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Netanyahu definisce l’attacco all’Iran ‘il ruggito del leone’: una lettura sulla defaunazione
Il criminale Benjamin Netanyahu ha definito l’ennesimo atto di prepotenza in spregio del diritto internazionale (l’attacco all’Iran) “il ruggito del leone”. Questa definizione si presta ad una lettura sulla defaunazione, ma anche sul declino culturale e fisico della nostra specie. Sicuramente il predetto criminale non sa, quando pronuncia quella locuzione, che sta usando un riferimento ad una specie animale che in Africa si è ridotta del 90% in cento anni e che, confinata com’è in riserve “naturali”, con l’assenza di corridoi ecologici, la pressione del turismo e l’aumento della popolazione, è oggi considerata una specie vulnerabile. In pratica, il criminale – citando un verso della Bibbia “Il leone ruggisce, chi non tremerà? Il Signore Dio ha parlato, chi può non profetizzare?”, scritta ai tempi in cui il leone occupava tutta l’Africa – ha implicitamente messo il dito nella piaga: quell’uomo figlio di Dio ha recentemente sterminato uno dei maggiori mammiferi al mondo e non è detto neppure che riesca a salvare gli esemplari che rimangono. Dicevo “implicitamente” perché di sicuro Netanyahu non saprà nulla della defaunazione, e probabilmente nulla gli importa che si estinguano i leoni africani visto che è capace di causare con totale cinismo il genocidio di un’intera popolazione umana. E la scomparsa dell’ennesimo grande mammifero non potrà non avere conseguenze sull’uomo, perché tutto è connesso in questo mondo. Perché parlo di leoni “africani”? Perché esiste anche il leone asiatico, e anzi esso campeggiava nella bandiera persiana, prima della rivoluzione khomeinista, ma fu sterminato dagli stessi persiani e gli individui residui sopravvivono solo più in India, nel Gir Forest Wildlife Sanctuary. Forse consci di averne come popolo causato l’estinzione, gli ayatollah hanno fatto togliere il leone dalla loro bandiera. Negli Stati Uniti i leoni non c’erano, c’erano altri grandi mammiferi, i bisonti, e gli antenati del “rosso” furono capaci di ridurre il loro numero a 300 alla fine del 1800, quando all’inizio dello stesso secolo se ne contavano 50-60 milioni. Esemplare la fotografia che ritrae una montagna di teschi di bisonte destinati a fertilizzare i campi. Credo che anche al rosso non fregherebbe più che tanto che si estinguessero (per fortuna non sono oggi in pericolo), visto che i presidenti che lo hanno preceduto hanno causato la morte di oltre due milioni di Homo sapiens, di cui decine di migliaia di bimbi, in Iraq e Afghanistan, e lui è sulla buona strada nell’esportazione della democrazia, come dimostrato dal supporto a Israele a Gaza, dal blitz in Venezuela e oggi dall’assalto all’Iran. E tutto soprattutto per avere il controllo dell’estrazione del petrolio (come sottolinea in questi giorni Alessandro Di Battista), quel petrolio la cui fuoriuscita causa il riscaldamento globale, che a sua volta causa l’estinzione di molte specie animali e vegetali. Tutto torna. Defaunazione, perdita di specie, cambiamento climatico, ma, ripeto, cosa volete che gliene importi a questi poveretti, signori della guerra ma ignoranti della Terra? E, del resto, la ipotetica salvezza del genere umano non potrebbe che ottenersi con il transito a una visione olistica; ma è possibile questa, in un mondo in cui non si ha rispetto neppure per i nostri simili? L'articolo Netanyahu definisce l’attacco all’Iran ‘il ruggito del leone’: una lettura sulla defaunazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Board of Peace è una holding del potere: un colpo di Stato istituzionale che disintegra l’ordine mondiale
Per oltre settant’anni, l’ordine mondiale ha riposato su due pilastri gemelli: il consenso multilaterale delle Nazioni Unite e la stabilità monetaria del dollaro ancorato al sistema di Bretton Woods. Oggi, entrambi stanno andando in frantumi. Mentre l’economia globale si frammenta in blocchi valutari e sanzioni incrociate, l’architettura politica che avrebbe dovuto gestire questa transizione sta collassando sotto il peso della sua stessa inefficienza. Al suo posto, Donald Trump ha piantato una bandiera solitaria: il Board of Peace (BoP). Non chiamiamola organizzazione internazionale. Il BoP è una holding del potere. Concepito a settembre del 2025 come parte del Piano Gaza, e cioè la trasformazione della Striscia in una riviera mediterranea per ricchi, il BoP è stato ratificato da una riluttante Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (con Cina e Russia che si sono astenute). Il Board è de facto il primo esperimento di governance post-democratica globale. È snello, verticistico e progettato per aggirare la palude burocratica dell’Onu. Ma la sua vera natura sta nello statuto: Donald Trump è il chairman a vita, con potere di veto assoluto e l’autorità di interpretare unilateralmente la carta istitutiva. I membri dell’Executive Board – da Marco Rubio a Tony Blair, fino al miliardario Marc Rowan, che ha usato Jeffrey Epstein per consulenze fiscali per la sua società Apollo, – non sono eletti, ma nominati. La struttura è quella di una corporation privata applicata alle relazioni internazionali. Il sistema è quello del capitalismo di relazione, lo stesso della rete pedofila di Epstein, portato al suo estremo logico: un consiglio di amministrazione per la pace, dove la pace si compra. Qui si consuma il tradimento più profondo dello spirito di Bretton Woods. L’Onu viveva di contributi “valutati”, una tassa di solidarietà globale. Il Board of Peace, invece, introduce il principio del “pay-to-play”. I membri permanenti devono versare un miliardo di dollari al fondo del Board. Chi paga, siede al tavolo. Chi non paga, osserva. È la mercificazione della sovranità. E funziona. A Davos, a gennaio, venti nazioni hanno firmato. Non troverete qui le democrazie europee, impantanate in distinguo legali e fedeltà obsolete all’Atlantico. Troverete invece un’alleanza trasversale di stati autoritari e potenze regionali: dall’Arabia Saudita all’Ungheria di Orbán, dal Qatar alla Bulgaria, fino a Turchia e Kazakhstan. Il Board rappresenta il governo globale secondo Trump: un club esclusivo per chi accetta di giocare con le sue regole. La mossa di Putin è stata magistrale. Il Cremlino, cauto, non ha firmato, ma ha capito il gioco. Ha offerto di finanziare il Board con un miliardo di dollari proveniente dai propri asset congelati in Occidente. In un colpo solo, Mosca ha trasformato una sanzione in una leva politica, offrendo a Trump la possibilità di sbloccare fondi russi in cambio di un seggio al tavolo dei peacemakers. È la finanziarizzazione della pace: il conflitto diventa un asset da negoziare. L’Onu, intanto, è in agonia. Il Segretario Generale ha lanciato l’allarme su un “imminente collasso finanziario”. Gli Stati Uniti devono 2.2 miliardi di dollari di contributi arretrati. E non pagheranno. Perché dovrebbero? Con due miliardi si potrebbero compare due poltrone al BoP! La Risoluzione 2803 aveva definito il Board come uno strumento transitorio per Gaza. Ma il BoP ha subito sforato il mandato, presentandosi come l’unico organismo in grado di garantire “pace duratura” ovunque sia minacciata. È un colpo di Stato istituzionale. Il Board non vuole riformare l’Onu, vuole sostituirlo. E lo fa con la stessa logica con cui le criptovalute sfidano le banche centrali: promettendo velocità ed efficienza, ma offrendo in realtà assenza di controlli e centralizzazione del potere. Mentre a Sud il Board smantella l’ordine multilaterale, a Nord si salda un’altra crepa: la Nato del Nord. L’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza Atlantica non è una semplice espansione geografica. È la chiusura di un’era. Per duecento anni, la regione nordica è stata una zona cuscinetto geopolitica. Oggi, quella “separatezza nordica” è finita. Il confine tra Russia e Nato corre ora attraverso la Lapponia e il Mar Baltico. I paesi scandinavi non sono più “al di sopra” della tensione; ne sono il fronte. La Nato del Nord – che integra Danimarca (con la sua problematica Groenlandia), Norvegia (con lo Svalbard conteso), Svezia (con l’isola di Gotland) e Finlandia (con i suoi nuovi accordi bilaterali con gli Usa) – rappresenta il completamento di un cerchio strategico. Ma presenta anche una sutura pericolosa: il comando militare è diviso. I paesi nordici fanno capo al Joint Force Command di Norfolk, mentre i Baltici, Polonia e Germania restano a Brunssum. Tra i due c’è una linea che taglia il Baltico in due. Questa “famiglia che guarda in direzioni diverse” è l’esatto opposto del Board of Peace. Se il Board è la centralizzazione del potere nelle mani di un solo uomo, la Nato del Nord è la frammentazione della responsabilità sotto un unico ombrello. Due facce della stessa medaglia: la disintegrazione dell’ordine mondiale. L'articolo Il Board of Peace è una holding del potere: un colpo di Stato istituzionale che disintegra l’ordine mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia è l’unico Paese del G7 ad aderire al Board of Peace per Gaza. E non è la mia sola perplessità
di Leonardo Botta Il vicepremier Tajani che afferma che sul “Board of Peace” l’Italia sarà “protagonista ma come osservatore”, mi ricorda quella ragazza che confessava ai genitori di essere rimasta un po’ incinta! Battute a parte, credo che la posizione del nostro governo in merito all’”asse di pace” trumpiano per Gaza sia discutibilissima, magari anche un po’ ipocrita (quella che al mio paese chiamano strategia del “una botta al chirchio e una al tompagno”), ma tutto sommato legittima (tant’è che la stessa Unione Europea sarà osservatrice al tavolo). Anche perché il (nemmeno troppo) sottinteso è che, in questo modo, il nostro paese potrà forse prendersi una “fettina di torta” al “buffet” imbandito della ricostruzione della Striscia (che si riedifichino le case dei poveri gazawi o si realizzi una nuova Dubai, come piuttosto lascia intendere l’entourage del tycoon, è questione tutta da vedere). Ciò che fa comunque impressione è come abbiano potuto, un governo e una maggioranza parlamentare di idee in gran parte nazionaliste, appiattirsi sulle posizioni statunitensi senza quasi battere ciglio: si cominciò con i dazi per poi passare alle spese militari, a quella dottrina Maga che tradotta dalla lingua trumpiana vuol dire “chi se ne fotte dell’Europa (Italia compresa)!”, alle fetenzie dell’Ice, alle violazioni dei diritti civili e internazionali, fino al risiko con Canada e Groenlandia e ora alle Las Vegas in medio oriente. In ogni caso, ripeto, questo governo credo abbia il diritto di mettersi lì dietro a osservare la partita a carte tra Donald e i suoi fedeli invitati (non tutti raccomandabilissimi, ma tant’è); ma ci lasci almeno la facoltà di critica, a cui la presidente Meloni e i suoi ultimamente sembrano piuttosto insofferenti. Per esempio, sorvolando su certi “tecnicismi” dell’art. 11 della nostra Costituzione (a parte ripudiare la guerra, quali sarebbero le “condizioni di parità con gli altri Stati”, necessarie per operare “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”? Boh, troppa roba per me che in diritto ho la “cuinta alimentare”), credo resterebbe almeno l’obbligo (art. 80) di far passare questa partecipazione al Board attraverso una ratifica del nostro Parlamento; lo so, ormai Camera e Senato contano come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni, ma dateci almeno l’illusione che qualcosa, ogni tanto, facciano ancora! E lasciateci anche nutrire qualche altra perplessità: – L’Italia è l’unico paese del G7 che aderisce a questo piano, seppur da “osservatore”; vero è che ogni governo fa un po’ come cavolo gli pare, ma tale circostanza vorrà forse dire qualcosa? – La nostra Chiesa, per bocca del cardinale Parolin, si è detta contraria alla partecipazione al Board: a me, da laico, la questione interessa ben poco (anzi, le ingerenze della libera Chiesa nel libero Stato mi scocciano abbastanza), però prendo atto che per i nostri amici sovranisti a corrente alternata il motto “Dio, Patria e Famiglia” valga un giorno sì e uno no. Ma di questo io, che non ho votato per loro, non posso lamentarmi più di tanto; certo, fa un po’ specie che i milioni di loro followers sparsi per la penisola si stiano “ammoccando” tutte queste giravolte triple con salto carpiato senza nemmeno storcere il naso: contenti loro… IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo L’Italia è l’unico Paese del G7 ad aderire al Board of Peace per Gaza. E non è la mia sola perplessità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli Stati che chiedono la rimozione di Francesca Albanese compiono una ripicca di basso livello
di Pietro Francesco Maria De Sarlo La Francia, la Germania, l’Italia e altri stati europei stanno chiedendo all’Onu la rimozione di Francesca Albanese dall’incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Ovviamente ci sono relatori speciali per la Cina, per la Corea del Nord, per gli Stati Uniti e ogni relatore dà fastidio a qualcuno. Ma chi li nomina? I Relatori Speciali non sono diplomatici né funzionari di carriera. Sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu per monitorare singoli Paesi o temi specifici (tortura, libertà di espressione, territori occupati, ecc.). Del consiglio fanno parte 47 paesi: 13 per l’Africa, 13 per l’Asia, 6 per l’Est Europa, 8 per l’America del Sud, e 7 per l’Europa dell’Ovest. La maggioranza è parte del Sud Globale. Quando un mandato si libera – per scadenza o dimissioni – si apre una procedura pubblica di candidatura. Un gruppo consultivo interno al Consiglio esamina i profili e propone una short list. La decisione finale spetta al Presidente del Consiglio, con l’avallo dei 47 Stati membri. Non è un’elezione popolare né un voto dell’Assemblea generale. È una procedura tecnico-politica interna al Consiglio. Il mandato dura in genere tre anni, rinnovabile una sola volta. Nessun relatore può restare in carica oltre sei anni complessivi. Alla scadenza, il Consiglio può rinnovare l’incarico, scegliere un altro esperto, oppure non rinnovare affatto il mandato. Il mancato rinnovo non è una sanzione: è una decisione ordinaria. In ogni caso per Francesca Albanese, che è stata rinnovata nel 2025 ed è già nel suo secondo triennio, scadrà in via definitive nel 2028. Si può “destituire” un relatore? Sì, ma non per semplice dissenso politico. I relatori sono vincolati a un Codice di condotta che impone indipendenza, imparzialità e integrità. Una rimozione anticipata può avvenire solo in caso di violazioni formali di queste regole. Non esiste una soglia automatica di voti come in un parlamento. Serve una decisione del Consiglio basata su motivazioni procedurali, non su pressioni politiche. Ed è un evento rarissimo. Il Consiglio può anche decidere di chiudere o modificare il mandato stesso, attraverso una risoluzione votata dai suoi 47 membri. In quel caso non viene “cacciata” la persona, ma viene ridefinito il meccanismo. In sintesi: i Relatori Speciali non dipendono dai governi che criticano. Non vengono eletti dall’Assemblea generale. Non possono essere rimossi per semplice irritazione diplomatica. Ma il loro rinnovo dipende inevitabilmente dagli equilibri politici del Consiglio. A mio modo di vedere, nell’improbabile caso che si arrivi a un voto del Consiglio, voterebbero a favore Francia, Regno Unito, Italia, Repubblica Ceca, Estonia, Olanda. Poi ci saranno gli incerti e gli astenuti e poi la marea dei paesi del Sud del Mondo. Comunque questo è l’elenco degli altri paesi attualmente membri e ognuno può fare le proprie ipotesi: Islanda, Spagna, Svizzera, Angola, Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Congo, Egitto, Etiopia, Gambia, Ghana, Kenya, Malawi, Mauritius, Sudafrica, Cina, Cipro, India, Indonesia, Iraq, Giappone, Kuwait, Isole Marshall, Pakistan, Qatar, Korea, Thailandia, Vietnam, Albania, Bulgaria, Macedonia del Nord, Slovenia, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador, Messico. A me pare molto improbabile, soprattutto avendo negli occhi l’immagine dei delegati Onu che lasciarono l’aula appena Netanyahu iniziò a parlare, che l’iniziativa europea abbia successo. Servirà solo a disgustare ulteriormente gli stati del mondo non occidentale, come se ce ne fosse ancora bisogno, perdendo sempre più autorevolezza e spessore morale. Rende solo evidente il tentativo di vendetta contro Albanese per aver denunciato la complicità in genocidio di molti Stati europei, tra cui Francia, Germania e Italia. Una ripicca di basso profilo che otterrà solo l’aumento delle indignazione popolare verso i propri governi complici di Netanyahu. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! 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Perché è inopportuna la scelta di Meloni di far partecipare l’Italia al Board of Peace per Gaza da osservatore
di Roberto Celante La premier Meloni ha fatto sapere che l’Italia interverrà al Board of peace, la cui prima riunione si terrà a Washington il 19 febbraio, con l’ambigua formula della partecipazione “da osservatore”: senza rivestire, quindi, un ruolo attivo. Si tratta di un vero e proprio “barbatrucco”. Peraltro, per diretta ammissione della premier, “è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace”. Tradotto: se abbiamo un problema con la Costituzione, aggiriamola (che, in tempi di campagna referendaria, è un formidabile autogol). Il riferimento è all’art. 11 Cost., che afferma che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Il dubbio che il Board of peace non risponda a questi requisiti è più che fondato, perché, secondo il punto 10 del Piano di pace di Trump, “questo organismo gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza”; i Padri Costituenti, invece, mentre scrivevano l’art. 11, non avevano affatto in mente un comitato di affari, ma un’organizzazione internazionale che promuovesse la pace (tipo l’Onu). Se quindi è appurato che partecipare al Board of peace sarebbe stato “chiaramente” un “problema” per l’Italia, per dirla con le stesse parole della premier, non si capisce perché assistervi “da osservatore” sia considerata un’opzione. Presenziare, anche con questa formula, contribuisce a fornire legittimazione a un Board che ha lo scopo primario di promuovere e gestire un “piano di sviluppo economico” (sempre secondo il punto 10). In questo scenario, l’unico stato che subirà le “limitazioni di sovranità” ammesse dall’art. 11 Cost. a favore delle organizzazioni internazionali promotrici di pace, è l’Autorità Nazionale Palestinese. E fino a quando? Finché non avrà promulgato una costituzione democratica e non avrà istituzioni funzionanti secondo il principio montesqueiano della divisione dei poteri? Finché non dimostrerà di avere il controllo del territorio e dell’ordine pubblico, possibilmente con metodi che non si ispirino al modello Ice? No, verosimilmente, finché non saranno completati i progetti di investimento, che sono l’unico vero obiettivo del Board. Forse si ritiene che assumere un ruolo “da osservatore” in un contesto del genere significhi aiutare l’Anp? Ma allora, viene da chiedersi come mai vi sia aperta ostilità contro chi l’osservatrice lo fa di professione, e per l’Onu, come Francesca Albanese. Appunto: l’Onu. Avrebbe dovuto essere l’unica organizzazione a cui affidare la transizione a Gaza. Un organismo super partes, senza interessi da tutelare, con il solo obiettivo di supervisionare il processo di costruzione di un nuovo stato. Un nuovo stato che, però, fin dai tempi degli Accordi di Oslo, doveva includere anche la Cisgiordania e, quindi, con l’Onu come supervisore, l’Anp avrebbe, prima o poi, rivendicato la sovranità su un territorio che, grazie alle occupazioni illegali da parte dei coloni israeliani, è ormai di fatto diventato un’estensione dello Stato di Israele. Quindi, molto meglio un Board che si occupi di affari, di sviluppo economico, che faccia rifiorire Gaza al punto da fare dimenticare la Cisgiordania all’Anp, no? Sembra non interessare granché l’idea di una pace giusta, nonostante sia quella che l’art. 11 Cost. promuove; ne basta probabilmente una qualsiasi, magari illudendosi che la pace fondata sulla ricostruzione economica abbia una maggior garanzia di stabilità. Ma lo sviluppo economico in sé non garantisce necessariamente la giustizia sociale e potrebbe quindi mantenere latenti pulsioni terroristiche, che resterebbero una costante minaccia per la pace nella regione. Per questo, legittimare il Board con il ruolo di “osservatore”, anche se non viola la Costituzione, resta una scelta inopportuna. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Perché è inopportuna la scelta di Meloni di far partecipare l’Italia al Board of Peace per Gaza da osservatore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Richiamato per aver detto ‘Free Palestine’: la libertà di espressione ai tempi del genocidio
Febbraio 2026. Vanno in scena le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Un gruppo di tifosi israeliani entra in uno degli store ufficiali del grande evento sportivo. Sventola la bandiera di Israele. Di fronte a questa scena, Ali Mohamed Hassan, uno dei dipendenti, risponde con un semplice “Free Palestine”. Per qualcuno, però, un messaggio di sostegno all’autodeterminazione di un popolo sottoposto da due anni al dramma di un genocidio non deve poter esistere. Malgrado l’articolo 1 della legge 30/1970, vale a dire dello Statuto dei Lavoratori, statuisca che “i lavoratori […] hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero”, si scatena una campagna contro il lavoratore. Viene immediatamente accusato di antisemitismo (per dire “Free Palestine”: ma davvero facciamo?), identificato e, secondo alcune fonti, licenziato. Per fortuna, fuori dai media ufficiali e dalla politica istituzionale, l’onda di solidarietà con Ali Mohamed Hassan sta crescendo rapidamente. Facciamo ora un passo indietro nel tempo. Torniamo al 4 maggio 2025: siamo al Teatro alla Scala di Milano. A non troppa distanza dalle Olimpiadi in corso. C’è una riunione della Asian Development Bank. In programma un concerto privato, alla presenza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Prima che l’evento abbia inizio, il silenzio viene rotto da un grido: “Palestina Libera”. A urlarlo è una lavoratrice a tempo determinato, una maschera del Teatro. Diventa subito un “caso”. Il Teatro, senza pensarci su due volte, la licenzia. Per “giusta causa”, sostiene, perché si sarebbe rotto il vincolo di fiducia e perché quel “Palestina Libera” costituirebbe un “danno d’immagine”. La lavoratrice non ci sta. Sostenuta dal sindacato Cub, impugna il licenziamento. Saltiamo alla fine di novembre 2025. Sono trascorsi sei mesi dall’episodio. Il Tribunale del Lavoro di Milano emette la sentenza: condanna il Teatro alla Scala per licenziamento illegittimo e gli intima di risarcire la lavoratrice di tutte le mensilità arretrate, dal giorno del licenziamento fino alla scadenza del contratto a termine. Se con questa sentenza si chiude – almeno per il momento – la vicenda individuale della lavoratrice della Scala, prosegue invece quella collettiva. Perché questi due episodi ci dimostrano che quello che succede a Gaza non ha a che fare “solo” con la Palestina. Riguarda tutti noi. È qui, a casa nostra, che stanno provando a restringere la nostra libertà di espressione. Sui posti di lavoro, come succede ad Ali Mohamed Hassan. Com’è accaduto meno di un anno fa alla lavoratrice alla Scala. Come succede a Francesca Albanese, sottoposta a sanzioni Usa per aver osato fare i nomi e cognomi di chi dal genocidio israeliano ci guadagna e oggi vittima di una campagna di manipolazione e killeraggio professionale da parte di diversi Paesi europei, tra cui quello di cui è cittadina, l’Italia. La sua “nazione”. Nel corpo della società tutta, con i progetti di legge della Lega per permettere di vietare le manifestazioni per la Palestina. Con i disegni di legge sull’antisemitismo, presentati tanto dalle destre quanto da pezzi del centrosinistra (vedi ddl Delrio), con cui vogliono mettere il bavaglio a ogni critica mossa a Israele. Ad Ali Mohamed Hassan andrebbe consegnata una medaglia. Perché con il coraggio che ha mostrato, con la determinazione a ripetere quel “Free Palestine” di fronte all’arroganza di chi, provocatoriamente, gli intimava “say it again” (“dillo di nuovo”), tiene alto l’onore del nostro Paese, della nostra Patria (come preferirebbe dire qualcuno), che, invece, le istituzioni politiche, economiche e mediatiche hanno posto dal lato del genocidio di Tel Aviv. Oggi, più di ieri, gridiamo anche noi Free Palestine. E ribadiamo che urlarlo, come aveva già stabilito il Tribunale del Lavoro di Milano, non è reato. Anzi: è un grido di dignità e libertà. Quella del popolo palestinese, ma anche la nostra. L'articolo Richiamato per aver detto ‘Free Palestine’: la libertà di espressione ai tempi del genocidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Francesca Albanese delegittimata: si usa la forza quando non si può contestare nel merito
di Serena Poli C’è un momento preciso in cui una denuncia non è più tollerabile: non quando è dura, non quando usa parole forti o scomode, ma quando comincia a fare nomi. La vicenda di Francesca Albanese mostra questo aspetto in maniera chiara. Lo scontro comincia sul linguaggio: quando nei suoi rapporti compare il termine “genocidio”, la reazione è soprattutto politica. Ci sono critiche sul metodo e richieste di non usare quella parola, quasi come se fosse un marchio registrato, inutilizzabile in riferimento ad altre popolazioni. Infine, arrivano le accuse di parzialità, che appaiono oltremodo ridicole: il suo mandato ufficiale presso l’Onu è di “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati”. Monitorare, denunciare le violazioni e attribuire responsabilità a Stati terzi rientra pienamente nei suoi compiti. È un conflitto duro, molto spesso a suon di colpi bassi, ma si resta quasi sempre sul piano delle definizioni giuridiche, a parte qualche sguaiato e non degno di nota pseudo giornalista o politico nostrano. Poi qualcosa cambia, e accade nel momento in cui esce il rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio: qui Albanese entra nel merito dei meccanismi economici che sostengono il genocidio, chiamando in causa multinazionali, banche, fondi di investimento, tecnologia. Sotto la lente non ci sono più solo responsabilità politiche, ma interessi concreti. Ed è lì che la pressione si fa assedio. Le critiche si sganciano dai contenuti per andare a colpire la persona. Arrivano le richieste di rimozione, le pesantissime sanzioni, le minacce e le campagne di discredito. Questa coincidenza temporale è palese e non è un salto irrilevante. Toccare quegli interessi economici significa entrare in un terreno pericolosissimo. A questo si aggiunge un elemento più recente: mentre si desecretano documenti che mostrano reti di influenza tra finanza, politica internazionale, con interessi legati allo Stato di Israele, parte una nuova campagna contro la relatrice basata su un video manipolato. A pubblicare e rilanciare il video è stata Un Watch, Ong con status consultivo Onu che si definisce controllore di presunti bias anti-israeliani nelle Nazioni Unite. Nella pratica però agisce come lobby pro-Israele e negli ultimi anni ha trasformato la critica ai rapporti di Albanese in una campagna sistematica di delegittimazione, accusandola di antisemitismo e di legami con gruppi estremisti. Anche qui il dato interessante non è il tentativo, ma la tempistica: ogni nuova campagna diffamatoria sembra coincidere con la pubblicazione di rapporti o rivelazioni che mettono sotto accusa interessi e i poteri economici… sempre gli stessi. Da troppo tempo non si percorre il terreno dei fatti e ogni attacco è un’ammissione: non ci sono argomenti per contestare nel merito e si ricorre all’uso di una forza schiacciante. Una singola persona di fronte a governi, apparati, multinazionali e poteri enormi. Una disparità di forze che grida colpevolezza più di una confessione scritta. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Francesca Albanese delegittimata: si usa la forza quando non si può contestare nel merito proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese: chi la accusa sa di essere in malafede
“Invece di fermare la Russia, gran parte del mondo l’ha armata, le ha dato scuse politiche, riparo politico, supporto economico e finanziario. Ora vediamo che noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”. Scommetto che queste parole non avrebbero destato scandalo. Scommetto che nessuno di quelli che chiede le dimissioni di Francesca Albanese asserendo che con questa dichiarazione – dove al posto della Russia c’era Israele, e che oltretutto non ha mai pronunciato in quei termini, come spiego tra un attimo – intendesse cancellare Israele e i suoi abitanti (e non, come ovvio, cancellare la politica criminale di Israele), oserebbe chiedere le dimissioni di chi dichiara di voler “fermare la Russia” e “smettere di dare supporto economico, militare, finanziario e politico alla Russia” (anche perché la Russia, in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, la sanzioniamo: 19 volte. Mentre Israele, che invade la Palestina, il Libano, bombarda la Siria, l’Iran, lo Yemen, il Qatar, le navi cariche di aiuti militari in acque internazionali, e qui mi fermo – con Israele, che pure è parecchio più invasore della Russia, ci facciamo accordi militari e commerciali, gli forniamo materiale bellico, garantiamo l’impunità al suo primo ministro condannato per crimini di guerra e contro l’umanità e al suo governo accusato da una commissione indipendente dell’Onu di genocidio, apartheid, occupazione illegale, lo sanzioniamo zero volte ma sanzioniamo chi ne persegue i crimini). Le parole pronunciate da Albanese sono state in realtà queste: “Il fatto che invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida. Se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. Dopo una traduzione maldestra, il taglio di 85 parole che c’erano in mezzo, ci si è inventati un virgolettato attribuito ad Albanese e che lei non ha mai pronunciato. Tuttavia, basterebbe sostituire la Russia a Israele in quel virgolettato per smascherare la malefede. Intendiamoci: chi accusa Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi, sa benissimo di essere in malafede. Sa benissimo che fermare la Germania voleva dire fermare Hitler e cancellare il nazismo e il suo impero fondato sulla supremazia della razza e non cancellare la Germania e tantomeno i tedeschi. Lo sanno benissimo perché sono gli stessi che dicono che bisogna “fermare l’Iran” e con questo non intendono dire che bisogna eliminare gli iraniani o l’Iran ma cambiare il regime in Iran (anche se sono disposti a che ne vengano eliminati un bel po’, di iraniani, sotto le bombe per esportare la democrazia). Come è evidente, Francesca Albanese non chiede la fine di Israele e tantomeno degli israeliani che non sono poi tutti ebrei e tantomeno la fine degli ebrei, che non sono tutti in Israele: gli eredi di quelli che davvero predicavano e praticavano l’annientamento degli ebrei sono nelle destre europee e non nelle piazze per la Palestina, e quelli che accusano Francesca Albanese lo sanno benissimo. Sanno benissimo che in quelle piazze per la Palestina ci sono gli eredi di quelli che hanno combattuto a costo della vita affinché gli ebrei potessero tornare liberi e vivere liberi in ogni paese. E noi, forti di quell’esempio, continuiamo a batterci per la fine dell’occupazione (o, domando, vale solo per l’Ucraina?); a batterci come ci si è battuti in Sudafrica per la fine dell’apartheid e non per la fine del Sudafrica. A batterci per la fine del colonialismo che viola il diritto internazionale e in violazione del diritto procede: non solo con l’attuale governo ma ininterrottamente, da decenni, massacro dopo massacro, esproprio dopo esproprio, colonia illegale dopo colonia illegale. Avanza con la complicità dell’Occidente, avanza dotandosi di leggi razziste, avanza con una politica istituzionalizzata di segregazione, deportazione, confische e distruzione e quelli che accusano Francesca Albanese lo sanno benissimo: la accusano perché l’Onu vorrebbe che tutto questo si fermasse e loro vogliono che tutto questo continui fino a cancellare non Israele ma la Palestina: non sanno più come dirlo i ministri israeliani che questo è lo scopo, che non ci sarà mai uno stato palestinese! Non sanno più come dirlo che per sterminare i palestinesi che non accettano l’idea non basta nemmeno la morte ma, sostiene il ministro israeliano Amihai Eliyahu: “Dobbiamo trovare modi più dolorosi della morte”. Quelli che accusano Francesca Albanese e le piazze per la Palestina sanno benissimo di essere in malafede e di non venire più creduti. Conoscono le parole del ministro e sanno che sono simili a quelle di tutti i ministri e parlamentari israeliani, per questo – per nasconderle all’estero e amplificarle in Israele – spendono milioni nella propaganda, per questo comprano giornali e giornalisti, per questo finanziano le campagne elettorali dei politici che promettono di girarsi dall’altra parte di fronte alle decine di migliaia di civili morti e di lasciarli fare, per questo si dotano di leggi speciali che consentano di censurare le critiche e perseguitare chi dissente: per fermare con la violenza e la sopraffazione chi si batte per fermare la violenza e la sopraffazione. Vorrei dire che non ci fate paura, ma non è vero. Siete spaventosi. Così spaventosi che io mi domando: ma non vi fare paura da soli? Non avete paura a restare da soli in una stanza con uno come voi, cioè da soli, voi, in una stanza? La sera, davanti allo specchio, non vi fate paura? A giustificare il bombardamento di 36 ospedali su 36 e l’uccisione di quasi duemila tra medici e sanitari e quella sistematica dei giornalisti presi di mira dai cecchini e l’incarcerazione dei bambini e le torture in carcere, e i proiettili in pancia a chi è in coda per il pane e gli ulivi tagliati, i cadaveri di intere famiglie sotto le macerie e le decine di migliaia di morti innocenti non vi fate paura? Quello che fate è spaventoso e lo sapete benissimo: volete fare paura. Dirò, però, che non ci fermeremo anche se siete spaventosi. Non siete i primi a fare paura. Facevano paura tutti i tiranni prima di voi e facevano paura i loro eserciti e i loro complici, eppure sono stati sconfitti. E mica da gente che non aveva paura, eh: da gente che si è fatta coraggio a vicenda, perché non c’era altra scelta. Non c’è altra scelta che ribellarsi all’occupazione violenta della tua terra. Non c’è altra scelta che ribellarsi all’uccisione dei tuoi cari, al bombardamento della tua casa e della tua scuola. Non c’è, per noi che assistiamo inermi, altra scelta che denunciare, altra scelta che manifestare, altra scelta che boicottare. Per quanti soldi possiate spendere e giornalisti comprare e istituzioni corrompere e politici ricattare e giudici sanzionare e manifestanti intimorire non potete far apparire giusto ciò che è sbagliato, morale ciò che è immorale. Non potrete giustificare l’occupazione agli occhi dei popoli, non potete impedire che i popoli si ribellino. Mettetevi il cuore in pace. L'articolo La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese: chi la accusa sa di essere in malafede proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La storia del villaggio Neve Shalom, dove ebrei e palestinesi convivono pacificamente
Esistono al mondo luoghi che possiamo considerare eliche centrifughe di pace, esperienze, esempi di valore universale che remano controcorrente nelle acque agitate della guerra. Il villaggio di Neve Shalom – Wahat Al-Salam (Oasi di pace, in ebraico e in arabo) fondato dal padre domenicano Bruno Hussar nel 1969, che si trova in Israele, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, appartiene a questa categoria. Ne parlo con Giulia Ceccutti, autrice per In Dialogo di Respirare il futuro, il libro che racconta attraverso le testimonianze di chi ci vive e opera, il passato e il presente di questo esperimento, non abbastanza celebrato. Un gruppo di 75 case per oltre 350 abitanti, distribuiti equamente tra ebrei e palestinesi, con una scuola primaria frequentata da più di 200 bambini, che per tre quarti ogni giorno arrivano da varie località e comunità nei dintorni. Le età vanno dai 6 anni in su per le 6 classi che regolano la primaria in Israele. I contenuti didattici sono bilingui per ogni materia. Non solo due lingue, ma anche il racconto storico viene visto dai diversi punti di origine. Il bilinguismo si cerca di svilupparlo anche a casa, in modo che questa chiave unitaria non rimanga relegata alle aule scolastiche. A questo punto è impossibile però non parlare con Giulia del dopo 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza: “Dopo il 7 ottobre nessuno ha lasciato, e dopo che la scuola è rimasta chiusa per due settimane come in tutto il Paese, hanno ripreso affrontando la fatica, il dolore e il lutto”. Non devono essere stati facili quei giorni e i due anni successivi, anche se alla fine ha prevalso l’energia di chi decide di rialzarsi, senza sfuggire alla tragedia in corso. Questo non sarebbe stato possibile se ogni giorno le attività didattiche non fossero state affiancate dall’impegno della Scuola per la pace, un’attività educativa che coinvolge adulti, spesso ex allievi, in corsi/lavoro finalizzati a sviluppare cultura e idee per la pace. Certo questa scuola non rappresenta la normalità: come si trovano gli studenti nel proseguire dopo la primaria, fuori da questa meravigliosa bolla? L’autrice non si tira indietro, e racconta che “fuori” le persone non usufruiscono della stessa formazione e gli episodi di razzismo si confondono con la non conoscenza del percorso fatto. Ma il panorama non è del tutto oscuro e questi studenti “potranno continuare anche in scuole superiori bilingui che seguono gli stessi principi e modelli educativi, sono per ora 8, in varie città, una è a Gerusalemme. Sono nate sul modello della scuola del Villaggio”. Uno sforzo educativo tenuto vivo dalla fiamma di chi crede che ebrei, musulmani, cristiani di questi territori possano vivere assieme. Tutti i problemi della scuola poi si manifestano anche qui, mentre per quanto riguarda le ragazze non siamo certamente di fronte alle difficoltà che incontra Vivere con Lentezza con le famiglie delle bidonville di Jaipur, non ci sono barriere familiari alla scolarizzazione delle bambine. C’è spazio anche per la democrazia dal basso, così gli allievi della primaria hanno eletto a novembre una loro piccola rappresentanza d’istituto. Non si tratta quindi della Summehill School, nata dal sogno libertario di Alexander Neill, che persone della mia età forse ricorderanno. E’ un esperimento che si svolge in un Paese da sempre in guerra, in cui la campanella della scuola spesso è sostituita dalle sirene di allarme, in cui però continua a pulsare da un piccolo villaggio una luce di speranza e di fiducia che lo rendono unico, vivo in una terra di visioni e divisioni. L'articolo La storia del villaggio Neve Shalom, dove ebrei e palestinesi convivono pacificamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le persone anziane dimenticate nel genocidio di Gaza
Una ricerca condotta da HelpAge International e Amnesty International ha rivelato che nella Striscia di Gaza le persone anziane (il 5% della popolazione) sono vittime di una trascurata crisi di salute fisica e mentale nel contesto del blocco, tuttora in corso, degli aiuti e dei medicinali essenziali da parte di Israele e del recente divieto imposto alle organizzazioni umanitarie. Dal sondaggio effettuato da HelpAge International è emerso che, a causa della scarsità di cibo, le persone anziane sono costrette a saltare i pasti, anche per assicurare che altri familiari possano mangiare. Per via della mancanza d’accesso ai medicinali, le terapie continuative devono essere razionate. Le persone anziane sfollate più volte dall’ottobre del 2023 hanno riferito ad Amnesty International che non hanno accesso a cibo contenente sostanze nutrienti, ad alloggi e a cure mediche di livello adeguato. Il continuo blocco imposto dalle autorità israeliane procura loro gravi danni. HelpAge International ha intervistato 416 persone anziane della Striscia di Gaza e ha pubblicato i risultati nel rapporto “Spinte oltre i propri limiti: la sopravvivenza delle persone anziane nella Striscia di Gaza”. Tra la grave privazione di cibo e il collasso dei servizi essenziali, queste persone vanno incontro a rischi specifici della loro età e spesso trascurati. I loro bisogni rimangono ampiamente invisibili. Ecco i principali risultati del sondaggio di HelpAge International: – Le persone anziane vivono in rifugi in condizioni di estremo degrado: il 76% vive in tende spesso sovraffollate; l’84% afferma che tali condizioni di vita danneggiano la loro salute e la loro privacy; – Gli sfollamenti sono costanti e hanno un effetto destabilizzante: dall’ottobre 2023 il 79% è stato sfollato più di tre volte, con la conseguente interruzione del sostegno familiare e un crescente isolamento; – Le condizioni di salute sono generalmente cattive e ampiamente trascurate: nonostante l’alta prevalenza di malattie e dolori cronici, l’accesso ai medicinali è estremamente limitato tanto che il 42% li ottiene solo “qualche volta” e il 18% “raramente”. Complessivamente l’accesso alle cure mediche è basso e solo il 17% le dichiara interamente disponibili. Per il 31%, i trattamenti per le malattie croniche sono considerati il principale servizio sanitario mancante; – L’insicurezza alimentare è acuta e può minacciare la sopravvivenza: metà delle persone ha dichiarato che l’accesso all’assistenza è diventato più facile dal cessate il fuoco; l’11% non aveva mangiato affatto nelle ultime 24 ore; il 48% aveva ridotto l’assunzione di cibo per consentire ad altre persone di mangiare; – I problemi di salute mentale sono gravi e hanno un impatto diretto sull’alimentazione: il 77% dichiara che la tristezza, l’ansia, la solitudine o l’insonnia hanno ridotto l’appetito e avuto conseguenze sul benessere complessivo. Le conclusioni del sondaggio di HelpAge International trovano conferma nelle ricerche di Amnesty International, che ha intervistato 12 persone anziane provenienti da ogni zona della Striscia di Gaza e che si trovano tuttora in accampamenti per persone sfollate nella zona di Zawayda, in condizioni di vita estremamente dure. Le persone intervistate hanno dichiarato di essere state costrette a interrompere o a razionare le cure mediche per malattie croniche, perché indisponibili o diventate 3-4 volte più costose. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’ottobre del 2025, sì e no 14 dei 36 ospedali della Striscia di Gaza erano operativi, peraltro solo parzialmente, così come meno di un terzo dei servizi di riabilitazione. Alcune persone anziane hanno perso molto peso. La maggior parte di loro si affida alle cucine comunitarie che non sempre forniscono cibi con adeguati livelli di sostanze nutrienti. Il terreno nei campi per le persone sfollate, spesso irregolare e sabbioso, impedisce alle persone che usano sedie a rotelle o stampelle di muoversi liberamente, rendendole ancora più dipendenti dall’aiuto dei familiari. Mohammed Bili, 61 anni, è stato sfollato sette volte a partire dall’ottobre del 2023. Ha bisogno di dialisi tre volte alla settimana ma la struttura presso la quale si recava è stata distrutta. Ora fa due sedute di dialisi alla settimana, più brevi del necessario. Si muove a fatica sulla sua sedia a rotelle e ha perso quasi 20 chili: “Devo fare i conti con l’estrema rigidità delle mie braccia e con la debolezza muscolare, poiché non posso accedere alla dialisi quanto ne avrei bisogno”. Samira al-Shawa, 88 anni, usava un deambulatore per muoversi autonomamente. Ora vive in un campo per persone sfollate, dove il terreno sabbioso rende impossibile camminare. Passa la maggior parte del tempo su un letto arrangiato nella sua tenda. Le cucine comunitarie danno da mangiare alla sua famiglia ma il cibo è insufficiente e con scarse sostanze nutrienti. Dall’ottobre del 2023 ha perso una ventina di chili. Sadiqa al-Barrawi, circa 90 anni, è stata sfollata tre volte dall’ottobre 2023. Vive attualmente in una tendopoli per persone sfollate a Salam insieme al figlio, alla moglie di quest’ultimo e ai loro quattro figli. Una notte, nel gennaio del 2025, mentre si stava recando ai servizi igienici, è caduta e si è ferita. Ora non riesce a stare in piedi né tantomeno a camminare: “Da allora vivere è diventato ancora più miserabile”. Sadiqa soffre di diabete e di pressione alta. Ha perso circa 25 chili e riceve cibo attraverso le cucine comunitarie: “Eravamo contadini. Al villaggio avevamo la terra e i migliori prodotti freschi. Ora non abbiamo nulla”. L'articolo Le persone anziane dimenticate nel genocidio di Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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