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Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini dei pm per verificare alternative all’Ecmo
L’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo – il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto il 21 febbraio dopo il trapianto di un cuore danneggiato – si sta progressivamente concentrando sulla fase successiva a quanto avvenuto nella sala operatoria dell’ospedale Monaldi la mattina del 23 dicembre 2025 quando il cuore prelevato a Bolzano arrivò a Napoli “inglobato in un blocco di ghiaccio”. In attesa del secondo round dell’autopsia – con esami specifici previsti all’Istituto di Medicina legale di Bari il prossimo 28 aprile – gli inquirenti si sono posti l’obiettivo di verificare se esistessero alternative terapeutiche in grado di modificare l’evoluzione clinica del paziente. In particolare, l’attenzione si è spostata .come riportano Il Mattino e La Repubblica – sull’eventuale utilizzo del Berlin Heart, un dispositivo di assistenza ventricolare impiegato nei pazienti pediatrici con insufficienza cardiaca grave. Del dispositivo se ne era parlato quando le condizioni bimbo – tenuto in vita dall’Ecmo – erano diventate disperate ma ancora veniva fatto credere alla famiglia che fosse nuovamente trapiantabile. Speranza definitivamente tramontata dopo un consulto di più esperti, il 18 febbraio. LE DOMANDE DEL GIP Il giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino, nell’ambito dell’incidente probatorio in corso, ha chiesto al collegio di esperti di accertare se, dopo l’intervento del 23 dicembre, “eventuali condotte alternative” avrebbero potuto determinare, con un elevato grado di probabilità logica, una diversa evoluzione clinica. Il quesito introduce formalmente nel procedimento il tema delle scelte effettuate dopo il trapianto, e in particolare delle strategie adottate di fronte a un organo risultato non funzionante perché danneggiato. Secondo la ricostruzione investigativa, il cuore arrivato da Bolzano al Monaldi si presentava privo di segni vitali, a causa del deterioramento legato alle modalità di trasporto ovvero un contenitore fuori dalle linee guida e ghiaccio secco per la conservazione che aveva di fatto bruciato i tessuti. Nonostante ciò, l’intervento era stato avviato: il torace del bambino era già stato aperto prima di scoprire che l’organo era inutilizzabile. Il cuore malato del bimbo era stato già espiantato. In questa fase si colloca uno dei passaggi centrali dell’indagine: la gestione immediata della situazione intraoperatoria e le decisioni successive. Dopo l’impianto dell’organo compromesso, il piccolo paziente fu inserito in lista per un nuovo trapianto e collegato all’Ecmo, sistema di ossigenazione extracorporea che ha garantito il supporto vitale fino al decesso, avvenuto il 21 febbraio dopo circa sessanta giorni. L’uso prolungato di questa tecnologia è noto per poter comportare complicazioni significative, elemento che rafforza la necessità di verificare se fossero disponibili opzioni alternative. LE INDAGINI In questo contesto si inserisce il nuovo filone d’indagine aperto dalla Procura di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, che ha delegato i carabinieri del Nas ad acquisire elementi sul mancato utilizzo del Berlin Heart. Il dispositivo, già impiegato in ambito pediatrico come supporto meccanico temporaneo, consente una circolazione sanguigna assistita attraverso un sistema esterno di pompaggio collegato al cuore del paziente. Uno degli aspetti centrali riguarda la disponibilità effettiva del Berlin Heart presso il Monaldi. Gli inquirenti intendono acquisire documentazione su eventuali precedenti utilizzi, sulla presenza del dispositivo nella struttura e sui protocolli clinici che ne regolano l’impiego. Parallelamente, si punta a chiarire se, nel caso specifico, sussistessero le condizioni cliniche per un suo utilizzo e se tale opzione sia stata valutata. Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella di un possibile passaggio dall’Ecmo al Berlin Heart nei giorni successivi all’intervento. Indicazioni cliniche richiamate nel corso dell’indagine suggeriscono che, in assenza di segnali di ripresa cardiaca entro un arco temporale limitato, il ricorso a un sistema di assistenza ventricolare possa rappresentare una strategia alternativa, previa verifica dei requisiti del paziente. Anche questo aspetto rientra tra le verifiche richieste al collegio peritale. IL BERLIN HEART Il filone sul Berlin Heart si affianca ad altri ambiti già oggetto di approfondimento. Il primo riguarda eventuali danni subito dal cuore durante il prelievo, poi le modalità di trasporto dell’organo da Bolzano, ritenuto compromesso anche per l’impiego di ghiaccio secco e per l’utilizzo di un contenitore non conforme ai protocolli più aggiornati, nonostante la disponibilità di sistemi più avanzati. Il secondo riguarda la sequenza delle operazioni tra l’arrivo del cuore e l’inizio dell’intervento, con particolare riferimento alla tempistica dell’espianto del cuore nativo, avvenuto alcuni minuti prima di verificare che il muovo organo fosse utilizzabile. Su quest’ultimo punto sono in corso ulteriori accertamenti tecnici, anche attraverso l’analisi di materiale video e fotografico acquisito dagli investigatori, che potrebbe consentire di ricostruire con maggiore precisione la cronologia degli eventi in sala operatoria. L’obiettivo è verificare la coerenza tra quanto documentato e quanto riportato negli atti clinici. Nel procedimento rientra anche la posizione dei medici coinvolti, per i quali la Procura ha ipotizzato il reato di falso ideologico in relazione all’indicazione degli orari dell’intervento. Tra i due indagati anche il cardiochirurgo Guido Oppido, in sala operatoria a Napoli, che fino all’ultimo aveva sostenuto con la madre del bimbo che avrebbe potuto trapiantare un altro cuore al figlio. L'articolo Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini dei pm per verificare alternative all’Ecmo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Valanga travolge dieci scialpinisti a Racines (Bolzano): maxi operazione di soccorso in corso
Una valanga ha travolto una decina di scialpinisti sul Tallone Grande, a Racines, in Val Ridanna, Alto Adige, scatenando una massiccia operazione di soccorso nella mattinata di sabato. L’allarme è stato lanciato intorno alle 11.40, e immediatamente sono intervenuti i soccorsi, coordinati dal Soccorso alpino e supportati da cinque elicotteri decollati tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco. Secondo le prime informazioni, tutti gli sciatori coinvolti erano muniti di Artva, il dispositivo di localizzazione fondamentale per il ritrovamento sotto la neve. L’incidente è avvenuto a circa 2.300 metri di quota, in una zona particolarmente impervia e pericolosa in caso di distacchi nevosi. Oltre agli elicotteri, sul posto operano le squadre della Guardia di finanza e tutte le unità del Soccorso alpino del distretto. È stata allertata anche la centrale operativa di Innsbruck, mentre negli ospedali di Merano, Bolzano e Bressanone sono stati predisposti posti letto in terapia intensiva, a titolo precauzionale, per eventuali feriti gravi. Le operazioni di soccorso sono ancora in corso e, al momento, non ci sono informazioni certe sulle condizioni delle persone coinvolte. La priorità degli interventi resta il recupero e la messa in sicurezza degli sciatori travolti dalla massa nevosa. L'articolo Valanga travolge dieci scialpinisti a Racines (Bolzano): maxi operazione di soccorso in corso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trentino Alto Adige
Donazioni di organi in aumento nel 2026, nessun calo dopo il caso del piccolo Domenico. Il 28 aprile gli esami su i due cuori
Le donazioni di organi in Italia risultano in aumento nei primi mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È quanto emerge dagli ultimi dati diffusi dal Centro nazionale trapianti, che evidenziano un andamento positivo sia per le donazioni sia per il numero di trapianti effettuati. Nel periodo compreso tra il 1° gennaio e l’8 marzo 2026 sono state registrate 340 donazioni, contro le 316 dello stesso intervallo del 2025. Un incremento che, secondo gli esperti, smentisce almeno per ora il timore di possibili ripercussioni negative legate alla vicenda del piccolo Domenico Caliendo, che nelle scorse settimane aveva acceso il dibattito pubblico sul tema della donazione di organi. Il piccolo di due anni e 4 mesi è morto il 21 febbraio scorso dopo due mesi di coma: il 23 dicembre gli era stato trapiantato un cuore “bruciato” dal ghiaccio secco. A diminuire leggermente è anche il tasso di opposizione alle donazioni nelle rianimazioni, che passa dal 27,7% registrato nello stesso periodo del 2025 al 26,9% attuale. In crescita anche il numero dei trapianti eseguiti: sempre tra il 1° gennaio e l’8 marzo, gli interventi sono stati 837, rispetto ai 764 dello scorso anno. “Gli ultimi dati aggiornati mostrano che dal 1° gennaio all’8 marzo abbiamo avuto 340 donazioni, mentre nello stesso periodo del 2025 erano state 316. Il tasso di opposizione nelle rianimazioni attualmente scende dal 27,7% al 26,9%. Anche i trapianti, sempre nel periodo 1/1-8/3, sono saliti dai 764 del 2025 agli 837 di oggi”, ha dichiarato all’Ansa il direttore del Centro nazionale trapianti, Giuseppe Feltrin. Il caso, che ha avuto grande risonanza mediatica, aveva fatto temere un possibile calo della fiducia nel sistema delle donazioni. Al momento, tuttavia, i dati indicano una tenuta del sistema trapiantologico nazionale. LE INDAGINI SULLA MORTE DEL BAMBINO Sul piano giudiziario proseguono intanto le indagini della Procura di Napoli e dei carabinieri del Nas di Napoli e Trento sulla morte del piccolo, avvenuta all’Ospedale Monaldi. Gli investigatori continuano ad ascoltare persone informate sui fatti nell’ambito dell’inchiesta per omicidio colposo in concorso. Sono sette i medici iscritti nel registro degli indagati, tra cui l’équipe che a Bolzano ha eseguito il prelievo dell’organo e quella che a Napoli ha poi effettuato il trapianto. Secondo quanto finora emerso, il cuore prelevato a Bolzano sarebbe stato conservato per il trasporto in un contenitore frigorifero di vecchia generazione, ormai fuori dalle linee guida. All’interno sarebbe stato utilizzato ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature di circa -80 gradi, invece del ghiaccio tradizionale, con il rischio di danneggiare l’organo. Al momento, secondo quanto trapela, le versioni fornite finora da chi il 23 dicembre 2025, giorno dell’espianto a Bolzano e del trapianto a Napoli, era presente in sala operatoria risultano sostanzialmente coincidenti. A differenza di quanto ipotizzato dalla difesa della dottoressa Gabriella Farina, cardiochirurga prima operatrice durante il prelievo a Bolzano. L’incidente probatorio, che dovrebbe concludersi l’11 settembre, prevede una tappa cruciale il 28 aprile all’Istituto di medicina legale di Bari, dove i periti del tribunale e i consulenti delle parti effettueranno una serie di accertamenti sul cuore espiantato e su quello del bambino, entrambi sotto sequestro. L'articolo Donazioni di organi in aumento nel 2026, nessun calo dopo il caso del piccolo Domenico. Il 28 aprile gli esami su i due cuori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La Farina ha lavorato con me e non ha mai fatto un espianto”, l’ex primario di Cardiochirurgia del Monaldi ipotizza sia stata stata “costretta”
Il caso della morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto il 21 febbraio scorso dopo due mesi di coma, continua ad alimentare polemiche e interrogativi sul prelievo avvenuto a Bolzano e trapianto a Napoli. Le indagini proseguono, anche se uno snodo cruciale è l’incidente probatorio deciso dal gip sull’autopsia del piccolo. C’è un’intervista dell’ex direttore della cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, Giuseppe Caianiello, intervenuto nella trasmissione Lo stato delle cose condotta da Massimo Giletti su Rai 3, che esprime dubbi sulle competenze della cardiochirurga Gabriella Farina, prima operatrice a Bolzano e una dei sette indagati. Come è ormai noto e anticipato dal FattoQuotidiano: nella sala operatoria del San Maurizio ci furono momenti di grande tensione tanto che il chirurgo austriaco, primo operatore dell’equipe di Innsbruck che doveva prelevare fegato e reni, dovette intervenire nel campo operatorio della collega. Collega che apparve come sopraffatta. Secondo l’ex primario non avrebbe avuto l’esperienza necessaria per eseguire il prelievo dell’organo e avrebbe agito su indicazione del chirurgo Guido Oppido, primo operatore a Napoli e anche lui indagato. “La Farina ha lavorato con me e non ha mai fatto un espianto – ha dichiarato Caianiello – Non ha queste capacità di dire o di rispondere con queste parole: ‘Senti Oppido non sono esperta, perché mi mandi a fare questa operazione?”. Invece l’ha fatta perché è stata costretta da Oppido”. Una ricostruzione personale del medico e su cui, allo stato, non c’è nessun riscontro nelle indagini della procura di Napoli. Non esistono infatti indicazioni o testimonianze sul punto. Quello che è certo è che a partire – senza la necessaria attrezzatura per Bolzano – erano stati i cardiochirurghi di turno e reperibili. Senza il perfusionista. LE VERIFICHE CHIESTE DALLA DIFESA Parallelamente, la difesa della dottoressa Farina ha chiesto alla Procura di Napoli nuove verifiche su quanto accaduto all’ospedale San Maurizio di Bolzano. Gli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi hanno presentato un’istanza in cui segnalano possibili anomalie nella ricostruzione dei fatti e nelle testimonianze raccolte. Secondo i legali, alcuni medici e infermieri altoatesini avrebbero fornito versioni contraddittorie, non pienamente attendibili, anche perché ascoltati quando il caso mediatico era già esploso e l’attenzione nazionale era concentrata sia sul San Maurizio sia sull’ospedale Monaldi. Nel mirino della difesa c’è in particolare la gestione del frigorifero che conteneva il ghiaccio secco utilizzato per conservare l’organo destinato al piccolo Domenico. Nella trasmissione televisiva del 2 marzo è emerso che l’indicazione pericolo sarebbe comparsa sulla parete accanto frigorifero solo dopo lo scoppio del caso legato al deterioramento del cuore. Mentre l’indicazione ghiaccio secco era presente. Un elemento che ha spinto i difensori a parlare di “possibile alterazione dello stato dei luoghi”. Anche se a prendere il ghiaccio era stato un operatore sanitario e comunque la gestione e la custodia del cuore era in capo all’equipe di Napoli. La troupe del programma televisivo avrebbe anche rilevato che il frigorifero utilizzato per il ghiaccio secco sarebbe stato completamente spostato e rimosso dall’area in cui si trovava in precedenza. L’INCHIESTA DELLA PROCURA Al momento risultano indagati sette medici dell’ospedale Monaldi di Napoli, mentre nessun sanitario di Bolzano è stato finora coinvolto formalmente negli accertamenti. Il fascicolo è coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e affidato al pm Giuseppe Tittaferrante. Tra i punti ancora da chiarire ci sono diversi aspetti organizzativi e clinici: il corredo sanitario della squadra napoletana partita per Bolzano, gli orari del rientro a Napoli e le fasi dell’intervento chirurgico al Monaldi. Gli accertamenti sono affidati ai carabinieri del Nas di Napoli e Trento. Secondo la ricostruzione finora emersa, il chirurgo Guido Oppido avrebbe espiantato il cuore malato del piccolo Domenico per procedere al trapianto, trovandosi però davanti a un organo congelato e quindi inutilizzabile. Ma la cardiectomia sarebbe avvenuta prima dell’apertura del contenitore dove c’era l’organo “inglobato in un blocco di ghiaccio”. Oppido, difeso dagli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, si dice pronto a far valere le proprie ragioni. Dagli atti emerge inoltre che durante l’espianto a Bolzano, oltre alla dottoressa Farina, era presente anche un altro chirurgo napoletano, Vincenzo Pagano, il cui nome compare tra i sette indagati. IL CASO ARRIVA IN CONSIGLIO REGIONALE La vicenda ha ormai assunto anche una dimensione politica. Il caso Domenico Caliendo sarà infatti discusso formalmente in Consiglio regionale della Campania. È stata convocata per l’8 aprile una seduta monotematica dedicata alla vicenda del Monaldi. La richiesta era stata avanzata lo scorso 19 febbraio dalla V Commissione consiliare, su iniziativa dei capigruppo del centrodestra, che avevano chiesto al presidente della Regione Roberto Fico di riferire sugli esiti delle verifiche ispettive regionali e ministeriali. La seduta straordinaria è stata fissata dal presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi dopo la sospensione delle attività ordinarie dell’assemblea durante la sessione di bilancio. L'articolo “La Farina ha lavorato con me e non ha mai fatto un espianto”, l’ex primario di Cardiochirurgia del Monaldi ipotizza sia stata stata “costretta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ritrovato in mare il corpo di Thomas Grumer, scomparso 9 mesi fa a Ibiza
Era scomparso lo scorso agosto a Ibiza Thomas Grumer, 42enne altoatesino, di cui sembravano essersi perse le tracce. I suoi resti sono stati ritrovati dopo oltre nove mesi dalla scomparsa. L’identità è stata confermata dal test del Dna, ma restano ancora da capire le cause del decesso. L’uomo, originario di Bolzano, era manager nel settore della ristorazione e si era trasferito sull’isola spagnola nell’aprile del 2025 per un impiego in un albergo. L’allarme era stato lanciato lo scorso agosto da amici e parenti, dopo che da troppo tempo non riuscivano a mettersi in contatto con lui. Tutte le ricerche condotte subito dopo la scomparsa non avevano portato a nulla: solo lo scorso settembre era stato trovato il suo motorino vicino al mare a Cala Llonga, mentre verso metà febbraio erano stati individuati sul fondale marino dei resti umani. Le autorità non hanno spiegato quali siano le cause del decesso e nessuna ipotesi viene esclusa. L'articolo Ritrovato in mare il corpo di Thomas Grumer, scomparso 9 mesi fa a Ibiza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Spagna
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Cuore bruciato, ipotesi danneggiamento da farmaco durante il prelievo a Bolzano. Attesa per l’esame dei tessuti dopo l’autopsia
C’è un nuovo tassello che si aggiunge al mosaico di elementi che serviranno alla procura di Napoli per ricostruire minuto dopo minuto il caso del cuore “bruciato” dal ghiaccio e impiantato nel petto di un bimbo cardiopatico perché il suo era stato già espiantato. In questo quadro, già delicatissimo e complesso, si inserisce l’ipotesi di un errore nella somministrazione di un farmaco durante l’operazione avvenuta nella sala operatoria di Bolzano e sul cui tavolo operatorio c’era un bimbo di 4 anni finito in coma per annegamento. L’ipotesi emerge dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti, redatta dopo i sopralluoghi all’ospedale in Alto Adige. Al centro delle verifiche ci sarebbe l’operato di un’anestesista dell’ospedale di Bolzano che potrebbe aver somministrato un dosaggio non corretto di un farmaco nelle fasi precedenti al prelievo. Ma al momento non ci saranno nuove iscrizioni nel registro degli indagati. L’IPOTESI L’organo, dunque, potrebbe essere stato compromesso già prima della fase di trasferimento verso Napoli, quando il cuore arrivò “inglobato in un blocco di ghiaccio”. Dai primi dati emersi dall’autopsia eseguita sul corpo del bimbo era stato esclusa una lesione traumatica dell’organo, ma ai periti – nominati dal giudice per le indagini preliminari – sono stati concessi 120 giorni e comunque un secondo appuntamento per l’analisi di dati ed esami è stato già fissato il 28 aprile. In particolare sarà determinante l’esame dei tessuti. Il giudice per le indagini preliminari, Mariano Sorrentino, ha sottoposto una amplissima serie di quesiti ai tre medici incaricati della perizia e quindi anche questa ultima ipotesi è contemplata. Il termine fissato per tornare in aula è il 10 settembre e i consulenti di parte avranno la possibilità di depositare memorie o documenti. Solo all’esito delle conclusioni dei periti gli inquirenti – anche Bolzano ha aperto un fascicolo in seguito a un esposto – potranno eventualmente procedere con nuove iscrizioni. L’organo era stato trasferito all’interno di un box paragonabile a un frigo da spiaggia e conservato con ghiaccio secco, modalità che lo avrebbe reso inutilizzabile. La ricostruzione definitiva dei fatti è affidata alla procura di Napoli, con il pm Giuseppe Tittaferrante e l’aggiunto Antonio Ricci. Nel registro degli indagati sono state iscritte sette persone: le due equipe di Napoli che si sono occupate del prelievo e dell’impianto e la direttrice della Cardiochirurgia per la mancata formazione relativa all’utilizzo dei contenitori per il trasporto di organi che il Monaldi aveva a disposizione. SENZA PERFUSIONISTA Sul nuovo elemento del farmaco l’avvocato della famiglia del bimbo, Francesco Petruzzi, ha dichiarato: “Questo verrà accertato dall’autopsia, con l’esame sui tessuti comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi”. Dalla ricostruzione delle testimonianze è emerso che l’espianto del cuore malato del bimbo è avvenuto alcuni minuti – tra i 4 e i 14 minuti prima dell’apertura del contenitore con il cuore arrivato da Bolzano e completamente congelato. Il personale di sala aveva cercato in quei momenti drammatici di scongelarlo, ma era un cuore che non era in grado più di battere. Tra l’altro è emerso che il team del Monaldi partì per Bolzano senza un perfusionista, figura considerata fondamentale per la corretta conservazione degli organi. “Dalle prime indagini – aggiunge Petruzzi – è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (Gabriella, cardiochirurga prima operatrice indagata) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo”. Durante le operazioni, inoltre, l’infusione non sarebbe stata completata perché un chirurgo di Innsbruck – come anticipato dal FattoQuotidiano – avrebbe richiamato l’attenzione dei presenti per un rigonfiamento anomalo del fegato e del cuore del donatore. Sarebbe stato poi lo stesso medico a intervenire per cercare di risolvere la situazione. Per la morte del piccolo Domenico risultano al momento indagate sette persone. Le conclusioni dell’autopsia e gli accertamenti in corso dovranno chiarire se il danneggiamento dell’organo sia avvenuto prima dell’espianto, durante le procedure di conservazione o nel corso delle operazioni successive. Oppure se in ogni fase ci sia stato un errore che ha portato Domenico Caliendo a morire il 21 febbraio dopo due mesi di coma. L'articolo Cuore bruciato, ipotesi danneggiamento da farmaco durante il prelievo a Bolzano. Attesa per l’esame dei tessuti dopo l’autopsia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’addio a Domenico Caliendo nel Duomo di Nola, la madre: “Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato”
“Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi”. Sono le parole di Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico Caliendo, nel giorno dei funerali nel Duomo di Nola (Napoli). Nella cattedrale, dove è stata allestita la camera ardente, centinaia di persone si sono strette attorno alla famiglia per l’ultimo saluto al bimbo di 2 anni e 4 mesi morto il 21 febbraio dopo l’impianto di un cuore danneggiato che non poteva più battere. Tra i fiori bianchi, davanti alla bara sormontata dalla foto del bambino, è stata adagiata una lettera scritta da un coetaneo. “Ciao Domenico – si legge – sono Andrea. Volevo dirti che ti voglio bene e che ora sei tra gli angeli. Volevo chiederti di salutare i miei nonni, anche loro tra gli angeli. Ora troverai tanti angeli che giocheranno con te. Ti voglio bene. Andrea”. LA PRESENZA DELLE ISTITUZIONI Nel Duomo è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, che ha voluto porgere le condoglianze ai genitori. La manager ha stretto la mano al padre del bambino e ha abbracciato a lungo la madre, Patrizia Mercolino. Iervolino in una lettera al Mattino aveva scritto che le prime indagini sul trapianto fallito sono state quelle interne all’azienda ospedaliera. E risalgono al 30 dicembre scorso, un giorno dopo le dimissioni di un altro primario. Ma solo un mese e mezzo dopo la famiglia, grazie a un articolo del quotidiano napoletano, ha appreso cosa fosse successo davvero. Alla cerimonia ha partecipato anche don Maurizio Patriciello, parroco del Parco Verde di Caivano, che ha abbracciato la madre del piccolo. “Il dolore quando è condiviso è sopportabile perché è un dovere di tutti noi essere qui”, ha detto il sacerdote. “Non ho detto nulla. In queste occasioni non ci sono parole”, ha aggiunto, auspicando che venga fatta piena chiarezza sulla vicenda. L’ESPOSTO AI CONSIGLI DELL’ORDINE All’esterno della cattedrale, il legale della famiglia, Francesco Petruzzi, ha annunciato l’invio di un esposto alle segreterie dei Consigli dell’Ordine dei medici di Cosenza e Benevento “solo per il dottor Oppido e per la dottoressa Farina che verte sulla mancata comunicazione dell’esito negativo del trapianto ai pazienti”. “Ci aspettiamo che i consigli dell’ordine e anche il Consiglio nazionale con il presidente Anelli prendano posizione, perché al di là di quello che sarà l’esito delle indagini il fatto che non sia stata data comunicazione dell’esito ai genitori credo sia un fatto abbastanza certo ad oggi e che vada sanzionato disciplinarmente”, ha aggiunto. I RISULTATI DELL’AUTOPSIA Il legale ha fatto riferimento anche ai primi esiti dell’autopsia eseguita sul corpo del bambino. “Siamo contenti che non sia stata riscontrata una lesione in fase di espianto perché sarebbe stato un ulteriore scempio al corpo di Domenico”, ha spiegato. Resta ora da valutare, attraverso esami microscopici, l’eventuale presenza di lesioni da congelamento o di danni legati alla congestione verificatasi durante la fase di espianto. “Quello che ora dovrà essere valutato a livello microscopico sono le lesioni da congelamento ed eventuali lesioni riportate dall’organo in seguito alla congestione che ha avuto durante la fase dell’espianto, il famoso ingrossamento del cuore che avrebbe potuto ledere le camere interne ma questo lo diranno gli anatomopatologi”, ha detto Petruzzi. Gli accertamenti tecnici, nell’ambito dell’incidente probatorio, proseguiranno con il contributo degli anatomopatologi nominati nel collegio peritale. I risultati saranno determinanti per chiarire eventuali responsabilità. Nel Duomo di Nola, intanto, il silenzio e la commozione hanno accompagnato l’ultimo saluto al piccolo Domenico, mentre la famiglia attende che l’inchiesta faccia piena luce su quanto accaduto. L'articolo L’addio a Domenico Caliendo nel Duomo di Nola, la madre: “Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cuore “bruciato”, il medico legale della famiglia: “Nessuna lesione al cuore nella fase dell’espianto” a Bolzano
Dai primi accertamenti effettuati durante l’autopsia non sarebbero emerse lesioni al cuore impiantato a Domenico Caliendo nella fase del prelievo a Bolzano. È quanto riferito dal medico legale Luca Scognamiglio, consulente della famiglia del bimbo di 2 anni e 4 mesi, morto il 21 febbraio scorso, a quasi due mesi dall’intervento al Monaldi. Al piccolo fu impiantato un cuore “bruciato” dal contatto con il ghiaccio secco, impropriamente utilizzato per la conservazione e il trasporto. “Da un primo esame non sono ‘emerse lesioni al cuore nella fase dell’espianto, in particolare non sembra esserci il taglio sul ventricolo di cui qualche fonte ha parlato’”, ha dichiarato il professionista, facendo il punto sugli accertamenti eseguiti finora. L’ipotesi di un danno era emerso perché nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio – il 23 dicembre – c’erano stati momenti di grande tensione durante l’intervento, eseguito dalla cardiochirurga Gabriella Farina, tanto che il chirurgo di Innsbruck presente al tavolo con una collega e un perfusionista dovette intervenire nel campo operatorio della Farina perché gli organi si stavano gonfiando. L’AUTOPSIA L’esame sul corpicino del piccolo, morto dopo il trapianto di cuore, è durato circa tre ore. Alle operazioni hanno preso parte complessivamente 25 tra periti e consulenti di parte, riuniti per chiarire le cause del decesso e verificare eventuali criticità nelle fasi precedenti all’intervento. Il collegio tornerà a riunirsi il 28 aprile per un secondo accesso. In quella sede saranno effettuate anche le valutazioni sui campioni anatomopatologici, passaggio ritenuto fondamentale per completare il quadro medico-legale. Ai periti, Biagio Solarino dell’Università di Bari (medico legale), Ugolino Livi dell’ospedale di Udine (cardiochirurgo) e Luca Lorini del Papa Giovanni XXIII di Bergamo (anestesista), sono stati concessi 120 giorni per sviluppare la loro relazione. L’udienza è stata quindi rinviata all’11 settembre 2026. LA RICOSTRUZIONE SUL GHIACCIO L’utilizzo del ghiaccio secco resta l’ipotesi principale, in questo momento, del danno all’organo che fu impiantato al bimbo perché il suo cuore era stato già espiantato dal cardiochirurgo Guido Oppido. Tra i passaggi al vaglio degli inquirenti – il pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci – c’è la modalità con cui è stato reperito il ghiaccio. Secondo quanto ricostruito, sarebbe stato fornito da un’operatrice socio-sanitaria (OSS) della struttura ospitante. L’équipe napoletana avrebbe chiesto un’integrazione del ghiaccio e il personale locale avrebbe domandato se fosse necessario ghiaccio sterile o non sterile. La risposta riferita dal Monaldi è che tale distinzione sarebbe stata considerata non rilevante ai fini della conservazione. Resta il fatto che nella seconda relazione altoatesina parla di ghiaccio insufficiente, anche se nella prima non c’era nessun riferimento. A versare il ghiaccio un operatore che a verbale ha dichiarato: “Sono stato io a versare il ghiaccio nel box dove era contenuto il cuore, ma abbiamo solo eseguito le direttive dell’equipe di Napoli”. Dopo l’espianto la chirurga “si è rivolta a me chiedendomi: ‘Mi serve un contenitore di plastica’, intendeva un contenitore per il cuore. Io le ho risposto che non ne avevamo. Poi le ho fatto vedere i barattoli di istologia, dove mettiamo i pezzi anatomici”. Si tratta di contenitori in plastica non sterili. “Ha detto che andava bene, così gliel’ho dato”, ha affermato l’operatore. Poi sarebbe arrivata la richiesta del ghiaccio. “Ad un certo punto – dice l’oss – sono stato avvisato in sala che il ghiaccio era pronto. Sono uscito in presala operatoria, ho preso la scatola di polistirolo col ghiaccio, sono rientrato, l’ho mostrato alla chirurga di Napoli, e le ho detto ‘questo abbiamo’. Le ho chiesto se andasse bene e lei ha detto di sì”, riporta ancora il giornale Alto Adige. L’equipe di Napoli – sempre secondo l’oss – aveva un contenitore per il trasporto dell’organo “come quelli per il campeggio“. Dentro il ghiaccio al suo interno era semi sciolto. “Nella mia esperienza ci sono stati casi – ha detto agli inquirenti – in cui l’intervento chirurgico veniva fermato o si posticipava se non si ha tutta l’attrezzatura pronta o le condizioni ottimali, anche per interventi programmati”. L'articolo Cuore “bruciato”, il medico legale della famiglia: “Nessuna lesione al cuore nella fase dell’espianto” a Bolzano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho operato bene, io sono una vittima”, il cardiochirurgo che operò Domenico si autoassolve. Oggi l’incarico per l’autopsia
“Ho operato bene, ho fatto bene il mio mestiere, io sono una vittima”. Il cardiochirurgo Guido Oppido, accusato di omicidio colposo e sospeso dall’Ospedale Monaldi, è il medico che era in sala operatoria il 23 dicembre quando da Bolzano arrivò un cuore inglobato in un blocco di ghiaccio. Organo che fu scongelato e poi impiantato nel petto di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e 4 mesi morto il 21 febbraio, perché il suo era stato già espiantato. Oppido, intercettato da una troupe della trasmissione Lo Stato delle Cose su Rai 3, ha detto: “Ho buttato 11 anni della mia vita per operare i bambini qua in Campania. Undici anni, tremila bambini, tremila ne ho operati io. Tutto questo lo sto passando perché ho provato ad aiutare i figli degli altri, ok?”. Dalle indagini e dalle dichiarazioni del personale sanitario emerge che il chirurgo non aveva atteso l’assenso che arrivasse l’organo, mentre lui ha detto di essere convinto di averlo ricevuto. Certo è che all’apertura del box di vecchia generazione e senza termometro l’organo prelevato a Bolzano era inutilizzabile. “Non merito di essere trattato così. Ho fatto tutto quello che dovevo fare e l’ho fatto anche bene, parli con tutti quelli che ho operato e che mi stanno vicini”. Il chirurgo, visibilmente provato dalla situazione, ha ribadito con fermezza di non essere responsabile dell’esito del trapianto, ma piuttosto di essere “una vittima” di una narrazione distorta. Tuttavia, non ha risposto direttamente alla domanda cruciale riguardo al messaggio “ok cuore” ricevuto da Bolzano, che secondo alcuni avrebbe spinto ad accelerare l’espianto dell’organo malato. “Tutte queste belle cose ne parleremo con i giudici. Io so solamente che le cose io le ho fatte bene, le ho fatte bene, quindi io sono la vittima”. Un’altra certezza è che nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio c’erano stati momenti di grande tensione durante l’intervento, eseguito dalla cardiochirurga Gabriella Farina, tanto che il chirurgo di Innsbruck presente al tavolo con una collega e un perfusionista dovette intervenire nel campo operatorio della Farina perché gli organi si stavano gonfiando. L’equipe del Monaldi, formata dalla prima operatrice e dal chirurgo Vincenzo Pagano, avvertì Napoli che c’erano stati delle “criticità”? Il prelievo doveva durare tra i 30 e i 60 minuti e invece ne passarono 102, rubando tempo a un countdown spietato come è quello dell’autonomia del cuore. I forti dubbi sulla tempistica e sulle modalità dell’espianto emergono anche dalla cartella clinica riporta che sono stati necessari ben 20 minuti per estrarre il cuore dal sistema di trasporto, un tempo che avrebbe potuto compromettere ulteriormente la funzionalità dell’organo, già bruciato dal ghiaccio secco utilizzato per il trasporto e forse danneggiato già durante il prelievo (un punto che verrà stabilito dall’autopsia). Questo gap di 20 minuti tra l’espianto del cuore malato e l’arrivo di quello donato è stato oggetto di accertamenti incrociati, sollevando la possibilità che Oppido abbia appunto anticipato l’espianto senza valutare adeguatamente l’organo appena arrivato. “Abbiamo ricevuto un cuore integro, è stata un’operazione ben fatta” avrebbe affermato Oppido il 30 dicembre, in una riunione con la dirigenza dell’ospedale. Il giorno prima il professor Giuseppe Limongelli, che aveva seguito fino a un mese prima il caso di Domenico, si era dimesso perché tenuto all’oscuro della disponibilità del cuore e del trapianto. Nel frattempo, continuano le indagini, condotte dal pm Giuseppe Tittaferrante e dall’aggiunto Antonio Ricci, che stanno esaminando vari documenti e le testimonianze. Questi potrebbero rivelare ulteriori contraddizioni, in particolare in merito alla gestione del trasporto dell’organo e alla formazione del personale. Un punto critico riguarda la mancanza di formazione sul sistema Paragonix, un dispositivo avanzato per il monitoraggio della temperatura degli organi, che l’ospedale Monaldi aveva in dotazione ma che non è stato utilizzato, poiché il personale non era stato adeguatamente istruito. Oggi, 3 marzo, è prevista una nuova fase nell’inchiesta, con il conferimento dell’incarico ai pertiti per l’incidente probatorio finalizzata all’autopsia sul corpo del piccolo Domenico. “Ci aspettiamo che emergerà che si sarebbe potuta percorrere un’altra strada terapeutica in favore del piccolo Domenico, rendendolo trapiantabile quando poi è arrivato un secondo cuore. Vorremmo inoltre un approfondimento sull’eventuale lesione al ventricolo sinistro (come riportato dal FattoQuotidiano, ndr), evento riportato dai giornali, e sull’esatto orario del clampaggio aortico. Vogliamo con forza sapere dalla procura – chiarisce l’avvocato – se c’è la cartella anestesiologica, che a noi non è stata mandata dal Monaldi”. Rompe il silenzio, intanto, la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino. In una lettera inviata al quotidiano Il Mattino sottolinea come le prime indagini sulla morte del piccolo al Monaldi siano state quelle interne all’azienda. E risalgono al 30 dicembre scorso. “Queste indagini – spiega la manager – sono cominciate subito; non appena sussurri interni hanno fatto dubitare. Il 30 dicembre la direzione ha proceduto all’audizione del chirurgo e del responsabile del programma trapianti. Quella è la data di formale inizio delle indagini interne, che si sono sviluppate in veri e propri interrogatori, durante i quali, via via, sono stati approfonditi gli eventi fino a comprendere come gli stessi siano avvenuti, ipotizzandone le cause e facendone emergere la enorme gravità. Questi atti interni, redatti dall’Azienda – prosegue nella sua ricostruzione – sono stati messi a disposizione dell’autorità giudiziaria che indaga già dall’11 gennaio e consegnati alla Regione Campania e al Ministero della Sanità. Da questi atti – conclude Iervolino – emerge chiaramente che è iniziata prima l’indagine interna; poi è intervenuta la collaborazione con l’autorità giudiziaria e l’interlocuzione con gli uffici regionali. Chi parla di occultamento dei fatti manifesta la sua cultura e la ricerca di facile consenso”. Fatto sta che Patrizia Mercolino, la mamma del bimbo, ha saputo solo da un articolo del quotidiano Il Mattino il 7 febbraio che l’organo impiantato al figlio era danneggiato. Nessun dal 23 dicembre, né successivamente al 30 dicembre e alla prima riunione, ha mai comunicato alla famiglia il vero motivo perché un bimbo cardiopatico, ma che conduceva una vita quasi normale, avrebbe passato i successivi due mesi attaccato a macchina salvavita che gli ha progressivamente danneggiato tutti gli organi fino alla morte. L'articolo “Ho operato bene, io sono una vittima”, il cardiochirurgo che operò Domenico si autoassolve. Oggi l’incarico per l’autopsia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, la testimonianza dell’infermiera presente durante il trapianto a Domenico Caliendo
Il cuore di Domenico fu espiantato prima ancora che l’équipe medica verificasse le condizioni dell’organo destinato al trapianto. Con il passare dei giorni si rafforza questa ipotesi come emerge dalla deposizione resa il 24 febbraio davanti al pubblico ministero da un’infermiera specializzata presente in sala operatoria il 23 dicembre scorso, giorno dell’intervento eseguito all’Ospedale Monaldi di Napoli, sul piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio scorso. “Nella mia esperienza di trapianti era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, ha dichiarato la teste, tecnico perfusionista, ricostruendo le fasi successive all’arrivo del nuovo cuore, proveniente da Bolzano. LA TESTIMONIANZA CHOC Secondo la sua testimonianza, il contenitore con l’organo sarebbe giunto in sala operatoria poco prima delle 14.30. “Dopo circa 5-6 minuti la dottoressa Farina (Gabriella, indagata e prima operatrice a Bolzano per il prelievo, ndr) entrò in sala, il coperchio del contenitore venne aperto e si accorsero che qualcosa non andava e che il cuore vecchio di Domenico era già sul tavolo”. La perfusionista ha aggiunto di poter “affermare che il dottor Oppido (Guido, indagato) stava ultimando la cardiectomia quando il contenitore non era ancora aperto”. Un passaggio ritenuto particolarmente delicato riguarda proprio la tempistica: in un precedente trapianto, ha spiegato, il clampaggio e l’inizio della cardiectomia erano stati avviati solo dopo che il nuovo cuore era stato esaminato, per verificarne l’integrità ed eventuali danni da trasporto o prelievo. La situazione si sarebbe ulteriormente complicata al momento dell’apertura del contenitore. L’infermiera ha riferito di non aver assistito direttamente, ma di aver appreso da una collega che “era tutto congelato”. “Io risposi: ‘Allora è meglio che si tiene il suo’, e lei: ‘Ma l’ha già tolto’”, ha raccontato, precisando che il cuore del bambino era già stato rimosso e si trovava sul tavolo dello strumentista. A quel punto, l’équipe avrebbe tentato di estrarre il secchiello dal contenitore e di scongelare l’organo, operazione che avrebbe richiesto circa venti minuti. Il chirurgo avrebbe quindi provato a rianimare il cuore utilizzando una grande siringa per irrorarlo con acqua. “Prese il cuore in mano e disse: ‘Questo non farà neanche un battito’”. Dopo l’impianto e la constatazione dell’assenza di attività elettrica, il piccolo paziente fu collegato all’Ecmo. LA DIFESA DI FARINA Sulla vicenda è intervenuta anche la difesa della dottoressa Gabriella Farina, responsabile dell’équipe del Monaldi che ha eseguito l’espianto a Bolzano. Gli avvocati Anna Maria Ziccardi e Dario Gagliano hanno invitato a evitare “ricostruzioni parziali” e “letture distorte” che contrappongano l’équipe napoletana a quella austriaca, alimentando stereotipi territoriali. Secondo i legali, i medici di Innsbruck avrebbero riferito che l’espianto si svolse “in un clima tranquillo nel rispetto dei protocolli”, salvo iniziali incomprensioni. Il contenitore utilizzato per il trasporto sarebbe stato conforme alle norme vigenti e i sanitari non sarebbero stati informati dell’esistenza di dispositivi alternativi più moderni. In realtà i chirurghi austriaci hanno descritto momenti di tensione e imbarazzo – come anticipato nei giorni scorsi dal FattoQuotidiano — e il primo operatore austriaco dovette intervenire nel campo operatorio di Farina che appariva “sopraffatta”. Quanto alle immagini circolate online di un frigorifero con etichetta “ghiaccio secco”, la difesa sostiene che siano fuorvianti: il materiale refrigerante sarebbe stato prelevato in officina e consegnato in sala operatoria in una scatola di polistirolo da personale locale, mentre la dottoressa Farina era impegnata nel confezionamento dell’organo. I legali evidenziano inoltre che, a fronte della richiesta di ghiaccio per il trasporto, sarebbe stata fornita anidride carbonica allo stato solido — indistinguibile a occhio nudo dal ghiaccio comune — senza che ne fossero segnalati gli effetti potenzialmente lesivi. Nel test effettuato dai carabinieri del Nas di Trento invece il “fumo” sarebbe apparso visibile. Inoltre gli operatori di Bolzano – una operatrice sanitaria e un infermiere – hanno dichiarato che chiesero conferma sul ghiaccio. Di tutt’altro tenore la replica dell’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico Caliendo. Il legale chiede “silenzio e decoro” e definisce “difese arraffazzonate e goffe” le dichiarazioni della controparte. Petruzzi richiama quanto emergerebbe dagli atti della Procura, contestando la condotta della dottoressa Farina in diverse fasi della vicenda e sottolineando che, a suo dire, ai genitori del piccolo non sarebbe stato riferito tutto per oltre quaranta giorni. Solo un articolo del quotidiano Il Mattino avrebbe permesso di far emergere la verità su quanto accaduto il 23 dicembre. A Patrizia Mercolino, la mamma del piccolo, fu detto che il trapianto pera fallito perché il cuore non funzionava proprio dalla Farina. Nessuno nei giorni successivi informò la famiglia dei problemi sorti a Bolzano e conclusisi tragicamente a Napoli. L'articolo “Era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, la testimonianza dell’infermiera presente durante il trapianto a Domenico Caliendo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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