Luca Calajò, nipote di Nazza. LA LATITANZA IN ROMANIA All’epoca Alessandro M., sarà “l’uomo di fiducia di Perspicace” svolgendo “il ruolo di addetto a curare e a portare a termine le operazioni immobiliari per conto degli esponenti del gruppo”. Tanto che da un intercettazione agli atti dell’inchiesta El Nino (2006) dell’allora pm Laura Barbaini e del Gico della Guardia di finanza di Milano, secondo lo stesso magistrato, si avrà “la dimostrazione probatoria documentale delle tesi dell’accusa in ordine alle modalità con le quali Francesco Perspicace consentiva la pulitura del denaro proveniente dal traffico illecito”. Reato che non fu contestato anche perché all’epoca della richiesta di arresto “la posizione di Perspicace assieme a quelle di Nazza Calajò e Cagnetti furono separate perché già giudicate”. Pochi giorni dopo la sparatoria di via Faenza, lo stesso Alessandro M. contatterà più volte il telefono di Perspicace intestato a una sua immobiliare, la Lifra all’epoca con sede in via Santa Rita. In quel momento il telefono aggancia una cella francese. Nel 2005 poi Perspicace è di nuovo uccel di bosco, catturato latitante in Romania. Se ne era andato poco prima di una sentenza di condanna. Tra l’aprile e il dicembre ‘98, poi, lo stesso cellulare intestato alla Lifra contatterà un rappresentate dei cartelli colombiani della droga residente in Spagna e fornitore della banda della Barona. IL CORE BUSINESS DELLA DROGA E se allora, secondo gli atti di quelle inchieste, per Perspicace la droga era uno dei suoi core business, oggi, nell’ultima indagine su Katia Adragna i sospetti di un ritorno al vecchio amore non sono al momento diventati evidenze probatorie. E però lui, con la Mamacita ci parla spesso in modo riservato attraverso messaggistica istantanea. A riprova una intercettazione di Adragna che non avendo più soldi per internet è costretta a chiamare con linea ordinaria: “Amò sono la Katia! Scusa se ti chiamo normale, ho finito internet”. Il 16 ottobre 2024, poi, Perspicace con la Mamacita e Mattia Gelmini si recano a Bollate per incontrare Giuseppe D. “un potenziale fornitore”. Il sospetto è la droga anche se a margine dell’incontro monitorato gli inquirenti scrivono: “Non è dato sapere quale sia stata la ragione effettiva dell’incontro”. Alla sera sempre del 16 ottobre, poche ore dopo l’incontro, Adragna al telefono con possibili acquirenti di droga fa sapere di “essere apparecchiata bellissima”, così, annota la polizia giudiziaria, “lasciando intendere che è provvista di sostanza stupefacente . Insomma, il grande libro della banda della Barona prosegue con colpi di scena e inaspettati ritorni. L'articolo Banda della Barona, i sospetti sulla Super Mamacita: “Katia è una sbirra infame?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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