Benjamin Netanyahu ha sempre negato di aver ricevuto informazioni dettagliate in
merito prima del 7 ottobre 2023, prima cioè del giorno in cui i miliziani di
Hamas penetrarono nel sud di Israele e uccisero oltre 1.200 persone. Ora però
emergono rivelazioni che gettano un nuovo cono d’ombra sul lavoro svolto dai
servizi segreti di Tel Aviv prima dell’attacco: secondo nuovi documenti citati
dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, il primo ministro era venuto a
conoscenza del piano generale di attacco già nell’aprile 2018, quando la
direzione dell’intelligence militare israeliana distribuì un report dettagliato
ai più alti vertici della sicurezza nazionale.
Il documento, che sarebbe stato in seguito noto nei circoli dell’intelligence
come “Mura di Gerico”, descriveva in modo particolareggiato la possibilità di
una massiccia offensiva coordinata, con penetrazioni multiple attraverso il
confine di Gaza, attacchi a basi militari delle Israel Defense Forces e
incursioni in profondità nel territorio dello stato ebraico.
Secondo Yedioth Ahronoth, il 16 aprile 2018 la Divisione di Intelligence
Militare distribuì “ai segretari militari di Netanyahu e del ministro della
Difesa, al Quartier Generale della Sicurezza Nazionale, ai vertici dello Shin
Bet e del Mossad, all’ufficio del Capo di Stato Maggiore e agli uffici di
diversi altri alti ufficiali delle Idf”, uno “speciale documento di intelligence
redatto da esperti di Hamas di alto livello”.
Nel rapporto, riferisce ancora il quotidiano, si sollevava una domanda centrale
già nell’intestazione – “L’ala militare di Hamas sta rafforzando le sue capacità
per un attacco su vasta scala nel profondo del nostro territorio?” –
sottolineando l’eccezionale portata e complessità della minaccia rispetto alle
pur frequenti valutazioni di capacità militari di Hamas. La risposta: “Il
quartier generale operativo dell’ala militare di Hamas ha formulato un piano per
un’offensiva proattiva con una forza su larga scala (sei battaglioni di riserva;
circa 3.000 combattenti) per attaccare e conquistare basi nel settore della
Divisione di Gaza, colpendo anche obiettivi civili nel perimetro israeliano e in
profondità al suo interno. Ciò avverrà principalmente attraverso la penetrazione
dello spazio aereo (sfondando la recinzione con truppe del genio) e
l’implementazione di un involucro di fuoco di migliaia di missili ad alta quota
(con traiettoria ripida) contro obiettivi militari e civili fino a 40 km dalla
Striscia di Gaza”.
Due mesi prima, l’intelligence israeliana aveva ottenuto il documento in lingua
araba: “1. Il quadro generale”, attaccava il testo, “è il lancio di
un’operazione offensiva globale contro l’entità sionista volta a distruggere la
Divisione di Gaza con l’ausilio di attacchi secondari da più fronti. Questo al
fine di condurre operazioni jihadiste ad alta intensità nei nostri territori
occupati e in Cisgiordania, con l’obiettivo di sconfiggere il nemico”. “2.
Missione: le forze delle Brigate Al-Qassam attaccheranno il campo militare di
Re’im, le postazioni di battaglione e le postazioni di compagnia appartenenti
alla Divisione Gaza con l’obiettivo di distruggerli. Attaccheranno inoltre Netiv
Ha’esra, Yad Mordechai, Kfar Sa’ad, Nahal Oz, Mefalsim, Kissufim, Nir Yitzhak e
Kerem Shalom con l’obiettivo di prendere ostaggi e di indirizzare il successo
verso città e siti vitali: Ashdod, Ashkelon, Kiryat Gat, la centrale elettrica,
Netivot, Ofakim, la Base 8200 e la base di Urim”. Diversi degli obiettivi
elencati furono effettivamente attaccati il 7 ottobre.
Si trattava di un documento rivoluzionario sotto ogni aspetto: fino ad allora
Hamas aveva parlato di piccoli raid da effettuare contro il settore israeliano
più vicino. Il nuovo testo, invece, parlava di un enorme attacco generale
coordinato, sincronizzato lungo e attraverso l’intera Striscia, che avrebbe
sfondato la frontiera in circa 70 punti. Secondo Ynet, Netanyahu avrebbe
ricevuto rapporti complementari sullo stesso piano anche nel novembre 2022.
Eppure più volte dall’inizio della guerra il primo ministro ha dichiarato di non
aver mai ricevuto né letto alcun documento relativo a piani di attacco massiccio
da parte di Hamas prima del 7 ottobre. Nel corso di comunicazioni ufficiali e su
social media, il premier ha sostenuto testualmente di non essere stato
aggiornato prima dello scoppio delle ostilità e di non aver mai avuto tra le
mani — né sapere fino ad allora — di alcuna proposta o documento specifico che
illustrasse una capacità di attacco di rilievo di Hamas. Nelle note diffuse dal
suo ufficio Netanyahu si è limitato a sottolineare che i documenti mostravano
solo una capacità potenziale di Hamas di effettuare “diverse incursioni
simultanee”, ma non avrebbe incluso o reso pubblica la frase conclusiva del
rapporto originale, che evidenziava come il piano arrivato all’intelligence
potesse rappresentare un nuovo tipo di minaccia rispetto al passato.
L'articolo Israele, media: “Netanyahu fu informato già nel 2018 che Hamas
preparava un attacco su larga scala nel sud del paese” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Hamas
di Alessia Manera
Le indagini su persone e attivisti legati alla causa palestinese, cui sono
seguiti 9 arresti e perquisizioni in tutta Italia nella giornata di sabato 27
dicembre, portano con sé alcune riflessioni imperative non tanto sulla vicenda
in sé, ma sui presupposti politici e di diritto internazionale, in particolare
rispetto a tre elementi: la fonte delle accuse, la storia dell’occupazione e del
genocidio in Palestina, l’autodeterminazione dei processi di liberazione.
Le fonti delle prove a carico degli arrestati (tra cui Mohammad Hannoun,
presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia) sono infatti provenienti
prevalentemente dai servizi segreti e di sicurezza israeliani. In poche parole
la magistratura di uno stato sovrano (o che si presume dovrebbe essere tale) ha
spiccato mandati di arresto e perquisizione nei confronti di persone che
avrebbero avuto legami economici con enti benefici a loro volta con legami con
Hamas, e tutto questo a detta dello stesso stato che è indagato per crimini di
guerra e genocidio dall’Onu e della Corte Penale Internazionale e che ha
trattato come terroristi, detenendoli illegalmente, torturandoli e privandoli
temporaneamente dei loro diritti, cittadini internazionali (tra cui anche
italiane/i) colpevoli di aver portato aiuti umanitari.
Secondo questa logica giudiziaria, che assume come buona la definizione
israeliana di terrorista, chiunque di noi abbia partecipato alle manifestazioni
di piazza contro il genocidio o abbia organizzato una cena a supporto delle
spese della Flotilla potrebbe legittimamente aspettarsi una visita
dell’antiterrorismo? Una prospettiva non così lontana, visto che da un fronte
bipartisan stanno arrivando proposte di legge (una a firma Gasparri e l’altra
Delrio) che equiparano l’antisionismo (e quindi la critica alle politiche
colonialiste di Israele e ai suoi governi) all’antisemitismo, nel solco di
quanto già accade in Gran Bretagna (dove supportare Palestine Action porta
all’accusa di terrorismo – mentre supportare il genocidio no).
Ma anche ammettendo che le accuse si rivelino corrette, che le associazioni
benefiche cui sono arrivati i fondi siano davvero connesse ad Hamas, qual è la
connessione diretta al terrorismo?
Hamas nasce come movimento sociale religioso negli anni ‘80, dopo la prima
Intifada, finanziata e sostenuta dallo stesso Israele e dall’asse anglosassone
(Gran Bretagna e Stati Uniti) per creare una frattura all’interno della società
e della politica palestinese, tradizionalmente laica e socialista. D’altronde,
quegli stessi paesi finanziavano in quel periodo (e per i 30 anni successivi) la
Fratellanza Musulmana, Al Qaida e tutti i movimenti integralisti sunniti in
chiave antisovietica e anti-laicista/socialista/panarabista.
Hamas si è quindi inserita fin dall’inizio in un progetto occidentale di
destabilizzazione, al fine di continuare ad esercitare il potere coloniale
occidentale attraverso Israele, che a sua volta si è configurato fin dalla sua
nascita come parte integrante dell’Occidente e come esperimento di una nuova
forma di colonialismo e suprematismo.
Quando, dopo il fallimento degli accordi di Oslo e la Seconda Intifada, Hamas
stravince le elezioni del 2006 lo fa soprattutto perché l’Anp ha perso di
credibilità – come era nel piano israeliano fin dall’inizio – stravince sotto lo
sguardo degli osservatori Onu che avevano confermato la legittimità e la
validità del voto.
Immediatamente però l’Occidente disconosce quello stesso voto e Israele (sotto
il governo Olmert, invitato dal Pd alla propria festa nazionale solo qualche
mese fa come “uomo di pace”) inizia l’assedio totale alla Striscia che dura
ancora oggi, 19 anni dopo.
Hamas è quindi in prima istanza (e fondamentalmente per la maggior parte dei
paesi dell’Assemblea delle Nazioni Unite, esclusi gli Occidentali)
un’organizzazione politica, di cui alcune parti portano avanti la lotta armata:
può piacere o meno ma riflette la soggettività storica e politica di un popolo,
è parte del suo processo di liberazione.
Chi siamo noi per giudicare questo processo, soprattutto quando le
contraddizioni che lo animano trovano buona parte delle responsabilità nelle
ingerenze occidentali e coloniali? Quanto è suprematista e coloniale (seppur di
un suprematismo “umanitario” e rivolto ai diritti) giudicare i processi politici
e sociali di altri popoli sulla base di ciò che noi siamo oggi disponibili ad
accettare a casa nostra? Perché ricordiamo che il diritto internazionale, che
nasce dalla liberazione e dai processi di decolonizzazione, riconosce il diritto
alla resistenza (anche armata) a fronte di un occupante.
La questione non può porsi nei termini “pro Hamas” o “contro Hamas”. La
questione è: siamo o non siamo per l’autodeterminazione dei popoli, principio
sancito dal diritto internazionale e dalla nostra Costituzione? Siamo o non
siamo per il diritto internazionale, contro ogni forma di genocidio e pulizia
etnica? Perché, se la risposta a queste domande è “sì”, dovrebbe finire sul
banco degli imputati chi ha continuato a finanziare ed armare uno stato accusato
di genocidio o chi ha definito il diritto internazionale “qualcosa che vale fino
ad un certo punto”. E dovrebbe farci domandare, ancora una volta, da quale parte
della Storia vogliamo ritrovarci.
L'articolo Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la
connessione diretta al terrorismo? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sì a un’inchiesta interna sulle responsabilità dell’attacco sferrato da Hamas il
7 ottobre 2023, purché sia totalmente indipendente. È con questa motivazione che
l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha diffuso un’ordinanza ad interim con la
quale ha bloccato l’inchiesta del Controllore dello Stato e difensore civico,
Matanyahu Englman, sull’operato del governo riguardo al massacro che ha dato il
via all’invasione della Striscia di Gaza.
La decisione dei giudici supremi soddisfa le richieste di chi vedeva nell’azione
del difensore civico, nominato proprio dal governo di Benjamin Netanyahu, un
modo dell’esecutivo per controllare l’inchiesta ed eventualmente insabbiare
prove che potessero creare problemi ai vertici di Tel Aviv. La Corte ha ordinato
a Englman di non convocare funzionari per deporre o fornire documentazione al
suo Ufficio e anche a non pubblicare, neanche in forma di bozza, un rapporto
sulle conclusioni che potrebbe aver tratto fino a ora.
L’inchiesta, spiegano i giudici, si basa inoltre su un accordo fra il
Controllore ed entità dello Stato, incluse le Forze di Difesa israeliane
impegnate nell’invasione di Gaza. “Un evento catastrofico di dimensioni
eccezionali come il 7 ottobre richiede una inchiesta complessiva, indipendente e
non di parte, solo da parte di una commissione di inchiesta dello Stato”, ha
dichiarato il Movimento per la qualità del governo in Israele, una delle
organizzazioni che avevano chiesto lo stop dell’inchiesta del Controllore,
mentre il premier Netanyahu respinge tutti gli sforzi per creare una vera
commissione d’inchiesta. Le indagini del Controllore, denunciavano i ricorrenti,
compromette le prove, viola i diritti a un giusto processo e serve “per evitare
l’istituzione di una commissione di inchiesta”.
L'articolo La Corte Suprema israeliana blocca l’inchiesta del difensore civico
sul 7 ottobre: “È nominato dal governo, servono indagini indipendenti” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
L’aspetto più sconcertante dell’operazione avviata dalla Direzione nazionale
antimafia e antiterrorismo, che ha portato finora all’arresto del presidente
dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, e di altri, è
senza dubbio il fatto che si regge quasi esclusivamente sull’abbondante
documentazione probatoria inviata da organismi militari e di sicurezza
israeliani e, in misura notevolmente minore, statunitensi.
Si tratta di documentazione risalente negli anni, che però è stata rinnovata e
integrata in modo decisivo dopo le operazioni militari seguite agli attacchi del
7 ottobre, realizzando l’occupazione militare della Striscia di Gaza e
sottoponendone la popolazione a un trattamento che ha provocato finora almeno
settantamila vittime, in gran parte civili, tra cui moltissimi bambini,
massacrati e mutilati.
E’ a seguito di questo bagno di sangue che sono emerse le prove che
dimostrerebbero la destinazione ad Hamas delle somme raccolte in Italia,
ufficialmente devolute ad organizzazioni umanitarie e caritatevoli, per tentare
di attenuare le indicibili sofferenze dei Palestinesi di Gaza, cui l’occupazione
israeliana continua a negare l’accesso a beni essenziali per la sopravvivenza
quali acqua, cibo, medicinali e coperte, indumenti e strutture idonee a
proteggersi da piogge, freddo e maltempo.
Date le circostanze del reperimento e la natura delle autorità responsabili
dell’invio, specialmente in considerazione del fatto che si tratta di parti
decisive e operative di uno Stato che è sotto accusa per genocidio, crimini di
guerra e contro l’umanità, la documentazione in questione avrebbe dovuto essere
sottoposta a un vaglio più che attento. Elemento, questo, a sua volta sub judice
e sul quale si sta esercitando la scrupolosa analisi dei collegi difensivi.
Altro aspetto cruciale è poi costituito dalla natura di Hamas, sulla quale vanno
dette parole chiare, tenendo conto di una situazione che presenta vari aspetti
di inusitata complessità. E’ certo che formazioni armate riconducibili ad Hamas,
ma anche ad altri raggruppamenti armati palestinesi, si siano rese responsabili,
durante gli attacchi del 7 ottobre, di crimini di guerra quali massacri
indiscriminati e rapimento di civili.
Per tali motivi la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di cattura
nei confronti di tre alti dirigenti dell’organizzazione in questione, tutti e
tre nel frattempo eliminati stragiudizialmente da Israele, mentre invece i
destinatari israeliani dei mandati di cattura continuano ad essere liberi e uno
dei due, anzi, il primo ministro Netanyahu, esercita ancora il proprio potere
decisionale incontrastato e sorretto dalla complicità dei principali Stati
occidentali, Italia compresa.
Va del resto ulteriormente specificato che la portata precisa dei crimini di
Hamas non è stata finora accertabile anche e soprattutto per la reticenza delle
autorità israeliane a istituire una Commissione d’inchiesta interna o tanto più
internazionale su quei luttuosi avvenimenti.
D’altronde Hamas non è solo un gruppo armato ma anche – lo si voglia o no –
un’espressione politica di buona parte del popolo palestinese, dotato di
riconoscimento internazionale e appoggi considerevoli non solo da parte di Stati
arabi e islamici tra loro diversissimi quali Qatar, Iran e Turchia, ma anche
molti altri.
Per altri versi è noto che Hamas, nonostante due e più anni di martellante
occupazione israeliana, continua ad esercitare de facto poteri di governo su
notevoli parti del territorio di Gaza e relativa popolazione, il che rende
pressoché inevitabile intrattenere rapporti con la stessa per chiunque voglia
fattivamente operare sul piano del soccorso umanitario.
Di tali complessità non pare per nulla tener conto la Direzione antimafia, così
come non ne tiene conto, a monte, la decisione dell’Unione europea che – su
chiaro diktat statunitense – ha inserito Hamas nella lista delle organizzazioni
terroristiche senza operare alcuna distinzione fra ala militare, direzione
politica e apparati amministrativi. Una procedura, questa delle liste dei
terroristi, priva anch’essa delle più elementari garanzie giuridiche,
espressione di arbitrio politico e di un’inaccettabile e brutale logica
amico/nemico.
Per me Hamas, data la sua ispirazione fondamentalista, costituisce senz’altro un
avversario politico. Ciò tuttavia non ci esime dal valutare le complessità del
caso, sulla base del criterio fondamentale della necessità di prevenire, fermare
e reprimere il genocidio e la violazione senza precedenti dei diritti umani del
popolo palestinese.
Da questo punto di vista, il pur condivisibile riferimento ai crimini di Israele
contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare ammonta quasi esclusivamente a
clausola di stile, tanto più che continua incontrastata la collaborazione con
tale Stato, anche sul piano giudiziario.
L'articolo Nell’arresto di Mohammed Hannoun e di altri otto palestinesi c’è una
cosa sconcertante proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Mohammad Hannoun, architetto
palestinese di 63 anni arrestato sabato scorso nell’inchiesta della Dda di
Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas. L’interrogatorio di garanzia si è
svolto martedì mattina nel carcere di Marassi davanti alla giudice per le
indagini preliminari Silvia Carpanini. “La scelta è stata nostra – hanno
spiegato i suoi legali, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo – perché il nostro
assistito non ha ancora avuto modo di leggere gli atti”. Hannoun ha tuttavia
rilasciato dichiarazioni spontanee, parlando per circa mezz’ora davanti alla
giudice.
Secondo quanto riferito dagli avvocati, Hannoun ha rivendicato la propria
attività di raccolta fondi a fini benefici, svolta a partire dagli anni Novanta
a favore della popolazione palestinese a Gaza, in Cisgiordania e nei campi
profughi. Nelle dichiarazioni spontanee ha negato di aver finanziato
direttamente o indirettamente Hamas e ha spiegato, per quanto possibile, le
modalità di raccolta e distribuzione dei fondi prima e dopo il 2023,
sottolineando i cambiamenti intervenuti dopo il 7 ottobre.
I legali hanno inoltre riferito che Hannoun ha ribadito come da anni i conti
fossero bloccati e che l’unico modo per portare aiuti fosse la raccolta di
contanti, sempre dichiarati in uscita nelle necessarie comunicazioni in
aeroporto. Nonostante ciò, al momento l’architetto, indicato dagli inquirenti
come al vertice della presunta cellula italiana di Hamas, resta in carcere: “Il
provvedimento è già eseguito”, hanno spiegato i difensori, che valuteranno se
presentare un’istanza di attenuazione della misura cautelare o ricorrere al
tribunale del Riesame. Hannoun ha anche saputo del presidio di solidarietà che
si è svolto ieri sera sotto il carcere di Marassi. “Lo ha visto in televisione –
hanno riferito i legali – e ci è apparso confortato, anche se è una persona
molto posata e consapevole”.
Nell’inchiesta risultano complessivamente sedici persone tra arrestati e
indagati. Ai nove sottoposti a custodia cautelare in carcere si aggiungono sette
indagati, tra cui la moglie e i figli di Hannoun. Tutti sono stati sottoposti a
perquisizione domiciliare. Gli altri interrogatori di garanzia per i nove
arrestatisi sono svolti quasi tutti da remoto. Per due indagati, latitanti in
Turchia e a Gaza, è stata richiesta una rogatoria internazionale.
Intanto, nelle prossime settimane Hannoun sarà trasferito da Marassi a un altro
istituto. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sta predisponendo
il suo spostamento in una delle poche carceri italiane dotate di sezioni AS2,
destinate ai detenuti accusati di terrorismo, probabilmente a Ferrara o
Alessandria. “È una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né
dalla Procura – hanno commentato i difensori – ma che renderà certamente più
complicata la difesa”.
L'articolo Hannoun si avvale davanti al gip ma dice: “Nessun finanziamento
diretto o indiretto ad Hamas” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla vigilia dell’incontro tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu, l’ala militare
di Hamas ha ribadito che il gruppo islamista non rinuncerà alle armi. Proprio
mentre il presidente americano si preparava a ricevere il premier israeliano a
Mar-a-Lago, il nuovo portavoce delle Brigate Ezzedine al-Qassam, Abu Obeida, ha
dichiarato che la resistenza armata continuerà “finché l’occupazione
continuerà”, anche “a mani nude”. Poche ore dopo, al termine del colloquio con
Netanyahu, Trump ha lanciato un ultimatum diretto a Hamas, avvertendo che se il
gruppo “non disarma” a breve “pagherà un prezzo”. “Daremo un breve tempo ad
Hamas per disarmare, altrimenti pagherà”, ha detto il presidente americano,
legando l’avvio della ricostruzione di Gaza alla consegna delle armi da parte
del movimento islamista.
L’ANNUNCIO DI HAMAS
“Il nostro popolo si sta difendendo e non rinuncerà alle armi finché
l’occupazione continuerà, non si arrenderà, anche se dovrà combattere a mani
nude”. Con queste parole Abu Obeida, nuovo portavoce delle Brigate Ezzedine
al-Qassam, ala militare di Hamas, ha riaffermato in un video diffuso su Telegram
la linea del movimento, proprio nelle stesse ore dell’incontro tra Trump e
Netanyahu in Florida.
L’INCONTRO IN FLORIDA
Il presidente americano ha ricevuto il premier israeliano nel resort di
Mar-a-Lago, a sole 24 ore dal colloquio con il presidente ucraino Volodymyr
Zelensky. Si tratta del quinto incontro tra Trump e Netanyahu da quando il
tycoon è tornato alla Casa Bianca, ma il faccia a faccia arriva in una fase
particolarmente delicata per il Medio Oriente, con diversi dossier aperti, a
partire da Gaza. Trump ha lanciato un avvertimento esplicito a Hamas: se il
gruppo “non disarma” a breve “pagherà”. “Daremo un breve tempo ad Hamas per
disarmare, altrimenti pagherà un prezzo”, ha dichiarato il presidente americano
dopo il colloquio con Netanyahu. La ricostruzione della Striscia di Gaza, ha
aggiunto, potrà iniziare “molto presto, il prima possibile”, ma solo a
condizione che Hamas deponga le armi.
Il presidente degli Stati Uniti, che continua a presentarsi come il “presidente
della pace”, appare sempre più impaziente di avviare la cosiddetta fase due a
Gaza, dopo il fragile cessate il fuoco che aveva contribuito a finalizzare lo
scorso ottobre. Una tregua che, secondo il ministero della Sanità palestinese, è
stata messa a dura prova dalle continue operazioni israeliane nell’enclave,
costate oltre 400 morti in pochi mesi.
IL FRONTE ISRAELIANO
Sul fronte israeliano, Netanyahu continua a mostrarsi riluttante a un ulteriore
ritiro da Gaza. Il premier ha posto come condizione la restituzione dei resti
dell’ultimo ostaggio prima di procedere alle fasi successive del piano. La
famiglia di Ran Gvili ha accompagnato Netanyahu a Mar-a-Lago e dovrebbe
incontrare funzionari dell’amministrazione Trump. Israele, inoltre, non ha
ancora aperto il valico di Rafah con l’Egitto, sostenendo che lo farà solo dopo
la restituzione del corpo del sergente maggiore. “Faremo tutto il possibile per
riavere indietro i resti di Ran Gvili, la cui meravigliosa famiglia è qui”, ha
assicurato Trump.
Nel corso dell’incontro, il presidente americano ha elogiato Netanyahu
definendolo “un eroe di guerra” e dicendosi convinto che riceverà la grazia
presidenziale nel processo per corruzione. Gaza, tuttavia, è solo uno dei
“cinque argomenti” sul tavolo del colloquio, come ha precisato lo stesso Trump.
IRAN, SIRIA E LIBANO
Le divergenze emergono con maggiore evidenza sugli altri dossier regionali.
Netanyahu ha ribadito che “Israele non ha mai avuto un amico come Trump alla
Casa Bianca”, ma punta a una linea più aggressiva nei confronti dell’Iran o,
quantomeno, a un via libera americano per agire contro Teheran. Trump ha
minacciato un nuovo attacco qualora l’Iran tentasse di ricostruire il programma
di missili balistici o di riprendere quello nucleare. “Se così fosse, dovremo
intervenire per fermarli. Li fermeremo. Li distruggeremo completamente”, ha
dichiarato, invitando Teheran a raggiungere un accordo con Washington.
Altro tema sensibile è la Siria. Netanyahu non ha gradito l’apertura americana
verso il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, mentre Trump ha espresso l’auspicio
che Israele riesca ad andare d’accordo con Damasco, definendo il leader siriano
“uno tosto” che “sta facendo un grande lavoro”. Infine il Libano, dove il
presidente americano spinge per la via diplomatica, mentre Israele dubita che
Beirut sia in grado di contenere Hezbollah senza una nuova campagna militare.
L'articolo La sfida di Hamas: “Non rinunceremo alle armi”. Trump dopo l’incontro
con Netanyahu: “Pagherete un prezzo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tensione in Aula alla Camera, durante la discussione sulla legge di Bilancio,
dopo la richiesta da parte di Fratelli d’Italia di una informativa al ministro
Piantedosi sulla vicenda Hannoun e l’inchiesta sui presunti finanziamenti ad
Hamas. “Sono anni che FdI segnala la pericolosità di questo soggetto”, ha detto
la deputata Sara Kelany, aggiungendo che “Hannoun ha condiviso i palchi con
eminentissimi esponenti della sinistra, osannato e coccolato da esponenti del
Pd, di Avs, dei M5s”. Dopo un botta e risposta con i banchi delle opposizioni
anche il deputato Giovanni Donzelli ha chiesto una informativa, questa volta del
ministro Antonio Tajani, chiedendo in particolare “perché sia emerso un flusso
di denaro importante che dall’Italia è uscito in modo irregolare e questo
potrebbe avere complicato i rapporti internazionali” del nostro Paese. “La
superficialità delle opposizioni – ha accusato Donzelli – potrebbe impattare
sull’immagine internazionale dell’Italia. Il Governo è complice di pace, non di
genocidio”.
Le opposizioni sono andate all’attacco criticando il fatto che il vice
presidente di turno Fabio Rampelli abbia consentito questa seconda richiesta.
“Grave precedente – ha detto Marco Grimaldi di Avs – quello consentito dal
presidente di turno Rampelli di consentire l’intervento del deputato Donzelli e
l’attacco alle opposizioni. Se questa è la prassi, l’Aula così sarà
ingovernabile. Se la destra ha deciso di andare all’esercizio provvisorio lo
dica”. Anche il Dem Federico Fornaro è andato all’attacco: “L’intervento del
collega Donzelli – ha protestato – era evidente che era sullo stesso identico
argomento. Quando si fanno queste informative si individua un ministro, ma il
concetto è che è chiamato il Governo. Allora, se il collega Donzelli si fosse
fermato nel dire che riteneva opportuno che oltre al ministro Piantedosi ci
fosse un’informativa sullo stesso argomento anche del ministro Tajani, non avrei
avuto nulla a che ridire, ma ha argomentato sullo stesso tema, ha attaccato
genericamente questi banchi”. “Prendiamo atto – ha aggiunto Valentina D’Orso,
del Movimento 5 stelle – che oggi si è creato un precedente, quello dello
spacchettamento delle informative, perché di questo si tratta”.
“Ci associamo anche noi alla richiesta di avere il ministro Piantedosi in Aula.
E questo perché noi non abbiamo paura di parlare di antisemitismo”, ha aggiunto
Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S. “D’altronde non era il capogruppo alla
Camera del Movimento 5 Stelle a vestirsi da nazista, ma quello di Fratelli
d’Italia. Noi infatti ce lo ricordiamo bene cosa si dice nelle giovanili di
Fratelli d’Italia, dove si inneggia ai forni crematori. La cosa più squallida è
che questa destra usa l’inchiesta per pulirsi la coscienza per la sua complicità
con il genocidio”. “Tra l’altro – ha detto – se vogliono parlare di chi finanzia
Hamas, parlino anche di Netanyahu, che ora finanzia le costole dell’Isis. Noi
siamo orgogliosi di aver partecipato alle piazze per la Palestina e della nostra
deputata Ascari, che è andata a vedere con i suoi occhi cosa accadeva in luoghi
come la Cisgiordania. Se qualcuno ha speculato sul grande moto di solidarietà
per la popolazione palestinese, noi siamo i primi a condannare”.
L'articolo FdI chiede a Piantedosi informativa su Hannoun e i finanziamenti a
Hamas. Tensione in Aula alla Camera proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bagarre alla Camera dopo la richiesta di Giovanni Donzelli, responsabile
Organizzazione di Fratelli d’Italia, al ministro degli Esteri, Antonio Tajani,
sull’operazione condotta a Genova che ha portato all’arresto di Mohammad
Hannoun, richiesta contestata dalle opposizioni poiché Fratelli d’Italia aveva
già chiesto la presenza del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sullo
stesso argomento. E per il regolamento lo stesso gruppo parlamentare non può
intervenire due volte. Bersaglio delle critiche il vicepresidente Fabio
Rampelli, in quel momento alla guida dell’Aula, che ha permesso a Donzelli di
parlare, attaccando specialmente il Pd (Laura Boldrini) e il M5s (Stefania
Ascari). “Siccome è emerso un flusso di denaro importante che dall’Italia è
uscito all’estero in modo irregolare, credo se questo crei dei problemi
internazionali e abbia complicato anche alcune relazioni”, ha detto Donzelli.
“Chiedo e confermo che il ministro Tajani venga in quest’Aula a dirci quanto per
colpa delle opposizioni e se si sono complicate le relazioni internazionali”.
“Presidente, io stigmatizzo il suo comportamento. Adesso – ha protestato Marco
Grimaldi di Avs – ognuno di noi nelle prossime due ore prenderà la parola su
ordine dei lavori che non dichiareranno prima. Sa che cosa vuol dire? Che le
prossime ore ognuno di noi chiederà un ordine dei lavori e voi andrete in
esercizio provvisorio, ma non voi. Porteremo il Paese all’esercizio provvisorio
perché lei non sa fare il presidente della Camera“.
L'articolo Fondi ad Hamas, caos alla Camera: Donzelli attacca Boldrini e Ascari.
Grimaldi imbestialito con Rampelli: “Non sa gestire l’Aula” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sono 17 le perquisizioni effettuate dalla Digos (incluse le tre sedi
dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese a Genova,
Milano e Roma), a Torino, Bologna, Bergamo, Firenze, Monza Brianza, Lodi,
Sassuolo (Modena) nell’ambito dell’indagine sui finanziamenti ad Hamas che ha
portato all’arresto a Genova di Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione
dei Palestinesi d’Italia (Api). In tutto, sottolinea la procura, è stato
sequestrato denaro contante per un milione e 80 mila euro, trovato non solo
nella sede dell’Abspp ma anche nelle residenze delle persone indagate. In un
caso, circa 560mila euro erano nascosti in un vano ricavato in un garage a
Sassuolo. Nel corso delle perquisizioni sono stati inoltre sequestrati alcuni
computer, nascosti nell’intercapedine di una parete in un alloggio in provincia
di Lodi, e altri dispositivi elettronici che saranno sottoposti ad analisi nei
prossimi giorni.
L'articolo Finanziamenti ad Hamas, sequestrato un milione di euro in contanti:
pc e dispositivi elettronici nascosti in un’intercapedine – Video proviene da Il
Fatto Quotidiano.
C’è anche una giornalista indagata nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad
Hamas che ieri ha portato all’arresto di nove persone. Lo riporta l’edizione di
Torino del quotidiano La Stampa spiegando che si tratta di Angela Lano, torinese
di 62 anni, giornalista e orientalista, direttrice dell’agenzia di stampa
Infopal e autrice di diversi libri sul mondo arabo e islamico.
Storica attivista No Tav, Lano – spiega il quotidiano – è indagata per concorso
e partecipazione in associazione con finalità terroristica e ieri la sua
abitazione è stata perquisita dalla Digos, che ha sequestrato denaro contante,
dispositivi informatici e bandiere con simboli di Hamas. La giornalista viene
considerata dagli investigatori la responsabile della propaganda di Hamas in
Italia, in rapporti quasi quotidiani con Mohammed Hannoun, presidente
dell’Associazione dei Palestinesi d’Italia e tra i principali indagati
nell’inchiesta coordinata dalla Procura di Genova e dalla Procura Nazionale
Antiterrorismo
Nel 2010 Angela Lano fu protagonista di un altro fatto di cronaca legato alle
vicende palestinesi. All’epoca la giornalista era una delle persone a bordo
della nave del convoglio umanitario ‘8000 – Freedom for prisoners. Freedom for
Gaza‘ assaltato dalla Marina militare israeliana. Gli occupanti
dell’imbarcazione furono poi liberati alcuni giorni dopo.
L'articolo “Finanziamenti ad Hamas”: anche una giornalista indagata per concorso
in terrorismo proviene da Il Fatto Quotidiano.