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Mentre per l’Italia “nulla lasciava presagire” l’attacco in Iran, l’Austria allertava 2 giorni prima i suoi cittadini in Qatar: “Tenete scorte d’emergenza”
Mentre molti cittadini italiani si sono ritrovati bloccati nei Paesi del Golfo, sorpresi dall’attacco congiunto di Usa e Israele contro l’Iran e con tante difficoltà per avere assistenza dalle sedi diplomatiche, l’Austria già due giorni prima scriveva ai suoi connazionali presenti in Qatar per informarli dei rischi e invitandoli anche a tenere in casa scorte di emergenza. Lo racconta a ilfattoquotidiano.it Ambra Buccarelli, una lavoratrice italiana residente a Dubai da più di un anno, che grazie a un passaparola tra colleghi sapeva già, giorni prima dell’inizio dell’escalation, che la situazione nella zona sarebbe potuta precipitare. Ambra lavora per un’azienda austriaca, fornitrice di sistemi informatici e di comunicazione, la Frequentis, che opera anche nell’area mediorientale con due sedi in Qatar ed Emirati Arabi Uniti, rispettivamente a Doha e Dubai. Anche lei è rimasta bloccata nella città emiratina, come tanti altri connazionali nell’area, riuscendo a rientrare in Italia solamente giovedì 5 marzo. Ma sapeva giorni prima dell’attacco che la situazione era a rischio. A tutti i suoi colleghi della sede del Qatar, infatti, il 26 febbraio, cioè due giorni prima dell’inizio effettivo del conflitto, era arrivata una mail dall’ambasciata austriaca a Doha. “Un mio collega a Dubai, che aveva lavorato per un periodo nella sede qatariota della Frequentis, riceveva ancora le mail dell’ex sede e aveva inoltrato la comunicazione ricevuta sul gruppo WhatsApp dei colleghi”, racconta Ambra. Nella mail l’ambasciata consigliava di “avere scorte di emergenza come acqua, cibo, farmaci e carburante“, probabilmente prevedendo di lì a poco un rapido peggioramento degli eventi nell’area mediorientale. Tutto questo avveniva proprio mentre negli Emirati Arabi arrivava il ministro della Difesa Guido Crosetto, rimasto bloccato anche lui dalla chiusura dello spazio aereo a seguito dei raid dell’Iran su Dubai e gli altri Paesi del Golfo Persico. “Le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione” nell’area, dirà Crosetto poi rientrato in Italia con un volo di Stato il primo marzo, lasciando la famiglia a Dubai. Ma mentre il governo italiano non immaginava un attacco imminente (siamo stati informati dagli Usa “a operazione iniziata“, spiegherà il ministro degli Esteri, Antonio Tajani), altri Stati come l’Austria informavano i cittadini dell’area sui potenziali rischi. Ambra Buccarelli racconta anche che il supporto delle autorità italiane dopo l’inizio dei raid è stato insufficiente, come già denunciato da diverse testimonianze raccolte in questi giorni. “Non avevamo ricevuto risposta da nessuno dei numeri che avevamo contattato, poi ho visto l’intervista del ministro Tajani”. Il suo riferimento è alle dichiarazioni postate sui profili ufficiali del ministro, in cui Tajani sottolineava che tutti i connazionali bloccati nell’area sarebbero stati subito contattati. Ambra aveva commentato il post, scrivendo: “Sono residente a Dubai e non solo nessuno dell’ambasciata si è messo in contatto con me, ma neppure io riesco a mettermi in contatto con loro”, aggiungendo di non avere “ricevuto notizie e nemmeno istruzioni”. Al commento della lavoratrice bloccata a Dubai, aveva risposto il profilo ufficiale della Farnesina, sottolineando di aver “rafforzato le linee disponibili” inoltrando alcuni numeri telefonici da contattare. “Ho provato a telefonare a tutti i numeri, ma solo uno ha risposto. Era il numero della Farnesina in Italia, che, in risposta alla mia richiesta di istruzioni per gestire la situazione nella città emiratina, mi ha risposto che io conoscevo Dubai meglio di loro“, spiega. Alla fine Ambra è riuscita a tornare in Italia, seppur non grazie all’ambasciata italiana. La società austriaca è intervenuta in prima persona, con la collaborazione dell’ambasciata, per riportare a casa tutti i dipendenti che desideravano rientrare nei rispettivi paesi d’origine, con tutte le spese di trasporto a carico dell’azienda. L'articolo Mentre per l’Italia “nulla lasciava presagire” l’attacco in Iran, l’Austria allertava 2 giorni prima i suoi cittadini in Qatar: “Tenete scorte d’emergenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Piangevo e puzzavo, l’ha fatto perché voleva essere sessualmente attraente”: lancia feci e urina addosso ai passanti, 30enne condannato a 3 anni di carcere
In Austria, un uomo è stato condannato a 3 anni di carcere per aver lanciato feci e urina sui passanti. I fatti risalgono alla primavera dello scorso anno, quando a Vienna il 30enne ha iniziato a raccogliere escrementi da un bagno chimico di un cantiere a cui aveva accesso e li lanciava principalmente contro le donne per strada o sui mezzi pubblici. Secondo quanto riporta Fanpage, le vittime accertate sono 14. Gli inquirenti locali hanno raccolto le testimonianze delle persone. Una ragazza ha dichiarato: “Mi ha colpito sulla spalla. Ho urlato. Piangevo e puzzavo. È stato terribile” Un’altra donna ha rilasciato una testimonianza simile: “Sono stata colpita direttamente sugli occhiali da sole. C’era una puzza orribile. L’odore era acre”. Alcune delle vittime hanno temuto che, dato l’odore, l’uomo avesse lanciato dell’acido. Il 30enne è stato sottoposto a una perizia psichiatrica, che ha accertato che l’uomo soffre di un disturbo combinato di personalità che lo rende pericoloso. Per questo motivo, le autorità hanno ordinato il ricovero in un ospedale psichiatrico. “Il suo più grande desiderio era essere un uomo desiderabile e sessualmente attraente” ha spiegato il perito psichiatrico in tribunale che, però, ha descritto l’aggressore come un soggetto capace di intendere e di volere. L’imputato si è scusato per le aggressioni ma ha dichiarato di aver lanciato gli escrementi solamente contro 4 persone, a fronte delle 14 che hanno sporto denuncia. Al momento, non è chiaro che cosa contenessero realmente le boccettine. I liquidi, infatti, non sono mai stati analizzati. L’avvocato ha difeso il 30enne dichiarando che il suo assistito ha lanciato un mix di feci di cane e acqua. L’accusa sostiene che nelle boccette ci fossero feci e urina di un bagno chimico. Il cittadino viennese è stato condannato a 3 anni di carcere senza possibilità di libertà vigilata. L'articolo “Piangevo e puzzavo, l’ha fatto perché voleva essere sessualmente attraente”: lancia feci e urina addosso ai passanti, 30enne condannato a 3 anni di carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Abbandona la compagna sul Grossglockner: lei muore assiderata. Per lui 5 mesi di reclusione e una multa
Il tribunale di Inssbruck ha condannato per omicidio colposo aggravato da grave negligenza l’uomo che aveva abbandonato la propria compagna poco prima di raggiungere la vetta del Grossglockner. La donna era poi morta assiderata. Il 37enne imputato è stato condannato a cinque mesi di reclusione con sospensione della pena e a una multa di 9.600 euro. La coppia, nel gennaio 2025, aveva intrapreso l’ascesa alla vetta più alta del Paese: il Grossglockner, nell’Austria occidentale. Il compagno, secondo l’accusa, aveva lasciato indietro la donna 33enne per proseguire da solo. Lei è poi morta a circa 50 metri sotto la vetta, a 3.798 metri di altitudine. L’uomo si era fin da subito dichiarato non colpevole. Il giudice, Norbert Hofer, specializzato in incidenti di montagna, commentando i duri commenti social indirizzati all’uomo ha dichiarato: “Non la vedo come un assassino, non la vedo come un uomo dal cuore freddo. La vedo come colui che alla fine ha cercato di chiedere aiuto e di restare accanto alla sua compagna”. Ma ha anche sottolineato che l’imputato ha tradito la sua “responsabilità di guida“, aggiungendo che la donna sarebbe quasi certamente sopravvissuta “se fossero state adottate le misure appropriate” come tornare indietro o anticipare la chiamata ai soccorsi. Per il magistrato l’uomo ha valutato in maniera errata la situazione, visto che l’esperienza alpinistica della donna era, a suo dire, distante “galassie” da quella dell’imputato. La pena inflitta all’uomo è ben al di sotto al massimo previsto di tre anni di carcere. L’imputato ha dichiarato: “Sono infinitamente dispiaciuto“. E ha aggiunto che le decisioni venivano prese congiuntamente, inclusa la scelta di intraprendere la fatale scalata. Ha sostenuto che le competenze della sua compagna non erano molto inferiori alle sue e che la donna era in buone condizioni quando un elicottero della polizia ha sorvolato la coppia durante l’ascesa: non è riuscito quindi a spiegarsi il rapido peggioramento della sua compagna. Ha aggiunto di essere sceso a valle per cercare aiuto solo dopo essersi consultato con lei. L'articolo Abbandona la compagna sul Grossglockner: lei muore assiderata. Per lui 5 mesi di reclusione e una multa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Thomas Plamberger a processo: ha lasciato morire la fidanzata in montagna a -20°. Lui si difende: “Ci consideravamo esperti, era in salute”
Prende il via il processo a carico di Thomas Plamberger, l’uomo accusato di aver abbandonato la fidanzata Kerstin a meno 20 gradi in montagna, facendola morire per congelamento. Secondo quanto riporta Fanpage, i fatti risalgono al 19 gennaio 2025, quando Plamberger abbandonò Kerstin a 46 metri dalla vetta del Grossglockner, in Austria. L’uomo, accusato di omicidio colposo, comparirà in un’aula di tribunale per la prima volta nella giornata di oggi, 19 febbraio 2026. Circa un anno fa la coppia decise di scalare il Grossglockner, la vetta più alta dell’Austria. Durante l’arrampicata, Thomas lasciò indietro Kerstin a poche decide di metri dalla vetta alle 2 di notte. Presto, la donna morì assiderata a causa delle temperature rigidissime. Il fidanzato la abbandonò per andare a cercare aiuto. Il caso ha suscitato grande interesse tra gli appassionati di montagna e non solo. L’accusa sostiene che Thomas Plamberger, essendo il più esperto della coppia, ricoprisse il ruolo di guida del tour e, per questo motivo, avrebbe dovuto agire in maniera differente nel momento di difficoltà della fidanzata. Secondo l’accusa, Plamberger non sarebbe tornato indietro per sincerarsi delle condizioni della donna e non avrebbe chiamato in tempo i soccorsi. Secondo quanto riporta Fanpage, nelle carte è stato scritto che l’uomo avrebbe tentato la scalata nonostante la fidanzata “non avesse mai intrapreso un tour alpino di questa lunghezza, difficoltà e altitudine”. I Pubblici Ministeri accusano Plamberger di aver sottovalutato la difficoltà della scalata e di non aver portato con sé “sufficiente equipaggiamento di emergenza per il bivacco, permettendo alla sua ragazza di indossare scarponi da snowboard morbidi, attrezzatura non adatta per un tour in alta quota su terreni misti”. L’imputato ha respinto le accuse. L’uomo ha dichiarato di aver pianificato il tour insieme alla fidanzata. Di seguito le sue parole: “Entrambi ci consideravamo sufficientemente esperti, adeguatamente preparati e ben equipaggiati”. Plamberger ha aggiunto che sia lui, sia la fidanzata erano in ottime condizioni fisiche. I RESOCONTI DIFFERISCONO Le versioni su quanto accadde nella notte tra il 18 e il 19 gennaio 2025 differiscono sensibilmente. Secondo la versione dell’imputato, alle 13.30 del giorno 18 lui e la compagna raggiunsero Frühstücksplatz, punto del tour dopo il quale non c’era più modo di tornare indietro prima della vetta. Plamberger ha aggiunto: “Né io, né la mia fidanzata eravamo esausti o sopraffatti e abbiamo deciso di continuare a camminare”. Gli inquirenti, invece, hanno affermato che la coppia sia rimasta bloccata a circa 40 metri dalla vetta alle 20.50 circa e che l’uomo, dopo le difficoltà della fidanzata, non abbia inviato alcun segnale di soccorso. Inoltre, un elicottero sarebbe passato sopra le teste dei due ma Plamberger non avrebbe attirato l’attenzione, omettendo il soccorso alla donna. Dopo la mezzanotte, l’uomo ha abbandonato Kerstin tra la neve, condannandola alla morte. Plamberger rischia fino a 3 anni di carcere. L'articolo Thomas Plamberger a processo: ha lasciato morire la fidanzata in montagna a -20°. Lui si difende: “Ci consideravamo esperti, era in salute” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché il terrorismo voleva colpire i concerti di Taylor Swift?
Ci sono due modi per analizzae la storia di Taylor Swift: il primo è quello da manuale di economia politica, con un patrimonio personale stimato in 1,6 miliardi di dollari, citato nel Beige Book della Federal Reserve come stimolo al Pil, percentuali sugli incassi che sfiorano il 90%, una macchina da guerra chiamata Eras Tour che sposta flussi di denaro come una Finanziaria di medie dimensioni. Il secondo modo è più semplice e più brutale: una ragazza di trentasei anni che sale su un palco e catalizza un’energia collettiva così potente da diventare bersaglio. Agosto 2024, Vienna. Tre date cancellate. Un ventunenne arrestato, ora accusato di terrorismo. Secondo i procuratori austriaci avrebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico, condiviso propaganda, cercato istruzioni online per costruire una bomba a schegge e tentato di procurarsi armi all’estero. È in custodia cautelare, rischia fino a vent’anni. Gli Stati Uniti avrebbero fornito informazioni di intelligence decisive per fermare la minaccia. Un sedicenne siriano invece è stato condannato a Berlino per aver partecipato al complotto. I concerti non si sono fatti. La paura sì. Si può pensare che Taylor Swift sia sopravvalutata, che quando c’era Madonna la pop music fosse un’altra cosa, si può non sopportare la sua estetica zuccherosa, l’ossessione per le “Eras” come se la vita fosse un cofanetto deluxe, ma qui non si parla di gusti bensì di cosa rappresenta un concerto nel 2026: un evento che è insieme rito laico e infrastruttura economica. Swift ha fatto una cosa che l’industria non perdona e che allo stesso tempo ammira: ha preso il controllo. Quando non possedeva i diritti dei primi sei album, li ha reincisi, Taylor’s Version, un gesto che è insieme vendetta contrattuale e mossa strategica. Ha internalizzato eventi e merchandising, ha trasformato il tour in un ecosistema autosufficiente. Ogni città che tocca cambia pelle: hotel pieni, voli esauriti, ristoranti in overbooking, perfino le amministrazioni che ribattezzano simbolicamente le strade. L’economia gira, le Banche centrali annotano, i governi osservano. Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché l’attentato sventato a Vienna non è solo un fatto di cronaca nera, è l’irruzione della geopolitica dentro il pop, la dimostrazione che un concerto può essere percepito come obiettivo simbolico, come moltiplicatore mediatico. Colpire lì significa colpire un’icona globale, una comunità transnazionale di fan, un brand che vale miliardi. In altre parole, significa sabotare una macchina che produce consenso emotivo prima ancora che profitto. Swift, dopo la cancellazione, ha scritto di aver provato paura e senso di colpa per chi aveva programmato di venire, la superstar si sente responsabile per il disagio dei fan… La verità è che Taylor Swift è diventata un’infrastruttura, come un aeroporto o una rete elettrica. Muove capitali, orienta flussi turistici, entra nei report delle Banche centrali. E come ogni infrastruttura, è vulnerabile. L’attentato sventato in Austria è il cortocircuito perfetto tra due mondi: il pop ipercontrollato, ottimizzato, monetizzato fino all’ultimo braccialetto e l’ideologia violenta che usa la Rete per reclutare, addestrare, colpire. L'articolo Perché il terrorismo voleva colpire i concerti di Taylor Swift? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ti ricordi… Mathias Sindelar, talento austriaco che rifiutò di giocare con la Germania nazista ai Mondiali
Lo sport è propaganda. E laddove la propaganda è strutturale, come nel regime nazista, l’organizzazione di grandi eventi sportivi diventano una gigantesca operazione d’immagine. Novant’anni prima di Milano-Cortina c’erano le Olimpiadi di Garmisch, antipasto invernale di quelle che si sarebbero poi tenute a Berlino. Si vuol mostrare una Germania moderna, ordinata, pacifica e così via. E poi dalle Olimpiadi ai Mondiali, da vincere, ovviamente, con i più grandi calciatori a disposizione. Che non siano tedeschi poi, è un dettaglio. Non era tedesco Mathias Sindelar, nato Matej in Moravia nel 1903, oggi Repubblica Ceca, da famiglia operaia che per trovare condizioni migliori si trasferisce a Vienna, in Austria. A Mathias piace il calcio, ma è un epoca in cui correre dietro a un pallone è un lusso da abbandonare presto, specie se papà Jan muore nel 1917 nella battaglia dell’Isonzo. Il ragazzo perciò comincia a fare l’operaio, il commesso, tutto pur di aiutare la famiglia, non rinunciando a qualche partita in strada con gli amici. Scalzo. Sì, perché le scarpe costano: lui ne ha un solo paio e non può rovinarle. Ma mentre gioca in strada lo nota il suo insegnante, lo porta all’Herta Vienna: è troppo magro e lo chiamano “carta velina”, ma è fortissimo, le sue finte sono una maledizione per gli avversari e ha intelligenza fuori dal comune nel vedere compagni e spiragli dove infilarsi o infilarci il pallone. Dopo essere cresciuto e aver superato alcuni infortuni passa all’Austria Vienna (all’epoca Amateure di Vienna), dove diventerà uno degli idoli della tifoseria e non solo: negli anni trenta Sindelar era paragonabile a ciò che nell’ultimo decennio sono stati Messi, Ronaldo o Mbappé. Ovviamente diventa un punto fermo della nazionale, dove però entra in rotta di collisione con il Ct Meisl, che si ritrova addirittura coinvolto in una rissa da bar con giornalisti e non solo che gli chiedono di far tornare Sindelar in nazionale. Permesso accordato: Sindelar partecipa ai Mondiali del 1934 con l’Austria che si classifica quarta, e intanto ha attirato su di sé gli occhi del regime. L’Anschluss (l’annessione dell’Austria alla Germania Nazista) del marzo 1938 cambia tutto. L’Austria cessa di esistere come Stato indipendente e anche il calcio viene inglobato nella macchina del Reich. Il Wunderteam austriaco è un ricordo romantico, la federazione viene sciolta, i migliori talenti devono confluire nella Großdeutschland che si presenterà ai Mondiali di Francia come vetrina della nuova potenza tedesca. E tra quei talenti ce n’è uno che più di tutti fa gola alla propaganda: Mathias Sindelar. Tecnica, fama internazionale, volto pulito, carisma. Il centravanti perfetto da esibire come simbolo dell’unità ritrovata. Che sia nato Matej in Moravia conta poco: ora è ariano austriaco, dunque utile alla causa. La Germania vuole farne la stella del 1938. Il calcio, come le Olimpiadi di due anni prima, deve raccontare una storia precisa: efficienza, superiorità, destino. Vincere non è solo sport, è dimostrazione ideologica. Prima del Mondiale, però, c’è una partita che vale più di un trofeo. Il 3 aprile 1938, a Vienna, si gioca l’incontro celebrativo della “riunificazione” tra Austria e Germania. Una recita concordata, nelle intenzioni: meglio un pareggio, meglio una fotografia armoniosa per i cinegiornali del Reich. In campo, però, c’è Sindelar. E Sindelar non recita. Segna. Segna davvero. E dopo il gol, secondo la versione consegnata alla leggenda, corre sotto la tribuna delle autorità naziste e festeggia con plateale ironia, quasi a sfidare gli sguardi in uniforme. L’Austria vince 2-0. Non era previsto. Non così. Pochi mesi dopo arriva il rifiuto di vestire stabilmente la maglia tedesca ai Mondiali. Ufficialmente problemi fisici, l’età che avanza, acciacchi. Ufficiosamente altro. Sindelar non è un rivoluzionario, non è un politico, ma è un uomo libero in un tempo che chiede obbedienza. E tanto basta. Il 23 gennaio 1939 viene trovato morto nel suo appartamento di Vienna, insieme alla compagna Camilla Castagnola. Intossicazione da monossido di carbonio, dice la versione ufficiale. Una stufa difettosa. Una fatalità. Ai suoi funerali partecipano migliaia di persone. Vienna saluta il suo Mozart del pallone, il ragazzo che giocava scalzo per non consumare l’unico paio di scarpe, diventato il più grande calciatore della sua epoca e, suo malgrado, un simbolo. La Germania del Reich voleva usarlo per vincere un Mondiale e raccontare al mondo la propria grandezza. Mathias Sindelar scelse di restare semplicemente un calciatore austriaco. L'articolo Ti ricordi… Mathias Sindelar, talento austriaco che rifiutò di giocare con la Germania nazista ai Mondiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bimbo di tre anni morto di fame in Tirolo, genitori condannati all’ergastolo. La madre: “Era indemionato”
Omicidio, tortura e sequestro di persona sono i reati contestato ai genitori di un bambino di tre anni morto di fame. La coppia è stata condannata all’ergastolo dal Tribunale di Innsbruck. Al momento del decesso, il 19 maggio 2024 nei pressi di Kufstein in Tirolo, il piccolo pesava appena quattro chili. Il peso di un neonato appena nato o di pochissimi mesi. Secondo la pm, il bambino ha subito per mesi “pene infernali“, rinchiuso in una stanza buia, legato, picchiato e quasi privato di cibo. Per l’accusa, i due 27enni a causa di una situazione economica molto precaria si erano rifugiati in un “mondo mistico parallelo“. I genitori, che avevano addirittura documentato i maltrattamenti e in messaggi avrebbero ironizzato sulle condizioni del piccolo, hanno confessato davanti al giudice. Il padre ha dichiarato in aula di non avere spiegazioni per le proprie azioni, dicendosi pentito e addolorato per il fatto che le altre figlie abbiano dovuto assistere all’agonia e alla morte del fratello. La coppia ha infatti altre tre figlie, di uno, tre e sei anni, che invece non sono risultate denutrite oppure maltrattate. Secondo una perizia psichiatra, la madre avrebbe individuato nel figlio il colpevole il proprio disagio psichico, credendolo indemoniato, e il marito l’avrebbe assecondata. Dopo la morte del bimbo il padre ha chiamato la polizia. Per la donna è stato disposto il ricovero in una struttura psichiatrica. Secondo quanto riportato dai media austriaci la patologa forense ascoltata in aula ha dichiarato: “Bastava guardarlo per capire che il bambino era morto di fame e di sete. Il bambino aveva il viso di un uomo anziano; il suo corpo era solo pelle e ossa”. C’erano solo segni di traumi esterni su polsi e caviglie, che indicavano “irritazione cutanea”. Per il resto, il bambino non era malato. “Dal punto di vista organico, era un bambino sano“. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Bimbo di tre anni morto di fame in Tirolo, genitori condannati all’ergastolo. La madre: “Era indemionato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Valanga in Tirolo: trovato il corpo di una persona travolta. Ricerche in corso per escludere altre vittime
Una persona è morta dopo essere stata travolta da valanga di lastroni nella zona sciistica di Ischgl, nella valle di Paznaun, nel Tirolo austriaco. Lo riferisce l’emittente Orf, spiegando che il corpo della vittima è stato recuperato oggi – venerdì 16 gennaio – dopo la seguito denuncia di scomparsa presentata stamattina alla polizia di Kappl. Nell’ambito di una operazione di ricerca su larga scala, che ha coinvolto la polizia alpina, diverse squadre di soccorso alpino e un’unità cinofila, è stato trovato un bastoncino da sci che sporgeva dalla neve e questo ha poi portato alla localizzazione e al recupero della vittima, la cui identità non è stata rivelata. La valanga si è verificata nella zona della Pardatschgratbahn ma pare che sia caduta lontano dalla pista da sci. Al momento non è ancora chiaro se altri sportivi siano rimasti coinvolti e le ricerche sul campo sono tuttora in corso. Il pericolo valanghe in zona attualmente è di grado 3 su 5, ma il vento in quota e le basse temperature possono incidere localmente notevolmente sul rischio slavine. L'articolo Valanga in Tirolo: trovato il corpo di una persona travolta. Ricerche in corso per escludere altre vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Restituisco il trofeo che ho vinto a Eurovision Song Contest 2024”: il cantante Nemo prende posizione contro la conferma di Israele in gara
A poche ore dall’annuncio dell’Islanda di non partecipare al prossimo Eurovision Song Contest, 2026, che si terrà si terrà a Vienna dal 12 al 16 maggio 2026, anche il vincitore dell’edizione 2024, Nemo, ha preso una decisione netta contro la partecipazione di Israele. L’artista svizzero vincitore dell’edizione 2024 dell’Esc a Malmo, in Svezia, ha deciso di restituire il trofeo della vittoria alla sede dell’Ebu (European Broadcasting Union) a Ginevra. “Se i valori che celebriamo sul palco non vengono vissuti fuori scena, allora anche le canzoni più belle perdono di significato”, ha dichiarato Nemo sui social. + E ancora: “Ho vinto l’Eurovision e con esso mi è stato assegnato il trofeo. E anche se sono immensamente grato alla comunità che ruota attorno a questo concorso, oggi non sento più che questo trofeo debba stare sul mio scaffale“. “L’Eurovision afferma di sostenere l’unità, l’inclusione e la dignità per tutti. – ha continuato – Questi valori hanno reso questo concorso significativo per me. Ma la continua partecipazione di Israele, durante quello che la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito un genocidio, mostra un chiaro conflitto tra questi ideali e le decisioni prese dall’Ebu”. Poi l’accusa più grave: “Il concorso è stato ripetutamente utilizzato per ammorbidire l’immagine di uno Stato accusato di gravi illeciti, mentre l’Ebu insisteva sul fatto che l’Eurovision è ‘apolitico’. Quando interi Paesi si ritirano a causa di questa contraddizione, dovrebbe essere chiaro che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Così ho deciso di restituire il mio trofeo alla sede dell’Ebu a Ginevra. Con gratitudine e con un messaggio chiaro: vivete secondo ciò che affermate. Aspetto il momento in cui le parole e le azioni saranno in linea. Fino ad allora, questo trofeo è vostro”. Dopo Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia, anche l’Islanda ha annunciato il ritiro dal prossimo Eurovision a causa della partecipazione di Israele. L’emittente nazionale Rùv del Paese nord-europeo ha comunicato la sua decisione oggi dopo la riunione del relativo consiglio di amministrazione. L'articolo “Restituisco il trofeo che ho vinto a Eurovision Song Contest 2024”: il cantante Nemo prende posizione contro la conferma di Israele in gara proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Austria, il parlamento approva il divieto per le ragazze sotto i 14 anni di indossare l’hijab a scuola
In Austria, d’ora in avanti, le ragazze con meno di 14 anni non potranno più indossare l’hijab a scuola. La decisione è stata approvata dal Parlamento di Vienna a larga maggioranza. Secondo il governo guidato dal conservatore Christian Stocker del Partito popolare austriaco, il divieto mira a proteggere le ragazze dall’oppressione. Il partito dei Verdi, all’opposizione, ha votato contro il bando del velo islamico, affermando che si tratta di una misura incostituzionale. La decisione è stata già contestata da attivisti e gruppi per i diritti umani, che parlano di discriminazione e denunciano il rischio di creare divisioni all’interno della società austriaca. Alle ultime elezioni politiche, il partito di estrema destra Fpo aveva sfiorato il 30%. L'articolo Austria, il parlamento approva il divieto per le ragazze sotto i 14 anni di indossare l’hijab a scuola proviene da Il Fatto Quotidiano.
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