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Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la connessione diretta al terrorismo?
di Alessia Manera Le indagini su persone e attivisti legati alla causa palestinese, cui sono seguiti 9 arresti e perquisizioni in tutta Italia nella giornata di sabato 27 dicembre, portano con sé alcune riflessioni imperative non tanto sulla vicenda in sé, ma sui presupposti politici e di diritto internazionale, in particolare rispetto a tre elementi: la fonte delle accuse, la storia dell’occupazione e del genocidio in Palestina, l’autodeterminazione dei processi di liberazione. Le fonti delle prove a carico degli arrestati (tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia) sono infatti provenienti prevalentemente dai servizi segreti e di sicurezza israeliani. In poche parole la magistratura di uno stato sovrano (o che si presume dovrebbe essere tale) ha spiccato mandati di arresto e perquisizione nei confronti di persone che avrebbero avuto legami economici con enti benefici a loro volta con legami con Hamas, e tutto questo a detta dello stesso stato che è indagato per crimini di guerra e genocidio dall’Onu e della Corte Penale Internazionale e che ha trattato come terroristi, detenendoli illegalmente, torturandoli e privandoli temporaneamente dei loro diritti, cittadini internazionali (tra cui anche italiane/i) colpevoli di aver portato aiuti umanitari. Secondo questa logica giudiziaria, che assume come buona la definizione israeliana di terrorista, chiunque di noi abbia partecipato alle manifestazioni di piazza contro il genocidio o abbia organizzato una cena a supporto delle spese della Flotilla potrebbe legittimamente aspettarsi una visita dell’antiterrorismo? Una prospettiva non così lontana, visto che da un fronte bipartisan stanno arrivando proposte di legge (una a firma Gasparri e l’altra Delrio) che equiparano l’antisionismo (e quindi la critica alle politiche colonialiste di Israele e ai suoi governi) all’antisemitismo, nel solco di quanto già accade in Gran Bretagna (dove supportare Palestine Action porta all’accusa di terrorismo – mentre supportare il genocidio no). Ma anche ammettendo che le accuse si rivelino corrette, che le associazioni benefiche cui sono arrivati i fondi siano davvero connesse ad Hamas, qual è la connessione diretta al terrorismo? Hamas nasce come movimento sociale religioso negli anni ‘80, dopo la prima Intifada, finanziata e sostenuta dallo stesso Israele e dall’asse anglosassone (Gran Bretagna e Stati Uniti) per creare una frattura all’interno della società e della politica palestinese, tradizionalmente laica e socialista. D’altronde, quegli stessi paesi finanziavano in quel periodo (e per i 30 anni successivi) la Fratellanza Musulmana, Al Qaida e tutti i movimenti integralisti sunniti in chiave antisovietica e anti-laicista/socialista/panarabista. Hamas si è quindi inserita fin dall’inizio in un progetto occidentale di destabilizzazione, al fine di continuare ad esercitare il potere coloniale occidentale attraverso Israele, che a sua volta si è configurato fin dalla sua nascita come parte integrante dell’Occidente e come esperimento di una nuova forma di colonialismo e suprematismo. Quando, dopo il fallimento degli accordi di Oslo e la Seconda Intifada, Hamas stravince le elezioni del 2006 lo fa soprattutto perché l’Anp ha perso di credibilità – come era nel piano israeliano fin dall’inizio – stravince sotto lo sguardo degli osservatori Onu che avevano confermato la legittimità e la validità del voto. Immediatamente però l’Occidente disconosce quello stesso voto e Israele (sotto il governo Olmert, invitato dal Pd alla propria festa nazionale solo qualche mese fa come “uomo di pace”) inizia l’assedio totale alla Striscia che dura ancora oggi, 19 anni dopo. Hamas è quindi in prima istanza (e fondamentalmente per la maggior parte dei paesi dell’Assemblea delle Nazioni Unite, esclusi gli Occidentali) un’organizzazione politica, di cui alcune parti portano avanti la lotta armata: può piacere o meno ma riflette la soggettività storica e politica di un popolo, è parte del suo processo di liberazione. Chi siamo noi per giudicare questo processo, soprattutto quando le contraddizioni che lo animano trovano buona parte delle responsabilità nelle ingerenze occidentali e coloniali? Quanto è suprematista e coloniale (seppur di un suprematismo “umanitario” e rivolto ai diritti) giudicare i processi politici e sociali di altri popoli sulla base di ciò che noi siamo oggi disponibili ad accettare a casa nostra? Perché ricordiamo che il diritto internazionale, che nasce dalla liberazione e dai processi di decolonizzazione, riconosce il diritto alla resistenza (anche armata) a fronte di un occupante. La questione non può porsi nei termini “pro Hamas” o “contro Hamas”. La questione è: siamo o non siamo per l’autodeterminazione dei popoli, principio sancito dal diritto internazionale e dalla nostra Costituzione? Siamo o non siamo per il diritto internazionale, contro ogni forma di genocidio e pulizia etnica? Perché, se la risposta a queste domande è “sì”, dovrebbe finire sul banco degli imputati chi ha continuato a finanziare ed armare uno stato accusato di genocidio o chi ha definito il diritto internazionale “qualcosa che vale fino ad un certo punto”. E dovrebbe farci domandare, ancora una volta, da quale parte della Storia vogliamo ritrovarci. L'articolo Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la connessione diretta al terrorismo? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Corte Suprema israeliana blocca l’inchiesta del difensore civico sul 7 ottobre: “È nominato dal governo, servono indagini indipendenti”
Sì a un’inchiesta interna sulle responsabilità dell’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre 2023, purché sia totalmente indipendente. È con questa motivazione che l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha diffuso un’ordinanza ad interim con la quale ha bloccato l’inchiesta del Controllore dello Stato e difensore civico, Matanyahu Englman, sull’operato del governo riguardo al massacro che ha dato il via all’invasione della Striscia di Gaza. La decisione dei giudici supremi soddisfa le richieste di chi vedeva nell’azione del difensore civico, nominato proprio dal governo di Benjamin Netanyahu, un modo dell’esecutivo per controllare l’inchiesta ed eventualmente insabbiare prove che potessero creare problemi ai vertici di Tel Aviv. La Corte ha ordinato a Englman di non convocare funzionari per deporre o fornire documentazione al suo Ufficio e anche a non pubblicare, neanche in forma di bozza, un rapporto sulle conclusioni che potrebbe aver tratto fino a ora. L’inchiesta, spiegano i giudici, si basa inoltre su un accordo fra il Controllore ed entità dello Stato, incluse le Forze di Difesa israeliane impegnate nell’invasione di Gaza. “Un evento catastrofico di dimensioni eccezionali come il 7 ottobre richiede una inchiesta complessiva, indipendente e non di parte, solo da parte di una commissione di inchiesta dello Stato”, ha dichiarato il Movimento per la qualità del governo in Israele, una delle organizzazioni che avevano chiesto lo stop dell’inchiesta del Controllore, mentre il premier Netanyahu respinge tutti gli sforzi per creare una vera commissione d’inchiesta. Le indagini del Controllore, denunciavano i ricorrenti, compromette le prove, viola i diritti a un giusto processo e serve “per evitare l’istituzione di una commissione di inchiesta”. L'articolo La Corte Suprema israeliana blocca l’inchiesta del difensore civico sul 7 ottobre: “È nominato dal governo, servono indagini indipendenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nell’arresto di Mohammed Hannoun e di altri otto palestinesi c’è una cosa sconcertante
L’aspetto più sconcertante dell’operazione avviata dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha portato finora all’arresto del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, e di altri, è senza dubbio il fatto che si regge quasi esclusivamente sull’abbondante documentazione probatoria inviata da organismi militari e di sicurezza israeliani e, in misura notevolmente minore, statunitensi. Si tratta di documentazione risalente negli anni, che però è stata rinnovata e integrata in modo decisivo dopo le operazioni militari seguite agli attacchi del 7 ottobre, realizzando l’occupazione militare della Striscia di Gaza e sottoponendone la popolazione a un trattamento che ha provocato finora almeno settantamila vittime, in gran parte civili, tra cui moltissimi bambini, massacrati e mutilati. E’ a seguito di questo bagno di sangue che sono emerse le prove che dimostrerebbero la destinazione ad Hamas delle somme raccolte in Italia, ufficialmente devolute ad organizzazioni umanitarie e caritatevoli, per tentare di attenuare le indicibili sofferenze dei Palestinesi di Gaza, cui l’occupazione israeliana continua a negare l’accesso a beni essenziali per la sopravvivenza quali acqua, cibo, medicinali e coperte, indumenti e strutture idonee a proteggersi da piogge, freddo e maltempo. Date le circostanze del reperimento e la natura delle autorità responsabili dell’invio, specialmente in considerazione del fatto che si tratta di parti decisive e operative di uno Stato che è sotto accusa per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, la documentazione in questione avrebbe dovuto essere sottoposta a un vaglio più che attento. Elemento, questo, a sua volta sub judice e sul quale si sta esercitando la scrupolosa analisi dei collegi difensivi. Altro aspetto cruciale è poi costituito dalla natura di Hamas, sulla quale vanno dette parole chiare, tenendo conto di una situazione che presenta vari aspetti di inusitata complessità. E’ certo che formazioni armate riconducibili ad Hamas, ma anche ad altri raggruppamenti armati palestinesi, si siano rese responsabili, durante gli attacchi del 7 ottobre, di crimini di guerra quali massacri indiscriminati e rapimento di civili. Per tali motivi la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di cattura nei confronti di tre alti dirigenti dell’organizzazione in questione, tutti e tre nel frattempo eliminati stragiudizialmente da Israele, mentre invece i destinatari israeliani dei mandati di cattura continuano ad essere liberi e uno dei due, anzi, il primo ministro Netanyahu, esercita ancora il proprio potere decisionale incontrastato e sorretto dalla complicità dei principali Stati occidentali, Italia compresa. Va del resto ulteriormente specificato che la portata precisa dei crimini di Hamas non è stata finora accertabile anche e soprattutto per la reticenza delle autorità israeliane a istituire una Commissione d’inchiesta interna o tanto più internazionale su quei luttuosi avvenimenti. D’altronde Hamas non è solo un gruppo armato ma anche – lo si voglia o no – un’espressione politica di buona parte del popolo palestinese, dotato di riconoscimento internazionale e appoggi considerevoli non solo da parte di Stati arabi e islamici tra loro diversissimi quali Qatar, Iran e Turchia, ma anche molti altri. Per altri versi è noto che Hamas, nonostante due e più anni di martellante occupazione israeliana, continua ad esercitare de facto poteri di governo su notevoli parti del territorio di Gaza e relativa popolazione, il che rende pressoché inevitabile intrattenere rapporti con la stessa per chiunque voglia fattivamente operare sul piano del soccorso umanitario. Di tali complessità non pare per nulla tener conto la Direzione antimafia, così come non ne tiene conto, a monte, la decisione dell’Unione europea che – su chiaro diktat statunitense – ha inserito Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche senza operare alcuna distinzione fra ala militare, direzione politica e apparati amministrativi. Una procedura, questa delle liste dei terroristi, priva anch’essa delle più elementari garanzie giuridiche, espressione di arbitrio politico e di un’inaccettabile e brutale logica amico/nemico. Per me Hamas, data la sua ispirazione fondamentalista, costituisce senz’altro un avversario politico. Ciò tuttavia non ci esime dal valutare le complessità del caso, sulla base del criterio fondamentale della necessità di prevenire, fermare e reprimere il genocidio e la violazione senza precedenti dei diritti umani del popolo palestinese. Da questo punto di vista, il pur condivisibile riferimento ai crimini di Israele contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare ammonta quasi esclusivamente a clausola di stile, tanto più che continua incontrastata la collaborazione con tale Stato, anche sul piano giudiziario. L'articolo Nell’arresto di Mohammed Hannoun e di altri otto palestinesi c’è una cosa sconcertante proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Hannoun si avvale davanti al gip ma dice: “Nessun finanziamento diretto o indiretto ad Hamas”
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Mohammad Hannoun, architetto palestinese di 63 anni arrestato sabato scorso nell’inchiesta della Dda di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas. L’interrogatorio di garanzia si è svolto martedì mattina nel carcere di Marassi davanti alla giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini. “La scelta è stata nostra – hanno spiegato i suoi legali, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo – perché il nostro assistito non ha ancora avuto modo di leggere gli atti”. Hannoun ha tuttavia rilasciato dichiarazioni spontanee, parlando per circa mezz’ora davanti alla giudice. Secondo quanto riferito dagli avvocati, Hannoun ha rivendicato la propria attività di raccolta fondi a fini benefici, svolta a partire dagli anni Novanta a favore della popolazione palestinese a Gaza, in Cisgiordania e nei campi profughi. Nelle dichiarazioni spontanee ha negato di aver finanziato direttamente o indirettamente Hamas e ha spiegato, per quanto possibile, le modalità di raccolta e distribuzione dei fondi prima e dopo il 2023, sottolineando i cambiamenti intervenuti dopo il 7 ottobre. I legali hanno inoltre riferito che Hannoun ha ribadito come da anni i conti fossero bloccati e che l’unico modo per portare aiuti fosse la raccolta di contanti, sempre dichiarati in uscita nelle necessarie comunicazioni in aeroporto. Nonostante ciò, al momento l’architetto, indicato dagli inquirenti come al vertice della presunta cellula italiana di Hamas, resta in carcere: “Il provvedimento è già eseguito”, hanno spiegato i difensori, che valuteranno se presentare un’istanza di attenuazione della misura cautelare o ricorrere al tribunale del Riesame. Hannoun ha anche saputo del presidio di solidarietà che si è svolto ieri sera sotto il carcere di Marassi. “Lo ha visto in televisione – hanno riferito i legali – e ci è apparso confortato, anche se è una persona molto posata e consapevole”. Nell’inchiesta risultano complessivamente sedici persone tra arrestati e indagati. Ai nove sottoposti a custodia cautelare in carcere si aggiungono sette indagati, tra cui la moglie e i figli di Hannoun. Tutti sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare. Gli altri interrogatori di garanzia per i nove arrestatisi sono svolti quasi tutti da remoto. Per due indagati, latitanti in Turchia e a Gaza, è stata richiesta una rogatoria internazionale. Intanto, nelle prossime settimane Hannoun sarà trasferito da Marassi a un altro istituto. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sta predisponendo il suo spostamento in una delle poche carceri italiane dotate di sezioni AS2, destinate ai detenuti accusati di terrorismo, probabilmente a Ferrara o Alessandria. “È una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né dalla Procura – hanno commentato i difensori – ma che renderà certamente più complicata la difesa”. L'articolo Hannoun si avvale davanti al gip ma dice: “Nessun finanziamento diretto o indiretto ad Hamas” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La sfida di Hamas: “Non rinunceremo alle armi”. Trump dopo l’incontro con Netanyahu: “Pagherete un prezzo”
Alla vigilia dell’incontro tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu, l’ala militare di Hamas ha ribadito che il gruppo islamista non rinuncerà alle armi. Proprio mentre il presidente americano si preparava a ricevere il premier israeliano a Mar-a-Lago, il nuovo portavoce delle Brigate Ezzedine al-Qassam, Abu Obeida, ha dichiarato che la resistenza armata continuerà “finché l’occupazione continuerà”, anche “a mani nude”. Poche ore dopo, al termine del colloquio con Netanyahu, Trump ha lanciato un ultimatum diretto a Hamas, avvertendo che se il gruppo “non disarma” a breve “pagherà un prezzo”. “Daremo un breve tempo ad Hamas per disarmare, altrimenti pagherà”, ha detto il presidente americano, legando l’avvio della ricostruzione di Gaza alla consegna delle armi da parte del movimento islamista. L’ANNUNCIO DI HAMAS “Il nostro popolo si sta difendendo e non rinuncerà alle armi finché l’occupazione continuerà, non si arrenderà, anche se dovrà combattere a mani nude”. Con queste parole Abu Obeida, nuovo portavoce delle Brigate Ezzedine al-Qassam, ala militare di Hamas, ha riaffermato in un video diffuso su Telegram la linea del movimento, proprio nelle stesse ore dell’incontro tra Trump e Netanyahu in Florida. L’INCONTRO IN FLORIDA Il presidente americano ha ricevuto il premier israeliano nel resort di Mar-a-Lago, a sole 24 ore dal colloquio con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Si tratta del quinto incontro tra Trump e Netanyahu da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca, ma il faccia a faccia arriva in una fase particolarmente delicata per il Medio Oriente, con diversi dossier aperti, a partire da Gaza. Trump ha lanciato un avvertimento esplicito a Hamas: se il gruppo “non disarma” a breve “pagherà”. “Daremo un breve tempo ad Hamas per disarmare, altrimenti pagherà un prezzo”, ha dichiarato il presidente americano dopo il colloquio con Netanyahu. La ricostruzione della Striscia di Gaza, ha aggiunto, potrà iniziare “molto presto, il prima possibile”, ma solo a condizione che Hamas deponga le armi. Il presidente degli Stati Uniti, che continua a presentarsi come il “presidente della pace”, appare sempre più impaziente di avviare la cosiddetta fase due a Gaza, dopo il fragile cessate il fuoco che aveva contribuito a finalizzare lo scorso ottobre. Una tregua che, secondo il ministero della Sanità palestinese, è stata messa a dura prova dalle continue operazioni israeliane nell’enclave, costate oltre 400 morti in pochi mesi. IL FRONTE ISRAELIANO Sul fronte israeliano, Netanyahu continua a mostrarsi riluttante a un ulteriore ritiro da Gaza. Il premier ha posto come condizione la restituzione dei resti dell’ultimo ostaggio prima di procedere alle fasi successive del piano. La famiglia di Ran Gvili ha accompagnato Netanyahu a Mar-a-Lago e dovrebbe incontrare funzionari dell’amministrazione Trump. Israele, inoltre, non ha ancora aperto il valico di Rafah con l’Egitto, sostenendo che lo farà solo dopo la restituzione del corpo del sergente maggiore. “Faremo tutto il possibile per riavere indietro i resti di Ran Gvili, la cui meravigliosa famiglia è qui”, ha assicurato Trump. Nel corso dell’incontro, il presidente americano ha elogiato Netanyahu definendolo “un eroe di guerra” e dicendosi convinto che riceverà la grazia presidenziale nel processo per corruzione. Gaza, tuttavia, è solo uno dei “cinque argomenti” sul tavolo del colloquio, come ha precisato lo stesso Trump. IRAN, SIRIA E LIBANO Le divergenze emergono con maggiore evidenza sugli altri dossier regionali. Netanyahu ha ribadito che “Israele non ha mai avuto un amico come Trump alla Casa Bianca”, ma punta a una linea più aggressiva nei confronti dell’Iran o, quantomeno, a un via libera americano per agire contro Teheran. Trump ha minacciato un nuovo attacco qualora l’Iran tentasse di ricostruire il programma di missili balistici o di riprendere quello nucleare. “Se così fosse, dovremo intervenire per fermarli. Li fermeremo. Li distruggeremo completamente”, ha dichiarato, invitando Teheran a raggiungere un accordo con Washington. Altro tema sensibile è la Siria. Netanyahu non ha gradito l’apertura americana verso il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, mentre Trump ha espresso l’auspicio che Israele riesca ad andare d’accordo con Damasco, definendo il leader siriano “uno tosto” che “sta facendo un grande lavoro”. Infine il Libano, dove il presidente americano spinge per la via diplomatica, mentre Israele dubita che Beirut sia in grado di contenere Hezbollah senza una nuova campagna militare. L'articolo La sfida di Hamas: “Non rinunceremo alle armi”. Trump dopo l’incontro con Netanyahu: “Pagherete un prezzo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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FdI chiede a Piantedosi informativa su Hannoun e i finanziamenti a Hamas. Tensione in Aula alla Camera
Tensione in Aula alla Camera, durante la discussione sulla legge di Bilancio, dopo la richiesta da parte di Fratelli d’Italia di una informativa al ministro Piantedosi sulla vicenda Hannoun e l’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. “Sono anni che FdI segnala la pericolosità di questo soggetto”, ha detto la deputata Sara Kelany, aggiungendo che “Hannoun ha condiviso i palchi con eminentissimi esponenti della sinistra, osannato e coccolato da esponenti del Pd, di Avs, dei M5s”. Dopo un botta e risposta con i banchi delle opposizioni anche il deputato Giovanni Donzelli ha chiesto una informativa, questa volta del ministro Antonio Tajani, chiedendo in particolare “perché sia emerso un flusso di denaro importante che dall’Italia è uscito in modo irregolare e questo potrebbe avere complicato i rapporti internazionali” del nostro Paese. “La superficialità delle opposizioni – ha accusato Donzelli – potrebbe impattare sull’immagine internazionale dell’Italia. Il Governo è complice di pace, non di genocidio”. Le opposizioni sono andate all’attacco criticando il fatto che il vice presidente di turno Fabio Rampelli abbia consentito questa seconda richiesta. “Grave precedente – ha detto Marco Grimaldi di Avs – quello consentito dal presidente di turno Rampelli di consentire l’intervento del deputato Donzelli e l’attacco alle opposizioni. Se questa è la prassi, l’Aula così sarà ingovernabile. Se la destra ha deciso di andare all’esercizio provvisorio lo dica”. Anche il Dem Federico Fornaro è andato all’attacco: “L’intervento del collega Donzelli – ha protestato – era evidente che era sullo stesso identico argomento. Quando si fanno queste informative si individua un ministro, ma il concetto è che è chiamato il Governo. Allora, se il collega Donzelli si fosse fermato nel dire che riteneva opportuno che oltre al ministro Piantedosi ci fosse un’informativa sullo stesso argomento anche del ministro Tajani, non avrei avuto nulla a che ridire, ma ha argomentato sullo stesso tema, ha attaccato genericamente questi banchi”. “Prendiamo atto – ha aggiunto Valentina D’Orso, del Movimento 5 stelle – che oggi si è creato un precedente, quello dello spacchettamento delle informative, perché di questo si tratta”. “Ci associamo anche noi alla richiesta di avere il ministro Piantedosi in Aula. E questo perché noi non abbiamo paura di parlare di antisemitismo”, ha aggiunto Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S. “D’altronde non era il capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle a vestirsi da nazista, ma quello di Fratelli d’Italia. Noi infatti ce lo ricordiamo bene cosa si dice nelle giovanili di Fratelli d’Italia, dove si inneggia ai forni crematori. La cosa più squallida è che questa destra usa l’inchiesta per pulirsi la coscienza per la sua complicità con il genocidio”. “Tra l’altro – ha detto – se vogliono parlare di chi finanzia Hamas, parlino anche di Netanyahu, che ora finanzia le costole dell’Isis. Noi siamo orgogliosi di aver partecipato alle piazze per la Palestina e della nostra deputata Ascari, che è andata a vedere con i suoi occhi cosa accadeva in luoghi come la Cisgiordania. Se qualcuno ha speculato sul grande moto di solidarietà per la popolazione palestinese, noi siamo i primi a condannare”. L'articolo FdI chiede a Piantedosi informativa su Hannoun e i finanziamenti a Hamas. Tensione in Aula alla Camera proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fondi ad Hamas, caos alla Camera: Donzelli attacca Boldrini e Ascari. Grimaldi imbestialito con Rampelli: “Non sa gestire l’Aula”
Bagarre alla Camera dopo la richiesta di Giovanni Donzelli, responsabile Organizzazione di Fratelli d’Italia, al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sull’operazione condotta a Genova che ha portato all’arresto di Mohammad Hannoun, richiesta contestata dalle opposizioni poiché Fratelli d’Italia aveva già chiesto la presenza del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sullo stesso argomento. E per il regolamento lo stesso gruppo parlamentare non può intervenire due volte. Bersaglio delle critiche il vicepresidente Fabio Rampelli, in quel momento alla guida dell’Aula, che ha permesso a Donzelli di parlare, attaccando specialmente il Pd (Laura Boldrini) e il M5s (Stefania Ascari). “Siccome è emerso un flusso di denaro importante che dall’Italia è uscito all’estero in modo irregolare, credo se questo crei dei problemi internazionali e abbia complicato anche alcune relazioni”, ha detto Donzelli. “Chiedo e confermo che il ministro Tajani venga in quest’Aula a dirci quanto per colpa delle opposizioni e se si sono complicate le relazioni internazionali”. “Presidente, io stigmatizzo il suo comportamento. Adesso – ha protestato Marco Grimaldi di Avs – ognuno di noi nelle prossime due ore prenderà la parola su ordine dei lavori che non dichiareranno prima. Sa che cosa vuol dire? Che le prossime ore ognuno di noi chiederà un ordine dei lavori e voi andrete in esercizio provvisorio, ma non voi. Porteremo il Paese all’esercizio provvisorio perché lei non sa fare il presidente della Camera“. L'articolo Fondi ad Hamas, caos alla Camera: Donzelli attacca Boldrini e Ascari. Grimaldi imbestialito con Rampelli: “Non sa gestire l’Aula” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Laura Boldrini
Finanziamenti ad Hamas, sequestrato un milione di euro in contanti: pc e dispositivi elettronici nascosti in un’intercapedine – Video
Sono 17 le perquisizioni effettuate dalla Digos (incluse le tre sedi dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese a Genova, Milano e Roma), a Torino, Bologna, Bergamo, Firenze, Monza Brianza, Lodi, Sassuolo (Modena) nell’ambito dell’indagine sui finanziamenti ad Hamas che ha portato all’arresto a Genova di Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi d’Italia (Api). In tutto, sottolinea la procura, è stato sequestrato denaro contante per un milione e 80 mila euro, trovato non solo nella sede dell’Abspp ma anche nelle residenze delle persone indagate. In un caso, circa 560mila euro erano nascosti in un vano ricavato in un garage a Sassuolo. Nel corso delle perquisizioni sono stati inoltre sequestrati alcuni computer, nascosti nell’intercapedine di una parete in un alloggio in provincia di Lodi, e altri dispositivi elettronici che saranno sottoposti ad analisi nei prossimi giorni. L'articolo Finanziamenti ad Hamas, sequestrato un milione di euro in contanti: pc e dispositivi elettronici nascosti in un’intercapedine – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Finanziamenti ad Hamas”: anche una giornalista indagata per concorso in terrorismo
C’è anche una giornalista indagata nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas che ieri ha portato all’arresto di nove persone. Lo riporta l’edizione di Torino del quotidiano La Stampa spiegando che si tratta di Angela Lano, torinese di 62 anni, giornalista e orientalista, direttrice dell’agenzia di stampa Infopal e autrice di diversi libri sul mondo arabo e islamico. Storica attivista No Tav, Lano – spiega il quotidiano – è indagata per concorso e partecipazione in associazione con finalità terroristica e ieri la sua abitazione è stata perquisita dalla Digos, che ha sequestrato denaro contante, dispositivi informatici e bandiere con simboli di Hamas. La giornalista viene considerata dagli investigatori la responsabile della propaganda di Hamas in Italia, in rapporti quasi quotidiani con Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi d’Italia e tra i principali indagati nell’inchiesta coordinata dalla Procura di Genova e dalla Procura Nazionale Antiterrorismo Nel 2010 Angela Lano fu protagonista di un altro fatto di cronaca legato alle vicende palestinesi. All’epoca la giornalista era una delle persone a bordo della nave del convoglio umanitario ‘8000 – Freedom for prisoners. Freedom for Gaza‘ assaltato dalla Marina militare israeliana. Gli occupanti dell’imbarcazione furono poi liberati alcuni giorni dopo. L'articolo “Finanziamenti ad Hamas”: anche una giornalista indagata per concorso in terrorismo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Genova
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Genova: i corrieri, i soldi ad Hamas, le foto nei cellulari e i documenti israeliani. Cosa c’è nell’ordinanza che ha portato a 9 arresti
Raccoglievano fondi umanitari per la Palestina, ma la gran parte di quel denaro sarebbe andato ad Hamas. Anzi, secondo la Procura e la Digos di Genova, gli attivisti e le associazioni che ruotavano intorno a Mohamed Hannoun, arrestato ieri insieme ad altre otto persone, “monopoliste” della raccolta fondi per Gaza, che sarebbero state addirittura “una cellula di Hamas in Italia”. Realtà come la Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Genova e la più recente Associazione benefica la cupola d’oro di Milano, in grado di raccogliere 7,2 milioni di euro a partire dal 2001, “incassate per per tre quarti da associazioni vicine ad Hamas”. Per il gip Silvia Carpanini, Hannoun era il leader del gruppo, “tutto deve essere avallato da lui” dice un militante, e sarebbe stato pronto a fuggire in Turchia e uno dei suoi uomini più fidati, Mousa Dawoud, detto Abu Falastine, avrebbe fatto riferimento alla “cancellazione” di tutti i dati informatici dell’associazione. Ma c’è un aspetto che rende l’operazione coordinata dalla Direzione nazionale antimafia una novità nel panorama dell’antiterrorismo italiano: gran parte delle prove su cui si fonda l’indagine sono state raccolte, selezionate e fornite da uno Stato estero, ovvero dall’autorità giudiziaria israeliana, che in molti casi ha fornito documentazione durante operazioni belliche. È Israele, insomma, a comunicare allo Stato italiano che “il 71% delle donazioni sono andate a organizzazioni caritatevoli” finanziate da Hannoun e dai suoi sodali, sarebbero direttamente controllate da Hamas, e dunque entità terroristiche. Come è sempre un report israeliano a suggerire la diretta affiliazione di Hannoun all’organizzazione, appartenenza sempre negata dal diretto interessato che invece non ha mai negato di esserne simpatizzante. Ecco perché all’indomani degli arresti, il suo legale Dario Rossi si esprime così: “Questa non è una vicenda giudiziaria, Hannoun è un caso politico. Stanno provando a tappargli la bocca per farlo smettere di esprimere dissenso contro Israele”. L’accusa che ha portato ieri all’arresto di Hannoun, fra i leader più noti delle proteste Pro Pal degli ultimi due anni, è in parte una riedizione di contestazioni simili che erano già state archiviate in passato. Rispetto ad allora, gli inquirenti hanno raccolto intercettazioni e rapporti con alcuni esponenti di spicco di Hamas, anche dopo il 7 ottobre del 2023. Fra questi ci sono “incontri di Hannoun con Ismail Haniyeh, leader di Hamas ucciso per mano israeliana nel 2024”, oltre che contatti con esponenti di spicco, come Osama Alisawi, ministro del governo di Hamas nella striscia di Gaza, definito dagli attivisti italiani “il nostro rappresentante lì”. Hannoun ha anche un nipote giornalista, Muhammad Hawad, arrestato con l’accusa di essere un finanziatore di Hamas: “Lavorare per Hamas e la Palestina porta onore a ogni essere umano libero e dignitoso – dice di lui lo zio – Muhammad è un eroe, uno dei leoni di Hamas”. A dimostrazione di questi legami pericolosi tra la leadership Hamas e il gruppo italiano, la Digos cita un’intercettazione: “Noi ci sacrifichiamo con i soldi e il tempo, ma loro con il sangue”, dice in Awad, fratello di Hannoun, il 9 agosto 2024. A rispondergli è uno dei militanti arrestati, Abu Falastine: “La maggior parte di quelli che comandano a Gaza… loro senza di noi vanno avanti? Senza quelli dall’estero non andrebbero avanti”. Abu Falastine spiega di “aver espresso il desiderio di restare a Gaza a combattere, ma di aver ricevuto disposizioni in merito dal leader di Hamas, Haniyeh: “Mi ha detto, Gaza non ha bisogno di uomini, rimani lì, perché il tuo posto non sarà mai rimpiazzato”. Nelle conversazioni registrate emerge anche un diffuso disprezzo dei militanti italiani per Fatah, fazione palestinese opposta ad Hamas, e l’Anp. Il suo leader, Abu Mazen, viene definito da Abu Falastine “un bastardo”. Un altro degli indagati definisce gli affiliati a Fatah “traditori” e “informatori” dei “cani sionisti”. Un altro degli indagati, Ryad Al Bustanji, compare in una foto sequestrata da un pc in tenuta mimetica e lanciarazzi, insieme a un gruppo di militanti delle Brigate al Qassam, ala militare di Hamas. Perquisizioni ieri sono state eseguite a Genova, dove vive Hannoun e ha sede la sua associazione, a Milano, dove ha sede l’associazione gemella Cupola d’oro, oltre che a Roma, Firenze, Bologna, Torino, Lodi, Monza, Bergamo, Modena e in Brianza. Nel blitz sono stati sequestrati 200mila euro in contanti, gran parte dei quali trovati nella sede milanese del gruppo. Il cuore delle contestazioni riguarda però i finanziamenti: 7,2 milioni dal 2001. Oltre 2 milioni di euro, una stima definita “prudente”, avrebbero viaggiato in contanti, attraverso valigette e container di aiuti, via Egitto e Turchia, o attraverso Giordania e Qatar. Sarebbero state pagate anche tangenti all’esercito egiziano: “Chiedono 2500 euro per ogni camion e 400 per ogni soldato di scorta. L’associazione ha dovuto da 86mila euro di mazzetta”. A proposito degli aiuti inviati a Gaza, è indicativa una conversazione fra Suleiman Hijazi, stretto collaboratore di Hannoun, e la moglie, captata dagli inquirenti il 9 gennaio del 2024 nella macchina della coppia: “Non sono affidabili per quello che diciamo per i progetti, la maggior parte dei soldi vanno…”, dice la donna. “Alla Muquawama (Hamas)”, risponde lui. “La maggior parte?”, replica lei. “Quasi tutto!”. I finanziamenti andavano a pioggia a un vasto numero di associazioni caritatevoli di Gaza e della Cisgiordania, che però nella prospettazione accusatoria sarebbero stati vicine ad Hamas. Un passaggio, quest’ultimo, che sarà sicuramente oggetto delle contestazioni difensive, sia per l’arco temporale contestato (dal 2001 al 2025), sia perché di fatto gli inquirenti italiani si basano su documenti israeliani: “Tali ultimi documenti sono per la maggior parte stati acquisiti dall’esercito israeliano (Idf) nel corso di operazioni militari: 1) Defensive Shields, realizzata all’inizio degli anni 2000 do o una serie di attacchi armati operati da gruppi palestinesi contro Israele, durante la Seconda Intifada, e Sword of Iron dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Si tratta dunque di atti extraprocessuali, acquisiti dall’autorità estera nel corso di operazioni militari e poi trasmessi all’autorità giudiziaria italiana tramite i canali della cooperazione. Come evidenziato dal pm, non esistono norme nel nostro ordinamento che espressamente regolino l’acquisizione nel procedimento penale di tale tipo di documentazione; va quindi fatto riferimento ai principi generali che regolano le prove (…) per cui possono essere acquisiti nel procedimento italiano, sempre che non sussistano ipotesi di inutilizzabilità per essere stati acquisiti in violazione di divieti di legge a tutela di principi fondamentali del nostro ordinamento”. A metà degli anni Duemila il tribunale di Genova aveva già smontato le accuse ad Hannoun. Un precedente richiamato nell’ordinanza genovese: “La pretesa del pm di far discendere la contestazione dalla asserita commistione tra Hamas e le associazioni umanitarie, ritenute il braccio economico-assistenziale di una unitaria organizzazione terroristica (…) è argomento appena sufficiente per una analisi politica o sociale del fenomeno, ma non appare così circostanziato da fondare una decisione giudiziaria”. Il gip inoltre escludeva che “il sostegno economico alle famiglie degli attentatori, svolto peraltro non direttamente ma attraverso la mediazione di altre associazioni umanitarie, integri ex sé il reato di partecipazione e finanziamento ad associazioni dedite al terrorismo”. Architetto di 62 anni, da oltre trenta in Italia, Hannoun è un volto noto delle proteste Pro Pal, ed ha avuto contatti nel tempo con diversi esponenti politici italiani, legati al Movimento Cinque stelle e alla sinistra: “Per accuse identiche a quelle di oggi è giù stato archiviato nel 2010, perché del tutto infondate – dice il suo legale Dario Rossi – si tratta di un attivista che da anni fornisce supporto a scuole, orfani e ospedali da trent’anni. A Gaza Hamas rappresenta il governo, dunque è certo che chi porta aiuti abbia a che fare con l’ala politica dell’organizzazione. La realtà è che stanno provando a zittirlo. Altrove, negli Usa, gente che fa le sue stesse attività è stata arrestata. Spero che non si arrivi a questo anche in Italia”. L'articolo Genova: i corrieri, i soldi ad Hamas, le foto nei cellulari e i documenti israeliani. Cosa c’è nell’ordinanza che ha portato a 9 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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