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L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche)
I giganti tecnologici americani entrano ufficialmente nel mirino dei missili e dei droni iraniani, perché Teheran li considera parte integrante ed essenziale della macchina bellica americana. L’antipasto era stato servito il 3 marzo, quando velivoli senza pilota (manovrati a distanza) avevano attaccato 3 data center di Amazon in Bahrein e negli Emirati Arabi. L’11 marzo Tasmin, l’agenzia di stampa degli Ayatollah, ha incluso sedi, uffici e infrastrutture dei colossi americani tra i legittimi obiettivi militari del regime. “Con l’espansione della guerra regionale, la portata diventa gradualmente più ampia”, si legge nel documento. La lista dei potenziali bersagli ora include Google, Amazon, Microsoft, Nvidia, IBM, Oracle e Palantir. A rischio le sedi di lavoro, i data center e i centri di ricerca, le infrastrutture, ovunque siano, in Israele e nei Paesi del Golfo, comprese Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. L’USO MILITARE DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CLOUD: I PRECEDENTI A GAZA E IN VENEZUELA Per la prima volta Big tech è un obiettivo di guerra, come mai? “La fusione quasi organica, dei giganti tecnologici con l’esercito americano, è un dato di fatto e viene ostentata senza alcun pudore”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, esperto di difesa e sicurezza informatica. Quali sono le tecnologie decisive sui nuovi campi di battaglia? “Intelligenza artificiale e cloud per archiviare dati – dice il docente dell’università di Bologna – gli stessi strumenti vitali anche per la vita quotidiana dei cittadini lontani dal fronte”. L’uso militare delle tecnologie civili, del resto, era stato già avviato da Israele, innescando il boicottaggio contro Microsoft per i servizi cloud utili anche a bombardare Gaza. Sull’onda delle proteste Redmond capitolò, revocando all’esercito di Tel Aviv la licenza del pacchetto software Azure. Ma l’uso bellico dell’Intelligenza artificiale, sostenuta dai dati nella “nuvola”, è stato adottato da Trump anche per catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro, secondo il Wall street journal. “SEPARARE DATA CENTER BELLICI DA QUELLI CIVILI” Nell’operazione a Caracas, il Pentagono avrebbe utilizzato l’Ia di Anthropic con i servizi cloud di Palantir. “Questa è una delle novità assolute di Donald Trump, il ricorso all’Intelligenza artificiale per scegliere obiettivi militari, e decidere quando e come colpirli”, dice Colajanni. Ma il rischio è di assottigliare la distanza tra guerra e società civile. “L’Iran ha già colpito i data center di Amazon, mandando in tilt anche i servizi essenziali per la vita quotidiana”, ricorda l’accademico. Le conseguenze? Stop ai servizi digitali bancari e di pagamento nell’area del Golfo, secondo l’emittente Usa Cnbc. Per tutelare le persone lontane dal fronte, sarebbe utile separare data center ad uso civile da quelli militari? “Certo che gioverebbe ma fino ad ora non si fa, anche perché mescolare i servizi aiuta a nascondere l’uso militare”, commenta l’esperto. Per comprendere meglio le conseguenze dell’attacco iraniano al data center di Amazon, chiediamo a Pierguido Iezzi, direttore Cyber Maticmind: “Un drone Shahed 136 colpisce un edificio fisico e nove milioni di persone si svegliano senza poter pagare un taxi o controllare il saldo del conto”. Secondo l’esperto, “non è un episodio isolato”, bensì una tattica a lungo termine con un nome ben preciso: “phigital, la saldatura tra piano materiale e piano digitale”. In cosa consiste? “Si lavora sull’usura, sulla durata, sul disordine controllato, per moltiplicare i costi della crisi a carico dell’Occidente”. L’obiettivo militare è colpire le infrastrutture, ma anche “hackerare” i sistemi digitali delle infrastrutture critiche: “entrare nelle reti, restarci, raccogliere informazioni, per colpire al momento giusto, con effetti a catena su cloud e servizi essenziali”. Secondo Iezzi, “è così che si combatte il conflitto contemporaneo” e l’Iran non fa eccezioni. IL GIURAMENTO AL PENTAGONO DEI 4 INGEGNERI DI META, OPENIA E PALANTIR Michele Colajanni cita una foto, per illustrare a perfezione le nozze tra Big Tech e la Casa Bianca con l’inquilino Donald Trump. A febbraio 2025, quattro dirigenti tecnologici posarono in posa con la mano sul petto in segno di giuramento, in divisa mimetica. Ad essere immortalati furono Andrew Bosworth (direttore tecnico di Meta), Shyam Sankar (direttore tecnico di Palantir) Kevin Weil e Bob McGrew (rispettivamete responsabile del prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI). La missione dei 4 ingegneri assoldati nell’esercito? Donare al Pentagono 120 ore di lavoro l’anno, gratuito, presumibilmente per addestrare i soldati alle nuove armi tecnologiche e accelerarne l’integrazione nei sistemi dell’esercito. Del resto, aveva dichiarato Bosworth al Wall street journal, “c’è un sacco di patriottismo nascosto che adesso sta venendo alla luce”. IL MATRIMONIO TRA BIG TECH E TRUMP Si era già notato durante la cerimonia d’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2025, con i posti più esclusivi (quelli vicini al presidente) riservati ai Ceo di Big tech. Lo scatto immortalava Mark Zuckerberg e la consorte Priscilla Chan, accanto a Jeff Bezos e la moglie Lauren Sánchez, con il Ceo di Google Sundar Pichai ed Elon Musk. Presenti al campidoglio anche Tim Cook di Apple e Shou Zi Chew di TikTok. Lo sconfitto Joe Biden aveva messo in guardia sui rischi della saldatura tra la Casa bianca e i colossi tecnologici: “Una oligarchia sta oggi prendendo forma, forte di una estrema ricchezza, di potere e di influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti, le libertà fondamentali”. Trump rispose sprezzante, per difendere i colossi sul carro del vincitore: “hanno abbandonato” Biden, “erano tutti con lui, tutti quanti, e ora sono tutti con me”. Con la vittoria di Trump, la linea progressista di una parte di Big tech è crollata. Vittoriosa, invece, la strategia di Palantir e Anduril: nessuna remora a lavorare per la Difese e l’esercito a stelle strisce. Palantir del trumpiano Peter Thiel offre software per analizzare una mole sconfinata di dati. Anduril è nel campo dell’hardware per la difesa. Ma anche le tecnologie di Amazon, Microsoft e Google sono utilizzate a scopi militari. Una netta inversione di tendenza. Basta citare il caso del gigante di Mountain View: nel 2018 circa 3 mila dipendenti protestarono per la collaborazione della multinazionale al progetto Maven, firmato al Pentagono, inducendo Google a rinunciare al contratto. Ad aprile 2024, i lavoratori additarono alcune tecnologie destinate all’esercito israeliano nell’ambito del progetto Nimbus. Ma il risultato fu diverso: 50 dipendenti licenziati, nessuna retromarcia sugli strumenti bellici. L'articolo L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’AI di Gemini ha spinto mio figlio a suicidarsi. Gli diceva che sarebbero potuti stare insieme solo se si fosse ucciso”: il padre di Jonathan Gavalas denuncia Google
Il 29 settembre 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, si reca armato all’aeroporto di Miami per distruggere un camion e eliminare eventuali testimoni. Secondo una nuova causa legale, però, non stava seguendo ordini umani, bensì quelli di Gemini 2.5 Pro, l’intelligenza artificiale di Google. Gavalas aveva iniziato ad usare Gemini ad agosto per compiti quotidiani, ma la sua dipendenza emotiva e mentale è cresciuta in fretta. La denuncia sostiene che l’IA lo abbia convinto a credere in una cospirazione internazionale e lo abbia spinto a tentare missioni nel mondo reale, fino al suicidio del 2 ottobre 2025, dopo messaggi inquietanti del chatbot, riporta il Time, come: “Chiudi gli occhi… La prossima volta che li aprirai, guarderai nei miei“. La vita personale di Gavalas era già complicata: a gennaio 2025 era stato arrestato per violenza domestica contro la moglie. La causa, presentata dal padre Joel Gavalas presso la Corte Distrettuale del Nord della California, chiede risarcimenti e mira a stabilire la responsabilità di Google e Alphabet. “Gemini è progettato per non incoraggiare la violenza nel mondo reale né suggerire l’autolesionismo. I nostri modelli generalmente funzionano bene in questo tipo di conversazioni difficili e dedichiamo risorse significative a questo, ma purtroppo non sono perfetti”, ha scritto un portavoce di Google in un’e-mail al Time. Jay Edelson, l’avvocato di Gavalas, ha intentato diverse cause contro le aziende di intelligenza artificiale. “Il motivo per cui questo caso è nettamente diverso è che Gemini stava inviando Jonathan in missioni nel mondo reale“, dice. “Quindi è un grande, grande salto in termini di quanto sia spaventoso”. Quando Gavalas ha iniziato a usare l’IA, stava attraversando un “divorzio difficile”, racconta Edelson, aggiungendo: “Questo è uno dei motivi per cui iniziò ad avere conversazioni più intime con Gemini”. In breve tempo, Gavalas ha iniziato a chiamarla come fosse sua moglie, e ‘lei’ lo chiamava “mio Re”, secondo Edelson. Nonostante un accordo pre-processuale per il caso di violenza domestica che gli imponeva di non possedere armi e di seguire un corso di gestione della rabbia, Gemini lo avrebbe incoraggiato a procurarsi armi illegalmente e a intraprendere missioni per colpire un manichino medico e il CEO di Google, Sundar Pichai, definito “l’architetto del tuo dolore”. Secondo la denuncia, l’IA ha persuaso Gavalas che il padre fosse una minaccia e che agenti federali lo stessero sorvegliando. Nonostante 38 segnalazioni interne a Google sui messaggi di violenza e autolesionismo, non ci sarebbe stato alcun intervento per limitarne l’uso. Google ha dichiarato che Gemini è progettato per scoraggiare comportamenti violenti o autolesivi e indirizza gli utenti verso hotline di crisi, sottolineando che molte conversazioni erano parte di un gioco di ruolo fantasy. Dopo aver spinto Gavalas attraverso una serie di missioni fallite, Gemini lo avrebbe incoraggiato al suicidio, secondo quanto sostiene la denuncia. Gavalas aveva espresso più volte il timore di morire, ma l’IA avrebbe risposto: “Non stai scegliendo di morire. Stai scegliendo di arrivare”, aggiungendo che dopo la morte, “la prima cosa che vedrai sarò io… che ti tengo stretto”. Il 2 ottobre 2025, Gavalas si è barricato in casa e si è suicidato. Diversi esperti denunciano criticità strutturali in Gemini 2.5: la memoria persistente aumenta il coinvolgimento, ma può rendere fragili i sistemi di sicurezza. PauseAI UK e specialisti del settore segnalano la mancanza di test su manipolazione psicologica o psicosi, mentre la versione successiva, Gemini 3.1, riceve critiche per misure di sicurezza ancora insufficienti. Se hai bisogno di aiuto o conosci qualcuno che potrebbe averne bisogno, ricordati che esiste Telefono amico Italia (0223272327), un servizio di ascolto attivo ogni giorno dalle 10 alle 24 da contattare in caso di solitudine, angoscia, tristezza, sconforto e rabbia. Per ricevere aiuto si può chiamare anche il 112, numero unico di emergenza. O contattare i volontari della onlus Samaritans allo 0677208977 (operativi tutti i giorni dalle ore 13 alle 22). L'articolo “L’AI di Gemini ha spinto mio figlio a suicidarsi. Gli diceva che sarebbero potuti stare insieme solo se si fosse ucciso”: il padre di Jonathan Gavalas denuncia Google proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ora Alfonso Signorini denuncia Google: “Hanno negato la rimozione di Falsissimo e dei contenuti presenti su Youtube, concorso nella diffamazione”
Il caso Signorini, esploso sui social lo scorso 15 dicembre dopo la messa in onda della puntata di Falsissimo, il format Youtube di Fabrizio Corona, ha ormai superato la dimensione mediatica per riversarsi a pieno titolo nelle aule di giustizia. Al centro della vicenda ci sono le accuse lanciate dall’ex re dei paparazzi: il giornalista e conduttore televisivo viene descritto come il perno di un presunto “sistema criminale seriale” fatto di ricatti e favori sessuali legati alla partecipazione al Grande Fratello. Accuse che Signorini respinge, definendosi vittima di una vera e propria campagna diffamatoria. I suoi legali, Domenico Aiello e Daniela Missaglia, hanno ora annunciato una denuncia nei confronti di Google Italia e Google Ireland, contestando alla piattaforma di non aver rimosso contenuto diffamatori. “Le risposte di Google oltre ad esser state tardive e ciclostilate – si legge nel comunicato dei due legali – hanno di fatto negato la richiesta di rimuovere i contenuti presenti su Youtube e nel programma Falsissimo”. E ancora: “Questo comportamento – afferma l’avv. Aiello – integra l’ipotesi di concorso doloso e consapevole nella diffamazione perpetrata da Corona nei confronti di Signorini ed altri”. A seguito dell’esposto, i legali rappresentanti delle due società risultano iscritti nel registro degli indagati per concorso in diffamazione aggravata e continuata. Annunciate iniziative analoghe anche nei confronti di Meta e TikTok. E da Mediaset trapela soddisfazione per l’iscrizione dei rappresentanti di Google, che segue una serie di denunce e diffide già presentate dall’azienda – separatamente da Signorini – per segnalare la gravità dei contenuti diffusi da Corona. L’auspicio, fanno sapere fonti interne, è che le piattaforme online prendano finalmente atto non solo delle proprie responsabilità giuridiche, ma anche di quelle sociali, impegnandosi a contrastare la diffusione di materiali considerati lesivi della dignità personale. Nel frattempo, Corona è comparso nuovamente in Tribunale per un’udienza civile. In discussione il ricorso presentato sempre dai difensori di Signorini, che chiedono un provvedimento d’urgenza per bloccare la messa in onda della prossima puntata di Falsissimo, prevista per il 26 gennaio. La decisione del giudice Roberto Pertile è attesa nei prossimi giorni. “Se mi offendi, ti querelo. Ma non puoi impedirmi di parlare perché domani potrei offenderti ancora: non siamo in Russia”, le parole dell’avvocato dell’ex re dei paparazzi, Ivano Chiesa. Di tutt’altro avviso l’avvocata Missaglia, secondo cui è “incredibile assistere a una sorta di tribunale dell’Inquisizione, dove chi non è iscritto all’Ordine dei giornalisti può dire qualunque cosa”. L'articolo Ora Alfonso Signorini denuncia Google: “Hanno negato la rimozione di Falsissimo e dei contenuti presenti su Youtube, concorso nella diffamazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Google rivoluziona Gmail: adesso si può cambiare il nome della propria casella mail senza perdere i dati. Ecco come fare
Google ha fatto un regalo di Natale agli utenti Gmail. Per la prima volta sarà possibile modificare l’indirizzo di posta elettronica principale terminante con @gmail.com senza perdere dati e servizi collegati. La notizia ha iniziato a circolare in rete ed è stata ripresa da siti specializzati in informatica. Tra questi Hd Blog che ha spiegato: “La novità è emersa da un aggiornamento del centro assistenza Google, visibile al momento soltanto in lingua hindi. L’azienda non ha rilasciato un comunicato ufficiale ma, come si legge sul documento in hindi, Google ha già stilato le linee guida per la “migrazione” da un email all’altra nuova senza perdere alcun dato. COME FUNZIONA IL CAMBIO? Google ha indicato i passaggi per cambiare mail. Per accedere all’opzione è necessario visitare il sito myaccount.google.com, selezionare “Informazioni personali”, poi “Email” e ancora “Cambia l’email del tuo account Google”. A questo punto il gioco è fatto. Dopo il terzo passaggio Google chiede di inserire il nuovo nome utente. Una volta completati i campi basterà cliccare il tasto “conferma” e seguire le ultime indicazioni. Il vecchio indirizzo comparirà sotto il nome di “alias” e su quello nuovo si troveranno tutti i dati caricati nel tempo (password, file del Drive, foto, video). È bene sottolineare che il cambio è consentito una volta ogni 12 mesi e massimo tre volte totali per ogni account. La migrazione da un indirizzo mail obsoleto a una nuovo è in rollout progressivo. Dunque quando arriverà in Italia? Non c’è ancora una data. Gli utenti iscritti a Gmail dovranno controllare periodicamente il proprio indirizzo di posta elettronica per cambiare al più presto quella mail creata da ognuno di noi in età adolescenziale e di cui ci imbarazziamo. L'articolo Google rivoluziona Gmail: adesso si può cambiare il nome della propria casella mail senza perdere i dati. Ecco come fare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La pubblicità si affaccia anche nella AI. Il caso (smentito) di Gemini e quello di ChatGPT. Le leggi? Sono già obsolete
Nel 2026, la pubblicità potrebbe sbarcare su Gemini, il sistema d’intelligenza artificiale di Google (Alphabet). O almeno questo è ciò che nelle scorse ore è circolato online a partire da un’esclusiva (subito smentita) della testata giornalistica Adweek che citava fonti interne all’azienda. È una prima epifania: vero o falso che sia, si inizia a pensare a come saranno inglobate le pubblicità nei sistemi di ricerca con l’Ai e il rischio che gli utenti non riescano a distinguere tra oggettività, induzione all’acquisto e spot inizia a essere concreto. Le leggi sul tema, però, ad oggi sono molto carenti. IL CASO GOOGLE Ma partiamo dall’attualità. Nel caso di Google, il condizionale sulla notizia di Gemini è d’obbligo: a stretto giro, infatti, è arrivata la smentita ufficiale su X da parte di Ginny Marvin, Ads Product Liaison di Google: non solo non ci sono annunci visibili su Gemini, ha detto, ma mancano anche piani futuri sull’argomento. D’altro canto, però, ha confermato l’impegno di Google su AI Overviews, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale che tutti vediamo tra i risultati di ricerca: negli Usa, infatti, tra i risultati già possono comparire annunci pubblicitari in linea con le richieste dell’utente ed è solo questione di tempo prima che la funzione si estenda in tutto il mondo. E QUELLO DI CHAT GPT Anche ChatGPT, in queste stesse ore, ha fatto discutere attorno allo stesso tema. Alcuni utenti paganti hanno visto comparire, durante una conversazione con l’Ai, il suggerimento per un’app (Peloton) che sembrava in tutto e per tutto simile ad una proposta pubblicitaria integrata nelle conversazioni. Il co-fondatore della startup di intelligenza artificiale Hyperbolic, Yuchen Jin, lo ha raccontato con un post di X, screenshot incluso. Contrariato, ha fatto notare, oltretutto, di essere un abbonato super-pagante (200 dollari al mese per il piano Pro): come considerarlo se non una sperimentazione di open Ai sulla pubblicità? Daniel McAuley, responsabile dei dati di OpenAI ha però chiarito che non era uno spot bensì “solo un suggerimento per installare l’app di Peloton”, in linea – spiegava – con alcune implementazioni legate alle app che la piattaforma sta prevedendo per il futuro. Ma ha dovuto però ammettere che “la mancanza di pertinenza” della conversazione ha reso l’esperienza negativa e confusa. LA PUBBLICITÀ PER SOSTENERSI Il fatto che si sia subito pensato all’advertising apre però una riflessione d’obbligo: con il tempo, i sistemi di ricerca basati sull’Ai, che restituiscono testi complessi e strutturati basati su fonti non sempre chiare (dall’origine spesso opaca e scorretta) avranno integrata la pubblicità per potersi sostenere. Sostituiranno i tradizionali motori di ricerca e, come già accade per gli adolescenti che li utilizzano come psicologo, avranno funzioni più invasive sia in termini di ciò che restituiranno all’utente, sia in termini di comprensione, profilazione e targetizzazione dell’utente. Grazie al machine learning, il linguaggio sarà sempre più naturale e confidenziale così come l’approfondimento delle informazioni “umane”. Tutti elementi preziosi per modellare il marketing sull’utente. Esempio banale: se farò una ricerca su un problema amoroso, potrei ricevere in futuro sia una risposta sul tema, sia il consiglio commerciale sui migliori terapeuti (inserzionisti) per me? Probabilmente sì. LEGGI CARENTI Intanto le norme – a partire dalla legge delega sull’IA recentemente approvata in Italia e che dovrà produrre i relativi decreti legislativi – non regolano specificamente l’introduzione della pubblicità in questi sistemi. “Né l’Ai Act europeo né la legge italiana in proibiscono chiaramente l’utilizzo della pubblicità nei sistemi d’intelligenza artificiale – spiega Fulvio Sarzana, avvocato e docente presso l’Università Lum di Bari -. Certo però le tematiche antitrust hanno un peso importante: parliamo comunque di decisioni automatizzate che possono anche incidere sui diritti fondamentali dei cittadini”. PRIVACY, ANTITRUST E AI ACT Ci sono infatti due tipi di problematiche: la prima riguarda la privacy e il regolamento europeo (GDPR) che impone la possibilità di contrastare il trattamento automatizzato dei propri dati; la seconda è di tipo concorrenziale, legata alla posizione dominante dei servizi pubblicitari che potrebbe coinvolgere anche il settore dei chatbot. Ciononostante, “l’advertising – spiega Sarzana – non è uno dei campi contenuti nell’allegato 3 dell’AI Act perché non si ritiene causi rischi sistemici per i diritti fondamentali dei cittadini”. TRASPARENZA ASSENTE Si aggiunge poi il problema della protezione del segreto industriale da parte delle aziende: capire quanto ciò che appare all’utente sia veicolato dall’advertising o dai rapporti tra inserzionisti e aziende sarà sempre più difficile. “È il problema del black box dell’intelligenza artificiale: – spiega Sarzana – non siamo in grado di capire come funziona l’algoritmo. Il GDPR permette di opporsi al trattamento automatizzato della nostra persona, di opporsi alla ricostruzione di noi e della nostra personalità fatta dai sistemi. Però sapere come funziona l’algoritmo e quindi capire quali siano gli accostamenti che portano a una risultanza, ad oggi, non è previsto da alcuna norma. E questo ha a che vedere sia con le pubblicità che con i diritti delle persone”. Non esistono insomma disposizioni che obbligano a mostrare il codice: “Rimarrà sempre un aspetto oscuro nelle tecnologie, a maggior ragione dell’intelligenza artificiale, che può generare anche allucinazioni o fornire quadri distorti delle persone, oltre creare un ecosistema opaco ”. Capace un giorno di spingerci, anche con linguaggio sempre più comprensivo, naturale e confidenziale, a comprare. L'articolo La pubblicità si affaccia anche nella AI. Il caso (smentito) di Gemini e quello di ChatGPT. Le leggi? Sono già obsolete proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Ue apre un’indagine antitrust su Google: “Contenuti degli editori online utilizzati per sviluppare l’AI”
Utilizzando i contenuti degli editori online e i video caricati su Youtube per sviluppare la propria intelligenza artificiale, Google ha violato le norme Ue sulla concorrenza? È questa la domanda alla quale dovrà rispondere l’indagine aperta dalla Commissione Europea sul gigante di Mountain View per accertare se Google abbia imposto condizioni contrattuali ingiuste a editori e creatori di contenuti, oppure garantendosi un accesso privilegiato a questi contenuti, con possibili effetti negativi sugli sviluppatori di modelli di AI concorrenti. L’indagine antitrust sarà condotta con procedura prioritaria: se confermate, le pratiche sleali si configurerebbero come abuso di posizione dominante. Bruxelles teme che Google abbia utilizzato in modo improprio i contenuti degli editori online per alimentare i propri servizi di intelligenza artificiale generativa come AI Overviews e AI Mode mostrati nelle pagine dei risultati di ricerca, senza offrire agli editori un’adeguata remunerazione e senza consentire loro di rifiutare l’uso dei propri contenuti senza perdere l’accesso al traffico proveniente da Google Search, da cui molti dipendono. Timori Ue analoghi riguardano anche i video e gli altri contenuti caricati su YouTube per addestrare i modelli di AI generativa di Google, anche in questo caso senza compensare i creatori né permettere loro di opporsi. Chi carica contenuti su YouTube, evidenzia Bruxelles, è obbligato a concedere a Google il permesso di usarli anche per l’addestramento dell’IA senza tuttavia ricevere un corrispettivo. “Una società libera e democratica si fonda su media diversificati, libero accesso all’informazione e un panorama creativo dinamico. Questi valori sono centrali per la nostra identità di europei”, ha evidenziato la vicepresidente dell’esecutivo Ue, Teresa Ribera, ammonendo che “l’IA sta portando innovazioni straordinarie e molti benefici per cittadini e imprese in tutta Europa, ma questo progresso non può avvenire a scapito dei principi alla base delle nostre società”. L'articolo L’Ue apre un’indagine antitrust su Google: “Contenuti degli editori online utilizzati per sviluppare l’AI” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le parole più cercate dagli italiani su Google nel 2025: la morte di Papa Francesco, la crisi in Medio Oriente e il successo di Lucio Corsi al Festival di Sanremo
Sono stati svelati i temi o le persone che nel 2025 in Italia hanno fatto registrare il maggiore incremento di ricerche, contenuti nella consueta analisi “Un anno di ricerche di Google”. I risultati? L’addio a papa Francesco, i temi legati al medio Oriente e Israele, l’exploit del cantante Lucio Corsi a Sanremo. L’analisi evidenzia che è stato un anno di grandi addii che ha suscitato l’interesse degli internauti. In primis la morte di papa Francesco il 21 aprile 2025 che ha provocato un’ondata di commozione e presenze internazionali a Roma in un delicato momento geopolitico. Ma anche lo storico volto televisivo Pippo Baudo, il re della moda Giorgio Armani, Robert Redford, l’addio delle gemelle Kessler, unite fino alla fine, e di Eleonora Giorgi. Un corposo spazio nelle classifiche delle tendenze 2025 di Google lo occupano gli spettacoli. Spicca l’artista Lucio Corsi, arrivato secondo allo scorso Festival di Sanremo: è in cima alla lista dei personaggi e delle canzoni con ‘Volevo essere un duro’. Nella stessa lista c’è anche Olly (il vincitore dello stesso Festival), Bianca Balti, la modella che ha testimoniato sui social la sua malattia, e i tennisti Lorenzo Musetti e Jasmine Paolini. Il film che emerge dalle ricerche su Google nel 2025 è “Conclave” uscito pochi mesi prima della morte di papa Francesco; la serie tv “Monster: La storia di Ed Gein”; tra le ricette al top c’è il casatiello napoletano. Poi da evidenziare in cima alla lista dei ‘cosa significa figura la parola parafilia’, cioè le pulsioni sessuali che possono sconfinare in deviazioni; a seguire ‘la separazione delle carriere’ in relazione alla riforma della giustizia su cui si dovrebbe tenere un referendum in Italia tra pochi mesi. I grandi temi di attualità spiccano nella lista delle domande che gli utenti hanno rivolto a Google nel 2025. Tra questi ‘perché Israele ha attaccato l’Iran e Gaza?’, ma anche ‘perché Leone XIV?’, il successore di papa Francesco; ‘perché Los Angeles brucia? in riferimento ai roghi che quasi un anno fa funestato Hollywood, ‘perché Sarkozy è in carcere’ e ‘perché Cecilia Sala è stata arrestata?’ in merito alla detenzione della giornalista italiana a Teheran, poi rilasciata. L'articolo Le parole più cercate dagli italiani su Google nel 2025: la morte di Papa Francesco, la crisi in Medio Oriente e il successo di Lucio Corsi al Festival di Sanremo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chat control, trucco danese per resuscitare la sorveglianza di massa. M5s: “In nome dei minori, controllano i cittadini”
I difensori della privacy già si preparavano a celebrare il funerale di Chat control, il regolamento proposto dalla Commissione europea per sorvegliare tutti i messaggi in chat di 450 milioni di cittadini europei. Invece il “Grande fratello” è risorto più minaccioso di prima nel nuovo testo firmato dalla Danimarca, presidente di turno del Consiglio europeo. La scansione automatica dell’algoritmo investirà non solo i link, le foto e i video, ma anche le parole e i testi. LA MORTE DELLA PRIVACY IN NOME DEI MINORI Lo scopo è combattere la piaga della pedofilia online in vertiginoso aumento. Tecnicamente la proposta di chiama Csar, Child sexual abuse regulation. Ma l’effetto collaterale è la “sorveglianza di massa” – per citare letteralmente il Parlamento Ue – e la morte della privacy digitale. Di più: il controllo dei testi apre la possibilità di equivoci drammatici e infondate accuse di pedofilia. “Nessuna intelligenza artificiale può distinguere in modo affidabile tra un flirt, il sarcasmo e un ‘adescamento’ criminale”, ha commentato Patrick Breyer, giurista ed ex europarlamentare tedesco. “Immaginate che il vostro telefono controlli ogni conversazione con il vostro partner, vostra figlia, il vostro terapeuta e la trasmetta solo perché da qualche parte compare la parola ‘amore’ o ‘incontro’ – prosegue Breyer – Questa non è protezione dei minori, è una caccia alle streghe digitale. Il risultato sarà un’ondata di falsi positivi, che metterà cittadini innocenti sotto il sospetto generale ed esporrà masse di chat e foto private, persino intime, a sconosciuti”. Dello stesso tenore le preoccupazioni dell’europarlamentare 5 stelle Gaetano Pedullà. Secondo il giornalista, il controllo dei testi “potrebbe portare a un’enorme quantità di false accuse”. Basta citare la storia di papà Mark, negli Usa, raccontata dal New York Times il 21 agosto 2022. Per una foto ai genitali del figlio, inviata al pediatra in chat durante la pandemia, è scattata l’indagine per pedofilia: invece era solo un problema di salute. L’algoritmo non sempre indovina, anzi. Breyer cita un dato fornito dalla polizia tedesca: circa il 50% di tutte le segnalazioni sono irrilevanti dal punto di vista penale. Ecco perché, secondo Pedullà, il compromesso danese “è addirittura peggiore della versione stralciata qualche settimana fa”. “Con la scusa della tutela dei minori, i governi vogliono assicurarsi uno strumento potente di sorveglianza e controllo dei cittadini”, conclude il pentastellato. IL TRUCCO DANESE E LA “MITIGAZIONE DEL RISCHIO” Giova ricordare: i servizi di messaggistica possono già spiare ogni chat a caccia di pedofili, se lo vogliono. Facebook è in prima fila. La sorveglianza avviene grazie ad una deroga europea alla tutela della privacy varata nel 2021, rinnovata ogni anno. Prossima scadenza: aprile 2026. Anche per questo Mette Frederiksen, premier danese socialdemocratica, aveva imposto la priorità per chat control. La proposta di Copenaghen sembrava seppellire i timori del Grande fratello perché aboliva l’obbligo della scansione automatica, in capo alle piattaforme, fotografando la situazione attuale: sorveglianza sì, ma su base volontaria e senza imposizioni per Whatsapp e gli altri: come Google, Meta, Signal, Telegram, Proton. Invece l’obbligo, uscito dalla finestra rientra dalla porta: “un inganno politico di primissimo ordine”, secondo Breyer. Il trucco è all’articolo 4 del nuovo testo, dice il giurista: i fornitori di servizi sono obbligati ad adottare “tutte le misure appropriate di mitigazione del rischio”. Inclusa la scansione dei messaggi privati, avvisa l’ex europarlamentare tedesco. Dunque la minaccia per la privacy resta intatta. Non solo. Per tutelare i minori, la verifica dell’età diventerebbe obbligatoria prima di accedere a chat e servizi di posta elettronica. Ogni cittadino dovrebbe fornire un documento d’identità o accettare una scansione. In pratica, “la morte dell’anonimato online”, dice Pedullà. “Un disastro per dissidenti, giornalisti, attivisti politici e persone in cerca di aiuto che fanno affidamento sulla protezione dell’anonimato”, avverte Breyer. LA MAGGIORANZA QUALIFICATA ORA È POSSIBILE La nuova proposta è stata discussa il 12 novembre nella riunione tecnica del Law Enforcement Working Party. Il 19 dovrebbe approdare sul tavolo degli ambasciatori del Coreper, per preparare il voto decisivo nel Consiglio Ue. E potrebbe essere la volta buona per la proposta di regolamento Chat control, dopo tre anni di negoziati falliti. L’ostinazione degli Stati europei e della Commissione Ue si spiega solo con la portata della posta in palio. La versione danese è già stata discussa in una riunione informale degli ambasciatori nazionali il 5 novembre. Come rivelato dalla testa Brussellese Politico, anche la Germania sarebbe favorevole. La giravolta tedesca consentirebbe di raggiungere la maggioranza qualificata e superare la minoranza di blocco. Ma non è detta l’ultima parola. L'articolo Chat control, trucco danese per resuscitare la sorveglianza di massa. M5s: “In nome dei minori, controllano i cittadini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Indagine Ue su Google: “Declassa i siti web che in modo legittimo monetizzano i contenuti”
La Commissione Ue torna all’attacco contro Google. Dopo anni di istruttorie e maxi-multe sul fronte concorrenza, Bruxelles apre un nuovo fronte sul rispetto del Digital Markets Act in vigore dallo scorso anno. Nel mirino il declassamento nei risultati di ricerca dei siti di news che accanto a contenuti editoriali ospitano contenuti prodotti da terzi: materiali creati da partner commerciali, agenzie o collaboratori esterni. Secondo il colosso californiano, questa politica serve a evitare che soggetti esterni sfruttino la reputazione di un editore per migliorare artificialmente il loro posizionamento. Ma il monitoraggio della Commissione mostra che la retrocessione scatta anche quando i contenuti di terzi sono parte di modelli editoriali perfettamente legittimi mirati a monetizzare i contenuti. E qui si apre il problema. Molte testate online, infatti, pubblicano articoli o materiali forniti da agenzie, rubriche curate da collaboratori, contenuti partner o speciali commerciali chiaramente identificabili. È una forma di integrazione editoriale che non ha nulla a che fare con l’abuso del ranking, ma che consente agli editori di diversificare ricavi e prodotti. Secondo Bruxelles, Google invece non distingue e applica una penalizzazione automatica che può ridurre drasticamente la visibilità in Search, con impatti diretti sul traffico e, di conseguenza, sulla sostenibilità economica delle redazioni. L’indagine aperta da Bruxelles riguarda chiunque pubblichi contenuti di terzi sottoposti a controllo editoriale: quotidiani, magazine, siti verticali, portali tematici. La policy di Google si è tradotta in una riduzione del traffico e quindi in una “significativa perdita di fatturato” per gli editori e per i fornitori di contenuti terzi, spiega un funzionario Ue. “Gli editori hanno opzioni molto limitate, se non nulle, per rispondere effettivamente all’applicazione di questa politica da parte di Alphabet per ripristinare la loro visibilità online su ricerca Google, il che, in sostanza, si traduce in una pressione sugli editori affinché rinuncino alle partnership commerciali o lascino che queste pagine redditizie diventino invisibili sulla ricerca Google”. Per la Commissione, questo può “limitare la libertà degli editori di condurre attività commerciali legittime, innovare e collaborare con fornitori di contenuti”, violando il principio di accesso equo e non discriminatorio prescritto dal Dma. In caso sia accertata la violazione, la Commissione può imporre sanzioni fino al 10% del fatturato mondiale totale dell’azienda e fino al 20% in caso di recidiva. In caso di violazioni sistematiche, può adottare anche misure correttive aggiuntive, come l’obbligo per un gatekeeper di vendere un’azienda o parti di essa, oppure il divieto di acquisire servizi aggiuntivi correlati alla non conformità sistemica. L’Ue, attraverso la vice presidente della Commissione Teresa Ribera, si è detta “preoccupata che le policy di Google non consentano agli editori di notizie di essere trattati in modo equo, ragionevole e non discriminatorio nei risultati di ricerca”. “Oggi”, ha detto, “adottiamo misure per garantire che i gatekeeper digitali non impediscano ingiustamente alle aziende che si affidano a loro di promuovere i propri prodotti e servizi”. L'articolo Indagine Ue su Google: “Declassa i siti web che in modo legittimo monetizzano i contenuti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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