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L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino, Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare”
Ripubblichiamo l’intervista uscita a maggio su FqMagazine a Giancarlo Giammetti, compagno di vita e braccio destro di Valentino Garavani,lo stilista scomparso oggi a Roma a 93 anni. Il primo abito rosso creato da Valentino, il celebre Fiesta del 1959. Il ritratto firmato Andy Warhol che immortala il volto dello stilista. Una monumentale opera di Anish Kapoor che domina lo spazio con la sua presenza magnetica. E ancora, capolavori di Mark Rothko, Lucio Fontana, Cy Twombly e Francis Bacon che dialogano con gli abiti indossati da dive come Liz Taylor e Jackie Kennedy. E poi c’è lui, Giancarlo Giammetti, ultraottantenne dall’ineffabile spirito da bon vivant e dallo sguardo di ghiaccio, che ogni tanto si lascia attraversare da un lampo di nostalgia. Da sessant’anni è il socio, il compagno, l’amico, l’anima pragmatica e la mente strategica dietro il genio creativo di Valentino Garavani e ora torna sulle scene con l’apertura della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti (PM23) in Piazza Mignanelli a Roma. “Credo che ci sia bisogno di ritrovare la bellezza”, dice. “Con Valentino crediamo che la bellezza abbia il potere di elevare, trasformare e lasciare un segno indelebile nella vita delle persone”. E la bellezza, qui, trabocca. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso“, curata da Pamela Golbin e Anna Coliva, non è una “noiosa mostra di abiti”, ma un dialogo serrato tra 50 creazioni iconiche in Rosso Valentino e 35 capolavori d’arte moderna e contemporanea. Giammetti, storico collezionista dal fiuto leggendario, racconta i suoi inizi con l’arte con un sorriso divertito: “Tra i primi acquisti, alla Biennale di Venezia del ’66 presi un Fontana, tutto bianco. Lo portai a casa tutto contento mostrandolo ai miei: vi piace? E loro: ‘ma quando lo apri?’. Pensavano che fosse l’incarto”. E il Picasso in mostra? “Lo prendemmo da un sarto milanese, Lizzola, che scoprimmo essere il sarto del pittore, che pagava appunto in quadri”. Lo spazio, disegnato da Nemesi Architects, è un crocevia tra arte e moda, pensato non per celebrare un passato glorioso ma per ispirare il futuro. E, a proposito del passato, Giammetti ricorda la complementarietà della loro relazione: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dando a Valentino la libertà di dedicarsi solo a creare“. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso”, è un percorso immersivo attraverso 50 abiti iconici firmati Valentino e 35 opere d’arte contemporanea. Un dialogo raffinato tra forme e visioni, cuciture e tagli, stoffe e tele. “Non volevamo fare una mostra di moda, sono spesso noiose. – sorride Giammetti – Qui volevamo raccontare un’idea di bellezza, quella che nasce quando l’arte e la moda si toccano”. Lui, il “numero due” più famoso della moda, mente silenziosa e motore operativo della leggenda Valentino, racconta senza enfasi ma con precisione chirurgica. Parla di “coraggio”, “ambizione” e anche di un pizzico di “incoscienza” che ha permesso a due ragazzi italiani, nei primi anni ’60, di costruire un impero del gusto partendo da una piccola sartoria in via Gregoriana. “All’inizio non sapevo nulla di moda. Ricordo il mio primo giorno nell’atelier di Valentino, in via Condotti: guardavo incantato le sarte creare drappeggi, costruire rose con il tulle. Era Fiesta, il primo abito rosso. Mi si è aperto un mondo”. Il rosso diventa allora la chiave per esplorare l’essenza della maison. Un rosso concettuale, spirituale, materico: “Fare una mostra su un colore è difficilissimo”, confessa. “Eppure il rosso di Valentino ha una tale forza simbolica che si impone da sé. Non è solo un tratto stilistico: è una dichiarazione d’identità”. Ogni sala della fondazione è costruita come un dialogo tra un abito e un’opera d’arte. Tra i capolavori esposti ci sono Fontana, Twombly, Rothko, Warhol, Kapoor, Frankenthaler. E un Picasso del 1932. “È l’unico quadro figurativo insieme all’ultimo della mostra, un Vezzoli del 2025. In mezzo, solo astrazioni. Il colore diventa linguaggio puro”. Le opere, scelte in sintonia con la poetica della mostra, non fanno da sfondo: costruiscono senso. “C’era un’idea precisa: ogni tela doveva parlare con un vestito, senza confronto, ma con rispetto reciproco“. Giammetti scivola tra memorie e visioni future con naturalezza. Racconta dell’acquisto del suo primo Fontana – “mio padre pensava che dovessimo ancora scartarlo” – e di quando Warhol venne a Roma per girare un film con Liz Taylor, finendo a interpretare l’autista per mancanza di altri ruoli. Rievoca la Roma degli anni d’oro, le feste al Club 84, il Piper che non frequentavano (“preferivamo il Pipistrello”), l’amicizia con Nancy Reagan, la devozione di Jackie Kennedy, la discrezione elegante di Marella Agnelli. Ma PM23 guarda avanti. “Ogni otto mesi qui ci sarà un ciclo educativo: artisti, artigiani, maestri del pensiero incontreranno giovani talenti. Non solo moda, ma creatività applicata, metodo, cultura del bello”. E la filantropia: “Stiamo lavorando con il Gemelli su un progetto dedicato agli anziani, e al Bambin Gesù per una nuova sala d’attesa al pronto soccorso pediatrico. La bellezza deve anche fare del bene“. L'articolo L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino, Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A duemila metri la mostra “Cortina di Stelle” di Fulvio Morella: l’infinito condiviso tra arte, sport e Olimpiadi
A 2.732 metri di altitudine, quando l’aria si assottiglia e la luce diventa più netta, l’arte cambia postura. Non si offre come superficie da osservare, ma come esperienza da attraversare. “Cortina di Stelle”, la mostra di Fulvio Morella ospitata al Lagazuoi EXPO Dolomiti dal 3 gennaio al 5 aprile 2026, nasce esattamente qui: in un punto di sospensione tra terra e cielo, dove lo sguardo è costretto a rallentare e il corpo a prendere coscienza dei propri limiti. È il capitolo conclusivo del progetto “I limiti non esistono”, sviluppato dall’artista in dialogo con il mondo paralimpico e con i luoghi simbolo di Milano Cortina 2026. Non una celebrazione retorica dell’inclusione, ma una riflessione rigorosa su che cosa significhi oggi superare un limite: non negarlo, ma attraversarlo insieme. La scelta di Cortina d’Ampezzo e della funivia del Lagazuoi non è scenografica. Come scrive il curatore Sabino Maria Frassà, “la funivia che sale dal Falzarego fino alla terrazza del Lagazuoi è una linea concreta tra terra e cielo, un invito a toccare il cielo con un dito prima ancora che una metafora”. Qui la montagna non accompagna l’opera: la interroga. Salire di quota significa esporsi, accettare il rischio, misurare il passo con il vuoto e con il clima. È una grammatica fisica che trova un parallelismo diretto nello sport paralimpico, dove l’impresa non è mai individuale ma condivisa. Nello sci per ipovedenti, ad esempio, atleta e guida formano una coppia indivisibile: condividono ritmo, decisioni, pericolo e risultato. “Si vince insieme, si perde insieme, si vive insieme. Non siamo isole”, sottolinea Frassà. È da questo principio che prende forma l’intera mostra. Il titolo racchiude un’ambivalenza semantica precisa. In italiano “cortina” è velo o tenda, qualcosa che separa e protegge, ma anche muro di difesa. La sua radice latina, curtis, indica uno spazio comunitario, non una prigione ma una soglia. Anche Cortina d’Ampezzo è una conca abitata, una “corte” alpina circondata da cime aperte sul cielo. “Cortina di Stelle” sceglie di abitare questa soglia: sollevare il velo, aprire il recinto, accompagnare lo sguardo fino a sfiorare l’infinito. Non per cancellare il limite, ma per renderlo attraversabile. LE OPERE PARALIMPICHE: L’EROE NON È SOLO Al centro del percorso espositivo ci sono le opere del ciclo “Paralimpico”, nate dal dialogo con il Comitato Italiano Paralimpico e sviluppate anche per il Premio CIP–USSI. Fulvio Morella non costruisce un’iconografia dell’eroe solitario, ma pone una domanda radicale: che cosa significa essere eroi oggi? La risposta prende forma in due lavori emblematici: Ulisse e Penelope, entrambi realizzati in Braille Stellato. In Ulisse, parole dell’Odissea vengono tradotte in punti braille trasformati in costellazioni. Il cielo che ne risulta non è pieno: presenta un vuoto deliberato. È la mancanza come segno del “nostos”, il ritorno. “Niente è più dolce della famiglia per chi è in terra straniera”, recita il testo omerico, che qui afferma come il coraggio non sia solo partire, ma saper tornare, sottraendosi all’autocelebrazione. Penelope è l’altra metà del racconto. Le stelle si dispongono in un ovale che richiama un volto, un gesto di riconoscimento. Il braille diventa intimità, memoria condivisa, accoglienza del cambiamento. L’eroismo, in questa lettura, non appartiene solo a chi compie l’impresa, ma a chi la rende possibile: guide, allenatori, comunità. “I LIMITI NON ESISTONO”: L’OPERA-SOGLIA Cuore concettuale dell’intero progetto è l’opera I limiti non esistono, presentata a Cortina in una forma inedita. È una pupilla di stelle: un grande ricamo in bronzo su tessuto, dove i punti del braille diventano corpi celesti. La scelta della pupilla non è casuale. Morella parte da una constatazione: oggi il cielo non è più solo ciò che vediamo a occhio nudo. Come in astrofisica, la conoscenza passa da grandezze invisibili. “L’arte”, ricordava Paul Klee, “non riproduce il visibile, ma rende visibile”. Sfiorando il tessuto, siamo invitati a “toccare le stelle con un dito”. Il gesto è semplice, ma il significato profondo: i limiti non sono muri assoluti, ma costruzioni mentali. “Noi siamo infinito”, ripete spesso l’artista. Non come affermazione individualistica, ma come presa di coscienza collettiva. Nessuno è infinito da solo. Lo diventiamo solo facendo squadra. Per questo Morella sceglie il bronzo, abbandonando oro e argento, simboli del podio. L’opera è dedicata a tutti gli atleti paralimpici, non solo a chi vince una medaglia. Perché, come sottolinea l’artista, “a fare la storia non sono solo i primi classificati, ma tutti coloro che arrivano ai Giochi”. DAL BRAILLE ALLA LUCE: BLIND WOOD, BRAILLE STELLATO, BRAILLIGHT “Cortina di Stelle” intreccia i principali cicli di ricerca di Morella. In Blind Wood, legno e metallo compongono mappe architettoniche viste dall’alto: Delfi, il Pantheon, l’Arena di Verona. Il braille inciso guida la lettura e rivela la parzialità di ogni sguardo. L’opera chiede di essere attraversata insieme. Con Braille Stellato, il testo diventa cielo: i punti braille si trasformano in costellazioni tattili, leggibili solo attraverso una traduzione condivisa tra vista e tatto. In Braillight, presentato per la prima volta come ciclo completo, la luce diventa materia. Sculture in legno d’amaranto e acciaio emettono un alfabeto luminoso che non abbaglia, ma orienta. Come la stella Polare. Come la voce della guida accanto all’atleta ipovedente. In alta quota, la luce radente amplifica questa funzione: non decorazione, ma strumento. OLIMPIADI, MEMORIA E FUTURO Il legame con Milano Cortina 2026 è strutturale. La mostra rientra nel programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale e dialoga con la memoria dei Giochi attraverso oggetti provenienti dal Museo dello Sport e dell’Olimpismo di San Marino: tra questi, la torcia di Roma 1960 e quella di Torino 2006. In vetta, queste reliquie non celebrano il passato, ma lo proiettano in avanti. Accanto alle opere, la presenza e il racconto di atleti paralimpici come René De Silvestro e Moreno Pesce rendono evidente il patto tra arte e sport. Non figure simboliche, ma incarnazioni di una stessa idea di eccellenza fondata su rigore, fiducia e coralità. Come sintetizza il curatore Sabino Maria Frassà: “Qui il gesto inclusivo non semplifica, non chiede indulgenza. Alza l’asticella del linguaggio e della qualità. L’inclusione diventa precisione sensibile, lusso inteso come attenzione estrema”. OLTRE LA CORTINA A 2.700 metri, “Cortina di Stelle” non chiede solo di essere vista. Chiede di essere letta, toccata, condivisa. L’infinito fuori — il cielo, le cime, la luce — coincide con l’infinito dentro solo quando la comunità accetta di diventare strumento reciproco: l’arte smette di essere immagine e diventa lingua comune; lo sport smette di essere performance individuale e torna impresa corale. E, davvero, i limiti non scompaiono: si sollevano, come una cortina. La mostra è promossa da CRAMUM insieme a Lagazuoi Expo Dolomiti, in collaborazione con FISIP e il Comitato Olimpico Sammarinese, con il patrocinio di INJA Louis Braille e del Comitato Italiano Paralimpico, nell’ambito dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026. L'articolo A duemila metri la mostra “Cortina di Stelle” di Fulvio Morella: l’infinito condiviso tra arte, sport e Olimpiadi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Villa Bagatti Valsecchi: casa-museo, gioiellino neoclassico, opera d’arte totale. “Mostre e dibattiti, uno spazio sospeso tra antico e moderno”
C’è chi per tutta la vita anela di acquistare un biglietto di sola andata alle Hawaii e c’è chi, invece, sogna di trascorrere la propria esistenza in un palazzo signorile del Quattrocento o del Cinquecento circondandosi di opere d’arte rinascimentali: in pratica di vivere “immerso” nella bellezza del Rinascimento. Quest’ultima scelta vide protagonisti Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, due fratelli di Varedo – oggi in provincia di Monza Brianza – che a metà del XIX secolo decisero di ampliare il palazzo di famiglia in via Gesù, nel centro di Milano, e di trasformarlo in un vero e proprio museo. Nel 1975 l’edificio fu acquisito dalla Regione Lombardia e nove anni più tardi fu aperto al pubblico, diventando una casa-museo fra le più importanti e meglio conservate d’Europa, retta da una Fondazione Onlus presieduta da Camilla Bagatti Valsecchi e diretta da Antonio D’Amico. Fedele alla regola che oggi più che mai l’arte non solo si vede, ma la si ascolta anche, la Fondazione che gestisce il Museo Bagatti Valsecchi per il 2026 ha messo a punto un programma di appuntamenti sia espositivi, sia di incontri. E in una Milano ormai votata ad assumere sempre più il ruolo di capitale italiana dell’arte contemporanea, la presenza di una casa-museo così spiccatamente neoclassica nel cuore della città, non può che incuriosire e affascinare a tal punto che perfino i più restii potrebbero finire sedotti da tanta bellezza e armonia. E se poi s’innesca l’effetto “passaparola” il gioco è fatto: Milano è grande, grandissima, ma per certe cose è come un paesone e quando accade qualcosa di nuovo o semplicemente una meta diventa estremamente desiderata, la notizia si propaga velocemente sia tra il pubblico, sia tra i sostenitori della cultura, nel senso più ampio della parola. ‹ › 1 / 18 01_ DEPERO, CAVALLI SULLA CORDA ‹ › 2 / 18 02_DEPERO, IL MAGGIORDOMO ‹ › 3 / 18 02_VIBIBAR_GAETANO CAPPA_MUSEO BAGATTI VALSECCHI ‹ › 4 / 18 03_ BERTOZZI E CASONI_AUTUNNO_2018_COLLEZIONE PRIVATA ‹ › 5 / 18 03_DEPERO, TESTE E TUBI-FORME SIMULTANEE ‹ › 6 / 18 04_ALIGHIERO BOETTI_SI DICE CHI FINGE D'IGNORARE UNA SITUAZIONE CHE INVECE DOVREBBE AFFRONTARE_1988_COLLEZIONE CANCLINI ‹ › 7 / 18 04_DEPERO, L'URLO ‹ › 8 / 18 05_DEPERO, ABITI DA UOMO ‹ › 9 / 18 05_STASERA AL MUSEO_MUSEO BAGATTI VALSECCHI ‹ › 10 / 18 06_DEPERO, SIMULTANEITÀ METROPOLITANE ‹ › 11 / 18 06_PAROLE E MUSICA NEI CORTILI DEL MUSEO_MUSEO BAGATTI VALSECCHI ‹ › 12 / 18 07_DEPERO, COSTUMI ITALICI (ENIT NEL MONDO) ‹ › 13 / 18 08_DEPERO, SCACCHIERA ‹ › 14 / 18 09_DEPERO, FLORA ‹ › 15 / 18 10_DEPERO, BOZZETTO PER PADIGLIONE PUBBLICITARIO ENIT ‹ › 16 / 18 11_DEPERO, ALLEGORIA DELLA BIRRA E DEL VINO - 10614 - 12030 ‹ › 17 / 18 12_DEPERO, O LA BORSA O LA VITA 7098 ‹ › 18 / 18 13_DEPERO, PANNELLO CON COSTUMI POPOLARI - 034592 - 1906 Come spiega il direttore D’Amico “il 2026 è un anno molto importante perché il museo, quello immaginato da due fratelli che volevano vivere in un’opera d’arte totale, invita tutti a visitarlo per ammirare ciò che l’arte ci propone per stare meglio, ovvero che cosa la bellezza ci consente di vivere per poter guardare oltre il visibile, oltre i nostri problemi, oltre la storia contemporanea che troppo spesso ci rende affaticati. Quindi io invito tutti a vederci al Bagatti Valsecchi per poter vedere oltre la realtà e stare insieme”. Tra il 2026 e la primavera del 2027 sono in programma tre mostre: dal 13 febbraio al 2 agosto 2026 il museo milanese ospita Depero Space to Space. La Creazione della Memoria a cura di Nicoletta Boschiero e Antonio D’Amico. Realizzata in collaborazione con il Mart di Trento e Rovereto e inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026, la mostra racconta il singolare parallelismo che lega, seppur in tempi differenti, i baroni Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi al pittore e scultore Fortunato Depero, tutti desiderosi di realizzare un sogno: abitare dentro spazi sospesi tra antico e contemporaneo. “Per la prima volta si potrà vedere una mostra di Depero che entra con armonia all’interno della casa – spiega D’Amico – instaurando un dialogo senza tempo dove il concetto secondo cui i Bagatti Valsecchi, uomini dell’Ottocento, vogliono vivere dentro un’opera d’arte totale, in un contesto rinascimentale cercando di rivalutare il tempo della perfezione, armonia e bellezza, attraverso opere del XV e XVI secolo e opere che loro si fanno realizzare ispirandosi all’antico nel cuore dell’Ottocento, questo è un po’ il concept che anima Depero tornando dal suo viaggio americano. In pratica riabilita il tempo: acquista la casa a Rovereto che diventa poi la sua casa-museo, e interviene con il suo lavoro, la sua visione futurista in un contesto cinquecentesco, senza annientare il tempo, ma riquadrandoli e facendoli entrare in gioco con il contemporaneo. Questo è il senso della prima mostra del 2026 nel museo del centro di Milano, dove le opere di Depero entrano in stretta armonia con il mondo ottocentesco dei fratelli Bagatti Valsecchi che guardano al Rinascimento e quello futurista di Depero che dialoga con il Cinquecento”. Dal 18 settembre al 25 ottobre 2026 gli spazi del Museo Bagatti Valsecchi accoglieranno invece le opere di Bertozzi & Casoni nella mostra Eterne e fragili presenze, a cura di Alberto Mattia Martini, ovvero il dialogo tra la passione collezionistica dei fratelli Fausto e Giuseppe nella loro dimora neorinascimentale e la ceramica contemporanea del sodalizio artistico formato da Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, scultori della ceramica famosi in tutto il mondo che coniugavano tecnologie e materiali industriali con l’arte pittorica. Infine dal 27 novembre 2026 al 16 maggio 2027 sarà la volta di Trama e ordito: tra Pistoletto, Buren e Boetti. Capolavori d’arte contemporanea dalla collezione Canclini a cura di Antonio D’Amico, in cui il tessile diventa linguaggio d’arte che racconta, unisce e trasforma attraverso capolavori di Daniel Buren, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Andy Warhol e tanti altri. Torneranno poi Lasciami mezz’ora per vedere – quinta edizione della rassegna di Stasera al Museo, nove appuntamenti tra teatro, danza e musica vanno in scena nel Salone d’Onore e nei cortili storici di Palazzo Bagatti Valsecchi da febbraio a dicembre – e la terza edizione delle Conversazioni d’arte a Casa Bagatti Valsecchi, ispirata alla mostra su Depero e che prende avvio dall’universo futurista per ampliare lo sguardo sulle dinamiche artistiche e sui fermenti culturali della metà del Novecento. Torna insomma la funzione riflessiva ed educativa del museo: “Per me fare museo è vivere le emozioni e le sensazioni – aggiunge D’Amico -, riflettere sul nostro tempo e sulla storia, su ciò che è stato, ma anche sul futuro per costruire uno spazio migliore. Oggi il museo è una casa che ancora vuole accogliere quest’idea di opere d’arte totali per cui attraverso le nostre attività, che rappresentano il desiderio di tornare in un luogo di comfort, dove si è accolti nella bellezza, con gentilezza, nello spirito dell’amicizia e della fraterna concordia come i fratelli che questo museo l’avevano pensato. In definitiva, per me il museo è un luogo di pace e di bellezza, una casa aperta a tutti e non un museo statico, bensì un luogo da vivere, dinamico, ricco di sorprese dove poter vivere e respirare l’arte in immersione totale”. *** Info Museo Bagatti Valsecchi | Casa Museo nel cuore di Milano Dove | Via Gesù 5, Milano (zona Montenapoleone) Orari | Merc ore 13-20, giov e ven ore 13-17.45, sab e dom ore 10-17.45 Biglietti | Ingresso 12 euro; ridotto 9 euro Web | museobagattivalsecchi.org/it Social | Fb @MuseoBagattiValsecchi – Ig @museobagattivalsecchi L'articolo Villa Bagatti Valsecchi: casa-museo, gioiellino neoclassico, opera d’arte totale. “Mostre e dibattiti, uno spazio sospeso tra antico e moderno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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E’ morto Bruno Paneghini, il pioniere dell’IT che ha creato un polo high-tech (con collezione d’arte) tra le mura di una vecchia fabbrica tessile
Un infarto fulminante ha stroncato, nella notte tra venerdì 28 e sabato 29 novembre, la vita di Bruno Paneghini. L’imprenditore, fondatore, presidente e amministratore delegato di Reti Spa, e figura centrale dell’imprenditoria tecnologica italiana, è morto improvvisamente all’età di 61 anni. La sua scomparsa lascia un vuoto non solo nel mondo dell’IT, ma anche in quello dell’arte e della formazione. A dare la notizia della sua scomparsa è proprio l’azienda, con un comunicato pubblicato sul sito. Nato a Busto Arsizio nel 1964, Paneghini aveva mosso i suoi primi passi professionali in aziende come Olivetti e Fininvest. Ma è nel 1994 che decise di costruire la sua visione, fondando una piccola società di consulenza informatica destinata a diventare in pochi anni Reti S.p.A., uno dei principali player italiani nel settore dell’IT Consulting e della System Integration con collaborazioni con colossi come Microsoft e Cisco. La sua azienda è stata la prima “B-Corp” italiana (società benefit) a quotarsi sul mercato EGM di Borsa Italiana, contando oggi oltre 300 dipendenti. Una crescita esponenziale, sostenuta da una filosofia d’impresa rara nel panorama italiano, che univa tecnologia, benessere, sostenibilità e cultura. La vera incarnazione della sua visione è il Campus Reti a Busto Arsizio, città un tempo nota come la “Manchester d’Italia” per la sua fiorente industria tessile. Paneghini aveva acquistato e recuperato lo storico Cotonificio Venzaghi, n complesso di oltre 20mila metri quadri di archeologia industriale, salvandolo dall’oblio: “Decisi di tornare a Busto Arsizio, terra d’origine dei miei genitori, e acquistai una villa ottocentesca in pieno centro. Quella che diventò la nostra sede e pure la mia abitazione”, ricordava Paneghini parlando degli esordi, prima che il Campus prendesse forma. Nei suoi 20mila metri quadrati, il Campus Reti è diventato un progetto artistico-culturale di grande respiro dove uffici e laboratori convivono con oltre 300 opere d’arte moderna e contemporanea della Collezione Paneghini, costituita insieme alla moglie Ilenia, come lui grande appassionata d’arte. In questo spazio ibrido, che Paneghini condivideva come abitazione con la moglie Ilenia, la Collezione Paneghini è parte integrante dell’esperienza lavorativa. Con oltre 400 opere tra dipinti, sculture e fotografie (che spaziano dai decenni centrali del Novecento all’arte contemporanea), la Collezione è esposta a rotazione in corridoi, uffici e sale riunioni, reinventando la tradizionale separazione tra lavoro e bellezza. Di sé, Paneghini diceva di credere in una cultura di impresa che potesse connettere diversi ambiti: l’obiettivo era “educare lo sguardo per nutrire l’immaginazione, far convivere pensiero tecnico e sensibilità estetica”. Questa visione si traduceva in iniziative pubbliche: il Campus ospita un auditorium che è sede di corsi di formazione, come quelli dell’ITS Incom, e iniziative aperte alla città. Paneghini portava avanti questa filosofia anche attraverso il podcast Reti dell’Arte, lanciato nel 2025 in collaborazione con Il Giornale dell’Arte, un ciclo di racconti dedicati al rapporto tra arte e impresa, dimostrando come la creatività fosse, per lui, il vero motore del successo. Un mecenatismo illuminato, che intendeva educare lo sguardo per nutrire l’immaginazione: “Il bello coniugato all’arte crea innumerevoli connessioni e interpretazioni, allarga gli orizzonti, stimola al dialogo e contribuisce al benessere delle persone“, diceva. La scomparsa del fondatore ha innescato un’immediata procedura di riorganizzazione della governance. Ai sensi di quanto previsto dall’articolo 21.16 dello statuto sociale di Reti, con il venir meno del Presidente e Amministratore Delegato Bruno Paneghini, l’intero Consiglio di Amministrazione si intende automaticamente decaduto. L’attuale CdA rimarrà in carica in regime di prorogatio per gli affari correnti e provvederà a convocare d’urgenza l’assemblea per la nomina del nuovo organo amministrativo. Dipendenti, collaboratori e consulenti di Reti si sono uniti nel ricordare la figura di Paneghini, confermando l’impegno a portare avanti il modello di business dell’azienda, che poggia oggi su basi solide di eccellenza professionale e sostenibilità. Alla comunità di Reti Spa e alla moglie Ilenia, il cordoglio della redazione de Ilfattoquotidiano.it L'articolo E’ morto Bruno Paneghini, il pioniere dell’IT che ha creato un polo high-tech (con collezione d’arte) tra le mura di una vecchia fabbrica tessile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Egittomania | Dal mega-museo inaugurato al Cairo al murale di Pietrasanta passando per i tesori dei faraoni alle Scuderie del Quirinale
Tutti pazzi per l’Egitto. La cosiddetta “Egittomania” parte da lontano, toccando periodi storici che hanno caratterizzato l’Europa, come il Rinascimento, quando l’opera Hieroglyphica fu scoperta a Firenze nel 1419 e attribuita ad Horapollon, filosofo greco del V secolo dopo Cristo, nato a Nilopoli in Egitto appunto. Oppure il furore egizio che accompagnò le conquiste napoleoniche. In pratica da allora un pizzico di follia per l’Egitto ci ha sempre accompagnati. Solo che oggi, diversamente da 200 anni fa, l’Antico Egitto e la civiltà che in esso si sviluppò sono al centro dell’interesse non più solo della comunità scientifica a vari livelli, ma anche del pubblico, proprio quello che due secoli fa non esisteva e che oggi invece richiede sempre più di emozionarsi di fronte a un reperto straordinario a una storia mai raccontata. Ed è per questo che al Cairo è stato inaugurato il Grand Egyptian Museum, il più grande museo egizio al mondo e uno dei più grandi musei archeologici esistenti dedicati ad un’unica civiltà. Ispiratore del nuovo grande museo è Zahi Hawass, l’archeologo ed egittologo egiziano di fama internazionale, già ministro del Turismo e delle Antichità d’Egitto. Ilfattoquotidiano.it lo ha incontrato a Firenze, tra i protagonisti di “Stefano Ricci Explorer Symposium”, incontro esclusivo con i nomi più autorevoli dell’esplorazione mondiale, organizzato a Palazzo Vecchio. “Io sono colui che praticamente ha costruito quel museo – afferma Hawass – dopo che nel 2002 ricevetti l’incarico dall’allora ministro della Cultura. Utilizzando i proventi della mostra dedicata a Tutankhamon è stato finanziato il progetto della nuova costruzione”. L’ex ministro concede il merito al presidente Al Sisi che ha investito 2 miliardi di dollari e ha potuto rendere possibile il progetto, “scelto – sottolinea Hawass – tra gli altri 1600 che avevano risposto al bando lanciato nel 2002”. Il museo ha dimensioni colossali – circa 450mila metri quadrati che ospitano oltre 100mila reperti. Ma quali sono quelli da non perdere assolutamente? “Prima di tutto la statua di Ramsete II – aggiunge l’archeologo -, e quelle degli altri re e regine, poi le gallerie, i meravigliosi manufatti, ma più importanti di tutti i 5mila oggetti del tesoro di Tutankhamon“. Non tutto è in mostra. Quali altre sorprese può regalare l’Egitto? “Alcune le ho scoperte io. Per esempio la Città dorata, le aree archeologiche di scavo di Saqqara dove scoprimmo la tomba reale del figlio di un faraone. E comunque il 2026 sarà l’anno più importante dal punto di vista archeologico”. C’è poi il risvolto della medaglia, ovvero l’infinita dispersione dell’immenso patrimonio dell’Antico Egitto in giro per il mondo. Cosa ne pensa Zahi Hawass? Sostiene la tesi che gli oggetti provenienti dagli scavi siano diffusi sul pianeta o è bene concentrare i reperti nei luoghi di rinvenimento? “Dirò due cose: prima di tutto i musei devono smettere di acquistare reperti dell’Antico Egitto. La seconda: io vorrei riportare in Egitto tre oggetti molto importanti. La Stele di Rosetta in mostra al British Museum di Londra. Lo Zodiaco di Dendera che si trova al Louvre di Parigi e per il quale ho aperto una petizione in internet: appena sarà giunta a un milione di firme presenterò la formale richiesta di restituzione alla Francia. E infine un’altra petizione riguarda la Testa della regina Nefertiti che si trova al Neues Museum di Berlino“. E se qualcuno ha sì un debole per l’antico Egitto, ma si trova impossibilitato a recarsi al Cairo? Può intanto cercare soddisfazione nel visitare la grande mostra Tesori dei Faraoni, in corso alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 3 maggio 2026. Curata da Tarek El Awady, che a suo tempo diresse proprio il Museo Egizio del Cairo, la mostra propone 130 preziosi reperti, 108 dei quali provengono dal suindicato Museo Egizio del Cairo, due manufatti giungono dal Museo di Luxor e 20 sono quelli riportati alla luce durante i recenti scavi condotti sulla riva occidentale di Luxor, nella cosiddetta “Città d’oro”, grazie a una missione archeologica egiziana diretta dal suddetto Zahi Hawass. E proprio quest’ultimo scrive nel bel catalogo che accompagna la mostra che “il più grande monumento mai costruito dall’Egitto non fu una piramide o un tempio, ma l’idea stessa di eternità”. E a quale elemento naturale possiamo affidare l’idea di eternità se non all’oro? Infatti il metallo più prezioso, simbolo del divino e dell’eternità, è il vero protagonista di questo itinerario nel mondo dell’antico Egitto. Basta pensare al sarcofago dorato della regina Ahhotep II, per esempio, alla Collana delle Mosche d’oro, che andava in premio a chi si era distinto in battaglia, oppure al collare di Psusennes I, tutti oggetti che dimostrano quanto l’ornamento potesse diventare linguaggio politico e riflesso di una teologia del potere. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Scuderie del Quirinale (@scuderiequirinale) Dalle mostre temporanee a quelle permanenti: infatti se da un lato gli amanti dell’arte egizia in ogni momento dell’anno possono visitare i due musei italiani dove più alta è la concentrazione di reperti appartenenti al polo delle Piramidi – il Museo egizio di Torino e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze -, anche solo per curiosità vale la pena ricordare ciò che sta avvenendo su un muro dell’antico complesso monumentale di Sant’Agostino, a Pietrasanta, in Versilia. Qui un artista di origine siciliana – Tano Pisano – lo scorso luglio collocò un murale di sei metri per due di altezza dedicato alla guerra israelo palestinese. Erano settimane durissime e le notizie di continui eccidi e bombardamenti di innocenti si rincorrevano. L’artista concepì l’opera – dal titolo emblematico PACE – come un “puzzle” di 48 pannelli in plexiglas dipinti in maniera astratta o figurativa, che appena un mese dopo la sua presentazione al pubblico iniziò una lenta, inesorabile trasformazione: infatti un elemento per volta veniva sostituito con un ritratto e via via così fino a dopo Natale, quando l’opera non sarà più una costruzione poetica astratta, bensì un murale composto da quasi 50 volti dipinti dall’artista. In pratica ogni settimana circa, due coloratissimi pannelli dipinti lasceranno spazio a un numero sempre maggiore di immagini dei “ritratti del Fayyum”, ispirate cioè ai dipinti straordinariamente realistici che datano tra il I secolo avanti Cristo e il III dopo Cristo, e ritrovati nella famosa necropoli in Egitto. Realizzati quando il protagonista era ancora in vita, dopo la sua morte questi ritratti venivano attaccati ai sarcofagi del defunto e in pratica rappresentano la “invenzione” dell’immagine del defunto sulla tomba che ancora oggi viene collocata in alcuni cimiteri. Da segnalare che già nella “iniziale versione” del murale PACE vi era un ritratto del Fayyum che nella parte superiore reca le bandiere della Palestina e di Israele, vicine, affiancate così tanto da non sembrare simboli di popoli in lotta. Poi i ritratti degli antichi egizi defunti, sono aumentati a dismisura, chiarendo che tutto ciò è pensato in funzione di una “chiamata alla pace”, da contrapporre alle troppe “chiamate alle armi” che Tano Pisano – siciliano di nascita e versiliese d’adozione – percepisce, poiché anche l’artista, come tanti altri del resto, ammette di essere sopraffatto dalla realtà che rivela una pericolosa mancanza di spazi mentali di libertà. L'articolo Egittomania | Dal mega-museo inaugurato al Cairo al murale di Pietrasanta passando per i tesori dei faraoni alle Scuderie del Quirinale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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