La fuga da Mediobanca dei gestori patrimoniali dei grandi clienti è arrivata
persino alle orecchie dell’ufficio di Francoforte del Financial Times. Dopo il
cambiamento dell’assetto di controllo dell’istituto di Piazzetta Cuccia, con il
successo della scalata della cordata Mps Caltagirone Delfin, i cambi di casacca
nel settore del private banking italiano – un fenomeno normale – sono
accelerati: una dozzina di banchieri senior della banca fondata da Enrico Cuccia
avrebbe lasciato per trasferirsi in Deutsche Bank. Altri ancora però nei mesi
scorsi se ne erano andati verso lidi diversi, ad esempio Banca Sella ed Ersel.
Tutti, o quasi, portandosi dietro la quota più alta possibile dei rispettivi
clienti e ovviamente i loro patrimoni, tra i quali spiccano famiglie
imprenditoriali e clientela con sostanziose ricchezze. A incentivare il fenomeno
sono i timori di fusione tra Mps e Mediobanca e, in subordine, il rischio di
vedere ridotte le proprie commissioni in caso di confluenza della rete di Siena
sotto il cappello di Milano.
A ottobre ha lasciato Piazzetta Cuccia l’amministratore delegato Alberto Nagel
e, nelle settimane successive, una parte significativa del team di private
banking – inclusi quattro managing director – ha scelto di cambiare banca.
Nonostante il fenomeno, Mediobanca (che non commenta) resta uno dei principali
operatori italiani del settore. Nel frattempo il nuovo amministratore delegato
di Mediobanca Alessandro Melzi d’Eril ha avviato la sua riorganizzazione
manageriale dell’area private banking. Francesco Grosoli, amministratore
delegato della controllata Cmb Monaco, prenderà anche il ruolo di responsabile
dell’area di Mediobanca Private Banking, mentre Angelo Viganó, visto il suo
passato di senior banker, si concentrerà sui clienti strategici della banca.
Gian Luca Sichel, amministratore delegato delle due controllate Mediobanca
Premier e Compass, assorbirà il ruolo di direttore generale di Mediobanca
Premier. Marco Carreri, presidente di Mediobanca Premier, sarà senior advisor
per la divisione Wealth Management, in cui si è concentrata la crescita
dell’istituto negli ultimi 10 anni e che vale adesso il 26% dei ricavi.
Ma tra Mediobanca e Mps resta da sciogliere il nodo strategico: arrivare
all’integrazione completa, con possibile delisting di Mediobanca, o mantenere le
due realtà come entità separate. Una scelta che ha fatto scontrare le posizioni
di chi tra i soci vorrebbe mantenere le situazioni separate, per poter incassare
come dividendi i due miliardi che costerebbe a Mps un’Opa per la fusione, e
dell’ad di Siena Luigi Lovaglio che vorrebbe invece la fusione per portare al
massimo i benefici industriali dell’integrazione, promessi dal piano presentato
ai mercati in occasione dell’Opa su Mediobanca. Intanto lunedì prossimo, 9
febbraio, il cda di Piazzetta Cuccia esaminerà i risultati della semestrale al
31 dicembre 2025, di raccordo tra l’esercizio annuale 1 luglio 2024 – 30 giugno
2025 e il prossimo esercizio annuale 2026, e delibererà sulla destinazione
dell’utile di esercizio. Utile sul quale invece da Siena Lovaglio fa sapere che
intende destinarlo tutto agli azionisti. Con scorno dei sindacati dei dipendenti
di Mps, compresi i private banker, che rischiano di restare probabilmente senza
bonus e premi di produzione.
Proprio in questo piano si inserisce in un quadro complesso. Già il 6 dicembre
il Fatto aveva raccontato che dalle reti di Mediobanca se ne stavano andando
numerosi professionisti attivi nelle Regioni più ricche del Nord, Lombardia
Veneto e Piemonte, ma anche nell’area di Napoli, traslocati in aziende
concorrenti come Sella ed Ersel. All’epoca fonti vicine alla banca sostenevano
che in realtà il saldo dei professionisti della raccolta del risparmio, tra
nuovi ingressi e uscite, nei 12 mesi da ottobre 2024 era ancora positivo e che
si trattava di normali dinamiche di tutte le realtà nel settore del risparmio
gestito. Ma a fine novembre, una volta incassati consistenti premi di produzione
annuali (i bonus di fine anno possono arrivare anche a somme importanti, in
funzione delle masse raccolte e degli obiettivi di budget), era scattata la
grande fuga da Piazzetta Cuccia.
A ingenerare ulteriore confusione erano stati due incontri tenuti a fine anno
dai manager di Mediobanca Premier, prima con i vertici delle reti e poi in una
call online con tutti i 1.500 dipendenti, nei quali era stato annunciato
l’arrivo da Siena di nuovi portafogli clienti, con il trasferimento al gruppo di
Milano di tutte le gestioni patrimoniali di Siena sopra i 250 mila euro. La
notizia aveva lasciato sconcertati i sindacati, usciti con una nota congiunta
nella quale chiedevano come mai di questo piano non si fosse parlato nelle sedi
deputate. Poi la banca con i sindacati aveva smentito l’operazione. Tra le reti
di Rocca Salimbeni la notizia aveva sollevato molta preoccupazione e altrettanta
aveva creato in Mediobanca Premier: l’ingresso di nuovi colleghi meno pagati
potrebbe aver contribuito alle fughe, nel timore di rischi di un futuro
allineamento verso il basso di compensi bonus e commissioni per i più remunerati
professionisti milanesi.
A tenere banco c’era poi un’altra vicenda di carattere giudiziario. Secondo
alcune fonti Alessandro Vagnucci, ex vicecapo del private banking di Mediobanca
passato da pochi mesi a Intesa Sanpaolo come nuovo responsabile dei clienti
chiave del private banking, è stato denunciato da Piazzetta Cuccia per i reati
di rivelazione di segreti commerciali e accesso abusivo a sistema informatico.
Secondo le stesse fonti Mediobanca ritiene che il suo ex dirigente sarebbe stato
in sede di notte in modo anomalo nei due mesi prima delle dimissioni, mentre
sarebbero avvenuti accessi al sistema informatico per stampare report relativi
alla posizione di alcuni clienti con il trafugamento di documenti riservati. Né
Intesa né Mediobanca avevano commentato, ma alcune fonti riferivano che sulla
vicenda risultavano in corso indagini dalla Procura di Milano. Vagnucci aveva
dichiarato: “Sono venuto a conoscenza di una presunta denuncia a mio carico solo
attraverso gli articoli pubblicati nella giornata odierna (ieri, ndr) e non ho
avuto alcuna comunicazione al riguardo. Ho sempre operato con la massima
correttezza nello svolgimento della mia attività e, nel caso, sono certo di
poterlo dimostrare”.
L'articolo Mediobanca, accelera la fuga dei gestori dei grandi patrimoni: pesano
i dubbi sulla fusione con Mps proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Risparmio
di Enrico D’Elia e Mario Tiberi
In Europa si sta finalizzando l’“Unione dei risparmi e investimenti” per un
migliore utilizzo delle ingenti risorse finanziarie accumulate dalle famiglie.
L’approccio europeo prevede, tra l’altro, incentivi agli investimenti diretti
delle famiglie nelle imprese, sull’esempio dei “Conti di risparmio e
investimento” scandinavi, che peraltro ha soprattutto una valenza fiscale.
Il presupposto è che i mercati finanziari funzionino in modo efficiente e che le
famiglie siano in grado di gestire i propri risparmi meglio degli intermediari
ai quali si affidano abitualmente. Purtroppo entrambi questi argomenti sono
fallaci e quindi la nuova Unione potrebbe rivelarsi controproducente sia per le
famiglie che per le imprese. Se ne è discusso, tra l’altro, in un recente
convegno promosso dal Gruppo Federico Caffè e il Cerste, ospitato dal parlamento
europeo.
In un mercato efficiente, per definizione, nessuno potrebbe guadagnare da un
semplice scambio di beni senza trasformazioni, altrimenti in uno stesso momento
coesisterebbero più prezzi per lo stesso bene. Ora, se c’è un mercato in cui
abbondano (e fanno profitti) proprio i puri intermediari è proprio quello
finanziario. È improbabile che le famiglie riescano a gestire efficacemente il
proprio patrimonio su mercati di questo tipo, visto che, secondo l’ultima
edizione dell’indagine Eurobarometro, solo il 26% delle famiglie europee ha una
cultura finanziaria elevata e quasi altrettante ne hanno una insufficiente.
I mercati finanziari (e molti altri) funzionano così male perché le informazioni
a disposizione di chi vi opera sono fortemente asimmetriche, proprio come accade
nello scambio di auto usate. In mercati di questo tipo si verificano almeno due
situazioni molto pericolose: la selezione avversa e l’azzardo morale. Il primo
fenomeno consiste nel fatto che, quando le caratteristiche dei beni scambiati
non sono completamente osservabili, i prezzi non misurano più la loro qualità.
Nel caso degli asset finanziari è difficile valutare rischio, affidabilità
dell’emittente, rendimenti futuri, liquidità, ecc. In casi simili potrebbero
essere esclusi dal mercato proprio coloro che offrono i prodotti migliori a
prezzi più elevati, lasciando sulla piazza i peggiori solo perché propongono
prezzi più bassi. A loro volta, i risparmiatori più prudenti rischiano di pagare
troppo per prodotti scadenti illudendosi che un prezzo elevato segnali una
qualità migliore.
L’azzardo morale riguarda invece l’incentivo delle parti ad assumersi rischi
maggiori dopo la sottoscrizione del contratto. È il tipico caso di un guidatore
che si comporta in modo più imprudente contando sull’indennizzo assicurativo.
Non si tratta di truffe, ma di comportamenti del tutto fisiologici e legittimi.
Le famiglie meno informate e formate potrebbero incorrere in prodotti finanziari
che promettono rendimenti elevati ma nascondono rischi difficilmente
percepibili, penalizzando invece gli impieghi più sicuri, ma apparentemente meno
redditizi. Il problema è letteralmente esploso con la diffusione delle
criptovalute e dei derivati.
Questa distorsione può indurre le imprese ad emettere titoli ad alto reddito e
alto rischio, inadatte ad operatori non professionali, piuttosto che azioni e
obbligazioni meno remunerative ma più sicure e dedicate alle famiglie. Purtroppo
questo problema non si può risolvere prevedendo delle garanzie pubbliche contro
le perdite, perché simili “assicurazioni”, specialmente se generose, possono
rendere troppo imprudenti i risparmiatori, facendo scattare il meccanismo
dell’azzardo morale. Le tipiche distorsioni dei mercati finanziari possono
dunque compromettere la riuscita del piano europeo.
Già all’inizio degli anni Settanta, Federico Caffè ammoniva che il mercato
finanziario favoriva “non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di
tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e
sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e
legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro
peculi”. Tuttavia, ci sono alcuni provvedimenti che possono attenuare gli
effetti delle distorsioni dei mercati finanziari. Uno, già previsto dal piano, è
lo sviluppo di servizi di formazione finanziaria e di consulenza davvero
indipendenti dedicati a famiglie e imprese. Tra questi dovrebbe figurare una
solida agenzia di rating pubblica della Ue, dotata di un organico di alto
livello, in grado di analizzare in modo davvero indipendente l’andamento dei
mercati finanziari mondiali, senza incorrere nei clamorosi conflitti di
interesse di quelle private. Essa dovrebbe fornire gratuitamente e
sistematicamente informazioni affidabili a risparmiatori e imprese su attività e
strumenti finanziari pubblici e privati.
Sarebbe opportuno che il piano della Ue prevedesse simili reti di protezione
prima di incentivare gli investimenti delle famiglie e il finanziamento delle
imprese fuori dal circuito bancario, nonché l’emissione di titoli di debito
comune europeo, anche al di là dell’attuale discutibile piano di riarmo.
L'articolo Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi
controproducente per famiglie e imprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio di Facile.it, a dicembre 2025 il
premio medio RC auto in Italia ha raggiunto i 629,24 euro, segnando un aumento
dell’1,51% rispetto a sei mesi fa, quando la spesa media si attestava sui 619,90
euro. Ne consegue che la tentazione di tagliare sulle opzioni della polizza sia
forte, ma il rischio è di cadere in “falsi risparmi” (che possono trasformarsi
in disastri finanziari). Per questo motivo, Facile.it ha messo a punto un
vademecum per orientarsi tra offerte, clausole e opportunità di risparmio reale.
Se un tempo si restava con la stessa compagnia per decenni, oggi il mercato
premia chi si guarda intorno in cerca di offerte migliori. Nel 2024, quasi 8
milioni di italiani hanno utilizzato servizi di comparazione per risparmiare,
ottenendo riduzioni della polizza comprese tra il 25% e il 30%. Solo attraverso
il portale Facile.it, il risparmio complessivo generato per gli utenti lo scorso
anno è stato di 109 milioni di euro. Il consiglio degli esperti è di verificare
i premi di rinnovo 30-45 giorni prima della scadenza, preferibilmente il primo
giorno lavorativo del mese, quando le compagnie pubblicano le nuove tariffe.
Per abbassare il prezzo, molti assicurati scelgono di ridurre il massimale (la
cifra massima coperta dalla compagnia in caso di colpa) o aumentare la
franchigia (la quota di danno che resta a carico dell’assicurato). Sebbene
questa strategia riduca il premio immediato, il rischio è di trovarsi a dover
sborsare migliaia di euro di tasca propria in caso di incidente grave. È
fondamentale trovare un equilibrio, quindi, che non esponga eccessivamente il
proprio patrimonio.
Uno degli errori più comuni in fase di stipula riguarda le limitazioni sulla
guida: come noto, la “Guida Esperta” garantisce sconti se tutti i conducenti del
veicolo da assicurare hanno più di 26 anni. Ma attenzione, se il figlio
neopatentato prende l’auto e causa un sinistro, la compagnia può applicare il
diritto di rivalsa, chiedendo all’assicurato di rimborsare quanto pagato ai
danneggiati. Occhio pure alla “Guida Esclusiva“: permette risparmi ancora
maggiori, ma la polizza copre solo se al volante c’è l’unico guidatore
autorizzato. Non sono ammesse eccezioni, nemmeno per le emergenze.
Assicurare contro il furto un’auto molto anziana? Se il veicolo ha 10 anni o
più, potrebbe essere un inutile esborso: la compagnia risarcirà solo il valore
di quotazione, spesso irrisorio. Meglio investire quei soldi in assistenza
stradale o in garanzie più attuali, come la protezione contro la collisione con
animali selvatici, un fenomeno in forte crescita anche nelle zone urbane.
Secondo Facile.it, esistono strade legittime per abbattere i costi senza
rinunciare alla tutela. Come la RC Familiare: permette di ereditare la classe di
merito più vantaggiosa di un convivente (anche tra veicoli diversi, come auto e
moto), a patto che non vi siano stati sinistri negli ultimi 5 anni. Aiuta a
ridurre il premio da pagare pure la Scatola Nera (Black Box): l’installazione di
questo dispositivo elettronico garantisce sconti immediati e tempi di
risarcimento più rapidi. Attenzione però: i dati registrati sono prove con
valore legale e se il sinistro avviene superando i limiti di velocità, la
compagnia potrebbe rivalersi sul conducente.
Carrozzerie convenzionate? Accettare di riparare il mezzo presso officine
fiduciarie della compagnia permette di abbassare il premio, eliminando il
rischio di frodi e garantendo la riparazione diretta senza anticipo di denaro.
Giova ricordare, nondimeno, che in un incidente con colpa, i passeggeri vengono
risarciti, ma il guidatore no. Per tutelarsi è necessaria la polizza “Infortuni
conducente“. Inoltre la RC non copre i danni fisici subiti dagli animali
domestici presenti a bordo durante un urto (serve una specifica estensione “RC
Animali”). Infine, dichiarare il falso sulla residenza (ad esempio dichiarando
di vivere con i genitori per pagare meno) è un rischio altissimo: in caso di
incidente, la compagnia può invalidare il contratto obbligando il contraente a
pagare di tasca propria.
L'articolo RC auto sempre più cara, ecco come risparmiare sul premio senza
brutte sorprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli ultimi cinque anni, come noto, i prezzi di listino delle vetture sono
aumentati dal 20% a oltre il 40%. Colpa della crisi delle materie prime
(microchip), dell’aumento dei costi di produzione e manodopera, dell’inclusione
di dotazioni di serie più costose (elettronica, sicurezza) e dell’introduzione
dell’elettrificazione. Ma è anche colpa dell’ingordigia dei costruttori, che
inseguono margini di profitto sempre più alti.
In buona sostanza, le automobili realmente economiche, una volta definite
“utilitarie”, non esistono più, rimpiazzate da modelli più grandi, talvolta con
carrozzeria da suv compatto, ideali per far quadrare i bilanci della aziende ma
non quelli dei consumatori, che sempre più spesso preferiscono rivolgersi al
mercato dell’usato o prolungare il più possibile la vita della loro auto.
Un trend di cui sono consapevoli molti costruttori generalisti, fra cui quelli
del Bel Paese. “Le Fiat sono diventate troppo care e serve un’erede della Panda
sotto i 15 mila euro” ha spiegato Olivier François, numero uno del marchio
torinese, alla testata francese Auto Infos. Il che fa sperare che i prossimi
modelli in arrivo abbiano prezzi più accessibili. “Rimpiazzeremo la Panda con un
modello più piccolo e semplice, secondo lo spirito della Panda originale del
1980. Avrà un’offerta multienergia”, ha specificato il manager transalpino. Si
parla, quindi, di una vettura sotto i 4 metri di lunghezza, che sarà offerta con
motorizzazioni elettrificate e non. E che, soprattutto per via del prezzo,
potrebbe confermare la Panda – la versione attuale è in produzione dal 2012 e
nel frattempo è diventata “Pandina” – come best seller indiscussa del mercato
italiano.
A dire il vero, la tendenza a un riposizionamento verso il basso di alcuni
prodotti Fiat è già in atto, complici anche gli scarsi numeri di vendita di
alcuni modelli: è il caso della 500 elettrica, che da qualche mese è stata
affiancata dalla più economica edizione ibrida (proposta a 19.900 euro, contro i
23.900 euro dell’elettrica con batteria da 23,4 kWh). Va letto in questo senso
pure il lancio della versione con motore benzina non elettrificato e cambio
manuale della Grande Panda – esordio a febbraio e prezzi da 16.900 euro – e il
prossimo debutto della 600 con motore 1.2 da 101 CV senza ibridazione e con
trasmissione manuale.
Alla base della maggiore competitività anche le economie di scala con gli altri
marchi del gruppo Stellantis: sinergie che passeranno dalla prossima
introduzione della piattaforma “STLA Small”, che “è una priorità assoluta ed è
uno strumento chiave per i segmenti A e B”, ha spiegato, al Salone di Bruxelles,
Emanuele Cappellano, numero uno di Stellantis in Europa: “La missione dell’auto
popolare fa parte del DNA di marchi come Fiat e Citroën e resterà centrale.
Tuttavia, i costi crescenti legati alla roadmap tecnologica stanno riducendo
l’accessibilità, ed è proprio lì che sono scomparsi 3 milioni di veicoli dal
mercato. Le auto sotto i 15.000 euro sono quasi sparite. La risposta vera è un
approccio multi-energia: elettriche, ma anche full hybrid, mild hybrid, ibride
plug-in, Reev e altre soluzioni”. Secondo il manager, “puntare su una sola
tecnologia rischia di far sparire le auto accessibili e aumentare la dipendenza
da tecnologie extra-europee. L’UE deve decidere se considerare l’industria auto
un asset strategico”.
L'articolo Fiat, Olivier François: “Serve un’erede della Panda sotto i 15 mila
euro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Basta sfogliare i giornali degli ultimi mesi per avere l’impressione che
l’Italia stia migliorando su ogni fronte. Un mese fa, su queste pagine, avevo
affrontato il tema della crescita del credito alle famiglie che veniva salutato
con giubilo solo da chi non si era, volutamente, soffermato su un dettaglio
banale: con i salari che arrancano, una rata in tasca riduce ancora di più il
potere d’acquisto.
Oggi ci concentriamo sull’altro cavallo di battaglia degli ultimi giorni:
l’Italia sarebbe un Paese con più liquidità e dunque più risparmio. Un Paese che
torna “pieno”. Poi però ti fermi sui numeri, e ti accorgi che la storia è meno
trionfale e più banale: il totale sale su base annua, ma rispetto al picco di
fine 2022 resta più basso. E soprattutto la liquidità cresce dove rende meno,
cioè ferma sui conti correnti.
Secondo l’elaborazione del Centro Studi Unimpresa su dati Banca d’Italia, tra
ottobre 2024 e ottobre 2025 la liquidità complessiva detenuta da famiglie e
imprese è salita da 1.988,6 a 2.046,5 miliardi di euro (+57,9 miliardi, +2,9%).
Il dato è reale. Ma è altrettanto reale il motore di questa crescita: sono i
conti correnti, arrivati a 1.379,7 miliardi (+4,5%, circa +60 miliardi). Nel
frattempo, i depositi vincolati scendono a 237,5 miliardi (-8,6%, circa -22,3
miliardi). Crescono invece i pronti contro termine, che arrivano a 106 miliardi
(+16%, +14,6 miliardi) e i depositi rimborsabili con preavviso, che salgono a
323,2 miliardi (+1,8%, +5,6 miliardi).
La fotografia di ottobre 2025 racconta, quindi, anche la “forma” di questa
ricchezza liquida: il 67,4% è sui conti correnti, il 15,8% nei depositi con
preavviso, l’11,6% nei vincolati e il 5,2% nei pronti contro termine.
Traduzione: gli italiani tengono i soldi “pronti” più che “investiti”. La quota
dominante sui conti correnti significa disponibilità immediata, sì, ma anche
rendimento vicino allo zero rispetto all’inflazione reale degli ultimi anni. È
liquidità che non lavora, non protegge, non compensa. Serve soprattutto a
sentirsi coperti: bollette imprevedibili, spese mediche, imprevisti domestici,
rate, tasse, mesi in cui il lavoro gira meno.
In altre parole, non è il comportamento di chi vede opportunità e prende rischio
per far crescere il capitale. È il comportamento di chi teme un nuovo shock e
preferisce pagare un costo invisibile (il mancato rendimento) pur di non perdere
controllo. La liquidità diventa un “cuscinetto psicologico” e finanziario:
utile, certo, ma tipico delle fasi in cui la fiducia è fragile. Se fosse
euforia, vedresti più spostamenti verso strumenti vincolati o investimenti
produttivi; qui invece prevale la scelta più semplice e più conservativa: tenere
tutto a portata di mano.
Non solo. Il punto che rovina la festa è l’orizzonte temporale. Se invece del
confronto annuale si guarda il triennio dicembre 2022-ottobre 2025, la liquidità
totale risulta diminuita di 19 miliardi (-0,9%). E la contrazione colpisce
proprio i conti correnti: -78,4 miliardi (-5,4%) nel periodo. In mezzo c’è stata
la fiammata inflazionistica che ha costretto famiglie e imprese ad attingere ai
risparmi per reggere energia, alimentari, servizi e tassi: nei mesi peggiori
l’inflazione ha superato il 10% e ad ottobre 2022 l’indice armonizzato ha
toccato il 12,6% annuo.
E infatti, sempre secondo Unimpresa, le famiglie risultano il soggetto più
“scaricato” dalla crisi: le loro riserve calano di 31,9 miliardi (-2,7%)
rispetto al 2022. Le imprese, al contrario, mostrano un leggero incremento (+11
miliardi). Non è un dettaglio: significa che il “totale” può salire anche mentre
una parte consistente del Paese reale resta sotto pressione.
Quindi sì, la liquidità “supera quota 2.000 miliardi”. Ma non implica
automaticamente più benessere, più investimenti o più fiducia. Implica
soprattutto questo: una parte del risparmio è tornata a respirare, ma lo fa
parcheggiandosi dove è più semplice e meno redditizio. E dopo l’inflazione, il
risparmio parcheggiato non è ricchezza: è tempo comprato a caro prezzo.
L'articolo Cresce la liquidità degli italiani, ma resta ferma sui conti
correnti. E non è un buon segno proviene da Il Fatto Quotidiano.
La “schiscetta” rende ricchi. Evitare il pranzo al ristorante durante la pausa
lavorativa permette di risparmiare oltre 3.000 euro. Le stime indicano che in
media, grazie al pasto portato da casa, si risparmiano 263 euro al mese. In un
anno, dunque, il lavoratore con il pranzo al sacco risparmia circa 3.156 euro.
La cifra è elevata contando che lo stipendio medio nazionale, secondo i dati
Istat, va dai 1.700 ai 1.850 euro al mese. La differenza tra Nord e Sud è
sostanziale.
Al Nord, il prezzo medio di un pranzo – primo piatto, acqua e caffè – in una
tavola calda è di 16 euro. Al Sud, invece, al ristorante si spendono circa 13
euro. La differenza tra un pasto preparato a casa e uno servito al tavolo è
netta: per comporre una schiscetta basta 1.70 euro.
Le regioni in cui il fai da te permette di risparmiare di più sono Lombardia,
Friuli-Venezia Giulia ed Emilia Romagna, con circa 3.42 euro. Puglia, Sicilia,
Sardegna, Molise e Abruzzo sono le regioni in cui si risparmia meno: 2800 euro.
Le città più costose in termini di pausa pranzo, e di conseguente risparmio con
la schiscia, sono Milano, Monza-Brianza e Parma. Il capoluogo lombardo è il
comune con la retribuzione mensile media più remunerativa, 2.780 euro. Tuttavia,
dati i prezzi di un pranzo, il potere d’acquisto non rende i lavoratori milanesi
degli sceicchi rispetto al resto dell’Italia.
VIBO VALENTIA IN CIMA ALLA CLASSIFICA
Vibo Valentia è in cima alla classifica delle città in cui, in termini di
percentuale, si risparmia di più grazie al pranzo da casa. Chi porta la
schiscetta al lavoro, infatti, ha modo di risparmiare il 22.3% della
retribuzione mensile lorda, circa 243 dei 1090 euro di stipendio medio. A
seguire, sul podio salgono Grosseto (21.5%) e Imperia (21%). Milano si posiziona
all’ultimo posto, con il 10.8% di risparmio sulla retribuzione media.
L'articolo La “schiscetta” rende “ricchi”: il pranzo da casa permette di
risparmiare oltre 3.000 euro all’anno proviene da Il Fatto Quotidiano.