Non urlava mai. Entrava in campo come se stesse andando a una prima teatrale.
Mentre il calcio imparava a diventare rumoroso, sembrava restare volutamente
fuori dal tempo.
Era nato il 30 gennaio 1936, Can Bartu, detto il Synior, a Istanbul. Non una
città qualsiasi, ma una città che ti porta a convivere con più identità insieme.
Forse anche per questo Bartu non è mai stato una cosa sola. Non solo un
calciatore, non solo un attaccante, non solo un uomo di sport.
Prima del pallone, o almeno insieme al pallone, c’erano basket e pallanuoto.
Nazionale turca in tutte e tre le discipline. Oggi sembra fantascienza, allora
era semplicemente Can Bartu. Un atleta completo, nel senso letterale del
termine, quando lo sport permetteva ancora di essere curiosi prima che
specializzati.
Il Fenerbahçe non lo ha mai raccontato come una bandiera: lo ha sempre
considerato qualcosa di più simile a un tratto distintivo. Bartu giocava negli
anni Cinquanta, ma non aveva l’urgenza dell’eroe. Aveva il passo di chi sa
aspettare la giocata giusta. Attaccante sì, ma senza quella frenesia da gol che
spesso tradisce l’insicurezza. Guardava il campo come se lo stesse leggendo. Non
litigava con gli arbitri. Non cercava il contatto. Non provocava.
Da qui il soprannome, mai respinto: “il gentleman del calcio turco”. Che non era
una posa, ma un’abitudine. Poi c’è l’Italia. All’inizio degli anni Sessanta
Bartu arriva in Serie A, uno dei primi turchi a farlo davvero. Fiorentina, poi
Venezia e Lazio. A Firenze gioca con Hamrin e De Sisti, ma non sembra mai in
soggezione. La stampa lo osserva con curiosità: elegante, educato, più
interessato al gioco che al gesto spettacolare. Impara l’italiano senza farne
una questione identitaria. Resta turco senza mai doverlo rivendicare.
In quegli anni circola una voce insistente: il Real Madrid. Quello vero, quello
di Di Stéfano. L’interesse c’è, ma Bartu resta dov’è. Non per mancanza di
ambizione, ma per coerenza. In Turchia quella scelta diventa racconto popolare,
quasi una parabola: non tutto ciò che è più grande è anche più giusto. Si dice
che non sia mai stato espulso in carriera. Nessun archivio lo certifica davvero,
ma poco importa. È una di quelle verità che funzionano anche se non sono
dimostrabili, perché descrivono bene il personaggio. Bartu non ha mai avuto
bisogno dello scontro per esistere. Quando smette di giocare, non scompare.
Diventa commentatore televisivo, una presenza costante e rassicurante. In uno
studio sempre più incline al rumore, lui parla piano. Spiega. Contestualizza. A
volte sembra quasi fuori posto, ed è forse per questo che resta credibile. Non
cerca di vincere un dibattito, ma di capire il gioco. Quando muore, l’11 aprile
2019, il Fenerbahçe scrive: “Non abbiamo perso solo un ex calciatore, ma una
parte della nostra identità”. Non è una frase di circostanza. È il
riconoscimento di ciò che Bartu è stato davvero: non un’icona da museo, ma una
misura. Can Bartu è stato questo: uno che ti faceva pensare che si potesse stare
nel calcio senza alzare la voce. Uno che ti ricordava che il talento, se non è
accompagnato da stile, resta incompleto.
L'articolo Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il
Real Madrid per la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia è fuori dalle prime dieci società di calcio a livello mondiale per
ricavi, una classifica dominata da Spagna e Inghilterra. Per la prima volta, i
20 club con i maggiori ricavi del calcio mondiale hanno superato
complessivamente i 12 miliardi di euro di fatturato, secondo la 29esima edizione
della Football Money League pubblicata dal Deloitte Sports Business Group.
Questo risultato record segna un aumento dell’11% dei ricavi cumulati rispetto
alla stagione precedente, con le tre principali fonti di ricavo che hanno
raggiunto livelli mai registrati prima. Il Real Madrid conserva la leadership
della Money League, avendo generato ricavi prossimi a 1,2 miliardi di euro nella
stagione 2024/25. Seguono il Barcellona (975 milioni di euro) e il Bayern Monaco
(861 milioni di euro) sul podio, poi Paris Saint-Germain (837 milioni di euro),
Liverpool (836 milioni di euro) e altre cinque squadre inglesi: Manchester City,
Arsenal, Manchester United, Tottenham e Chelsea. A dimostrazione della potenza
della Premier League.
L’Inter, prima delle italiane, si piazza all’11esimo posto nella graduatoria
Deloitte Football Money League per la stagione 2024/2025, risalendo comunque
dalla 14esima posizione di quella precedente, con un fatturato pari a 537,5
milioni di euro. Per fare un raffronto, il dato risulta meno della metà di
quello della regina della graduatoria, il Real Madrid. Per trovare poi un
secondo club italiano, tocca scendere fino alla 15esima posizione dove, dalla
precedente 13esima, scivola il Milan. Nella scorsa stagione la società rossonera
ha incassato ricavi per 410,4 milioni di euro, quasi quattro volte in meno dei
Blancos. Un gradino più in basso, confermata alla 16esima posizione, c’è
l’ultima delle italiane nella top 20, la Juventus. Per i bianconeri i ricavi
sono stati pari a 401,7 milioni di euro. Fuori dalla top 20 c’è la Roma, al
26esimo con 216,3 milioni.
I ricavi commerciali valgono quasi metà del fatturato dei club della top 10
(48%), mentre scendono al 32% per quelli tra l’11esimo e il 20esimo posto. I
ricavi da stadio sono aumentati del 16%, diventando la voce in crescita più
rapida: 2,4 miliardi di euro, pari al 19% del totale. A spingere l’aumento hanno
contribuito miglioramenti dell’esperienza allo stadio e nuove forme di
monetizzazione, come le Personal Seat Licenses. I diritti televisivi sono
cresciuti del 10% e rappresentano il 38% dei ricavi complessivi, grazie
soprattutto alla nuova Fifa Club World Cup, che ha portato un +17% ai club
partecipanti. Secondo Tim Bridge (Deloitte), i club di vertice investono di più
per sviluppare entrate proprie, puntando su brand e stadi come asset centrali.
Sempre più strutture includono hotel, ristoranti e servizi per rendere lo stadio
un polo di intrattenimento attivo tutto l’anno.
L'articolo Il Real Madrid sfonda il miliardo, nessuna italiana nella top ten: la
nuova classifica mondiale dei ricavi dei club proviene da Il Fatto Quotidiano.
Xabi Alonso non è più l’allenatore del Real Madrid: al suo posto arriva Arbeloa,
tecnico del Real Madrid Castilla. La notizia era nell’aria, ma adesso è arrivata
l’ufficialità. A comunicarlo con una nota ufficiale è stato lo stesso club
madrileno, all’indomani della sconfitta in finale di Supercoppa di Spagna contro
il Barcellona. “Il Real Madrid C. F. comunica che, di comune accordo tra il club
e Xabi Alonso, si è deciso di interrompere il rapporto con l’allenatore della
prima squadra. Xabi Alonso avrà sempre l’affetto e l’ammirazione di tutto il
madridismo perché è una leggenda del Real Madrid e ha rappresentato in ogni
momento i valori del nostro club. Il Real Madrid sarà sempre la sua casa”, si
legge nella fase iniziale della nota.
L’allenatore paga i risultati altalenanti da inizio anno, da quando è salito
alla guida del club. Il Real Madrid si trova infatti al momento al secondo posto
nella Liga, a quattro punti di distanza dal Barcellona e, nonostante le ultime
vittorie, quella contro i rivali blaugrana in finale di Supercoppa è stata una
sconfitta pesante. Per quanto riguarda la Champions League, il Real si trova al
momento al settimo posto nella Group Phase, quindi tra le prime otto che
accedono alla fase successiva, ma la qualificazione diretta agli ottavi non è
per niente certa. Adesso i Blancos affronteranno Monaco e Benfica: per essere
certi di rimanere tra le prime otto dovranno ottenere sei punti.
Pochi minuti dopo l’esonero di Xabi Alonso, il Real ha comunicato che il nuovo
allenatore sarà Alvaro Arbeloa: “Il Real Madrid CF annuncia che Álvaro Arbeloa è
il nuovo allenatore della prima squadra. Álvaro Arbeloa è l’allenatore del
Castilla da giugno 2025 e ha trascorso tutta la sua carriera da allenatore nel
settore giovanile del Real Madrid dal 2020”, prima di ripercorrere la sua
carriera da calciatore all’interno dei Blancos.
L'articolo Xabi Alonso non è più l’allenatore del Real Madrid: clamoroso esonero
in casa Blancos. Al suo posto c’è Arbeloa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le sconfitte fanno sempre male, figurarsi in un club abituato a vincere – e
comandare – come il Real Madrid. Se poi il pugile che ti ha rifilato il colpo
del ko è il Barcellona, il nemico storico che ha trionfato 3-2 nella finale
della Supercoppa di Spagna giocata a Gedda, in Arabia Saudita, il dolore diventa
acuto e la medicina per curarlo può essere un rimedio forte: per un allenatore
sulla graticola come Xabi Alonso può rappresentare la spinta decisiva verso
l’addio. Ma sarà davvero così? In un sondaggio in rete sul quotidiano sportivo
Marca, la maggioranza sostiene che Alonso continuerà a stare sotto botta, ma non
si attendono, almeno per ora, decisioni estreme da parte del presidente
Florentino Perez. Il Real è stato in partita fino all’ultimo e questo è
sicuramente un punto a favore di Alonso. La doppietta di Raphinha è stata
letale, ma i Blancos se la sono giocata. La certezza è che hanno preso malissimo
la sconfitta. Incassate infatti le medaglie, i giocatori del Real non hanno
voluto celebrare i vincitori con la guardia d’onore. Sotto ordine di Mbappé,
sono rientrati negli spogliatoi. Il presidente del Barcellona, Joao Laporta,
perfido, ha commentato: “Mi sorprende che si siano comportati in quel modo.
Bisogna essere generosi e rispettosi anche quando si perde, ma capisco che
dev’essere stato un periodo davvero duro per loro”.
Dato al tecnico del Barça Hansi Flick quello che è di Hansi Flick – otto finali
in carriera, tutte vinte, compresa quella di Supercoppa nel 2025, contro il Real
di Carlo Ancelotti – e preso atto che secondo Laporta l’allenatore tedesco
“resterà con noi molti anni, è bravissimo”, resta, sospesa, la domanda che
accompagna lo squadrone di Madrid da almeno due mesi: quale futuro per Alonso?
Nella sfida contro il Barcellona, ha utilizzato un modulo modello albero di
Natale ancelottiano. Ha cercato di coprirsi bene le spalle, chiedendo alla
truppa di serrare i ranghi ed accorciare gli spazi. Ha mostrato, per una volta,
una duttilità sconosciuta. Il match è stato un botta e risposta fino al cazzotto
finale, quello rifilato da Raphinha al 73’. La terza rimonta non è riuscita ai
madridisti, ma il Barça ha dovuto soffrire per portare a casa il trofeo.
Xabi Alonso non è stato maltrattato dalla critica e questo lascia intendere che,
almeno per ora, non ci saranno scossoni al Real, dove però gli equilibri sono
sempre precari e basta poco per ritrovarsi nella polvere. Scrive il Pais,
quotidiano molto presente e influente nelle vicende madridiste: “C’è poco da
criticare a Xabi Alonso: il suo piano ha funzionato bene, fin dove ha potuto”.
La prestazione positiva di Vinicius è un altro punto a favore: il brasiliano ha
vissuto un momento difficile e pare in ripresa. Il nodo di fondo del Madrid è un
equivoco irrisolto da due stagioni: manca ancora un sostituto dopo l’addio,
pesantissimo, di Toni Kroos. Il tedesco, miglior uomo assist del Real nel
campionato 2023-2024, era l’uomo che legava il gioco. L’addio successivo di Luka
Modric ha impoverito ulteriormente un centrocampo dove ci sono molti muscoli, ma
poco pensiero libero.
Xabi continua – per ora – il suo giro di giostra, mentre a Barcellona
infieriscono. Mundo Deportivo parla di un Alonso “mourinhizzato”, che ha giocato
contro i blaugrana “pensando al controllo della marcatura e al motto “non
lasciamo che ci facciano male, avremo tempo per fargli male più tardi”. Alonso
ha modificato il suo solito piano di gioco contro il Barcellona di Lamine Yamal
nello stesso modo in cui accadde con Mourinho durante l’era Messi”.
Per un Alonso che resiste, c’è un Manchester United che continua a prendere
schiaffi, nonostante l’esonero dell’”integralista” Ruben Amorim. I Red Devils
sono già fuori dalla FA Cup: letale l’1-2 incassato all’Old Trafford con il
Brighton, vittorioso grazie allo splendido gol dell’ex Welbeck. Il club sta per
riportare alla base, come allenatore a tempo, l’ex centrocampista Michael
Carrick, che già ricoprì lo stesso ruolo per tre partite dopo l’esonero, nel
2021, di Solskjaer. Carrick, 44 anni, ha giocato 464 gare in tutte le
competizioni per lo United tra il 2006 e il 2018. È senza lavoro da quando è
stato licenziato dal Middlesbrough, club di Championship, lo scorso giugno, dopo
due anni e mezzo alla guida del Boro. Lo United sta vivendo una stagione
difficile: ha salutato le due coppe nazionali, FA Cup e quella di Lega, al primo
turno: non succedeva dal 1981-82. Fuori dall’Europa, è condannato a una stagione
di 40 partite, il minimo dal 1914-15.
In un fine settimana movimentato per le panchine europee, in cui il Chelsea ha
festeggiato l’esordio di Liam Rosenior con il 5-1 in casa del Charlton nel terzo
turno di FA Cup, il Porto ha annunciato il prolungamento del contratto di
Francesco Farioli, fino al 2028, con una clausola di rescissione da oltre 20
milioni. La stagione del tecnico italiano è stato finora un successone: 23
vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte, 57 gol segnati e 13 incassati in 27 match
ufficiali. Il Porto guida il campionato con 49 punti in 17 partite. Una sola
ics, contro il Benfica di Mourinho, prossimo avversario dei Dragoni nei quarti
della coppa di Portogallo. Il nuovo accordo, alla presenza del presidente
portista André Villas-Boas, è stato siglato in una splendida location: la
libreria Lello, una delle più antiche e spettacolari d’Europa.
L'articolo Il Real Madrid scricchiola: Xabi Alonso a rischio dopo il ko in
Supercoppa. E a Barcellona infieriscono proviene da Il Fatto Quotidiano.
Real Madrid–Atletico Madrid non è e non sarà mai una partita come tutte le
altre. Qualora servisse una conferma, è arrivata da Diego Simeone – allenatore
dell’Atletico – e Vinicius jr, esterno dei Blancos. Nel corso della semifinale
di Supercoppa di Spagna – finita 1-2 per il Real Madrid con gol di Valverde e
Rodrygo, Sorloth per l’Atletico – a prendersi la scena è stata la discussione
tra Simeone e Vinicius, cominciata nel primo tempo.
Durante un’azione vicino alla linea laterale, Vinicius si trovava a due passi
dalla panchina di Simeone. Secondo la ricostruzione di diversi media spagnoli,
il tecnico argentino si è avvicinato e – secondo quanto riportato dai
bordocampisti – ha rivolto delle parole significative all’attaccante dei
Blancos. “Florentino Perez ti manderà via, ricorda ciò che ti dico”, ha
esclamato Simeone mentre Vinicius chiedeva un intervento arbitrale a suo favore
per un episodio di campo.
Vinicius si è girato e ha incrociato lo sguardo di Simeone in maniera non
proprio amichevole, prima di riprendere nuovamente a giocare. Gli animi sono
tornati a scaldarsi all’81esimo, quando Vinicius è stato sostituito da Xabi
Alonso: Simeone si è avvicinato e gli ha detto altro, chiedendogli di ascoltare
la reazione del pubblico (che intanto lo stava fischiando). “Ascolta“, ha detto
l’argentino, scatenando la reazione di Vinicius.
A quel punto la situazione davanti alle due panchine stava per degenerare e il
tutto si è concluso con una doppia ammonizione: il direttore di gara ha estratto
il cartellino giallo sia nei confronti del tecnico dell’Atletico Madrid, che per
l’attaccante brasiliano del Real. Discussione che si è protratta anche nel post
gara, con Vinicius jr che ha commentato un post di Fabrizio Romano con un
significativo: “Has perdido otra eliminatorias“. “Ha perso un’altra volta in una
gara a eliminazione diretta”.
Una provocazione al tecnico argentino, che in conferenza stampa però ha glissato
sull’argomento: “Non ricordo cosa io gli abbia detto, ho la memoria corta”.
Parole che non sono piaciute invece a Xabi Alonso, che ha dichiarato: “Prima di
tutto, cerco di essere rispettoso dei giocatori avversari, e di solito non parlo
con loro. Quando ho letto e sentito quello che gli ha detto, mi è piaciuto
ancora di meno. Quello che ha detto non è stato esattamente sportivo, e per me
non tutto è accettabile. Bisogna rispettare l’avversario, e tutto ciò che accade
in campo ha i suoi limiti”, ha spiegato il tecnico madrileno.
L'articolo Simeone provoca Vinicius e scoppia il caos: cosa è successo in
Real-Atletico proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ha le qualità di Raul”. Così, lo scorso luglio, Xabi Alonso esaltava un
giovanissimo Gonzalo Garcia. A ventuno anni appena compiuti, l’attaccante
spagnolo è stato aggregato in prima squadra per il Mondiale per Club. E non si è
trattato di una semplice vacanza: Garcia ha segnato 4 gol, tra cui quello che ha
eliminato la Juventus negli ottavi di finale.
Un biglietto da visita mondiale per un giovanissimo, che in Spagna era già molto
conosciuto: dopo 25 gol in campionato con il Real Madrid Castilla, il ventunenne
era spesso utilizzato anche in prima squadra. Adesso, soltanto qualche mese più
tardi, Gonzalo Garcia potrebbe finire in Serie A. La Juventus lo ha messo nel
mirino per il calciomercato invernale e piace molto: potrebbe essere lui il vice
Kenan Yildiz.
CHI È GONZALO GARCIA
Gol, tanti, e personalità: sono questi i tratti distintivi di Gonzalo Garcia.
Ventuno anni compiuti lo scorso marzo ma già tra i grandi campioni. La fiducia
del Real Madrid per l’ultimo gioiello della sua Cantera è tanta e in estate si
pensava già di affidargli la camiseta numero 9. Poi, per evitare ulteriori
pressioni, si è optato per un più ‘semplice’ 16.
Lo spagnolo è nato con la maglia del Real Madrid cucita addosso grazie al padre,
grande tifoso madrileno. Il 2014 è stato l’anno della svolta. A maggio esultava
per la vittoria della decima Champions League (con Ancelotti in panchina) e
qualche mese dopo iniziava il suo percorso a Valdebebas. “È un 10”, raccontavano
di lui nella Ciudad Blanca. Il feeling col gol però era evidente, tanto da avere
movenze e capacità da 9 vecchia scuola.
La consacrazione, poi, è avvenuta nel segno di due numeri 7. Nella scorsa
stagione, Gonzalo Garcia guidava l’attacco del Castilla, con Raul in panchina.
Punta, esterno destro ed esterno sinistro: il ragazzino aveva licenza di
muoversi liberamente. E far male: 25 gol in 36 partite. Numeri impressionanti
che lo hanno catapultato anche in prima squadra. Quasi per un gioco del destino,
ha (ri)trovato Carlo Ancelotti, dieci anni dopo la gioia immensa della vittoria
della (prima) UEFA Champions League da giovane tifoso. Gonzalo Garcia ci ha
messo pochissimo per prendersi la scena: soltanto otto minuti dopo l’esordio, ha
trovato il gol-vittoria nei quarti di finale di Copa del Rey contro il Leganes.
Prima il colpo di testa vincente su assist di Brahim Diaz, poi l’esultanza con
il ‘Sium’: lo spagnolo ha esultato nel segno del suo modello. “È il mio idolo,
il mio punto di riferimento”, aveva dichiarato a fine partita. Era il 5 febbraio
2023 (tra l’altro proprio il giorno di nascita del portoghese). Da lì, Gonzalo
Garcia è stato utilizzato per qualche altro spezzone, ma abbastanza da
guadagnarsi la convocazione al Mondiale per Club. Quattro gol in sei partite e
la benedizione anche di Xabi Alonso. Una strada tracciata, insomma. Quest’anno,
però, lo spazio in attacco è poco. Per il momento, sono soltanto diciassette le
presenze (due da titolare) e nessun gol. E così la Juventus ci pensa.
VICE YILDIZ E OPERAZIONE ALLA MORATA
Gennaio è il mese delle opportunità e Gonzalo Garcia potrebbe esserlo per la
Juventus. Evitare spese eccessive per il grande sogno estivo, Sandro Tonali, ma
migliorare la rosa per conquistare il quarto posto: un compito non facile per il
nuovo direttore sportivo Ottolini. Così il ventunenne è finito nel mirino del
club bianconero.
Gonzalo Garcia piace tanto ma, per il momento, non è ancora partita nessuna
trattativa. Dopo aver spedito in prestito Endrick al Lione, la Juventus dovrà
convincere il Real Madrid a cedere un’altra stellina. L’operazione non sarà
sicuramente facile ma i rapporti tra le parti sono buoni.
Si potrebbe ripetere un’operazione alla Morata di qualche stagione fa:
difficilmente i Blancos cedono a cuor leggero i prodotti della propria Cantera.
Così, potrebbero imbastire un’operazione in prestito con recompra e
contro-recompra. E Gonzalo Garcia potrebbe seguire altri canterani in Serie A,
come Nico Paz e Jacobo Ramon. Luciano Spalletti potrebbe così avere
un’alternativa per far rifiatare Kenan Yildiz, ma anche, all’occorrenza, una
punta. Presto sì, ma i bianconeri ci pensano.
L'articolo Il paragone col maestro Raul e l’esultanza alla CR7 nel giorno del
suo compleanno: chi è Gonzalo Garcia, l’attaccante che piace alla Juventus
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roberto Carlos, leggenda del Real Madrid e della nazionale brasiliana, è stato
sottoposto a un intervento chirurgico al cuore in un ospedale di San Paolo, in
Brasile, dopo che gli esami medici hanno rivelato un problema cardiaco. La
notizia è stata diffusa dal quotidiano spagnolo As. L’ex calciatore 52enne,
fuori pericolo, rimarrà sotto osservazione per alcune ore a scopo precauzionale
secondo le prime informazioni emerse.
Roberto Carlos – che ha anche un passato in Serie A con la maglia dell’Inter –
si era sottoposto a degli accertamenti a causa di un coagulo di sangue rilevato
nella gamba durante un controllo medico di routine. Dopo aver eseguito una
risonanza magnetica e altri esami, i medici hanno scoperto che il cuore non
funzionava correttamente, portando alla decisione di operarlo immediatamente.
L’operazione sarebbe dovuta durare 40 minuti, ma si è prolungata a quasi tre ore
a causa di una complicazione. As ha contattato anche l’entourage
dell’ambasciatore del Real Madrid, che ha tranquillizzato tutti i fan di uno dei
terzini più forti di sempre: “Ora sta bene”.
L'articolo Paura per Roberto Carlos: l’ex terzino del Brasile operato d’urgenza
al cuore. Come sta ora proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Paris Saint-Germain dovrà versare al suo ex attaccante Kylian Mbappé quasi 61
milioni di euro per bonus e stipendi non pagati dopo la scadenza del contratto
del giocatore nel 2024. Lo ha stabilito il Tribunale del lavoro di Parigi, che
ha invece respinto la richiesta di riclassificazione dei contratti a tempo
determinato in contratti a tempo indeterminato, così come la domanda di
risarcimento aggiuntivo pari a 263 milioni di euro avanzata dall’attaccante.
Rigettate integralmente anche le contro-richieste del Psg, che ammontavano a
circa 440 milioni di euro. “La sentenza conferma che gli impegni presi devono
essere onorati e riafferma una verità semplice: anche nel calcio
professionistico il diritto del lavoro si applica a tutti”, ha dichiarato il
team legale di Mbappé, come riportato da Le Parisien. Il club parigino non aveva
infatti pagato le ultime tre mensilità (aprile, maggio e giugno) al calciatore,
avvalendosi di un presunto patto verbale, dopo la sua decisione di trasferirsi
al Real Madrid.
Il patto prevedeva che il Psg non fosse tenuto al pagamento del salario mensile
del calciatore dal momento in cui avesse firmato per un’altra squadra a
parametro zero: è quanto accaduto per completare il suo passaggio al Real
Madrid. Secondo il campione francese, quell’accordo verbale ha perso qualsiasi
tipo di validità nel momento in cui il Psg avrebbe deciso di ridurre il suo
impiego in campo dopo aver annunciato l’addio al termine della stagione.
Kylian Mbappé non è sceso a compromessi con il club e ha respinto un’offerta da
parte della commissione legale Federcalcio francese perché ha ritenuto la
proposta “inutile”. Da lì la questione è finita nei tribunali: adesso il Psg
dovrà pagare quasi 61 milioni di euro al calciatore.
L'articolo Batosta per il Psg dal Tribunale del lavoro di Parigi: dovrà pagare
61 milioni di euro a Mbappé proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarebbe stato impossibile oggi fare quel gol: una decina di metri palla al piede
sulla trequarti avversaria, lento e indisturbato, con un bel destro però che si
infila alle spalle del portiere. Il Pisa vincerà 4 a 1 quella gara di
quarant’anni fa contro il Como, con il terzo gol in quella stagione di Wim
Kieft, centravanti olandese, intuizione di Romeo Anconetani, non la più felice
probabilmente. Nato il 12 novembre del 1962 ad Amsterdam Willem Corneliis
Nicolaas Kieft, detto semplicemente Wim cresce nell’Indische Buurt, quartiere
popolare nell’area orientale di Amsterdam, figlio di un operaio edile, in una
famiglia umile ma unita. Wim trascorre l’infanzia a giocare dove può, nei campi
e nelle piazze, finché entra nelle giovanili dell’Ajax di Cruijff, col papà che
quando va a vederlo giocare si siede dietro la porta. Ne vedrà pochi
inizialmente di gol papà Kieft: alto, muscoloso e non troppo tecnico Wim partirà
come difensore, salvo poi venir spostato centravanti cominciando anche a far
gol.
Gli piace far gol, anche se forse soffre ciò che il gol porta: aspettativa. Ne
farebbe volentieri a meno, continuando a giocare come nelle piazze di Amsterdam,
tanto che quando va agli allenamenti mentre i compagni si pavoneggiano lui
nasconde il logo dell’Ajax, per evitare che la gente gliene chieda conto. Di
fatto però i gol di Kieft “pesano”, tanto che a 17 anni diventa titolare, a 19
vince addirittura la Scarpa d’Oro con 32 gol nel campionato olandese. Anche
Joahn Cruijff spende parole al miele per Wim, tanto che il mercato lo considera
un oggetto del desiderio: lo vorrebbe il Real Madrid, ma negli anni ’80 il
fascino della Serie A è superiore, e di gran lunga, a qualsiasi altra cosa. Se
lo accaparra il Pisa dopo un mezzo giallo: quando sembra tutto fatto il
vicepresidente dell’Ajax rilascia un’intervista in cui assicura che Kieft non si
muoverà da Amsterdam, ma il presidentissimo Anconetani non è tipo da lasciarsi
prendere per la gola e assicura: “Domani sarà in città”.
Così è, con bagno di folla dei tifosi che sognano anche in virtù delle parole di
Cruijff, firma e ritorno in vacanza per l’attaccante olandese. L’inizio in campo
è promettente, con quattro gol segnati in Coppa Italia, ma in campionato stenta,
come il resto della squadra, guadagnandosi vista la sua scarsa mobilità in campo
l’appellativo di “Pennellone”. Il campionato si chiude con 3 gol di Kieft e col
Pisa in B, ma il presidente Anconetani non demorde e scommette ancora sul suo
centravanti, facendo bene: alla corte di Simoni segnerà 15 gol, contribuendo a
riportare i nerazzurri in Serie A. Più maturo e ormai ambientatosi in Toscana
Wim nella sua terza stagione fa meglio: 6 gol in Coppa Italia, 7 in campionato
uno in finale di Mitropa Cup, torneo che i nerazzurri si aggiudicheranno, ma
anche in questo caso la squadra retrocederà. Passerà al Torino di Radice,
facendo molto bene: tre gol nel girone di Coppa Italia che garantiranno la
qualificazione alla fase successiva ai granata, cinque gol nei primi due turni
di Coppa Uefa, contro Nantes e Raba Eto, cinque gol nelle prime giornate di
campionato…salvo poi infortunarsi gravemente, restando a lungo fuori, perdendo
la forma e ritrovandola solo a fine campionato quando segnerà altri tre gol.
Fu allora che per Wim cominciarono anche problemi di dipendenze, da alcol e
cocaina. Tornerà al Psv, vincendo la Coppa dei Campioni e un nuovo titolo di
Capocannoniere, vincendo anche l’Europeo dell’88, permettendo all’Olanda di
qualificarsi alla fase successiva con un gol all’Eire nell’ultima gara del
girone a 8 minuti dalla fine, quando lo zero a zero avrebbe qualificato
l’Irlanda. A carriera chiusa Wim farà i conti coi suoi demoni, mettendo a serio
rischio la sua salute, uscendone quando sarà chiamato dall’amico Fred Rutten a
collaborare nel Psv. È tornato a Pisa negli ultimi anni, apprezzando i tifosi a
cui non interessava sapere dei suoi problemi, ma solo ricordare i gol. Pisa lo
ha aspettato, lo ha fischiato, lo ha applaudito. E alla fine lo ha adottato.
Perché nel “Pennellone” c’era più dell’attaccante venuto dall’Olanda: c’era
l’uomo vero, fragile e testardo, capace di sbagliare e di rialzarsi. Come la sua
squadra.
L'articolo Ti ricordi… Wim Kieft e i suoi demoni nel Pisa romantico di Romeo
Anconetani proviene da Il Fatto Quotidiano.