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La destra si “prende” la Scuola della magistratura: la presidenza a Mauro Paladini, il candidato di Mantovano
A quattro giorni dal referendum, Meloni, Nordio e Mantovano inviano un segnale ben preciso sul futuro delle toghe se per caso dovesse prevalere il Sì sulla separazione delle carriere. Alla Scuola della magistratura, come aveva anticipato il Fatto quotidiano, finisce l’era di Silvana Sciarra e inizia quella di Mauro Paladini. Con un secco sei a quattro. Sciarra non ritira neppure la scheda. Mentre Paladini annuncia la sua candidatura. Vincono i rappresentanti mandati a Scandicci dal Guardasigilli Carlo Nordio. Perdono i togati eletti dal Csm. L’ex presidente della Corte costituzionale Sciarra, indicata dal Pd nel 2014, viene bocciata dai giudici e dai laici di destra per il rinnovo della presidenza della Scuola superiore della magistratura, dov’era stata votata due anni fa. Al vertice le subentra Paladini, il professore di diritto privato a Milano Bicocca che, nelle sue note biografiche presenti sul sito della stessa Scuola, non ha solo la sua città di nascita, giusto Lecce, la stessa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha sponsorizzato fortemente la sua candidatura, ma anche l’appartenenza alla più cara creatura dello stesso Mantovano, il Centro studi Rosario Livatino. Paladini, in questi due anni di Scuola, si è anche distinto per la sua impronta ideologica decisamente conservatrice nella gestione dei corsi sia per i giovani magistrati in tirocinio, sia per quelli già in ruolo. Una delle definizioni che più gli viene attribuita è quella di aver parlato dei bambini che nascono con l’utero in affitto qualificandoli come “corpi di reato”. La “bocciatura” di Sciarra, come vedremo per due voti di differenza, è maturata in un clima di fortissima conflittualità nel direttivo della Scuola. Ma soprattutto segna una clamorosa rottura rispetto al passato e ai 14 anni di vita della Scuola stessa. Quando, al vertice, si sono avvicendati tre presidenti, il costituzionalista milanese Valerio Onida (purtroppo scomparso), l’ex presidente dei costituzionalisti italiani Gaetano Silvestri, il giurista della Cassazione Giorgio Lattanzi, tutti e tre ex giudici della Consulta, nonché ex presidenti della medesima. Nelle tre riconferme del passato – obbligatorie per statuto al bivio dei due anni – non si sono mai registrate polemiche, tensioni e scontri come oggi. Ma nell’era Meloni-Nordio tutto è diventato possibile, anche appropriarsi della presidenza di una Scuola che gestisce una decina di milioni di euro l’anno e rappresenta una potente macchina di formazione per i magistrati. Va da sé come l’elezione odierna rappresenti un chiaro segnale di come anche la Scuola di Scandicci, oltre alle altre due sedi di Roma e Napoli, debba virare decisamente a destra. La Sciarra, giuslavorista allieva di Gino Giugni, non poteva andar bene per quella che Mantovano e i suoi considerano la mission di trasformare le toghe italiane in altrettante “bocche della legge”, che non discutono, ma applicano meccanicamente le norme. Ma eccoci alla cronaca della mattinata. È durata non più di una novantina di minuti la riunione del direttivo. È iniziata alle 11, alle 12 Paladini ha ufficializzato la sua candidatura alla presidenza alternativa a Sciarra, alle 12.30 il voto. Sciarra non ha neppure ritirato la scheda. L’esito ha visto da un lato tutti e cinque i componenti scelti due anni fa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a partire dallo stesso Paladini. Con lui la toga in pensione Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello di Venezia, e stretta amica di Nordio. Gli avvocati Federico Vianelli, da Treviso, cioè la città di Nordio, e il fiorentino Pier Lorenzo Parenti, nonché il professore di diritto tributario Stefano Dorigo, anche lui di Firenze. Con loro ha votato, dando la vittoria a Paladini, Loredana Nazzicone, toga della Suprema corte in quota Magistratura indipendente, nel 2024 votata dal Csm tra i sei componenti del direttivo, che in più di un’occasione ha contestato la gestione Sciarra. Si sono opposti gli altri componenti togati scelti dal Csm, dalla Cassazione Gian Andrea Chiesi, Roberto Gianni Conti e Vincenzo Sgubbi, e il pm di Firenze Fabio Di Vizio. Assente il quinto rappresentante perché è stato costretto a rinunciare il procuratore di Viterbo Mario Palazzi, toga della sinistra di Area, a cui il Csm non ha concesso il doppio incarico, procuratore con un 30 per cento di lavoro per la Scuola, nonostante fosse rientrato in gioco, e inserito nel direttivo dalla stessa Sciarra, dopo un ricorso alla giustizia amministrativa che gli aveva dato ragione. Fuori anche il giudice milanese Roberto Peroni Ranchet, di cui avrebbe preso il posto, che era stato rimesso in ruolo dopo la nomina di Palazzi. L'articolo La destra si “prende” la Scuola della magistratura: la presidenza a Mauro Paladini, il candidato di Mantovano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per Mantovano i credenti voteranno Sì al referendum? Che Dio, quello autentico, ce li conservi
I credenti voteranno Sì, ha tuonato il “cattolicissimo” sottosegretario Mantovano, che viene persino considerato uno dei migliori rappresentanti della compagine di governo. Si riferiva forse ai loro fedeli che vanno ancora a Predappio o a quelli che tengono il busto del Duce a casa? O si riferiva proprio a quelli che vanno in Chiesa, pregano e dovrebbero rispettare i dieci comandamenti? Le sue parole mi hanno incuriosito e suggerito alcuni interrogativi. Chi lo ispirato? Ha sognato Dio? Quando? A che ora? Mantovano dormiva o era nel dormiveglia? Gli ha consegnato dei sondaggi oppure gli ha fatto segno con le mani? Dio era solo o accompagnato? Se Dio non è stato, è stato forse Papa Leone? Oppure il cardinal Zuppi presidente della Conferenza episcopale italiana? Quanti fedeli ha incontrato così desiderosi di manifestare il loro Sì? Decine, centinaia, migliaia, tutte e tutti? Dal momento che sono decine i fedeli praticanti che hanno già detto che voteranno No, saranno scomunicati da Mantovano? Non potranno più ricevere i sacramenti? Che Dio, quello autentico, ce li conservi perché ogni giorno fanno comprendere la loro crescente disperazione per l’esito di un referendum che erano sicuri di vincere e ora sentono di poter perdere. Nel frattempo sarei ansioso di sapere se il ministro Nordio ha già querelato chi ha accostato la sua controriforma al piano di Licio Gelli. Tra costoro anche il figlio di Licio, che ha ringraziato chi ha portato a compimento il piano di rinascita, a partire proprio dal controllo della giustizia. Sono certo che il ministro avrà pietà di lui e non gli chiederà risarcimento alcuno… L'articolo Per Mantovano i credenti voteranno Sì al referendum? Che Dio, quello autentico, ce li conservi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel caso Crosetto-a-Dubai c’è un bell’elefante nella stanza: Alfredo Mantovano
Se la vicenda Crosetto-a-Dubai fosse una stanza ci sarebbe un enorme elefante rosa nel bel mezzo di cui nessuno pare accorgersi, che si chiama Alfredo Mantovano. Per vederlo bisogna scartare dalla scena tutto ciò che non serve, tipo: perché il ministro Crosetto era negli Emirati Arabi, cosa centrino famigliari, diplomatici, omologhi emiratini, il ministro Tajani, il volo di rientro “Lo pago il triplo”, l’Oman, la marginalità dell’Italia… e concentrarsi su una frase che il ministro Crosetto da ieri, rispondendo alle Commissione Esteri riunite di Camera e Senato, ripete e che suona pressappoco così: non sono partito di nascosto, prima di farlo mi sono consultato e mi hanno detto che non c’erano rischi imminenti (CorSera), oppure, come titola La Repubblica: “Non potevano non sapere che ero lì”. A chi avesse come l’impressione di essere capitato davanti ad un film già visto, ricordo che effettivamente nell’ottobre del 2024 il ministro Crosetto raccontava di avere più di un indizio sulla possibile attività di spionaggio da parte dei Servizi (italiani!) su di lui e di come questa presunta attività avesse potuto mettere a rischio la sicurezza nazionale, salvo poi ridimensionare le sue stesse parole. L’autorità politica delegata dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al governo dei Servizi per le informazioni per la sicurezza della Repubblica, cioè i servizi segreti AISI ed AISE, è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, parlamentare di lunghissimo corso, con rilevanti incarichi di governo nell’era berlusconiana. Guido Crosetto ed Alfredo Mantovano fanno parte dello stesso partito cioè Fratelli d’Italia, ma gli scricchiolii tra i due si sentono da tempo. L’ultimo è quello che si coglie leggendo con attenzione la relazione della Presidente della Commissione Antimafia, on. Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia), sulla vicenda “dossieraggi/Striano” portata al voto della plenaria giusto una settimana fa e che le opposizioni unite hanno sonoramente respinto. In essa trapela un forte risentimento per il modo con il quale le indagini scaturite dalla denuncia di Crosetto del 2 novembre 2022, siano state sviluppate dalla Procura di Roma ed in particolare dalla sostituta Giammaria e dal Procuratore Aggiunto Racanelli, i quali, a detta della Colosimo, avrebbero messo i due principali indagati e cioè il magistrato Laudati ed il finanziere Striano nelle condizioni di far sparire le prove delle condotte a loro carico, avvertendo in modo irrituale della inchiesta e ritardando perquisizioni e sequestri. La relazione delle opposizioni sul punto ha fatto notare che lungi dal poter intravvedere in queste trame un complotto da “toghe-rosse”, sia molto più facile rivelare un conflitto profondo e potenzialmente pericoloso per le Istituzioni tutto interno alla destra di governo, stante i buoni e consolidati rapporti tra Mantovano e Laudati ed il fatto davvero curioso della promozione ai vertici del Ministero della Giustizia proprio di quella dott.ssa Giammaria, per diretta volontà del ministro Nordio, nel Maggio del 2025. Ma che succede dentro casa Meloni? Che la temperatura dello scontro stia salendo in maniera spaventosa me lo fa pensare una recente intervista della Presidente Colosimo che, commentando gli esiti della indagine sui “dossieraggi”, ha però aggiunto sibillina che potrebbe tornare sulla questione degli spionaggi abusivi ed affrontare in particolare la vicenda Paragon ovvero la vicenda dell’utilizzo illegale del software spia venduto dalla società israeliana soltanto a pubbliche autorità e a condizione che non venisse adoperata contro soggetti che legittimamente svolgono attività politica o giornalistica. Nessuno ha mai chiarito ad oggi chi e perché abbia ordinato di intercettare, tra gli altri, anche due giornalisti professionisti come Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino di Fanpage. Una vicenda che aveva investito direttamente il sottosegretario Mantovano, in ragione delle sue responsabilità. Insomma, più che il governo della Repubblica sembra la guerra dei Roses. L'articolo Nel caso Crosetto-a-Dubai c’è un bell’elefante nella stanza: Alfredo Mantovano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le mani della destra sulla Scuola della magistratura: vuole il giurista di Mantovano per scalzare Silvana Sciarra
In tempi di separazione delle carriere a Palazzo Chigi, nella speranza che vinca il Sì, fa gola da tempo un presidente della Scuola superiore della magistratura ideologicamente schierato a destra. La Scuola, tre sedi a Scandicci, Roma e Napoli, un bilancio che s’aggira sugli otto milioni di euro, in futuro divisa in due sezioni per pm e giudici (sempre se il Sì dovesse prevalere sul No), dovrebbe diventare il formatore prioritario delle nuove generazioni di toghe obbedienti alla teoria del giudice “bocca della legge”, obbediente al potere insomma. I passi giusti però vanno fatti subito, quand’è alle viste il rinnovo biennale dell’attuale presidente. L’uomo giusto c’è già. Super cattolico e di destra. Contro Silvana Sciarra, la giuslavorista allieva di Gino Giugni al vertice della Scuola dal marzo 2024, e prim’ancora presidente della Consulta, “colpevole” di essere stata indicata nel 2014 dal Pd. Il candidato perfetto, per giunta già vicepresidente, ce l’ha già piazzato il Guardasigilli Carlo Nordio, nella cinquina di nomi che gli spettava di indicare due anni fa per la Scuola. Si chiama Mauro Paladini ed è un professore super cattolico, nato a Lecce come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, e che nel suo curriculum in bella mostra sul sito della Scuola, tra le note biografiche e di carriera, annota anche quella di essere “componente del centro studi Rosario Livatino“, cioè la creatura di Mantovano cui aderiscono tutte le toghe che poi fanno carriera al Csm. Come quel Domenico Airoma che, da procuratore di Avellino, ha conquistato il vertice di Napoli Nord. Avere in mano il vertice della Scuola, in vista della formazione dei futuri pm e giudici se davvero vincesse il Sì e vivessero due carriere del tutto distinte, significa scegliere gli argomenti da trattare, i professori e i magistrati cui affidare i corsi, per formare “la testa” dei magistrati di domani. Mauro Paladini è la persona giusta. Ordinario di diritto privato a Milano, nel 2024 grazie a Nordio entra nel board della Scuola. Diventa vicepresidente e ora vorrebbe scalare la presidenza sfruttando, come vorrebbe il centrodestra, un avvicendamento tra i componenti del comitato direttivo. Si punta su di lui per battere Sciarra e spezzare la tradizione che, per ben tre volte, ha portato gli ex presidenti della Consulta a presiedere la Scuola. Prima di lei, senza alcuna polemica e per quattro anni, è toccato nell’ordine a Valerio Onida, Gaetano Silvestri e Giorgio Lattanzi. A Paladini le polemiche non fanno paura, come quando, durante un corso a Castel Pulci, la storica sede della Scuola, ha definito i bambini nati con gestazione per altri “un corpo di reato”. Non nasconde affatto le sue idee, ne teme di essere considerato di parte, tant’è che il suo nome, in piena battaglia tra il Sì e il No, figura tra i componenti del Comitato Sì riforma, quello di Nicolò Zanon e Alessandro Sallusti, ispirato anch’esso da Mantovano, e che nei dibattiti teorizza il futuro pm in chiave del tutto accusatoria. Un avvocato dell’accusa, alla faccia del garantismo, destinato a finire presto sotto l’esecutivo. In queste ore la battaglia del centrodestra per portare Paladini al vertice della Scuola è incappata, del tutto casualmente, in un cambio di guardia tra i componenti del Comitato direttivo. Dopo un ricorso vinto al Tar e confermato dal Consiglio di Stato che ha imposto al Csm di rivedere le nomine, ha conquistato un posto di componente del Comitato direttivo l’attuale procuratore di Viterbo Mario Palazzi, da sempre toga di Area. Che l’ha spuntata sul milanese Roberto Peroni Ranchet, ex della Corte d’Appello di Milano. Quest’ultimo dovrà essere rimesso in ruolo, mentre Palazzi, restando procuratore, potrà lavorare anche per la Scuola, con una riduzione di impegno a Viterbo, un “esonero parziale” concordato con lo stesso Csm. Ma sui dodici componenti del Comitato direttivo proprio il voto di Palazzi può fare la differenza tra una Scuola a guida Sciarra e una a guida Paladini, pronta a orientare formazione e corsi in chiave carriere separate, delineando una figura di magistrato che non interpreta le leggi, ma dev’essere solo “la bocca della legge”. Tant’è che subito il centrodestra, capofila il senatore forzista Maurizio Gasparri, nonché la destra dello stesso Csm, si è scatenata contro Palazzi, ipotizzando un suo del tutto presunto obbligo di rinunciare alla procura di Viterbo se vuole far parte del Comitato direttivo della Scuola. Per rinnovare o bocciare Sciarra si voterà entro il 13 marzo e nel centrodestra di governo e delle toghe la partita è vissuta come un segnale premonitore rispetto all’esito del referendum. L'articolo Le mani della destra sulla Scuola della magistratura: vuole il giurista di Mantovano per scalzare Silvana Sciarra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Mantovano dà la colpa ai magistrati: “Campagna radicalizzata? Da loro esponenti i toni più toni estremi”
Una propaganda referendaria che tende alla “radicalizzazione” è “fisiologica”, ma la colpa è non è del fronte del Sì e men che meno del governo. Nemmeno dell’opposizione. “Quello che sconcerta è che i toni più estremi vengano espressi da esponenti della magistratura associata e non solo”. L’ultimo attacco a pubblici ministeri e giudici è firmato da Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Un po’ incendiario e un po’ pompiere, intervistato a un evento di Libero, ha avvertito riguardo il “rischio” di arrivare al day after del referendum sulla giustizia con “macerie tra istituzioni e dentro le istituzioni”. Finita la fase d’attacco, Mantovano ha interpretato così l’intervento di Sergio Mattarella al Consiglio Superiore della Magistratura: “Le sue parole vanno applicate”, ha detto sostenendo di ritenere che si riferissero al futuro. “È fisiologico che ci sia una certa radicalizzazione della propaganda. Ma quello che invece sconcerta è che i toni più estremi vengano espressi non dai partiti dell’opposizione, che semmai vanno a ruota, ma da esponenti della magistratura associata e non solo – ha attaccato Mantovano – Perché nessuno è mai arrivato a dire, se non un magistrato, che peraltro è segretario dell’Anm, che se passa la riforma la polizia potrà uccidere gli innocenti in Italia come a Minneapolis”. Quindi ha voluto fare un distinguo anche interno alla magistratura, gettando la croce addosso al campo larghissimo del ‘No’ tra inquirenti e giudicanti: “Come arriveremo al 24 marzo? C’è il rischio che, se le cose proseguano come sono iniziate, ci troveremo di fronte a macerie. Macerie tra istituzioni, macerie dentro le istituzioni. Sono tanti i magistrati che si sono espressi per il Sì in modo motivato, con toni certamente meno dirompenti di chi sostiene il No e nei confronti di costoro c’è un atteggiamento di marginalizzazione, di denigrazione in certi casi”. Mantovano si è quindi interrogato: “Negli uffici giudiziari, tra i collegi giudicanti ci si troverà a decidere di processi importanti: andrà tutto bene a chi si è espresso per il Sì e chi si è espresso per il No, magari in un modo anche molto deciso, molto militante? Negli uffici di procura al cui interno ci sono queste divisioni. Allora io mi auguro che il clima veramente si diciamo si allenti”. Il sottosegretario ha quindi sottolineato: “Io usualmente non vado in giro né con la mimetica e neanche col coltello tra i denti. Mai visto, direi neanche occasionalmente”. Quindi, sempre a proposito dei toni assunti nel corso della campagna, si è soffermato sull’intervento del presidente della Repubblica Mattarella riguardo al rispetto tra le istituzioni, apparso come un richiamo al ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Le parole del capo dello Stato non vanno né interpretate, né frazionate, né sminuzzate: vanno applicate e mi permetto di dire questo avendo in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 invitato tutti i protagonisti della scena giudiziaria e chi li rappresenta ad un atteggiamento costruttivo nei confronti della riforma della giustizia”. E ha dato quindi dato una sua interpretazione al discorso del capo dello Stato: “Immagino che la sua riflessione si proietti nel futuro. Mi interessa capire in quali condizioni arriveremo al 24 di marzo e questi 30 giorni saranno decisivi per capire come ci arriveremo”, è tornato a ribadire. Ma non ha tuttavia risparmiato una nuova critica al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, già più volte attaccato: “Siamo arrivati al punto, ma è un interrogativo, che un procuratore della Repubblica ipotizzi un’indagine a carico di chi dichiara sui social dove metterà la croce sulla scheda referendaria? C’è un’altra dichiarazione di Gratteri che pensavo fosse una manipolazione dell’intelligenza artificiale. Era un commento – ha spiegato il sottosegretario – alle sue precedenti dichiarazioni e quindi al fatto che sui social si fossero scatenate tutta una serie di commenti. Lui ha detto: ‘Basta che lei vada sui social e vede le persone che scrivono sotto chi sono, se sono persone per bene. Ci sono persone per bene, ci sono pregiudicati. Ci sono parenti di pregiudicati, c’è di tutto, ci sono persone per bene e persone non per bene. Poi vediamo più avanti se serve, se serve altro allora’”. Mantovano dice di voler “riflettere” sull’ultima frase: “Cosa serve? Se serve altro, cosa? Cioè – ribadisce – per caso stiamo parlando di indagini verso chi sui social si esprime a favore del Sì? Perché un criminale va perseguito per i crimini che ha commesso, non per come voterà al momento del referendum”. L'articolo Referendum, Mantovano dà la colpa ai magistrati: “Campagna radicalizzata? Da loro esponenti i toni più toni estremi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Malore a Palazzo Chigi, muore addetta alle pulizie di 67 anni. Inutile la corsa in ospedale
Tragedia giovedì mattina a Palazzo Chigi, dove una addetta alle pulizie di 67 anni è morta in seguito a un improvviso malore accusato mentre era in servizio. La donna, prossima alla pensione e dipendente della cooperativa che gestisce l’appalto dei servizi nella sede del governo, si è sentita male mentre si trovava nel cortile interno del palazzo. Secondo quanto si apprende, la lavoratrice è stata immediatamente soccorsa dal medico dell’infermeria di Palazzo Chigi. Sul posto sono intervenuti anche i sanitari di una automedica e di un’ambulanza, che hanno avviato le manovre di rianimazione. Nonostante i diversi tentativi per salvarle la vita, le sue condizioni sono apparse da subito gravissime. La donna è stata quindi trasportata in ambulanza in ospedale, dove è deceduta poco dopo il ricovero. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e il segretario generale di Palazzo Chigi, Carlo Deodato, si sono recati in ospedale per esprimere il proprio cordoglio ai familiari della donna. Foto d’archivio L'articolo Malore a Palazzo Chigi, muore addetta alle pulizie di 67 anni. Inutile la corsa in ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, la destra contro il giudice “schierato” che ha deciso sul quesito. Ma Mantovano fece lo stesso sulla cannabis
“Questo sarebbe il giudice terzo e imparziale?”, denuncia il deputato di Forza Italia Enrico Costa. “Guardiano sì, ma delle sue idee di parte. Se lui è imparziale io sono finlandese”, accusa il capogruppo azzurro al Senato Maurizio Gasparri. E Galeazzo Bignami, il suo omologo di Fratelli d’Italia alla Camera, rilancia: “Serve altro per rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura?”. Nei giorni scorsi dalla maggioranza sono piovuti attacchi di ogni tipo contro il giudice della Cassazione Alfredo Guardiano, uno dei 21 componenti dell’Ufficio centrale per il referendum che ha modificato il quesito sulla riforma Nordio, mettendo in difficoltà il governo. La “colpa” di Guardiano è aver partecipato alla decisione sull’ammissibilità della richiesta di referendum presentata da oltre 500mila cittadini: secondo i sostenitori del Sì, infatti, avrebbe dovuto astenersi in quanto impegnato pubblicamente nella campagna contro la riforma Nordio (il 18 febbraio farà da moderatore a un evento a Napoli). “Quando un magistrato, pubblicamente schierato su questioni di rilevanza politica o istituzionale, partecipa a decisioni delicate senza astenersi, la fiducia dei cittadini nella magistratura subisce un danno irreparabile“, hanno predicato da ultime Isabella Bertolini e Claudia Eccher, componenti laiche del Consiglio superiore della magistratura in quota FdI e Lega, nonché socie fondatrici del comitato “Sì Riforma” ispirato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, braccio destro della premier Giorgia Meloni. Chi da destra si indigna però non sa che proprio Mantovano, da magistrato, tenne un comportamento identico a quello contestato a Guardiano, anzi, assai meno opportuno. Nel luglio 2021, quando era giudice in Cassazione, l’attuale sottosegretario a palazzo Chigi – da sempre proibizionista in materia di droghe – si scagliava in un intervento sul Foglio contro la raccolta firme per il referendum sulla cannabis legale, definito “una frode con effetti criminali” che avrebbe fatto “naufragare figure di reato come l’omicidio stradale”: “Chi si sia strafatto di cocaina non avrà problemi nel porsi alla guida di un veicolo”, affermava falsamente l’allora magistrato (le norme sulla guida sotto effetto di sostanze non venivano toccate dalla proposta). Come ha denunciato la deputata e responsabile Giustizia Pd Debora Serracchiani, però, pochi mesi dopo – tra dicembre 2021 e gennaio 2022 – lo stesso Mantovano, membro dell’Ufficio centrale per il referendum, partecipava alla decisione sull’ammissibilità delle firme raccolte, integrando e modificando il quesito depositato dai promotori. Pur essendosi esposto in pubblico sull’oggetto del referendum, dunque, decise di non astenersi, proprio come ha fatto il consigliere Guardiano, finito per questo motivo nel tritacarne mediatico. Un paradosso che Serracchiani commenta con sarcasmo: “Noi, come sempre, difendiamo la separazione dei poteri e l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Anche del magistrato Mantovano”. L'articolo Referendum, la destra contro il giudice “schierato” che ha deciso sul quesito. Ma Mantovano fece lo stesso sulla cannabis proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Decreto Sicurezza, il sottosegretario Mantovano al Colle per incontro con Mattarella
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è salito al Quirinale per un incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al centro del colloquio, informano fonti parlamentari, ci sarebbe anche il tema del decreto Sicurezza. L'articolo Decreto Sicurezza, il sottosegretario Mantovano al Colle per incontro con Mattarella proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mantovano attacca (senza nominarlo) Barbero: “I suoi slogan qualificati come fake perfino dai social network”
Nel corso del suo intervento alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 nel distretto della Corte d’Appello di Napoli, il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, ha parlato anche di riforma della giustizia e, in particolare, del “confronto” in corso tra sostenitori del Sì e del No al referendum. Senza nominarlo direttamente, Mantovano ha attaccato anche lo storico Alessandro Barbero il cui video a sostegno del No è stato oscurato. “È ovvio che ci siano differenti posizioni sui tre punti qualificanti della riforma: il completamento della separazione delle carriere fra giudici e p.m. con la costituzione dei due Csm; il sorteggio, quale modalità per comporre questi ultimi; il conferimento dell’esercizio della giustizia disciplinare a un’Alta corte”, dice. “Mi chiedo però – aggiunge – se la diversità di opinione su ciascuno di questi tre punti debba spingersi al punto da demonizzare chi sostiene tesi opposte alle proprie, con slogan che perfino i social network – non sospettabili di vicinanza al governo – qualificano come fake, e in qualche caso sono arrivati a rimuovere”. L'articolo Mantovano attacca (senza nominarlo) Barbero: “I suoi slogan qualificati come fake perfino dai social network” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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