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Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi controproducente per famiglie e imprese
di Enrico D’Elia e Mario Tiberi In Europa si sta finalizzando l’“Unione dei risparmi e investimenti” per un migliore utilizzo delle ingenti risorse finanziarie accumulate dalle famiglie. L’approccio europeo prevede, tra l’altro, incentivi agli investimenti diretti delle famiglie nelle imprese, sull’esempio dei “Conti di risparmio e investimento” scandinavi, che peraltro ha soprattutto una valenza fiscale. Il presupposto è che i mercati finanziari funzionino in modo efficiente e che le famiglie siano in grado di gestire i propri risparmi meglio degli intermediari ai quali si affidano abitualmente. Purtroppo entrambi questi argomenti sono fallaci e quindi la nuova Unione potrebbe rivelarsi controproducente sia per le famiglie che per le imprese. Se ne è discusso, tra l’altro, in un recente convegno promosso dal Gruppo Federico Caffè e il Cerste, ospitato dal parlamento europeo. In un mercato efficiente, per definizione, nessuno potrebbe guadagnare da un semplice scambio di beni senza trasformazioni, altrimenti in uno stesso momento coesisterebbero più prezzi per lo stesso bene. Ora, se c’è un mercato in cui abbondano (e fanno profitti) proprio i puri intermediari è proprio quello finanziario. È improbabile che le famiglie riescano a gestire efficacemente il proprio patrimonio su mercati di questo tipo, visto che, secondo l’ultima edizione dell’indagine Eurobarometro, solo il 26% delle famiglie europee ha una cultura finanziaria elevata e quasi altrettante ne hanno una insufficiente. I mercati finanziari (e molti altri) funzionano così male perché le informazioni a disposizione di chi vi opera sono fortemente asimmetriche, proprio come accade nello scambio di auto usate. In mercati di questo tipo si verificano almeno due situazioni molto pericolose: la selezione avversa e l’azzardo morale. Il primo fenomeno consiste nel fatto che, quando le caratteristiche dei beni scambiati non sono completamente osservabili, i prezzi non misurano più la loro qualità. Nel caso degli asset finanziari è difficile valutare rischio, affidabilità dell’emittente, rendimenti futuri, liquidità, ecc. In casi simili potrebbero essere esclusi dal mercato proprio coloro che offrono i prodotti migliori a prezzi più elevati, lasciando sulla piazza i peggiori solo perché propongono prezzi più bassi. A loro volta, i risparmiatori più prudenti rischiano di pagare troppo per prodotti scadenti illudendosi che un prezzo elevato segnali una qualità migliore. L’azzardo morale riguarda invece l’incentivo delle parti ad assumersi rischi maggiori dopo la sottoscrizione del contratto. È il tipico caso di un guidatore che si comporta in modo più imprudente contando sull’indennizzo assicurativo. Non si tratta di truffe, ma di comportamenti del tutto fisiologici e legittimi. Le famiglie meno informate e formate potrebbero incorrere in prodotti finanziari che promettono rendimenti elevati ma nascondono rischi difficilmente percepibili, penalizzando invece gli impieghi più sicuri, ma apparentemente meno redditizi. Il problema è letteralmente esploso con la diffusione delle criptovalute e dei derivati. Questa distorsione può indurre le imprese ad emettere titoli ad alto reddito e alto rischio, inadatte ad operatori non professionali, piuttosto che azioni e obbligazioni meno remunerative ma più sicure e dedicate alle famiglie. Purtroppo questo problema non si può risolvere prevedendo delle garanzie pubbliche contro le perdite, perché simili “assicurazioni”, specialmente se generose, possono rendere troppo imprudenti i risparmiatori, facendo scattare il meccanismo dell’azzardo morale. Le tipiche distorsioni dei mercati finanziari possono dunque compromettere la riuscita del piano europeo. Già all’inizio degli anni Settanta, Federico Caffè ammoniva che il mercato finanziario favoriva “non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi”. Tuttavia, ci sono alcuni provvedimenti che possono attenuare gli effetti delle distorsioni dei mercati finanziari. Uno, già previsto dal piano, è lo sviluppo di servizi di formazione finanziaria e di consulenza davvero indipendenti dedicati a famiglie e imprese. Tra questi dovrebbe figurare una solida agenzia di rating pubblica della Ue, dotata di un organico di alto livello, in grado di analizzare in modo davvero indipendente l’andamento dei mercati finanziari mondiali, senza incorrere nei clamorosi conflitti di interesse di quelle private. Essa dovrebbe fornire gratuitamente e sistematicamente informazioni affidabili a risparmiatori e imprese su attività e strumenti finanziari pubblici e privati. Sarebbe opportuno che il piano della Ue prevedesse simili reti di protezione prima di incentivare gli investimenti delle famiglie e il finanziamento delle imprese fuori dal circuito bancario, nonché l’emissione di titoli di debito comune europeo, anche al di là dell’attuale discutibile piano di riarmo. L'articolo Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi controproducente per famiglie e imprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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RC auto sempre più cara, ecco come risparmiare sul premio senza brutte sorprese
Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio di Facile.it, a dicembre 2025 il premio medio RC auto in Italia ha raggiunto i 629,24 euro, segnando un aumento dell’1,51% rispetto a sei mesi fa, quando la spesa media si attestava sui 619,90 euro. Ne consegue che la tentazione di tagliare sulle opzioni della polizza sia forte, ma il rischio è di cadere in “falsi risparmi” (che possono trasformarsi in disastri finanziari). Per questo motivo, Facile.it ha messo a punto un vademecum per orientarsi tra offerte, clausole e opportunità di risparmio reale. Se un tempo si restava con la stessa compagnia per decenni, oggi il mercato premia chi si guarda intorno in cerca di offerte migliori. Nel 2024, quasi 8 milioni di italiani hanno utilizzato servizi di comparazione per risparmiare, ottenendo riduzioni della polizza comprese tra il 25% e il 30%. Solo attraverso il portale Facile.it, il risparmio complessivo generato per gli utenti lo scorso anno è stato di 109 milioni di euro. Il consiglio degli esperti è di verificare i premi di rinnovo 30-45 giorni prima della scadenza, preferibilmente il primo giorno lavorativo del mese, quando le compagnie pubblicano le nuove tariffe. Per abbassare il prezzo, molti assicurati scelgono di ridurre il massimale (la cifra massima coperta dalla compagnia in caso di colpa) o aumentare la franchigia (la quota di danno che resta a carico dell’assicurato). Sebbene questa strategia riduca il premio immediato, il rischio è di trovarsi a dover sborsare migliaia di euro di tasca propria in caso di incidente grave. È fondamentale trovare un equilibrio, quindi, che non esponga eccessivamente il proprio patrimonio. Uno degli errori più comuni in fase di stipula riguarda le limitazioni sulla guida: come noto, la “Guida Esperta” garantisce sconti se tutti i conducenti del veicolo da assicurare hanno più di 26 anni. Ma attenzione, se il figlio neopatentato prende l’auto e causa un sinistro, la compagnia può applicare il diritto di rivalsa, chiedendo all’assicurato di rimborsare quanto pagato ai danneggiati. Occhio pure alla “Guida Esclusiva“: permette risparmi ancora maggiori, ma la polizza copre solo se al volante c’è l’unico guidatore autorizzato. Non sono ammesse eccezioni, nemmeno per le emergenze. Assicurare contro il furto un’auto molto anziana? Se il veicolo ha 10 anni o più, potrebbe essere un inutile esborso: la compagnia risarcirà solo il valore di quotazione, spesso irrisorio. Meglio investire quei soldi in assistenza stradale o in garanzie più attuali, come la protezione contro la collisione con animali selvatici, un fenomeno in forte crescita anche nelle zone urbane. Secondo Facile.it, esistono strade legittime per abbattere i costi senza rinunciare alla tutela. Come la RC Familiare: permette di ereditare la classe di merito più vantaggiosa di un convivente (anche tra veicoli diversi, come auto e moto), a patto che non vi siano stati sinistri negli ultimi 5 anni. Aiuta a ridurre il premio da pagare pure la Scatola Nera (Black Box): l’installazione di questo dispositivo elettronico garantisce sconti immediati e tempi di risarcimento più rapidi. Attenzione però: i dati registrati sono prove con valore legale e se il sinistro avviene superando i limiti di velocità, la compagnia potrebbe rivalersi sul conducente. Carrozzerie convenzionate? Accettare di riparare il mezzo presso officine fiduciarie della compagnia permette di abbassare il premio, eliminando il rischio di frodi e garantendo la riparazione diretta senza anticipo di denaro. Giova ricordare, nondimeno, che in un incidente con colpa, i passeggeri vengono risarciti, ma il guidatore no. Per tutelarsi è necessaria la polizza “Infortuni conducente“. Inoltre la RC non copre i danni fisici subiti dagli animali domestici presenti a bordo durante un urto (serve una specifica estensione “RC Animali”). Infine, dichiarare il falso sulla residenza (ad esempio dichiarando di vivere con i genitori per pagare meno) è un rischio altissimo: in caso di incidente, la compagnia può invalidare il contratto obbligando il contraente a pagare di tasca propria. L'articolo RC auto sempre più cara, ecco come risparmiare sul premio senza brutte sorprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fiat, Olivier François: “Serve un’erede della Panda sotto i 15 mila euro”
Negli ultimi cinque anni, come noto, i prezzi di listino delle vetture sono aumentati dal 20% a oltre il 40%. Colpa della crisi delle materie prime (microchip), dell’aumento dei costi di produzione e manodopera, dell’inclusione di dotazioni di serie più costose (elettronica, sicurezza) e dell’introduzione dell’elettrificazione. Ma è anche colpa dell’ingordigia dei costruttori, che inseguono margini di profitto sempre più alti. In buona sostanza, le automobili realmente economiche, una volta definite “utilitarie”, non esistono più, rimpiazzate da modelli più grandi, talvolta con carrozzeria da suv compatto, ideali per far quadrare i bilanci della aziende ma non quelli dei consumatori, che sempre più spesso preferiscono rivolgersi al mercato dell’usato o prolungare il più possibile la vita della loro auto. Un trend di cui sono consapevoli molti costruttori generalisti, fra cui quelli del Bel Paese. “Le Fiat sono diventate troppo care e serve un’erede della Panda sotto i 15 mila euro” ha spiegato Olivier François, numero uno del marchio torinese, alla testata francese Auto Infos. Il che fa sperare che i prossimi modelli in arrivo abbiano prezzi più accessibili. “Rimpiazzeremo la Panda con un modello più piccolo e semplice, secondo lo spirito della Panda originale del 1980. Avrà un’offerta multienergia”, ha specificato il manager transalpino. Si parla, quindi, di una vettura sotto i 4 metri di lunghezza, che sarà offerta con motorizzazioni elettrificate e non. E che, soprattutto per via del prezzo, potrebbe confermare la Panda – la versione attuale è in produzione dal 2012 e nel frattempo è diventata “Pandina” – come best seller indiscussa del mercato italiano. A dire il vero, la tendenza a un riposizionamento verso il basso di alcuni prodotti Fiat è già in atto, complici anche gli scarsi numeri di vendita di alcuni modelli: è il caso della 500 elettrica, che da qualche mese è stata affiancata dalla più economica edizione ibrida (proposta a 19.900 euro, contro i 23.900 euro dell’elettrica con batteria da 23,4 kWh). Va letto in questo senso pure il lancio della versione con motore benzina non elettrificato e cambio manuale della Grande Panda – esordio a febbraio e prezzi da 16.900 euro – e il prossimo debutto della 600 con motore 1.2 da 101 CV senza ibridazione e con trasmissione manuale. Alla base della maggiore competitività anche le economie di scala con gli altri marchi del gruppo Stellantis: sinergie che passeranno dalla prossima introduzione della piattaforma “STLA Small”, che “è una priorità assoluta ed è uno strumento chiave per i segmenti A e B”, ha spiegato, al Salone di Bruxelles, Emanuele Cappellano, numero uno di Stellantis in Europa: “La missione dell’auto popolare fa parte del DNA di marchi come Fiat e Citroën e resterà centrale. Tuttavia, i costi crescenti legati alla roadmap tecnologica stanno riducendo l’accessibilità, ed è proprio lì che sono scomparsi 3 milioni di veicoli dal mercato. Le auto sotto i 15.000 euro sono quasi sparite. La risposta vera è un approccio multi-energia: elettriche, ma anche full hybrid, mild hybrid, ibride plug-in, Reev e altre soluzioni”. Secondo il manager, “puntare su una sola tecnologia rischia di far sparire le auto accessibili e aumentare la dipendenza da tecnologie extra-europee. L’UE deve decidere se considerare l’industria auto un asset strategico”. L'articolo Fiat, Olivier François: “Serve un’erede della Panda sotto i 15 mila euro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cresce la liquidità degli italiani, ma resta ferma sui conti correnti. E non è un buon segno
Basta sfogliare i giornali degli ultimi mesi per avere l’impressione che l’Italia stia migliorando su ogni fronte. Un mese fa, su queste pagine, avevo affrontato il tema della crescita del credito alle famiglie che veniva salutato con giubilo solo da chi non si era, volutamente, soffermato su un dettaglio banale: con i salari che arrancano, una rata in tasca riduce ancora di più il potere d’acquisto. Oggi ci concentriamo sull’altro cavallo di battaglia degli ultimi giorni: l’Italia sarebbe un Paese con più liquidità e dunque più risparmio. Un Paese che torna “pieno”. Poi però ti fermi sui numeri, e ti accorgi che la storia è meno trionfale e più banale: il totale sale su base annua, ma rispetto al picco di fine 2022 resta più basso. E soprattutto la liquidità cresce dove rende meno, cioè ferma sui conti correnti. Secondo l’elaborazione del Centro Studi Unimpresa su dati Banca d’Italia, tra ottobre 2024 e ottobre 2025 la liquidità complessiva detenuta da famiglie e imprese è salita da 1.988,6 a 2.046,5 miliardi di euro (+57,9 miliardi, +2,9%). Il dato è reale. Ma è altrettanto reale il motore di questa crescita: sono i conti correnti, arrivati a 1.379,7 miliardi (+4,5%, circa +60 miliardi). Nel frattempo, i depositi vincolati scendono a 237,5 miliardi (-8,6%, circa -22,3 miliardi). Crescono invece i pronti contro termine, che arrivano a 106 miliardi (+16%, +14,6 miliardi) e i depositi rimborsabili con preavviso, che salgono a 323,2 miliardi (+1,8%, +5,6 miliardi). La fotografia di ottobre 2025 racconta, quindi, anche la “forma” di questa ricchezza liquida: il 67,4% è sui conti correnti, il 15,8% nei depositi con preavviso, l’11,6% nei vincolati e il 5,2% nei pronti contro termine. Traduzione: gli italiani tengono i soldi “pronti” più che “investiti”. La quota dominante sui conti correnti significa disponibilità immediata, sì, ma anche rendimento vicino allo zero rispetto all’inflazione reale degli ultimi anni. È liquidità che non lavora, non protegge, non compensa. Serve soprattutto a sentirsi coperti: bollette imprevedibili, spese mediche, imprevisti domestici, rate, tasse, mesi in cui il lavoro gira meno. In altre parole, non è il comportamento di chi vede opportunità e prende rischio per far crescere il capitale. È il comportamento di chi teme un nuovo shock e preferisce pagare un costo invisibile (il mancato rendimento) pur di non perdere controllo. La liquidità diventa un “cuscinetto psicologico” e finanziario: utile, certo, ma tipico delle fasi in cui la fiducia è fragile. Se fosse euforia, vedresti più spostamenti verso strumenti vincolati o investimenti produttivi; qui invece prevale la scelta più semplice e più conservativa: tenere tutto a portata di mano. Non solo. Il punto che rovina la festa è l’orizzonte temporale. Se invece del confronto annuale si guarda il triennio dicembre 2022-ottobre 2025, la liquidità totale risulta diminuita di 19 miliardi (-0,9%). E la contrazione colpisce proprio i conti correnti: -78,4 miliardi (-5,4%) nel periodo. In mezzo c’è stata la fiammata inflazionistica che ha costretto famiglie e imprese ad attingere ai risparmi per reggere energia, alimentari, servizi e tassi: nei mesi peggiori l’inflazione ha superato il 10% e ad ottobre 2022 l’indice armonizzato ha toccato il 12,6% annuo. E infatti, sempre secondo Unimpresa, le famiglie risultano il soggetto più “scaricato” dalla crisi: le loro riserve calano di 31,9 miliardi (-2,7%) rispetto al 2022. Le imprese, al contrario, mostrano un leggero incremento (+11 miliardi). Non è un dettaglio: significa che il “totale” può salire anche mentre una parte consistente del Paese reale resta sotto pressione. Quindi sì, la liquidità “supera quota 2.000 miliardi”. Ma non implica automaticamente più benessere, più investimenti o più fiducia. Implica soprattutto questo: una parte del risparmio è tornata a respirare, ma lo fa parcheggiandosi dove è più semplice e meno redditizio. E dopo l’inflazione, il risparmio parcheggiato non è ricchezza: è tempo comprato a caro prezzo. L'articolo Cresce la liquidità degli italiani, ma resta ferma sui conti correnti. E non è un buon segno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La “schiscetta” rende “ricchi”: il pranzo da casa permette di risparmiare oltre 3.000 euro all’anno
La “schiscetta” rende ricchi. Evitare il pranzo al ristorante durante la pausa lavorativa permette di risparmiare oltre 3.000 euro. Le stime indicano che in media, grazie al pasto portato da casa, si risparmiano 263 euro al mese. In un anno, dunque, il lavoratore con il pranzo al sacco risparmia circa 3.156 euro. La cifra è elevata contando che lo stipendio medio nazionale, secondo i dati Istat, va dai 1.700 ai 1.850 euro al mese. La differenza tra Nord e Sud è sostanziale. Al Nord, il prezzo medio di un pranzo – primo piatto, acqua e caffè – in una tavola calda è di 16 euro. Al Sud, invece, al ristorante si spendono circa 13 euro. La differenza tra un pasto preparato a casa e uno servito al tavolo è netta: per comporre una schiscetta basta 1.70 euro. Le regioni in cui il fai da te permette di risparmiare di più sono Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia Romagna, con circa 3.42 euro. Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo sono le regioni in cui si risparmia meno: 2800 euro. Le città più costose in termini di pausa pranzo, e di conseguente risparmio con la schiscia, sono Milano, Monza-Brianza e Parma. Il capoluogo lombardo è il comune con la retribuzione mensile media più remunerativa, 2.780 euro. Tuttavia, dati i prezzi di un pranzo, il potere d’acquisto non rende i lavoratori milanesi degli sceicchi rispetto al resto dell’Italia. VIBO VALENTIA IN CIMA ALLA CLASSIFICA Vibo Valentia è in cima alla classifica delle città in cui, in termini di percentuale, si risparmia di più grazie al pranzo da casa. Chi porta la schiscetta al lavoro, infatti, ha modo di risparmiare il 22.3% della retribuzione mensile lorda, circa 243 dei 1090 euro di stipendio medio. A seguire, sul podio salgono Grosseto (21.5%) e Imperia (21%). Milano si posiziona all’ultimo posto, con il 10.8% di risparmio sulla retribuzione media. L'articolo La “schiscetta” rende “ricchi”: il pranzo da casa permette di risparmiare oltre 3.000 euro all’anno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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