“Negli ultimi tre anni abbiamo recuperato, in termini di introiti effettivi per
gli enti danneggiati, quasi 51 milioni di euro. Dati che difficilmente
riusciremo a replicare dopo la riforma Foti, visto che il risarcimento non potrà
superare il 30% del danno erariale accertato o due annualità di stipendio. Vuol
dire che il 70% resta accollato a noi contribuenti. Danneggia i cittadini e la
collettività”. Anche il procuratore regionale della Corte dei Conti della
Lombardia Paolo Evangelisti boccia la riforma della magistratura contabile con
cui la maggioranza di destra ne ha limitato le funzioni e ha ridisegnato la
responsabilità erariale di amministratori e funzionari pubblici. Con il
risultato di indebolire la tutela delle finanze pubbliche e scaricare il peso
degli errori gestionali sui cittadini.
“Questa novità normativa”, ha rincarato il presidente Vito Tenore incontrando i
giornalisti prima della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, “non
ha una ratio rispondente a verità”. È stata giustificata con la necessità di
superare la presunta “paura della firma“, ma si tratta di una “categoria
onirica“, ovvero inesistente: “L’unico studio sulla materia, realizzato da Forum
Pa nel 2017, dice che la preoccupazione dei dirigenti nasce da un quadro
normativo mal redatto, dalla mancanza di un nocchiero che dia indicazioni sulla
rotta da percorrere, dalla frammentazione delle competenze della pa, dalla
scarsa formazione, dai criteri reclutamento non meritocratici”. Solo dopo, non
certo in cima alla lista, arriva il timore della magistratura, che svolge il suo
compito di “far rispettare le regole”. A riprova dell’inutilità del tetto,
Evangelisti ha ricordato il precedente dello “scudo erariale” introdotto durante
l’emergenza Covid e poi prorogato per cinque anni e mezzo, in base al quale non
si rispondeva in caso di comportamenti omissivi gravemente colposi. “In questi
anni non ho colto maggiore efficienza da parte della pa…”.
Peggio ancora, la riforma “ha previsto anche una schermatura vera e propria per
gli amministratori, cioè di fatto una maggiore tutela per l’organo politico. Se
sottoscrivono atti di loro competenza ma proposti e sottoscritti da funzionari
pubblici si presume la buona fede salvo prova contraria: concretamente la
responsabilità si sposta dal politico al funzionario, che essendo sovraesposto
tenderà a chiedere sempre più visti e pareri” che ora andranno rilasciati entro
30 giorni pena lo scattare del silenzio-assenso. Risultato: si stimola la
burocrazia difensiva che sulla carta si puntava a contrastare.
Le conseguenze concrete della riforma basata sul nulla sono pesantissime, ha
spiegato Evangelisti con diversi esempi. Il primo è un caso di malpractice in
sanità. “Un’azienda ospedaliera è stata condannata a risarcire 1 milione di euro
per un parto gemellare complesso in una struttura senza terapia intensiva
neonatale. E’ stato citato a giudizio il medico ritenuto responsabile, ma se
sarà riconosciuta la colpa grave con la nuova legge rischierà al massimo due
annualità di stipendio riferite peraltro al 1991, anno della condotta”.
Anche in campo finanziario si creano nodi delicati. La Corte dei conti ha
competenza sui danni causati da privati che gestiscono fondi pubblici vincolati,
come nel caso di soggetti che hanno beneficiato di finanziamenti garantiti dallo
Stato: “Nel momento in cui il finanziamento non viene restituito, c’è la
garanzia dello Stato e quindi il danno erariale. In un caso sono stati citati in
giudizio coloro che hanno percepito indebitamente l’importo e la banca, in via
sussidiaria, per culpa in vigilando. Parliamo di importi significativi, milioni
di euro, quindi è probabile che la banca sia chiamata a coprire gran parte del
danno. Eppure dopo la riforma anche in questo caso di applica il tetto del 30%,
senza alcuna giustificazione”.
Molto criticate anche le parti della riforma oggetto di delega, a partire dalla
gerarchizzazione interna della Corte e la minore autonomia dei magistrati
contabili. Come ha ricordato Tenore, “con la gerarchizzazione viene aumentato il
potere del procuratore generale basato a Roma, che non solo ha poteri di
avocazione ma deve addirittura mettere una seconda firma su ogni singolo atto
per istruttorie di particolare rilevanza o complessità pena la radicale nullità
del fascicolo“. In questo modo, ha notato Evangelista, “vengono meno anche le
garanzie dell’incolpato che oggi ha per esempio diritto a essere sentito dal
titolare dell’istruttoria, cosa che ora diventa decisamente difficile esercitare
questo diritto. Anche in questo caso, dunque, la logica dell’efficienza non
regge”. Altrettanto preoccupante la separazione delle funzioni, con “il divieto
per i pm contabili di fare domanda per altre funzioni di controllo e
giurisdizione, ma senza che venga creato un altro organo di autogoverno”.
Il presidente Tenore vede anche qualche luce in un quadro critico. “Vengono
tipizzate le ipotesi di colpa grave, ed è positiva la norma che ribadisce
l’insindacabilità della scelta del dirigente di transare o mediare. È un’ottima
alternativa per le amministrazioni per pagare di meno”. Positivo anche che il
legislatore abbia imposto di valutare le eventuali concause organizzative, come
carenze di organico o cattiva gestione interna, nel giudizio sulla
responsabilità. Tra le zone grigie ancora tutte da definire, resta l’obbligo per
i dipendenti pubblici – ora sospeso dal Milleproroghe – di stipulare polizze
assicurative. A cui seguirà la partecipazione obbligatoria dell’assicuratore
all’eventuale giudizio contabile. “Questo però sbilancia la parità delle parti.
Noi avremo due difensori del convenuto, contro un procuratore. Allora perché non
far intervenire anche l’amministrazione danneggiata?”.
L'articolo Riforma della Corte dei Conti, il procuratore della Lombardia: “Il
tetto ai risarcimenti danneggia la collettività. Il 70% resta accollato ai
contribuenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Corte dei Conti
L'”organizzazione gerarchica” delle Procure contabili “si pone in contrasto con
i principi costituzionali di autonomia e indipendenza“. E “parimenti
preoccupante è la previsione di una separazione delle funzioni, se non
addirittura delle carriere, tra magistrati giudicanti e requirenti”.
All’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile, di fronte
al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il procuratore generale Pio
Silvestri dedica ampi passaggi del suo intervento alla riforma della Corte dei
Conti entrata in vigore a gennaio, citando anche la delega attribuita al governo
per gerarchizzare le Procure ponendole di fatto sotto il controllo del potere
politico, l’antipasto di ciò che potrebbe accadere ai pm ordinari dopo la
riforma Nordio (qui l’approfondimento del Fatto sul tema). Nella legge delega si
prevede anche “il divieto di passaggio dalle funzioni requirenti alle funzioni
giudicanti”, cioè la separazione assoluta delle funzioni di giudice e pm
contabile: una novità che “comporterebbe seri problemi di carattere
ordinamentale, oltreché organizzativi”, in quanto “l’intervento riguarderebbe, a
organico vigente, poco più di cento pubblici ministeri su un totale di 630
magistrati”, avverte Silvestri.
Dopo aver citato il dato “assai significativo” delle somme recuperate all’erario
lo scorso anno, pari a oltre 88 milioni di euro, il procuratore generale critica
la riforma anche per l'”introduzione di un tetto al risarcimento“, il 30% del
danno erariale accertato, “troppo basso per garantire la necessaria azione di
deterrenza e tale da ridurre, in maniera considerevole, gli importi dei
risarcimenti effettivamente recuperati alle casse dello Stato. È di tutta
evidenza”, spiega, che grazie a questa norma “il prossimo anno i numeri saranno
di gran lunga più contenuti. Si deve quindi auspicare, almeno su questo punto,
un ripensamento del legislatore”, afferma. Il tetto ai risarcimenti, sottolinea
inoltre, “dovrà indurre i magistrati del pubblico ministero a raddoppiare gli
sforzi per far sì che le attività istruttorie possano comunque rappresentare,
per gli amministratori pubblici, un mezzo di ausilio nel perseguimento dei fini
istituzionali”. Insomma, riassume, “non si tratta di una buona legge, non tanto
perché introduce norme volte a limitare il potere di azione del pm contabile e
l’autonomia decisionale del giudice, quanto, piuttosto, perché lascia aperti
enormi spazi all’attività interpretativa a causa del fatto che le modifiche sono
assolutamente prive di coerenza con il sistema della responsabilità in essere”.
Un tema, quello delle difficoltà interpretative, su cui si è soffermato anche il
presidente della Corte dei Conti Guido Carlino: l’applicazione della riforma, ha
sottolineato nel suo intervento, “risentirà inevitabilmente della formulazione
non sempre univoca e puntuale delle nuove disposizioni, che presentano peraltro
problemi di coordinamento fra di loro e con le norme previgenti”. In
particolare, a impegnare “intensamente” i giudici contabili è la questione
dell’applicabilità “ai procedimenti in corso, inclusi quelli in cui è stata resa
sentenza non ancora passata in giudicato; ciò può determinare disparità di
trattamento fra i cittadini, anche per la mancata previsione di una norma
transitoria”. Per questo sarà necessario, afferma Carlino, individuare
“soluzioni interpretative che valorizzino le ragioni di tutela dell’erario e
della sana gestione finanziaria”: in ogni caso, promette, la magistratura “non
potrà mai venir meno al ruolo assegnatole dalla Costituzione di garante
indipendente della finanza pubblica contro ogni forma di cattiva gestione, di
spreco o di danno all’erario e quindi alla collettività”.
L'articolo Corte dei Conti, il pg contro la riforma: “Gerarchizzare i pm mina
l’autonomia. Preoccupa la separazione delle funzioni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il presidente della Corte dei conti Guido Carlino lancia l’allarme nel giorno
più solenne per la magistratura contabile, l’inaugurazione dell’anno
giudiziario. Nel 2025, mentre il governo Meloni varava la riforma della Corte,
che tra il resto espande in maniera abnorme l’ambito del controllo preventivo
degli atti e fornisce agli amministratori uno “scudo” di fatto per quel che
accade dopo mettendo un tetto al danno contestabile, sono aumentati i casi di
distrazione dolosa di fondi pubblici, compresi quelli legati al Piano nazionale
di ripresa e resilienza. “Si tratta, nello specifico, dello sviamento, da parte
di privati, dalle finalità per le quali erano stati erogati i finanziamenti,
configurando spesso profili di corruzione e incidendo anche sugli obblighi
dell’Italia nei confronti dell’Unione europea”, ha spiegato.
Il riferimento agli obblighi verso Bruxelles è pesante: l’Italia è il principale
beneficiario del programma Next Generation EU e se emergono abusi o non ci sono
prove adeguate sulla destinazione dei fonti l’Ue può bloccare o ridurre i
pagamenti. Ma cosa dicono i numeri? Nel 2025 le Procure regionali della Corte
hanno ricevuto 48.505 denunce di danno erariale, un migliaio in più rispetto
all’anno prima: “Evidente dimostrazione che le Procure regionali sono percepite
dai cittadini, e dalle stesse pubbliche amministrazioni, come imprescindibile
baluardo alle ruberie, agli sprechi, alle inefficienze che causano il
depauperamento delle risorse pubbliche con le conseguenti negative ricadute
sulla collettività”, ha chiosato il procuratore generale della Corte Pio
Silvestri. Per oltre 20mila è scattata l’archiviazione immediata, prova del
fatto che – contrariamente, si legge tra le righe, agli alibi della politica
sulla presunta paura della firma che attanaglierebbe gli amministratori – “il
sistema delineato dal codice di giustizia contabile funziona bene” e “evita
pregiudiziali valutazioni negative sull’operato di amministratori e funzionari
pubblici”. Le somme recuperate all’erario sono ammontate a 88,1 milioni, di cui
75,6 da sentenze di condanna, 3,1 da recuperi legati all’applicazione di riti
speciali e 9,3 recuperati prima ancora della citazione a giudizio. Nel
quinquennio 2021-2025 il totale rientrato nelle casse pubbliche sale a 642
milioni.
Particolarmente preoccupante l’aumento delle fattispecie legate all’uso illecito
di fondi pubblici nazionali ed europei. Tra i casi di cui si sono occupate le
procure regionali, si legge nella Relazione sull’attività svolta nel 2025, ci
sono la percezione di voucher pubblici per l’innovazione tecnologica per poi
utilizzare il denaro “per finalità estranee ai progetti finanziati o per
l’acquisto di beni e servizi ordinari di gestione aziendale”, l’indebita
percezione del bonus cultura e di contributi legati sulla carta all’adozione di
pratiche agricole biologiche, lo sviamento degli incentivi destinati a mettere
in piedi imprese femminili, la “simulazione del completamento” di impianti
fotovoltaici mai finiti per ottenere incentivi. Per quanto riguarda i fondi
Pnrr, gli esempi vanno dall’impiego degli anticipi per finalità diverse dai
progetti finanziati alla distrazione vera e propria di risorse destinate a
digitalizzazione dei processi produttivi e miglioramento della competitività
delle imprese.
Dalla relazione della Procura generale emerge poi che le Sezioni giurisdizionali
regionali della Corte hanno emesso condanne al risarcimento del danno erariale,
nel settore dei fondi pubblici nazionali, cofinanziati ed euro-unitari, per 45,3
milioni con un totale di 226 sentenze. Gli episodi più frequenti? False
dichiarazioni sull’effettivo uso dei fondi, mancata realizzazione delle attività
finanziate, documentazione non veritiera sulle attività svolte, mancanza delle
condizioni soggettive per l’accesso al finanziamento.
Carlino chiosa che l’istituto della responsabilità amministrativa resta “un
formidabile strumento di tutela dell’interesse della collettività”, perché serve
a contrastare “la deviazione di risorse da destinare all’erogazione di servizi
pubblici efficienti”. Ma, come è noto, la riforma del governo Meloni ha
introdotto un tetto generalizzato (30%) ai risarcimenti per colpa grave. Durante
il dibattito parlamentare, la Corte aveva sottolineato i rischi di quel limite,
troppo basso per garantire la necessaria deterrenza e passibile di ridurre in
maniera considerevole gli importi dei risarcimenti effettivamente recuperati
alle casse dello Stato. Il procuratore generale è ancora più esplicito: “È di
tutta evidenza che il prossimo anno i numeri che ho sopra indicato saranno di
gran lunga più contenuti”. Segue l’auspicio di un – al momento improbabile –
“ripensamento del legislatore per tornare a ribadire l’assunto costituzionale,
contenuto nella sentenza n. 371/1998, secondo cui l’istituto della
responsabilità amministrativa per colpa grave deve segnare il “punto di
equilibrio tale da rendere, per dipendenti ed amministratori pubblici, la
prospettiva della responsabilità ragione di stimolo e non di disincentivo”.
Tradotto: se il tetto è troppo basso, l’effetto può essere l’opposto. Rendere
conveniente prendersi il rischio di causare un danno, visto che alla peggio si
dovrà restituire meno di un terzo di quanto sottratto alle casse pubbliche.
L'articolo La Corte dei conti: “Nel 2025 recuperati 88,1 milioni. Dopo la
riforma voluta dal governo i numeri saranno molto più bassi” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il 23 febbraio, Amélie de Montchalin, attuale ministra dei Conti pubblici,
prenderà la testa della Corte dei Conti. La nomina da parte di Emmanuel Macron –
è una delle prerogative costituzionali del capo dello Stato – rompe la
consuetudine di questa antica istituzione che vuole che, a presiederla, siano
personalità a fine carriera che, secondo la formula dell’ex presidente del
Consiglio costituzionale Laurent Fabius, non abbiano “nulla da temere né nulla
da sperare”. Invece Amélie de Montchalin ha 40 anni e una lunga carriera davanti
a sé. È anche la prima donna a ottenere il posto. Ma non è per questi motivi che
l’annuncio sta sollevando la polemica in Francia.
Amélie de Montchalin, più volte ministra dal 2020, prima alla Funzione pubblica,
poi alla Transizioni ecologica e infine, dal dicembre 2024 ai Conti pubblici, è
un volto di primo piano del macronismo: fino a poche settimane fa difendeva in
Assemblea nazionale il bilancio dello Stato del 2026, tra pochi giorni sarà
chiamata a pronunciarsi su quegli stessi conti pubblici. Oserà criticarli?
Nessun ministro in carica era mai stato catapultato prima d’ora in Francia alla
testa della Corte dei Conti. Le opposizioni hanno denunciato il rischio di
conflitto di interessi e la “politicizzazione” dell’istituzione. Gli stessi
magistrati della Corte in una missiva hanno sottolineato la loro preoccupazione
per l’indipendenza dell’istituzione.
La stampa francese ricorda che a suo tempo, anche l'”iperpresidente” Nicolas
Sarkozy, arrivando all’Eliseo nel 2007, aveva promesso dei “contro-poteri” e
nominò alla Corte dei Conti un socialista, Didier Migaud. Macron è anche
accusato di piazzare “i suoi amici” nei posti chiave della République. Il caso
di Amélie de Montchalin non è isolato: ha già promosso Richard Ferrand, passato
direttamente dalla presidenza dell’Ufficio esecutivo del partito macronista
Renaissance a quella del Consiglio costituzionale, mentre Emmanuelle Wargon, ex
ministra della Casa, ha preso la presidenza della Commissione per la
regolamentazione dell’energia.
In un contesto segnato dall’ascesa del Rassemblement National in vista delle
presidenziali del 2027, questa serie di nomine macroniste solleva alcuni
interrogativi: al di là del singolo incarico, e del profilo tecnico delle
persone scelte, ciò che viene contestata è l’intenzione attribuita a Macron di
voler “blindare” i vertici delle principali istituzioni, mentre il suo mandato
si avvia alla conclusione, in vista del dopo-2027. Non è sfuggito a Marine Le
Pen che può facilmente strumentalizzarle. La leader RN ha chiesto “solennemente”
al capo dello Stato di “abbandonare la nomina” della ministra alla guida della
Corte: “Emmanuel Macron – ha scritto la Le Pen su X – ha rovinato i conti
pubblici e Amélie de Montchalin ha una pesante responsabilità su questo bilancio
disastroso. Come credere che sarà capace a assumere l’indipendenza
indispensabile a questa nobile istituzione?”. L’esponente dell’estrema destra ha
poi accusato il presidente di voler “perturbare la futura alternanza
democratica”.
Anche se la candidatura all’Eliseo di Marine Le Pen resta sospesa alla sentenza
della corte d’Appello, nel processo sulla frode all’Unione europea, il RN, anche
con il suo pupillo, Jordan Bardella, come candidato, ha grosse probabilità,
secondo i sondaggi, di accedere, per la terza volta consecutiva, al
ballottaggio. Su Le Monde, la giornalista Nathalie Segaunes solleva un
interrogativo sull’equilibrio dei poteri e sul potere di nomina del presidente
della Repubblica: “Mentre l’ipotesi di un arrivo dell’estrema destra al potere è
nella mente di tutti, – scrive Le Monde – giuristi e alti funzionari hanno
avviato una riflessione sui possibili contrappesi da predisporre di fronte a
eventuali derive. È in corso uno studio sulla resilienza democratica, per ora
riservato, il cui obiettivo è valutare i rischi di un arretramento delle
istituzioni liberali in Francia e analizzare le proposte delle forze politiche
per farvi fronte. La tutela dell’indipendenza della procura, dell’audiovisivo
pubblico e delle autorità indipendenti è al centro dei lavori”.
Amélie de Montchalin prende di fatto la poltrona della rue Cambon che fino al
dicembre 2025 era stata occupata dal socialista ed ex ministro Pierre Moscovici.
A settembre, Moscovici, 67 anni, aveva annunciato che si sarebbe dimesso prima
del termine del mandato, prorogato al settembre 2026, per raggiungere la Corte
dei Conti europea. Alcuni giorni fa François Villeroy de Galhau, da quasi undici
anni governatore della Banca di Francia, ha annunciato a sua volta che avrebbe
lasciato l’incarico a giugno, senza aspettarne il termine, previsto alla fine
del 2027. In una lettera ai dipendenti della Banca di Francia Villeroy de Galhau
ha scritto di aver lasciato tempo sufficiente per “organizzare tranquillamente
la sua successione”.
L'articolo Francia, Macron mette una ministra a capo della Corte dei Conti. E’
polemica: “Occupa istituzioni prima di andare via” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Matteo Salvini dovrà rinunciare a nominare Pietro Ciucci “commissario per il
ponte sullo Stretto di Messina”. Nel testo del decreto, approvato nella riunione
del Consiglio dei ministri di giovedì pomeriggio, salta la norma che prevedeva
la nomina di Ciucci, ad della Stretto di Messina Spa, a commissario per
“coordinare” l’iter legislativo finalizzato a riscrivere la delibera del Cipess,
il comitato di Palazzo Chigi per i grandi piani pubblici, che deve approvare il
progetto del ponte. Non solo. Spariscono anche i commi che vietavano alla Corte
dei Conti di poter valutare la legittimità di gran parte degli atti e che
avevano scatenato le proteste dei magistrati contabili, attirando l’attenzione
del Quirinale che aveva chiesto modifiche. E salta pure lo scudo erariale per i
responsabili del procedimento. Al momento, pertanto, il tentativo di forzare la
mano sembra definitivamente saltato.
Nel testo adottato è previsto che la regia passa al ministero delle
Infrastrutture e dei Trasporti: sarà il dicastero guidato dal leader della Lega
(e non Ciucci) a dovere avviare una serie di adempimenti per conformarsi alle
deliberazioni dei magistrati contabili in merito al Ponte sullo Stretto, secondo
quanto si legge nella bozza del decreto. Il Mit, si legge, sottoporrà al
controllo di legittimità della Corte l’accordo di programma e a svolgere, in
raccordo con le amministrazioni competenti, “gli adempimenti istruttori
propedeutici all’adozione di una nuova delibera del Cipess” attraverso:
l’aggiornamento del piano economico-finanziario della società concessionaria;
l’acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) sulle
tariffe di pedaggio, la sottoposizione al Consiglio superiore dei lavori
pubblici. Sarà necessario anche indicare i nuovi “motivi imperativi di rilevante
interesse pubblico” per giustificare la realizzazione del ponte tra la Calabria
e la Sicilia superando i vincoli ambientali.
La bozza di decreto prevede poi che l’amministratore delegato di Rete
Ferroviaria Italiana, Aldo Isi, è nominato “Commissario straordinario per la
realizzazione degli interventi infrastrutturali ferroviari complementari al
collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria, individuati e attribuiti a
Rfi nell’accordo di programma”.
L'articolo Decreto Ponte sullo Stretto, saltano il commissario e i limiti alla
magistratura contabile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da un lato Washington che tratta le materie prime critiche come una priorità di
sicurezza nazionale e si prepara a investire quasi 12 miliardi di dollari per
crearne una riserva strategica e ridurre la dipendenza dalla Cina. Dall’altro
Bruxelles che arranca. E, secondo la Corte dei Conti europea, è ad alto rischio
di mancare l’obiettivo di un accesso sicuro ai materiali indispensabili per la
transizione energetica e digitale entro il 2030. La relazione speciale ad hoc
dei magistrati contabili pubblicata lunedì, proprio mentre la Casa Bianca
confermava l’avvio del “Progetto Vault” per proteggere settori industriali
chiave come automotive, elettronica, difesa ed energie rinnovabili da
interruzioni delle catene di rifornimento globali, ha un titolo quasi irridente
che non piacerà a Ursula von der Leyen, promotrice tre anni fa di un piano che
avrebbe dovuto garantire la sicurezza degli approvvigionamenti: “Una politica
non certo solida come una roccia“.
Secondo dati citati dalla Corte presieduta da Tony Murphy, almeno 10 delle 26
materie prime classificate come critiche dall’Ue – perché sono alla base di
batterie, turbine eoliche, pannelli solari, semiconduttori e tecnologie digitali
avanzate – vengono interamente importate da Paesi terzi. La concentrazione delle
forniture è un ulteriore fattore di rischio. Dalla Cina arrivano il 71% del
gallio, il 97% del magnesio, il 40% della grafite naturale e il 45% del germanio
importati dall’Ue. Per il boro, la dipendenza dalla Turchia raggiunge il 99%. La
vulnerabilità è nota da tempo e per affrontarla nel 2024 Bruxelles ha adottato
un Regolamento sulle materie prime critiche, fissando tre obiettivi al 2030:
coprire con estrazione interna almeno il 10% del fabbisogno europeo, trasformare
nell’Ue il 40% dei materiali consumati e garantire che almeno il 25% del consumo
provenga da fonti riciclate. Peccato che, come rileva la Corte dei conti, si
tratti di target non vincolanti, limitati a 14 materie prime strategiche e privi
di una spiegazione chiara sui criteri usati per definirli. E comunque, anche
dandoli per buoni, raggiungerli in pochi anni appare poco realistico senza un
deciso cambio di passo.
La strategia di diversificazione delle importazioni, per prima cosa, mostra
crepe. Negli ultimi cinque anni l’Ue ha firmato 14 partenariati strategici sulle
materie prime, sette dei quali con Paesi caratterizzati da bassi livelli di
governance. Ma solo sei tabelle di marcia scritte sulla base di quegli accordi
esplicitano dei termini di attuazione. Alcune iniziative sono rimaste bloccate –
come i negoziati con gli Stati Uniti, sospesi nel 2024 – mentre altre devono
ancora produrre effetti, come l’accordo Ue-Mercosur, che coinvolge Paesi ricchi
di risorse minerarie. Quanto alle intese con altri Paesi che hanno riserve di
materie prime o capacità di trasformazione notevoli, come Cile, Messico, Nuova
Zelanda e Regno Unito, “la Commissione non è in grado di dimostrare al momento
che abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime
critiche nell’Ue”. Poi c’è il tasto dolente della Cina, che lo scorso aprile ha
imposto restrizioni all’esportazione di sette terre rare e magneti strategici
per le energie rinnovabili e altri settori industriali, rendendole soggette a
licenze. Risultato: allo scorso settembre “le autorità cinesi avevano approvato
solo 19 domande di licenza su 141, mentre 121 domande classificate come urgenti
erano ancora pendenti”. Reazione di Bruxelles? Non pervenuta: “Al dicembre 2025
la Commissione non aveva presentato reclami all’Organizzazione mondiale del
commercio”.
Anche il riciclo, indicato come uno dei pilastri della strategia europea, è al
palo. Dei 26 materiali necessari per la transizione energetica, sette hanno un
tasso di riutilizzo compreso tra l’1 e il 5% e dieci (compresi litio, gallio e
silicio metallico) non sono affatto riciclati. Gli obiettivi europei, non
differenziati per singola materia prima, non incentivano il recupero dei
materiali più complessi come le terre rare contenute nei motori elettrici o il
palladio nell’elettronica, né l’utilizzo di materiali riciclati nei processi
industriali. A pesare sono anche gli alti costi di trattamento, che rendono
impossibile competere con Pechino che ha dalla sua vantaggi di scala e basso
costo del lavoro.
Sul fronte dell’estrazione interna, infine, la Corte evidenzia un problema
strutturale di tempi e costi. Le attività di esplorazione sono poco sviluppate.
Anche quando vengono individuati nuovi giacimenti, passano fino a 20 anni perché
un progetto minerario entri in funzione. Un orizzonte incompatibile con la
scadenza del 2030. Nel frattempo, diversi impianti di trasformazione stanno
chiudendo, anche a causa degli alti costi energetici. Il che aggrava il rischio
di un circolo vizioso: senza approvvigionamenti sicuri non partono nuovi
investimenti industriali e senza una filiera industriale solida diventa più
difficile garantire l’accesso alle materie prime.
Non sorprende che le conclusioni siano tranchant: “Sebbene il regolamento sulle
materie prime critiche stabilisca un percorso strategico, i valori-obiettivo
perseguiti non sono giustificati e i dati sottostanti non sono solidi. Gli
sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati
tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel
riciclaggio a livello nazionale. Sebbene i progetti strategici possano
beneficiare di autorizzazioni più rapide e di una maggiore visibilità, molti di
essi avranno difficoltà a conseguire l’obiettivo di garantire la sicurezza
dell’approvvigionamento dell’Ue entro il 2030″.
Il tutto mentre gli Usa di Donald Trump si preparano a mettere sul piatto 12
miliardi per far scorta di terre rare ed essere meno esposti agli umori di Xi
Jinping. Una mossa che si inserisce in una strategia più ampia di
ri-nazionalizzazione delle forniture critiche: molti osservatori hanno collegato
anche le recenti pressioni di Trump sulla Groenlandia alla disponibilità nella
regione artica di ricchi giacimenti di materie prime critiche, per quanto
difficili da sfruttare visto che il vero collo di bottiglia è la raffinazione. E
in quel campo a dominare è la solita Cina.
L'articolo Materie prime critiche, gli Usa si fanno una riserva strategica
mentre l’Ue arranca. La Corte dei Conti: “Sicurezza delle forniture non
garantita” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Costi più che raddoppiati (+127%) rispetto alla proiezione iniziale e lievitati
del 23% negli ultimi sei anni sotto il peso della pandemia, dell’invasione russa
dell’Ucraina ed alcuni problemi tecnici. La Corte dei conti europea bolla il
collegamento ferroviario Torino-Lione come il maggiore responsabile dell’aumento
dei costi per il completamento delle infrastrutture-faro della rete transeuropea
dei trasporti (Ten-T) insieme alla Rail Baltica, “regina” indiscussa dei rincari
con costi iniziali quadruplicati e un aumento del 160% dal 2020.
Non solo: la relazione sottolinea che il completamento delle opere entro il
termine del 2030 non è più “improbabile”, come messo nero su bianco nell’anno
dell’inizio della pandemia, ma è semplicemente “impossibile” a causa di crisi
impreviste, aumenti dei costi e ulteriori ritardi nell’attuazione dei progetti.
In ritardo medio di 11 anni rispetto ai piani iniziali, ora arriva a 17 anni per
i cinque megaprogetti di cui sono disponibili informazioni.
Sul versante italiano l’inaugurazione del collegamento Torino-Lione è adesso
prevista per il 2033, contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente
o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020: un ritardo di 18 anni
rispetto alle stime iniziali. Inoltre, la data più ottimistica per l’apertura
della galleria di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40% rispetto
alle stime iniziali, è ora il 2032, anziché il 2016 o il 2028 come previsto in
precedenza: un ritardo di 16 anni, sottolineano gli auditor.
Pur riconoscendo che dal 2020 gli otto megaprogetti in questione – oltre al
miliardo di euro di valore – abbiano dovuto affrontare nuove sfide economiche e
geopolitiche, gli auditor della Corte sottolineano che l’aumento del costo reale
oggi ammonta a un +82% contro al +47% registrato nel 2020. “Le conclusioni sono
inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro
il 2030 non sarà sicuramente raggiunto”, scrivono gli autori del rapporto.
Oltre alla Tav Torino-Lione, infatti, anche la linea Y basca, che avrebbe dovuto
essere operativa entro il 2010 stando al calendario iniziale ed entro il 2023
secondo l’aggiornamento del 2020, dovrebbe ora essere pronta entro il 2030
secondo le stime più ottimistiche, anche se i promotori del progetto considerano
il 2035 un termine più realistico, rileva la Corte dei conti europea. Il canale
Senna-Nord Europa, i cui costi sono complessivamente triplicati dall’inizio dei
lavori, avrebbe dovuto essere operativo nel 2010, data poi posticipata al 2028 e
successivamente al 2032, che è ora considerata la più plausibile.
Gli otto megaprogetti analizzati dal rapporto di aggiornamento hanno ricevuto
nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9 miliardi di euro rispetto al
2020, portando l’importo totale dei finanziamenti Ue a 15,3 miliardi di euro. E
nonostante tutte queste problematiche, la Commissione europea si è avvalsa solo
una volta, “e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale
(seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere
spiegazioni a proposito dei ritardi (ovvero l’articolo 56 del regolamento Ten-T
del 2013)”, rilevano.
La Corte dei conti spiega di attendersi che la recente modifica del regolamento
possa rafforzare il ruolo dell’esecutivo Ue e accrescerne i poteri in termini di
controllo sul completamento della rete, fermo restando che queste misure
interesseranno principalmente i megaprogetti futuri. Infine, gli auditor
segnalano come l’impatto che questa modifica avrà sui prossimi progetti
infrastrutturali “dipenderà in ultima istanza dall’attuazione e dal rispetto
effettivi degli strumenti giuridici da parte dei Paesi dell’Ue”.
L'articolo “Tav Torino-Lione: costi raddoppiati, pronta non prima del 2033”: il
report Corte dei Conti UE proviene da Il Fatto Quotidiano.
La riforma della Corte dei conti è in Gazzetta Ufficiale.
Una delle disposizioni più illiberali, al pari della depenalizzazione dell’abuso
d’ufficio, entra nel suo pieno vigore. Interventi legislativi sostenuti e
sospinti da una stessa logica: la “paura della firma” di chi ha potere e
responsabilità. Eppure tale logica, seppure assurta a ‘ragione’ prima delle
riforme, non ha rispondenza con la realtà: più volte il Procuratore Nicola
Gratteri ha pubblicamente sciorinato numeri che smentiscono il preteso attacco
della magistratura alla politica con la clava dell’incriminazione per abuso di
ufficio.
Anche in tema di giustizia contabile i numeri hanno un peso, i dati tratti dalle
banche dati della Corte dei conti, resi pubblici in occasione delle
inaugurazioni degli anni giudiziari, dicono molto. Nell’anno 2022, tutte le
procure regionali della Corte dei conti, rispetto ad oltre 10.000 istruttorie,
hanno avviato solo 1051 giudizi di responsabilità (fonte: Corte dei conti –
Memoria del Procuratore Generale per l’inaugurazione dell’anno giudiziario
2023), molti dei quali conclusi con sentenze di rigetto.
Evocando una parafrasi di Nanni Moretti, possiamo dire che i numeri sono
importanti, quanto le parole. E rilievo hanno anche i numeri in percentuale
richiamati nella legge, la prescrizione più controversa riguarda proprio la
limitazione della condanna ad una quota massima del 30% del danno accertato,
salvo i casi di illecito arricchimento. Qui sembra che il legislatore alla
“paura della firma” aggiunga la “fatica dell’amministrare”. È così che,
riducendosi il risarcimento ad una modesta quota del danno concreto e attuale,
la maggior parte del pregiudizio erariale ricadrà sulla collettività. Senza
dimenticare che una percentuale così bassa può dar vita ad un ‘liberi tutti’, un
sistema affievolito di responsabilità amministrativa perde anche la forza
deterrente nei confronti di condotte dolose o gravemente colpose.
Il rapporto tra politica e organi di controllo è spesso appeso a un filo
sottilissimo, pronto a spezzarsi da un momento all’altro, succede anche in
Spagna. Il “Tribunal de Cuentas”, organo costituzionale, è spesso sotto il fuoco
della politica spagnola.
Nel 2021 piacque poco alla sinistra di governo il provvedimento che imponeva una
sanzione di oltre 5 milioni di euro ad un gruppo di 40 cariche della Catalogna,
ex dirigenti e alti ranghi politici della Generalitat, che utilizzarono fondi
pubblici per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza, dichiarato
illegittimo dal Tribunal Constitucional di Madrid. Leader indipendentisti e
vertici delle formazioni radicali di sinistra che sostenevano, e sostengono, la
coalizione di Pedro Sánchez mossero critiche feroci ai giudici contabili
accusandoli di essere parte di una istituzione repressiva che interferiva nei
rapporti tra i partiti, gli indipendentisti sono ‘stampella’ decisiva per
l’esecutivo in carica.
Puntuali polemiche si innescano ogni qual volta che il Tribunal de Cuentas è
chiamato ad occuparsi del patrimonio dei partiti politici, funzione di controllo
conferita dall’articolo 136 della Costituzione.
Se una indagine penale travolge il Partido Popular saranno le forze progressiste
ad esigere un pronto intervento anche della magistratura contabile, se
l’inchiesta coinvolge membri di partiti di governo sono i conservatori a
pretendere rigore contabile. Un gioco vizioso delle parti che talvolta mina alle
fondamenta l’autorità di un’istituzione decisiva per le casse pubbliche e per lo
stesso equilibrio dei poteri.
In Spagna spesso si pone l’accento sull’opportunità di riforma dell’organismo di
controllo contabile, sul potenziamento della funzione giurisdizionale, sulla
diminuzione dei membri di nomina politica, sulla riduzione del mandato di 9
anni, sull’esigenza di profili più qualificati per la designazione a giudice.
Mai, però, si è messa in discussione l’effettività di un provvedimento che
afferma la responsabilità contabile di un amministratore, e mai si è pensato di
toccare l’abuso d’ufficio, caposaldo della cultura liberale.
A questo punto fa bene rileggere un passaggio (a pagina 34) della citata
relazione presentata nel 2023 dal Procuratore Generale: “Come già sottolineato
nella Relazione di apertura dell’Anno giudiziario 2021, le questioni attinenti
alla ‘paura della firma’ sono prospettate, sempre, senza fornire dati o evidenze
riferite a situazioni specifiche nelle quali la semplice violazione di una norma
di legge o di regolamento abbia comportato una condanna a titolo di
responsabilità amministrativa. Al contrario, i dati qui riportati, relativi ai
numeri ed alle tipologie dei procedimenti avviati dalle Procure della Corte dei
conti, evidenziano che la responsabilità amministrativa viene azionata,
prevalentemente, nei confronti di soggetti pubblici o privati che si rendano
responsabili di condotte di illecito utilizzo delle risorse pubbliche”.
L'articolo Anche la ‘Corte dei conti’ spagnola è spesso sotto il fuoco della
politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Oggi si scrive una pagina buia per tutti i cittadini“. Dopo averla criticata
pubblicamente e aver avvertito dei rischi, l’Associazione Magistrati della Corte
dei Conti reagisce così all’approvazione definitiva da parte del Senato della
riforma che indebolisce il controllo della magistratura contabile. Che è
“chiamata dalla Costituzione a garantire che le risorse pubbliche siano
destinate ai servizi alla collettività e non siano sprecate, per imperizia o
corruzione“, ricorda in una nota. La riforma “segna un passo indietro nella
tutela dei bilanci pubblici e inaugura una fase in cui il principio di
responsabilità nella gestione del denaro dei cittadini risulta sensibilmente
indebolito“.
“Da oggi – prosegue l’Associazione – in presenza di grave colpa, il danno
arrecato alle finanze pubbliche sarà risarcibile solo entro il limite massimo
del 30% del pregiudizio accertato. La parte restante non verrà recuperata e
resterà a carico della collettività“. “Ulteriori forti preoccupazioni –
proseguono i magistrati – suscitano l’introduzione di meccanismi di esonero
automatico dalla responsabilità, legati al silenzio della Corte dei conti in
sede di controllo di legittimità o di parere. In questo modo, l’assenza di una
pronuncia esplicita della Magistratura contabile rischia di trasformarsi in una
giustificazione automatica, piegando tali funzioni a logiche di esclusione della
responsabilità piuttosto che di miglioramento dei servizi. La riforma incide
negativamente sui principi di legalità, responsabilità e buon andamento
dell’amministrazione, sanciti dalla Costituzione, e solleva un tema centrale di
equità: le risorse pubbliche appartengono a tutti e la loro tutela richiede
forme di responsabilità effettive e credibili”.
“Una maggiore efficienza dell’amministrazione non si ottiene riducendo il ruolo
della Magistratura contabile, ma valorizzando il presidio indipendente e
imparziale a garanzia del corretto utilizzo del denaro pubblico”, conclude
l’Associazione.
L'articolo I magistrati della Corte dei Conti: “La riforma del governo è una
pagina buia. Indebolita la responsabilità nella gestione del denaro dei
cittadini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un passaggio rapido. Per salutare i suoi senatori, poi i colleghi di governo –
tra cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano – e
infine votare. Per far passare la riforma che limita i poteri della Corte dei
Conti, proprio l’ente costituzionale che a fine ottobre ha stoppato la delibera
del Cipess sul Ponte sullo Stretto di Messina. Il leader della Lega Matteo
Salvini sabato mattina, poco dopo l’ora di pranzo, si è presentato nell’aula del
Senato per votare “sì” al disegno di legge che porta la firma del collega di
governo Tommaso Foti (Fratelli d’Italia) che limita i poteri di controllo e
successivi dei giudici contabili e riduce lo scudo erariale al 30% per gli
amministratori pubblici, oltre a presumere la loro “buona fede”.
La decisione del governo di approvare il 27 dicembre la riforma è legata al
fatto che il 31 scade lo scudo erariale per gli amministratori, ma punta anche a
dare un segnale ai giudici in vista della riforma sulla separazione delle
carriere. Lo aveva già spiegato la premier Giorgia Meloni il 29 ottobre quando
la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto:
“L’ennesima invasione di campo dei giudici: non ci fermeranno”, aveva detto la
presidente del Consiglio. Anche Salvini dopo quella decisione era andato
all’attacco: “La decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese e
appare una scelta politica più che un sereno giudizio tecnico. In attesa delle
motivazioni, chiarisco subito che non mi sono fermato quando dovevo difendere i
confini e non mi fermerò ora”.
Sabato mattina così si è presentato in aula per votare, nonostante la sua
presenza a Palazzo Madama sia piuttosto inusuale anche in caso di votazioni
importanti. Insieme a lui c’erano altri colleghi di governo: i ministri Anna
Maria Bernini, Paolo Zangrillo, Nello Musumeci e Roberto Calderoli, oltre ai
sottosegretari Claudio Durigon, Francesco Paolo Sisto e Patrizio La Pietra. Il
testo è passato con 93 sì, 51 no e 5 astenuti. Al termine del voto il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano, uno degli ispiratori
del disegno di legge, si è presentato di fronte alle telecamere e ha detto che
il voto sulla Corte dei Conti non è una “vendetta per la delibera sul Ponte: il
disegno di legge è stato presentato due anni fa, è arrivato al Senato a marzo ed
è stato approvato oggi. Mi sembra una forzatura”.
L'articolo Corte dei Conti, Salvini al Senato vota per limitare i poteri dei
giudici (che hanno bocciato il Ponte sullo Stretto) proviene da Il Fatto
Quotidiano.