di Roberto Iannuzzi *
L’inaugurazione del Consiglio di Pace e la presentazione di un piano di
ricostruzione a Davos (Svizzera), in occasione dell’annuale riunione del World
Economic Forum, aprono una nuova pericolosa fase per Gaza.
Il Consiglio di Pace, presieduto dal presidente americano Donald Trump e
composto da paesi subordinati agli Usa o ideologicamente allineati all’inquilino
della Casa Bianca, ha la non troppo velata ambizione di proporsi come
alternativa alle Nazioni Unite. Tale organismo si prefigge di mediare conflitti
dal Venezuela all’Ucraina, scavalcando il mandato Onu (Risoluzione 2803) che
limita a Gaza il suo raggio d’azione.
All’interno del Consiglio, che ha una struttura essenzialmente illegale dal
punto di vista del diritto internazionale, il potere è concentrato nelle mani di
Trump, che lo presiede a vita, stabilisce quali paesi possono aderirvi e ne
decide l’agenda.
Il nuovo organismo è a sua volta composto da un consiglio direttivo che si
occuperà della gestione di Gaza. A tale riguardo, un piano è stato presentato a
Davos da Jared Kushner, membro del consiglio e genero di Trump.
I palestinesi non sono in alcun modo rappresentati nel Consiglio di Pace. Il
governo tecnocratico palestinese ad esso subordinato avrà un ruolo di mero
esecutore delle sue direttive.
La Striscia sarà il primo “laboratorio” dove testare il principio ispiratore del
Consiglio, che prevede l’abbandono del multilateralismo come approccio per la
risoluzione dei conflitti in favore di un modello basato sul capitale privato,
guidato dagli investimenti e dalla ricerca del profitto.
Azzerando le rivendicazioni politiche dei palestinesi, e ignorando i diritti di
proprietà e l’eredità culturale di generazioni di gazawi, il piano Kushner
prevede un progetto di ingegneria sociale e di sviluppo immobiliare che,
partendo da una tabula rasa, intende ridisegnare completamente il volto di Gaza,
previa demilitarizzazione e “deradicalizzazione” della Striscia.
L’intera zona costiera sarà dedicata al turismo. Nell’immediato entroterra
sorgeranno le aree residenziali per i palestinesi, intervallate da parchi e zone
agricole. Complessi industriali e data center saranno dislocati in prossimità
del perimetro interno, dipendenti da catene di fornitura e approvvigionamenti
energetici israeliani. Attorno all’intero perimetro di confine sarà ricavata una
zona cuscinetto controllata da Israele.
Il processo di ricostruzione sarà subordinato a quello di demilitarizzazione, il
più problematico. Teoricamente, il piano americano prevede, in cambio del
disarmo, l’amnistia per gli uomini di Hamas, il loro “trasferimento sicuro” in
altri paesi o, in alcuni casi selezionati, la loro integrazione nel governo
tecnocratico palestinese.
Perfino se Hamas dovesse accettare una simile soluzione, non è affatto scontato
che lo faccia Israele. Elliott Abrams, noto esponente dei neocon americani e
membro di spicco del Council on Foreign Relations, allude a un’alternativa più
cruenta per liquidare Hamas.
Egli ammette che nessun paese si è finora mostrato disposto a fornire truppe per
disarmare il gruppo palestinese nel quadro della forza di stabilizzazione che,
in base all’originario piano Trump per Gaza, avrebbe dovuto essere schierata
nella Striscia. Abrams afferma che esiste però la possibilità di ricorrere a
contractor privati per “bonificare” Gaza dai combattenti e dalle infrastrutture
militari di Hamas. Per facilitare l’operazione, la popolazione civile verrebbe
incoraggiata a trasferirsi nella zona della Striscia attualmente controllata da
Israele.
A Rafah, nel sud dell’enclave, dovrebbe sorgere la prima delle “comunità
recintate” che accoglieranno i palestinesi a seguito di un meticoloso “processo
di verifica” volto a escludere ogni possibile legame con Hamas. In questo
scenario, il ruolo della forza internazionale di stabilizzazione e della polizia
del governo tecnocratico palestinese alle dipendenze del Consiglio di Pace si
limiterà al controllo di queste comunità e delle aree già “bonificate” dalla
presenza di Hamas.
Il fatto che Trump abbia posto alla guida della forza di stabilizzazione il
generale americano Jasper Jeffers, già responsabile del Comando congiunto per le
operazioni speciali (JSOC), lascia presagire che si possa propendere per questa
soluzione. Jeffers è un veterano delle operazioni speciali in Iraq e
Afghanistan, e insieme ad altri ufficiali del JSOC potrebbe pianificare
l’impiego dei contractor e l’addestramento di commando composti da palestinesi
reclutati fra le bande armate da Israele per combattere Hamas.
Contractor privati, del resto, sono già stati utilizzati nella Striscia dalla
famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabile dell’uccisione
indiscriminata di centinaia di palestinesi alla disperata ricerca di cibo presso
i suoi centri di distribuzione.
Uno degli ideatori della GHF, Aryeh Lightstone, è stato ora nominato da Trump
consulente del Consiglio di Pace.
Le incognite riguardanti il disarmo di Hamas e l’implementazione del piano
Kushner restano in ogni caso numerose. In primo luogo, l’accettazione del piano
da parte di Israele è tutt’altro che certa.
Le forze armate israeliane hanno costruito decine di avamposti militari nella
zona della Striscia sotto il proprio controllo, collegandoli al territorio
israeliano con nuove strade. E stanno trasformando la linea gialla che separa
tale zona da quella controllata da Hamas in un vero e proprio confine, con
trincee e terrapieni.
I vertici dell’esercito israeliano stanno inoltre pianificando una possibile
offensiva militare su Gaza City a marzo, qualora il piano di disarmo previsto
dagli Usa dovesse incontrare difficoltà.
*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i
punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
X: @riannuzziGPC; https://robertoiannuzzi.substack.com/
L'articolo Il Board of Peace e il piano Kushner sono totalmente illegali: per
Gaza si apre una nuova fase pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Genocidio
di Luca Grandicelli
Negli ultimi giorni, mentre TikTok conclude la riorganizzazione delle proprie
attività negli Stati Uniti sotto la supervisione di un consorzio guidato da
Oracle, una buona parte degli utenti ha iniziato a guardare con interesse a
UpScrolled, il nuovo social fondato dallo sviluppatore palestinese-australiano
Issam Hijazi. I primi dati degli store digitali segnalano un aumento dei
download e un temporaneo ingresso dell’app nelle posizioni alte delle
classifiche in diversi Paesi, un fenomeno che alcuni creator collegano a timori
su privacy, moderazione dei contenuti e funzionamento degli algoritmi, più che a
una migrazione di massa.
La ristrutturazione di TikTok nasce infatti dall’accordo da circa 14 miliardi di
dollari che ha evitato il bando negli Stati Uniti e che prevede la creazione di
una nuova entità americana, controllata da un consorzio formato da Oracle,
Silver Lake e dall’emiratina MGX, ciascuno con una quota del 15%. Un assetto che
rafforza il peso di Larry Ellison nella governance della piattaforma. Il
fondatore di Oracle, storico alleato di Donald Trump e sostenitore dichiarato di
Israele, ha in passato finanziato l’esercito israeliano e mantiene rapporti
diretti con Benjamin Netanyahu, alimentando pertanto tra attivisti e creator il
timore che la nuova TikTok statunitense possa risultare meno tollerante verso
contenuti critici nei confronti di Israele.
La piattaforma, che ha negli ultimi anni svolto un ruolo centrale nella
diffusione di immagini e testimonianze dalla Striscia di Gaza, ha offerto una
narrazione alternativa rispetto a quella dei media occidentali tradizionali.
Video girati da palestinesi, operatori umanitari e giornalisti indipendenti
hanno inciso notevolmente sull’opinione pubblica globale e, secondo alcune
testate come Quds News Network, questo ruolo è percepito come una minaccia dalle
autorità israeliane. Del resto, Netanyahu si è già espresso più volte su come il
controllo dei social sia uno strumento chiave della strategia comunicativa,
riconoscendo implicitamente il valore politico dell’algoritmo.
Ecco allora che in questo contesto nasce UpScrolled. Fondata dal
palestinese-giordano-australiano Issam Hijazi, la piattaforma si presenta come
alternativa a Instagram, X e TikTok, puntando su trasparenza, assenza di shadow
banning e rifiuto dell’influenza dei grandi investitori. Hijazi racconta di aver
avviato il progetto dopo aver osservato, dalla fine del 2023, la progressiva
scomparsa o il declassamento di contenuti pro-Palestina sulle principali
piattaforme social.
Tuttavia, la svolta arriva quando alcuni influencer hanno annunciato
pubblicamente la loro migrazione. Guy Christensen, oltre 3 milioni di follower,
parla di una “fuga verso UpScrolled” dopo l’ingresso di Ellison nella governance
di TikTok, rilanciando lo slogan “no censorship, no billionaires”. In pochi
giorni l’app scala le classifiche di download, trainata anche dall’adesione di
account militanti e creator palestinesi e internazionali.
Al di là dei numeri, la questione resta però prettamente politica: chi decide
quali voci possono essere viste e quali restano invisibili nello spazio digitale
globale? Da anni organizzazioni per i diritti umani denunciano rimozioni,
oscuramenti di hashtag e riduzioni della reach per contenuti che documentano le
violenze dell’esercito israeliano o parlano di apartheid. Con l’ingresso di
Ellison nella governance di TikTok Usa, questi timori non potranno che
intensificarsi, sebbene UpScrolled resti per ora un esperimento carico di
incognite, a partire dalla sostenibilità economica, per non parlare della
gestione della moderazione. Tuttavia, il suo successo iniziale indica che la
guerra per il racconto di Gaza non si combatte più solo sul campo o nei media
tradizionali, ma passa anche da server, algoritmi e proprietà delle piattaforme.
E in questo scenario, la nascita di un social palestinese è prima di tutto un
segnale politico.
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L'articolo UpScrolled, boom del nuovo social palestinese in Usa dopo l’ingresso
di Oracle in TikTok: un segnale politico proviene da Il Fatto Quotidiano.
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella in Val di Chiana, le
Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le
cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a
frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di
chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si
piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di
accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo
Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre,
stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da
ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va
radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto
e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che
quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano
più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che
oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un
nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu
trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del
1944 (il padre Alberto si salvò).
Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di
essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato
tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti
vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo
dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose
avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani
precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in
Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta
una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali
dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi.
Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non
essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel
lascito. In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito
il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le
Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti
umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a
rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte
politiche.
Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo
debole che non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato
l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una
auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però
anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma
non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione;
l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di
rottura, rivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza
del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e
che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in
piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è
chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta,
qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.
Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene
che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che
sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta.
Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage,
ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese,
che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e
collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto
di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della
memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più
credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.
Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia
discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa
direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di
genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si
pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e
a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo
Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha
costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse
andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un
momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.
La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un
antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le
persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è
qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque
abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della
memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione
autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti
trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di
mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensiva,
democratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre
contro i civili, sono guerre contro una persona umana.
L'articolo “A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo
vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un
imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e
della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano
anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha
restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e
sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori
necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea.
Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e
l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto
si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile
dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che
cercavano riparo dalle fiamme.
La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che
l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo
appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non
andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano
animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not
least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le
conquiste di nuovi territori.
Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con
una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere
della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le
volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di
domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione
tanto radicale.
Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una
sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud
Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale
riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può
trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i
conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo
indietro.
Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori
su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del
presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come
gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi
nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa.
Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è
stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una
differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che
subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo
di sterminio nazista.
Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non
si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini
e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta
bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che
in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la
differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde
mercato che insegue se stesso.
La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in
questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a
protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che
hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per
lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata
all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola
stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri.
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L'articolo Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata
come la sola stella che ha brillato in questi anni neri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un risultato concreto ottenuto dal governo Meloni nei suoi primi tre anni e
passa di vita è senza dubbio consistito nell’incremento notevole di cariche ben
retribuite per il rampollo del presidente del Senato, Geronimo La Russa, e altri
fortunati. Un po’ poco, specialmente alla luce del fatto che il bilancio è a dir
poco fallimentare per il residuo 99% e passa del popolo italiano, buona e
crescente parte del quale non arriva a fine mese, mentre migliaia e migliaia di
giovani promettenti e qualificati cercano fortuna all’estero, specialmente in
settori allo sbando totale come quello dell’Università e della ricerca.
Stupisce in effetti la tenuta, nonostante tutto, di un governo disastroso,
incompetente e totalmente allineato ai poteri forti, come nessun altro mai dalla
Liberazione ad oggi. Come fa quindi a durare? Tutta colpa del popolo pecorone e
masochista?
In realtà, come ho già avuto modo di affermare più volte, il vero problema
dell’Italia è costituito dalla pessima qualità dell’opposizione e in particolare
di quella sua parte, ancora maggioritaria, che si raggruppa sotto le stinte e
confusionarie bandiere del Partito democratico. Formazione quantomai ricca di
posizioni non condivisibili e su alcuni temi ancora peggiori, se possibile, di
quelle delle destre al governo. Ciò accade in primo luogo per quanto riguarda il
tema davvero decisivo della pace. Proprio nel momento in cui dovremmo
disallineare il nostro Paese dall’Occidente guerrafondaio, vari vecchi attrezzi,
afferenti al Pd e alla palude centrista, si fanno promotori di atlantismo,
sionismo e odio nei confronti del resto del mondo, in primo luogo ovviamente la
Russia.
Non si tratta certo di essere putiniani, filoislamici o filocinesi, quanto di
prendere atto del fatto che le vere minacce alla pace provengono oggi dal seno
stesso dell’Occidente e dalle sue schegge impazzite. Israele, che procede
imperturbabile nel genocidio del popolo palestinese e si prepara a lanciare
nuove guerre dall’esito imprevedibile contro Iran e altri. Ucraina, che non
accetta il fallimento chiaro ed evidente del tentativo della Nato di usarla come
ariete di sfondamento contro la Russia e cerca oggi spasmodicamente la Terza
Guerra Mondiale pur di evitare il redde rationem di Zelensky e della sua cricca
di corrotti e profittatori.
Ma anche Unione Europea che, alla ricerca di una demenziale grandeur che
impedisca ai popoli di fare i conti coi governi sempre meno popolari, ha
imboccato la via suicida del riarmo e della guerra, rinunciando alla prospettiva
dello sviluppo ecologicamente compatibile e della giustizia sociale. Ma anche
Stati Uniti, sornioni ed ambigui sull’Ucraina ma strategicamente contrapposti
alla Cina e più che mai aggressivi in America Latina, all’insegna
dell’inaccettabile rilancio della Dottrina Monroe contro il Venezuela
bolivariano e chavista di Nicolas Maduro, ma anche contro Cuba, Nicaragua,
Colombia, Messico e Brasile.
Anche l’Italia di Giorgia Meloni costituisce oggi dunque una scheggia impazzita
dell’Occidente guerrafondaio che minaccia di porre fine nel giro di poco tempo
all’umanità e al pianeta.
Il popolo, che nella sua stragrande maggioranza ama la pace e ripudia la guerra,
non si esprime con la dovuta energia proprio perché la principale forza della
sedicente opposizione è infettata a fondo dai virus dell’atlantismo, del
sionismo, del riarmo e della guerra che l’Occidente e le sue schegge impazzite
stanno preparando. Il contagio si propaga in varie forme dai vari Fassino,
Guerini, Gentiloni con annessi i satelliti centristi Calenda e Renzi, fino a
quanto resta delle organizzazioni di massa di quella che un tempo fu la
sinistra, e cioè – per linitarsi a citare le principali – Arci, Anpi, Cgil; non
del tutto prive di settori coerenti e combattivi, ma complessivamente
paralizzate e subalterne ai guerrafondai, come dimostrato fra l’altro dalla
scelta irresponsabile della Cgil di non confluire nello sciopero generale
unitario di fine novembre promosso da Unione sindacale di base, Cobas ed altri.
Un’occasione imperdonabilmente mancata di scendere in mobilitazione e in piazza
sugli obiettivi inseparabili della pace e dei diritti di lavoratrici, lavoratori
e popolo nel suo complesso. Una situazione di grave immobilismo che finirà per
scavare sempre più a fondo il baratro già oggi esistente tra popolo e
istituzioni democratiche, ben evidenziato tra l’altro dal crescente
astensionismo elettorale e dall’orientamento sempre più autoritario e repressivo
del governo Meloni.
Occorre riattivare i canali di comunicazione tra le larghe masse e le forze
organizzate, a partire dal referendum costituzionale che si terrà all’inizio
della prossima primavera, affinché si tratti di una primavera esemplare di lotta
per la pace e i diritti, contro il governo delle destre e i guerrafondai
annidati dentro il Pd e l’area centrista.
L'articolo Il bilancio del governo Meloni è fallimentare, eppure ancora resiste.
Ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli
degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto
internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del
Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995.
Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità
imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei
crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel
1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale
permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime
due corti, segnalo questo volume).
Il quinquennio appena iniziato somiglierà, a sua volta, al secondo quinquennio
degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a
esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la
prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi.
L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere
coercitivo di dare seguito alle sue decisioni – non esiste una polizia
giudiziaria per eseguire i mandati di cattura – dipendono dalla collaborazione
degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo.
Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha
riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati
africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire
dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno
nuovamente colpita con sanzioni.
La “pietra dello scandalo” è stata l’emissione del mandato di cattura per il
primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti
reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento,
sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin.
Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard
praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni
di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica,
guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la
punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi
a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare
secondo le circostanze.
Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha
dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si
boicotta, ottiene dei risultati.
L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo
Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro
l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga” che tra il
2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e
marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste
ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte.
L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei
confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente
guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in
Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere.
Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli
obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico
Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di
Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato
arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla
Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro
l’umanità.
Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale
sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushayb”, dopo averlo
giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità
commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali
Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata
alle forze armate.
Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di
genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte
internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello
del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello
del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese
della Striscia di Gaza.
La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile
crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è
stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di
sollievo e brindare all’assoluzione.
Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale:
genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra.
Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei
conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di
concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi
ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere
una cosa del genere.
La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione
della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista
come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio
dell’impunità. Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà
dire che “c’è pace senza giustizia”.
Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli
intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà
semplicemente prepararci ai prossimi conflitti.
L'articolo Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità?
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Alessia Manera
Le indagini su persone e attivisti legati alla causa palestinese, cui sono
seguiti 9 arresti e perquisizioni in tutta Italia nella giornata di sabato 27
dicembre, portano con sé alcune riflessioni imperative non tanto sulla vicenda
in sé, ma sui presupposti politici e di diritto internazionale, in particolare
rispetto a tre elementi: la fonte delle accuse, la storia dell’occupazione e del
genocidio in Palestina, l’autodeterminazione dei processi di liberazione.
Le fonti delle prove a carico degli arrestati (tra cui Mohammad Hannoun,
presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia) sono infatti provenienti
prevalentemente dai servizi segreti e di sicurezza israeliani. In poche parole
la magistratura di uno stato sovrano (o che si presume dovrebbe essere tale) ha
spiccato mandati di arresto e perquisizione nei confronti di persone che
avrebbero avuto legami economici con enti benefici a loro volta con legami con
Hamas, e tutto questo a detta dello stesso stato che è indagato per crimini di
guerra e genocidio dall’Onu e della Corte Penale Internazionale e che ha
trattato come terroristi, detenendoli illegalmente, torturandoli e privandoli
temporaneamente dei loro diritti, cittadini internazionali (tra cui anche
italiane/i) colpevoli di aver portato aiuti umanitari.
Secondo questa logica giudiziaria, che assume come buona la definizione
israeliana di terrorista, chiunque di noi abbia partecipato alle manifestazioni
di piazza contro il genocidio o abbia organizzato una cena a supporto delle
spese della Flotilla potrebbe legittimamente aspettarsi una visita
dell’antiterrorismo? Una prospettiva non così lontana, visto che da un fronte
bipartisan stanno arrivando proposte di legge (una a firma Gasparri e l’altra
Delrio) che equiparano l’antisionismo (e quindi la critica alle politiche
colonialiste di Israele e ai suoi governi) all’antisemitismo, nel solco di
quanto già accade in Gran Bretagna (dove supportare Palestine Action porta
all’accusa di terrorismo – mentre supportare il genocidio no).
Ma anche ammettendo che le accuse si rivelino corrette, che le associazioni
benefiche cui sono arrivati i fondi siano davvero connesse ad Hamas, qual è la
connessione diretta al terrorismo?
Hamas nasce come movimento sociale religioso negli anni ‘80, dopo la prima
Intifada, finanziata e sostenuta dallo stesso Israele e dall’asse anglosassone
(Gran Bretagna e Stati Uniti) per creare una frattura all’interno della società
e della politica palestinese, tradizionalmente laica e socialista. D’altronde,
quegli stessi paesi finanziavano in quel periodo (e per i 30 anni successivi) la
Fratellanza Musulmana, Al Qaida e tutti i movimenti integralisti sunniti in
chiave antisovietica e anti-laicista/socialista/panarabista.
Hamas si è quindi inserita fin dall’inizio in un progetto occidentale di
destabilizzazione, al fine di continuare ad esercitare il potere coloniale
occidentale attraverso Israele, che a sua volta si è configurato fin dalla sua
nascita come parte integrante dell’Occidente e come esperimento di una nuova
forma di colonialismo e suprematismo.
Quando, dopo il fallimento degli accordi di Oslo e la Seconda Intifada, Hamas
stravince le elezioni del 2006 lo fa soprattutto perché l’Anp ha perso di
credibilità – come era nel piano israeliano fin dall’inizio – stravince sotto lo
sguardo degli osservatori Onu che avevano confermato la legittimità e la
validità del voto.
Immediatamente però l’Occidente disconosce quello stesso voto e Israele (sotto
il governo Olmert, invitato dal Pd alla propria festa nazionale solo qualche
mese fa come “uomo di pace”) inizia l’assedio totale alla Striscia che dura
ancora oggi, 19 anni dopo.
Hamas è quindi in prima istanza (e fondamentalmente per la maggior parte dei
paesi dell’Assemblea delle Nazioni Unite, esclusi gli Occidentali)
un’organizzazione politica, di cui alcune parti portano avanti la lotta armata:
può piacere o meno ma riflette la soggettività storica e politica di un popolo,
è parte del suo processo di liberazione.
Chi siamo noi per giudicare questo processo, soprattutto quando le
contraddizioni che lo animano trovano buona parte delle responsabilità nelle
ingerenze occidentali e coloniali? Quanto è suprematista e coloniale (seppur di
un suprematismo “umanitario” e rivolto ai diritti) giudicare i processi politici
e sociali di altri popoli sulla base di ciò che noi siamo oggi disponibili ad
accettare a casa nostra? Perché ricordiamo che il diritto internazionale, che
nasce dalla liberazione e dai processi di decolonizzazione, riconosce il diritto
alla resistenza (anche armata) a fronte di un occupante.
La questione non può porsi nei termini “pro Hamas” o “contro Hamas”. La
questione è: siamo o non siamo per l’autodeterminazione dei popoli, principio
sancito dal diritto internazionale e dalla nostra Costituzione? Siamo o non
siamo per il diritto internazionale, contro ogni forma di genocidio e pulizia
etnica? Perché, se la risposta a queste domande è “sì”, dovrebbe finire sul
banco degli imputati chi ha continuato a finanziare ed armare uno stato accusato
di genocidio o chi ha definito il diritto internazionale “qualcosa che vale fino
ad un certo punto”. E dovrebbe farci domandare, ancora una volta, da quale parte
della Storia vogliamo ritrovarci.
L'articolo Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la
connessione diretta al terrorismo? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giusto, giustissimo indagare su eventuali illeciti commessi nei finanziamenti ad
Hamas. Restano, tuttavia, alcune domande.
Quando e dove saranno aperte le inchieste relative alla vendita di armi a
Netanyahu? Dal momento che persino nei rapporti Onu sono documentati traffici di
imprese italiane con il governo di estrema destra israeliano, quando saranno
aperte le inchieste a loro carico? Basterebbe leggere le relazioni di Francesca
Albanese, ricche di dati, indirizzi, riferimenti: queste sono le ragioni del
fango scagliato contro di lei.
Nell’annunciare leggi relative all’antisemitismo, sarà inserito un emendamento
per colpire e denunciare chi ha sostenuto e sostiene il genocidio? Il governo
italiano, così attivo nello strumentalizzare le inchieste su Hamas, dirà
qualcosa sulla decisione di cacciare da Gaza 37 organizzazioni non governative e
di vietare ancora l’ingresso dei media internazionali?
Dal momento che, tra quanti hanno fatto domanda, non sono pochi i giornalisti
vicino ai Trump, a Netanyahu, a Meloni, perché mai non vogliono farli entrare?
Temono forse che anche una sola immagine possa svelare le tante bugie che hanno
accompagnato il genocidio?
L'articolo Giusto indagare su eventuali finanziamenti illeciti ad Hamas. Ma
quando si indagherà sulla vendita di armi a Israele? proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Roberto Iannuzzi*
Il fragile cessate il fuoco a Gaza, continuamente violato da Israele, invece di
ridurre le tensioni nella vicina Cisgiordania ha visto un’accelerazione delle
operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto del territorio
palestinese occupato.
Dall’inizio della tregua nella Striscia, lo scorso 10 ottobre, le violenze dei
coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si sono intensificate.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il ministro israeliano della sicurezza
interna Itamar Ben-Gvir aveva emesso 220.000 nuove licenze di porto d’armi, in
gran parte rilasciate nelle colonie, che ora sono controllate da gruppi armati
paragonabili a milizie private.
L’Onu ha registrato il più alto numero di attacchi alla raccolta palestinese
delle olive dal 2006. Essi restano solitamente impuniti.
Secondo Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, solo il 6,6%
degli attacchi compiuti da civili israeliani contro i palestinesi tra il 2005 e
il 2023 sono stati perseguiti dalla magistratura.
La legge di bilancio presentata dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich
all’inizio di dicembre include la reintroduzione di tre basi militari israeliane
in aree poste sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) dagli
accordi di Oslo del 1993. Tale legge prevede anche l’istituzione di un catasto
civile per la “Giudea e Samaria” (come gli israeliani designano la
Cisgiordania), un’altra misura che va in direzione di un’annessione di fatto del
territorio palestinese.
Il 10 dicembre, il governo israeliano ha approvato 19 nuovi insediamenti,
portando a 68 il totale delle colonie (illegali in base al diritto
internazionale) istituite dall’esecutivo guidato dal premier Benjamin Netanyahu.
Un’accelerazione inaudita, se si pensa che nei precedenti 55 anni di occupazione
israeliana ne erano state approvate 141.
Ma l’offensiva israeliana in Cisgiordania è anche di natura militare, sebbene il
territorio sia amministrato dall’Anp e registri solo una debole presenza di
Hamas e di altri gruppi armati palestinesi. A novembre l’esercito di Tel Aviv ha
inviato tre brigate, appoggiate da elicotteri da combattimento, nei villaggi e
nei campi profughi palestinesi, confiscando abitazioni e arrestando centinaia di
persone.
Dal 7 ottobre 2023, Israele ha arrestato più di 19.000 palestinesi (tra cui
circa 1.550 bambini) in Cisgiordania, molti dei quali sono incarcerati in regime
di “detenzione amministrativa”, ovvero senza un’accusa precisa.
L’operazione “Muro di ferro” lanciata da Israele nel gennaio 2025 contro alcuni
campi profughi, a partire da Jenin, aveva portato allo sfollamento di circa
40.000 palestinesi. Nessuno di essi ha potuto fare ritorno alle proprie case,
gran parte delle quali sono state distrutte. A questi vanno aggiunti i quasi
3.000 sfollati tra pastori e beduini, scacciati dalla violenza dei coloni.
Israele ha adottato anche una politica di strangolamento economico della
Cisgiordania. Sul territorio palestinese sono disseminati quasi 900 posti di
blocco (200 dei quali sono stati istituiti durante i due anni di guerra a Gaza)
che paralizzano la vita dei suoi abitanti. A maggio, Smotrich ha sospeso del
tutto il trasferimento delle tasse doganali che Israele raccoglie per conto
dell’Anp (si tratta dunque di soldi palestinesi). Gli arretrati superano ormai
abbondantemente i 3 miliardi di dollari, gran parte dei quali servono a pagare i
salari degli impiegati pubblici.
Il governo Netanyahu sta poi strozzando le banche palestinesi, le quali possono
interagire con il mondo esterno solo attraverso il sistema bancario israeliano.
Smotrich ha ridotto a pochi mesi, e talvolta (come a fine novembre) ad appena
due settimane, la durata dei permessi erogati agli istituti bancari della
Cisgiordania per accedere alle banche israeliane, aumentando enormemente
l’incertezza finanziaria nel territorio palestinese.
L’indebolimento dell’Anp ha anche l’effetto di mettere a rischio il piano messo
a punto dal presidente americano Donald Trump per Gaza, il quale prevede il
trasferimento dell’amministrazione della Striscia a un’Anp riformata.
L’obiettivo, apertamente dichiarato dal governo Netanyahu, è di impedire la
creazione di uno stato palestinese. Di fronte a politiche che violano
smaccatamente il diritto internazionale, né gli Stati Uniti né i paesi europei
hanno adottato misure punitive nei confronti di Israele. A seguito della recente
approvazione israeliana di 19 nuovi insediamenti, quattordici paesi fra cui Gran
Bretagna, Canada, Germania, Francia, Italia, Irlanda e Spagna hanno emesso una
condanna puramente verbale.
La reazione di Israele è stata incredibilmente sfrontata. Il ministro degli
esteri israeliano Gideon Sa’ar ha affermato che “i governi stranieri non
limiteranno il diritto degli ebrei a vivere nella Terra di Israele, e qualsiasi
richiesta del genere è moralmente sbagliata e discriminatoria nei confronti
degli ebrei”.
Egli non ha minimamente accennato al fatto che il territorio in questione è
palestinese. Dal canto suo, Smotrich ha giustificato l’approvazione degli
insediamenti sostenendo che “stiamo bloccando la creazione di uno stato
terroristico palestinese”. E’ dunque evidente l’intento annessionista del
governo Netanyahu. Definendo i palestinesi invariabilmente come terroristi, esso
intende negare loro il diritto alla terra sulla quale vivevano da prima della
nascita dello stato ebraico. Di fronte a una violazione così palese del diritto
internazionale, l’Occidente tace.
*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i
punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/
L'articolo Israele accelera le operazioni in Cisgiordania. L’intento è
chiaramente annessionista, ma l’Occidente tace proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’aspetto più sconcertante dell’operazione avviata dalla Direzione nazionale
antimafia e antiterrorismo, che ha portato finora all’arresto del presidente
dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, e di altri, è
senza dubbio il fatto che si regge quasi esclusivamente sull’abbondante
documentazione probatoria inviata da organismi militari e di sicurezza
israeliani e, in misura notevolmente minore, statunitensi.
Si tratta di documentazione risalente negli anni, che però è stata rinnovata e
integrata in modo decisivo dopo le operazioni militari seguite agli attacchi del
7 ottobre, realizzando l’occupazione militare della Striscia di Gaza e
sottoponendone la popolazione a un trattamento che ha provocato finora almeno
settantamila vittime, in gran parte civili, tra cui moltissimi bambini,
massacrati e mutilati.
E’ a seguito di questo bagno di sangue che sono emerse le prove che
dimostrerebbero la destinazione ad Hamas delle somme raccolte in Italia,
ufficialmente devolute ad organizzazioni umanitarie e caritatevoli, per tentare
di attenuare le indicibili sofferenze dei Palestinesi di Gaza, cui l’occupazione
israeliana continua a negare l’accesso a beni essenziali per la sopravvivenza
quali acqua, cibo, medicinali e coperte, indumenti e strutture idonee a
proteggersi da piogge, freddo e maltempo.
Date le circostanze del reperimento e la natura delle autorità responsabili
dell’invio, specialmente in considerazione del fatto che si tratta di parti
decisive e operative di uno Stato che è sotto accusa per genocidio, crimini di
guerra e contro l’umanità, la documentazione in questione avrebbe dovuto essere
sottoposta a un vaglio più che attento. Elemento, questo, a sua volta sub judice
e sul quale si sta esercitando la scrupolosa analisi dei collegi difensivi.
Altro aspetto cruciale è poi costituito dalla natura di Hamas, sulla quale vanno
dette parole chiare, tenendo conto di una situazione che presenta vari aspetti
di inusitata complessità. E’ certo che formazioni armate riconducibili ad Hamas,
ma anche ad altri raggruppamenti armati palestinesi, si siano rese responsabili,
durante gli attacchi del 7 ottobre, di crimini di guerra quali massacri
indiscriminati e rapimento di civili.
Per tali motivi la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di cattura
nei confronti di tre alti dirigenti dell’organizzazione in questione, tutti e
tre nel frattempo eliminati stragiudizialmente da Israele, mentre invece i
destinatari israeliani dei mandati di cattura continuano ad essere liberi e uno
dei due, anzi, il primo ministro Netanyahu, esercita ancora il proprio potere
decisionale incontrastato e sorretto dalla complicità dei principali Stati
occidentali, Italia compresa.
Va del resto ulteriormente specificato che la portata precisa dei crimini di
Hamas non è stata finora accertabile anche e soprattutto per la reticenza delle
autorità israeliane a istituire una Commissione d’inchiesta interna o tanto più
internazionale su quei luttuosi avvenimenti.
D’altronde Hamas non è solo un gruppo armato ma anche – lo si voglia o no –
un’espressione politica di buona parte del popolo palestinese, dotato di
riconoscimento internazionale e appoggi considerevoli non solo da parte di Stati
arabi e islamici tra loro diversissimi quali Qatar, Iran e Turchia, ma anche
molti altri.
Per altri versi è noto che Hamas, nonostante due e più anni di martellante
occupazione israeliana, continua ad esercitare de facto poteri di governo su
notevoli parti del territorio di Gaza e relativa popolazione, il che rende
pressoché inevitabile intrattenere rapporti con la stessa per chiunque voglia
fattivamente operare sul piano del soccorso umanitario.
Di tali complessità non pare per nulla tener conto la Direzione antimafia, così
come non ne tiene conto, a monte, la decisione dell’Unione europea che – su
chiaro diktat statunitense – ha inserito Hamas nella lista delle organizzazioni
terroristiche senza operare alcuna distinzione fra ala militare, direzione
politica e apparati amministrativi. Una procedura, questa delle liste dei
terroristi, priva anch’essa delle più elementari garanzie giuridiche,
espressione di arbitrio politico e di un’inaccettabile e brutale logica
amico/nemico.
Per me Hamas, data la sua ispirazione fondamentalista, costituisce senz’altro un
avversario politico. Ciò tuttavia non ci esime dal valutare le complessità del
caso, sulla base del criterio fondamentale della necessità di prevenire, fermare
e reprimere il genocidio e la violazione senza precedenti dei diritti umani del
popolo palestinese.
Da questo punto di vista, il pur condivisibile riferimento ai crimini di Israele
contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare ammonta quasi esclusivamente a
clausola di stile, tanto più che continua incontrastata la collaborazione con
tale Stato, anche sul piano giudiziario.
L'articolo Nell’arresto di Mohammed Hannoun e di altri otto palestinesi c’è una
cosa sconcertante proviene da Il Fatto Quotidiano.