Può l’attività fisica compensare i danni dell’alcol? È la domanda che ha
riacceso il dibattito dopo la diffusione di una ricerca norvegese basata su uno
dei più grandi studi di popolazione europei. L’analisi ha seguito per quasi
vent’anni circa 25mila adulti, valutando nel tempo tre variabili chiave: consumo
di alcol, livello di attività fisica e mortalità per tutte le cause. Il
risultato centrale è meno rassicurante di quanto suggeriscano alcuni titoli:
l’aumento del consumo di alcol nel tempo è associato a un aumento del rischio di
morte, indipendentemente dal fatto che una persona sia fisicamente attiva oppure
no. Tuttavia, a parità di consumo di alcol, chi mantiene uno stile di vita
attivo presenta un rischio di mortalità più basso rispetto ai sedentari.
In parole chiare, l’attività fisica agisce come fattore attenuante, non come
fattore neutralizzante.
È qui che nasce l’equivoco. Lo studio non dice che “allenarsi permette di bere
di più”, ma che tra due persone che bevono la stessa quantità, quella che si
muove di più sta mediamente meglio di quella che resta sedentaria. Il gruppo più
vulnerabile, infatti, è quello che combina sedentarietà e consumo alcolico
crescente: una doppia esposizione che amplifica il rischio.
Un punto importante dello studio è l’analisi delle variazioni nel tempo: non
conta solo quanto si beve in un dato momento, ma se il consumo aumenta con gli
anni. Chi incrementa l’assunzione alcolica mostra un peggioramento del profilo
di rischio anche se resta fisicamente attivo, segno che l’alcol continua a
esercitare effetti negativi cumulativi.
L’ESPERTO: “NON FATEVI CONFONDERE LE IDEE”
“Il dato non è nuovo. Già studi epidemiologici pubblicati anni fa su The Lancet
avevano mostrato che, a parità di fattori di rischio come fumo, diabete o alcol,
l’attività fisica è la variabile che più di tutte riduce la mortalità”, spiega
al FattoQuotidiano.it il professor Giovanni Addolorato, professore ordinario di
Medicina Interna, Fondazione Policlinico Gemelli, Università Cattolica del Sacro
Cuore di Roma. Ma proprio per questo, avverte il professore, il messaggio può
diventare fuorviante. “Dire che l’attività fisica attenua i danni dell’alcol non
significa che l’alcol diventi meno pericoloso. È una distinzione fondamentale.
Altrimenti si passa dal dato scientifico all’autoassoluzione”.
Uno dei nodi centrali riguarda il concetto, ancora molto diffuso, di “dose
raccomandata”. “In realtà non esiste una dose di alcol a rischio zero”,
chiarisce Addolorato. “Negli anni Settanta e Ottanta si parlava dei due
bicchieri di vino rosso come fattore protettivo per il cuore, ma oggi sappiamo
che quella narrazione è falsa. Se si considerano tutti gli organi e apparati, la
mortalità complessiva è più bassa negli astemi”.
“MENO È MEGLIO”
Negli ultimi vent’anni, spiega, la letteratura scientifica ha progressivamente
smontato l’idea dell’alcol come alleato della salute. Le evidenze più solide
arrivano da grandi studi internazionali che valutano il peso dei fattori di
rischio sulla popolazione globale. “Il messaggio oggi condiviso è semplice: less
is better. Meno bevo, meno rischio corro. Se voglio davvero rischio zero, devo
bere zero”.
E l’elenco dei danni legati all’alcol va ben oltre il fegato, spesso considerato
l’unico bersaglio. “L’alcol ha effetti documentati sul sistema cardiovascolare,
sul cervello, sul metabolismo, sul rischio oncologico e sul sistema immunitario.
Anche piccole quantità, assunte regolarmente, contribuiscono a un carico di
rischio che nel tempo si somma”, sottolinea l’esperto.
Quando poi si parla di attività fisica, il quadro non cambia. “Che l’alcol sia
controindicato quando si fa sport è noto da decenni. Riduce la capacità di
recupero, interferisce con la sintesi proteica e peggiora la qualità
dell’allenamento. Non a caso, nello sport agonistico bere è semplicemente
vietato”.
L’INSEGNAMENTO DELLE BLUE ZONES
Alla domanda su quale sia allora la combinazione più realistica per proteggere
la salute nel lungo periodo, Addolorato risponde senza esitazioni: “Primo: non
bere. Secondo: fare attività fisica, in qualunque forma. Non serve essere
atleti: anche camminare, distribuendo il movimento nell’arco della giornata, ha
un effetto protettivo significativo”.
Il terzo pilastro è lo stile di vita nel suo complesso, a partire
dall’alimentazione. Qui entrano in gioco le cosiddette Blue Zones, le aree del
mondo con la più alta concentrazione di ultracentenari. “In questi luoghi
ritroviamo sempre gli stessi elementi: movimento quotidiano non strutturato in
paesini piccoli con stradine che ‘costringono’ a camminare senza prendere
l’auto, forte vita di comunità e quindi bassa solitudine e un’alimentazione
semplice, prevalentemente vegetale. La carne si mangia mediamente solo nelle
feste. A parità di consumo di alcol – che in realtà è molto basso – chi non è
sedentario vive più a lungo”.
QUELLO CHE CONTA: MUOVERSI, VARIARE LA DIETA E…
Un altro aspetto interessante è la varietà alimentare. “Nelle Blue Zones
orientali non esiste una dieta rigida, ma una grande varietà di cibi. Questo
riduce l’esposizione cronica a singoli fattori dannosi e abbassa il rischio
complessivo”.
Il messaggio finale è quindi meno consolatorio di quanto piaccia raccontare:
l’attività fisica è uno dei più potenti strumenti di prevenzione, ma non è una
polizza assicurativa contro l’alcol. Muoversi di più fa bene. Non bere fa
meglio. E confondere le due cose rischia di trasformare una buona evidenza
scientifica in un alibi culturale.
L'articolo Fare attività fisica annulla gli effetti dell’alcol? Ecco cosa c’è di
vero secondo uno studio che ha seguito 25mila persone per 20 anni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Alcolismo
George Clooney torna a vendere… bevande. Il celebre interprete di ER ha lanciato
sul mercato una birra non alcolica chiamata Crazy Mountains. Sulla lattina,
infatti, figura un cowboy a cavallo pronto a lanciare il suo lazo. Nel 2017 il
trio Clooney, Rande Gerber (marito di Cindy Crawford) e Mike Meldman aveva
venduto per un miliardo di dollari il loro marchio di tequila Casamigos. Ora i
tre sono tornati insieme, ma per un prodotto molto più soft che risulta a
livello di analisi di mercato, in forte crescita.
“Abbiamo notato che la stessa cosa capitava ovunque: la gente ama ancora il rito
della lattina ghiacciata aperta con gli amici dopo una partita di golf, una
lunga passeggiata o nella pausa di relax dopo il lavoro, ma non vuole più
l’alcol. Crazy Mountain è nata da quell’idea”, ha spiegato Gerber, uno dei tre
soci al New York Post. Il mercato mondiale delle birre analcoliche vale sui 25
miliardi di dollari e, secondo analisti del settore, è in continua crescita
rispetto anche solo al mercato di birra tradizionale fermo al palo.
L'articolo “La gente ama ancora il rito della lattina ghiacciata aperta con gli
amici ma non vuole più l’alcol”: George Clooney lancia la sua birra analcolica
Crazy Mountains proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Giappone fa discutere un caso di cronaca. Un uomo si è dichiarato non
colpevole di aver causato la morte di una donna facendole bere 32 shot di
tequila, “presumibilmente con l’intenzione di abusare di lei”. Il processo a
Itaya Hiroki si è aperto lunedì 2 marzo, al Tribunale distrettuale di Nagoya,
nel Giappone centrale.
Itaya è accusato di aver incoraggiato una donna di 25 anni a bere molto e di
averla poi portata in un hotel tre anni fa. La donna, secondo il referto del
medico legale, “è morta di encefalopatia ipossica dovuta a un’intossicazione
alcolica acuta”. L’imputato, che ha 44 anni, ha dichiarato alla corte di non
avere mai avuto intenzioni sessuali.
L’accusa ha sostenuto una versione che non combacia con quella dell’imputato:
“Itaya ha incoraggiato la donna a bere 32 shot di tequila nell’arco di 90
minuti. La donna ha rifiutato di seguirlo in albergo, non voleva assolutamente”.
L’avvocato dell’imputato ha affermato che Itaya ha ordinato la tequila perché,
quando ha chiesto alla donna se poteva bere alcolici, lei ha annuito. Quindi era
consenziente. Il processo determinerà come sono andati i fatti.
L'articolo Uomo fa bere 32 shot di tequila a una donna, tenta di abusarla ma lei
muore. L’imputato si dichiara innocente, via al processo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Shia LaBeouf rompe il silenzio dopo l’arresto a New Orleans in seguito a una
rissa in un bar durante il Mardi Gras. Sabato 28 febbraio il 39enne è apparso in
un’intervista con Andrew Callaghan su Channel 5, dove ha rilasciato diverse
dichiarazioni che hanno fatto rumore. Tra queste, quella di essersi sentito
“spaventato” quando è stato avvicinato da tre uomini gay la sera dell’arresto, e
da lì sarebbe nata la baruffa. “I gay grandi e grossi mi fanno paura”, ha detto
chiaramente LeBeouf. “Quando sono da solo e tre gay sono accanto a me e mi
toccano la gamba, mi spavento. Mi dispiace. Se questo è essere omofobo, allora
lo sono anch’io”.
SHIA LABEOUF E LA SINDROME DELL’UOMO BASSO
E ancora: “Il mio comportamento… devo farci i conti. Significa che devo andare
di nuovo in riabilitazione? Semplicemente non mi va, amico”, ha detto l’attore
di “Transformers”. “Non credo che le mie risposte siano lì. Se lo pensassi
davvero, ci andrei. Non credo di avere un problema con l’alcol“. Piuttosto,
pensa di avere il complesso di Napoleone: “Credo di avere la sindrome dell’uomo
basso. Penso che sia qualcosa che ha a che fare con la rabbia e l’ego più che
con il bere, ma è a questo punto del mio percorso che mi trovo ora, e sto
cercando di gestirlo. Troverò una soluzione”, ha concluso Shia, che però così
basso non sarebbe, dal momento che è alto 1,76 metri.
L'articolo “Non ho problemi con l’alcol, ho la sindrome dell’uomo basso”: Shia
LaBeouf rompe il silenzio dopo l’arresto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da quest’oggi entra ufficialmente in vigore una delle novità più discusse del
nuovo Codice della Strada: l’obbligo di installazione dell’alcolock per chi è
stato sorpreso alla guida con un tasso alcolemico molto alto. Si tratta di una
misura pensata per contrastare la guida in stato di ebbrezza, una delle
principali cause di incidenti gravi sulle strade italiane.
L’alcolock è un dispositivo elettronico collegato al sistema di accensione
dell’automobile che misura la concentrazione di alcol nel respiro del
conducente. Prima di avviare il motore, chi si mette al volante deve soffiare
nell’apparecchio: se il dispositivo rileva un tasso superiore a zero, l’auto non
parte. In questo modo si impedisce materialmente la guida a chi ha assunto
bevande alcoliche.
La normativa si rivolge in particolare ai conducenti già sanzionati per guida in
stato di ebbrezza con livelli molto elevati di alcol nel sangue. L’obbligo
scatta per chi è stato trovato con un tasso superiore a 1,5 grammi per litro: in
questi casi, oltre alle sanzioni penali e alla sospensione della patente già
previste, il conducente dovrà installare l’alcolock sul proprio veicolo e
mantenerlo per un periodo di tre anni.
I costi non sono trascurabili. L’installazione del dispositivo può arrivare
intorno ai 2.000 euro, cifra che comprende montaggio, omologazione, tarature
periodiche e manutenzione. Tutto è a carico dell’automobilista.
La norma prevede conseguenze severe per chi non rispetta l’obbligo. Se il
conducente guida un veicolo senza aver installato l’alcolock quando imposto,
scatta una nuova sanzione amministrativa pecuniaria che può superare diverse
migliaia di euro, accompagnata dalla sospensione della patente per un ulteriore
periodo. Nei casi più gravi è prevista anche la revoca della patente. Inoltre,
la manomissione o il tentativo di aggirare il dispositivo comportano sanzioni
aggiuntive, l’allungamento dei tempi di sospensione e la possibile confisca del
veicolo se ricorrono le condizioni di legge.
L’introduzione dell’alcolock si inserisce in un quadro più ampio di riforme che
rafforzano i controlli e inaspriscono le sanzioni per i comportamenti pericolosi
alla guida. L’obiettivo dichiarato è ridurre in modo significativo il numero di
incidenti legati all’abuso di alcol e aumentare il livello complessivo di
sicurezza sulle strade italiane.
L'articolo Sicurezza stradale, entra in vigore l’obbligo dell’Alcolock per i
recidivi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nella puntata di ieri di “Verissimo“, 24 gennaio, è stato ospite l’ex
concorrente de “L’isola dei famosi 2011” e modello Killian Nielsen (vero nome
Marcus Gastineau), figlio di Brigitte Nielsen e dell’ex giocatore di football
americano Mark Gastineau. Killian ha raccontato dei suoi problemi con l’alcol e
del rapporto con la sua famiglia, in particolare con la madre che è stato sempre
difficile.
“Mia mamma ha cinque figli. Alla fine degli Anni 80 ha avuto una relazione con
Mark Gastineau, ma non andavano molto d’accordo – ha detto Killian -. Dopo la
mia nascita si separano. Mia mamma è scappata ed è andata a vivere in Svizzera
con il nuovo compagno Raoul Meyer. Fino all’età di 8 anni credevo che Raoul
fosse mio padre. Ho scoperto che mi chiamavo Marcus Gastineau trovando per caso
il mio passaporto. Chiesi spiegazioni a mia madre e lei mi disse che il mio vero
nome era Marcus e che il mio vero padre era Mark Gastineau”.
Una volta terminata la storia con Raoul Meyer, Brigitte Nielsen frequenta Mattia
Dessì e torna negli Stati Uniti. “A 16 anni mi sono ritrovato solo, vivevo fuori
Milano – ha continuato Killian – e in diverse occasioni mi sono ritrovato con
niente, con scarpe bucate, mangiavo patate e cipolle. Ero sempre alla ricerca di
mia mamma. Da lì ho iniziato ad abusare di alcol e droga. Ed è stato così per
cinque anni. Mi sono ritrovato senza nulla, dormivo per strada”.
La svolta nella sua vita è arrivata grazie alla fidanzata Laura Mara Barbieri:
“Ci eravamo conosciuti per caso, prima che mi trovassi senza casa, poi lei mi ha
visto dormire in mezzo alla strada e ha deciso di aiutarmi. Mi ha pagato degli
hotel a Milano e piano piano mi ha aiutato a uscire dalle dipendenze”.
“Ci siamo rivisti due anni fa, – ha continuato l’attore parlando della madre
Brigitte – poi ci sono state delle incomprensioni che ci hanno di nuovo
distaccati. Ho provato ad andare in Spagna, dove vive. Il marito è uscito dalla
casa e mi ha detto: ‘Non mi piacciono queste sorprese, per vedere tua mamma devi
avvisare’. Mia mamma era in casa. Non me l’ha fatta vedere. Ci sono rimasto
malissimo”.
E ancora: “Avevo visto che i miei fratelli avrebbero fatto un evento a Milano e
sono andato lì per vedere mia mamma anche se non ero sicuro che ci fosse. Sono
andato là fuori. A un certo punto ho visto una macchina e ho urlato a
squarciagola: ‘Mamma, mamma’ e mia mamma non si è neanche girata. La amo
tantissimo e ho sempre la porta aperta per lei”.
L'articolo “Abusavo di alcol e droga, dormivo per strada. Mi sono ritrovato con
niente, con scarpe bucate, mangiavo patate e cipolle”: lo confessa Killian
Nielsen proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anthony Hopkins celebra 50 anni di… sobrietà. Sulla sua pagina Instagram,
l’88enne interprete di Il silenzio degli innocenti ricorda quando il 29 dicembre
del 1975 smise di bere alcolici. “Ho capito che avevo bisogno di aiuto.
Cinquant’anni fa è stata la fine”, spiega nel video dove si trova comodamente
seduto su una poltrona del suo appartamento. “Scegliete la vita e cercate
aiuto”, continua l’attore gallese ricordando il momento preciso in cui decise di
smettere di bere ovvero dopo aver rischiato la vita guidando in quello che
definisce uno “stato di blackout alcolico”.
“Senza voler fare il moralista, auguro a tutti di scegliere la vita invece
dell’opposto”, ha continuato Hopkins sottolineando che chi vuole “esagerare”
deve riflettere. “Ormai ho 88 anni, forse qualcosa l’ho fatta bene”, ha poi
concluso il premio Oscar che in questi giorni si racconta a tutto tondo nel
libro autobiografico “È andata bene, ragazzino”, edito in Italia da Longanesi.
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L'articolo “Ho rischiato di morire guidando in uno stato di blackout alcolico, è
stata la fine. Riflettete prima di esagerare, scegliete la vita”: il monito di
Anthony Hopkins proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il “Dry January”, letteralmente “gennaio a secco”, non è mai stato così popolare
come adesso. Sono sempre più numerose le persone che scelgono di non consumare
alcol per tutto il mese di gennaio: si è passati dai soli 4mila astemi (almeno a
breve termine) nel 2013, in occasione del lancio del Dry January, a milioni in
tutto il mondo oggi. E la scienza premia questa scelta. Nuove ricerche
suggeriscono che rimanere a secco di alcol per tutto il mese possa portare
benefici alla salute, tra cui un miglioramento dell’umore e del sonno, oltre a
una riduzione della glicemia e della pressione sanguigna.
Una revisione di 16 studi sul Dry January, pubblicata recentemente sulla rivista
Alcohol and Alcoholism, ha rilevato che anche una breve pausa dal consumo di
alcol è legata a miglioramenti della salute fisica e psicologica. I partecipanti
al Dry January hanno riferito un umore migliore, un sonno più riposante e una
perdita di peso, oltre a valori più sani di pressione, zuccheri nel sangue e
funzionalità epatica. Inoltre, diversi studi hanno rilevato che i partecipanti
hanno tratto benefici anche semplicemente riducendo il consumo di alcol (pratica
nota come “Damp January”, ovvero un “gennaio umido”), anziché astenersi
completamente.
Il consumo di alcol è infatti sempre più legato a problemi di salute. A gennaio,
il Surgeon General degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto consultivo
avvertendo che l’alcol può causare sette tipi di cancro, inclusi quelli al seno
e al colon-retto. Inoltre, uno studio del 2025 pubblicato sulla rivista BMJ
Evidence-Based Medicine ha suggerito che nessuna quantità di alcol è sicura per
quanto riguarda il rischio di demenza. “L’alcol influenza molti più aspetti
della nostra salute fisica rispetto al comunemente citato danno al fegato”,
spiega sul Washington Post Megan Strowger, ricercatrice presso l’Università di
Buffalo e autrice principale della nuova revisione. Strowger e i suoi colleghi
sono rimasti sorpresi dalla portata degli effetti sulla salute di un solo mese
senza alcol, inclusi cambiamenti nella pressione sanguigna,
nell’insulino-resistenza, nel glucosio ematico, nella funzionalità epatica e
persino nei fattori di crescita legati al cancro.
Anche chi non si è astenuto per l’intero mese ha riportato benefici, come un
migliore benessere mentale a distanza di un mese. Due studi citati nella
revisione hanno inoltre riscontrato una “diminuzione della frequenza del bere,
una riduzione degli stati di ebbrezza e un minor consumo di alcol” sei mesi
dopo.
Strowger vede il Dry January come un’opportunità utile. “Ciò che lo rende
davvero efficace è la sua portata massiccia e l’approccio unico e non
stigmatizzante; si concentra su risultati di salute positivi e accessibili,
piuttosto che soffermarsi sulle abitudini passate o sui problemi di dipendenza”,
dice. Per limitare il consumo di alcol, gli esperti consigliano di iniziare a
provare il “Damp January”: se non sei pronto a rinunciare del tutto all’alcol,
puoi puntare a una riduzione dei consumi. Questo aiuta a prevenire quello che
gli esperti chiamano “effetto violazione dell’astinenza”, ovvero quando, dopo un
piccolo sgarro, si tende a mollare tutto pensando: “Tanto vale ubriacarsi, visto
che ho fallito l’obiettivo”. Poi si raccomanda di monitorare i progressi: scrivi
su un taccuino o su un’app quando bevi e come ti senti. Esistono strumenti
digitali come l’app Try Dry che rendono più semplice il tracciamento. Gli
esperti consigliano inoltre di creare un ambiente favorevole, cioè di
frequentare contesti sociali che supportino l’obiettivo, come club sportivi.
Partecipare al Dry January spesso riduce lo stigma sociale legato al voler bere
meno, perché è un’iniziativa condivisa da moltissime persone. “Il Dry January ti
aiuta davvero a valutare il tuo rapporto con l’alcol”, dichiara George F. Koob,
direttore del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism. “Se ti senti
meglio quando non bevi, dovresti ascoltare il tuo corpo: ti sta dicendo
qualcosa”, conclude.
L'articolo La sfida del “gennaio senza alcol” (e l’alternativa del “Damp
January”): ecco cosa succede davvero al nostro corpo se non beviamo alcolici per
un mese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una notte di Capodanno sotto pressione per i medici e infermieri impegnati nei
pronto soccorso sanitari, con un dato che torna a preoccupare: l’abuso di alcol
tra i minorenni. Non solo ustioni o amputazioni da botti e petardi, ma
intossicazioni pesantissime. Un dato che dal bilancio degli interventi del 118
di Torino – Azienda Zero, la cui Centrale Operativa era stata potenziata proprio
in vista dei festeggiamenti di fine anno, ma anche da altre città.
Intorno alle 5 del mattino le chiamate risultavano circa il 50% in più rispetto
a una notte normale. Oltre un terzo degli interventi ha riguardato
intossicazioni alcoliche, spesso accompagnate da traumi conseguenti allo stato
di ebbrezza: cadute, malori e incidenti. Tra i casi segnalati figurano diversi
giovanissimi, a conferma di un fenomeno che si ripete ogni anno e che mette a
dura prova il sistema di emergenza.
Situazioni analoghe si sono registrate anche in Emilia-Romagna: i carabinieri e
il personale sanitario sono intervenuti più volte per malori legati
all’eccessivo consumo di alcol, tra cui il soccorso a una ventenne colta da
malore a Gualtieri. Nel savonese molti gli interventi del 118 per abusi d’alcol,
soprattutto tra minori.
L’abuso di alcol è stato inoltre all’origine di numerosi lite o risse e
interventi delle forze dell’ordine, in locali pubblici, tra vicini di casa e
persino all’interno delle abitazioni. In alcuni casi la situazione è degenerata
in aggressioni e danneggiamenti. Il quadro complessivo restituisce l’immagine di
un Capodanno segnato non solo da incidenti isolati, ma da un fenomeno
strutturale che coinvolge soprattutto i più giovani. L’alcol assunto senza
controllo, spesso in età adolescenziale, espone a rischi immediati per la salute
e può avere conseguenze gravi e durature, oltre a generare situazioni di
pericolo per sé e per gli altri.
L'articolo Allarme intossicazioni da alcol per i ragazzini: molti minorenni in
ospedale per l’abuso a Capodanno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra brindisi che si moltiplicano, cene aziendali, pranzi in famiglia e bicchieri
che “tanto è Natale”, l’alcol diventa uno degli ospiti più assidui delle feste.
Spesso sottovalutato, perché non si mastica e non si pesa nel piatto, l’alcol
porta però con sé un conto calorico tutt’altro che simbolico: 7 chilocalorie per
grammo, più dei carboidrati e quasi quanto i grassi. Ma non è solo una questione
di calorie “vuote”. Quando l’organismo deve smaltire l’alcol, mette in pausa la
combustione dei grassi, favorendo l’accumulo proprio nel periodo dell’anno in
cui si mangia di più e ci si muove di meno. Da qui una domanda che accompagna
tutto il periodo natalizio e riemerge puntuale a gennaio, insieme ai buoni
propositi: quanto pesa davvero l’alcol sull’aumento di peso?
L’ESPERTO: “CALORIE CHE SI TRASFORMANO IN GRASSO”
“Le bevande alcoliche contengono una quantità di kcal ragguardevole e quindi il
loro consumo, sia nel contesto che al di fuori dei pasti, aggiunge sempre una
quota di energia che pesa nel bilancio finale – spiega al FattoQuotidiano.it il
dottor Paolo Pigozzi, medico nutrizionista e autore di numerosi saggi sulla sana
alimentazione -. Inoltre è noto che le calorie da alcol sono immediatamente
fruibili dall’organismo. Al quale non resta quindi che accumulare sotto forma di
grasso di deposito una quota di energia racchiusa negli alimenti e ‘risparmiata’
grazie alla disponibilità di alcol. L’aumento di peso è inevitabile”.
QUANTO BEVI?
Dottor Pigozzi, nell’ambito di pranzi abbondanti e sedentarietà forzata, che
ruolo gioca l’alcol nel favorire l’aumento di peso? È corretto pensare che il
brindisi incida meno del piatto abbondante o, dal punto di vista metabolico,
l’alcol rischia di amplificare gli effetti degli eccessi alimentari tipici delle
feste?
“È ovviamente sempre una questione di quantità e quindi di frequenza. Tuttavia è
indubbio che gli effetti negativi degli eccessi alimentari sono sempre
amplificati, in misura più o meno ampia, dal consumo di bevande alcoliche. Da
questo punto di vista, non esiste quindi una soglia accettabile di consumo.
Anche se occorre convenire che ‘un dito’ di vino bevuto occasionalmente produce
oggettivamente conseguenze più limitate rispetto a diversi bicchieri consumati
nel pasto”.
Il conto, però, arriva soprattutto dopo. A gennaio molte persone decidono di
ridurre drasticamente o eliminare l’alcol, nella speranza di dimagrire più
facilmente.
“Evitare l’alcol riduce sicuramente l’apporto calorico della dieta giornaliera e
quindi favorisce, a parità di altre condizioni, una perdita di peso. Questo
effetto è evidentemente più chiaro in chi era abituato a consumare ogni giorno
bevande alcoliche, mentre potrebbe essere più sfumato nei consumatori
occasionali. In ogni caso evitare gli alcolici è indispensabile per impostare
correttamente una dieta salutare e dimagrante”.
I FARMACI CONTRO L’ALCOL FUNZIONANO?
Infine, c’è il capitolo più recente e discusso. Negli ultimi mesi alcuni farmaci
utilizzati contro la dipendenza da alcol o per il trattamento dell’obesità hanno
mostrato effetti che vanno oltre l’obiettivo iniziale, agendo sui circuiti
cerebrali della ricompensa e riducendo sia il desiderio di bere sia l’appetito.
“Si tratta di un gruppo di farmaci che agiscono con meccanismi diversi e che,
come sempre, possono produrre anche effetti collaterali. Alcuni bloccano la
sensazione di piacere prodotta dall’alcol, altri disincentivano l’assunzione di
alcol producendo sintomi sgradevoli come nausea, vomito, alterazioni del ritmo
cardiaco. Di introduzione più recente è la semaglutide, un farmaco utilizzato
nella terapia del diabete e per ottenere un calo di peso e che sembrerebbe
ridurre anche il desiderio di alcol e di fumo.
In ogni caso, la loro prescrizione e il loro consumo richiedono sempre una
stretta sorveglianza medica. Anche per non considerarli come una facile e
innocua scorciatoia (‘Mangio molto a Natale, tanto poi…’). La dipendenza da
alcol richiede, per uscirne, interventi più articolati della semplice
somministrazione di farmaci come un’assistenza psicologica e l’accompagnamento
da parte di sanitari specializzati. Ne sono ben consapevoli gli operatori dei
SERD (i servizi per le dipendenze attivi in ogni ULS) e anche i volontari degli
Alcolisti anonimi, opportunità presenti sul territorio e che andrebbero, al
bisogno, interpellate”.
L'articolo L’alcol fa ingrassare? Sì, e più di quanto immaginiamo: ecco cosa
succede davvero al corpo tra Natale e Capodanno e perché smette di bruciare
grassi. I consigli del nutrizionista proviene da Il Fatto Quotidiano.