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L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche)
I giganti tecnologici americani entrano ufficialmente nel mirino dei missili e dei droni iraniani, perché Teheran li considera parte integrante ed essenziale della macchina bellica americana. L’antipasto era stato servito il 3 marzo, quando velivoli senza pilota (manovrati a distanza) avevano attaccato 3 data center di Amazon in Bahrein e negli Emirati Arabi. L’11 marzo Tasmin, l’agenzia di stampa degli Ayatollah, ha incluso sedi, uffici e infrastrutture dei colossi americani tra i legittimi obiettivi militari del regime. “Con l’espansione della guerra regionale, la portata diventa gradualmente più ampia”, si legge nel documento. La lista dei potenziali bersagli ora include Google, Amazon, Microsoft, Nvidia, IBM, Oracle e Palantir. A rischio le sedi di lavoro, i data center e i centri di ricerca, le infrastrutture, ovunque siano, in Israele e nei Paesi del Golfo, comprese Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. L’USO MILITARE DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CLOUD: I PRECEDENTI A GAZA E IN VENEZUELA Per la prima volta Big tech è un obiettivo di guerra, come mai? “La fusione quasi organica, dei giganti tecnologici con l’esercito americano, è un dato di fatto e viene ostentata senza alcun pudore”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, esperto di difesa e sicurezza informatica. Quali sono le tecnologie decisive sui nuovi campi di battaglia? “Intelligenza artificiale e cloud per archiviare dati – dice il docente dell’università di Bologna – gli stessi strumenti vitali anche per la vita quotidiana dei cittadini lontani dal fronte”. L’uso militare delle tecnologie civili, del resto, era stato già avviato da Israele, innescando il boicottaggio contro Microsoft per i servizi cloud utili anche a bombardare Gaza. Sull’onda delle proteste Redmond capitolò, revocando all’esercito di Tel Aviv la licenza del pacchetto software Azure. Ma l’uso bellico dell’Intelligenza artificiale, sostenuta dai dati nella “nuvola”, è stato adottato da Trump anche per catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro, secondo il Wall street journal. “SEPARARE DATA CENTER BELLICI DA QUELLI CIVILI” Nell’operazione a Caracas, il Pentagono avrebbe utilizzato l’Ia di Anthropic con i servizi cloud di Palantir. “Questa è una delle novità assolute di Donald Trump, il ricorso all’Intelligenza artificiale per scegliere obiettivi militari, e decidere quando e come colpirli”, dice Colajanni. Ma il rischio è di assottigliare la distanza tra guerra e società civile. “L’Iran ha già colpito i data center di Amazon, mandando in tilt anche i servizi essenziali per la vita quotidiana”, ricorda l’accademico. Le conseguenze? Stop ai servizi digitali bancari e di pagamento nell’area del Golfo, secondo l’emittente Usa Cnbc. Per tutelare le persone lontane dal fronte, sarebbe utile separare data center ad uso civile da quelli militari? “Certo che gioverebbe ma fino ad ora non si fa, anche perché mescolare i servizi aiuta a nascondere l’uso militare”, commenta l’esperto. Per comprendere meglio le conseguenze dell’attacco iraniano al data center di Amazon, chiediamo a Pierguido Iezzi, direttore Cyber Maticmind: “Un drone Shahed 136 colpisce un edificio fisico e nove milioni di persone si svegliano senza poter pagare un taxi o controllare il saldo del conto”. Secondo l’esperto, “non è un episodio isolato”, bensì una tattica a lungo termine con un nome ben preciso: “phigital, la saldatura tra piano materiale e piano digitale”. In cosa consiste? “Si lavora sull’usura, sulla durata, sul disordine controllato, per moltiplicare i costi della crisi a carico dell’Occidente”. L’obiettivo militare è colpire le infrastrutture, ma anche “hackerare” i sistemi digitali delle infrastrutture critiche: “entrare nelle reti, restarci, raccogliere informazioni, per colpire al momento giusto, con effetti a catena su cloud e servizi essenziali”. Secondo Iezzi, “è così che si combatte il conflitto contemporaneo” e l’Iran non fa eccezioni. IL GIURAMENTO AL PENTAGONO DEI 4 INGEGNERI DI META, OPENIA E PALANTIR Michele Colajanni cita una foto, per illustrare a perfezione le nozze tra Big Tech e la Casa Bianca con l’inquilino Donald Trump. A febbraio 2025, quattro dirigenti tecnologici posarono in posa con la mano sul petto in segno di giuramento, in divisa mimetica. Ad essere immortalati furono Andrew Bosworth (direttore tecnico di Meta), Shyam Sankar (direttore tecnico di Palantir) Kevin Weil e Bob McGrew (rispettivamete responsabile del prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI). La missione dei 4 ingegneri assoldati nell’esercito? Donare al Pentagono 120 ore di lavoro l’anno, gratuito, presumibilmente per addestrare i soldati alle nuove armi tecnologiche e accelerarne l’integrazione nei sistemi dell’esercito. Del resto, aveva dichiarato Bosworth al Wall street journal, “c’è un sacco di patriottismo nascosto che adesso sta venendo alla luce”. IL MATRIMONIO TRA BIG TECH E TRUMP Si era già notato durante la cerimonia d’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2025, con i posti più esclusivi (quelli vicini al presidente) riservati ai Ceo di Big tech. Lo scatto immortalava Mark Zuckerberg e la consorte Priscilla Chan, accanto a Jeff Bezos e la moglie Lauren Sánchez, con il Ceo di Google Sundar Pichai ed Elon Musk. Presenti al campidoglio anche Tim Cook di Apple e Shou Zi Chew di TikTok. Lo sconfitto Joe Biden aveva messo in guardia sui rischi della saldatura tra la Casa bianca e i colossi tecnologici: “Una oligarchia sta oggi prendendo forma, forte di una estrema ricchezza, di potere e di influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti, le libertà fondamentali”. Trump rispose sprezzante, per difendere i colossi sul carro del vincitore: “hanno abbandonato” Biden, “erano tutti con lui, tutti quanti, e ora sono tutti con me”. Con la vittoria di Trump, la linea progressista di una parte di Big tech è crollata. Vittoriosa, invece, la strategia di Palantir e Anduril: nessuna remora a lavorare per la Difese e l’esercito a stelle strisce. Palantir del trumpiano Peter Thiel offre software per analizzare una mole sconfinata di dati. Anduril è nel campo dell’hardware per la difesa. Ma anche le tecnologie di Amazon, Microsoft e Google sono utilizzate a scopi militari. Una netta inversione di tendenza. Basta citare il caso del gigante di Mountain View: nel 2018 circa 3 mila dipendenti protestarono per la collaborazione della multinazionale al progetto Maven, firmato al Pentagono, inducendo Google a rinunciare al contratto. Ad aprile 2024, i lavoratori additarono alcune tecnologie destinate all’esercito israeliano nell’ambito del progetto Nimbus. Ma il risultato fu diverso: 50 dipendenti licenziati, nessuna retromarcia sugli strumenti bellici. L'articolo L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Europa sta con Trump, ma teme che Big tech stacchi la spina dei servizi digitali: il rischio blackout in Italia e Ue
L’Europa e l’Italia si sono schierate al fianco di Donald Trump nella guerra all’Iran. Certo le ragioni sono tante, diverse, ma è davvero una scelta libera e sovrana? Nelle cancellerie del Vecchio continente, secondo un articolo del Wall street journal di fine gennaio, serpeggia un timore: e se Google, Microsoft e Amazon staccassero la spina della posta elettronica e dei data center? Lo scenario da incubo, tecnicamente, si chiama “kill switch”. Giova ricordare come i giganti tecnologici americani gestiscano i servizi digitali di governi e pubbliche amministrazioni per archiviare dati, documenti, inviare mail. IL PRECEDENTE DELLA CORTE PENALE E’ già accaduto a maggio del 2025, quando Microsoft disattivò l’indirizzo email del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. Il motivo? Le sanzioni imposte da Donald Trump con l’ordine esecutivo di febbraio, a causa del mandato d’arresto contro Netanyahu per crimini di guerra. Secondo Associated press, il procuratore Kahn ripiegò sui servizi mail di Proton, società svizzera, per evitare il rischio dei colossi americani. Già ad aprile il presidente di Redmond aveva rassicurato l’Europa in crisi di fiducia verso Trump. Premere off sui servizi di big tech? “Estremamente improbabile”, aveva ammesso il presidente di Microsoft Brad Smith – citato da Politico – malgrado sia “una reale preoccupazione per le persone in tutta Europa”. Tanto da indurre la Commissione von der Leyen verso “una nuova legislazione volta a promuovere la sovranità tecnologica”, limitando la dipendenza da big tech, scrive il Wall street journal. BIG TECH LANCIA IL “CLOUD SOVRANO”, MA PER ALCUNI ESPERTI È SOLO MARKETING Per non perdere clienti nel Vecchio Continente, dal 2025 Amazon, Google e Microsoft hanno lanciato i loro servizi “sovrani”: la ricetta prevede server nei confini nazionali, amministrati da aziende con sede in Europa e manager locali. Lo scopo è rassicurare i governi dai pericoli di ingerenze Usa, ma secondo alcuni esperti sarebbe puro marketing. Lo sostengono, ad esempio, Cristina Caffarra e Andy Yen. La prima è la presidente di Eurostack, il movimento europeo per promuovere l’industria tecnologica europea. Il secondo è il Ceo di Proton, l’azienda svizzera fondata nel 2024 da scienziati del Cern. “L’unico modo per ridurre davvero il rischio che qualcuno prema off è affidarsi ad aziende europee”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, tra i massimi esperti italiani di sicurezza informatica. Una missione difficilissima, secondo docente dell’Università di Bologna, perché “il gap tecnologico e militare, tra le due sponde dell’Atlantico, è così vasto che serviranno almeno 20 anni per colmarlo”. LA STRATEGIA CLOUD ITALIA E I RISCHI DI “INTERRUZIONE DEL SERVIZIO” E in Italia? La “Strategia cloud”, firmata nel 2021 da palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, cita espressamente i rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue, dunque americane. Ad esempio, “modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti potenzialmente non controllabili dal Paese”. “Interruzione del servizio”: come quella imposta da Microsoft ad Israele, dopo lo scandalo e le proteste per via dell’uso militare del cloud nei bombardamenti a Gaza. Oppure lo stop ordinato da Trump, nel 2019, per gli utenti Adobe in Venezuela. “Staccare la spina o modificare le condizioni del servizio esporrebbe i colossi a cause legali – avvisa Colajanni – ma il rischio c’è ed è noto”. Per mettere al sicuro il governo e le pubblica amministrazione centrali, i dati stanno migrando sui server del Polo strategico nazionale (Psn), la società guidata da Tim, Leonardo, Cassa depositi e prestiti e Sogei. I data center sono di proprietà pubblica, ma la gestione e la manutenzione sarebbe affidata ad Amazon, Microsoft, Google e Oracle. Leggiamo sul sito del Psn: “Grazie a Polo Strategico Nazionale, la Pubblica Amministrazione potrà accedere in piena sicurezza, autonomia e sovranità ai servizi con Cloud Service (…) attualmente realizzati in partnership con Oracle, Google, Microsoft Azure e Amazon Web Service, in futuro potranno essere erogati anche con altri Cloud Service Provider”. Non si escludono fornitori europei o italiani, un domani. Oggi l’Europa e l’Italia si affidano a Big tech, con tutti i rischi del caso. L'articolo L’Europa sta con Trump, ma teme che Big tech stacchi la spina dei servizi digitali: il rischio blackout in Italia e Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il governo Meloni lancia la tassa sul cloud. Le proteste: “Danneggia le aziende italiane e avvantaggia Big tech”
Altro che governo sovranista. Secondo le aziende tecnologiche italiane il decreto del ministero della Cultura con la tassa sul cloud “rischia di penalizzare” le imprese locali, “a vantaggio di grandi piattaforme internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e prelievo”. Ovvero, un possibile assist a Big Tech a danno delle aziende patrie. Che valutano un ricorso in tribunale contro il provvedimento, firmato dal meloniano Alessandro Giuli il 23 febbraio. A lanciare l’allarme è il comunicato congiunto firmato da Assintel e Aiip: la prima è l’Associazione nazionale delle imprese ict di Confcommercio; la seconda raduna i piccoli e medi internet service provider (i fornitori di connessioni internet). La tassa si applica alle aziende che producono dispositivi digitali con una memoria integrata: smartphone, computer, penne Usb, hard disk e ogni dispositivo per archiviare file digitali. Il motivo del tributo? Questi strumenti potrebbero ospitare contenuti illegali protetti dal diritto d’autore. Per l’esecutivo, ne discende l’obbligo dell’obolo (la tassa per la copia privata) da versare alle società che tutelano il copyright (come la Siae) per compensare le perdite dovute alla pirateria. Il cloud è lo spazio di memorizzazione digitale dove le persone conservano sovente la loro vita privata: foto, documenti, conversazioni in chat. Ma il tributo si paga anche senza conservare film o canzoni “rubate”. Oltre alle imprese, la tassa penalizza anche le tasche dei consumatori, perché salirà il costo degli strumenti tecnologici. LE AZIENDE ITALIANE: “PREZZI SU DEL 20%. LE AZIENDE ESTERE NON È DETTO CHE PAGHINO” Anitec-Assinform, l’associazione di Confindustria che raggruppa le imprese Ict e dell’elettronica di consumo, stima un “aumento dei costi intorno al 20 per cento”. La sigla esprime “forte preoccupazione” per il provvedimento, ricordando “le ripetute richieste di confronto” prive di “riscontro, lasciando fuori dal processo decisionale le imprese chiamate a sostenere il compenso”. Il presidente Aiip (Associazione internet service provider) Giuliano Claudio Peritore è della stessa idea. Ma a ilfattoquotidiano.it sottolinea un altro paradosso: i dati archiviati sui cloud aziendali “nella stragrande maggioranza dei casi, nulla hanno a che fare con contenuti tutelati dal diritto d’autore. Basti pensare, ad esempio, ai sistemi di videosorveglianza, alla sensoristica aziendale, all’IoT (Internet of things, ndr)”. La presidente di Assintel Paola Generali rincara la dose contro la tassa: “A pagarne il prezzo più alto saranno le micro, piccole e medie imprese italiane, danneggiando chi ha scelto di investire nel nostro Paese, di occupare lavoratori italiani e di pagare le tasse in Italia”. E i giganti esteri? “Soggetti operanti da altre giurisdizioni potrebbero non dover affrontare nella stessa misura il costo aggiuntivo”. Dunque non è detto che Big Tech pagherà la tassa. Il provvedimento non piace neppure ai colossi americani, con i muscoli per reggere l’urto, al contrario delle imprese locali. “Il risultato sarebbe di fatto una situazione di svantaggio proprio per chi rappresenta la spina dorsale dell’economia digitale italiana”, avvisa la presidente Assintel. LA BEFFA PER L’UTENTE: DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA PER LA COPIA PRIVATA Con la tassa sul cloud, il governo Meloni si è aggiudicato un primato globale, secondo il manager di Google Diego Ciulli: “L’Italia è il primo paese al mondo a fare questa scelta”, ha scritto su linkedin il capo degli Affari governativi e politiche pubbliche per Italia, Grecia e Cipro. “Sembrava una proposta senza alcuna base, invece l’hanno approvata davvero: i cittadini italiani dovranno pagare la cosiddetta ‘copia privata’ anche sullo spazio Cloud. Anche quando quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo perché esiste, e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata”. Tecnicamente il contributo lo pagano le aziende, ma il dubbio che venga scaricato sul prezzo finale pagato dal consumatore è quasi una certezza. Così l’utente è gabbato due volte: prima paga la tassa sulla copia privata quando compra il pc o lo smartphone, poi fa il bis abbonandosi al servizio cloud. Eppure, secondo Ciulli, quasi mai gli utenti usano la nuvola per conservare contenuti illegali protetti da copyright. LA DIPENDENZA TECNOLOGICA DAGLI USA E I RISCHI PER LA SICUREZZA La tassa sul cloud non è solo un problema di spesa per gli utenti, ma un ostacolo alla crescita delle aziende italiane in un settore strategico per la sicurezza nazionale. I dati sensibili della pubblica amministrazione finiscono anche nella nuvola digitale, un mercato dominato da Big tech. Ma con i dissapori e le tensioni tra l’Europa e Donald Trump, la fiducia nei colossi tecnologici americani è ai minimi storici. Anche per solidi motivi legali: in virtù del Cloud act (voluto da Trump nel 2016 e mai abolito da Biden) il governo Usa può accedere ai dati sui server di aziende americane, ovunque si trovino, per motivi di sicurezza nazionale. Ecco perché in tutta Europa si parla di “cloud sovrano”, gestito da aziende locali senza rischi di intrusioni da parte del “grande fratello” Usa. Oltre 100 aziende europee (incluso il colosso francese Airbus) hanno rivolto un appello ai governi Ue per affidare i servizi ad imprese del Vecchio continente: l’unica via per sostenere l’industria tecnologica europea e superare la dipendenza dagli Stati Uniti e Big tech. Ma l’Italia sembra non avere fretta di sganciarsi da Donald Trump, puntando tutto sui colossi americani. Alla conferenza di Monaco sulla cybersicurezza tenutasi a febbraio, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato i rappresentanti di Amazon, Google e Oracle. Sulla “nuvola” il governo Meloni ha già scelto: a gennaio 2025 è stato siglato l’ingresso di Amazon nel Polo Strategico Nazionale, per i servizi destinati alla pubblica amministrazione. Big tech apprezza anche lo stop al disegno di legge per il divieto di social ai minori di 15 anni, fermo in commissione da ottobre 2025. L'articolo Il governo Meloni lancia la tassa sul cloud. Le proteste: “Danneggia le aziende italiane e avvantaggia Big tech” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Big Tech vuole il cloud “sovrano” europeo, ma l’Ue cerca autonomia da Trump. “Abbandonare tecnologie Usa potrebbe essere impossibile”
Lo scontro tra Big Tech e l’Europa sale di colpi, mentre il mercato del Cloud supererà i 20 miliardi con i colossi americani decisi a divorare la torta. Nel Vecchio continente s’intravedono gli schieramenti in campo. Da una parte la Francia, decisa a tagliare il cordone ombelicale con le tecnologie made in Usa. Dall’altra la Germania, che sul servizio cloud si è legata alla statunitense Amazon. Neppure l’Italia sembra aver fretta di sganciarsi da Big Tech. Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, il 14 febbraio, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato i dirigenti di Oracle, Amazon e Google, anche per discutere di servizi cloud, nel settore Difesa e nella gestione dei dati. “ABBANDONARE LA TECNOLOGIA USA POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE”. MA L’EUROPA CHIEDE LA FINE DELLA DIPENDENZA Due giorni prima, il 12 febbraio, al panel sulla cybersicurezza nella città tedesca è risuonato l’appello di Paul Nakasone: “Separarsi dalla tecnologia americana potrebbe essere politicamente allettante, ma strategicamente impossibile”. Nakasone è approdato a giugno 2024 nel consiglio d’amministrazione di OpenAi, la casa madre dell’intelligenza artificiale ChatGpt, dopo aveva diretto l’Nsa (National security agency) e il Cyber command americano. Ora collabora con aziende cyber statunitensi. Sul palco di Monaco, il suo appello per Big Tech è stato raccolto da Dag Baehr (vicepresidente tedesco dei servizi segreti per l’estero): “la maggior parte delle tecnologie del prossimo futuro, persino quelle attuali, non sono di proprietà di agenzie governative, e con questo fatto bisogna i conti”. Il Parlamento europeo tuttavia punta a spezzare il filo con gli Stati Unito. Con la risoluzione approvata il 22 gennaio scorso, Bruxelles chiede di “impedire la dipendenza da attori stranieri”, chiedendo una “valutazione dei rischi per monitorare e affrontarla lungo tutta la catena del valore digitale”. Del resto, “la crescente concentrazione di potere nelle imprese extra-UE” è innegabile. Tanto da suscitare “preoccupazione, per l’eccessiva dipendenza in settori critici come le infrastrutture cloud”. La soluzione? “Rafforzare la politica industriale europea”. In sostanza, l’Europa dovrebbe allevare una Big Tech autoctona per cautelarsi da Donald Trump. Soprattutto per tutelare i servizi cloud, ovvero i server dove si possono archiviare anche le informazioni sensibili per la sicurezza nazionale. Il cloud act americano, infatti, consente alla Casa Bianca di richiedere l’accesso ai dati delle aziende americane, anche sui server costruiti all’estero. E dopo le minacce d’invasione della Groenlandia, è sprofondata la fiducia tra le due sponde dell’atlantico. L’ORO DEL CLOUD: NEL 2027 IL MERCATO UE SUPERA QUELLO USA, MA BIG TECH CONTROLLA QUASI IL 90 PER CENTO Ma il cloud “sovrano” europeo fa gola ad Amazon, Google e Microsoft. I tre colossi dominano circa il 70 per cento del mercato europeo. Altri fornitori Usa, come IBM e Oracle, controllano un’altra fetta. In totale le aziende americane divorano tra “l’80 e il 90 percento” della torta. Così agli europei restano letteralmente le briciole. “Persino il principale operatore dell’Ue, Sap, detiene solo circa il 2% del mercato del cloud”, si legge in un rapporto del parlamento Ue pubblicato a dicembre 2025, dal titolo “Dipendenze informatiche e software europee”. Secondo il documento, “si tratta di una dipendenza altamente strategica”. Eppure, nonostante la crescita del mercato, “la quota dei fornitori europei è scesa al 13%”, mentre gli americani hanno tutta l’intenzione di avanzare. Secondo un rapporto Gartner pubblicato il 9 febbraio, il mercato europeo del cloud sovrano è destinato a triplicare: dai 6,868 miliardi di dollari del 2025, ai 23,118 del 2027. Il prossimo anno supererà il volume d’affari generato negli Usa, stimato in 21,127 miliardi. Dunque Big Tech ha lanciato la sua offerta per rassicurare i governi europei preooccupati dal possibile accesso ai dati da parte del governo di Donald Trump. Solo la settimana scorsa, il New York Times ha rivelato la richiesta del governo Usa recapitata a Meta e Google per ottenere informazioni sui profili, anche anonimi, critici verso le operazioni dell’Ice a Minneapolis. Alcune di queste richieste sarebbero state soddisfatte. Eppure, in Europa prende piede l’idea di un cloud sovrano, sì, ma garantito dai colossi americani. CLOUD SOVRANO CON BIG TECH? L’AZIENDA FRANCESE: “COSÌ SI ACCETTA LA DIPENDENZA, ALTRO CHE SOVRANITÀ” L’ultimo servizio cloud, “sovrano”, è stato lanciato il 15 gennaio da Amazon web services. In che modo potrebbe garantire la riservatezze degli europei, al riparo dalle incursioni a stelle e strisce? Attraverso società con sede in Ue – rassicura il colosso – amministrate da dirigenti con residenza nel Vecchio continente, dunque vincolati alle leggi locali. Ci sarà una una casa madre e tre filiali locali in Germania. L’anno scorso anche Google e Microsoft hanno lanciato servizi cloud, etichettandoli come “sovrani”. Ma secondo il ceo di Proton, Andy Yen, è marketing per mascherare la realtà giuridica: “AWS resta soggetta al Cloud Act”. Per dare impulso ad una big tech europea, 100 aziende del Vecchio continente hanno già firmato un appello alla Commissione europea, a marzo scorso. Il monito è giunto subito dopo la conferenza di Monaco dello scorso anno, quando il vice presidente Usa J.D. Vance accusò l’Europa di censurare la libertà di parola e di non controllare l’immigrazione, aprendo al partito di estrema destra tedesco Alternative fur Deutschland. Un anno dopo, le preoccupazioni per le ingerenze Usa sono cresciute. Ma proprio a Monaco è risuonato l’appello di Nakasone e Baehr: non è detto che sia possibile abbandonare le tecnologie americane. Nella lista delle 100 aziende favorevoli ad una big tech europea ci sono i giganti francesi Airbus e Ovh. Quest’ultimo sfida i colossi Usa proprio sul cloud. La multinazionale, contattata da ilfattoquotidiano.it, ha commentato: “Sostenere che i governi debbano semplicemente ‘adattarsi’ alle tecnologie americane significa di fatto accettare una dipendenza strategica. L’Europa è rimasta dipendente troppo a lungo: per tutelare la propria capacità decisionale ha bisogno di alternative credibili. La sovranità digitale nasce dalla possibilità di scegliere davvero”. LA DIVISIONE TRA FRANCIA E GERMANIA: L’ITALIA HA GIÀ SCELTO AMAZON PER IL CLOUD La Germania tuttavia ha scelto il cloud sovrano di Amazon, mentre in fila ci sono già Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. La Francia invece vuole tagliare i legami con Big Tech: “C’è un’urgenza di disintossicarsi dalla nostra dipendenza da tecnologie extra Ue, soprattutto americane, per gli usi critici dello Stato”, ha dichiarato il 6 febbraio David Amiel, ministro della Funzione Pubblica francese al quotidiano Le Figaro, citando il dominio Usa nel mercato cloud. E l’Italia? A Monaco Crosetto ha incontrato i rappresentanti di Amazon, Google e Oracle. Ma sul cloud il governo Meloni ha già fatto la sua scelta di campo: a gennaio 2025 è stato siglato l’ingresso di Amazon nel Polo Strategico Nazionale, per i servizi destinati alla pubblica amministrazione. A Big Tech non dispiace neppure aver messo in freezer il disegno di legge per il divieto di social ai minori di 15 anni. L'articolo Big Tech vuole il cloud “sovrano” europeo, ma l’Ue cerca autonomia da Trump. “Abbandonare tecnologie Usa potrebbe essere impossibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano
Nel nome della sicurezza nazionale, un tribunale canadese ha chiesto l’accesso a dati conservati su server in Francia e Regno Unito, minando la “sovranità” sui dati europei. Il Gdpr (General data protection regulation) limita fortemente il trasferimento delle informazioni verso Paesi extra Ue. Il motivo della richiesta delle autorità dell’Ontario? La multinazionale Ovh cloud ha una filiale nel Paese della foglia d’acero, dunque secondo gli inquirenti la richiesta è legittima, anche se le informazioni sono conservate all’estero. Ma il criterio rischia di incrinare l’affidabilità del cloud europeo, minacciando l’ultimo baluardo sulla sicurezza delle informazioni nella “nuvola”: data center installati nei confini nazionali, amministrati da aziende autoctone. 100 ORGANIZZAZIONI EUROPEE INVOCANO IL CLOUD “SOVRANO” Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, con le tensioni crescenti Usa-Ue, in Europa molti esperti invocano a gran voce un cloud autoctono, “a prova” di ingerenze americane. A marzo 2025 quasi 100 organizzazioni (incluso il gigante della difesa Airbus) hanno sottoscritto l’appello per un fondo sovrano tecnologico in grado di sfuggire all’occhio dello “Zio Sam”. In virtù del Cloud act, le aziende americane sono obbligate a garantire l’accesso alle agenzie di sicurezza a stelle e strisce, purché fornite di un mandato giudiziario, anche se i server sono fuori dai confini. Problema: tra i clienti di Google, Amazon e Microsoft (dominatori del mercato Ue) ci sono governi, pubbliche amministrazioni, aziende strategiche. Anche per questo Ovh ha firmato l’appello sul “Cloud sovrano” europeo. Sul suo sito, l’azienda francese con sede a Roubaix si descrive come campione della “sovranità”, ovvero la “capacità di proteggere i dati da eventuali interferenze (soprattutto straniere)”. Il merito, secondo Ovh, è delle severe leggi del Vecchio Continente: “La conformità alla normativa europea, che limita le possibilità di trasferimento di dati personali al di fuori dell’Unione Europea, costituisce una garanzia di sovranità dei dati”. Una garanzia in bilico, dopo la richiesta della corte canadese. IL CASO: IL TRIBUNALE CANADESE CHIEDE ACCESSO AI DATI IN EUROPA Secondo il principio giuridico invocato dal tribunale, basta aprire una filiale all’estero per ricadere sotto la giurisdizione delle autorità locali, con tanti saluti alla riservatezza garantita dalle regole europee. Potenzialmente, una falla enorme: nel cloud si archiviano anche informazioni strategiche per la sicurezza di un Paese. Del resto è nel nome della sicurezza, che un giudice canadese ha reclamato informazioni al colosso tecnologico francese. Il caso è stato ricostruito dalla testata The Register. Nell’aprile 2024 la polizia canadese ha chiesto i dati degli abbonati e degli account collegati a quattro indirizzi IP sui server Ovh in Francia, Regno Unito e Australia. Il giudice ha sottolineato l’urgenza delle indagini per la sicurezza nazionale. Anche per questo, forse, ha rinunciato alla rogatoria internazionale, la via prevista dai trattati per la collaborazione giudiziaria tra Francia e Canada. “Per la rogatoria internazionale ci vogliono circa 6 mesi, il tempo sufficiente per far sparire le prove durante un’indagine per crimini digitali”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di informatica all’Università di Bologna. Secondo lui, gli inquirenti cercano di affrettare i tempi mentre la rogatoria “è uno strumento del ‘900”. IL DILEMMA DI OVH: OLTRAGGIO ALLA CORTE IN CANADA, MULTA E RECLUSIONE IN FRANCIA Il risultato è il vicolo cieco della società: la legge francese punisce la condivisione di dati al di fuori dei trattati ufficiali, con la reclusione e multe da decine di migliaia di euro; d’altra parte, disobbedire all’ordine delle autorità canadesi comporterebbe l’accusa di oltraggio alla corte. Eppure, il 25 settembre il giudice Heather Perkins-McVey ha confermato l’ordine d’accesso, bocciando la richiesta di revoca del provvedimento depositata da Ovh. Il magistrato ha ribadito la priorità di garantire la sicurezza e fissato la scadenza per consegnare i dati al al 27 ottobre. La filiale canadese ha presentato ricorso con una domanda di judicial review (revisione giudiziaria), un istituto tipico dei paesi privi di Costituzioni scritte. Dall’esito del caso può dipendere il destino dell’industria del cloud in Europa. CLOUD AUTOCTONO E SOVRANO: FINE DI UN ILLUSIONE? Per Ovh, la sconfitta sarebbe è una beffa. Ad agosto un suo rappresentante legale aveva gioito per l’ammissione, da parte di Microsoft, di “non poter garantire” la sovranità dei dati. Il 18 giugno, durante un’audizione in Parlamento sulle dipendenze dell’industria digitale europea, Anton Carniaux (direttore degli affari pubblici e legali di Microsoft Francia) ha ammesso di non poter sottrarsi ai vincoli del cloud act. Alla domanda se fosse stato obbligato a trasmettere i dati, ecco la sua risposta: “Certamente, rispettando la procedura. Ma questo non ha avuto ripercussioni su nessuna azienda europea, né su nessun ente pubblico, da quando pubblichiamo questi rapporti sulla trasparenza”. Tanto è bastato per l’esultanza di Viegas Dos Reis, Chief Legal Officer di Ovh. con la testata The Register: “Non è una sorpresa, lo sapevamo già, finalmente hanno detto la verità!”. Ora a rallegrarsi potrebbero essere gli uomini di Redmond. Mentre l’Ue si interroga sulla sua sovranità tecnologica: “Il Gdpr vuole tutelare i dati degli europei ovunque siano, ma nessuna sa come imporre nostre regole agli altri Paesi”, ammette Colajanni. “L’Ue dice: ‘i principi e le regole devono governare la tecnologia’. In teoria sì, ma se le leggi non funzionano?”. L'articolo Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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