Sereno, sorridente, finalmente felice. Le immagini di Edoardo Bove arrivate da
Watford nella giornata di ieri, 19 gennaio, sono quelle che tutta Italia
attendeva da più di un anno. Da quel Fiorentina–Inter dell’1 dicembre 2024 in
cui il 22enne si accasciò al suolo in arresto cardiaco, facendo temere il peggio
per qualche attimo. Adesso torna a giocare a calcio. L’accordo con il Watford è
cosa nota da qualche settimana, ma lunedì era un momento cruciale: era il giorno
delle visite mediche. Le ennesime in questi mesi, tutte con un comune
denominatore: esito negativo, aggettivo che in questo caso ha un’accezione
positiva. Edoardo Bove torna in campo, riparte dalla Championship: la Serie B
inglese.
Non può farlo in Italia, lo farà in Inghilterra. Come Christian Eriksen nel
2022, dopo il malore agli Europei del 2021 con la Danimarca che sembrava aver
compromesso la sua carriera. E lo farà in Inghilterra per una questione legale.
Bove è infatti andato in arresto cardiaco a causa di una torsione di punta. In
parole più semplici, una tachicardia (battito cardiaco accelerato) ventricolare.
Le cause di questo malore sono rimaste un mistero, ma dopo vari controlli la
soluzione per tornare a vivere in tranquillità era una: il defibrillatore
sottocutaneo removibile, apparecchio applicato dopo un intervento chirurgico che
si attiverà per ristabilire un battito regolare qualora il cuore dovesse subire
un nuovo arresto cardiaco.
E proprio il defibrillatore sottocutaneo impiantato non gli consente al momento
di giocare in Italia. La legge italiana infatti non permette di svolgere
attività agonistica con l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece si
può. Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico
sportivo che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove firmerà una
dichiarazione in cui si assume tutti i rischi. La responsabilità è soltanto sua.
Ecco perché in questi mesi Bove si è informato con Eriksen (il cui precedente è
simile), ha voluto saperne di più, ha respirato l’aria di Londra, città che ama,
distante circa 30 km da Watford. Con un unico obiettivo: tornare a giocare a
calcio. Il Watford gli ha voluto dare fiducia: contratto di sei mesi. Se andrà
tutto bene, in estate arriverà il rinnovo fino al 2031. Manca solo la firma, poi
Bove avrà dato una risposta alle tre domande che lo tormentavano un anno fa: se,
quando e dove sarebbe tornato a giocare a calcio.
L'articolo Bove torna in campo con il Watford: che tipo di contratto ha e perché
può giocare in Inghilterra, ma non in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Clamoroso a Macclesfield, città 26 km a Sud di Manchester che tra le sue
attività industriali ha la farmaceutica AstraZeneca, diventata famosa durante il
Covid con la produzione dei vaccini: i Silkmen, “gli uomini della seta”,
soprannome dei calciatori di questo club fondato nel 1874, fallito e rifondato
nel 2020, oggi impegnato nella National League North – la sesta divisione –
hanno superato 2-1 ed eliminato nel terzo turno della Fa Cup il Crystal Palace,
detentore del trofeo.
Un’impresa storica, festeggiata dall’invasione di campo dei 5.348 spettatori
presenti allo stadio Moss Rose, ribattezzato The Leasing.com per ragioni di
sponsor. I tifosi hanno portato in trionfo il capitano Dawson, firma dell’1-0 al
43esimo. Al 60esimo, il 2-0 di Buckley–Ricketts ha creato il delirio nel popolo
del Macclesfield. Il Crystal Palace, che non vince da nove gare, ha trovato il
gol del 2-1 solo al 90esimo.
Giocatori e staff tecnico del Macclesfield hanno dedicato questo successo
memorabile a Ethan McLeod, l’attaccante dei Silkmen morto il 16 dicembre scorso
in un incidente stradale, mentre tornava dalla partita della National League
North in casa del Bedford Town. Una sua foto è stata appesa tra le due panchine,
mentre in tribuna era esposto uno striscione in suo omaggio. Papà e mamma di
Ethan sono stati invitati a seguire la partita. “Ai genitori di Ethan ho detto:
oggi vostro figlio ci sta sicuramente guardando dall’alto – le parole
dell’allenatore, John Rooney – Sento che è qui con noi e sicuramente ha dato
alla mia squadra una forza straordinaria. Siamo stati perfetti. In campo non si
è vista la differenza di ben cinque categorie”.
La tragica scomparsa di Ethan McLeod ha scosso una città di 56mila abitanti,
legatissima al calcio dopo i tormenti degli ultimi anni, culminati nel
fallimento del 2020. Il Covid diede il colpo di grazia a un club che, da diverso
tempo, navigava in pessime acque. Uno degli ultimi allenatori prima del crollo
era stato un personaggio importante del football inglese, l’ex difensore
dell’Arsenal Sol Campbell, costretto a farsi da parte proprio per i problemi
economici. L’attività del Macclesfield è ripartita grazie a un imprenditore
locale, Robert Smethurst.
Una delle sue prime mosse è stata l’inserimento dell’ex giocatore gallese Robbie
Savage – uno degli opinionisti più accreditati in Inghilterra – nel Consiglio di
amministrazione. Savage ha fissato le basi della rinascita, dalla rosa dei
giocatori all’organizzazione complessiva. Il Macclesfield si è rimesso in marcia
nella North West Counties Premier Division, campionato di nona serie. Tre
promozioni in quattro stagioni hanno trascinato i Silkmen nella sesta divisione.
La squadra è attualmente quattordicesima, a tre punti di distanza dalla zona
playoff. L’allenatore è John Rooney, fratello minore di Wayne, il celebre ex
attaccante di Manchester United e nazionale.
Il successo contro il Crystal Palace non è importante solo per la gloria
calcistica, ma anche per le casse del Macclesfield: la Coppa d’Inghilterra, il
torneo di football più antico del mondo, è un formidabile serbatoio di denaro
per i club delle leghe minori. Quota partita e passaggio televisivo consentono
infatti di guadagnare risorse importanti, utilizzate spesso per ristrutturare
gli impianti e dare ossigeno ai bilanci.
L’edizione in corso è la numero 145. Al pronti via, il 1° agosto 2025, con le
prime gare della fase di qualificazione, le squadre iscritte erano 747, inglesi
e gallesi. Le big entrano in scena nel terzo turno, che nel rispetto della
tradizione va in scena nel secondo weekend di gennaio. La FA Cup è il torneo più
amato dal popolo calcistico d’oltremanica, un vero collante socio-culturale: da
Londra al villaggio più sperduto d’Inghilterra o Galles si sentono tutti
appartenenti alla grande famiglia del football.
Lo spirito e l’orgoglio limano spesso le differenze di categorie, regalando
sorprese memorabili, come quella compiuta dal Macclesfield. L’altra faccia della
luna sono risultati “pesanti” come il 10-1 del Manchester City sull’Exeter. Il
17 maggio 2025, il Manchester City uscì sconfitto nella finale di Wembley contro
il Crystal Palace. Otto mesi dopo, Palace ko contro una squadra di sesta serie e
City che ha fatto la voce grossa contro una formazione di League One: la Coppa
d’Inghilterra è anche questi magnifici paradossi.
L'articolo Clamoroso a Macclesfield: un club di sesta divisione ha sconfitto il
Crystal Palace campione in carica in Fa Cup proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fare meglio di Enzo Maresca nel suo ultimo anno e mezzo di Chelsea sarà quasi
una missione impossibile. Recuperare una situazione in classifica ben al di
sotto delle aspettative dovrà essere ordinaria amministrazione. Il compito di
Liam Rosenior, il nuovo allenatore del Chelsea dopo l’assai discusso esonero di
Capodanno di Enzo Maresca, non sarà semplice. Il giovane coach, 41 anni, al suo
terzo incarico da primo allenatore dopo l’Hull City in Championship e lo
Strasburgo in Ligue1, non si aspettava questa chiamata. Almeno non di allenare
alla sua seconda esperienza in un campionato maggiore la squadra campione del
mondo. Che il Chelsea potesse interessarsi a Rosenior era nell’aria, ma sembrava
un’ipotesi futura, per costruire un progetto su misura per lui. L’ex coach dello
Strasburgo in ogni caso non ha esitato e, anche se non ha ancora avuto
l’opportunità di sedersi in panchina – il primo ad interim Calum McFarlane ha
infatti guidato i blues nella sconfitta contro il Fulham per 2-1 – dice di avere
in mente grandi cose. “Penso che mi abbiano scelto perché la mia idea di calcio
si sposa perfettamente con le qualità dei calciatori in rosa, avrò a
disposizione tanti calciatori forti e darò a tutti la possibilità di mostrare le
loro doti”: si è espresso così il nuovo coach ai microfoni di SkySports nel
pre-gara con il Fulham.
Durante l’esperienza allo Strasburgo, ora settimo in Ligue1 dopo un ottimo avvio
di stagione, Rosenior si è fatto notare per un calcio aggressivo e tecnico e per
aver lanciato molti giovani come il 19enne inglese Amo–Ameyaw, il centrocampista
francese Nzingoula o il bomber argentino Panichelli che sta incantando il
campionato francese a suon di gol e giocate. L’età media della squadra della
capitale del Grande-Est francese è tra le più basse in Europa, meno di 22 anni.
Anche il Chelsea ha una rosa giovanissima, 23,7 anni (la più bassa
d’Inghilterra) e questo faciliterà il primo approccio del tecnico inglese. Ai
canali ufficiali del Chelsea ha dichiarato senza troppi giri di parole: “So che
questa è un’opportunità gigantesca in questo momento della mia carriera, ma non
mi interessa essere l’allenatore del Chelsea. Voglio solamente essere
l’allenatore di un Chelsea che vince e dà spettacolo”.
Quello che è mancato a Maresca in questa stagione, oltre ai risultati, è stata
anche la gestione della comunicazione con Todd Boehly. Rimettere in piedi una
stagione dignitosa dopo aver vinto il Mondiale per club da outsider non era
facile. I rapporti con la società hanno iniziato ad incrinarsi a fine ottobre
dopo alcuni risultati deludenti, ma il culmine è arrivato nel mese di dicembre.
Dopo la trasferta di Bergamo, la sconfitta contro l’Atalanta in Champions
League, il coach italiano non è riuscito a invertire la rotta. Quello appena
trascorso è stato un mese da incubo per il Chelsea che tra coppa, campionato e
Champions League ha vinto solo con l’Everton e con il Cardiff. Dal punto di
vista comunicativo ci si aspetta invece tanto da Rosenior, che, va detto, non è
proprio un perfetto sconosciuto. Non è un segreto che la BlueCo, società di Todd
Boehly, sia con-proprietaria, con formulazioni diverse, sia del Chelsea che
dello Strasburgo. Quindi, quello del manager inglese lo si può considerare a
tutti gli effetti un “trasferimento in casa”.
Quanto alla figura di Rosenior, non è solo un allenatore ed ex-calciatore. Negli
ultimi anni si è infatti distinto come valido columnist del Guardian. Non ci è
dato sapere se riprenderà in mano questa passione che lo ha portato anche oltre
i confini del calcio, nonostante il ‘main topic’ della sua attività da
editorialista fosse quello. Nei suoi articoli ha trattato, con intuizioni
avanguardistiche, dell’evoluzione del calcio dopo il Var, dei metodi per
permettere un riposo più sano ai calciatori, dei riferimenti che avrebbe
mostrato ai calciatori una volta intrapresa la carriera da allenatore. “Michael
Carrick, centrocampista astuto e sottovalutato”, titola uno dei suoi pezzi più
letti. O ancora “Perché qualche giorno al sole può essere può essere cruciale
per la parte finale della stagione”, descrivendo scientificamente i benefici
della vitamina D per il recupero delle energie degli atleti. Tralasciando il
pallone, Rosenior ha voluto dire la sua anche in occasione della morte di George
Floyd nel luglio del 2020 e di tutte le proteste che ne sono conseguite, che
hanno visto il presidente Donald Trump, allora alla fine del suo primo mandato,
protagonista di una forte repressione e scherno. Il pezzo è una lettera aperta a
Trump che esordisce così: “Lei è il motivo per cui le mie figlie – cittadine
statunitensi – mi chiedono: ‘Perché il Presidente odia le persone di colore?’
Lei è il catalizzatore per le generazioni future affinché possano produrre un
cambiamento duraturo, non solo nel suo paese ormai corrotto e corrosivo, ma in
tutto il mondo, incluso qui nel Regno Unito. Riflette perfettamente le opinioni
e l’ideologia di un gruppo di persone che dobbiamo superare e che supereremo”.
Il passaggio del coach-columnist dalla Ligue1 alla Premier League non è stato
preso come un normale e ben riuscito affare del mercato invernale, almeno in
Francia. Non sono mancate le polemiche e le preoccupazioni dei tifosi dello
Strasburgo e degli appassionati del calcio francese riassunte dall’Equipe in
poche righe: “Per la BlueCo lo Strasburgo è diventato l’ingranaggio
interscambiabile di una multinazionale che non si preoccupa della propria
identità – e ancora – Rosenior era l’unico che rappresentava la stabilità per
questo club, ma di quello a loro non interessa”. Insomma, l’accusa viene mossa
contro le multiproprietà che scambiano allenatori come pedine e ciò avviene
quasi sempre a favore dei colossi del calcio inglese, il più oneroso e
importante al mondo. Ora toccherà a Rosenior dimostrare di non essere solo una
pedina, ma di sapersi caricare il Chelsea sulle spalle, anche perché ha firmato
un contratto fino al 2032, a dimostrazione di come Boehly creda molto in questa
scelta.
L'articolo Gli articoli contro Trump e sui benefici del sole per i calciatori:
chi è Liam Roseinor, l’intellettuale nuovo allenatore del Chelsea proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Maledetto United. Ma forse meglio, senza offesa ci mancherebbe, “maledetto”
Ferguson: dopo di lui il diluvio, come dimostra l’esonero di Ruben Amorim,
annunciato in una Manchester paralizzata dal gelo e dalla neve. Via il tecnico
portoghese dopo quattordici mesi di passione e di delusioni, avanti un altro.
Ennesimo ribaltone di un club che, dall’addio del 2013 di Sir Alex, l’uomo che
regnò per 26 anni e portò i Red Devils in cima al mondo, non ha mai trovato
pace.
Amorim è stato cucinato a dovere dai risultati deludenti – lo United è sesto in
Premier -, dalla sua testardaggine, dalla rottura dei rapporti con il direttore
sportivo Jason Vilcox, dalla contestazione dei tifosi e dalle parole di sfida
rivolte alla dirigenza dopo l’1-1 con il Leeds (“sono venuto qui per fare il
manager, non semplicemente l’allenatore. So benissimo di non essere Conte,
Mourinho o Tuchel, ma sono fatto così e non cambierò nei diciotto mesi che
restano del mio contratto. Io, di sicuro, non mi dimetto”).
Anche il fuoco amico dei grandi ex dello United ha contribuito ad affondare il
portoghese, strappato allo Sporting Lisbona nel novembre 2024. Sono le vedove
inconsolabili di Alex Ferguson e della belle époque di un ventennio di successi,
espressione della rivincita di una città grigia come il suo cielo, protagonista
di battaglie sindacali ai tempi della rivoluzione industriale e in cui il
calcio, oggi, è un’icona della modernità. In mancanza di reliquie, a parte
qualche rudere del periodo mancuniano, lo stadio Old Trafford è uno dei siti più
visitati dai turisti. Pensa te.
Lo spirito di Ferguson, si diceva. Il santone scozzese chiuse la sua avventura
in panchina nel maggio 2013. Viaggiava verso i 72 anni e disse basta dopo un
quarto di secolo memorabile: 13 Premier, 5 Fa Cup, 4 coppe di Lega, 10 Community
Shield, 2 Champions, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Mondiale per club, 1
Supercoppa Uefa, 1 Coppa delle Coppe. Dall’alto di questa sala dei trofei, e
anche della sua forza decisionale, Ferguson impose il nome dell’erede: David
Moyes, un altro scozzese.
Durò poco: otto mesi e via, travolto dall’eredità ingombrante e dalla difficoltà
nella gestione di uno spogliatoio di califfi. Dopo l’interim di Ryan Giggs,
toccò all’olandese Louis Van Gaal, altro personaggio rigido: due stagioni e una
FA Cup mostrata sul tavolo della sala stampa a fine corsa, per sbatterla in
faccia ai giornalisti inglesi e tanti saluti anche a lui.
Nel 2016 lo sbarco di José Mourinho, il nemico dei tempi in cui Chelsea e
Manchester United si contendevano il primato d’Inghilterra. Con lo Special One,
arrivarono l’Europa League – ultimo trofeo internazionale finito nella bacheca
dei Red Devils – e una Coppa di Lega, ma nel dicembre 2018, anche il portoghese
di Setùbal fu messo alla porta, sostituito da Ole Solskjaer, l’uomo che
nell’epico ribaltone della finale di Champions League del 1999, contro il Bayern
Monaco a Barcellona, aveva consegnato la coppa ai Red Devils.
Il norvegese, sostenuto a spada tratta dai suoi ex compagni e da buona parte dei
media, restò al timone fino al 2021. Messo alla porta il buon Ole, ci fu
l’interim di Carrick – altro ex – e la breve parentesi del tedesco Ralf
Rangnick. Nel 2022, l’investitura di Erik Ten Hag, altro personaggio rigido come
una giornata d’inverno siberiano. Con l’olandese svolazzante, grandi
investimenti e il magro raccolto di una FA Cup e di una Coppa di lega: troppo
poco per le ambizioni del nuovo azionista di peso, il miliardario britannico Jim
Ratcliffe (possiede il 28,94% del club, il restante 71,06% è nelle mani della
famiglia statunitense Glazer, da sempre detestata dai tifosi).
Il terzo interim di questi dodici anni di passione fu affidato all’ex bomber
Ruud Van Nistelrooy e poi, via libera al progetto Amorim. Quattordici mesi di
tormenti, segnati dal ko nella finale di Europa League contro il Tottenham e da
risultati scadenti: in 63 partite, l’ex tecnico dello Sporting Lisbona ha
raccolto 24 successi, 18 pareggi e 21 sconfitte, media-vittorie 38,1. Numeri da
lotta per non retrocedere, non per riportare in alto un grande club come lo
United.
La squadra, in vista della partita di Premier contro il Burnley (7 gennaio), è
stata affidata allo scozzese Darren Fletcher, attuale coach dell’Under 18, ma è
già partito, ovvio, il casting per la nuova guida. Circola il nome di Enzo
Maresca, fresco di esonero al Chelsea, ma il favorito, per gli scommettitori, è
l’austriaco Oliver Glasner, che ha condotto il Crystal Palace al trionfo in FA
Cup nella finale 2025 contro il Manchester City e poi alla conquista della
Community Shield, nella partitissima contro il Liverpool.
Mauricio Pochettino (ct degli Usa) e l’ex tecnico della nazionale inglese Gareth
Southgate sono gli altri personaggi in pista. Chiunque sia, dovrà fare i conti
con un ambiente devastato, con un gruppo di giocatori in confusione e,
soprattutto, con la maledizione di Alex Ferguson. Dopo di lui, presenza fissa in
tribuna anche se il club tempo fa lo ha messo alla porta, il diluvio.
L'articolo La maledizione di Ferguson e il caos United: tredici anni, dieci
allenatori. Chi sarà il prossimo? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo sguardo al solito severo di Tiv Amokachi si riempie di dolcezza, in quel
capodanno del 1973, prendendo in braccio il piccolo Daniel, nato da pochi
giorni. Tiv è un militare e vive a Kaduna, nord della Nigeria, la sua vita è
stata dura e per i figli desidererebbe altro: sa che l’unico modo per
garantirgli “l’altro” è farli studiare. Un college privato dunque, che però
costa tanto, e allora Tiv Amokachi investe nel mattone: costruisce una sorta di
residence privato a Kaduna, con 18 inquilini paganti, percependo gli affitti che
finanzieranno l’educazione dei figli. Oltre al buon risultato economico però c’è
anche un discreto casino, e infatti i primi ricordi di Daniel sono musicali:
“Tra Bob Marley, i Boney M. il gospel e gli inni: noi africani amiamo molto la
musica”, raccontava Daniel.
Ingegnere, medico, avvocato, sono i sogni del papà, ma Daniel quando è al
Government College capisce che è più portato per il calcio. È strutturato,
veloce e potente, perciò si guadagna quasi subito il soprannome de “Il toro”, e
già a 16 anni è nei Ranchers Beers, una squadra locale di Kaduna. Lo nota
Clemens Westerhof, belga e all’epoca ct della Nigeria che incurante del fatto
che abbia solo 16 anni lo convoca in nazionale, portandolo anche in Coppa
d’Africa nel 1990, con la Nigeria che arriva seconda, perdendo per uno a zero la
finale contro l’Algeria, paese organizzatore. Ha solo diciassette anni quando
passa al Bruges: i dirigenti raccontano che inizialmente sembrava più un atleta
che un calciatore, visto che aveva potenza enorme ma movimenti più istintivi che
tattici, mentre Daniel ricorda lo shock del freddo: “Correvo, correvo, ma non mi
sentivo più le gambe”. Ne nasce qualche equivoco: Daniel tende a “imbalsamarsi”
di vestiti quando deve scendere in campo, con lo staff del Bruges che deve
convincerlo a togliere qualcosa per evitare impacci.
Al netto dell’adattamento difficile, Daniel resta indissolubilmente nella storia
del club e anche del calcio europeo: nel 1992, anno del debutto della prima
Champions League, il primo gol in assoluto della fase a gironi è il suo.
Ovviamente è un perno importantissimo delle Super Eagles al mondiale del 1994,
con la Nigeria che si classifica prima nel difficile girone con Argentina,
Bulgaria e Grecia, anche grazie ai due gol messi a segno da Daniel contro
Bulgaria e Grecia. Prestazioni che gli valgono il passaggio all’Everton per la
cifra record di 3 milioni di sterline: anche qui l’inizio non è granché, ma non
solo per sue responsabilità, con la squadra che in campionato arriva
quindicesima. Ma a sorpresa i Toffees vincono l’Fa Cup, e in quel trionfo Daniel
c’entra eccome: in semifinale c’è il Tottenham di Sheringham e Klinsmann e
proprio il tedesco accorcia le distanze dopo che i toffees erano andati in
vantaggio per due a zero. Un gol che galvanizza il Tottenham ovviamente,
tantopiù che i blu devono anche rinunciare all’attaccante titolare Paul Rideout
per infortunio.
A quel punto Amokachi ha un lampo di genio: va dall’assistente dell’allenatore
Joe Royle e gli dice che il mister ha chiamato il cambio. È una bugia, ma
evidentemente raccontata meglio rispetto a quel che farà West con Lippi anni
dopo, e infatti l’assistente ci casca: entra Amokachi per Rideout. L’allenatore
a quel punto è furioso, ma ormai Daniel è in campo… e fa pure una doppietta che
manda l’Everton in finale. Royle negli spogliatoi lo abbraccia, ma lo avverte:
“‘But you ever try that shit again and you’ll be finished’. Oggi il mister
scherzando dice: “È il miglior cambio che abbia mai fatto in carriera”. Dopo
Wembley, però, il calcio ricorda a Daniel Amokachi che la gloria non è mai una
linea retta. L’Everton che vince la FA Cup non è la stessa squadra che
costruisce il futuro: gli infortuni iniziano a bussare con insistenza, il
ginocchio fa male, il fisico che per anni è stato un’arma diventa un confine. La
Premier corre veloce, e Daniel — che non è mai stato un attaccante di cesello ma
di esplosione — paga più di altri il logorio.
Nel 1996 accetta la Turchia e il Beşiktaş, dove ritrova centralità, rispetto e
un calcio più adatto alla sua natura. Vince ancora, segna, trascina, diventa
idolo anche a Istanbul, ma il corpo continua a presentare il conto. Al Mondiale
del 1998 c’è, ma non è più il toro scatenato di quattro anni prima. La Nigeria
esce agli ottavi contro la Danimarca, e quello sembra il segnale definitivo: il
grande palcoscenico sta scivolando via. Negli ultimi anni da calciatore Amokachi
gira, prova, resiste. Fallisce visite mediche, si ferma più volte, capisce che
il talento può tutto, ma non può fermare il tempo. Si ritira in silenzio, senza
annunci solenni, come fanno quelli che hanno dato molto e non sentono il bisogno
di spiegarsi. Eppure Daniel Amokachi non se ne va mai davvero dal calcio. Resta.
Allena, insegna, osserva. Torna in Nigeria per restituire qualcosa a quel Paese
che lo aveva lanciato ragazzo. Diventa commissario tecnico ad interim delle
Super Eagles, lavora con i giovani, ripete sempre la stessa frase: “Il talento
non basta. Senza disciplina, non dura”. È la voce di Tiv che parla ancora.
Fuori dal campo Amokachi resta una figura curiosa: ex modello, vita cosmopolita,
un jet privato venduto perché “la libertà non deve diventare una gabbia”.
Profondamente religioso, convinto che il calcio sia stato solo il mezzo e non il
fine. Quando racconta la sua carriera, non parla quasi mai dei gol più belli, ma
delle persone incontrate e dei luoghi che lo hanno cambiato. Sul suo profilo
WhatsApp infatti c’è una foto in bianco e nero di un uomo serio con un copricapo
militare. Nel suo stato, un semplice messaggio: “Sarai sempre dentro di me”.
L'articolo Ti ricordi… Daniel Amokachi, quando il mondo scoprì lo strapotere
fisico del calcio africano proviene da Il Fatto Quotidiano.
I botti di Capodanno al Chelsea sono partiti con mezza giornata di ritardo: un
comunicato diramato alle 12.15 orario di Londra ha infatti reso pubblica la
separazione “di comune accordo” dei Blues da Enzo Maresca. Un addio annunciato,
dopo settimane di tensioni e un dicembre complicato sul piano dei risultati (2
vittorie, 3 pareggi e 3 sconfitte), ma soprattutto dopo le dichiarazioni
rilasciate dal tecnico italiano il 13 dicembre a botta calda dopo il 2-0
sull’Everton (“prima di questa gara ho trascorso le quarantotto ore peggiori
alla guida di questa squadra”). Parole che avevano come destinatari i dirigenti
del club, in particolare il co-proprietario Behdad Eghbali. Maresca, 45 anni,
era in carica dall’estate 2024 e si era legato al Chelsea fino al 2029. Nella
sua prima stagione al timone dei Blues, ha riportato la squadra in Champions, ha
vinto la Conference League e ha trionfato al mondiale per club. Successi che non
solo hanno arricchito la bacheca, ma hanno portato nelle casse almeno 150
milioni di euro. Non solo: il lavoro di Maresca ha prodotto la valorizzazione di
una rosa – la stima attuale, fonte Transfermarkt, è di 1,18 miliardi di euro –
che vanta una media-età di 23,7 anni e ha dato un’impennata importante al
settore commerciale, grazie al boom nel mercato statunitense. Un motivo di
orgoglio per la proprietà a stelle e strisce dei Blues. Maresca, che ha
abbandonato l’agenzia Wasserman e viene ora gestito da Jorge Mendes, saluta il
Chelsea dopo 92 partite: il bilancio è di 55 vittorie, 16 pareggi e 21
sconfitte. La percentuale di successi è 59,8%, la settima migliore tra gli
allenatori dei Blues in Premier League.
Il rapporto con la dirigenza ha iniziato a deteriorarsi dopo l’estate, ma, in
realtà, Maresca ha sempre dovuto fare i conti con le frequenti intromissioni nel
suo lavoro, in particolare sulla gestione dei giocatori e sul minutaggio
concesso a una rosa consistente. L’allenatore italiano si è sempre opposto,
trovando l’appoggio da parte dei calciatori: il primo a salutarlo, sui social, è
stato lo spagnolo Cucurella. L’infortunio di Cole Palmer, il migliore della
truppa – la valutazione del suo cartellino è di 120 milioni di euro -, ha
complicato ulteriormente lo scenario. Decisivo nel mondiale americano, Palmer ha
finora giocato appena 459 minuti, per un totale di 8 presenze. Il comunicato del
Chelsea è un capolavoro di diplomazia: “Con obiettivi chiave ancora da
raggiungere in quattro competizioni, tra cui la qualificazione alla Champions
League, Enzo e il club ritengono che un cambiamento dia alla squadra rappresenti
la migliore possibilità di rimettere in carreggiata la stagione”. Tutto questo
alla vigilia della trasferta del 4 gennaio in casa Manchester City, club
indicato nei rumors inglesi come prossima destinazione di Maresca dopo l’addio
di Pep Guardiola.
Il Chelsea sarà guidato all’Etihad da un tecnico ad interim: potrebbe trattarsi
dell’ex portiere argentino Willy Caballero. Nella rosa dei nomi del possibile
erede di Maresca, spicca quello di Francesco Farioli, assoluto dominatore della
scena in Portogallo: il Porto guida il campionato con 46 punti – 15 successi e 1
pareggio – ed è protagonista nelle coppe nazionali e internazionali. E’ stato il
Telegraph a suggerire il nome di Farioli: questo giornale ha da sempre un
rapporto privilegiato con la dirigenza Blues. Per strappare Farioli ai Dragoni
bisogna però pagare una clausola di rescissione di 15 milioni e non va
sottovalutato un altro aspetto: lasciare un programma ben avviato come quello
del Porto, per imbarcarsi un’avventura in cui è già chiaro che bisognerà fare i
conti con una dirigenza ingombrante, appare un rischio. Gli altri coach in pista
sono Liam Rosenior (Strasburgo), Andoni Iraola (Bournemouth) e Oliver Glasner
(Crystal Palace). Il prescelto avrà la soddisfazione di guidare un club di
prestigio, ma anche lunatico e invadente. A Maresca sarebbe stata rimproverata
anche la partecipazione al Festival di Trento della Gazzetta dello Sport, in cui
rilasciò un’intervista: avrebbe fatto di testa sua, scrive il sito della BBC,
senza chiedere il permesso al club.
L'articolo Enzo Maresca dà l’addio al Chelsea: dopo i trionfi in Conference e al
Mondiale per club, decisive le tensioni con la dirigenza proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Andy Carroll, ex attaccante della nazionale inglese con un lungo passato in
Premier League, è il calciatore arrestato nell’aprile 2025 all’aeroporto
londinese di Stansted mentre rientrava in Inghilterra con un volo low cost. Il
suo nome non era stato inizialmente reso noto per ragioni legali, ma ora che
l’accusa è stata formalizzata la polizia ha potuto identificarlo pubblicamente.
Carroll rischia fino a cinque anni di prigione.
A chiarire i contorni della vicenda è stata la polizia dell’Essex, che ha
confermato l’arresto: “Un uomo è stato arrestato per aver violato un ordine
restrittivo. Si chiama Andrew Carroll, ha 36 anni, è stato arrestato il 27
aprile per accuse derivanti da un incidente dello scorso marzo”. Per motivi
legali non sono stati diffusi ulteriori dettagli sull’episodio contestato, che
sarà comunque decisivo per stabilire un’eventuale pena detentiva.
Secondo quanto ricostruito, Carroll era stato fermato al controllo passaporti
dell’aeroporto di Stansted al rientro dalla Francia, dove nella stagione
precedente aveva giocato in Ligue 2 con l’Amiens. Gli agenti lo avevano fatto
uscire dalla fila, trattenuto brevemente e poi arrestato davanti a numerosi
passeggeri, molti dei quali lo avevano riconosciuto. Un arresto che aveva
attirato grande attenzione in uno scalo particolarmente affollato.
La polizia ha inoltre precisato che Carroll dovrà comparire davanti al tribunale
dei magistrati di Chelmsford il 30 dicembre prossimo. L’accusa riguarda la
violazione di un “ordine di non molestia“, un provvedimento civile che vieta di
avvicinarsi a una persona o a un luogo specifico e che, se infranto, può portare
a conseguenze penali fino al carcere.
In carriera Carroll ha disputato 248 partite in Premier League segnando 54 gol,
vestendo le maglie di Newcastle, Liverpool e West Ham. Con l’Inghilterra ha
collezionato nove presenze, segnando anche a Euro 2012. In questa stagione gioca
nel Dagenham & Redbridge, nella sesta serie inglese.
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arrestato in aeroporto a Londra. Rischia fino a 5 anni di carcere proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Manchester United-Newcastle sarà l’unico match del Boxing Day, la tradizionale
giornata di campionato della Premier League che si gioca oggi, nel giorno di
Santo Stefano. Un classico delle festività per i tifosi inglesi, che quest’anno
resteranno quasi a digiuno di calcio. Inevitabili le polemiche degli
appassionati, ma la scelta è stata anche oggetto di una interpellanza
parlamentare. Perché rompere con la tradizione del Boxing Day? La risposta è
arrivata a stretto giro.
La causa di questa scelta va ricercata nella espansione delle coppe europee che
hanno ridotto gli slot in calendario, ma anche in una modifica più ampia che ha
coinvolto la FA cup. Secondo la Premier League, insomma, non c’erano altre vie
di uscita, date alla mano. E quindi questa giornata, con Santo Stefano che cade
di venerdì, sarà identica a quelle tradizionali: un anticipo, Manchester
United-Newcastle, mentre il resto del campionato si gioca tra sabato 27 (7
partite) e domenica 28 (le restanti 2 gare).
La Premier League ha quindi assicurato che questa decisione è solo dovuta a
contingenze e coincidenze del calendario. Il prossimo anno, quando il 26
dicembre cadrà di sabato, il Boxing Day tornerà a offrire un menù ricco tanto
quanto le portate del pranzo natalizio.
Intanto però un Boxing Day così scarno di partite non si registrava dal 1982. Un
record negativo per una tradizione che risale agli arbori del calcio, nel
19esimo secolo: dalle prime due partite del 1888 a Manchester United-Newcastle
di oggi. Il filo con la storia non si è rotto, ma un calendario sempre più
affollato di partite sta sfibrando anche una delle realtà più solide del
football.
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polemica in Inghilterra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Solo 5 gol in tutte le competizioni, tre panchine consecutive, il litigio con
Slot, le dichiarazioni e l’esclusione contro l’Inter. L’inizio di stagione di
Mohamed Salah è stato decisamente da dimenticare. L’attaccante egiziano – reduce
da un 2024/25 a livelli altissimi con 29 gol solo in Premier League – è al
momento un separato in casa Liverpool e la situazione non sembra risolvibile
nell’immediato.
Storia che ha fatto il giro del mondo ed è stata commentata da tanti, compresi
alcuni illustri ex calciatori. Tra questi c’è Marco Van Basten, che negli studi
di Ziggo Sport e in occasione della due giorni dedicata alla sesta giornata
della fase campionato di Champions League, ha dichiarato: “Se questa è la sua
reazione alle panchine, ha il cervello di un insetto. L’anno scorso ha fatto una
stagione eccezionale, ma quest’anno fin qui non è stato all’altezza”, ha
esordito Van Basten.
L’ex attaccante di Milan e Olanda ha poi proseguito: “Il suo rendimento non è
stato certo dei migliori negli ultimi mesi. Vedo Slot come una persona schietta
e onesta, che non si tira indietro di fronte al confronto e non parla mai alla
leggera. Salah, d’altra parte, ha iniziato ad attaccare l’uomo e a comportarsi
in modo inappropriato”, ha concluso Van Basten.
Nei giorni scorsi infatti Salah – dopo la terza panchina consecutiva in Premier
League – aveva dichiarato: “Ho detto più volte in passato di avere un buon
rapporto con l’allenatore e, all’improvviso, non c’è più alcun rapporto tra di
noi. Non so perché ma a me sembra chiaro che qualcuno non mi voglia più nel
club. Mi sento come se mi avessero gettato sotto un bus”, aveva dichiarato Salah
che poi ha concluso: “Ho fatto tanto per questo club, e ora mi ritrovo a dovermi
difendere da solo davanti a media e tifosi. Se fossi altrove, la società
proteggerebbe il suo miglior giocatore. Qui invece sembra che io sia diventato
il problema”.
L’allenatore Arne Slot non aveva gradito le dichiarazioni e aveva deciso di
escluderlo dal match contro l’Inter in Champions League, dichiarando: “Non mi
aspettavo quelle parole“. Adesso il caso continua a far parlare di sé: da capire
se ci sarà margine per ricucire il rapporto o già a gennaio Salah può partire.
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comportarsi in modo inappropriato”: Van Basten contro Salah proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ha una forza incredibile”. Parole quasi profetiche quelle pronunciate da
Luciano Spalletti il 3 dicembre del 2024. Il messaggio dell’allora ct azzurro
era rivolto a Marco Palestra, giovane in rampa di lancio che Gian Piero
Gasperini stava inserendo gradualmente nell’Atalanta. Un anno dopo, quel ragazzo
di vent’anni è una colonna del Cagliari di Fabio Pisacane e ha fatto ammattire
la difesa della Juventus, ora allenata dall’ex Napoli.
Quasi per uno gioco del destino, Palestra ha incantato proprio contro uno dei
primi allenatori che lo aveva notato. E se non è riuscito a farlo esordire con
la maglia dell’Italia, Luciano Spalletti sarebbe sicuramente contento di poterci
lavorare insieme alla Continassa. La Juventus spinge forte per l’esterno di
proprietà dell’Atalanta. Ma sul mercato si registra non soltanto l’interesse dei
bianconeri. I nerazzurri già si sfregano le mani per l’asta che potrebbe crearsi
in estate per l’ultimo grande gioiellino coltivato nel vivaio.
PRESTAZIONI DA TOP E SIRENE DI MERCATO
Recupero palla, attacco alla porta e palla dolce per Sebastiano Esposito
soltanto da spingere in rete. E ancora corsa e galoppate continue, che hanno
fatto di Filip Kostic il peggiore in campo in Juventus-Cagliari: la prestazione
di Palestra all’Allianz Stadium è stata incredibile. Ed è l’ennesima. Da inizio
stagione, il classe 2005 incanta con la maglia del Cagliari. Sono già tre gli
assist per lui.
Non solo corsa, ma anche personalità e piedi (educati): Palestra gioca largo a
destra e può svariare anche sull’out opposto. Moderno, insomma. Per la fortuna
di Pisacane che lo ha voluto fortemente in estate. Il Cagliari è riuscito a
prenderlo soltanto in prestito secco. E il suo futuro appare già delineato: a
fine stagione tornerà all’Atalanta. I nerazzurri lo hanno cresciuto e coccolato,
lanciandolo nel calcio dei grandi nel momento opportuno. “In un’altra società lo
avrebbero già buttato nella mischia, avrebbe fatto scalpore, invece loro lo
sanno dosare, lo sanno aspettare, sanno quando farlo esordire, lo tutelano,
sanno quando puntare su di lui”, aveva aggiunto l’ex ct Spalletti. Anche queste
parole, un anno dopo, acquistano ancor più rilevanza.
Palestra è soltanto l’ultimo gioiellino lanciato dai nerazzurri, che da diversi
anni ormai si confermano fucina di talenti. I club che seguono l’esterno sono
davvero tanti. La Juventus è in prima fila. I bianconeri ci avevano già provato
la scorsa estate, ma le richieste della Dea erano proibitive (25 milioni di
euro). Adesso alla lista delle pretendenti si sono aggiunti Napoli e Milan (con
gli azzurri che potrebbero vederlo da vicino nella sfida di Coppa Italia). Ma
anche in Premier League le attenzioni non mancano (e il pericolo di un Calafiori
bis è sempre dietro l’angolo). Per questo l’Atalanta potrebbe valutarne la
cessione in estate. Un sacrificio necessario per far cassa a suon di milioni. La
base d’asta è già importante: Palestra è valutato non meno di 35-40 milioni di
euro. E il prezzo, viste le prestazioni, è destinato a lievitare ancora.
GATTUSO E L’ITALIA LO ASPETTANO
Un altro spettatore interessato è sicuramente Gennaro Gattuso. Marco Palestra è
uno dei calciatori che il Commissario tecnico presto inserirà in pianta stabile
nelle rotazioni dell’Italia. Un altro piccolo barlume di speranza – dopo
Francesco Pio Esposito – per guardare al futuro con un piccolo di serenità,
anche se il presente è avvolto dall’ansia di un Mondiale da conquistare per
evitare l’ennesimo flop.
Marco Palestra corre in rossoblù e presto lo farà anche in azzurro. Lui che è
già certezza dell’Italia U21 di Silvio Baldini. Sempre in campo nelle sfide di
qualificazione agli Europei di categoria, Palestra ha saltato soltanto l’ultima
sfida con il Montenegro per squalifica. Anche con gli azzurrini non mancano gli
assist: sono già tre in otto partite. Numeri importanti in zona offensiva,
certezza in difesa: Palestra sembra nato pronto. Ora l’obiettivo è conquistare
la qualificazione agli europei del 2027 che, viste le prestazioni, difficilmente
giocherà. Il ventenne sembra destinato ad altri lidi, magari con una tournée
americana la prossima estate. Irlanda del Nord prima e poi Bosnia o Galles
permettendo.
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assist con il Cagliari, Palestra è nato pronto. Juventus, Napoli e Premier già
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