Dostoevskij, l’ultraviolenza (metaforica) e gli ascolti di Guccini sono buona
parte dei riferimenti del terzo disco di Kid Yugi, “Anche gli Eroi Muoiono”, in
uscita venerdì 30 gennaio. L’artista massafrese, classe 2001, è una delle penne
più interessanti della nostra scena urban. Le aspettative attorno al progetto
erano alte e, tutto sommato, sono state rispettate. L’album presenta sì sedici
tracce, ma anche qualche featuring di troppo. Si inizia con “L’ultimo a Cadere”
e l’intro contiene la voce di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, tratta da una
sua canzone, “Occitania”, che parla della persecuzione dei Catari.
Le strofe di Yugi sono per lo più crude ed affilate. C’è solamente un brano
potenzialmente radiofonico, “Eroina”. Il titolo è nato “da un gioco di parole:
il femminile di ‘eroe’ e la sostanza stupefacente”. Per il rapper “gli eroi sono
morti”. Probabilmente non sono mai esistiti. La sua visione, realistica, non
passa per la glorificazione umana. Anche le persone più “pure” hanno dentro di
sé un lato “mostruoso”. I confini sono più sfumati che mai, non esiste il
partito dei buoni e quello dei cattivi. L’album, pur non essendo il miglior
progetto di Yugi, scorre bene. In “Push It” il rapper si adatta ad Anna,
cantando su un sound “Miami-based”. Il brano, pur essendo una delle hit da
TikTok più forti del disco (grazie, soprattutto, alle strofe di Anna), risulta
essere un po’ slegato rispetto al filo conduttore del disco. “Salgo sul tuo
disco baby raddoppio gli streaming”, rappa Anna. E così sarà.
Le ultime tre tracce del progetto sono le più intime e complete. “Una canzone
dedicata a tutti i ragazzi che si sono persi a causa di scelte sbagliate. Il più
delle volte suggeriti in maniera infame dal contesto e dalle persone che li
circondavano”, dice il rapper a proposito di “Per il Sangue Versato”. Yugi parla
anche del senso d’impotenza che si prova nell’essere artista nei momenti in cui
una persona (cara) ha una salute precaria. L’arte e la musica alleviano, ma non
guariscono. L’ultima traccia, “Davide e Golia”, “Chiude il disco con un’idea che
mi ronza per la testa: non siamo parte del conflitto, siamo il conflitto, siamo
sia Davide che Golia. Ogni esistenza deve confrontarsi con l’ineluttabilità
della propria condizione”, ha proseguito Kid Yugi che, in occasione dell’uscita
di “Anche gli Eroi Muoiono”, ha approfondito la nascita e la genesi del progetto
durante un incontro con la stampa.
Nella copertina ti vediamo (metaforicamente) nella bara. È per esorcizzare il
tema?
Esteticamente parlando ho deciso di far morire me stesso, sia per non tirarla ad
altri, e soprattutto perché il tema centrale del disco è quanto nella società
odierna l’eroe vero sia l’uomo comune. È anche un modo per esorcizzare tutte le
aspettative che gli altri (ma anche un po’ io) fanno su di me. Muoio come uomo
comune, come tutti gli altri.
Non hai addosso una croce, ma tieni in mano un coltello. Perché?
Il pugnale è una scelta estetica, una figura ricorrente. Non ha un significato
allegorico specifico.
Il coltello messo nelle mani, oggi, potrebbe avere anche altri significati…
Nelle mani di un morto un coltello non è tanto pericoloso. È la mano che tira la
coltellata, non il coltello. Credo anche che un eroe con una croce non sia tanto
credibile. Nel disco parlo anche, a livello metaforico, di quanto lottare contro
qualcosa sia indispensabile nella nostra condizione di essere umani. Non tanto
per vincere qualcosa, ma come catarsi.
I tuoi testi sono pieni di citazioni e di giochi di parole: ti influenza, nella
scrittura, il pensiero che i fan e gli addetti ai lavori analizzino
minuziosamente le tue barre?
Penso che nella società odierna l’essere umano sia stato un po’ deumanizzato.
Scherzando coi miei amici dicevo che questo è il post-futurismo. I futuristi
cercavano, con la loro poesia e con la loro arte, di imbrigliare il rumore che
facevano le macchine. Nella società odierna, quello che cerco di fare è cercare
di imbrigliare il rumore che riesce a produrre l’uomo attraverso la macchina.
Penso sia il modo più contemporaneo di scrivere.
“Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero. Ora li odio ancora perché sono uno
di loro”, dici in “L’Ultimo a Cadere”. Come gestisci il conflitto con te stesso?
La traccia in cui lo spiego meglio è “Davide e Golia”. Nel brano provo a
spiegare quanto ogni essere umano sia allo stesso tempo Davide e Golia. Nessuno
trascende da questa lotta interiore. C’è questa incombenza dell’ineluttabile che
ha sempre il fiato sul nostro collo e quella secondo me è un’espressione di
micro-violenza interiore.
E il conflitto esterno?
C’è anche una macro-violenza che è esterna. È sicuramente la violenza delle
strade: in altri posti è sfociata addirittura in guerre. Non penso di essere
nella posizione di poter insegnare niente a nessuno. Ci sono ragazzi che si
perdono per strada dietro dinamiche ideali che molte volte manco gli
appartengono, che non hanno veramente senso. Se si parla con un ragazzo di
strada, sembra che veramente ci sia solo questo. E poi sono concetti veramente
molte volte ipocriti, perché la strada è sicuramente il luogo più ipocrita che
abbia mai visto nella mia vita. Quindi volevo dedicare una canzone a tutti i
ragazzi che perdono la propria vita in senso fisico o anche in termini di tempo
dietro queste stron***e della strada.
Nei brani citi Craxi e Andreotti, ma non Meloni, Gaza, l’America e tutto ciò che
sta succedendo. È una scelta consapevole, mirata, quella di parlare al passato
prossimo?
Il tempo fa un grande favore agli gli esseri umani: nel bene o nel male
cristallizza le cose. Fotografare il presente e avere la vanagloria di pensare
di essere quantomeno autentico e preciso, secondo me è sbagliato. La narrazione
delle cose cambia con il tempo. Quando ero piccolo e uccisero Gheddafi si
pensava fosse un dittatore orribile. Magari lo era pure, però vedo che ora anche
la classe politica sta facendo dei passi indietro sulle opinioni che avevano
riguardo a quella fase storica. Il tempo è giudice delle cose, nonostante ci
siano manipolazioni di esseri umani cattivi su come debba essere scritta la
storia.
Sei l’artista che ha venduto più copie fisiche nel 2024. Senti di aver ampliato
il bacino dei tuoi ascoltatori?
C’è anche gente adulta, degli insospettabili, che mi fermano. Mi hanno scritto
addirittura dei monaci esorcisti quando è uscito “Tutti I Nomi Del Diavolo”.
I tuoi dischi sono sempre più oscuri? Cos’è cambiato dal primo progetto, “The
Globe”?
Più che oscuri direi che sono disillusi.
Contro cosa combatti?
Sicuramente contro me stesso, come tutti gli esseri umani. Quando si spengono le
luci e si rimane soli c’è sempre un momento in cui devi fare i conti con sé
stessi, con le aspettative che ci siamo creati e con chi si è davvero. Poi,
sicuramente il mio temperamento, che è abbastanza timido, si scontra con quello
che è il mio ruolo, che invece mi dovrebbe vedere sempre sotto i riflettori. Nel
disco ho voluto prendermela un po’ con l’ipocrisia che vedo nella società.
Ingoiamo bugie dalla mattina alla sera.
Chi è l’artista che ti ha formato ed ispirato di più?
Noyz Narcos, perché quando ero piccolo lui parlava alla gente come me,
nonostante lui venisse da Roma e io venissi da una delle province più povere
d’Italia. Mi ci sono affezionato e, dopo averlo conosciuto e aver collaborato
con lui, è come se l’80% dei miei sogni si siano realizzati in questo momento.
Ma se prendessi totalmente come punto di riferimento dei rapper sulla scrittura,
si rischia che il genere diventi autoreferenziale.
Quanto è distante il rap italiano da quello americano?
Abbiamo preso in prestito la cultura, però oggi posso dire che ci siamo quasi a
farla nostra. Però ovviamente là c’è la barriera linguistica. L’inglese si
presta meglio a questa disciplina perché è una lingua tronca, a differenza
dell’italiano che è piana. Quindi sicuramente partiamo svantaggiati.
Da cosa e da chi hai preso spunto per il disco?
Ho ascoltato molto Guccini per fare questo disco, per quanto sembri una cosa
totalmente lontana da me. Mi ha emozionato e mi ha in qualche modo aiutato.
Potresti prendere in considerazione il Festival di Sanremo?
Credo di continuare a fare il rapper. Una persona che stimo molto mi disse una
frase bellissima: “L’intelligenza è sapere chi sei”. Quello è il massimo grado
di intelligenza. Sarei uno stupido a pensare di poter competere a livello di
corde vocali con qualcuno che sa cantare molto meglio di me. Il rap è la mia
dimensione. Per ora non mi vedo a Sanremo perché banalmente non ho ancora ben
capito in base a cosa si giudicano le canzoni. Se bisogna giudicare il testo, le
capacità canore delle persone o il modo in cui una persona esprime sé stessa.
Non lo so, non la vedo mia. Poi sono, banalmente, molto geloso della mia musica.
Quindi soffro un po’ quando viene giudicata puramente numerico. Se ad una mia
canzone venisse dato un voto ci rimarrei malissimo, sia che fosse un 10, che uno
0.
Una traccia si intitola “Gilgamesh”, perché?
La citazione fa parte del mio minuscolo bagaglio culturale, Gilgamesh era il re
di Uruk, e dopo la morte del suo migliore amico, parte alla ricerca del segreto
per l’immortalità. La traccia è un insieme di immagini che possono fare parte di
una vita. Il ritornello si conclude con “Nasci, cresci, figli, tomba” perché
siamo tutti molto attaccati alla vita, ed è una cosa bellissima. Non credo sia
un difetto. Non so se Dio esiste, ma facciamo finta che ci possa guardare
dall’alto, a quel punto direbbe: “A quali elementi della vita sono attaccati?”
Probabilmente a cose che forse non sono manco così importanti.
Il riferimento a Chuck Norris, invece?
È stato l’emblema dell’uomo indistruttibile ed è stato anche uno dei canoni con
cui alcuni ragazzi si sono un po’ costruiti e raccontati, anche se in maniera
sicuramente menzognera.
Citi anche Dostoevskij: che ruolo ha avuto nella tua formazione?
È lo scrittore, il romanziere che più mi ha cambiato la vita. Quando lessi per
la prima volta, a 13 anni, “Delitto e il castigo”, pur non capendoci niente,
comunque mi arrivò qualcosa della sua sofferenza, e pensai: “Se un russo
cresciuto nell’impero zarista quasi 200 anni fa può parlare ad un ragazzo
cresciuto in provincia di Taranto altrettanti anni dopo, significa che le parole
hanno una forza che supera addirittura chi le utilizza”. Nel tempo ho letto
tutto di lui. E ho capito che non aveva degli eroi nei suoi romanzi. O gli eroi
che aveva erano umani. Nel disco, inoltre, ho cercato di non lasciarmi andare
all’ispirazione facile.
Ci sono eroi che possono cambiare il mondo?
Chi si perde troppo e solo nei pensieri, secondo me, non cambia il mondo. Se si
sta tutto il giorno a pensare non fai la rivoluzione, non cambi le cose. Anzi,
finisci per allagare tutti i tuoi stessi pensieri. Citando “Delitto e castigo”,
Dostoevskij a un certo punto divide gli esseri umani in tre categorie: chi non
fa niente, chi tende all’assoluto e chi è abbastanza intelligente da voler
tendere alla propria condizione, senza però capire come arrivarci. Gli ultimi
sono quelli che soffrono di più.
Nella tracklist è presente anche “Bullet Ballet”, film giapponese di Tsukamoto.
Come hai trovato il filo conduttore col testo?
Tsukamoto è uno dei miei registri preferiti. Oggi il mondo è opprimente rispetto
all’individuo. Siamo una pedina in mano alla società. Il film parla di questa
persona che perde tutto e si lascia andare alla violenza. Ovviamente, come
“Bullet Ballet”, è metaforico anche nella mia musica. Non sto dicendo alle
persone di uscire e fare la notte del giudizio. L’essere umano però arriverà ad
un punto in cui sarà così estremato che avrà bisogno di lasciarsi andare alla
violenza. Molte volte verso sé stessi, che è ciò che ci distrugge. Quindi mi
auguro che questa violenza venga trasformata da tutti in arte o in qualcosa di
buono.
Temi che il mondo esterno non veda l’ora di smascherare il tuo lato “eroico”?
No, perché l’ho mascherato io in primis, li ho sicuramente fregati sul tempo. Il
disco nasce per quello, per smascherare tutti noi dalle narrazioni.
“Push It”, ha ricevuto giudizi contrastanti. Che rapporto hai con le critiche?
Il pezzo con Anna a me piace, mi diverte, ed è quello l’importante. Poi l’ho
fatto live e la gente era molto divertita. Esiste musica anche che diverte e
basta. Non per forza bisogna cercare di tendere alla ricerca del tempo perduto
in ogni canzone che si scrive, perché sennò sarebbe una società molto noiosa.
“Per Te che Lotto” è dedicata a tua sorella. Che rapporto avete?
Mia sorella è finita in ospedale per un problema di salute, per cui io e la mia
famiglia ci spaventammo moltissimo. C’è una frase bellissima in “Novecento” di
Alessandro Baricco, in cui c’è uno dei protagonisti che si trova in una nave.
L’imbarcazione stava traballando e se ti trovi in quella situazione non puoi
fare tanto sei sai solamente suonare la tromba. Ecco io non sono medico, mia
sorella stava male, e questa cosa occupava la totalità dei miei pensieri. Però
oltre a scrivere canzoni, non potevo fare nient’altro per mia sorella. Ho deciso
di dedicarle questo brano, perché mi sentivo veramente impotente rispetto alla
gravità della situazione.
Ora come sta?
Sta bene, si è ripresa alla grande, però sono state due settimane veramente
difficili da affrontare. Anche il mese dopo, che era una sorta di
riabilitazione, è stato veramente pesante. Era come se vivessi questo magone, la
cosa di non essere né un dottore, né una persona che potesse aiutare in qualche
modo dal punto di vista pratico. Magari un domani, grazie a quella canzone,
ripenserò a quel momento buio ridendo.
Prima “The Globe”, poi “I Nomi Del Diavolo” ed ora “Anche gli Eroi Muoiono”.
Possiamo ragionarla come una trilogia conclusa?
La interpreto più come essere maggiormente esaustivi su quel concetto. “The
Globe” l’ho scritto che ero un emerito sconosciuto. Ora la gente mi considera
come se fossi un supereroe, molte volte. Queste aspettative distruggono me e
tutti coloro che ne ripongono su di me. Non penso di essere un supereroe. Anzi,
poi quando l’immagine che molti hanno di me, soprattutto i più piccoli, si
scontra con l’immagine mi auto-percepisco, è una continua fustigazione verso sé
stessi, di autoflagellazione. Quello è il ruolo più devastante a livello
psicologico e umano che mi succede. Perché appunto non è la morte
dell’anti-idolo, è proprio un’affermazione totale che nessuno può essere un
idolo, perché siamo tutti esseri umani. Se c’è stato un idolo, nella storia,
credo sia stato Gesù. Ovvero uno che si uccide per salvare tutti gli altri. Io
non sono Gesù.
È nei tuoi piani la scrittura di un libro?
Sì, ma ho paura di iniziarlo perché temo di rendermi conto di non esserne
capace. Però è sempre stato tra i miei sogni nel cassetto. Non l’ho mai iniziato
ma, quando non potrò più dare nulla al rap, vorrei cimentarmi anche nella
scrittura in prosa. Mi piace tanto anche il teatro, pensiamo ad esempio a
Shakespeare.
L'articolo “Mi metto in una bara per esorcizzare le aspettative nei miei
confronti. Ora la gente mi considera un supereroe, ma non sono Gesù Cristo”:
parla Kid Yugi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Rap
Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica
sono solo il frutto di un disturbo bipolare. Lo giura Kanye West che ha tenuto a
specificare, con un messaggio condiviso sul Wall Street Journal, ieri lunedì 27
gennaio, di aver “perso il contatto con la realtà. Mi pento e sono profondamente
mortificato per le mie azioni in quei momenti e mi impegno a rendermi
responsabile, a ricevere cure e a cambiare in modo significativo. Questo, però,
non giustifica ciò che ho fatto. Non sono un nazista o un antisemita. Amo il
popolo ebraico”.
Il rapper e produttore statunitense riconosce le proprie responsabilità e
racconta di aver intrapreso un percorso di cura per il disturbo bipolare. Nel
testo, l’artista attribuisce le sue azioni a un “episodio maniacale di quattro
mesi”, avvenuto all’inizio del 2025, caratterizzato da comportamenti “psicotici,
paranoici e impulsivi” che avrebbero “distrutto la sua vita”. “Ci sono stati
momenti in cui non volevo più essere qui”, ammette l’artista, parlando di un
crollo personale culminato in quello che definisce il “punto più basso” della
sua esistenza.
Kanye West affronta esplicitamente il tema delle sue esternazioni antisemite,
delle dichiarazioni filonaziste e dell’uso della svastica, episodi che avevano
portato alla rottura con sponsor, partner commerciali e larga parte
dell’opinione pubblica. “Ho perso il contatto con la realtà”, scrive,
aggiungendo di essere “profondamente mortificato” per quanto accaduto. “Non sono
un nazista né un antisemita. Amo il popolo ebraico”, afferma, sottolineando che
la malattia non giustifica le sue azioni, ma spiega il contesto in cui sono
maturate.
West aveva pubblicato la canzone “Heil Hitler” lo scorso 8 maggio, in occasione
dell’80esimo anniversario della sconfitta della Germania nazista durante la
Seconda guerra mondiale. Bandito dalle principali piattaforme di streaming – ma
facilmente reperibile su internet – il brano è costato al suo autore anche
l’annullamento di un visto per l’Australia.
Le scuse arrivano alla vigilia dell’uscita del nuovo album “Bully” in uscita il
30 gennaio e rappresentano il tentativo più articolato finora di prendere le
distanze dalle provocazioni che avevano segnato la sua recente produzione
artistica e mediatica, inclusi brani e merchandising a sfondo nazista.
“Non chiedo compassione né scorciatoie”, conclude Ye. “Chiedo solo pazienza e
comprensione mentre cerco di ritrovare la strada di casa”.
L'articolo “Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione
della svastica? Non sono un nazista. Amo gli ebrei. Ho un disturbo bipolare”: le
scuse di Kanye West proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se non fosse scritto in napoletano ma in inglese, “Tutto è possibile” di Geolier
sembra sbarcare dritto dritto dall’America. Super produzioni, ritmo che cattura
al primo ascolto e soprattutto tante, tantissime parole che abbracciano non solo
il mondo del rapper (la vita personale, la famiglia, gioie e dolori del
successo), ma butta anche un occhio a ciò che accade nel mondo esterno, laddove
la delusione e il disincanto hanno la meglio sull’ottimismo. Per citare il
rapper “non trovi niente finché non trovi prima te stesso” (da “Un ricco e un
povero”). Sgomberiamo subito il campo: questo è il disco più bello di Geolier e
uno dei migliori del mondo dell’hip hop italiano, tra quelli usciti in questi
anni.
LA BENEDIZIONE DI PINO DANIELE DÀ IL VIA A TUTTO IL PROGETTO
Non è un caso che il disco si apra con la “benedizione” di Pino Daniele. Una
piccola gemma che segna, in qualche modo un passaggio di consegne e la canzone
tratta di un tema delicato che si riassume nella domanda amletica: “Che ne sai
se domani cadi e voli?”. Nel disco ci sono anche collaborazioni importanti come
con 50 Cent, il golden boy Kid Yugi, Sfera Ebbasta, Anna e Anuel AA.
“Sonnambulo” parte con la carica e uno sfogo personale: “Ho voluto tutto il Sud
sulla mappa. Ci siamo evoluti discutendo con le forze dell’ordine, di quanto la
politica non faccia un cazzo”.
In “1h” l’artista parla di una ragazza forte e decisa, riesce a calarsi nei
panni del sentimento femminile con sensibilità e maturità: “E io mi muovo sempre
piano piano dentro il tuo cuore, finché vengo cacciato, finché vengo preso come
il solito maschio che cerca qualcosa e poi non riesce nemmeno a farlo, non
importa se cammini, io ti guardo sempre. Tu cammini ma ti porti dietro tutto il
locale. Tu mi piaci come le cose che non si possono (avere), e come le cose che
si vogliono. Me ne vado, però forse torno”.
“L’ANIMA SI PERDE PERCHÉ COPRIAMO I POLSI CON OROLOGI, BRACCIALI E MANETTE”
Poi il tema si allarca con “Un ricco e un povero”, in cui si parla di
opportunità che non sono uguali per tutti_ “Un giorno, quando vedrai il cielo
esplodere e un angelo scendere, l’anima si perde perché copriamo i polsi con
orologi, bracciali e manette, abbracciati restiamo in piedi col vento e tutta la
vita allora passa distratta con niente, con poco, con troppo, per forza”. Poi
forse la frase più importante del disco: “Ci fa pensare che in cielo ci fosse
qualcosa che si poteva trovare, ma non trovi niente finché non trovi prima te
stesso”.
In “Desiderio” il focus è personale: “Tutta la mia vita scritta su un giornale
con gente che legge e mi giudica, senza mai pensare a quello che ho fatto per
stare quassù a questa vertigine che ho provato. Ma il successo ti ruba il lato
migliore di te, perché lo devi dare a chi ti ascolta. E chissà se davvero mi
ascoltano oppure mi sentono solo nei momenti morti. Questa vita che passa…”.
“IO SONO USCITO DA SANREMO VINCENTE, NONOSTANTE IO ABBIA PERSO PER 29 E 30 (PER
POCO)”
Torna anche il secondo posto al Festival di Sanremo 2024 con “I p’ mè, tu p’ tè”
(quell’anno vinse Angelina Mango con “La Noia”, citato in “081”: “Io sono uscito
da Sanremo vincente, nonostante io abbia perso per 29 e 30 (per poco). La cosa
bella non è che da casa mia si vede Capri, ma da Capri che si vede casa mia e mi
è costata un bel po’ si sa, sono uscito in prima pagina sui giornali, mi hanno
criticato perchè viaggio con il privato e per quanto ne prendo si è alzato,
l’inquinamento a livello mondiale”.
Infine la chiusura è affidata all’intima e commovente “A Napoli non piove”, in
cui Geolier si mette letteralmente a nudo: “Guardo il cielo è più nero e non mi
fa dormire. Guardo mio padre che diventa sempre più vecchio. Io volevo volare, e
ora non so atterrare.. Guardo il cielo più grigio e ora fa ancora più freddo, ma
questo cielo è un muro che non ci fa parlare con Dio. Guardo mia madre che per
me diventa sempre più bella. Io volevo volare, io volevo volare”.
E il finale da applausi: “Se potessi piangere, farebbe meno male”.
IL TOUR NEGLI STADI
Da giugno Geolier porterà il nuovo album e la sua discografia in concerto con
tre live già sold out (26-27-28) al Maradona, che chiuderanno il tour “Geolier
Stadi 2026”, l’artista è pronto a calcare per la prima volta, tra gli altri,
anche i palchi di Milano a San Siro (13) e di Roma all’Olimpico (19).
Appuntamento anche in Sicilia al Franco Scoglio (23). Anteprima all’Arena del
Mare di Termoli (CB) il 6 giugno.
LA TRACKLIST
1.TUTTO È POSSIBILE (feat. Pino Daniele)
2.SONNAMBULO
3.DUE GIORNI DI FILA (feat. Sfera Ebbasta e Anna)
4.FACIL FACIL
5.1H
6.UN RICCO E UN POVERO
7.OLÈ (feat. Kid Yugi)
8.DESIDERIO
9.PHANTOM (feat. 50 Cent)
10.P FORZ
11.STELLE
12.CANZONE D’AMORE
13.081
14.ARCOBALENO (feat. Anuel AA)
15.FOTOGRAFIA
16.A NAPOLI NON PIOVE
L'articolo “Ci siamo evoluti discutendo con le forze dell’ordine, di quanto la
politica non faccia un ca**o”. Ecco come Geolier è riuscito sfornare il suo
miglior album “Tutto è possibile” con la benedizione di Pino Daniele proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Un’orda di fan e giornalisti fuori dai cancelli del carcere, come spesso accade
di fronte a quello che è considerato “il penitenziario dei Vip”. Si tratta del
Metropolitan Detention Center di Brooklyn. A varcare le soglie dell’MDC di lì a
poco sarebbe arrivato Tekashi 6ix9ine. Né un arresto spettacolare, né
un’imboscata dell’ultimo minuto lo avrebbero condotto lì. Quella del rapper è
stata una resa. 6ix9ine si è infatti costituito per scontare una pena di 3 mesi
per aver violato la libertà vigilata mentre scontava una condanna precedente. Lì
condividerà il carcere con detenuti noti, tra cui Luigi Mangione, accusato di
aver ucciso il CEO di UnitedHealthcare Brian Thompson e il presidente del
Venezuela Nicolàs Maduro, destituito durante l’operazione speciale condotta da
Donald Trump il 2 gennaio.
L’artista, il cui vero nome è Daniel Hernandez, si è presentato in carcere di
sua spontanea volontà martedì mattina e l’ha fatto mentre era in diretta con
l’amico streamer Adin Ross, creator da milioni di follower. Ha voluto creare un
evento e ci è riuscito, anche per provare a dimostrare le sue buone intenzioni.
Hernandez è arrivato a bordo di un van di lusso con Ross e una vera e propria
troupe che ha filmato in diretta il momento della resa.
Durante la diretta streaming di quasi due ore sul canale di Ross, il rapper ha
passato gli ultimi momenti circondato dagli amici durante il suo saluto d’addio
e uno di loro, il content creator Stephen Deleonardis, lo ha aiutato a tagliare
il braccialetto elettronico. L’atmosfera è stata fino alla fine quella di una
festa. Nel tragitto in macchina il gruppo ha ascoltato a tutto volume hit come
“Baby” di Justin Bieber o “Hold On” di Lil Tjay, ma una volta arrivati
all’ingresso del penitenziario il clima si è fatto immediatamente più cupo. Dopo
l’allontanamento di Hernandez, Ross ha affermato quasi in lacrime: “È davvero
molto triste – e ancora – È terribile, fratello”.
La struttura è l’unico carcere federale di New York City ed è tra le più temute
degli Stati Uniti. Alcuni l’hanno descritta come un vero e proprio “inferno
sulla terra” a causa delle pessime condizioni e dei numerosi casi di violenza e
suicidi. Attualmente ospita il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua
moglie, Cilia Flores, oltre a Luigi Mangione e in passato ha ospitato Sean
“Diddy” Combs e Ghislaine Maxwell, storica collaboratrice di Jeffrey Epstein.
Hernandez è diventato famoso nel 2017 con l’uscita della canzone “Gummo”,
seguita poi dall’album “Dummy Boy” del 2018, grande successo commerciale
internazionale. L’anno successivo si è dichiarato colpevole per il suo
coinvolgimento con la violenta gang newyorkese Nine Trey Gangsta Bloods.
All’epoca era finito in una bufera mediatica, accusato dai fan e dagli altri
membri della gang di essere uno “snitch” (in gergo ‘infame’) per aver
collaborato con la giustizia nello smantellamento della NTGB. La collaborazione
gli è valsa un considerevole sconto di pena, soprattutto eludendo le accuse di
associazione a delinquere. Nel 2019 è stato condannato a due anni di carcere,
seguiti da cinque anni di libertà vigilata, assieme ad un percorso di protezione
testimoni per le gravi minacce ricevute. È stato rilasciato dal carcere federale
con alcuni mesi di anticipo nel 2020, durante il picco della pandemia di
COVID-19, iniziando prima a scontare la pena in libertà vigilata, quindi con il
braccialetto elettronico.
L’ultima condanna di Hernandez è legata al ritrovamento di piccole quantità di
cocaina ed ecstasy nella sua casa di Miami durante una perquisizione della
polizia. Secondo i pubblici ministeri, avrebbe anche colpito un uomo che lo
aveva provocato in un centro commerciale della Florida per la sua collaborazione
contro i membri della gang.
L'articolo Si presenta in carcere per costituirsi a bordo di un furgoncino rosso
e mentre riprende tutto in diretta streaming: il rapper 6ix9ine sconterà la pena
con Maduro e Mangione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rkomi ha sempre vissuto con discrezione le relazioni sentimentali anche quando
le ex sono state “illustri” come Paola Di Benedetto, Havana Plevani e Viviana
Vogliacco.
Restio a parlarne nelle interviste, stavolta il cantautore ha fatto uno strappo
alla regola. Infatti sui social ha condiviso un momento di relax, in vacanza al
caldo, assieme alla sua fidanzata attuale. Lui seduto mentre fuma una sigaretta,
lei sulle sue gambe in un attimo di pausa mentre legge un libro.
I fan si sono subito interrogati su chi fosse la misteriosa ragazza. Detto,
fatto. La nuova compagna di Rkomi è Martina Cabassi nota per essere influencer e
imprenditrice digitale.
Ma le sorprese non sono finite qui. Martina infatti è sorella di Valentina, la
fidanzata di Ernia con il quale ha avuto la prima bimba, Sveva, nata lo scorso
luglio.
Martina Cabassi, brillante imprenditrice digitale e influencer, nata sotto il
segno del Leone, dalle molteplici passioni che spaziano dai viaggi alla lettura
di romanzi gialli, fino al profondo amore per i bambini. Insieme a lei la madre,
“figura determinante nelle scelte stilistiche e artistiche grazie alla sua
consolidata esperienza nel settore della moda mare”.
Rkomi è reduce dal tour teatrale che lo ha visto impegnato per tutto il mese di
novembre fino a dicembre, con una anteprima il 30 ottobre al Teatro degli
Arcimboldi di Milano.
L'articolo Rkomi presenta la fidanzata Martina Cabassi. Ecco chi è e perché
c’entra anche il collega e amico Ernia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anno nuovo, scarica di hip hop adrenalinica in arrivo. Il mese di gennaio, in
attesa dell’arrivo il 24 febbraio del Festival di Sanremo 2026, sarà
caratterizzato dalla carica dell’hip hop con alcuni tra gli esponenti più
importanti della scena italiana. Ad aprire le danze è Tony Boy con “Trauma”,
oggi 2 gennaio, il 9 arriva Guè con “Fastlife 5: Audio Luxury”, il 16 “Tutto è
possibile” segna il ritorno di Geolier mentre il 30 gennaio a chiudere la carica
sarà il golden boy Kid Yugi con “Anche gli eroi muoiono”. Insomma ce n’è per
tutti i gusti per chi ama il genere e, di certo, c’è da scommettere che la
battaglia in classifica sarà alquanto vivace.
Dopo aver chiuso il 2025 con uno show-evento a Rho Fiera Milano Live, Tony Boy
(Antonio Hueber, classe ’99, Padova) ha in serbo tanti progetti per il 2026. Con
due album pubblicati nell’ultimo anno (“Going Hard 3” e “Uforia” disco d’oro),
lo show-evento a Rho Fiera Milano Live, un tour nei club sold out, Tony Boy ha
annunciato suoi primi concerti nei palazzetti a Roma, Milano e Padova dal 13
maggio con in scaletta i brani del nuovo album “Trauma”, uscito proprio oggi,
che contiene 14 brani inediti.
Geolier è pronto a tornare con il quarto album, “Tutto è possibile” e lo fa con
un racconto che parte da un monito di Pino Daniele, custodito in un suo brano
mai pubblicato. Una frase rimasta sospesa nel tempo, che oggi torna a nuova vita
e apre il prossimo album di Geolier. Il disco si apre con Pino Daniele, ma, tra
gli altri, trova al suo interno un altro nome che per Geolier rappresenta un
riferimento: 50 Cent. Un traguardo che lo stesso Geolier ha raccontato come la
prova concreta della sua visione: “Tutto quello che vuoi che accada, accadrà”.
A queste si aggiungono ulteriori collaborazioni: oltre alla presenza di Anuel
AA, una delle voci più iconiche e influenti del Latin trap contemporaneo, Sfera
Ebbasta fino ad Anna e Kid Yugi. Nel 2026 Geolier porterà il nuovo album con tre
live già sold out al Maradona, che chiuderanno il Geolier Stadi 2026”, l’artista
salirà per la prima volta, tra gli altri, anche sui palchi di Milano a San Siro
e di Roma all’Olimpico.
Sulla copertina del nuovo album “Anche gli eroi muoiono” appare dentro in una
bara. Così il golden boy della scena rap Kid Yugi (Francesco Stasi, è un rapper
pugliese classe 01’) mette a segno il suo terzo album in studio. L’album è stato
anticipato da un trailer ambientato su un set cinematografico, in cui viene
messo in scena il funerale dell’artista. La cinepresa segue i personaggi che si
stringono intorno alla bara, mentre l’attore Filippo Timi recita un monologo e
prima di traghettare gli spettatori verso un colpo di scena finale.
“Cosa vuol dire essere un eroe? Operare il bene con tutte le proprie forze
‘risponderebbero i più. Fallire miseramente in nome di un’utopia!’ tuonerebbero
i malvagi. – è il messaggio contenuto nel lancio del nuovo progetto discografico
– Dare prova di coraggio e abnegazione di fronte a pericoli ed avversità
intonerebbero gli accademici. Ecco, tutte queste definizioni sono sbagliate,
vecchie, obsolete, superate, adatte ad epoche passate, ad un mondo in cui la
distinzione tra bene e male appariva netta e irriducibile. La società
contemporanea, quella dei consumi che promuove l’individualismo e glorifica
l’egoismo, la società che ha sacrificato i valori della giustizia sostituendoli
con quelli del merito, è riuscita ad amalgamare i due assoluti. Ma quindi, se
bene e male si somigliano, se l’essere umano opta per l’uno o per l’altro
secondo un unico criterio, l’utilità, come possiamo noi riconoscere un eroe? O,
ancor peggio, è possibile che questo mondo non sia più capace di crearne? Ecco
che la civiltà ha sopperito a questi dilemmi nel modo più stupido e ingiusto:
rendendoci tutti speciali. O almeno facendocelo credere”.
E infine: “Ci hanno insegnato che ognuno di noi è l’eroe della propria storia,
che ognuno di noi è un predestinato, un talentoso, un genio mandato su questa
terra per assolvere ad un compito divino. In questo voi credete e in questo
credo anch’io. Ed ora più che mai la mia missione mi appare chiara, limpida come
il cielo di marzo. Io sono il vostro Memorandum. E porto un unico messaggio:
Anche gli eroi muoiono”.
Infine Guè con “Fastlife 5: Audio Luxury”, interamente prodotto da Cookin Soul.
Il volume di “Fastlife”, il mixtape di culto nato vent’anni fa dal talento e
dall’amore per il rap di Gué. Per le celebrazioni dei vent’anni di Fastlife, il
rapper ha voluto fare le cose in grande: tutte le tracce sono infatti prodotte
da Cookin Soul, producer di Valencia, che vanta collaborazioni internazionali
del calibro di Nipsey Hussle, Yukmouth e MF Doom e centinaia di remix
all’attivo. Il mixtape, inoltre, è stato mixato e masterizzato da Davide “Bassi
Maestro” Bassi. La copertina, che ritrae l’artista con la figlia Céline, è uno
scatto d’autore firmato dal fotografo e collaboratore di lunga data Federico
Hurth. Anche Fastlife 5 : Audio Luxury sarà parte dello speciale show Fastlive,
che porterà per la prima volta dal vivo sul palco del Fabrique di Milano tutta
la saga di Fastlife l’1 e 2 febbraio 2026.
L'articolo Geolier, Guè, Kid Yugi e Tony Boy mettono il turbo al 2026 a suon di
hip hop: ecco la battaglia in classifica che si annuncia scoppiettante proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Non faccio il rapper per fare il criminale, l’ho fatto per salvarmi da
un’ipotetica vita criminale che avrei potuto intraprendere, disgraziatamente, se
non avessi trovato altro da fare nella vita”, così Enzo Dong che, dopo una lunga
attesa, è tornato. E lo ha fatto facendo uscire il suo nuovo album, “Life Is A
Tarantella”. Una pubblicazione tanto attesa quanto, a tratti, inaspettata. Il
punto zero di una nuova fase artistica e personale, dopo il suo primo disco “Dio
perdona io no”, uscito nel 2019. Il progetto presenta dieci tracce e tre
featuring (Pyrex, Lady Dong e Lele Blade). I pezzi sono prevalentemente trap.
C’è qualche accenno al reggaeton, una citazione ad Anna Pepe e un’alternanza di
brani da club con altri più romantici, introspettivi. Il rapper di Secondigliano
ha raccontato, a FqMagazine, la genesi del disco. Arrivata dopo un lungo periodo
buio, tra problemi di salute (“Non respiravo più bene da un annetto”), pressioni
psicologiche (“Ci sono stati un bel po’ di rallentamenti che mi hanno portato un
po’ fuori strada”) e la lotta quotidiana con sé stesso e con ciò che lo
circonda.
“Vi ho fatto aspettare tanto, ma non sapete quanta sofferenza c’è stata dietro
questo periodo oscuro”, hai scritto su Instagram. Che fine ha fatto Enzo Dong?
In questi anni sono successe tante cose. Quella principale, che mi ha stoppato
musicalmente, è stata una problematica al naso che ho avuto negli ultimi anni.
Non respiravo più bene da un annetto, avevo i turbinati praticamente
atrofizzati. Dopo l’operazione ho continuato ad avere ancora problemi che, a
loro volta, mi hanno scatenato altre cose come la claustrofobia, ansia e
tachicardia. Tutta una serie di reazioni a catena per via di questo problema di
salute che ho avuto. Questa cosa mi ha impedito anche di registrare, mi
ostacolava il cantare. Anche per i live ho avuto problemi.
Un periodo duro…
Poi i problemi non arrivano mai da soli, arrivano sempre tutti quanti insieme.
Non avevo neanche lo studio, dopo il covid. La pandemia mi ha fatto ritardare
tutta una serie di progetti che stavamo mettendo sul piano manageriale. Ci sono
stati un bel po’ di rallentamenti che mi hanno portato un po’ fuori strada.
Sei riuscito ad andare oltre le difficoltà?
Sì, siamo riusciti a riprendere la situazione in mano e ci siamo rimessi subito
al lavoro. La gente attendeva un mio progetto da un bel po’ di anni.
Nonostante tutto, negli anni hai pubblicato musica in modo sporadico. Dal 2019
non uscivi con un disco, il che si scontra con l’attitudine odierna di essere
sempre presenti: hai mai avuto paura di venire dimenticato?
Questa è proprio una cosa che odio della società e dei social attuali. La odio a
più non posso perché amo la produttività, fare musica è la mia passione e, se
non facessi questo, starei male. E infatti sono stato male anche perché stare
fermo non è bello. L’iperproduzione di musica però, secondo me, la sta
rovinando. Sta diventando veramente troppo veloce. La gente non ha più tempo di
affezionarsi a un brano, a un disco. Questa cosa dovrebbe essere presa in modo
diverso dagli artisti, dalle etichette e da tutta l’industria musicale.
Altrimenti finisce che la musica si brucia. Per quanto riguarda la paura di
essere dimenticato, ammetto che è stato un pensiero che mi ha fatto stare male
in questi anni.
Qual è il tuo significato di “Life Is A Tarantella”?
È proprio l’emblema di questo periodo. A Napoli si dice che la Tarantella sono i
guai e, il titolo, rispecchia tutti i problemi che ho avuto in questi anni. Un
po’ pure per abbattere lo stereotipo del rapper che vive la vita senza problemi.
In realtà il rap nasce dallo struggle (la lotta quotidiana, la resilienza, le
difficoltà sociali, economiche e personali, e la voglia di riscatto partendo dal
niente, ndr), dalle tarantelle, detto in napoletano.
Quando hai iniziato a scrivere le prime tracce?
Un annetto fa. Lavorare con i fratelli, con le persone con le quali ti trovi
bene, è la via più veloce e più facile per fare della buona musica. Sono sempre
aperto a collaborare con tutti però, ovviamente, dopo un periodo che mi aveva
portato un po’ fuori strada, la prima cosa che potevo fare era collaborare con
dei miei amici, come Pyrex.
Lele Blade, invece?
Ho scoperto una grande amicizia in questi anni con lui. Mi ha fatto molto
piacere che mi abbia supportato subito nel progetto. È stato partecipe, si è
inserito. Tanti artisti sono stati invitati nell’album ma ognuno è preso dai
suoi dischi, dai suoi progetti. E per me, rientrare in pista, arrivare subito a
gamba tesa con tantissimi featuring, non è stato facile. La lavorazione che c’è
dietro ai dischi è molto grossa, la gente non immagina quello che c’è dietro.
In “We The Best” dici di aver fatto il palo per strada. Ti senti uno dei
megafoni per i ragazzi di un certo tipo di periferia?
Sì, anche perché ho vissuto molto il quartiere quando ero piccolo. Poi il rap
per fortuna mi ha salvato da certi contesti che mi avrebbero portato al
disastro. Se non avessi fatto il rapper non so quale guaio nella vita avrei
fatto. Sicuramente in qualche tarantella vera mi sarei trovato, anche un po’ da
stupido. Essendo “bravi ragazzi nei brutti quartieri”, il rischio è di
affascinarsi a situazioni senza accorgersene. Mi fa molto piacere rappresentare
i ragazzi del quartiere, che è sempre stato il mio motto alla fine. Dong sta per
il mio quartiere, Rione Don Guanella.
Vivi ancora a Secondigliano?
Sì, “non c’è casa come casa tua”.
I problemi ci sono ancora ed è importante se ne parli: artisti come te e Geolier
sono riusciti a sfuggire da certe dinamiche di strada. Da cosa potrebbero
partire i ragazzi per svoltare la propria vita?
I ragazzi di oggi dovrebbero concentrarsi a trovare la propria passione. Ok il
rap, che comunque dà una chance a molti ragazzi, però il consiglio che darei è
quello di trovare la propria passione e non seguire quella degli altri, quella
che ti impongono i social o quella che va di moda. Oggi il rap va pure un po’ di
moda ma, quando io o Geolier abbiamo iniziato a fare rap, era una cosa che è
partita da noi, contro ogni aspettativa. Non c’era la moda che tutti erano
rapper. Abbiamo creduto nel nostro, buttandoci in questa strada che sembrava
battuta da poche persone. Invece oggi i ragazzi seguono la strada che stanno
battendo un po’ tutti. Il successo non è solo materiale, è anche una
soddisfazione personale.
“Se voi siete la strada, io sono la superstrada”, dici in “Gangsta Gangsta”.
Alcuni rapper millantano di essere qualcosa che non sono?
È una citazione anche un po’ ironica, infatti nel pezzo si sente un pernacchio.
Però sì ci sono tanti un po’ con il mito del personaggio, di 50 Cent, del rapper
gangsta. Io sono di Secondigliano e sono cresciuto nel mio rione. Ho visto molti
contesti e situazioni pericolose e, nonostante ciò, non mi sono mai proclamato
“gangster”. Non sono mai stato un criminale, per fortuna. Quando però vedo
emulare troppo certe cose mi dispiace perché, secondo me, dobbiamo dare ai
ragazzi un altro esempio. Io non faccio il rapper per fare il criminale, l’ho
fatto per salvarmi da un’ipotetica vita criminale che avrei potuto
intraprendere, disgraziatamente, se non avessi trovato altro da fare nella vita.
È questo il messaggio che dobbiamo dare.
Cosa ne pensi di Luchè a Sanremo?
Sono felicissimo per lui. Sono un grande fan di Luchè da sempre, dai Co’Sang.
Facevo pure le doppie ai live dei Fuossera quando ero piccolissimo. Vedere Luchè
a Sanremo è una soddisfazione perché è comunque il mio mito da sempre. Gli
faccio un in bocca al lupo e spero spacchi tutto.
L'articolo “Io non faccio il rapper per fare il criminale, ma per salvarmi. La
mia tarantella? Il naso che mi ha bloccato e fatto venire ansia e tachicardia”:
così Enzo Dong proviene da Il Fatto Quotidiano.
Marracash ieri, 9 dicembre, è sbarcato all’Unipol Forum di Milano per la tappa
del tour sold out Marra Palazzi25, che rappresenta la naturale prosecuzione del
tour trionfale negli stadi andato in scena nell’estate del 2025 che ha
registrato quasi 300.000 spettatori. Ad accompagnarlo sul palco ieri sera
c’erano: Lazza (“Salvador Dali”-“Sport”), Blanco (“Nemesi”), Filippo Graziani
(“È finita la pace”) e 22Simba (“Fanculo”).
Dopo la data di ieri sera sera si prosegue sempre stasera 9 dicembre (SOLD OUT)
e il 10 dicembre all’Unipol Forum di Milano, il 12 (SOLD OUT) e il 13 dicembre
(SOLD OUT) al Palazzo dello Sport di Roma, il 17 dicembre alla Kioene Arena di
Padova (SOLD OUT) e si concluderà il 20 dicembre all’Inalpi Arena di Torino.
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L'articolo Marracash in concerto all’Unipol Forum di Milano: ecco tutte le foto
della serata. Sul palco anche Lazza, Blanco, Filippo Graziani e 22Simba proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Un detto dice che “un gioiello è per sempre”, così come un figlio. L’artista
statunitense Cardi B ha deciso di unire i due concetti di eterno e festeggiare
la nascita del quarto figlio con un regalo insolito: un cordone ombelicale
d’oro. L’ultimo arrivato, figlio della cantante e del giocatore dei New England
Patriots Stefon Diggs, è stato celebrato con alcune foto postate da Cardi B sui
social. Per la rapper si tratta del quarto figlio, il primo con il campione
della NFL.
CARDI B, AMORE TRAVAGLIATO
Cardi B è una delle cantanti più influenti del panorama musicale odierno. La
newyorkese, acclamata da milioni di fan in patria e nel mondo, è anche una
mamma. Belcalis Marlenis Almanzar, il nome della star all’anagrafe, ha già dato
alla luce tre bambini: Kulture Kiari, Wave Set e Blossom. I tre bimbi sono figli
della cantante e del rapper Offset. La relazione tra i due è stata lunga e
travagliata. I due artisti si sono sposati nel 2017 e a dicembre del 2018 la
cantante ha annunciato la fine della relazione con il marito. Durante un
concerto Offset ha tentato di riconquistarla, con la cantante che lo ha
allontanato e si è detta “imbarazzata” dall’episodio. A ottobre 2020, quando i
due rapper erano a un passo dal firmare le carte del divorzio, è arrivata la
notizia del ricongiungimento. A giugno 2021 Cardi B e Offset hanno annunciato
l’arrivo del secondo figlio, Wave. L’11 dicembre 2023 la cantante ha nuovamente
confermato le voci sulla separazione, mentre l’1 agosto Cardi B ha prima
annunciato la terza gravidanza (sempre con il rapper) e, poche ore dopo, il
divorzio ufficiale da Offset.
LA SERENITÀ RITROVATA
Dopo il patimento vissuto nella precedente relazione, Cardi B sembra aver
trovato la serenità. A inizio giugno 2025 la cantante ha annunciato la relazione
con la star della NFL Stefon Diggs. La cantante parlava così della gravidanza e
della serenità che sta vivendo: “Sento di essere in un buon momento, mi sento
molto forte”. La star del rap ha aggiunto: “Io e il mio compagno ci sosteniamo
moltissimo a vicenda e questo mi fa sentire come se potessi conquistare il
mondo”. Per il cordone ombelicale d’oro, Cardi B si è affidata a Mommy Made
Encapsulation, specializzata in servizi post partum e diventata popolare per le
richieste stravaganti delle star. Il cordone sarà avvolto attorno a un supporto
metallico, modellato fino formare un cuore e, infine, ricoperto d’oro. Mommy
Made Encapsulation ha fatto parlare di sé per un servizio particolare: la
trasformazione della placenta in capsule che le neomamme assumono per godere
delle proprietà nutritive. Una proposta che ha suscitato scandalo e l’interesse
di Cardi B, che si è affidata all’azienda per regalarsi il gioiello più bello
del suo portagioie.
L'articolo Cardi B fa rivestire d’oro il suo cordone ombelicale: il gioiello per
la nascita del quarto figlio fa discutere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Carlo Conti ha annunciato, oggi 30 novembre, al Tg1 la lista dei trenta cantanti
che parteciperanno al Festival di Sanremo 2026. Tra nuovi volti e partecipazioni
inaspettate, il cast formato dal direttore artistico della kermesse prevede
anche la presenza di diversi rapper. Dal figlio di Gianni Morandi, a chi ha
contribuito a portare la trap in Italia e chi, invece, è diventato virale su
TikTok grazie ad un tormentone estivo. Ecco tutte le informazioni che vi servono
per arrivare preparatissimi ad inizio Festival. Oltre al “papà” dell’hip hop
italiano J-Ax che torna al Festival di Sanremo 2026, dopo La réunion degli
Articolo 31 al Festival di Sanremo 2023 con il brano “Un bel viaggio”, ecco
tutti gli altri “figli” pronti a rappresentare un genere tutt’altro che morto e
sepolto.
L'articolo Sanremo 2026, l’uragano rap si abbatte sul Festival per puntare ai
giovanissimi e allo streaming sicuro: da Luchè a J-Ax, ma anche Sayf e Samurai
Jay proviene da Il Fatto Quotidiano.