Il criminale Benjamin Netanyahu ha definito l’ennesimo atto di prepotenza in
spregio del diritto internazionale (l’attacco all’Iran) “il ruggito del leone”.
Questa definizione si presta ad una lettura sulla defaunazione, ma anche sul
declino culturale e fisico della nostra specie. Sicuramente il predetto
criminale non sa, quando pronuncia quella locuzione, che sta usando un
riferimento ad una specie animale che in Africa si è ridotta del 90% in cento
anni e che, confinata com’è in riserve “naturali”, con l’assenza di corridoi
ecologici, la pressione del turismo e l’aumento della popolazione, è oggi
considerata una specie vulnerabile.
In pratica, il criminale – citando un verso della Bibbia “Il leone ruggisce, chi
non tremerà? Il Signore Dio ha parlato, chi può non profetizzare?”, scritta ai
tempi in cui il leone occupava tutta l’Africa – ha implicitamente messo il dito
nella piaga: quell’uomo figlio di Dio ha recentemente sterminato uno dei
maggiori mammiferi al mondo e non è detto neppure che riesca a salvare gli
esemplari che rimangono. Dicevo “implicitamente” perché di sicuro Netanyahu non
saprà nulla della defaunazione, e probabilmente nulla gli importa che si
estinguano i leoni africani visto che è capace di causare con totale cinismo il
genocidio di un’intera popolazione umana. E la scomparsa dell’ennesimo grande
mammifero non potrà non avere conseguenze sull’uomo, perché tutto è connesso in
questo mondo.
Perché parlo di leoni “africani”? Perché esiste anche il leone asiatico, e anzi
esso campeggiava nella bandiera persiana, prima della rivoluzione khomeinista,
ma fu sterminato dagli stessi persiani e gli individui residui sopravvivono solo
più in India, nel Gir Forest Wildlife Sanctuary. Forse consci di averne come
popolo causato l’estinzione, gli ayatollah hanno fatto togliere il leone dalla
loro bandiera. Negli Stati Uniti i leoni non c’erano, c’erano altri grandi
mammiferi, i bisonti, e gli antenati del “rosso” furono capaci di ridurre il
loro numero a 300 alla fine del 1800, quando all’inizio dello stesso secolo se
ne contavano 50-60 milioni. Esemplare la fotografia che ritrae una montagna di
teschi di bisonte destinati a fertilizzare i campi.
Credo che anche al rosso non fregherebbe più che tanto che si estinguessero (per
fortuna non sono oggi in pericolo), visto che i presidenti che lo hanno
preceduto hanno causato la morte di oltre due milioni di Homo sapiens, di cui
decine di migliaia di bimbi, in Iraq e Afghanistan, e lui è sulla buona strada
nell’esportazione della democrazia, come dimostrato dal supporto a Israele a
Gaza, dal blitz in Venezuela e oggi dall’assalto all’Iran. E tutto soprattutto
per avere il controllo dell’estrazione del petrolio (come sottolinea in questi
giorni Alessandro Di Battista), quel petrolio la cui fuoriuscita causa il
riscaldamento globale, che a sua volta causa l’estinzione di molte specie
animali e vegetali.
Tutto torna. Defaunazione, perdita di specie, cambiamento climatico, ma, ripeto,
cosa volete che gliene importi a questi poveretti, signori della guerra ma
ignoranti della Terra? E, del resto, la ipotetica salvezza del genere umano non
potrebbe che ottenersi con il transito a una visione olistica; ma è possibile
questa, in un mondo in cui non si ha rispetto neppure per i nostri simili?
L'articolo Netanyahu definisce l’attacco all’Iran ‘il ruggito del leone’: una
lettura sulla defaunazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Genocidio
Per oltre settant’anni, l’ordine mondiale ha riposato su due pilastri gemelli:
il consenso multilaterale delle Nazioni Unite e la stabilità monetaria del
dollaro ancorato al sistema di Bretton Woods. Oggi, entrambi stanno andando in
frantumi.
Mentre l’economia globale si frammenta in blocchi valutari e sanzioni
incrociate, l’architettura politica che avrebbe dovuto gestire questa
transizione sta collassando sotto il peso della sua stessa inefficienza. Al suo
posto, Donald Trump ha piantato una bandiera solitaria: il Board of Peace (BoP).
Non chiamiamola organizzazione internazionale. Il BoP è una holding del potere.
Concepito a settembre del 2025 come parte del Piano Gaza, e cioè la
trasformazione della Striscia in una riviera mediterranea per ricchi, il BoP è
stato ratificato da una riluttante Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza
dell’Onu (con Cina e Russia che si sono astenute). Il Board è de facto il primo
esperimento di governance post-democratica globale. È snello, verticistico e
progettato per aggirare la palude burocratica dell’Onu.
Ma la sua vera natura sta nello statuto: Donald Trump è il chairman a vita, con
potere di veto assoluto e l’autorità di interpretare unilateralmente la carta
istitutiva. I membri dell’Executive Board – da Marco Rubio a Tony Blair, fino al
miliardario Marc Rowan, che ha usato Jeffrey Epstein per consulenze fiscali per
la sua società Apollo, – non sono eletti, ma nominati. La struttura è quella di
una corporation privata applicata alle relazioni internazionali. Il sistema è
quello del capitalismo di relazione, lo stesso della rete pedofila di Epstein,
portato al suo estremo logico: un consiglio di amministrazione per la pace, dove
la pace si compra.
Qui si consuma il tradimento più profondo dello spirito di Bretton Woods. L’Onu
viveva di contributi “valutati”, una tassa di solidarietà globale. Il Board of
Peace, invece, introduce il principio del “pay-to-play”. I membri permanenti
devono versare un miliardo di dollari al fondo del Board. Chi paga, siede al
tavolo. Chi non paga, osserva. È la mercificazione della sovranità. E funziona.
A Davos, a gennaio, venti nazioni hanno firmato. Non troverete qui le democrazie
europee, impantanate in distinguo legali e fedeltà obsolete all’Atlantico.
Troverete invece un’alleanza trasversale di stati autoritari e potenze
regionali: dall’Arabia Saudita all’Ungheria di Orbán, dal Qatar alla Bulgaria,
fino a Turchia e Kazakhstan. Il Board rappresenta il governo globale secondo
Trump: un club esclusivo per chi accetta di giocare con le sue regole.
La mossa di Putin è stata magistrale. Il Cremlino, cauto, non ha firmato, ma ha
capito il gioco. Ha offerto di finanziare il Board con un miliardo di dollari
proveniente dai propri asset congelati in Occidente. In un colpo solo, Mosca ha
trasformato una sanzione in una leva politica, offrendo a Trump la possibilità
di sbloccare fondi russi in cambio di un seggio al tavolo dei peacemakers. È la
finanziarizzazione della pace: il conflitto diventa un asset da negoziare.
L’Onu, intanto, è in agonia. Il Segretario Generale ha lanciato l’allarme su un
“imminente collasso finanziario”. Gli Stati Uniti devono 2.2 miliardi di dollari
di contributi arretrati. E non pagheranno. Perché dovrebbero? Con due miliardi
si potrebbero compare due poltrone al BoP!
La Risoluzione 2803 aveva definito il Board come uno strumento transitorio per
Gaza. Ma il BoP ha subito sforato il mandato, presentandosi come l’unico
organismo in grado di garantire “pace duratura” ovunque sia minacciata. È un
colpo di Stato istituzionale. Il Board non vuole riformare l’Onu, vuole
sostituirlo. E lo fa con la stessa logica con cui le criptovalute sfidano le
banche centrali: promettendo velocità ed efficienza, ma offrendo in realtà
assenza di controlli e centralizzazione del potere.
Mentre a Sud il Board smantella l’ordine multilaterale, a Nord si salda un’altra
crepa: la Nato del Nord. L’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza
Atlantica non è una semplice espansione geografica. È la chiusura di un’era. Per
duecento anni, la regione nordica è stata una zona cuscinetto geopolitica. Oggi,
quella “separatezza nordica” è finita. Il confine tra Russia e Nato corre ora
attraverso la Lapponia e il Mar Baltico. I paesi scandinavi non sono più “al di
sopra” della tensione; ne sono il fronte.
La Nato del Nord – che integra Danimarca (con la sua problematica Groenlandia),
Norvegia (con lo Svalbard conteso), Svezia (con l’isola di Gotland) e Finlandia
(con i suoi nuovi accordi bilaterali con gli Usa) – rappresenta il completamento
di un cerchio strategico. Ma presenta anche una sutura pericolosa: il comando
militare è diviso. I paesi nordici fanno capo al Joint Force Command di Norfolk,
mentre i Baltici, Polonia e Germania restano a Brunssum. Tra i due c’è una linea
che taglia il Baltico in due.
Questa “famiglia che guarda in direzioni diverse” è l’esatto opposto del Board
of Peace. Se il Board è la centralizzazione del potere nelle mani di un solo
uomo, la Nato del Nord è la frammentazione della responsabilità sotto un unico
ombrello. Due facce della stessa medaglia: la disintegrazione dell’ordine
mondiale.
L'articolo Il Board of Peace è una holding del potere: un colpo di Stato
istituzionale che disintegra l’ordine mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Leonardo Botta
Il vicepremier Tajani che afferma che sul “Board of Peace” l’Italia sarà
“protagonista ma come osservatore”, mi ricorda quella ragazza che confessava ai
genitori di essere rimasta un po’ incinta!
Battute a parte, credo che la posizione del nostro governo in merito all’”asse
di pace” trumpiano per Gaza sia discutibilissima, magari anche un po’ ipocrita
(quella che al mio paese chiamano strategia del “una botta al chirchio e una al
tompagno”), ma tutto sommato legittima (tant’è che la stessa Unione Europea sarà
osservatrice al tavolo). Anche perché il (nemmeno troppo) sottinteso è che, in
questo modo, il nostro paese potrà forse prendersi una “fettina di torta” al
“buffet” imbandito della ricostruzione della Striscia (che si riedifichino le
case dei poveri gazawi o si realizzi una nuova Dubai, come piuttosto lascia
intendere l’entourage del tycoon, è questione tutta da vedere).
Ciò che fa comunque impressione è come abbiano potuto, un governo e una
maggioranza parlamentare di idee in gran parte nazionaliste, appiattirsi sulle
posizioni statunitensi senza quasi battere ciglio: si cominciò con i dazi per
poi passare alle spese militari, a quella dottrina Maga che tradotta dalla
lingua trumpiana vuol dire “chi se ne fotte dell’Europa (Italia compresa)!”,
alle fetenzie dell’Ice, alle violazioni dei diritti civili e internazionali,
fino al risiko con Canada e Groenlandia e ora alle Las Vegas in medio oriente.
In ogni caso, ripeto, questo governo credo abbia il diritto di mettersi lì
dietro a osservare la partita a carte tra Donald e i suoi fedeli invitati (non
tutti raccomandabilissimi, ma tant’è); ma ci lasci almeno la facoltà di critica,
a cui la presidente Meloni e i suoi ultimamente sembrano piuttosto insofferenti.
Per esempio, sorvolando su certi “tecnicismi” dell’art. 11 della nostra
Costituzione (a parte ripudiare la guerra, quali sarebbero le “condizioni di
parità con gli altri Stati”, necessarie per operare “limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
Nazioni”? Boh, troppa roba per me che in diritto ho la “cuinta alimentare”),
credo resterebbe almeno l’obbligo (art. 80) di far passare questa partecipazione
al Board attraverso una ratifica del nostro Parlamento; lo so, ormai Camera e
Senato contano come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni, ma dateci
almeno l’illusione che qualcosa, ogni tanto, facciano ancora!
E lasciateci anche nutrire qualche altra perplessità:
– L’Italia è l’unico paese del G7 che aderisce a questo piano, seppur da
“osservatore”; vero è che ogni governo fa un po’ come cavolo gli pare, ma tale
circostanza vorrà forse dire qualcosa?
– La nostra Chiesa, per bocca del cardinale Parolin, si è detta contraria alla
partecipazione al Board: a me, da laico, la questione interessa ben poco (anzi,
le ingerenze della libera Chiesa nel libero Stato mi scocciano abbastanza), però
prendo atto che per i nostri amici sovranisti a corrente alternata il motto
“Dio, Patria e Famiglia” valga un giorno sì e uno no. Ma di questo io, che non
ho votato per loro, non posso lamentarmi più di tanto; certo, fa un po’ specie
che i milioni di loro followers sparsi per la penisola si stiano “ammoccando”
tutte queste giravolte triple con salto carpiato senza nemmeno storcere il naso:
contenti loro…
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L'articolo L’Italia è l’unico Paese del G7 ad aderire al Board of Peace per
Gaza. E non è la mia sola perplessità proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Pietro Francesco Maria De Sarlo
La Francia, la Germania, l’Italia e altri stati europei stanno chiedendo all’Onu
la rimozione di Francesca Albanese dall’incarico di Relatrice speciale delle
Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Ovviamente ci sono relatori
speciali per la Cina, per la Corea del Nord, per gli Stati Uniti e ogni relatore
dà fastidio a qualcuno.
Ma chi li nomina? I Relatori Speciali non sono diplomatici né funzionari di
carriera. Sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i Diritti Umani
dell’Onu per monitorare singoli Paesi o temi specifici (tortura, libertà di
espressione, territori occupati, ecc.). Del consiglio fanno parte 47 paesi: 13
per l’Africa, 13 per l’Asia, 6 per l’Est Europa, 8 per l’America del Sud, e 7
per l’Europa dell’Ovest. La maggioranza è parte del Sud Globale.
Quando un mandato si libera – per scadenza o dimissioni – si apre una procedura
pubblica di candidatura. Un gruppo consultivo interno al Consiglio esamina i
profili e propone una short list. La decisione finale spetta al Presidente del
Consiglio, con l’avallo dei 47 Stati membri. Non è un’elezione popolare né un
voto dell’Assemblea generale. È una procedura tecnico-politica interna al
Consiglio.
Il mandato dura in genere tre anni, rinnovabile una sola volta. Nessun relatore
può restare in carica oltre sei anni complessivi. Alla scadenza, il Consiglio
può rinnovare l’incarico, scegliere un altro esperto, oppure non rinnovare
affatto il mandato. Il mancato rinnovo non è una sanzione: è una decisione
ordinaria. In ogni caso per Francesca Albanese, che è stata rinnovata nel 2025
ed è già nel suo secondo triennio, scadrà in via definitive nel 2028.
Si può “destituire” un relatore? Sì, ma non per semplice dissenso politico. I
relatori sono vincolati a un Codice di condotta che impone indipendenza,
imparzialità e integrità. Una rimozione anticipata può avvenire solo in caso di
violazioni formali di queste regole. Non esiste una soglia automatica di voti
come in un parlamento. Serve una decisione del Consiglio basata su motivazioni
procedurali, non su pressioni politiche. Ed è un evento rarissimo. Il Consiglio
può anche decidere di chiudere o modificare il mandato stesso, attraverso una
risoluzione votata dai suoi 47 membri. In quel caso non viene “cacciata” la
persona, ma viene ridefinito il meccanismo.
In sintesi: i Relatori Speciali non dipendono dai governi che criticano. Non
vengono eletti dall’Assemblea generale. Non possono essere rimossi per semplice
irritazione diplomatica. Ma il loro rinnovo dipende inevitabilmente dagli
equilibri politici del Consiglio. A mio modo di vedere, nell’improbabile caso
che si arrivi a un voto del Consiglio, voterebbero a favore Francia, Regno
Unito, Italia, Repubblica Ceca, Estonia, Olanda. Poi ci saranno gli incerti e
gli astenuti e poi la marea dei paesi del Sud del Mondo. Comunque questo è
l’elenco degli altri paesi attualmente membri e ognuno può fare le proprie
ipotesi: Islanda, Spagna, Svizzera, Angola, Benin, Burundi, Costa d’Avorio,
Congo, Egitto, Etiopia, Gambia, Ghana, Kenya, Malawi, Mauritius, Sudafrica,
Cina, Cipro, India, Indonesia, Iraq, Giappone, Kuwait, Isole Marshall, Pakistan,
Qatar, Korea, Thailandia, Vietnam, Albania, Bulgaria, Macedonia del Nord,
Slovenia, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana,
Ecuador, Messico.
A me pare molto improbabile, soprattutto avendo negli occhi l’immagine dei
delegati Onu che lasciarono l’aula appena Netanyahu iniziò a parlare, che
l’iniziativa europea abbia successo. Servirà solo a disgustare ulteriormente gli
stati del mondo non occidentale, come se ce ne fosse ancora bisogno, perdendo
sempre più autorevolezza e spessore morale. Rende solo evidente il tentativo di
vendetta contro Albanese per aver denunciato la complicità in genocidio di molti
Stati europei, tra cui Francia, Germania e Italia. Una ripicca di basso profilo
che otterrà solo l’aumento delle indignazione popolare verso i propri governi
complici di Netanyahu.
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L'articolo Gli Stati che chiedono la rimozione di Francesca Albanese compiono
una ripicca di basso livello proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Roberto Celante
La premier Meloni ha fatto sapere che l’Italia interverrà al Board of peace, la
cui prima riunione si terrà a Washington il 19 febbraio, con l’ambigua formula
della partecipazione “da osservatore”: senza rivestire, quindi, un ruolo attivo.
Si tratta di un vero e proprio “barbatrucco”. Peraltro, per diretta ammissione
della premier, “è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente
abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of
Peace”. Tradotto: se abbiamo un problema con la Costituzione, aggiriamola (che,
in tempi di campagna referendaria, è un formidabile autogol).
Il riferimento è all’art. 11 Cost., che afferma che l’Italia “consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Il
dubbio che il Board of peace non risponda a questi requisiti è più che fondato,
perché, secondo il punto 10 del Piano di pace di Trump, “questo organismo
gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza”; i Padri Costituenti,
invece, mentre scrivevano l’art. 11, non avevano affatto in mente un comitato di
affari, ma un’organizzazione internazionale che promuovesse la pace (tipo
l’Onu).
Se quindi è appurato che partecipare al Board of peace sarebbe stato
“chiaramente” un “problema” per l’Italia, per dirla con le stesse parole della
premier, non si capisce perché assistervi “da osservatore” sia considerata
un’opzione. Presenziare, anche con questa formula, contribuisce a fornire
legittimazione a un Board che ha lo scopo primario di promuovere e gestire un
“piano di sviluppo economico” (sempre secondo il punto 10). In questo scenario,
l’unico stato che subirà le “limitazioni di sovranità” ammesse dall’art. 11
Cost. a favore delle organizzazioni internazionali promotrici di pace, è
l’Autorità Nazionale Palestinese. E fino a quando? Finché non avrà promulgato
una costituzione democratica e non avrà istituzioni funzionanti secondo il
principio montesqueiano della divisione dei poteri? Finché non dimostrerà di
avere il controllo del territorio e dell’ordine pubblico, possibilmente con
metodi che non si ispirino al modello Ice? No, verosimilmente, finché non
saranno completati i progetti di investimento, che sono l’unico vero obiettivo
del Board.
Forse si ritiene che assumere un ruolo “da osservatore” in un contesto del
genere significhi aiutare l’Anp? Ma allora, viene da chiedersi come mai vi sia
aperta ostilità contro chi l’osservatrice lo fa di professione, e per l’Onu,
come Francesca Albanese. Appunto: l’Onu. Avrebbe dovuto essere l’unica
organizzazione a cui affidare la transizione a Gaza. Un organismo super partes,
senza interessi da tutelare, con il solo obiettivo di supervisionare il processo
di costruzione di un nuovo stato. Un nuovo stato che, però, fin dai tempi degli
Accordi di Oslo, doveva includere anche la Cisgiordania e, quindi, con l’Onu
come supervisore, l’Anp avrebbe, prima o poi, rivendicato la sovranità su un
territorio che, grazie alle occupazioni illegali da parte dei coloni israeliani,
è ormai di fatto diventato un’estensione dello Stato di Israele.
Quindi, molto meglio un Board che si occupi di affari, di sviluppo economico,
che faccia rifiorire Gaza al punto da fare dimenticare la Cisgiordania all’Anp,
no?
Sembra non interessare granché l’idea di una pace giusta, nonostante sia quella
che l’art. 11 Cost. promuove; ne basta probabilmente una qualsiasi, magari
illudendosi che la pace fondata sulla ricostruzione economica abbia una maggior
garanzia di stabilità. Ma lo sviluppo economico in sé non garantisce
necessariamente la giustizia sociale e potrebbe quindi mantenere latenti
pulsioni terroristiche, che resterebbero una costante minaccia per la pace nella
regione. Per questo, legittimare il Board con il ruolo di “osservatore”, anche
se non viola la Costituzione, resta una scelta inopportuna.
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L'articolo Perché è inopportuna la scelta di Meloni di far partecipare l’Italia
al Board of Peace per Gaza da osservatore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Febbraio 2026. Vanno in scena le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Un gruppo
di tifosi israeliani entra in uno degli store ufficiali del grande evento
sportivo. Sventola la bandiera di Israele. Di fronte a questa scena, Ali Mohamed
Hassan, uno dei dipendenti, risponde con un semplice “Free Palestine”. Per
qualcuno, però, un messaggio di sostegno all’autodeterminazione di un popolo
sottoposto da due anni al dramma di un genocidio non deve poter esistere.
Malgrado l’articolo 1 della legge 30/1970, vale a dire dello Statuto dei
Lavoratori, statuisca che “i lavoratori […] hanno diritto, nei luoghi dove
prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero”, si
scatena una campagna contro il lavoratore. Viene immediatamente accusato di
antisemitismo (per dire “Free Palestine”: ma davvero facciamo?), identificato e,
secondo alcune fonti, licenziato. Per fortuna, fuori dai media ufficiali e dalla
politica istituzionale, l’onda di solidarietà con Ali Mohamed Hassan sta
crescendo rapidamente.
Facciamo ora un passo indietro nel tempo.
Torniamo al 4 maggio 2025: siamo al Teatro alla Scala di Milano. A non troppa
distanza dalle Olimpiadi in corso. C’è una riunione della Asian Development
Bank. In programma un concerto privato, alla presenza della presidente del
Consiglio, Giorgia Meloni. Prima che l’evento abbia inizio, il silenzio viene
rotto da un grido: “Palestina Libera”. A urlarlo è una lavoratrice a tempo
determinato, una maschera del Teatro.
Diventa subito un “caso”. Il Teatro, senza pensarci su due volte, la licenzia.
Per “giusta causa”, sostiene, perché si sarebbe rotto il vincolo di fiducia e
perché quel “Palestina Libera” costituirebbe un “danno d’immagine”. La
lavoratrice non ci sta. Sostenuta dal sindacato Cub, impugna il licenziamento.
Saltiamo alla fine di novembre 2025. Sono trascorsi sei mesi dall’episodio. Il
Tribunale del Lavoro di Milano emette la sentenza: condanna il Teatro alla Scala
per licenziamento illegittimo e gli intima di risarcire la lavoratrice di tutte
le mensilità arretrate, dal giorno del licenziamento fino alla scadenza del
contratto a termine.
Se con questa sentenza si chiude – almeno per il momento – la vicenda
individuale della lavoratrice della Scala, prosegue invece quella collettiva.
Perché questi due episodi ci dimostrano che quello che succede a Gaza non ha a
che fare “solo” con la Palestina. Riguarda tutti noi. È qui, a casa nostra, che
stanno provando a restringere la nostra libertà di espressione. Sui posti di
lavoro, come succede ad Ali Mohamed Hassan. Com’è accaduto meno di un anno fa
alla lavoratrice alla Scala.
Come succede a Francesca Albanese, sottoposta a sanzioni Usa per aver osato fare
i nomi e cognomi di chi dal genocidio israeliano ci guadagna e oggi vittima di
una campagna di manipolazione e killeraggio professionale da parte di diversi
Paesi europei, tra cui quello di cui è cittadina, l’Italia. La sua “nazione”.
Nel corpo della società tutta, con i progetti di legge della Lega per permettere
di vietare le manifestazioni per la Palestina. Con i disegni di legge
sull’antisemitismo, presentati tanto dalle destre quanto da pezzi del
centrosinistra (vedi ddl Delrio), con cui vogliono mettere il bavaglio a ogni
critica mossa a Israele.
Ad Ali Mohamed Hassan andrebbe consegnata una medaglia. Perché con il coraggio
che ha mostrato, con la determinazione a ripetere quel “Free Palestine” di
fronte all’arroganza di chi, provocatoriamente, gli intimava “say it again”
(“dillo di nuovo”), tiene alto l’onore del nostro Paese, della nostra Patria
(come preferirebbe dire qualcuno), che, invece, le istituzioni politiche,
economiche e mediatiche hanno posto dal lato del genocidio di Tel Aviv.
Oggi, più di ieri, gridiamo anche noi Free Palestine. E ribadiamo che urlarlo,
come aveva già stabilito il Tribunale del Lavoro di Milano, non è reato. Anzi: è
un grido di dignità e libertà. Quella del popolo palestinese, ma anche la
nostra.
L'articolo Richiamato per aver detto ‘Free Palestine’: la libertà di espressione
ai tempi del genocidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Serena Poli
C’è un momento preciso in cui una denuncia non è più tollerabile: non quando è
dura, non quando usa parole forti o scomode, ma quando comincia a fare nomi. La
vicenda di Francesca Albanese mostra questo aspetto in maniera chiara.
Lo scontro comincia sul linguaggio: quando nei suoi rapporti compare il termine
“genocidio”, la reazione è soprattutto politica. Ci sono critiche sul metodo e
richieste di non usare quella parola, quasi come se fosse un marchio registrato,
inutilizzabile in riferimento ad altre popolazioni. Infine, arrivano le accuse
di parzialità, che appaiono oltremodo ridicole: il suo mandato ufficiale presso
l’Onu è di “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti
umani nei Territori palestinesi occupati”. Monitorare, denunciare le violazioni
e attribuire responsabilità a Stati terzi rientra pienamente nei suoi compiti.
È un conflitto duro, molto spesso a suon di colpi bassi, ma si resta quasi
sempre sul piano delle definizioni giuridiche, a parte qualche sguaiato e non
degno di nota pseudo giornalista o politico nostrano.
Poi qualcosa cambia, e accade nel momento in cui esce il rapporto Dall’economia
dell’occupazione all’economia del genocidio: qui Albanese entra nel merito dei
meccanismi economici che sostengono il genocidio, chiamando in causa
multinazionali, banche, fondi di investimento, tecnologia. Sotto la lente non ci
sono più solo responsabilità politiche, ma interessi concreti. Ed è lì che la
pressione si fa assedio. Le critiche si sganciano dai contenuti per andare a
colpire la persona. Arrivano le richieste di rimozione, le pesantissime
sanzioni, le minacce e le campagne di discredito.
Questa coincidenza temporale è palese e non è un salto irrilevante. Toccare
quegli interessi economici significa entrare in un terreno pericolosissimo.
A questo si aggiunge un elemento più recente: mentre si desecretano documenti
che mostrano reti di influenza tra finanza, politica internazionale, con
interessi legati allo Stato di Israele, parte una nuova campagna contro la
relatrice basata su un video manipolato. A pubblicare e rilanciare il video è
stata Un Watch, Ong con status consultivo Onu che si definisce controllore di
presunti bias anti-israeliani nelle Nazioni Unite. Nella pratica però agisce
come lobby pro-Israele e negli ultimi anni ha trasformato la critica ai rapporti
di Albanese in una campagna sistematica di delegittimazione, accusandola di
antisemitismo e di legami con gruppi estremisti.
Anche qui il dato interessante non è il tentativo, ma la tempistica: ogni nuova
campagna diffamatoria sembra coincidere con la pubblicazione di rapporti o
rivelazioni che mettono sotto accusa interessi e i poteri economici… sempre gli
stessi.
Da troppo tempo non si percorre il terreno dei fatti e ogni attacco è
un’ammissione: non ci sono argomenti per contestare nel merito e si ricorre
all’uso di una forza schiacciante.
Una singola persona di fronte a governi, apparati, multinazionali e poteri
enormi. Una disparità di forze che grida colpevolezza più di una confessione
scritta.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
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POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
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L'articolo Francesca Albanese delegittimata: si usa la forza quando non si può
contestare nel merito proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Invece di fermare la Russia, gran parte del mondo l’ha armata, le ha dato scuse
politiche, riparo politico, supporto economico e finanziario. Ora vediamo che
noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”.
Scommetto che queste parole non avrebbero destato scandalo.
Scommetto che nessuno di quelli che chiede le dimissioni di Francesca Albanese
asserendo che con questa dichiarazione – dove al posto della Russia c’era
Israele, e che oltretutto non ha mai pronunciato in quei termini, come spiego
tra un attimo – intendesse cancellare Israele e i suoi abitanti (e non, come
ovvio, cancellare la politica criminale di Israele), oserebbe chiedere le
dimissioni di chi dichiara di voler “fermare la Russia” e “smettere di dare
supporto economico, militare, finanziario e politico alla Russia” (anche perché
la Russia, in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, la sanzioniamo: 19 volte.
Mentre Israele, che invade la Palestina, il Libano, bombarda la Siria, l’Iran,
lo Yemen, il Qatar, le navi cariche di aiuti militari in acque internazionali, e
qui mi fermo – con Israele, che pure è parecchio più invasore della Russia, ci
facciamo accordi militari e commerciali, gli forniamo materiale bellico,
garantiamo l’impunità al suo primo ministro condannato per crimini di guerra e
contro l’umanità e al suo governo accusato da una commissione indipendente
dell’Onu di genocidio, apartheid, occupazione illegale, lo sanzioniamo zero
volte ma sanzioniamo chi ne persegue i crimini).
Le parole pronunciate da Albanese sono state in realtà queste: “Il fatto che
invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia
fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è
una sfida. Se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero
che mai prima d’ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi
affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari,
algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il
nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in
Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo
oscurano e le armi che lo rendono possibile”.
Dopo una traduzione maldestra, il taglio di 85 parole che c’erano in mezzo, ci
si è inventati un virgolettato attribuito ad Albanese e che lei non ha mai
pronunciato. Tuttavia, basterebbe sostituire la Russia a Israele in quel
virgolettato per smascherare la malefede.
Intendiamoci: chi accusa Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori
palestinesi, sa benissimo di essere in malafede. Sa benissimo che fermare la
Germania voleva dire fermare Hitler e cancellare il nazismo e il suo impero
fondato sulla supremazia della razza e non cancellare la Germania e tantomeno i
tedeschi. Lo sanno benissimo perché sono gli stessi che dicono che bisogna
“fermare l’Iran” e con questo non intendono dire che bisogna eliminare gli
iraniani o l’Iran ma cambiare il regime in Iran (anche se sono disposti a che ne
vengano eliminati un bel po’, di iraniani, sotto le bombe per esportare la
democrazia).
Come è evidente, Francesca Albanese non chiede la fine di Israele e tantomeno
degli israeliani che non sono poi tutti ebrei e tantomeno la fine degli ebrei,
che non sono tutti in Israele: gli eredi di quelli che davvero predicavano e
praticavano l’annientamento degli ebrei sono nelle destre europee e non nelle
piazze per la Palestina, e quelli che accusano Francesca Albanese lo sanno
benissimo. Sanno benissimo che in quelle piazze per la Palestina ci sono gli
eredi di quelli che hanno combattuto a costo della vita affinché gli ebrei
potessero tornare liberi e vivere liberi in ogni paese.
E noi, forti di quell’esempio, continuiamo a batterci per la fine
dell’occupazione (o, domando, vale solo per l’Ucraina?); a batterci come ci si è
battuti in Sudafrica per la fine dell’apartheid e non per la fine del Sudafrica.
A batterci per la fine del colonialismo che viola il diritto internazionale e in
violazione del diritto procede: non solo con l’attuale governo ma
ininterrottamente, da decenni, massacro dopo massacro, esproprio dopo esproprio,
colonia illegale dopo colonia illegale. Avanza con la complicità dell’Occidente,
avanza dotandosi di leggi razziste, avanza con una politica istituzionalizzata
di segregazione, deportazione, confische e distruzione e quelli che accusano
Francesca Albanese lo sanno benissimo: la accusano perché l’Onu vorrebbe che
tutto questo si fermasse e loro vogliono che tutto questo continui fino a
cancellare non Israele ma la Palestina: non sanno più come dirlo i ministri
israeliani che questo è lo scopo, che non ci sarà mai uno stato palestinese! Non
sanno più come dirlo che per sterminare i palestinesi che non accettano l’idea
non basta nemmeno la morte ma, sostiene il ministro israeliano Amihai Eliyahu:
“Dobbiamo trovare modi più dolorosi della morte”.
Quelli che accusano Francesca Albanese e le piazze per la Palestina sanno
benissimo di essere in malafede e di non venire più creduti. Conoscono le parole
del ministro e sanno che sono simili a quelle di tutti i ministri e parlamentari
israeliani, per questo – per nasconderle all’estero e amplificarle in Israele –
spendono milioni nella propaganda, per questo comprano giornali e giornalisti,
per questo finanziano le campagne elettorali dei politici che promettono di
girarsi dall’altra parte di fronte alle decine di migliaia di civili morti e di
lasciarli fare, per questo si dotano di leggi speciali che consentano di
censurare le critiche e perseguitare chi dissente: per fermare con la violenza e
la sopraffazione chi si batte per fermare la violenza e la sopraffazione.
Vorrei dire che non ci fate paura, ma non è vero. Siete spaventosi. Così
spaventosi che io mi domando: ma non vi fare paura da soli? Non avete paura a
restare da soli in una stanza con uno come voi, cioè da soli, voi, in una
stanza? La sera, davanti allo specchio, non vi fate paura? A giustificare il
bombardamento di 36 ospedali su 36 e l’uccisione di quasi duemila tra medici e
sanitari e quella sistematica dei giornalisti presi di mira dai cecchini e
l’incarcerazione dei bambini e le torture in carcere, e i proiettili in pancia a
chi è in coda per il pane e gli ulivi tagliati, i cadaveri di intere famiglie
sotto le macerie e le decine di migliaia di morti innocenti non vi fate paura?
Quello che fate è spaventoso e lo sapete benissimo: volete fare paura. Dirò,
però, che non ci fermeremo anche se siete spaventosi. Non siete i primi a fare
paura. Facevano paura tutti i tiranni prima di voi e facevano paura i loro
eserciti e i loro complici, eppure sono stati sconfitti. E mica da gente che non
aveva paura, eh: da gente che si è fatta coraggio a vicenda, perché non c’era
altra scelta. Non c’è altra scelta che ribellarsi all’occupazione violenta della
tua terra. Non c’è altra scelta che ribellarsi all’uccisione dei tuoi cari, al
bombardamento della tua casa e della tua scuola. Non c’è, per noi che assistiamo
inermi, altra scelta che denunciare, altra scelta che manifestare, altra scelta
che boicottare.
Per quanti soldi possiate spendere e giornalisti comprare e istituzioni
corrompere e politici ricattare e giudici sanzionare e manifestanti intimorire
non potete far apparire giusto ciò che è sbagliato, morale ciò che è immorale.
Non potrete giustificare l’occupazione agli occhi dei popoli, non potete
impedire che i popoli si ribellino. Mettetevi il cuore in pace.
L'articolo La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese: chi la accusa
sa di essere in malafede proviene da Il Fatto Quotidiano.
Esistono al mondo luoghi che possiamo considerare eliche centrifughe di pace,
esperienze, esempi di valore universale che remano controcorrente nelle acque
agitate della guerra. Il villaggio di Neve Shalom – Wahat Al-Salam (Oasi di
pace, in ebraico e in arabo) fondato dal padre domenicano Bruno Hussar nel 1969,
che si trova in Israele, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, appartiene a
questa categoria.
Ne parlo con Giulia Ceccutti, autrice per In Dialogo di Respirare il futuro, il
libro che racconta attraverso le testimonianze di chi ci vive e opera, il
passato e il presente di questo esperimento, non abbastanza celebrato. Un gruppo
di 75 case per oltre 350 abitanti, distribuiti equamente tra ebrei e
palestinesi, con una scuola primaria frequentata da più di 200 bambini, che per
tre quarti ogni giorno arrivano da varie località e comunità nei dintorni. Le
età vanno dai 6 anni in su per le 6 classi che regolano la primaria in Israele.
I contenuti didattici sono bilingui per ogni materia.
Non solo due lingue, ma anche il racconto storico viene visto dai diversi punti
di origine. Il bilinguismo si cerca di svilupparlo anche a casa, in modo che
questa chiave unitaria non rimanga relegata alle aule scolastiche. A questo
punto è impossibile però non parlare con Giulia del dopo 7 ottobre 2023 e della
guerra a Gaza: “Dopo il 7 ottobre nessuno ha lasciato, e dopo che la scuola è
rimasta chiusa per due settimane come in tutto il Paese, hanno ripreso
affrontando la fatica, il dolore e il lutto”. Non devono essere stati facili
quei giorni e i due anni successivi, anche se alla fine ha prevalso l’energia di
chi decide di rialzarsi, senza sfuggire alla tragedia in corso.
Questo non sarebbe stato possibile se ogni giorno le attività didattiche non
fossero state affiancate dall’impegno della Scuola per la pace, un’attività
educativa che coinvolge adulti, spesso ex allievi, in corsi/lavoro finalizzati a
sviluppare cultura e idee per la pace.
Certo questa scuola non rappresenta la normalità: come si trovano gli studenti
nel proseguire dopo la primaria, fuori da questa meravigliosa bolla? L’autrice
non si tira indietro, e racconta che “fuori” le persone non usufruiscono della
stessa formazione e gli episodi di razzismo si confondono con la non conoscenza
del percorso fatto. Ma il panorama non è del tutto oscuro e questi studenti
“potranno continuare anche in scuole superiori bilingui che seguono gli stessi
principi e modelli educativi, sono per ora 8, in varie città, una è a
Gerusalemme. Sono nate sul modello della scuola del Villaggio”.
Uno sforzo educativo tenuto vivo dalla fiamma di chi crede che ebrei, musulmani,
cristiani di questi territori possano vivere assieme. Tutti i problemi della
scuola poi si manifestano anche qui, mentre per quanto riguarda le ragazze non
siamo certamente di fronte alle difficoltà che incontra Vivere con Lentezza con
le famiglie delle bidonville di Jaipur, non ci sono barriere familiari alla
scolarizzazione delle bambine.
C’è spazio anche per la democrazia dal basso, così gli allievi della primaria
hanno eletto a novembre una loro piccola rappresentanza d’istituto. Non si
tratta quindi della Summehill School, nata dal sogno libertario di Alexander
Neill, che persone della mia età forse ricorderanno. E’ un esperimento che si
svolge in un Paese da sempre in guerra, in cui la campanella della scuola spesso
è sostituita dalle sirene di allarme, in cui però continua a pulsare da un
piccolo villaggio una luce di speranza e di fiducia che lo rendono unico, vivo
in una terra di visioni e divisioni.
L'articolo La storia del villaggio Neve Shalom, dove ebrei e palestinesi
convivono pacificamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una ricerca condotta da HelpAge International e Amnesty International ha
rivelato che nella Striscia di Gaza le persone anziane (il 5% della popolazione)
sono vittime di una trascurata crisi di salute fisica e mentale nel contesto del
blocco, tuttora in corso, degli aiuti e dei medicinali essenziali da parte di
Israele e del recente divieto imposto alle organizzazioni umanitarie.
Dal sondaggio effettuato da HelpAge International è emerso che, a causa della
scarsità di cibo, le persone anziane sono costrette a saltare i pasti, anche per
assicurare che altri familiari possano mangiare. Per via della mancanza
d’accesso ai medicinali, le terapie continuative devono essere razionate.
Le persone anziane sfollate più volte dall’ottobre del 2023 hanno riferito ad
Amnesty International che non hanno accesso a cibo contenente sostanze
nutrienti, ad alloggi e a cure mediche di livello adeguato. Il continuo blocco
imposto dalle autorità israeliane procura loro gravi danni.
HelpAge International ha intervistato 416 persone anziane della Striscia di Gaza
e ha pubblicato i risultati nel rapporto “Spinte oltre i propri limiti: la
sopravvivenza delle persone anziane nella Striscia di Gaza”. Tra la grave
privazione di cibo e il collasso dei servizi essenziali, queste persone vanno
incontro a rischi specifici della loro età e spesso trascurati. I loro bisogni
rimangono ampiamente invisibili.
Ecco i principali risultati del sondaggio di HelpAge International:
– Le persone anziane vivono in rifugi in condizioni di estremo degrado: il 76%
vive in tende spesso sovraffollate; l’84% afferma che tali condizioni di vita
danneggiano la loro salute e la loro privacy;
– Gli sfollamenti sono costanti e hanno un effetto destabilizzante: dall’ottobre
2023 il 79% è stato sfollato più di tre volte, con la conseguente interruzione
del sostegno familiare e un crescente isolamento;
– Le condizioni di salute sono generalmente cattive e ampiamente trascurate:
nonostante l’alta prevalenza di malattie e dolori cronici, l’accesso ai
medicinali è estremamente limitato tanto che il 42% li ottiene solo “qualche
volta” e il 18% “raramente”. Complessivamente l’accesso alle cure mediche è
basso e solo il 17% le dichiara interamente disponibili. Per il 31%, i
trattamenti per le malattie croniche sono considerati il principale servizio
sanitario mancante;
– L’insicurezza alimentare è acuta e può minacciare la sopravvivenza: metà delle
persone ha dichiarato che l’accesso all’assistenza è diventato più facile dal
cessate il fuoco; l’11% non aveva mangiato affatto nelle ultime 24 ore; il 48%
aveva ridotto l’assunzione di cibo per consentire ad altre persone di mangiare;
– I problemi di salute mentale sono gravi e hanno un impatto diretto
sull’alimentazione: il 77% dichiara che la tristezza, l’ansia, la solitudine o
l’insonnia hanno ridotto l’appetito e avuto conseguenze sul benessere
complessivo.
Le conclusioni del sondaggio di HelpAge International trovano conferma nelle
ricerche di Amnesty International, che ha intervistato 12 persone anziane
provenienti da ogni zona della Striscia di Gaza e che si trovano tuttora in
accampamenti per persone sfollate nella zona di Zawayda, in condizioni di vita
estremamente dure.
Le persone intervistate hanno dichiarato di essere state costrette a
interrompere o a razionare le cure mediche per malattie croniche, perché
indisponibili o diventate 3-4 volte più costose. Secondo l’Organizzazione
mondiale della sanità, all’ottobre del 2025, sì e no 14 dei 36 ospedali della
Striscia di Gaza erano operativi, peraltro solo parzialmente, così come meno di
un terzo dei servizi di riabilitazione.
Alcune persone anziane hanno perso molto peso. La maggior parte di loro si
affida alle cucine comunitarie che non sempre forniscono cibi con adeguati
livelli di sostanze nutrienti. Il terreno nei campi per le persone sfollate,
spesso irregolare e sabbioso, impedisce alle persone che usano sedie a rotelle o
stampelle di muoversi liberamente, rendendole ancora più dipendenti dall’aiuto
dei familiari.
Mohammed Bili, 61 anni, è stato sfollato sette volte a partire dall’ottobre del
2023. Ha bisogno di dialisi tre volte alla settimana ma la struttura presso la
quale si recava è stata distrutta. Ora fa due sedute di dialisi alla settimana,
più brevi del necessario. Si muove a fatica sulla sua sedia a rotelle e ha perso
quasi 20 chili: “Devo fare i conti con l’estrema rigidità delle mie braccia e
con la debolezza muscolare, poiché non posso accedere alla dialisi quanto ne
avrei bisogno”.
Samira al-Shawa, 88 anni, usava un deambulatore per muoversi autonomamente. Ora
vive in un campo per persone sfollate, dove il terreno sabbioso rende
impossibile camminare. Passa la maggior parte del tempo su un letto arrangiato
nella sua tenda. Le cucine comunitarie danno da mangiare alla sua famiglia ma il
cibo è insufficiente e con scarse sostanze nutrienti. Dall’ottobre del 2023 ha
perso una ventina di chili.
Sadiqa al-Barrawi, circa 90 anni, è stata sfollata tre volte dall’ottobre 2023.
Vive attualmente in una tendopoli per persone sfollate a Salam insieme al
figlio, alla moglie di quest’ultimo e ai loro quattro figli. Una notte, nel
gennaio del 2025, mentre si stava recando ai servizi igienici, è caduta e si è
ferita. Ora non riesce a stare in piedi né tantomeno a camminare: “Da allora
vivere è diventato ancora più miserabile”.
Sadiqa soffre di diabete e di pressione alta. Ha perso circa 25 chili e riceve
cibo attraverso le cucine comunitarie: “Eravamo contadini. Al villaggio avevamo
la terra e i migliori prodotti freschi. Ora non abbiamo nulla”.
L'articolo Le persone anziane dimenticate nel genocidio di Gaza proviene da Il
Fatto Quotidiano.