Cinquanta tonnellate di equipaggiamento tattico e materiale d’armamento, per un
valore stimato di circa 6 milioni di euro, sono state sequestrate nel porto di
Genova nell’ambito di un’operazione congiunta dell’Agenzia delle Dogane e dei
Monopoli e della Guardia di finanza.
I militari e i funzionari hanno ispezionato i container che contenevano il
carico, trovandoci più di mille giubbotti antiproiettile, circa 700 elmetti
balistici e numerose tute da combattimento dotate di protezione contro
infiltrazioni chimiche.
Gli agenti, dopo aver analizzato la documentazione, hanno deciso di procedere
con il sequestro: il materiale introdotto in Italia non era stato notificato. In
questi casi risulta necessaria una comunicazione preventiva alla Prefettura,
resa obbligatoria dalla normativa quando si tratta di equipaggiamenti militari,
anche se destinati al solo transito sul territorio nazionale, come stabilito
dall’articolo 28 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
Coinvolti nella vicenda e prontamente segnalati all’autorità giudiziaria di
Genova tre persone: due cittadini italiani, tra cui un genovese, e un cittadino
straniero.
L'articolo Elmetti, giubbotti antiproiettile e tute da combattimento sequestrati
al porto di Genova proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il rinnovo del contratto del comparto sicurezza e difesa si apre con un
avvertimento al governo. Il Silf, Sindacato italiano lavoratori finanza,
annuncia che non firmerà l’accordo senza interventi concreti su previdenza
dedicata e riconoscimento della specificità del lavoro svolto dal personale in
divisa. A dirlo è il segretario generale Francesco Zavattolo al termine del
primo incontro con l’esecutivo. “Non firmeremo il rinnovo del contratto del
comparto sicurezza e difesa se non verranno finanziate la specificità e la
previdenza dedicata”, afferma il sindacalista.
Secondo il Silf, le risorse previste per il triennio 2025-2027 non sarebbero
sufficienti a garantire un reale recupero del potere d’acquisto. Lo stanziamento
complessivo per il comparto sicurezza e difesa ammonta a circa 1,5 miliardi di
euro e, stando alle stime del sindacato, produrrebbe un incremento medio degli
stipendi pari all’1,8% annuo. Un dato vicino all’indice Ipca previsto per il
2025, ma giudicato insufficiente per compensare la perdita accumulata negli anni
precedenti. Ancora più critica, per il Silf, la situazione sul fronte
previdenziale. Durante un incontro con il governo lo scorso dicembre era stata
annunciata l’intenzione di finanziare una “previdenza dedicata” per il personale
del comparto, ma al momento – sostiene il sindacato – mancherebbero circa 400
milioni di euro necessari a rendere operativo l’intervento.
Nel comunicato il Silf solleva anche il tema delle relazioni sindacali,
chiedendo una piena equiparazione con i lavoratori delle funzioni centrali della
pubblica amministrazione. “No a un sindacato militare di serie C”, sottolinea
Zavattolo, chiedendo una normalizzazione dei diritti di rappresentanza. Tra le
criticità segnalate anche quella degli organici. Il ripristino del turn over al
100% viene considerato un passo positivo ma non sufficiente a colmare le carenze
accumulate negli ultimi anni.
Per questo il sindacato chiede piani straordinari di assunzione e guarda con
preoccupazione all’ipotesi di ricorrere a forme di precariato, come il ritorno
ai poliziotti ausiliari. La trattativa con il governo è dunque appena iniziata
ma si annuncia complessa, con i sindacati pronti a chiedere risorse aggiuntive e
maggiori garanzie per il personale del comparto sicurezza.
L'articolo Contratto del comparto sicurezza e difesa, il sindacato della Guardia
di Finanza contro il governo: “I soldi non bastano, non firmiamo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dopo il caso dei poliziotti con divise e attrezzature non adeguate alla neve
(con il Viminale che è “corso ai ripari” distribuendo buoni da 150 euro), arriva
anche quello della Guardia di Finanza. Il sindacato Siaf, infatti, denuncia per
i finanzieri operativi ai Giochi Olimpici Milano-Cortina “dotazioni
insufficienti e inadeguate per affrontare temperature che oscillano tra i -10 e
i -20 gradi“.
“Mentre l’Italia si mette in vetrina davanti al mondo, i finanzieri presidiano
le sedi di gara con anfibi da ordine pubblico al posto di calzature tecniche da
montagna, con guanti e calze termiche forniti con il contagocce, costretti a
resistere per ore sotto zero con equipaggiamenti tutt’altro che all’altezza del
contesto alpino”, spiega il sindacato. Il Siaf ha effettuato dei sopralluoghi
nelle principali aree operative dei Giochi, verificando le condizioni in cui
opera il personale della Guardia di Finanza impiegato in alta quota. Quello che
è emerso “è sconfortante“, spiega il sindacato sottolineando che le loro
precedenti denunce (di dicembre 2025 e gennaio 2026) sono rimaste
“sostanzialmente inascoltate“.
“È inaccettabile che i nostri uomini debbano difendere una manifestazione
olimpica patendo il freddo con dotazioni da ordine pubblico urbano. Abbiamo
avvisato l’Amministrazione per tempo, con lettere ufficiali, e in risposta
abbiamo ricevuto solo rassicurazioni che la realtà sul campo ha smentito
clamorosamente. I finanzieri non sono comparse di una cerimonia: sono
professionisti che meritano rispetto e tutela, anche e soprattutto quando le
temperature scendono a venti gradi sotto zero”, dichiara Eliseo Taverna,
segretario generale del Siaf.
Secondo quanto rende noto il sindacato è “ancora più amara” la condizione degli
agenti in abiti civili addetti ai servizi di protezione e scorta: “A differenza
di altre Forze di Polizia che hanno ricevuto forniture mirate o buoni acquisto
adeguati, i finanzieri sono stati lasciati soli, costretti a metter mano al
portafoglio di tasca propria per non patire il freddo durante il servizio”,
aggiunge il Siaf che chiede risposte immediate e un contributo straordinario per
abbigliamento. “Non è accettabile che chi rappresenta lo Stato in una
manifestazione di portata mondiale debba farlo al freddo, per giunta pagando di
proprio”, conclude il sindacato.
«
L'articolo “Finanzieri in servizio alle Olimpiadi con dotazioni insufficienti e
scarpe inadeguate”: la denuncia del sindacato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cravatte Marinella, abbigliamento Borsalino, beach club e pranzi a Capri, cene e
soggiorni a Roma e al Palace Hotel di Torino, un orologio extralusso, vacanze a
Paestum. Con le carte di pagamento dell’associazione ‘La Fenice’, formalmente
intestate al presidente Danilo Amitrano ma di fatto nelle tasche di Massimo
Coppola, l’ex sindaco di Sorrento si è divertito e ha curato il suo look. Al
capo numero 14 del decreto di rinvio a giudizio immediato per tre imputati del
‘Sistema Sorrento’ – Coppola, Raffaele Guida detto ‘Lello il Sensitivo’ e
Vincenzo Rescigno – c’è infatti un concentrato di lusso e bella vita. E’
l’elenco delle spese pazze rese possibili con la cresta tra i quasi 150mila euro
erogati dal Comune di Sorrento a La Fenice, e le 55mila euro di spese
documentate dall’associazione per le loro iniziative artistiche e culturali.
Il reato in questione è peculato. Il pm di Torre Annunziata Giuliano Schioppi e
il procuratore Nunzio Fragliasso contestano uno sperpero di circa 35mila euro.
Compiuto con bonifici e strisciando carte Unicredit, “per pagare soggiorni in
strutture ricettive e turistiche per sé e per altri (tra i quali Raffaele
Guida), e per l’acquisto di beni ed oggetti personali” tra il 2022 e il 2024, si
legge nel rinvio a giudizio firmato dal giudice Maria Concetta Criscuolo.
Coppola è ancora agli arresti domiciliari a Valmontone, Guida ha ottenuto i
domiciliari nella sua abitazione del casertano, Rescigno recentemente è tornato
in libertà. Il Comune di Sorrento è indicato parte offesa del processo che
dovrebbe iniziare il 17 aprile. La notifica del decreto di 14 pagine, che
ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, è avvenuta nelle scorse settimane nelle
mani del commissario prefettizio Rosalba Scialla, in qualità di legale
rappresentante dell’Ente. La struttura anticorruzione comunale guidata dalla
segretaria Candida Morgera, con il supporto legale dell’avvocato Donatangelo
Cancelmo, sta compiendo l’istruttoria per l’eventuale costituzione di parte
civile. Il processo riguarderà soprattutto numerose accuse di corruzione e
turbativa d’asta intorno a una dozzina di appalti.
C’è poi il peculato. Le accurate indagini della Guardia di Finanza di Massa
Lubrense agli ordini del comandante Francesco Tartaglione hanno elencato a uno a
uno gli acquisti di Coppola coi fondi de ‘La Fenice’. Iniziano col bonifico di
8944 euro ad un’agenzia di viaggi del 30.12.22 e si concludono con un altro
bonifico di circa 6700 euro per un orologio Panerai Luminor Pam del 16.9.24. In
mezzo, di tutto e di più: 320 euro di cravatte a Napoli il 16.2.23, altre 570
euro di cravatte il 27.7.23, 187 euro al beach Club Le Ondine di Capri il
14.10.23, 104 euro al ristorante Geranio di Capri il giorno dopo, 1080 euro al
negozio Church’s a Roma il 29.11.23. Il 4.1.24 viene comprata merce da Borsalino
a Roma per 430 euro. E poi spese e pasti a Pompei e a Maddaloni e altro ancora.
Quando Coppola strisciava la carta per importi considerevoli, sul cellulare del
presidente di Fenice, Amitrano (indagato in procedimento a parte), arrivava
l’sms di alert. Ma lui non muoveva un dito. E poi verrà assunto a tempo
indeterminato al Comune di Sorrento.
L'articolo “Sistema Sorrento”, le spese pazze di Coppola con i soldi de ‘La
Fenice’: cravatte e orologi di lusso, vacanze e ristoranti tra Roma e Capri
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ed ora il processo al ‘Sistema Sorrento’ inizia davvero. Il Gip di Torre
Annunziata Maria Concetta Criscuolo ha disposto il secondo rinvio a giudizio
immediato per l’ex sindaco Massimo Coppola, ai domiciliari a Valmontone. Con lui
vanno a giudizio il fido ‘Lello il Sensitivo’, ovvero Raffaele Guida, ai
domiciliari in Lombardia, che orientava scelte e decisioni di Coppola leggendo
le carte, e l’architetto Vincenzo Rescigno, anche lui sottoposto a misura
cautelare. La prima udienza è stata fissata il 17 aprile davanti al collegio A
del Tribunale oplontino. Gli avvocati Gianni Pane, Bruno Larosa, Valerio
Stravino, Giuseppe Stellato e Claudio Sgambato hanno ricevuto le notifiche in
queste ore.
Coppola, Guida e Rescigno sono tre indagati per i quali erano state consolidate
al Riesame le accuse a vario titolo di corruzione, turbativa d’asta e peculato.
Accolta la richiesta del pm Giuliano Schioppi, vistata dal procuratore Nunzio
Fragliasso. Un atto che mette il punto sul filone principale dell’inchiesta
della Guardia di Finanza: più di ventimila pagine di documenti e verbali che
attraversano l’intera macchina comunale e un sistema marcio di decine di
appalti, affidamenti e nomine decisi e spartiti dal 2021 in poi secondo logiche
tangentizie.
A novembre Coppola e lo staffista-giornalista Francesco Di Maio erano stati
rinviati a giudizio col rito immediato – prima udienza 20 febbraio 2026 –
nell’ambito del solo filone relativo a Prisma, la cooperativa monopolista a
Sorrento degli appalti refezione scolastica. Ottenuti, secondo le conferme
accusatorie ed autoaccusatorie di Di Maio e dell’imprenditore dominus della
coop, Michele De Angelis, a suon di mazzette concordate con Coppola durante
pranzi e cene organizzate tra case e ristoranti.
Di Maio, difeso dall’avvocato Alessandro Orsi, ha deciso di farsi processare col
rito abbreviato, che prevede porte chiuse, dibattimento sui soli documenti e
sconto di pena di un terzo in caso di condanna. Coppola – che si dimise il 26
maggio, sei giorni dopo l’arresto in flagranza, trascinando l’amministrazione
comunale verso lo scioglimento – non ha ancora optato per un eventuale rito
alternativo: il nuovo rinvio a giudizio immediato potrebbe indurre i suoi
difensori a formulare un’unica decisione per entrambi i processi. O persino
chiederne l’accorpamento.
L'articolo ‘Sistema Sorrento’, secondo rinvio a giudizio per l’ex sindaco
Coppola. Chiusa l’indagine su decine di appalti truccati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La prima udienza del processo penale sul naufragio di Cutro del 14 gennaio è
stata immediatamente rinviata al 30 gennaio 2026, dopo la formalizzazione
dell’assegnazione del procedimento a un nuovo collegio giudicante. In attesa che
di svolga vale la pena sentire gli audio originali dei finanzieri coinvolti,
alcuni imputati nel processo come Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo
Aeronavale di Taranto e Alberto Lippolis, a capo del Roan di Vibo Valentia.
Nelle telefonate si cerca di mettere a punto una strategia comune per tentare di
evitare che dal processo ne escano con l’accusa di procurata strage. Era il 25
febbraio del 2023, durante il governo Draghi , quando 94 persone tra le quali
oltre 30 bambini profughi soprattutto da Pakistan e Afghanistan annegarono a
poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria, dopo il
ribaltamento del caicco Summer Love che ne portava almeno 180. Molte vittime non
sono mai state ritrovate.
“Cominciare a pensare a una exit strategy”, un vero e proprio “brainstorming”
per concordare una linea comune per giustificare i ritardi nei soccorsi al
caicco. È il contenuto di alcuni messaggi tra ufficiali della Guardia di Finanza
rivelati nel corso della trasmissione di Rai 3 “Il Cavallo e la Torre”, andata
in onda venerdí sera.
L’inchiesta ha diffuso i contenuti di una chat e di messaggi audio del 3 marzo
2023, acquisiti dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Crotone, intercorsi
tra il comandante del Gan – Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza di
Taranto – Nicolino Vardaro (imputato nel procedimento sui ritardi nei soccorsi)
e il vicecomandante Pierpaolo Atzori (non imputato).
Messaggi contenuti in una nota di sintesi del 16 novembre 2023 fatta dai
carabinieri e messa agli atti dell’indagine. Al centro del colloquio la
necessità di giustificare il lungo lasso di tempo intercorso tra l’allarme dato
da Frontex (agenzia Ue per il pattugliamento delle frontiere marittime e
terrestri) e l’intervento italiano, e perchè non fosse stato mandato un mezzo a
monitorare dal cielo. Atzori riferisce a Vardaro di aver parlato con Alberto
Lippolis, comandante del Roan di Vibo Valentia, ora indagato nel processo. (Il
Roan è una sezione della Guardia di Finanza con sede a Vibo Valentia che opera
con compiti di polizia giudiziaria e di vigilanza, specialmente nel settore
aeronavale) . Lippolis nel vocale avrebbe suggerito “a titolo di amicizia” di
prepararsi alle indagini suggerendo di trovare una linea comune per una exit
strategy. Atzori dice a Valdaro: “Mi suggeriva ( Lippolis ) di cominciare a
pensare a una exit strategy… in modo poi da essere pronti a confermarlo, su due
punti”. I due punti critici evidenziati da Lippolis nelle conversazioni sono,
per l’appunto, il “perché dopo l’allarme dato dall’Eagle di Frontex, alle 23:26,
il nostro mezzo navale d’altura è uscito solo alle due e mezza” e il motivo per
cui “non è stato mandato un mezzo ad ala rotante almeno a monitorare dall’alto”.
Il comandante del ROAN suggerisce ancora ad Atzori : “Cominciate a fare un
brainstorming su queste due ipotesi perché poi quelli vanno, andranno a guardare
tutto”, è il monito riportato nella trascrizione dei messaggi agli atti del
processo. Per giustificare il “delay” del pattugliatore d’altura Barbarisi della
Guardia di Finanza – quantificato dagli investigatori in 2 ore e 40 minuti – la
linea ipotizzata da Lippolis nella chat era di sostenere che l’uscita fosse
stata ritardata per varie ragioni tra cui valutare per bene le condizioni meteo
in atto e quelle future perchè il mare era di traverso all’unità. Inoltre
Vardaro, rispondendo al collega Atzori, conferma di non aver fatto uscire subito
il mezzo basandosi su un “calcolo cinematico” dell’arrivo del caicco e per non
“stressare gli equipaggi mettendo anche a repentaglio la sicurezza dell’unità
navale e degli equipaggi il meno possibile, riducendo diciamo i rischi” dato il
mare grosso. Per quanto riguarda il mancato invio dell’elicottero, Vardaro
fornisce questa motivazione: “L’aeroporto di Grottaglie di notte è chiuso,
l’equipaggio non c’era e comunque noi abbiamo la piazzola in manutenzione”. Ma
nella stessa chat dice che aveva tutti i mezzi ad ala rotante a terra, ovvero li
aveva tutti a disposizione. Giustificazioni che tuttavia non hanno convinto i
magistrati.
Il Gip contesta a Vardaro di aver ordinato la navigazione solo alle 02:05
anziché immediatamente, definendola una “precisa e negligente scelta operativa”
che ha impedito di intercettare il target in sicurezza, lasciando che si
dirigesse verso un “approdo insicuro”. C’è anche un aspetto politico della
vicenda che coinvolgerebbe la Guardia Costiera. Questa ha negato categoricamente
che la mail risalente a giugno 2022, firmata dal capitano di vascello Gianluca
D’Agostino – capocentro operativo nazionale e dell’Imrcc- e inviata a tutte le
capitanerie locali, in cui si faceva riferimento a nuove disposizioni impartite
da un “livello politico” relative alla gestione degli eventi migratori in
Italia, abbia avuto un qualche effetto sulla strage di Cutro. Il documento
mostrato in esclusiva dalla trasmissione di Damilano sembrerebbe invece
assegnare una priorità alle operazioni ‘di polizia’ della Guardia di finanza,
rispetto a quelle della Guardia costiera. Quella mail insomma sembra riferirsi
in modo molto chiaro a quelle famose “regole d’ingaggio”, menzionate dal
comandante della Capitaneria di Crotone Vittorio Aloi. Cioè che l’intervento
della Guardia Costiera avrebbe dovuto limitarsi ai soli casi classificati come
eventi Sar: ricerca e soccorso.
L'articolo Strage di Cutro, gli audio ufficiali dei finanzieri per spiegare il
ritardo dei soccorsi e pensare a una “exit strategy” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
OnlyFans promette guadagni facili e immediati, spesso lontani dai circuiti
tradizionali del lavoro. Ma quando i compensi crescono e diventano continui,
anche il fisco entra in gioco. È quanto emerge dall’indagine conclusa dalla
Guardia di Finanza di Lodi su due creator italiane, entrambe poco più che
ventenni, diventate popolari sulla piattaforma di contenuti per adulti. Secondo
gli accertamenti delle Fiamme Gialle, le due influencer avrebbero incassato
complessivamente oltre 250 mila euro tra il 2021 e il 2025 senza mai
dichiararli. I soldi arrivavano dagli abbonamenti mensili pagati dai follower
per accedere ai contenuti e da ulteriori somme versate come “donazioni”,
accreditate direttamente sui conti correnti personali tramite bonifico.
I finanzieri del Gruppo di Lodi sono riusciti a ricostruire nel dettaglio i
flussi di denaro, mettendo in evidenza quella che viene definita una condotta
“totalmente evasiva”: entrate regolari e consistenti, ma nessuna traccia nelle
dichiarazioni dei redditi. Per questo sono state contestate violazioni relative
alle imposte dirette e all’Iva. Non solo. Nell’ambito dei controlli è stata
applicata anche la cosiddetta “ethic tax”, un’addizionale introdotta nel 2006
che prevede un aumento del 25% delle imposte sui redditi per chi produce,
distribuisce o vende materiale pornografico, anche se questa attività non è
svolta in modo esclusivo. Secondo la Guardia di Finanza, i contenuti pubblicati
su OnlyFans dalle due ragazze rientrano pienamente in questa categoria.
Le verifiche fanno parte di un filone sempre più frequente di controlli sulle
attività digitali e sui redditi generati online, un settore in forte crescita ma
spesso percepito, soprattutto dai più giovani, come distante dagli obblighi
fiscali tradizionali. In questo caso, spiegano gli investigatori, l’analisi dei
movimenti bancari è stata decisiva per ricostruire con precisione i guadagni
accumulati in cinque anni.
L'articolo “Hanno guadagnato più di 250 mila euro su Onlyfans senza dichiararli
al Fisco”: due influencer italiane nel mirino della Finanza proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da quanto apprende il Fatto Quotidiano questa mattina su mandato della Procura
della Repubblica di Roma un nucleo ispettivo della Guardia di Finanza si è
recato nella sede del Garante della Privacy per acquisire documenti e stando a
indiscrezioni anche tabulati telefonici. Oggi scadeva infatti il termine per la
consegna di documentazione richiesta dalla Procura per la quale il Garante aveva
richiesto una proroga.
La natura della documentazione ancora non è chiara nello specifico ma è da
ricondurre alle inchieste condotte nei mesi scorsi da Report e dal Fatto oltre
che alle vicende che hanno allarmato i dipendenti e le parti sindacali, compresa
l’ipotesi di uno spionaggio ai loro danni per trovare le fonti dei giornalisti.
Il fascicolo è nelle mani dell’aggiunto Giuseppe De Falco. Sono stati eseguiti
sequestri, acquisizioni e si attende conferma sull’iscrizione di eventuali
indagati.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia:
acquisiti documenti e tabulati proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’invio della commissione d’accesso anticamorra al Comune di Torre Annunziata,
formalizzato stamane dal prefetto di Napoli Michele Di Bari, è il mancato lieto
fine una storia che parte da lontano. La prima richiesta alla Prefettura di
accertare l’esistenza o meno di condizionamenti della criminalità organizzata
nell’ente locale, risale infatti al 16 gennaio 2025. Ilfattoquotidiano.it l’ha
visionata. E’ contenuta all’ultima pagina di un’informativa del nucleo operativo
della Finanza del gruppo di Torre Annunziata, agli ordini del colonnello
Salvatore Maione. Le Fiamme Gialle oplontine – all’epoca guidate dal colonnello
Gennaro Pino – avevano collegato le mancate esecuzioni di alcune ordinanze di
sgombero di immobili occupati abusivamente con la circostanza che alcuni degli
occupanti risultano imparentati al clan di camorra Gallo-Cavaliere. Una delle
occupanti è la zia omonima della compagna di uno dei più stretti collaboratori
del sindaco Pd Corrado Cuccurullo. Faceva parte del suo staff, poi si è dimesso.
Nelle carte alla base della decisione della prefettura c’è anche la
ricostruzione della modifica del percorso della processione religiosa della
Madonna della Neve, svolta il 22 ottobre 2024. Il tragitto fu allungato e
dirottato verso via Cuparella, dove risiedono gli esponenti dei clan Gionta e
Gallo con precedenti penali e misure cautelari in corso. Fu stabilito di far
passare il corteo per la piazza di spaccio di Palazzo Tittoni, e farlo sostare
“nei pressi delle abitazioni di alcuni esponenti di spicco appartenenti ai clan
insistenti in Città”, si legge in una nota dei carabinieri del nucleo
investigativo di Torre Annunziata.
Questa mole di documenti, insieme a un recente rapporto della Finanza su
presunte anomalie nella gestione e nell’assegnazione dei beni confiscati, tra i
quali l’immobile dove vive la signora Carmela Sermino, vedova di una vittima
innocente di una sparatoria di camorra, è ora all’attenzione del pm di Torre
Annunziata Giuliano Schioppi e del procuratore Nunzio Fragliasso.
Alcuni atti sono stati parzialmente desecretati nell’ambito di un paio di
indagini sulle presunte dichiarazioni mendaci di alcuni consiglieri e assessori
comunali, che dimenticarono di segnalare le loro pendenze economiche con l’Ente,
e sulle procedure di assunzione degli staffisti del sindaco Cuccurullo, che già
frequentavano gli uffici comunali prima della formalizzazione delle nomine. Su
uno di questi staffisti, uno stimato avvocato penalista, viene ribadita più
volte la relazione sentimentale con una signora imparentata con esponenti di
rilievo dei Gallo, e la circostanza di essere stato citato negli atti del
precedente scioglimento per camorra.
Torre Annunziata infatti rivive un incubo dal quale credeva di essere uscita.
L’amministrazione fu commissariata dal Viminale nel 2022, travolta dalle
dimissioni del sindaco Pd Vincenzo Ascione, conseguenza di un’indagine che
accertò la presenza di un presunto esponente dei Gionta, Salvatore Onda, nel
sottobosco della politica e degli appalti, quasi un anno dopo l’arresto per
tangenti di un dirigente dell’ufficio tecnico, Nunzio Ariano, e dell’ex vice
sindaco Luigi Ammendola. La città era tornata al voto nel giugno 2024.
L’elettorato aveva ripremiato il centrosinistra e la sua promessa di rottura con
le ombre di quel passato. La commissione d’accesso verificherà se è rimasta solo
sulla carta.
Il sindaco Cuccurullo ha una lettura double face dell’accaduto: “Sul piano
emotivo e personale, è ovvio che sono amareggiato e dispiaciuto. Ma sul piano
politico-istituzionale, può essere una straordinaria opportunità per fare
chiarezza, in maniera definitiva, sulla trasparenza e limpidezza
dell’amministrazione comunale che guido”. Cuccurullo sostiene che “dopo le note
vicende giudiziarie che hanno coinvolto funzionari e amministratori della
precedente amministrazione e dopo due anni di gestione commissariale, la notizia
dell’arrivo della commissione d’accesso fa male. Fa male non solo e non
principalmente all’amministrazione comunale, ma fa male soprattutto all’intera
comunità che rappresento”.
“Siamo assolutamente tranquilli – continua il sindaco di Torre Annunziata – e la
presenza, per i prossimi tre mesi, presso l’ente dei commissari che il prefetto
di Napoli Michele Di Bari invierà, servirà a fare chiarezza. È naturale che
questa notizia ha una ricaduta sull’immagine e sulla reputazione della città
che, a nostro giudizio, Torre Annunziata non meritava. È un colpo che alimenta
ancora di più la sfiducia dei cittadini e la rassegnazione presente in città da
decenni e che rappresentano, a mio giudizio, come ho detto pochi giorni fa in
occasione del bilancio di fine anno, i principali avversari contro cui dobbiamo
combattere per rilanciare Torre Annunziata”.
Il segretario del Pd campano Piero De Luca “prende atto” della commissione
d’accesso e annuncia che “alla luce delle indagini in corso anche nel Comune di
Castellammare di Stabia, nei prossimi giorni incontrerò i sindaci Corrado
Cuccurullo e Luigi Vicinanza per definire insieme i percorsi più opportuni da
intraprendere, nell’interesse esclusivo delle città e delle comunità coinvolte”.
L'articolo Commissione d’accesso al Comune: Torre Annunziata rischia un nuovo
scioglimento per camorra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nelle chat criptate il suo pseudonimo di narcos era Fantasma. Nome a dir poco
azzeccato visto che dal 25 novembre, data del blitz della Guardia di finanza di
Milano, non si trova. E oggi Antonio Barbaro nato a Locri nel 1984 è
ufficialmente latitante. L’ultimo uccel di bosco delle cosche di Platì,
inseguito da un mandato di cattura per un enorme traffico di droga con il Sud
America in collaborazione con altri appartenenti alle cosche dell’Aspromonte,
tutte della famiglia Barbaro, chi del ramo Rosi, come Franco Barbaro e chi dei
Nigri, come lo stesso Fantasma, ma tutti, comunque sia, riconducibili al ceppo
iniziale del defunto superboss Francesco Barbaro detto U Castanu.
Nell’indagine SkyFall del pm antimafia Gianluca Prisco, il Fantasma è accusato
di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga con
il ruolo di “promotore e organizzatore”. Inoltre, si legge nel capo
d’imputazione, “coadiuvava Franco Barbaro nelle operazioni di importazione di
stupefacente dall’estero partecipando alle decisioni relative alla fissazione
del prezzo della sostanza, condivideva la cassa dell’associazione, e con Franco
Barbaro effettuava in prima persona pagamenti dello stupefacente agli emissari
dei cambisti in contatto con il fornitore Marjus Aliu”. Inoltre Barbaro il
fantasma “partecipava alle importazioni di stupefacente del gruppo in qualità di
investitore, acquistando stupefacente ad un prezzo di favore garantito dalla
partecipazione all’associazione, aveva poteri decisionali e autonomia in
riferimento alle quantità da vendere e al relativo prezzo, tenendo a tal fine
contatti con esponenti di gruppi criminali acquirenti nonché, con riguardo alle
disposizioni impartite a Bruno Trimboli magazziniere e Michele Portolesi punto
di riferimento per la raccolta del denaro dei clienti”.
Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Antonio Barbaro assieme ai
suoi compagni in affari, quasi tutti legati alle cosche dell’Aspromonte, in meno
di un anno ha trafficato oltre 3,5 tonnellate di cocaina per un giro d’affari,
una volta stoccata e venduta sulla piazza di Milano, da scalata bancaria. Ora il
nome del Fantasma era già emerso dieci anni fa in una indagine di droga
coordinata dalla Squadra Mobile. E con lui il nome di Giuseppe Trimboli, classe
‘77, attuale suo coindagato. All’epoca Barbaro, che guidava una Seat Leon, era
titolare della Frutteria Lombarda nel comune di Gaggiano, a sud di Milano. Dopo
molto tempo, quel fascicolo tornò a fotografare i traffici di droga di soggetti
legati alla ‘ndrangheta. Del resto il Fantasma è figlio di Domenico Barbaro,
classe 1957, detto Incrostia l’Anca, già condannato per mafia e “appartenente
alla cosca Barbaro Castanu”. La discendenza da parte di madre porta il
neo-latitante a ingrandire l’albero genealogico del ramo dei Nigri. La madre
infatti è figlia del capostipite Antonio Barbaro detto u Nigru, mentre risulta
sorella del superboss Giuseppe Barbaro, tra le menti più illuminate della prima
infiltrazione mafiosa a Milano. Ma sempre e comunque ‘ndrangheta di Platì.
Per anni la residenza di Antonio Barbaro è stata in una via riservata a Gudo
Visconti, comune che assieme a Casorate Primo, Zelo Surrigone, Calvignasco e
altri compone una collana di paesi al limite della provincia di Pavia che oggi
rappresenta la nuova fortezza della ‘ndrangheta. Già allora emersero i rapporti
con Giuseppe Trimboli. Prima dell’indagine del 2015, Antonio Barbaro era stato
segnalato nel 2010 per reati legati agli stupefacenti. A partire dal 2007 i
controlli sul territorio, tra Calabria e Lombardia, lo hanno spesso trovato in
compagnia di appartenenti alle cosche Marando, Barbaro, Romeo, Sergi, Nirta,
Strangio. Oggi, quindici anni dopo quella prima segnalazione, si ritrova
fuggiasco da un capo d’imputazione che prevede fino a 25 anni di carcere. Dove
sia resta una bella domanda. Molto probabilmente in Calabria dove le coperture
sono più solide. Eppure non è detto che abbia trovato rifugio proprio in quei
paesi verso Pavia e dove il controllo delle forze dell’ordine è poco e
difficoltoso.
L'articolo Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta
di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca proviene da Il Fatto
Quotidiano.