Tag - Genocidio

Il Board of Peace e il piano Kushner sono totalmente illegali: per Gaza si apre una nuova fase pericolosa
di Roberto Iannuzzi * L’inaugurazione del Consiglio di Pace e la presentazione di un piano di ricostruzione a Davos (Svizzera), in occasione dell’annuale riunione del World Economic Forum, aprono una nuova pericolosa fase per Gaza. Il Consiglio di Pace, presieduto dal presidente americano Donald Trump e composto da paesi subordinati agli Usa o ideologicamente allineati all’inquilino della Casa Bianca, ha la non troppo velata ambizione di proporsi come alternativa alle Nazioni Unite. Tale organismo si prefigge di mediare conflitti dal Venezuela all’Ucraina, scavalcando il mandato Onu (Risoluzione 2803) che limita a Gaza il suo raggio d’azione. All’interno del Consiglio, che ha una struttura essenzialmente illegale dal punto di vista del diritto internazionale, il potere è concentrato nelle mani di Trump, che lo presiede a vita, stabilisce quali paesi possono aderirvi e ne decide l’agenda. Il nuovo organismo è a sua volta composto da un consiglio direttivo che si occuperà della gestione di Gaza. A tale riguardo, un piano è stato presentato a Davos da Jared Kushner, membro del consiglio e genero di Trump. I palestinesi non sono in alcun modo rappresentati nel Consiglio di Pace. Il governo tecnocratico palestinese ad esso subordinato avrà un ruolo di mero esecutore delle sue direttive. La Striscia sarà il primo “laboratorio” dove testare il principio ispiratore del Consiglio, che prevede l’abbandono del multilateralismo come approccio per la risoluzione dei conflitti in favore di un modello basato sul capitale privato, guidato dagli investimenti e dalla ricerca del profitto. Azzerando le rivendicazioni politiche dei palestinesi, e ignorando i diritti di proprietà e l’eredità culturale di generazioni di gazawi, il piano Kushner prevede un progetto di ingegneria sociale e di sviluppo immobiliare che, partendo da una tabula rasa, intende ridisegnare completamente il volto di Gaza, previa demilitarizzazione e “deradicalizzazione” della Striscia. L’intera zona costiera sarà dedicata al turismo. Nell’immediato entroterra sorgeranno le aree residenziali per i palestinesi, intervallate da parchi e zone agricole. Complessi industriali e data center saranno dislocati in prossimità del perimetro interno, dipendenti da catene di fornitura e approvvigionamenti energetici israeliani. Attorno all’intero perimetro di confine sarà ricavata una zona cuscinetto controllata da Israele. Il processo di ricostruzione sarà subordinato a quello di demilitarizzazione, il più problematico. Teoricamente, il piano americano prevede, in cambio del disarmo, l’amnistia per gli uomini di Hamas, il loro “trasferimento sicuro” in altri paesi o, in alcuni casi selezionati, la loro integrazione nel governo tecnocratico palestinese. Perfino se Hamas dovesse accettare una simile soluzione, non è affatto scontato che lo faccia Israele. Elliott Abrams, noto esponente dei neocon americani e membro di spicco del Council on Foreign Relations, allude a un’alternativa più cruenta per liquidare Hamas. Egli ammette che nessun paese si è finora mostrato disposto a fornire truppe per disarmare il gruppo palestinese nel quadro della forza di stabilizzazione che, in base all’originario piano Trump per Gaza, avrebbe dovuto essere schierata nella Striscia. Abrams afferma che esiste però la possibilità di ricorrere a contractor privati per “bonificare” Gaza dai combattenti e dalle infrastrutture militari di Hamas. Per facilitare l’operazione, la popolazione civile verrebbe incoraggiata a trasferirsi nella zona della Striscia attualmente controllata da Israele. A Rafah, nel sud dell’enclave, dovrebbe sorgere la prima delle “comunità recintate” che accoglieranno i palestinesi a seguito di un meticoloso “processo di verifica” volto a escludere ogni possibile legame con Hamas. In questo scenario, il ruolo della forza internazionale di stabilizzazione e della polizia del governo tecnocratico palestinese alle dipendenze del Consiglio di Pace si limiterà al controllo di queste comunità e delle aree già “bonificate” dalla presenza di Hamas. Il fatto che Trump abbia posto alla guida della forza di stabilizzazione il generale americano Jasper Jeffers, già responsabile del Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC), lascia presagire che si possa propendere per questa soluzione. Jeffers è un veterano delle operazioni speciali in Iraq e Afghanistan, e insieme ad altri ufficiali del JSOC potrebbe pianificare l’impiego dei contractor e l’addestramento di commando composti da palestinesi reclutati fra le bande armate da Israele per combattere Hamas. Contractor privati, del resto, sono già stati utilizzati nella Striscia dalla famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabile dell’uccisione indiscriminata di centinaia di palestinesi alla disperata ricerca di cibo presso i suoi centri di distribuzione. Uno degli ideatori della GHF, Aryeh Lightstone, è stato ora nominato da Trump consulente del Consiglio di Pace. Le incognite riguardanti il disarmo di Hamas e l’implementazione del piano Kushner restano in ogni caso numerose. In primo luogo, l’accettazione del piano da parte di Israele è tutt’altro che certa. Le forze armate israeliane hanno costruito decine di avamposti militari nella zona della Striscia sotto il proprio controllo, collegandoli al territorio israeliano con nuove strade. E stanno trasformando la linea gialla che separa tale zona da quella controllata da Hamas in un vero e proprio confine, con trincee e terrapieni. I vertici dell’esercito israeliano stanno inoltre pianificando una possibile offensiva militare su Gaza City a marzo, qualora il piano di disarmo previsto dagli Usa dovesse incontrare difficoltà. *Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024). X: @riannuzziGPC; https://robertoiannuzzi.substack.com/ L'articolo Il Board of Peace e il piano Kushner sono totalmente illegali: per Gaza si apre una nuova fase pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Israele
Blog
Mondo
Striscia di Gaza
Usa
UpScrolled, boom del nuovo social palestinese in Usa dopo l’ingresso di Oracle in TikTok: un segnale politico
di Luca Grandicelli Negli ultimi giorni, mentre TikTok conclude la riorganizzazione delle proprie attività negli Stati Uniti sotto la supervisione di un consorzio guidato da Oracle, una buona parte degli utenti ha iniziato a guardare con interesse a UpScrolled, il nuovo social fondato dallo sviluppatore palestinese-australiano Issam Hijazi. I primi dati degli store digitali segnalano un aumento dei download e un temporaneo ingresso dell’app nelle posizioni alte delle classifiche in diversi Paesi, un fenomeno che alcuni creator collegano a timori su privacy, moderazione dei contenuti e funzionamento degli algoritmi, più che a una migrazione di massa. La ristrutturazione di TikTok nasce infatti dall’accordo da circa 14 miliardi di dollari che ha evitato il bando negli Stati Uniti e che prevede la creazione di una nuova entità americana, controllata da un consorzio formato da Oracle, Silver Lake e dall’emiratina MGX, ciascuno con una quota del 15%. Un assetto che rafforza il peso di Larry Ellison nella governance della piattaforma. Il fondatore di Oracle, storico alleato di Donald Trump e sostenitore dichiarato di Israele, ha in passato finanziato l’esercito israeliano e mantiene rapporti diretti con Benjamin Netanyahu, alimentando pertanto tra attivisti e creator il timore che la nuova TikTok statunitense possa risultare meno tollerante verso contenuti critici nei confronti di Israele. La piattaforma, che ha negli ultimi anni svolto un ruolo centrale nella diffusione di immagini e testimonianze dalla Striscia di Gaza, ha offerto una narrazione alternativa rispetto a quella dei media occidentali tradizionali. Video girati da palestinesi, operatori umanitari e giornalisti indipendenti hanno inciso notevolmente sull’opinione pubblica globale e, secondo alcune testate come Quds News Network, questo ruolo è percepito come una minaccia dalle autorità israeliane. Del resto, Netanyahu si è già espresso più volte su come il controllo dei social sia uno strumento chiave della strategia comunicativa, riconoscendo implicitamente il valore politico dell’algoritmo. Ecco allora che in questo contesto nasce UpScrolled. Fondata dal palestinese-giordano-australiano Issam Hijazi, la piattaforma si presenta come alternativa a Instagram, X e TikTok, puntando su trasparenza, assenza di shadow banning e rifiuto dell’influenza dei grandi investitori. Hijazi racconta di aver avviato il progetto dopo aver osservato, dalla fine del 2023, la progressiva scomparsa o il declassamento di contenuti pro-Palestina sulle principali piattaforme social. Tuttavia, la svolta arriva quando alcuni influencer hanno annunciato pubblicamente la loro migrazione. Guy Christensen, oltre 3 milioni di follower, parla di una “fuga verso UpScrolled” dopo l’ingresso di Ellison nella governance di TikTok, rilanciando lo slogan “no censorship, no billionaires”. In pochi giorni l’app scala le classifiche di download, trainata anche dall’adesione di account militanti e creator palestinesi e internazionali. Al di là dei numeri, la questione resta però prettamente politica: chi decide quali voci possono essere viste e quali restano invisibili nello spazio digitale globale? Da anni organizzazioni per i diritti umani denunciano rimozioni, oscuramenti di hashtag e riduzioni della reach per contenuti che documentano le violenze dell’esercito israeliano o parlano di apartheid. Con l’ingresso di Ellison nella governance di TikTok Usa, questi timori non potranno che intensificarsi, sebbene UpScrolled resti per ora un esperimento carico di incognite, a partire dalla sostenibilità economica, per non parlare della gestione della moderazione. Tuttavia, il suo successo iniziale indica che la guerra per il racconto di Gaza non si combatte più solo sul campo o nei media tradizionali, ma passa anche da server, algoritmi e proprietà delle piattaforme. E in questo scenario, la nascita di un social palestinese è prima di tutto un segnale politico. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo UpScrolled, boom del nuovo social palestinese in Usa dopo l’ingresso di Oracle in TikTok: un segnale politico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Media
Blog
Genocidio
TikTok
Social Network
“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si salvò). Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata. I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi. Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito. In che senso? Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte politiche. Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che non produce azione politica. Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta, qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte. Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah. Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale. Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza? Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto. La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le persecuzioni. Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili, sono guerre contro una persona umana. L'articolo “A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Genocidio
Giornata della Memoria
Shoah
Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata come la sola stella che ha brillato in questi anni neri
di Rosamaria Fumarola La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea. Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che cercavano riparo dalle fiamme. La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le conquiste di nuovi territori. Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione tanto radicale. Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo indietro. Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa. Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo di sterminio nazista. Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde mercato che insegue se stesso. La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata come la sola stella che ha brillato in questi anni neri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Media
Gaza
Blog
Genocidio
Global Sumud Flotilla
Il bilancio del governo Meloni è fallimentare, eppure ancora resiste. Ecco perché
Un risultato concreto ottenuto dal governo Meloni nei suoi primi tre anni e passa di vita è senza dubbio consistito nell’incremento notevole di cariche ben retribuite per il rampollo del presidente del Senato, Geronimo La Russa, e altri fortunati. Un po’ poco, specialmente alla luce del fatto che il bilancio è a dir poco fallimentare per il residuo 99% e passa del popolo italiano, buona e crescente parte del quale non arriva a fine mese, mentre migliaia e migliaia di giovani promettenti e qualificati cercano fortuna all’estero, specialmente in settori allo sbando totale come quello dell’Università e della ricerca. Stupisce in effetti la tenuta, nonostante tutto, di un governo disastroso, incompetente e totalmente allineato ai poteri forti, come nessun altro mai dalla Liberazione ad oggi. Come fa quindi a durare? Tutta colpa del popolo pecorone e masochista? In realtà, come ho già avuto modo di affermare più volte, il vero problema dell’Italia è costituito dalla pessima qualità dell’opposizione e in particolare di quella sua parte, ancora maggioritaria, che si raggruppa sotto le stinte e confusionarie bandiere del Partito democratico. Formazione quantomai ricca di posizioni non condivisibili e su alcuni temi ancora peggiori, se possibile, di quelle delle destre al governo. Ciò accade in primo luogo per quanto riguarda il tema davvero decisivo della pace. Proprio nel momento in cui dovremmo disallineare il nostro Paese dall’Occidente guerrafondaio, vari vecchi attrezzi, afferenti al Pd e alla palude centrista, si fanno promotori di atlantismo, sionismo e odio nei confronti del resto del mondo, in primo luogo ovviamente la Russia. Non si tratta certo di essere putiniani, filoislamici o filocinesi, quanto di prendere atto del fatto che le vere minacce alla pace provengono oggi dal seno stesso dell’Occidente e dalle sue schegge impazzite. Israele, che procede imperturbabile nel genocidio del popolo palestinese e si prepara a lanciare nuove guerre dall’esito imprevedibile contro Iran e altri. Ucraina, che non accetta il fallimento chiaro ed evidente del tentativo della Nato di usarla come ariete di sfondamento contro la Russia e cerca oggi spasmodicamente la Terza Guerra Mondiale pur di evitare il redde rationem di Zelensky e della sua cricca di corrotti e profittatori. Ma anche Unione Europea che, alla ricerca di una demenziale grandeur che impedisca ai popoli di fare i conti coi governi sempre meno popolari, ha imboccato la via suicida del riarmo e della guerra, rinunciando alla prospettiva dello sviluppo ecologicamente compatibile e della giustizia sociale. Ma anche Stati Uniti, sornioni ed ambigui sull’Ucraina ma strategicamente contrapposti alla Cina e più che mai aggressivi in America Latina, all’insegna dell’inaccettabile rilancio della Dottrina Monroe contro il Venezuela bolivariano e chavista di Nicolas Maduro, ma anche contro Cuba, Nicaragua, Colombia, Messico e Brasile. Anche l’Italia di Giorgia Meloni costituisce oggi dunque una scheggia impazzita dell’Occidente guerrafondaio che minaccia di porre fine nel giro di poco tempo all’umanità e al pianeta. Il popolo, che nella sua stragrande maggioranza ama la pace e ripudia la guerra, non si esprime con la dovuta energia proprio perché la principale forza della sedicente opposizione è infettata a fondo dai virus dell’atlantismo, del sionismo, del riarmo e della guerra che l’Occidente e le sue schegge impazzite stanno preparando. Il contagio si propaga in varie forme dai vari Fassino, Guerini, Gentiloni con annessi i satelliti centristi Calenda e Renzi, fino a quanto resta delle organizzazioni di massa di quella che un tempo fu la sinistra, e cioè – per linitarsi a citare le principali – Arci, Anpi, Cgil; non del tutto prive di settori coerenti e combattivi, ma complessivamente paralizzate e subalterne ai guerrafondai, come dimostrato fra l’altro dalla scelta irresponsabile della Cgil di non confluire nello sciopero generale unitario di fine novembre promosso da Unione sindacale di base, Cobas ed altri. Un’occasione imperdonabilmente mancata di scendere in mobilitazione e in piazza sugli obiettivi inseparabili della pace e dei diritti di lavoratrici, lavoratori e popolo nel suo complesso. Una situazione di grave immobilismo che finirà per scavare sempre più a fondo il baratro già oggi esistente tra popolo e istituzioni democratiche, ben evidenziato tra l’altro dal crescente astensionismo elettorale e dall’orientamento sempre più autoritario e repressivo del governo Meloni. Occorre riattivare i canali di comunicazione tra le larghe masse e le forze organizzate, a partire dal referendum costituzionale che si terrà all’inizio della prossima primavera, affinché si tratti di una primavera esemplare di lotta per la pace e i diritti, contro il governo delle destre e i guerrafondai annidati dentro il Pd e l’area centrista. L'articolo Il bilancio del governo Meloni è fallimentare, eppure ancora resiste. Ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Politica
Governo Meloni
Genocidio
Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità?
I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995. Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel 1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime due corti, segnalo questo volume). Il quinquennio appena iniziato somiglierà, a sua volta, al secondo quinquennio degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi. L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere coercitivo di dare seguito alle sue decisioni – non esiste una polizia giudiziaria per eseguire i mandati di cattura – dipendono dalla collaborazione degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo. Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno nuovamente colpita con sanzioni. La “pietra dello scandalo” è stata l’emissione del mandato di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento, sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin. Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica, guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare secondo le circostanze. Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si boicotta, ottiene dei risultati. L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga” che tra il 2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte. L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere. Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro l’umanità. Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushayb”, dopo averlo giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata alle forze armate. Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese della Striscia di Gaza. La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di sollievo e brindare all’assoluzione. Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale: genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra. Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere una cosa del genere. La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio dell’impunità. Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà dire che “c’è pace senza giustizia”. Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà semplicemente prepararci ai prossimi conflitti. L'articolo Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Mondo
Diritti Umani
Genocidio
Diritto Internazionale
Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la connessione diretta al terrorismo?
di Alessia Manera Le indagini su persone e attivisti legati alla causa palestinese, cui sono seguiti 9 arresti e perquisizioni in tutta Italia nella giornata di sabato 27 dicembre, portano con sé alcune riflessioni imperative non tanto sulla vicenda in sé, ma sui presupposti politici e di diritto internazionale, in particolare rispetto a tre elementi: la fonte delle accuse, la storia dell’occupazione e del genocidio in Palestina, l’autodeterminazione dei processi di liberazione. Le fonti delle prove a carico degli arrestati (tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia) sono infatti provenienti prevalentemente dai servizi segreti e di sicurezza israeliani. In poche parole la magistratura di uno stato sovrano (o che si presume dovrebbe essere tale) ha spiccato mandati di arresto e perquisizione nei confronti di persone che avrebbero avuto legami economici con enti benefici a loro volta con legami con Hamas, e tutto questo a detta dello stesso stato che è indagato per crimini di guerra e genocidio dall’Onu e della Corte Penale Internazionale e che ha trattato come terroristi, detenendoli illegalmente, torturandoli e privandoli temporaneamente dei loro diritti, cittadini internazionali (tra cui anche italiane/i) colpevoli di aver portato aiuti umanitari. Secondo questa logica giudiziaria, che assume come buona la definizione israeliana di terrorista, chiunque di noi abbia partecipato alle manifestazioni di piazza contro il genocidio o abbia organizzato una cena a supporto delle spese della Flotilla potrebbe legittimamente aspettarsi una visita dell’antiterrorismo? Una prospettiva non così lontana, visto che da un fronte bipartisan stanno arrivando proposte di legge (una a firma Gasparri e l’altra Delrio) che equiparano l’antisionismo (e quindi la critica alle politiche colonialiste di Israele e ai suoi governi) all’antisemitismo, nel solco di quanto già accade in Gran Bretagna (dove supportare Palestine Action porta all’accusa di terrorismo – mentre supportare il genocidio no). Ma anche ammettendo che le accuse si rivelino corrette, che le associazioni benefiche cui sono arrivati i fondi siano davvero connesse ad Hamas, qual è la connessione diretta al terrorismo? Hamas nasce come movimento sociale religioso negli anni ‘80, dopo la prima Intifada, finanziata e sostenuta dallo stesso Israele e dall’asse anglosassone (Gran Bretagna e Stati Uniti) per creare una frattura all’interno della società e della politica palestinese, tradizionalmente laica e socialista. D’altronde, quegli stessi paesi finanziavano in quel periodo (e per i 30 anni successivi) la Fratellanza Musulmana, Al Qaida e tutti i movimenti integralisti sunniti in chiave antisovietica e anti-laicista/socialista/panarabista. Hamas si è quindi inserita fin dall’inizio in un progetto occidentale di destabilizzazione, al fine di continuare ad esercitare il potere coloniale occidentale attraverso Israele, che a sua volta si è configurato fin dalla sua nascita come parte integrante dell’Occidente e come esperimento di una nuova forma di colonialismo e suprematismo. Quando, dopo il fallimento degli accordi di Oslo e la Seconda Intifada, Hamas stravince le elezioni del 2006 lo fa soprattutto perché l’Anp ha perso di credibilità – come era nel piano israeliano fin dall’inizio – stravince sotto lo sguardo degli osservatori Onu che avevano confermato la legittimità e la validità del voto. Immediatamente però l’Occidente disconosce quello stesso voto e Israele (sotto il governo Olmert, invitato dal Pd alla propria festa nazionale solo qualche mese fa come “uomo di pace”) inizia l’assedio totale alla Striscia che dura ancora oggi, 19 anni dopo. Hamas è quindi in prima istanza (e fondamentalmente per la maggior parte dei paesi dell’Assemblea delle Nazioni Unite, esclusi gli Occidentali) un’organizzazione politica, di cui alcune parti portano avanti la lotta armata: può piacere o meno ma riflette la soggettività storica e politica di un popolo, è parte del suo processo di liberazione. Chi siamo noi per giudicare questo processo, soprattutto quando le contraddizioni che lo animano trovano buona parte delle responsabilità nelle ingerenze occidentali e coloniali? Quanto è suprematista e coloniale (seppur di un suprematismo “umanitario” e rivolto ai diritti) giudicare i processi politici e sociali di altri popoli sulla base di ciò che noi siamo oggi disponibili ad accettare a casa nostra? Perché ricordiamo che il diritto internazionale, che nasce dalla liberazione e dai processi di decolonizzazione, riconosce il diritto alla resistenza (anche armata) a fronte di un occupante. La questione non può porsi nei termini “pro Hamas” o “contro Hamas”. La questione è: siamo o non siamo per l’autodeterminazione dei popoli, principio sancito dal diritto internazionale e dalla nostra Costituzione? Siamo o non siamo per il diritto internazionale, contro ogni forma di genocidio e pulizia etnica? Perché, se la risposta a queste domande è “sì”, dovrebbe finire sul banco degli imputati chi ha continuato a finanziare ed armare uno stato accusato di genocidio o chi ha definito il diritto internazionale “qualcosa che vale fino ad un certo punto”. E dovrebbe farci domandare, ancora una volta, da quale parte della Storia vogliamo ritrovarci. L'articolo Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la connessione diretta al terrorismo? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaza
Blog
Mondo
Genocidio
Hamas
Giusto indagare su eventuali finanziamenti illeciti ad Hamas. Ma quando si indagherà sulla vendita di armi a Israele?
Giusto, giustissimo indagare su eventuali illeciti commessi nei finanziamenti ad Hamas. Restano, tuttavia, alcune domande. Quando e dove saranno aperte le inchieste relative alla vendita di armi a Netanyahu? Dal momento che persino nei rapporti Onu sono documentati traffici di imprese italiane con il governo di estrema destra israeliano, quando saranno aperte le inchieste a loro carico? Basterebbe leggere le relazioni di Francesca Albanese, ricche di dati, indirizzi, riferimenti: queste sono le ragioni del fango scagliato contro di lei. Nell’annunciare leggi relative all’antisemitismo, sarà inserito un emendamento per colpire e denunciare chi ha sostenuto e sostiene il genocidio? Il governo italiano, così attivo nello strumentalizzare le inchieste su Hamas, dirà qualcosa sulla decisione di cacciare da Gaza 37 organizzazioni non governative e di vietare ancora l’ingresso dei media internazionali? Dal momento che, tra quanti hanno fatto domanda, non sono pochi i giornalisti vicino ai Trump, a Netanyahu, a Meloni, perché mai non vogliono farli entrare? Temono forse che anche una sola immagine possa svelare le tante bugie che hanno accompagnato il genocidio? L'articolo Giusto indagare su eventuali finanziamenti illeciti ad Hamas. Ma quando si indagherà sulla vendita di armi a Israele? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaza
Israele
Blog
Mondo
Genocidio
Israele accelera le operazioni in Cisgiordania. L’intento è chiaramente annessionista, ma l’Occidente tace
di Roberto Iannuzzi* Il fragile cessate il fuoco a Gaza, continuamente violato da Israele, invece di ridurre le tensioni nella vicina Cisgiordania ha visto un’accelerazione delle operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto del territorio palestinese occupato. Dall’inizio della tregua nella Striscia, lo scorso 10 ottobre, le violenze dei coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si sono intensificate. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il ministro israeliano della sicurezza interna Itamar Ben-Gvir aveva emesso 220.000 nuove licenze di porto d’armi, in gran parte rilasciate nelle colonie, che ora sono controllate da gruppi armati paragonabili a milizie private. L’Onu ha registrato il più alto numero di attacchi alla raccolta palestinese delle olive dal 2006. Essi restano solitamente impuniti. Secondo Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, solo il 6,6% degli attacchi compiuti da civili israeliani contro i palestinesi tra il 2005 e il 2023 sono stati perseguiti dalla magistratura. La legge di bilancio presentata dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich all’inizio di dicembre include la reintroduzione di tre basi militari israeliane in aree poste sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) dagli accordi di Oslo del 1993. Tale legge prevede anche l’istituzione di un catasto civile per la “Giudea e Samaria” (come gli israeliani designano la Cisgiordania), un’altra misura che va in direzione di un’annessione di fatto del territorio palestinese. Il 10 dicembre, il governo israeliano ha approvato 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale delle colonie (illegali in base al diritto internazionale) istituite dall’esecutivo guidato dal premier Benjamin Netanyahu. Un’accelerazione inaudita, se si pensa che nei precedenti 55 anni di occupazione israeliana ne erano state approvate 141. Ma l’offensiva israeliana in Cisgiordania è anche di natura militare, sebbene il territorio sia amministrato dall’Anp e registri solo una debole presenza di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi. A novembre l’esercito di Tel Aviv ha inviato tre brigate, appoggiate da elicotteri da combattimento, nei villaggi e nei campi profughi palestinesi, confiscando abitazioni e arrestando centinaia di persone. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha arrestato più di 19.000 palestinesi (tra cui circa 1.550 bambini) in Cisgiordania, molti dei quali sono incarcerati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza un’accusa precisa. L’operazione “Muro di ferro” lanciata da Israele nel gennaio 2025 contro alcuni campi profughi, a partire da Jenin, aveva portato allo sfollamento di circa 40.000 palestinesi. Nessuno di essi ha potuto fare ritorno alle proprie case, gran parte delle quali sono state distrutte. A questi vanno aggiunti i quasi 3.000 sfollati tra pastori e beduini, scacciati dalla violenza dei coloni. Israele ha adottato anche una politica di strangolamento economico della Cisgiordania. Sul territorio palestinese sono disseminati quasi 900 posti di blocco (200 dei quali sono stati istituiti durante i due anni di guerra a Gaza) che paralizzano la vita dei suoi abitanti. A maggio, Smotrich ha sospeso del tutto il trasferimento delle tasse doganali che Israele raccoglie per conto dell’Anp (si tratta dunque di soldi palestinesi). Gli arretrati superano ormai abbondantemente i 3 miliardi di dollari, gran parte dei quali servono a pagare i salari degli impiegati pubblici. Il governo Netanyahu sta poi strozzando le banche palestinesi, le quali possono interagire con il mondo esterno solo attraverso il sistema bancario israeliano. Smotrich ha ridotto a pochi mesi, e talvolta (come a fine novembre) ad appena due settimane, la durata dei permessi erogati agli istituti bancari della Cisgiordania per accedere alle banche israeliane, aumentando enormemente l’incertezza finanziaria nel territorio palestinese. L’indebolimento dell’Anp ha anche l’effetto di mettere a rischio il piano messo a punto dal presidente americano Donald Trump per Gaza, il quale prevede il trasferimento dell’amministrazione della Striscia a un’Anp riformata. L’obiettivo, apertamente dichiarato dal governo Netanyahu, è di impedire la creazione di uno stato palestinese. Di fronte a politiche che violano smaccatamente il diritto internazionale, né gli Stati Uniti né i paesi europei hanno adottato misure punitive nei confronti di Israele. A seguito della recente approvazione israeliana di 19 nuovi insediamenti, quattordici paesi fra cui Gran Bretagna, Canada, Germania, Francia, Italia, Irlanda e Spagna hanno emesso una condanna puramente verbale. La reazione di Israele è stata incredibilmente sfrontata. Il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ha affermato che “i governi stranieri non limiteranno il diritto degli ebrei a vivere nella Terra di Israele, e qualsiasi richiesta del genere è moralmente sbagliata e discriminatoria nei confronti degli ebrei”. Egli non ha minimamente accennato al fatto che il territorio in questione è palestinese. Dal canto suo, Smotrich ha giustificato l’approvazione degli insediamenti sostenendo che “stiamo bloccando la creazione di uno stato terroristico palestinese”. E’ dunque evidente l’intento annessionista del governo Netanyahu. Definendo i palestinesi invariabilmente come terroristi, esso intende negare loro il diritto alla terra sulla quale vivevano da prima della nascita dello stato ebraico. Di fronte a una violazione così palese del diritto internazionale, l’Occidente tace. *Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024). Twitter: @riannuzziGPC https://robertoiannuzzi.substack.com/ L'articolo Israele accelera le operazioni in Cisgiordania. L’intento è chiaramente annessionista, ma l’Occidente tace proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaza
Israele
Blog
Mondo
Genocidio
Nell’arresto di Mohammed Hannoun e di altri otto palestinesi c’è una cosa sconcertante
L’aspetto più sconcertante dell’operazione avviata dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha portato finora all’arresto del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, e di altri, è senza dubbio il fatto che si regge quasi esclusivamente sull’abbondante documentazione probatoria inviata da organismi militari e di sicurezza israeliani e, in misura notevolmente minore, statunitensi. Si tratta di documentazione risalente negli anni, che però è stata rinnovata e integrata in modo decisivo dopo le operazioni militari seguite agli attacchi del 7 ottobre, realizzando l’occupazione militare della Striscia di Gaza e sottoponendone la popolazione a un trattamento che ha provocato finora almeno settantamila vittime, in gran parte civili, tra cui moltissimi bambini, massacrati e mutilati. E’ a seguito di questo bagno di sangue che sono emerse le prove che dimostrerebbero la destinazione ad Hamas delle somme raccolte in Italia, ufficialmente devolute ad organizzazioni umanitarie e caritatevoli, per tentare di attenuare le indicibili sofferenze dei Palestinesi di Gaza, cui l’occupazione israeliana continua a negare l’accesso a beni essenziali per la sopravvivenza quali acqua, cibo, medicinali e coperte, indumenti e strutture idonee a proteggersi da piogge, freddo e maltempo. Date le circostanze del reperimento e la natura delle autorità responsabili dell’invio, specialmente in considerazione del fatto che si tratta di parti decisive e operative di uno Stato che è sotto accusa per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, la documentazione in questione avrebbe dovuto essere sottoposta a un vaglio più che attento. Elemento, questo, a sua volta sub judice e sul quale si sta esercitando la scrupolosa analisi dei collegi difensivi. Altro aspetto cruciale è poi costituito dalla natura di Hamas, sulla quale vanno dette parole chiare, tenendo conto di una situazione che presenta vari aspetti di inusitata complessità. E’ certo che formazioni armate riconducibili ad Hamas, ma anche ad altri raggruppamenti armati palestinesi, si siano rese responsabili, durante gli attacchi del 7 ottobre, di crimini di guerra quali massacri indiscriminati e rapimento di civili. Per tali motivi la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di cattura nei confronti di tre alti dirigenti dell’organizzazione in questione, tutti e tre nel frattempo eliminati stragiudizialmente da Israele, mentre invece i destinatari israeliani dei mandati di cattura continuano ad essere liberi e uno dei due, anzi, il primo ministro Netanyahu, esercita ancora il proprio potere decisionale incontrastato e sorretto dalla complicità dei principali Stati occidentali, Italia compresa. Va del resto ulteriormente specificato che la portata precisa dei crimini di Hamas non è stata finora accertabile anche e soprattutto per la reticenza delle autorità israeliane a istituire una Commissione d’inchiesta interna o tanto più internazionale su quei luttuosi avvenimenti. D’altronde Hamas non è solo un gruppo armato ma anche – lo si voglia o no – un’espressione politica di buona parte del popolo palestinese, dotato di riconoscimento internazionale e appoggi considerevoli non solo da parte di Stati arabi e islamici tra loro diversissimi quali Qatar, Iran e Turchia, ma anche molti altri. Per altri versi è noto che Hamas, nonostante due e più anni di martellante occupazione israeliana, continua ad esercitare de facto poteri di governo su notevoli parti del territorio di Gaza e relativa popolazione, il che rende pressoché inevitabile intrattenere rapporti con la stessa per chiunque voglia fattivamente operare sul piano del soccorso umanitario. Di tali complessità non pare per nulla tener conto la Direzione antimafia, così come non ne tiene conto, a monte, la decisione dell’Unione europea che – su chiaro diktat statunitense – ha inserito Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche senza operare alcuna distinzione fra ala militare, direzione politica e apparati amministrativi. Una procedura, questa delle liste dei terroristi, priva anch’essa delle più elementari garanzie giuridiche, espressione di arbitrio politico e di un’inaccettabile e brutale logica amico/nemico. Per me Hamas, data la sua ispirazione fondamentalista, costituisce senz’altro un avversario politico. Ciò tuttavia non ci esime dal valutare le complessità del caso, sulla base del criterio fondamentale della necessità di prevenire, fermare e reprimere il genocidio e la violazione senza precedenti dei diritti umani del popolo palestinese. Da questo punto di vista, il pur condivisibile riferimento ai crimini di Israele contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare ammonta quasi esclusivamente a clausola di stile, tanto più che continua incontrastata la collaborazione con tale Stato, anche sul piano giudiziario. L'articolo Nell’arresto di Mohammed Hannoun e di altri otto palestinesi c’è una cosa sconcertante proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaza
Giustizia
Blog
Genocidio
Hamas