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“È un lusso per i ragazzi restare in Italia e riuscire a vivere decentemente. Gli stipendi sono fermi e per uscire dalla povertà ci vogliono 5 generazioni”: così nayt
Zitto zitto nayt ha portato a casa il sesto posto al Festival di Sanremo 2026 grazie alla sua performance e le parole di “Prima che”. Ora l’artista romano, che ha una delle penne più interessanti del mondo rap, è tornato con il nuovo album “io Individuo”, il decimo della carriera che contiene 13 brani inediti. Nessuno sconto, parole come lame sulla collettività, l’industria discografica e gli individui, come recita il titolo del progetto discografico. Tra le chicche contenute: “Ci nasci, ci muori” con la citazione di “In Italia” di Fabri Fibra, mentre “Briciole” di Noemi è in “Astronauta” e poi “Stupido pensiero” feat. Elisa. La cover dell’album è un quadro acrilico su tela 120x120cm dipinto a mano dall’artista Ozy e ispirato dalla fotografia “De Schimmel” (1992), scattata dall’iconico fotografo tedesco Hannes Wallrafen. A novembre 2026 nayt sarà protagonista di Noi Individui Tour, il nuovo tour che lo vedrà protagonista nei palasport delle principali città italiane. Perché “in Italia è difficile restare, ma in Italia è difficile anche andarsene”? Perché l’Italia ha delle cose bellissime, perché a casa, per noi, è difficile andarsene. È difficile restare per tutte le difficoltà che però comporta restare a casa oggi, dove le cose non vanno bene sotto determinati punti di vista. Insomma è un Paese incredibile allo stesso tempo che diventa sempre più ostile per certi versi difficile. Diventa sempre più un lusso per i ragazzi di oggi restare in Italia e riuscire a vivere decentemente e dignitosamente. In un altro pezzo parlo del fatto che gli stipendi in Italia non crescono da non si sa quanti anni, che la statistica per uscire fuori dalla povertà è di cinque generazioni. Quindi ci sono dei contrasti importanti. Come mai “nessuna azienda investe nella cultura, nessuno Stato, né un partito, nessun padre”? Non è effettivamente proprio così, ma sembra che ci sia molto questa tendenza, soprattutto dove non dovrebbe esserci, o dove non dovrebbe ma potrebbe non esserci. Allora sembra che la cultura sia in mano agli artisti, ma soprattutto che è anche una roba fisiologica, nel senso anche normale che lo sia, ma sembra che non ci sia nessuna struttura e che quindi poi gli artisti vengano eletti ed ‘eletti’ a ‘salvatori’ o educatori nella nostra società, cosa che mi sembra un po’ assurda. Chi sono i protagonisti dei tuoi interludi nel disco? Nel primo interludio c’è mia madre, nel secondo interludio c’è una persona per me molto importante che è un mentore col quale ho tanti scambi di questo tipo anche dove parliamo di tante cose e in quell’interludio in particolare si parla di devozione, si parla di contraddizioni, si parla del culto dell’idolo. Sottolineo un po’ delle contraddizioni che fanno parte di noi come individui, della nostra società, della nostra collettività. e anche di me in quanto artista e personaggio pubblico esposto. Com’è nata la collaborazione con Elisa? Ho proposto il pezzo e ci siamo visti in studio una mattina presto, siamo rimasti fino alle tre di notte, lavorando a questo pezzo completamente da zero ed è uscito quello che è uscito. È stata un’esperienza incredibile, sono molto felice. Per me Elisa è una maestra di vita, di musica. Il disco è generazionale, quale messaggio vorresti che arrivasse? La mia generazione, la mia in particolare che ho 31 anni, ha una grande potenzialità per fare da ponte tra queste nuovissime generazioni che ci sono, che nascono con il telefono in mano, e i nostri genitori e chi prima di loro, che invece si sono ritrovati ad un certo punto in questo mondo del digitale. Ma a prescindere dai social e dalla tecnologia, parlo proprio di linguaggio, dei tempi, degli spazi, dei ritmi diversi. E noi siamo un po’ in questa metà. Che bambino sei stato? A dieci anni passavo i pomeriggi in camera di mia madre con il suo stereo, i cd che aveva…C’era proprio un procedimento diverso di fruizione della musica, c’era una complessità diversa. Ora questo è sulla musica, ma potremmo traslarlo in tantissimi altri contesti. Quindi credo che abbiamo questa possibilità di fare da ponte tra queste macro generazioni, però ovviamente siamo anche in questa confusione… Di cosa si tratta? Come fai a scegliere come fai a capire chi sei? È veramente difficile. L'articolo “È un lusso per i ragazzi restare in Italia e riuscire a vivere decentemente. Gli stipendi sono fermi e per uscire dalla povertà ci vogliono 5 generazioni”: così nayt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Dot Rotten, il musicista e produttore era una figura di spicco della scena grime britannica
Mondo della musica in lutto. È morto a 37 anni il musicista e produttore Dot Rotten, figura di spicco della scena grime britannica. La notizia della morte, confermata dalla famiglia alla BBC, non è stata accompagnata da dettagli sulle circostanze, anche se alcuni media online suggeriscono che si trovasse in Gambia al momento del decesso. Il vero nome era Joseph Ellis, Dot Rotten ha sviluppato uno stile musicale riconoscibile per il mix tra ritmi duri e melodie emotive, collaborando con artisti del calibro di Chip, D Double E, Cher Lloyd ed Ed Sheeran. Il successo commerciale è arrivato nel 2012 con il singolo “Overload”, che raggiunse la Top 20 britannica e che Ellis descrisse come ispirato dalla sua esperienza personale con una grave depressione. Negli ultimi anni, Dot Rotten aveva preferito il lavoro dietro le quinte, producendo tracce per artisti come Headie One, D-Block Europe e Nines sotto lo pseudonimo Zeph Ellis. Uno dei suoi brani più celebri, “XCXD BXMB”, è stato campionato da AJ Tracey in “Naila” e da Kano in “Garageskankfreestyle”. Ellis pubblicò il primo mixtape, “This Is the Beginning”, nel 2007 come Young Dot. L’anno seguente adottò il nome Dot Rotten, acronimo di “Dirty on Tracks, Righteous Opinions Told to Educate Nubians”, in omaggio anche al personaggio di Dot Cotton della serie tv “EastEnders”. Il musicista si fece conoscere con la serie di mixtape “Rotten Riddims”, sei volumi pubblicati nell’estate 2008, definiti da Clash tra i lavori strumentali più rilevanti del grime. Dopo le esibizioni su Rinse Fm e SB:Tv, ottenne un contratto con la Mercury Records e collaborò con artisti come Ed Sheeran, Mz Bratt e Cher Lloyd. Partecipò anche al singolo benefico del 2011 per “Children In Need,” una cover di Teardrop dei Massive Attack con Chipmunk, Wretch 32, Labrinth, Ms Dynamite e Rizzle Kicks. CHE COS’È IL “GRIME”? Il grime rappresenta un genere musicale elettronico emerso a Londra all’inizio degli anni 2000. Si distingue per i suoi ritmi accelerati (circa 140 battiti al minuto), bassi intensi e un’atmosfera underground dai toni cupi. Questa espressione musicale nasce dalla fusione creativa di elementi provenienti dal UK garage, dalla dancehall e dall’hip hop. L'articolo È morto Dot Rotten, il musicista e produttore era una figura di spicco della scena grime britannica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Baby Gang condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione per ricettazione e detenzione di una pistola clandestina con matricola abrasa. Il trapper: “Adesso basta, solo musica”
Nulla da fare per Baby Gang, colpito dall’ennesima condanna dal Tribunale di Milano, stavolta a 2 anni e 8 mesi di reclusione, con rito abbreviato, per ricettazione e detenzione di una pistola clandestina con matricola abrasa. Il trapper 24enne, all’anagrafe Zaccaria Mouhib, è ormai da anni protagonista delle cronache giudiziarie ma anche salito ai vertici delle classifiche, con milioni di follower e collaborazioni importanti. Il trapper, l’11 settembre, era finito in carcere ancora una volta dopo che i carabinieri, in un’inchiesta più ampia della Procura di Lecco, avevano trovato in una camera d’albergo a Milano, dove dormiva dopo essersi esibito al concerto di Emis Killa, una semiautomatica con matricola abrasa dentro un portatovaglioli. Oggi, 4 marzo, la sentenza della gup Chiara Valori, a seguito delle indagini della pm Maura Ripamonti. La difesa del cantante, assistito dall’avvocato Niccolò Vecchioni, potrà fare appello. “Adesso basta, solo musica”, è il messaggio che Baby Gang, presente al settimo piano del Palazzo di giustizia milanese, ha voluto mandare dopo il verdetto, perché da tempo sta cercando di chiudere con i suoi problemi con la giustizia e di occuparsi soltanto della sua carriera musicale. Attualmente è ai domiciliari per la vicenda della pistola e deve chiedere autorizzazioni per poter uscire per registrazioni o concerti. E sta scontando anche in affidamento in prova ai servizi sociali una condanna definitiva per una sparatoria vicino corso Como, zona della movida milanese, del luglio 2022. Nell’interrogatorio di convalida dopo l’arresto per la pistola, il 24enne si era difeso spiegando di aver avuto con sé quell’arma per “paura di essere derubato”. È “un artista” – aveva scritto la difesa chiedendo e ottenendo la scarcerazione dal gip lo scorso ottobre – che, al di là della sua “immagine esteriore”, è “niente più che un giovane italiano di seconda generazione afflitto da patologiche dipendenze da sostanze, e che sta cercando, in ogni modo, di emergere dal contesto economico e sociale profondamente degradato e disagiato al quale è stato, sin da giovanissimo, esposto e del quale è divenuto, suo malgrado, narratore”. Aveva ottenuto i domiciliari, con braccialetto elettronico, in una comunità terapeutica, nel Milanese, per un percorso di “disintossicazione”. L’indagine più ampia dei pm di Lecco, che aveva portato al nuovo arresto per Baby Gang, era partita dal ritrovamento di un mitragliatore AK47, riconducibile alla famiglia Hetem, utilizzato “durante le riprese di alcuni video” di Baby e dell’amico e collega Simba La Rue, anche lui sta scontando condanne definitive. Il 24enne in passato è stato anche sottoposto dal Tribunale di Milano alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Il legale negli atti dei procedimenti aveva segnalato pure una sua “forma di patologica fascinazione per le armi” e aveva spiegato che, però, grazie alle cure, lui che è anche un “simbolo generazionale” potrebbe finalmente “abbracciare una nuova dimensione di vita”. L'articolo Baby Gang condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione per ricettazione e detenzione di una pistola clandestina con matricola abrasa. Il trapper: “Adesso basta, solo musica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il 18 aprile ci vediamo in Barona per Marra Block Party”: Marracash festeggia il disco di diamante (oltre 500mila copie vendute) per l’album “Persona” – IL VIDEO
Marracash ha festeggiato ieri, lunedì 2 marzo, un suo personale record: l’album “Persona” ha conquistato la certificazione di disco di Diamante, superando le 500.000 copie vendute. Il disco è stato pubblicato il 31 ottobre 2019 ed è stato 330 settimane consecutive di permanenza in classifica (oltre 6 anni). Così il rapper assieme al management e alla discografica si è recato in Via De Pretis alla Barona, quartiere di Milano dove è cresciuto, per festeggiare con in mano il disco di diamante. “Un diamante da via De Petris 100. Grazie a tutti, grazie al mio quartiere”, ha scritto il rapper che poi ha dato appuntamento al 16 aprile per il Marra Block Party, che si terrà proprio in Barona. Per ora non sono stati resi noti ulteriori dettagli, che sicuramente saranno ufficializzati nelle prossime settimane. L'articolo “Il 18 aprile ci vediamo in Barona per Marra Block Party”: Marracash festeggia il disco di diamante (oltre 500mila copie vendute) per l’album “Persona” – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho visto il mio primo omicidio a nove anni. Mi hanno caricato una pistola in testa, ero accecato dalla rabbia e pensavo solo a vendicarmi”: Luchè a Sanremo 2026 con “Labirinto”
“Ho visto il mio primo omicidio a nove anni e non ho provato niente. Anzi, forse attrazione”, aveva raccontato Luchè, definendola, “una dinamica di quartiere”, a One More Time Podcast. Nel suo passato l’artista partenopeo, Luca Imprudente all’anagrafe, ne ha viste di cotte e di crude. Un’infanzia e un’adolescenza trascorsa tra i vicoli di Marianella, un quartiere vicino a Scampia. Poi è arrivata la musica a svoltargli la vita. Prima, assieme all’amico e collega Ntò, coi Co’Sang. Il loro disco più significativo è “Chi more pe’mme”. All’interno del progetto i due rapper raccontano la vita e le difficoltà all’interno dei rioni partenopei. Luchè è riuscito ad affermarsi anche da solista. Celebri e riconosciuti sono, da pubblico, scena e critica, album come “Malammore”, “Potere” ed il più recente “Il mio lato peggiore”. All’età di 45 anni è arrivato il momento del grande salto: la partecipazione al Festival di Sanremo 2026, sulle note del brano “Labirinto”. “Succede a tanti di sentirsi prigionieri in un labirinto, specie a chi ha un’anima sensibile – ha spiegato Luchè, a proposito del brano -. Quanto a me, sto ancora cercando la via d’uscita. Sono una persona complicata, che non si accontenta di essere ‘abbastanza’, ma vuole spingersi oltre, anche fallendo, ma spesso anche vincendo”. Quest’anno la kermesse conta un’ampia quota di rapper. Si strizza l’occhio ai più giovani e il numero degli streaming sono (ancor di più) al sicuro. L’artista partenopeo, come vi avevamo rivelato in occasione del primo – e finora unico – ascolto del brano, “porta una bella canzone con un beat leggermente soul, pop e ovviamente rap. Un brano intimo che parla di sé senza fare sconti. Auto-Tune a tutto spiano”. Sarà, inoltre, interessante vedere all’opera il connubio Luchè-orchestra. Ma per comprendere al meglio il “Labirinto” interiore di Luchè, occorre fare luce sul suo trascorso. “MI HANNO CARICATO UNA PISTOLA IN TESTA” Nella canzone “Lettera alla pistola alla mia tempia”, il rapper si rivolge, a tu per tu, all’arma che avrebbe potuto ucciderlo per futili motivi. “Tu sei la chiave per aprire questa gabbia (…). Spegni quel fuoco che brucia a ogni mio passo. Ho scartato il regalo della vita e non era la sorpresa che cercavo. Liberami da questa morte lenta, sii la mia medicina definitiva (…). Dai senso a tutta questa sofferenza testarda che non mi abbandona mai (…). Anche chiudere gli occhi ed evaporare è un mio diritto. Pistola, che baci la mia tempia, tu hai il potere, tutto dipende da te (…). Te ne sarò grato a vita, dovrò tutta la mia serenità a te. Rendimi libero di volare (…)”, prosegue Luchè, in tono struggente. Una cronaca di strada che, purtroppo, è tutt’oggi attuale. “Mi hanno caricato la pistola in testa – aveva raccontato l’artista a “Le Iene”, a proposito dell’arma puntatagli in fronte –. Eravamo fuori da un bar a parlare con delle ragazze. Ad un certo punto è passato il fidanzato di una di queste. Vede me ed i miei amici e se ne va. Dopo un po’ ci tagliano (il ragazzo in questione ed un suo amico, ndr) la strada con un motorino. Io ero in macchina, inchiodo, cerco di uscire dal veicolo ma loro due mi chiudono a calci la portiera. Lui col manico della pistola rompe il finestrino e carica l’arma sulla tempia. Poi se ne vanno”. E ancora: “Ero accecato dalla rabbia, pensavo solo a vendicarmi. E infatti una settimana dopo siamo andati a prenderlo. Siamo andati da lui con un gruppo di persone armate, le cose si sono calmate ed i tipi che erano venuti con me gli hanno detto ‘la prossima volta spara’. Non è che la cacci e non spari”, aveva concluso il rapper partenopeo. “NON MI SI PUÒ DIRE CHE SIA UN PAGLIACCIO” Nonostante il successo, sono ancora ben ancorate le radici che legano Luchè con la città ed i quartieri di Napoli. E quando viene affrontato il tema delle Vele di Scampia, il rapper ne parla con tono amareggiato. “Costruisci una cosa che dovrebbe rappresentare il riscatto popolare e poi diventa il simbolo del degrado di tutta Europa, è un inganno”. Oggi “vengono a fare le foto i turisti, vengono a vedere il degrado. Combattere il pregiudizio per cinque minuti è facile”, aveva precisato il rapper, sempre a “Le Iene”. “Non avrei mai pensato che questo giorno sarebbe arrivato – aveva detto poco prima che iniziasse la demolizione della Vela Rossa (Vela D) -. Fa male, ci ha dato tanto dal punto di vista umano, ma ci ha reso anche più freddi e cinici”. Nei confronti della sua amata città, il rapper ha sempre usato bastone e carota. “Non possiamo dire ancora che Napoli non abbia le difficoltà di un tempo – aveva dichiarato a FqMagazine -. (…) Dobbiamo sottolineare le qualità di Napoli ma anche denunciare dove possiamo fare meglio. Solo così la città potrà crescere veramente”. E ancora: “Cerco di provocare le persone per aprire la loro mente, voglio che sia importante la mia musica per dire anche delle cose scomode. Non m’interessa non mettermi contro nessuno per guadagnare. Se mi metto contro qualcuno lo faccio veramente. Non mi si può dire che sia un pagliaccio o una marionetta”. Le periferie e la criminalità sono in continua evoluzione. Alcuni osservano come, nelle strade, non ci siano più “codici”. “Quando ero più piccolo e stavamo nelle periferie c’era ancora il ruolo di chi comandava. Adesso si è abbassata l’età e quindi ci sono meno codici, anche se, già anni fa, notavo che succedevano cose che mi facevano pensare: ‘Ma i codici dove ca**o stanno se, ad esempio, bruciano viva l’ex fidanzata di uno?’. Forse questo discorso sui codici della strada è stata sempre un’utopia”, aveva, tuttavia, osservato Luchè. “IL GIORNO DELL’ANNUNCIO HO LITIGATO CON MIA MAMMA” L’artista si era reso protagonista anche di un acceso dissing con Salmo, infiammando (sì, stiamo parlando delle barre e non delle alte temperature) l’estate degli appassionati di rap. I due se le erano date, musicalmente parlando, di santa ragione. “Per me c’è poco da dire perché quello che è stato detto resta e quando le cose che si dicono sono valutate gravi, per me restano gravi. Sicuramente non lo rifarei, non mi andrebbe di andare a camminare per le strade di Milano e rischiare di incontrare un nemico. (…). Ho dato dimostrazione che non sono un giocattolino (…). Subire affronti così ferisce, non sarei pronto ad avere un’amicizia con una persona che si è permessa di dire queste cose di me, come io di lui ovviamente – aveva spiegato a “One More Time Podcast” –. La lezione che ne traggo? È stato solo intrattenimento per un pubblico che poi si è rivelato molto infantile e non ha fatto altro che dividere le masse. Non c’è neanche stato confronto artistico. Se mi dovesse arrivare un altro attacco del genere, non risponderei più”. Per Luchè l’Ariston rappresenta un ritorno. Il rapper, che è comunque al suo debutto in gara, si era esibito, nel Festival del 2024, durante la serata delle cover assieme a Geolier, Guè e Gigi D’Alessio. Come affronterà Sanremo, tuttavia? Il risultato della classifica finale ha, per Luchè, importanza relativa. Ciò che più conta sarà fare “buona impressione” e sperare che il brano possa andare bene anche e soprattutto post Festival. Tutti conosciamo il rapporto viscerale che lega la città Sanremo ed i suoi magnifici fiori (tranquilli ora lo sa anche Blanco). Luchè stesso ne sarà al corrente. Tuttavia, come da lui stesso rivelato a “Supernova”, “Il giorno dell’annuncio” dei trenta big che avrebbero partecipato alla kermesse, non è andato tutto “a rose e fiori”. “Ho litigato in cucina con mia madre – ha rivelato il rapper a Cattelan -. Mi son trovato a casa tutti i parenti per guardare il TG che avrebbe annunciato i nomi dei concorrenti. Ma sono cose, e i miei parenti lo sanno, che un po’ m’imbarazzano, perché sono fin troppo riservato. E mentre stavo discutendo con mia mamma, Carlo Conti aveva fatto il mio nome, quindi non lo abbiamo visto” in diretta. “Chi ben inizia è a metà dell’opera” direbbero i più. Vero. Luchè, tuttavia, potrebbe avere assi nella manica per stupire, soprattutto, il pubblico che meno lo conosce. Staremo a vedere. L'articolo “Ho visto il mio primo omicidio a nove anni. 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Festival di Sanremo
È morto Lil Poppa, il rapper aveva appena pubblicato il singolo “Out of Town Bae”. La polizia: “Nessuna ipotesi stiamo indagando a tutto campo”
Lutto nel mondo del rap mondiale. Lil Poppa, nome d’arte di Janarious Mykel Wheeler, è morto all’età di 25 anni. La notizia è stata confermata dall’ufficio del medico legale della contea di Fulton, in Georgia, che ha riferito che il decesso è avvenuto nella mattinata di mercoledì 18 febbraio. Le cause della morte sono al momento “oggetto di indagine”. A riportare per primo la notizia è stato il sito americano TMZ. Secondo quanto comunicato dalle autorità locali, ulteriori dettagli verranno diffusi al termine degli accertamenti medico-legali. Lil Poppa avrebbe dovuto tenere un concerto il 21 marzo a New Orleans. “Essere un artista è facile finché hai qualcosa di cui parlare. Finché hai vissuto qualcosa, sarà sempre facile”, aveva dichiarato nel 2021. Originario di Jacksonville, in Florida, Lil Poppa si era imposto negli ultimi anni come una delle voci emergenti più prolifiche della scena hip hop del Sud degli Stati Uniti. In meno di un decennio aveva costruito un catalogo musicale significativo, pubblicando cinque album e numerosi singoli. Tra i brani che ne hanno segnato l’ascesa figurano “Love & War”, ”Purple Hearts”, “Mind Over Matter” e “Happy Tears”. In particolare, “Purple Hearts” – canzone incentrata su un episodio di violenza armata in cui il rapper era rimasto coinvolto – aveva attirato l’attenzione dell’etichetta Interscope Records, contribuendo a consolidarne la notorietà. Nel 2022 il rapper aveva firmato con la Collective Music Group (Cmg), fondata dal rapper Yo Gotti, entrando a far parte di una scuderia che comprende anche la candidata ai Grammy GloRilla. Il suo maggiore successo commerciale risale al 2021 con ”Love & War”, brano contenuto nell’album “Blessed, I Guess”, in cui affrontava temi come l’amore, la vulnerabilità e la violenza nelle comunità urbane. Lo scorso agosto aveva pubblicato l’album di sedici tracce “Almost Normal Again” e appena cinque giorni prima della morte aveva lanciato il singolo “Out of Town Bae”. L'articolo È morto Lil Poppa, il rapper aveva appena pubblicato il singolo “Out of Town Bae”. La polizia: “Nessuna ipotesi stiamo indagando a tutto campo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Fabri Fibra mi detto ‘spingi, fai incazzare, ma in maniera un po’ paracula’. Se parli di certe cose vieni etichettato di Sinistra, ma non me ne frega un c***o”: così Cuta
“Questo mondo, dal Piano Marshall al culminare con Mani pulite e la tv di Berlusconi, vuole farti stare da una parte o dall’altra. Vuole che tifi come allo stadio”. Cuta ha le idee chiare su come vanno le cose nella società e nella politica. Un’osservazione tutt’altro che da “Paraculo”, come invece potrebbe suggerire l’omonimo titolo del suo primo disco. Il rapper, classe 2003, originario di San Giuliano Milanese, ha cominciato a girare l’Italia, per partecipare alle diverse battle di freestyle, nel 2021. Il (primo) botto della carriera lo ha avuto grazie alla vittoria di “Nuova Scena 2”, il rap show di Netflix, che lo ha visto trionfare giudicato da Fabri Fibra, Rose Villain e Geolier. La scelta del titolo, “Paraculo”, “viene un po’ da Fabri Fibra” e, nonostante la giovane età, Cuta non si appropria dei soliti, triti e ritriti, cliché di (buona) parte del rap italiano. Le barre sono affilate, tutt’altro che rassicuranti. Il progetto comprende sedici tracce, mentre i featuring sono otto: Shade, Nitro, Dj MS, Axos, Gabrix, Sercho, Slava e Not Good. I testi di Cuta sono una fotografia, il più oggettiva possibile, della (sua) realtà. Il rapper, in occasione dell’uscita del suo primo album, ne ha raccontato la genesi a FqMagazine. Nel 2025 hai vinto “Nuova Scena 2”: c’è un consiglio di un giudice che non dimenticherai? Fabri Fibra mi ha detto una cosa che mi ha fatto ragionare tanto. Ma è un consiglio che non ho applicato al 100%. Diceva di spingere forte su una cosa perché, finché non entri nella testa delle persone, il pubblico capisce soltanto una versione di te. Il modo di uscire e la musica pubblicata dagli artisti oggi è come se fosse una ripetizione della stessa cosa, ma con piccole sfaccettature diverse. Capitalisticamente parlando, si viene riconosciuti solo sotto forma di un unico prodotto. Il titolo del disco è “Paraculo”, perché? Anche questa scelta viene un po’ da Fibra, perché all’interno di “Nuova Scena 2”, i giudici mi avevano dato un brano sarcastico da fare. Fibra avrebbe voluto che spingessi un po’ di più sull’acceleratore su alcune cose e quindi mi aveva detto “sì, fa incazzare, ma in maniera un po’ paracula, che rimane nella borderline”. Sul momento l’avevo presa sul ridere e non mi ci ero soffermato. Finito il programma, la frase mi ha fatto ragionare per una serie di dinamiche all’interno delle quali mi ci sono trovato. Ad esempio? Il dover parlare con la gente che ti ferma per strada anche se in quel momento non hai molta voglia. O il relazionarti con persone nuove che cercano di iniziare a fare parte della tua vita. Come persona non do nulla per scontato. Allo stesso tempo, non voglio far sembrare che non voglia parlare con l’altro. Tutte queste cose mi hanno portato a ragionare sul termine paraculo. E lo trovo curioso perché è un aggettivo che ha una concezione negativa nella nostra società. Ma se tu sei così paraculo da non sembrare paraculo, sei perfetto. In “Cringe” t’immedesimi in alcuni adulti che, rivolgendosi ai più giovani, dicono che “Votare è una cosa da comunista” e che “Questa gente, immigrata, sta in Italia senza sapere la lingua”. Queste frasi fanno presa sui ragazzi? Il fatto che facciano presa a me non importa. M’interessa che sia chiaro lo scenario che sto raccontando. Se parli, nel rap come nella quotidianità, di determinati temi, vieni etichettato come “quello di sinistra” perché tocchi quel tipo di questione. Invece non me ne frega un c***o di questa cosa qua. Non voglio che qualcuno mi dia ragione, ho l’interesse di descrivere. E come dico nella traccia conclusiva, “Paraculo”, cerco la chiave più funzionale rispetto all’argomento. Anche dividere è fondamentalmente: è il modo migliore per raccontare le cose. In “Lui e Lei” racconti di una relazione tormentata, “tossica”: la Generazione Z è più attenta e consapevole rispetto al tema? C’è molta più attenzione. E lo testimonia il fatto che parlare in maniera così razionale dell’amore sia una conseguenza del fatto che è stata posta attenzione sul tema della salute psicologica e sul rapporto tra uomo e donna. È positivo si inizi a parlare di ciò, però siamo anche una generazione molto fott**a dal punto di vista sentimentale, nella lettura delle emozioni. Perché? Le due cose entrano un po’ in contrasto. Da un lato c’è la razionalità ma, nel momento in cui ancora non hai vissuto una relazione, è facile idealizzare una persona. E quando ti trovi nella relazione non trovi applicazione a questo ideale. È un momento transitorio perché è come se per anni si fosse detto “in amore tutto è giusto perché conta il sentimento”. Mentre ora siamo in un primo periodo in cui, invece, si pone l’attenzione anche sul fatto che le relazioni non sono solo amore. Riguardano più la ragione. La sfida sarà trovare una via di mezzo tra le due cose, cioè saper vivere con leggerezza il sentimento, ma al tempo stesso non essere ineducati dal punto di vista del rispetto e del buon senso per l’altro. “Tu diglielo al tuo amico che appoggio le sue battaglie ma che non risolve niente da maestrino rompipalle”: per comprendere e sposare appieno una causa bisogna viverla da vicino? Il vicino è relativo a come la senti. Le cose sono personali e bisogna comprendere perché si fa una battaglia, più che quanto si è vicini ad essa. Per quanto una persona possa essere vicina ad una causa, se ci tiene veramente ad affrontarla, trova la chiave comunicativa più giusta. Perché se trova soltanto quella che ti fa alzare la voce vuol dire che, a quella persona, non serve combattere quella battaglia. Il tema non è quanto siamo vicini alla questione che vogliamo sposare, ma quanto siamo vicini tra di noi. Abbiamo la woke culture ed anche il suo contrario. E questa spaccatura è la dimostrazione che il sistema capitalista da questo punto di vista sta vincendo. Ci mettono maschi contro femmine, vegani contro non vegani. Queste cose ci distraggono. Il problema è quando si ha ricchi contro poveri. Nel mio cerco di decostruire entrambe le parti. Non solo quella del conservatore, ma anche quella opposta, perché trovo che non siano comunicanti. Il tema sta nel linguaggio, non nel contenuto. “A guardare l’Italia penso fregno Totò Riina. A guardare i padri penso meglio muoio prima”, dici in “Sulla Luna”. Cosa intendi? Mi riferisco al modello del “farcela prima degli altri”, di quella furbizia tipicamente italiana. Con la parola “padri” mi riferivo alla generazione dei nostri genitori, che ci hanno insegnato determinate cose. Però, alla fine, non li troviamo fighi come modelli. La barra su Totò Riina è una provocazione che racconta la mia impressione che il crimine ci attragga dal punto di vista generazionale perché “il fine giustifica i mezzi”, sempre, perché accresce questa narrativa di “fot***e il sistema”. In “Eva” ti interroghi su cosa voglia dire “patriarcato”. Che risposta ti sei dato? I temi sono molto alti ed è difficile dargli una forma definitiva. Non ho una risposta certa, continuo a farmi domande al fine di rispettare tutti. In “Mettici la Faccia” parli di polarizzazione nei giudizi. Ora si è bene o male, “Ghandi o Hitler”. Non esistono più le vie di mezzo? Credo esistano ancora. Io mi sento una via di mezzo. La massa è polarizzata, o ti odia o ti ama. È difficile raccontare la via di mezzo ma un rapper che vuole essere tra i due poli deve trovare un modo per far ragionare entrambe le estremità. Così come è difficilissimo fare le battaglie senza risultare antipatici, o come è più difficile per un politico di sinistra farsi propaganda rispetto a uno di destra, ma anche rispetto a un liberale. Come mai? La destra parla più alla pancia. Invece quando le cose le devi spiegare diventa più difficile. Questo mondo, dal piano Marshall al culminare con Mani pulite e la tv di Berlusconi, vuole farti stare da una parte o dall’altra. Vuole farti tifare come allo stadio. Che spiegazione ti sei dato? Perché non vuole che tu sappia. Se alcune cose si sanno, non si sta più o da una parte o dall’altra. Quindi sì, ci sono le vie di mezzo ma non è un periodo storico facilissimo per farsi capire ai più. In “Fatti Miei” parli di Italia come madre e di Stati Uniti come padre, perché? C’è una dinamica “familiare” che, per certi aspetti, ho visto tante volte nelle case degli amici e nelle storie che ho sentito raccontare nei film. Ho preso due modelli che mi sembravano descrivere coerentemente, ovviamente in maniera allegorica, quello che l’Italia è per i suoi figli, cioè noi, e quello che gli Stati Uniti è per i suoi figli, sempre noi, in quanto madre e padre. Ho cercato questa chiave narrativa per avvicinare chi l’ascolta. Questo brano era uscito, in una versione leggermente variata su Instagram e TikTok, prima del disco completo. La cosa che mi è piaciuta è che tantissimi capiscono cosa sto dicendo e tantissimi no. Cos’hanno compreso gli ascoltatori? Molti riescono a rivedere il loro struggle (il battersi, ndr) anche solo nella descrizione della madre, del padre. Alcuni credono riguardi me nello specifico e quella è la cosa più bella in realtà. Perché i problemi riguardano tutti, anche chi non li capisce. L'articolo “Fabri Fibra mi detto ‘spingi, fai incazzare, ma in maniera un po’ paracula’. 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Fabri Fibra
Dalle sbarre alla piazza di Don Gallo per rappare le loro storie difficili: detenuti minorenni e migranti cantano la voglia di riscatto
Tira fuori la tua vita. Gridala. Fanne una canzone rap. Così qualcuno la ascolterà. “Dicono che i soldi non portano ai sogni/ma almeno il minimo/per i miei bisogni/non rubo per piacere/ma per i sogni di mamma/da quando ho nove anni metto i pensieri nella canna/Dodici anni ho iniziato a spacciare/Quattordici anni ero in carcere a scontare/ Quindici anni condannata a due anni/La mia vita è fatta solo di danni”. Maria è stata ospite dell’Istituto Penale per minorenni di Pontremoli (Massa). Chissà se ha mai avuto un diario, se qualcuno le ha mai chiesto dei suoi anni tanto difficili. Ma non si può vivere senza raccontare, senza comunicare. E così Maria ne ha fatto una canzone rap. L’ha scritta dentro le mura del carcere per sentirsi libera. In dieci strofe è racchiusa una vita. Maria (il nome è di fantasia) con altre decine di suoi coetanei – tra gli undici e i vent’anni – fa parte del progetto Raplab, un laboratorio rap, lo dice il nome stesso. Ma per capire davvero cosa sia occorrerebbe andare al carcere di Pontremoli dove ogni due settimane arriva lo studio di registrazione mobile per raccogliere le voci delle ragazze ospiti della struttura, registrarle e portarle fuori, oltre le sbarre. Oppure andare il martedì pomeriggio in piazza don Andrea Gallo a Genova, quello slargo nei palazzi del centro storico che ha finito per somigliare nello spirito al prete di strada che gli ha dato il nome. Qui Defence for Children Italia ha fatto nascere il suo laboratorio rap grazie al contributo della Fondazione Altamane Italia e alla partecipazione della crew del Genova Hip Hop Festival. “Non è una scuola, perché qui non si insegna, ma si cerca tutti insieme di scrivere testi, di far nascere canzoni”, spiega Gabriella Gallizia, anima dell’associazione. E racconta: “Qui niente è obbligatorio. Anzi, i ragazzi quando arrivano spesso hanno un’aria cauta, quasi diffidente. Si guardano intorno, cercano di capire di cosa si tratta. Poi vedi che lentamente cominciano ad appassionarsi, si siedono con gli altri, scrivono testi. E alla fine rappano”. Difficile immaginare vite e storie tanto diverse raccolte intorno allo stesso tavolo: “Abbiamo, appunto, adolescenti che sono ospiti dell’Istituto Penitenziario di Pontremoli e partecipano al nostro esperimento grazie ai dispositivi mobili e agli operatori che li raggiungono”, ricorda Pippo Costella, direttore di Defence for Children, “Ma ci sono anche minori stranieri non accompagnati che sono arrivati da paesi lontani, magari proprio con il gommone, e che vivono nelle comunità di accoglienza”. Per loro il rap è anche una ‘lezione’ di italiano, così ecco nascere canzoni che sono una fusione della nostra lingua e di arabo. Le ragazze dell’istituto penitenziario, i giovani migranti, ma anche loro coetanei del centro storico e perfino di altri quartieri di Genova. Esistenze tanto diverse che si incrociano. Il rap è un modo per raccontare la propria vita. Per non nasconderla più, anzi mostrarla con orgoglio magari dal piccolo palco di piazza don Gallo. Nasce sotto i tuoi occhi: i ragazzi seduti al tavolo, con la testa tra le mani per cercare di tirare fuori pensieri mai detti, ma forse neppure confessati a se stessi. Poi le parole tutte contorte che finiscono sul foglio bianco. Quindi il tentativo di farne strofe, di dare un ritmo. E infine arriva la musica. Ad accompagnarli c’è Massimiliano Cassaro, in arte Principe, noto Mc (maestro di cerimonia nel gergo hip hop). Lui racconta così la sua esperienza: “Noi cerchiamo di dare la tecnica, le basi per costruire una frase che abbia ritmo e si traduca in musica. Ma proviamo anche a raccontare che il rap viene da una cultura con una storia, quella del movimento hip hop che ha compiuto cinquant’anni”, spiega Principe. Aggiunge: “L’hip hop nasce in America, in quartieri come il Bronx, quando sciagurate rivoluzioni urbanistiche tagliarono le città in due, da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. I disperati. Certo, oggi la gente quando immagina i rapper pensa a cantanti con la Lamborghini, ma l’hip hop è soprattutto altro: dare voce a chi non ce l’ha. Prima di vendere dischi e fare soldi, è il canto delle strade. È prendere la propria vita e il microfono in mano e farsi ascoltare”. La passione di Principe gliela senti nella voce: “Io sono felice quando i ragazzi riescono a dare una forma ai loro pensieri. Ma anche quando vedo giovani arrivati da mezzo mondo, che scrivendo una canzone imparano una parola nuova in italiano e se la portano a casa”. Tutto può diventare rap. Proprio come quello stile – il freestyle che si impara anche al Raplab – che insegna come catturare frasi per strada e le trasforma in musica. Ma perfino Dante può diventare rap, racconta Principe. No, il Raplab non è una scuola. Forse nemmeno un laboratorio. Difficile trovare la parola se ti capita di vedere cosa succede in quella stanza dove i ragazzi si sfogano, imparano a conoscersi e confrontarsi, a esprimersi, a mostrarsi. E il segreto è proprio il rap, che pare aver raccolto il testimone della straordinaria scuola dei cantautori liguri degli anni Sessanta e Settanta. Una volta c’erano Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio de André. Oggi sono arrivati Tedua, Bresh, Izi, Olly, Vaz Té, Disme, Nader Shah. E già se ne affacciano altri come Sayf che andrà quest’anno a Sanremo, oppure Helmi Sa7bi che è passato a trovare i ragazzi del Raplab, a raccontare come lui ce l’ha fatta. Già, deve esserci un segreto in Genova che porta gli artisti a crescere e creare insieme. Chissà se sia quel suo porto sempre aperto a chi arriva oppure se si trovi proprio nelle strade strette che spingono a incontrarsi. A confrontarsi. Difficile non pensare allora anche ai comici nati qui, da Beppe Grillo a Maurizio Crozza. E poi, guardando lontano, ai poeti del Novecento: da Eugenio Montale a Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro. Sembrano così distanti, i Girasoli di Montale, le canzoni di de André e oggi i rap di Tedua e dei ragazzi del Raplab, ma forse un filo li unisce. Genova. Certo, è un po’ azzardato e chissà come la prenderebbe Eugenio, il Premio Nobel: una volta il vuoto della gioventù diventava “meriggiare pallido e assorto” e oggi si esprime con la canzone di Maria. Chissà se qualcuno dei giovani seduti intorno al tavolo finirà come Olly o Sayf finirà sul palco di Sanremo. Se sarà ascoltato dai coetanei di tutta Italia. “Ci sono due undicenni che scrivono brani straordinari”, racconta Gallizia, “Ma lo scopo non è diventare famosi. È tirare fuori quello che hai dentro, urlarlo, cantarlo. Comunicare e mostrare i propri pensieri. È anche l’integrazione tra ragazzi con provenienze ed esperienze tanto diverse”. Già, lo scopo è un altro: scoprire che ogni esperienza, ogni esistenza può racchiudere in sé un ritmo. Una musica. L'articolo Dalle sbarre alla piazza di Don Gallo per rappare le loro storie difficili: detenuti minorenni e migranti cantano la voglia di riscatto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arrestato il rapper Malacarne per spaccio di droga: aveva con se alcuni grammi di cocaina, hashish e 400 euro in contanti. In casa trovati ketamina, MDMA e ossicodone
Guai per il rapper Emilio Finizio, in arte Malacarne, 44 anni, arrestato ieri, 12 febbraio, dalla Polizia per spaccio di droga a Milano. L’uomo, originario di Sassuolo, (Modena) è stato notato mentre in viale Monza attendeva qualcuno. Poco dopo è arrivata una persona e insieme sono entrati in un portone e ne sono usciti quasi subito per salire su un’auto controllata dagli agenti in via Calabria: il rapper aveva con sé alcuni grammi di cocaina, hashish e 400 euro in contanti. In casa sua, in viale Monza, sono stati trovati ketamina, MDMA, ossicodone e un bilancino di precisione, oltre a 1.500 euro. Malcarne aveva patteggiato nel 2019 quattro anni e dieci mesi per aver accoltellato alla stazione di Scandiano (Reggio Emilia) un calciatore albanese durante una lite. Malacarne era stato arrestato nel febbraio 2018 a Genova con l’accusa di tentato omicidio. Secondo gli inquirenti, alcuni giorni prima avrebbe accoltellato un calciatore albanese di seconda categoria durante un alterco presso la stazione di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. Nel 2019 aveva patteggiato una pena di 4 anni e 10 mesi. Il 44enne presenta anche precedenti per reati legati agli stupefacenti e al momento dei fatti era sottoposto all’obbligo di firma presso la stazione Gorla-Precotto di Milano. Malacarne è originario della provincia di Reggio Emilia, nato a Sassuolo nel 1981. Ha iniziato la sua carriera musicale in gruppi punk rock per poi avvicinarsi all’hip hop intorno al 2000. Nel 2002 ha fondato la crew Kodice 187. Malacarne ha definito la sua musica “Trap ‘n’ Metal”. Tra i brani più conosciuti “Vibes Dealer”, “Fatto Di Tutto” e “4 Perc”. L'articolo Arrestato il rapper Malacarne per spaccio di droga: aveva con se alcuni grammi di cocaina, hashish e 400 euro in contanti. In casa trovati ketamina, MDMA e ossicodone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Nathan Smith, il figlio del rapper statunitense Lil Jon ritrovato in uno stagno vicino casa sua. Il padre addolorato: “Era una persona di rara gentilezza”
Lutto nel mondo della musica. È morto a soli 27 anni Nathan Smith, noto con il nome d’arte DJ Young Slade e figlio del rapper statunitense Lil Jon. Il corpo del giovane è stato ritrovato in uno stagno nei pressi della sua abitazione a Milton, città della Georgia situata a circa 50 chilometri a nord di Atlanta. Le autorità locali hanno escluso, al momento, il coinvolgimento di terzi. La causa del decesso non è stata resa nota. Nathan Smith era stato segnalato come scomparso martedì mattina, dopo essere stato visto uscire improvvisamente dalla sua abitazione intorno alle ore 6. La polizia aveva riferito che il giovane poteva trovarsi in stato di disorientamento e necessitare di assistenza. In un aggiornamento diffuso venerdì 6 febbraio, le forze dell’ordine hanno parlato di un allontanamento avvenuto “in circostanze insolite”, precisando tuttavia che non si sospetta alcun atto criminale. La morte è stata confermata dal padre, Lil Jon (all’anagrafe Jonathan Smith), in una dichiarazione rilasciata a Variety: “Siamo profondamente addolorati per la tragica perdita di nostro figlio Nathan. Sua madre, Nicole Smith, e io siamo devastati. Era una persona di rara gentilezza, premurosa, educata, appassionata e dal cuore grande. Amava profondamente la sua famiglia e i suoi amici”. Lil Jon ha ricordato anche il percorso artistico e professionale del figlio, definendolo “un giovane di straordinario talento, produttore musicale, artista e ingegnere del suono”, laureato alla New York University. “Lo abbiamo amato con tutto il cuore e siamo immensamente orgogliosi di lui”, ha aggiunto. Nel suo messaggio, Lil Jon ha infine ringraziato le forze dell’ordine e i numerosi volontari che hanno partecipato alle ricerche nei giorni precedenti al ritrovamento del corpo. Con il nome d’arte DJ Young Slade, Nathan Smith aveva costruito la propria carriera nella scena hip hop di Atlanta, pubblicando numerosi brani su SoundCloud. Nel corso degli ultimi anni aveva collaborato con importanti figure della musica statunitense, tra cui Post Malone, Killer Mike, Big Boi, Fergie, Too $hort ed E-40, consolidando la sua presenza nel panorama musicale nazionale. L'articolo È morto Nathan Smith, il figlio del rapper statunitense Lil Jon ritrovato in uno stagno vicino casa sua. Il padre addolorato: “Era una persona di rara gentilezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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