“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Anna Maria Bernini
La riforma dell’accesso a Medicina, voluta dal governo attraverso la ministra
Bernini, è un imbroglio a danno degli studenti, aggravato da una beffa. Hanno
ragione gli studenti a contestare la ministra, che ha dato prova di
straordinaria pochezza rispondendo alle loro giuste critiche con insulti.
L’imbroglio: il numero programmato, contrariamente a quanto era stato
propagandato dalla ministra Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente
possibile abolirlo. Il numero programmato, oltre a evitare il rischio di creare
professionisti in eccesso, è una conseguenza della grande conquista della libera
circolazione dei laureati in Europa: l’Unione stabilisce criteri formativi
comuni, rispettando i quali ogni paese si impegna a riconoscere la formazione
professionale erogata negli altri paesi: un medico laureato in Italia può
lavorare ovunque nell’Unione. Tra i criteri rientra però la proporzione tra il
numero di studenti iscrivibili nei corsi e la capienza dei corsi stessi, che per
i Corsi di Laurea in Medicina include anche la dimensione delle strutture
sanitarie presso le quali i laureandi si formano.
Per aumentare il numero di studenti iscritti a Medicina occorrerebbe non solo
aumentare aule e docenti, ma anche la dimensione degli ospedali universitari;
con i nostri numeri di aspiranti medici addirittura al di là del fabbisogno
della popolazione: paradossalmente, per abolire il numero programmato avremmo
bisogno di più posti letto in ospedale e più malati! Già oggi i nostri studenti
si lamentano perché il loro accesso ai reparti ospedalieri è limitato,
immaginiamoci cosa succederebbe se il numero di studenti triplicasse!
L’alternativa sarebbe quella di uscire dal circuito della libera circolazione
dei laureati in Europa: organizzarsi una laurea locale, di più basso livello.
Certamente questa soluzione sarebbe rifiutata da tutti quegli aspiranti medici
che vorrebbero liberalizzare l’accesso ai Corsi di Laurea: è umano volere il
dritto della medaglia e rifiutarne il rovescio, ma non esistono medaglie senza
il rovescio. Inoltre liberalizzare davvero l’accesso al Corso di Laurea rischia
di alimentare disoccupazione o sottoimpiego: infatti il fabbisogno di medici del
paese non è infinito, ed è stimabile in circa 8.000-10.000 nuovi professionisti
ogni anno, necessari per rimpiazzare i pensionamenti dei circa 4.000 medici per
milione di abitanti di un paese avanzato.
All’imbroglio consegue il danno: gli studenti hanno frequentato, studiato e
sostenuto esami ma in grande maggioranza non sono o non saranno ammessi, salvo
l’esito dei numerosi ricorsi ai Tribunali Amministrativi: in pratica hanno
perduto sei mesi, se non un anno, tutto tempo che, se fosse rimasto in vigore il
metodo precedente, avrebbero potuto meglio impiegare in altre attività formative
o lavorative. Questo è il principale argomento contro lo svolgimento della
selezione concorsuale durante il percorso formativo. Se si vuole offrire
formazione preliminare al concorso di ammissione, questa deve essere basata su
un programma ristretto, limitata al solo mese di settembre, e la prova
concorsuale deve essere svolta alla fine di settembre o all’inizio di ottobre,
prima dell’inizio dei corsi veri e propri. Ovviamente, la prova concorsuale non
deve essere confusa con un esame: deve soltanto stabilire una graduatoria per
l’ammissione.
Per mascherare il danno la riforma aggiunge una soluzione che è una vera e
propria beffa: gli esami sostenuti, in caso di mancato accesso al Corso di
Laurea scelto possono essere convalidati in un Corso considerato affine: la
riforma implica cioè che, per il giovane che sceglie la sua futura professione,
fare il medico, il farmacista o il biotecnologo sia la stessa cosa. Sfugge alla
ministra che l’università prepara ad una professione e due Corsi di Laurea che
includono materie parzialmente sovrapponibili non conducono a professioni
altrettanto sovrapponibili. Se fosse rimasto in vigore il metodo selettivo
precedente, gli studenti avrebbero saputo a settembre se erano stati ammessi o
meno al Corso di Laurea preferito ed in caso di insuccesso avrebbero potuto
scegliere in modo autonomo una diversa soluzione senza vedersela imporre da una
legge autoritaria e paternalistica.
La ministra ha appena accettato di aprire un tavolo per discutere le
problematiche della riforma, premettendo però che non si può tornare indietro:
l’intenzione è quindi quella di continuare a imbrogliare, danneggiare e beffare
gli studenti per gli anni a venire.
L'articolo Semestre filtro a Medicina: l’imbroglio, il danno, la beffa. Hanno
ragione gli studenti a contestare la ministra proviene da Il Fatto Quotidiano.
La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha proposto al
Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu) l’istituzione di un
tavolo di confronto permanente sulla riforma dell’accesso ai corsi di laurea in
Medicina, che da quest’anno prevede un “semestre filtro” aperto a tutti, con la
possibilità di accedere alla graduatoria nazionale solo per chi supera gli esami
di Biologia, Chimica e Fisica. L’esperimento si è rivelato un pasticcio, con una
percentuale di promossi inferiore al 20% e il rischio di non coprire tutti i
posti disponibili. Per ovviare al problema è stato ipotizzato l’inserimento in
graduatoria di tutti i candidati, compresi quelli che non abbiano raggiunto la
sufficienza in tutte e tre le prove, a condizione però di recuperare
successivamente i crediti formativi mancanti. Nell’incontro con gli studenti, a
quanto si apprende, la ministra ha escluso un ritorno ai test d’ingresso, ma ha
manifestato piena disponibilità a intervenire sul funzionamento del nuovo
sistema già dal prossimo anno, valutando una riduzione dei programmi d’esame,
l’estensione della durata delle lezioni e un ampliamento dei tempi tra la fine
dei corsi e gli appelli, così da garantire maggiore spazio alla didattica.
L’apertura però non soddisfa le sigle studentesche. “Il fatto che la ministra, a
metà dell’anno accademico, non abbia idea di cosa fare è preoccupante. Cosa
significa ampliare i tempi per svolgere gli esami? Quanto tempo lasciamo in
bilico gli studenti? Non sapere a gennaio o febbraio se si sarà trattenuti o
sputati dal sistema non farà altro che aumentare lo stress e l’ansia”, denuncia
l’Unione degli universitari, il principale sindacato degli studenti italiani, in
presidio di fronte al ministero. “Insomma”, sintetizza l’Udu, “non esiste un
piano per occuparsi dei problemi che il semestre filtro ha già causato e si
pensa addirittura di peggiorare tutto. Aprire le graduatorie non basta: Medicina
va aperta davvero. Il semestre filtro è una falsa soluzione che non affronta la
carenza di personale sanitario né garantisce il diritto allo studio. Lo diciamo
da mesi e lo ripetiamo oggi: il numero chiuso va superato, il semestre filtro va
abolito, e servono investimenti strutturali sull’università pubblica”, affermano
gli studenti.
La scorsa settimana Bernini era stata contestata ad Atreju, la festa di Fratelli
d’Italia, da una rappresentanza di aspiranti medici, a cui si era rivolta con
disprezzo chiamandoli “poveri comunisti” (una citazione del suo defunto leader
Silvio Berlusconi). Ora il M5s, con il capogruppo in Commissione Cultura alla
Camera Antonio Caso, può infierire: “A quanto pare qualche problemino con il
semestre filtro che rischia di far perdere l’anno a migliaia di studenti ha
costretto il dicastero a considerare correttivi già dal prossimo anno e a
sedersi a un tavolo di confronto. È innegabile che, almeno su questo, i “poveri
comunisti” lamentati da Bernini ad Atreju non avessero poi tutti i torti“,
afferma. “Domani abbiamo imposto che la ministra venga alla Camera al question
time. Ci aspettiamo risposte precise su cosa intende davvero mettere in campo
per risolvere i problemi creati dalla sua riforma”. Un gruppo di studenti ha
incontrato nella sede del Movimento anche il presidente Giuseppe Conte: “Bisogna
sempre ascoltarli, mai dileggiarli perché sono il nostro futuro e meritano
soluzioni adeguate e sostenibili alle loro difficoltà”, afferma l’ex premier. Da
Alleanza Verdi e Sinistra interviene il deputato Franco Mari, che ha partecipato
al presidio di fronte al ministero: “Il semestre filtro si è rivelato un
fallimento totale anche se la ministra Bernini si rifiuta di ammetterlo. Serve
una proposta di riforma per l’accesso alla facoltà che deve mettere a punto il
Parlamento”.
L'articolo Medicina, Bernini incontra gli studenti e apre a modifiche sul
semestre filtro. “Ma non torneranno i test d’ingresso” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il semestre filtro per l’accesso a medicina è arrivato alla fine. Ho un figlio
di un amico iscritto che mi racconta le sue vicissitudini. Alle lezioni era
difficile accedere in quanto gli iscritti erano troppi. Le lezioni si potevano
trovare online. Alla fine si trattava di un pro forma visto che i test e le
valutazioni non venivano portati avanti, come dovrebbe avvenire normalmente
nell’Università, dal professore ma stilati da burocrati al ministero. Il ruolo
del professore veniva svilito e la frequenza risultava una opzione non del tutto
necessaria.
Rimango sempre stupito di fronte al fatto che i politici cerchino di stravolgere
la realtà con la propaganda. In questo caso la ministra dell’Università e della
Ricerca cerca di affermare che il provvedimento, che ha cambiato il modo con cui
selezionare i futuri medici, sia innovativo e migliore. Da un punto di vista
della novità mi pare che si tratti di ben misera cosa, visto che rimane un esame
a quiz, come negli scorsi anni, con le stesse identiche caratteristiche di
aleatorietà. L’unica cosa nuova è stato il fatto che per due mesi i ragazzi
prima del quiz abbiano frequentato delle lezioni.
Un certo sbalordimento però colpisce chi segue la vicenda, perché i quiz sono
stati redatti a livello del ministero indipendentemente dalle lezioni che i vari
professori hanno tenuto nei singoli atenei. Quindi mettiamo che il professore di
Modena abbia incentrato le sue lezioni sugli argomenti A e B, quello di Bologna
su C e D il ministero mette quiz su V e Z. Ci rendiamo conto dell’assurdità di
un tale modello in cui l’esame non verte sul contenuto delle lezioni – anche
perché i campi delle tre materie, chimica, fisica e biologia, sono immensi e non
si possono ridurre a delle lezioni standard?
In effetti molti ragazzi hanno capito in anticipo che frequentare le lezioni non
era utile e necessario e sono rimasti a casa a preparare i quiz. Non è stato
stroncato il mercato della preparazione di questi cervellotici quiz, che rimane
fiorente perché occorre esercitarsi sulle risposte multiple. Sul fatto che si
tratti di un metodo migliore di selezione sfido quindi chiunque a dimostrarlo,
in quanto sostanzialmente non è cambiato nulla.
Purtroppo si determinano dei gravi peggioramenti per i ragazzi iscritti al
semestre filtro. Il primo e più rilevante è che sostanzialmente chi non riuscirà
a superarlo avrà perso un anno di studio in quanto a gennaio, quando si sapranno
i risultati, sarà tardi per iniziare altre facoltà. La possibilità – che il
ministero enfatizza – di potersi iscrivere alle altre professioni sanitarie è
vergognoso: non si può giocare con i desideri dei ragazzi. Se io voglio fare il
medico non è detto che voglia, solo perché è una professione sanitaria, fare
anche il fisioterapista o l’infermiere. Se mi precludono la possibilità di
accedere al corso di laurea in medicina, potrei optare per la facoltà di
architettura. Quindi sostanzialmente, su 60mila iscritti al semestre filtro,
40mila circa perderanno un anno, con la frustrazione emotiva di un fallimento.
Sono convinto che stuoli di avvocati abbiano già pronte cause legali per
soccorrere questi 40mila “esodati” dall’università che dalla loro hanno la
ragione di essere stati “illusi e mazziati”.
Il metodo precedente, quello di attuare i quiz a settembre, aveva il pregio di
non illudere per mesi i neo diplomati, non far spendere alle famiglie migliaia
di euro per permettere di frequentare l’Università e offrire la possibilità
entro l’inizio dell’anno accademico di iscriversi ad altra facoltà: ad esempio
giurisprudenza o ingegneria. Naturalmente la frustrazione dei ragazzi di fronte
alla non ammissione c’era ugualmente, ma molto meno marcata. La cervellotica
riforma della ministra dell’Università ha esponenzialmente aumentato la
frustrazione e la sofferenza dei giovani che si troveranno ad aver perso un
anno.
Il numero chiuso o programmato, come eufemisticamente si descrive, ha il pregio
di iscrivere alle facoltà solo quel numero di ragazzi che potranno essere
formati adeguatamente. Accanto vi è però il difetto di precludere l’accesso a
persone che avevano una legittima aspirazione.
Se per varie ragioni, tra cui le regole comunitarie, si vuole mantenere il
numero programmato occorre tornare, dopo il disastro di quest’anno, alla
selezione prima dell’inizio del corso di laurea. Si potranno rivedere i quiz
cercando di renderli meno cervellotici e aleatori. Quello che assolutamente
occorre evitare è la prosecuzione di un sistema che provoca la perdita di un
anno ai ragazzi con grave frustrazione e sofferenza emotiva.
Gli adulti offrono una ben misera immagine di sé. La ministra blatera, non
accetta domande e il contraddittorio ma offende. Un professore borioso afferma
che lui avrebbe risolto tutti i quiz in quarta superiore – come ad affermare che
tutti i ragazzi oggi sono ignoranti. La presidente del Consiglio semplicemente
se ne frega. Forse dietro c’è l’idea che questi ragazzi meglio sarebbero adibiti
a “carne da macello” per le guerre che si stanno preparando.
Il pensiero che sottende il tutto è che nella vita piuttosto che essere “poveri
comunisti” è meglio essere “ricchi fascisti”, che possono accedere alle facoltà
private in Italia o all’estero.
L'articolo Semestre filtro a Medicina, ragazzi ‘illusi e mazziati’: gli adulti
offrono una ben misera immagine di sé proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un attacco diretto agli studenti, soprattutto quelli scesi in piazza contro il
semestre filtro a Medicina e le scelte del dicastero guidato dalla ministra Anna
Maria Bernini. Dopo la requisitoria di Roberto Burioni, rivolta in particolare
ai genitori, Matteo Bassetti con un video pubblicato sui social sceglie di
scagliarsi contro i giovani aspiranti medici. Il giudizio nei loro confronti è
tranchant: “Non abbiamo bisogno di medici che di fronte alle difficoltà di un
esame non passato vanno a protestare, abbiamo bisogno di medici che sappiano
soffrire“. Insomma, tradotto, o stai in silenzio o non c’è bisogno di dottori,
nonostante i numeri sulla sanità parlino chiaro.
“Quello che sta succedendo agli esami di medicina è il sintomo del nostro paese.
Io quando andavano a scuola se portavo a casa quattro mio padre mi dava un
ceffone, oggi i genitori dicono al ragazzo ‘poverino‘ e se la prendono coi
genitori”, esordisce Bassetti, sottolineando, rispetto agli esami sostenuti in
questi giorni, che “i ragazzi avrebbero dovuto studiare” anche perché “buona
parte delle domande potevano essere risposte anche da un buon studente al quarto
anno di liceo”.
“Allora non lamentiamoci sempre, noi non abbiamo bisogno di questi medici,
abbiamo bisogno di medici che sappiano soffrire, che di fronte alla difficoltà
di un esame non passato non vadano a protestare a dire che è il sistema che non
funziona, di medici che rispettano le regole – attacca – Se il miglior modo per
affrontare una difficoltà è gridare contro a professori e ministro, noi di voi
non ne abbiamo bisogno, non ne hanno bisogno i cittadini”. “Abbiamo bisogno di
medici che studiano che abbiano passione e voglia di alzare l’asticella”,
conclude.
L'articolo “Abbiamo bisogno di medici che sappiano soffrire, non che affrontano
le difficoltà urlando contro il ministro”: l’invettiva di Bassetti contro gli
studenti del semestre filtro proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Alessandra
Oggi la ministra del Mur ha esordito dicendo che voleva fare una citazione
storica per contrastare i contestatori presenti, un gruppo di studenti che
lamentava il disagio oggettivo del semestre filtro di medicina. Quale filosofo,
letterato, storico potrebbe aver scelto la ministra dell’Università?
Ha citato Silvio Berlusconi con la frase: “Siete solo dei poveri comunisti”.
Ora, io sono sia una studentessa che un’insegnante, e trovo inaccettabile e
vergognoso che la più alta carica istituzionale dell’accademia usi dei cori da
stadio per confrontarsi con divergenze di opinioni, soprattutto quando queste
vengono espresse da studenti.
L’Università insegna, forma, e non solo nelle aule, ma nella quotidianità:
fornendo modelli, trasformando situazioni in opportunità di crescita e sviluppo.
Se la saggezza individuale fallisce, come in questo caso, tocca a quella
collettiva intervenire, ponendo dei limiti così da evitare la deriva culturale e
sociale. Non possiamo continuare ad accettare che le istituzioni repubblicane
dalle funzioni fondamentali siano abitate da soggetti incapaci di agire il ruolo
richiesto, esprimendosi con il peggior gergo e nell’assoluta assenza di
rispetto, disponibilità all’ascolto e al confronto.
Io penso che ogni italiano meriti molto di più dalla politica, e non per le
limitate conoscenze (nulla di personale nei confronti di Berlusconi o dell’Uomo
ragno citato dalla signora Meloni) ma per la povertà umana di chi ci governa e
di cui, invece, il nostro popolo è ricco e dovrebbe andare fiero!
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L'articolo Da studentessa e docente dico: le parole (e l’incapacità politica)
della ministra Bernini sono inaccettabili proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Paolo Gallo
È una scena che colpisce: studenti che contestano una riforma universitaria
complessa e divisiva, e una ministra che risponde con espressioni che li
etichettano e li svalutano. Il punto non è giudicare l’emotività del momento, ma
interrogarsi sul significato istituzionale e sociale di un linguaggio che, da un
rappresentante dello Stato, assume un peso simbolico ben più grande di una
semplice battuta stizzita.
Le istituzioni, in una democrazia matura, non hanno solo il compito di
governare: devono anche incarnare un metodo, un tono, un esempio. È naturale che
una figura pubblica venga contestata, soprattutto quando la posta in gioco
riguarda il futuro formativo e professionale di migliaia di giovani. Ma è
altrettanto naturale attendersi che la risposta istituzionale mantenga un
livello di compostezza adeguato, non per formalismo, bensì per responsabilità.
Le parole non sono un dettaglio: definiscono relazioni, costruiscono fiducia o
la erodono.
L’etichettamento ideologico di studenti che esprimono timori e critiche può
produrre effetti che vanno oltre la polemica contingente. Gli studi di
psicologia sociale mostrano come il linguaggio divisivo, soprattutto se
proveniente da figure di autorità, attivi dinamiche di polarizzazione e di
esclusione. Il messaggio implicito rischia di essere: chi dissente non è un
interlocutore, ma un avversario. E quando quest’avversario è composto da giovani
che si affacciano alla vita adulta, il costo collettivo diventa evidente.
Gli studenti che protestano lo fanno quasi sempre perché vivono direttamente le
conseguenze delle scelte politiche: pressioni, incertezze, timori per il proprio
futuro. Ridurre queste istanze a slogan o categorie identitarie significa
perdere l’occasione di ascoltare ciò che il Paese reale prova e chiede.
Significa anche alimentare un sentimento di lontananza tra politica e nuove
generazioni, una frattura che da anni rappresenta uno dei principali fattori di
disaffezione verso la partecipazione democratica.
Una risposta diversa, più attenta e dialogica, non solo sarebbe stata più
coerente con il ruolo di un membro del governo, ma avrebbe potuto trasformare un
momento di tensione in un’occasione di confronto. Le istituzioni non sono
obbligate a condividere le critiche, ma hanno il dovere di ascoltarle con
rispetto. È questa la differenza tra un potere che si sente messo in discussione
e una democrazia che si sente arricchita dal dissenso.
Le parole della ministra non cambieranno la sostanza della riforma, né la
determinazione degli studenti. Ma contribuiscono a definire un clima. Un clima
in cui il dialogo rischia di essere sostituito da etichette, e in cui il
confronto, invece di migliorare le decisioni, viene relegato a scontro
identitario.
L’Italia ha bisogno dell’energia, della competenza e delle domande dei suoi
giovani. E i giovani hanno bisogno di istituzioni che rispondano con rigore,
fermezza, ma anche rispetto. Perché è da questo equilibrio che nasce la fiducia.
E senza fiducia, nessuna riforma può davvero funzionare.
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L'articolo Perché la risposta della ministra Bernini agli studenti che la
contestano divide più della sua riforma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre cresce la polemica per il pasticcio del test filtro per Medicina e si
cercano soluzioni all’italiana, a riscaldare gli animi arriva anche la risposta
piccatissima della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini,
a un gruppo di studenti che la contestavano, all’inizio del suo intervento ad
Atreju. +
“Non ce la facciamo più, con il semestre filtro rischiamo di perdere un anno”,
hanno urlato i giovani, mobilitati contro la riforma del corso di laurea in
Medicina voluta proprio da Bernini. La ministra ha replicato citando l’ex
presidente Silvio Berlusconi: “Sapete come diceva il presidente Berlusconi?
Siete sempre dei poveri comunisti. Prima di contestare fatemi parlare. Questo
dimostra la vostra inutilità”. Dopo lo scambio di battute, Bernini è scesa dal
palco per dialogare direttamente con gli studenti.
Rivolgendosi nuovamente ai giovani, la ministra ha aggiunto: “Stavate meglio
pagando 30mila euro? Ho investito 9,4 miliardi sull’università e oltre 800
milioni sulle borse di studio. Questa degli studenti è la strategia del caos:
parlano ma non ascoltano. Comincio a preoccuparmi quando qualche partito
politico fa loro eco”.
Bernini ha poi ammesso che nei test della prova di Fisica – descritta come
difficile – “c’erano due errori e nel caso della seconda domanda sbagliata,
verrà riconosciuto un punto” per tutti “quindi nel compito di fisica si partirà
da un punto”. La ministra ha poi annunciato che “saranno riempiti tutti i posti
della graduatoria di medicina: 24mila posti saranno coperti sulla base delle
valutazioni di merito perché le domande sono serie. Quella di oggi non è una
sanatoria, è la naturale evoluzione di una riforma che deve aspettare di
arrivare a tutte le fasi di attuazione – ha spiegato – nel momento in cui noi
avremo tutti i voti prima di Natale di tutti gli studenti che hanno partecipato
al primo e al secondo appello, faremo la graduatoria e sulla base della
graduatoria vedremo chi entra subito, chi entro il 28″ febbraio “sconterà i suoi
debiti d’esame e chi potrà scivolare sulle materie affini che sono già state
indicate perché hanno potuto gratuitamente già iscriversi a delle materie
affini”.
“Per quanto riguarda le preoccupazioni degli studenti, io vorrei dire che è
semplicemente l’evoluzione della riforma – ha poi continuato – Abbiamo fatto il
primo appello, il secondo appello, compileremo la graduatoria che scorrerà e chi
non ha la sufficienza nelle proprie sedi di destinazione, ciascuno ne ha
indicate 10, avrà i suoi crediti formativi”. Per Bernini “il cambio di paradigma
è che prima c’erano dei candidati ai test che venivano ghigliottinati fuori dai
cancelli dell’università. Qui dal primo settembre abbiamo 55mila studenti che
stanno studiando, formandosi e accumulando crediti formativi”.
L'articolo “Siete sempre dei poveri comunisti”, la ministra Bernini contro gli
studenti di Medicina che la contestavano proviene da Il Fatto Quotidiano.
La riforma dell’accesso ai Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia, Medicina
Veterinaria e Odontoiatria in vigore da quest’anno si sta dimostrando
disastrosa, come peraltro era stato previsto da tutti gli organi accademici,
inclusa la Conferenza dei Rettori e il Consiglio Universitario Nazionale. La
legge conteneva un tale numero di errori di prospettiva, incongruità e difetti,
che non è possibile analizzarli tutti in un solo post; in questo post mi limito
ad analizzare i difetti progettuali della prova di esame. Non considererò
minimamente le violazioni delle norme, la pubblicazione dei quesiti in rete,
etc., che non sono difetti strutturali della legge: la riforma sarebbe pessima
anche in assenza di qualunque anomalia nella gestione delle prove di esame.
Come è noto la riforma prevede l’accesso libero a tre corsi erogati tra
settembre e ottobre: Fisica Medica, Chimica e Propedeutica Biochimica e
Biologia; gli studenti hanno due possibilità di sostenere i relativi esami a
novembre e dicembre, e infine coloro che sono stati promossi in tutti e tre gli
esami entrano in una graduatoria che consente il proseguimento degli studi nel
corso scelto, entro il limite del numero programmato (che non viene abrogato).
La prima prova ha avuto un esito disastroso e i promossi nelle tre materie sono
risultati circa il 10% degli iscritti, un numero molto inferiore a quello dei
posti da coprire. Una catastrofe di questo genere dimostra che la modalità di
esame prevista dalla riforma è inadeguata al suo scopo.
Per poter assegnare ad un esame universitario la funzione aggiuntiva di prova
concorsuale, le legge prevede un esame scritto, uguale in tutta Italia, con 16
domande “a completamento” (frasi nelle quali manca una parola, che lo studente
deve aggiungere) e 15 quiz (“a crocette”). Questa modalità di valutazione,
largamente impiegata in molti contesti, anche all’estero, testa le conoscenze
dello studente su un programma ampio (31 domande sono tante) ma ad un livello di
comprensione molto superficiale; poteva essere adatta per un test di ammissione,
come si faceva negli anni passati, ma non corrisponde agli scopi formativi
dell’università, che richiedono invece approfondimento, comprensione e capacità
di ragionamento.
Uno dei pochi pregi rimasti all’università italiana, che rende i nostri laureati
desiderati e competitivi anche all’estero, sta proprio nel fatto che noi
manteniamo una modalità di esame basata sull’interrogazione orale o scritta,
nella quale al candidato è richiesto il ragionamento. Le prove di esame non
erano di per sé difficili e la grande passione dello studente medio è l’esame a
quiz da studiarsi sul quizzario, un elenco di tutti i quiz utilizzabili per
l’esame con le rispettive risposte. A parte il fatto che nel caso presente, per
fortuna, il quizzario non c’era, il punto è che nei corsi di livello
universitario si spiegano ragionamenti e ipotesi scientifiche, non si dispensano
rispostine a domandine, peraltro imprevedibili.
E’ superfluo aggiungere che la medicina, come ogni scienza, non è fatta di
domandine e rispostine, che molte domande che un medico si deve porre non hanno
risposte certe e assolute, che certe risposte possono essere giuste in un
contesto e sbagliate in un altro, che in molti casi la transizione tra giusto e
sbagliato è graduale e non assoluta: in una parola che finalizzare un corso
universitario al superamento di un quiz è un tradimento culturale della missione
dell’università. Anche in quei contesti stranieri in cui l’esame a quiz è usato,
il corso non è costruito sulla misura dei quiz.
La prima ragione per la quale gli esami sono stati tragicamente deludenti è
quindi che la modalità di esame imposta dalla riforma è completamente inadeguata
alla modalità formativa universitaria e professionale: i corsi hanno cercato di
insegnare allo studente a ragionare, ma la legge ha poi imposto una valutazione
nozionistica, nella quale il ragionamento serviva a poco; questo ha tradito e
tratto in inganno gli studenti.
Spiego meglio questo concetto facendo al tempo stesso una solenne promessa alla
ministra Bernini, e a tutti gli italiani, a nome mio e di tutti i colleghi
docenti nei Corsi di Laurea in Medicina: a nessun paziente accadrà mai di andare
da un medico, chiedergli: “dottore, cosa ho?” e sentirsi rispondere: “scriva su
un pezzo di carta quattro diagnosi e io metterò una crocetta su quella che mi
pare giusta”. Non accadrà mai una cosa del genere, Signora ministra, perché
l’università educa il futuro medico in un modo che è completamente diverso da
quello che la sua riforma pretende di valutare con esami nozionistici non solo
inadeguati, ma metodologicamente estranei alla formazione che lo studente ha il
diritto di ricevere. Gli studenti avrebbero avuto risultati migliori se si
fossero potuti preparare per esami universitari “veri”, anche se più difficili.
L'articolo Il disastro degli esami filtro a Medicina dimostra che questo metodo
è sbagliato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il paese che ha visto premiare solo qualche anno fa lo scienziato, Giorgio
Parisi, con il Nobel per la Fisica, ha pochi studenti in grado di rispondere
correttamente alle domande per il test di Medicina. È infatti tra il 10 e il 15%
la percentuale dei promossi nelle tre materie al primo appello degli esami di
Medicina. Un inquietante dato che emerge sulla base dei dati di alcuni atenei.
Il quadro appare omogeneo, non ci sono grandi differenze territoriali sui voti.
Gli esami per la seconda prova, fissata per il 10 dicembre, sono già pronti,
secondo notizie in possesso all’Ansa, e questo escluderebbe la possibilità di
una seconda prova più abbordabile. Quindi non c’è niente altro da fare che
studiare e studiare.
Se da un lato i numeri sgonfiano il grande effetto copiatura di cui si è parlato
nei giorni scorsi, c’è il rischio – sarebbe la prima volta – che il numero di
studenti ammessi a Medicina sia inferiore ai posti disponibili: per poter
proseguire negli studi infatti bisogna aver superato tutti e tre gli esami
richiesti Chimica, Biologia e Fisica, apparsa particolarmente difficile.
I risultati sono stati pubblicati sul portale Universitaly, dove tutti i
candidati possono consultarli inserendo le proprie credenziali. Dopo la
pubblicazione, gli studenti hanno 48 ore di tempo per scegliere se confermare il
punteggio ottenuto oppure rifiutarlo e ripresentarsi al secondo appello. I
risultati del secondo appello saranno pubblicati entro il 23 dicembre sempre
sulla piattaforma Universitaly. Gli aspiranti camici bianchi – circa 53mila –
hanno affrontato tre esami – Chimica e propedeutica e biochimica, Fisica e
Biologia – per poter aspirare a continuare i propri studi in Medicina
immatricolandosi ufficialmente. Ogni esame, della durata di 45 minuti, era
costituito da 31 domande a scelta multipla o a completamento. Per superare
ciascuna prova è necessario ottenere almeno 18 punti su 30.
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percentuale dei promossi al primo appello degli esami proviene da Il Fatto
Quotidiano.