Tag - Rap

“Mi metto in una bara per esorcizzare le aspettative nei miei confronti. Ora la gente mi considera un supereroe, ma non sono Gesù Cristo”: parla Kid Yugi
Dostoevskij, l’ultraviolenza (metaforica) e gli ascolti di Guccini sono buona parte dei riferimenti del terzo disco di Kid Yugi, “Anche gli Eroi Muoiono”, in uscita venerdì 30 gennaio. L’artista massafrese, classe 2001, è una delle penne più interessanti della nostra scena urban. Le aspettative attorno al progetto erano alte e, tutto sommato, sono state rispettate. L’album presenta sì sedici tracce, ma anche qualche featuring di troppo. Si inizia con “L’ultimo a Cadere” e l’intro contiene la voce di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, tratta da una sua canzone, “Occitania”, che parla della persecuzione dei Catari. Le strofe di Yugi sono per lo più crude ed affilate. C’è solamente un brano potenzialmente radiofonico, “Eroina”. Il titolo è nato “da un gioco di parole: il femminile di ‘eroe’ e la sostanza stupefacente”. Per il rapper “gli eroi sono morti”. Probabilmente non sono mai esistiti. La sua visione, realistica, non passa per la glorificazione umana. Anche le persone più “pure” hanno dentro di sé un lato “mostruoso”. I confini sono più sfumati che mai, non esiste il partito dei buoni e quello dei cattivi. L’album, pur non essendo il miglior progetto di Yugi, scorre bene. In “Push It” il rapper si adatta ad Anna, cantando su un sound “Miami-based”. Il brano, pur essendo una delle hit da TikTok più forti del disco (grazie, soprattutto, alle strofe di Anna), risulta essere un po’ slegato rispetto al filo conduttore del disco. “Salgo sul tuo disco baby raddoppio gli streaming”, rappa Anna. E così sarà. Le ultime tre tracce del progetto sono le più intime e complete. “Una canzone dedicata a tutti i ragazzi che si sono persi a causa di scelte sbagliate. Il più delle volte suggeriti in maniera infame dal contesto e dalle persone che li circondavano”, dice il rapper a proposito di “Per il Sangue Versato”. Yugi parla anche del senso d’impotenza che si prova nell’essere artista nei momenti in cui una persona (cara) ha una salute precaria. L’arte e la musica alleviano, ma non guariscono. L’ultima traccia, “Davide e Golia”, “Chiude il disco con un’idea che mi ronza per la testa: non siamo parte del conflitto, siamo il conflitto, siamo sia Davide che Golia. Ogni esistenza deve confrontarsi con l’ineluttabilità della propria condizione”, ha proseguito Kid Yugi che, in occasione dell’uscita di “Anche gli Eroi Muoiono”, ha approfondito la nascita e la genesi del progetto durante un incontro con la stampa. Nella copertina ti vediamo (metaforicamente) nella bara. È per esorcizzare il tema? Esteticamente parlando ho deciso di far morire me stesso, sia per non tirarla ad altri, e soprattutto perché il tema centrale del disco è quanto nella società odierna l’eroe vero sia l’uomo comune. È anche un modo per esorcizzare tutte le aspettative che gli altri (ma anche un po’ io) fanno su di me. Muoio come uomo comune, come tutti gli altri. Non hai addosso una croce, ma tieni in mano un coltello. Perché? Il pugnale è una scelta estetica, una figura ricorrente. Non ha un significato allegorico specifico. Il coltello messo nelle mani, oggi, potrebbe avere anche altri significati… Nelle mani di un morto un coltello non è tanto pericoloso. È la mano che tira la coltellata, non il coltello. Credo anche che un eroe con una croce non sia tanto credibile. Nel disco parlo anche, a livello metaforico, di quanto lottare contro qualcosa sia indispensabile nella nostra condizione di essere umani. Non tanto per vincere qualcosa, ma come catarsi. I tuoi testi sono pieni di citazioni e di giochi di parole: ti influenza, nella scrittura, il pensiero che i fan e gli addetti ai lavori analizzino minuziosamente le tue barre? Penso che nella società odierna l’essere umano sia stato un po’ deumanizzato. Scherzando coi miei amici dicevo che questo è il post-futurismo. I futuristi cercavano, con la loro poesia e con la loro arte, di imbrigliare il rumore che facevano le macchine. Nella società odierna, quello che cerco di fare è cercare di imbrigliare il rumore che riesce a produrre l’uomo attraverso la macchina. Penso sia il modo più contemporaneo di scrivere. “Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero. Ora li odio ancora perché sono uno di loro”, dici in “L’Ultimo a Cadere”. Come gestisci il conflitto con te stesso? La traccia in cui lo spiego meglio è “Davide e Golia”. Nel brano provo a spiegare quanto ogni essere umano sia allo stesso tempo Davide e Golia. Nessuno trascende da questa lotta interiore. C’è questa incombenza dell’ineluttabile che ha sempre il fiato sul nostro collo e quella secondo me è un’espressione di micro-violenza interiore. E il conflitto esterno? C’è anche una macro-violenza che è esterna. È sicuramente la violenza delle strade: in altri posti è sfociata addirittura in guerre. Non penso di essere nella posizione di poter insegnare niente a nessuno. Ci sono ragazzi che si perdono per strada dietro dinamiche ideali che molte volte manco gli appartengono, che non hanno veramente senso. Se si parla con un ragazzo di strada, sembra che veramente ci sia solo questo. E poi sono concetti veramente molte volte ipocriti, perché la strada è sicuramente il luogo più ipocrita che abbia mai visto nella mia vita. Quindi volevo dedicare una canzone a tutti i ragazzi che perdono la propria vita in senso fisico o anche in termini di tempo dietro queste stron***e della strada. Nei brani citi Craxi e Andreotti, ma non Meloni, Gaza, l’America e tutto ciò che sta succedendo. È una scelta consapevole, mirata, quella di parlare al passato prossimo? Il tempo fa un grande favore agli gli esseri umani: nel bene o nel male cristallizza le cose. Fotografare il presente e avere la vanagloria di pensare di essere quantomeno autentico e preciso, secondo me è sbagliato. La narrazione delle cose cambia con il tempo. Quando ero piccolo e uccisero Gheddafi si pensava fosse un dittatore orribile. Magari lo era pure, però vedo che ora anche la classe politica sta facendo dei passi indietro sulle opinioni che avevano riguardo a quella fase storica. Il tempo è giudice delle cose, nonostante ci siano manipolazioni di esseri umani cattivi su come debba essere scritta la storia. Sei l’artista che ha venduto più copie fisiche nel 2024. Senti di aver ampliato il bacino dei tuoi ascoltatori? C’è anche gente adulta, degli insospettabili, che mi fermano. Mi hanno scritto addirittura dei monaci esorcisti quando è uscito “Tutti I Nomi Del Diavolo”. I tuoi dischi sono sempre più oscuri? Cos’è cambiato dal primo progetto, “The Globe”? Più che oscuri direi che sono disillusi. Contro cosa combatti? Sicuramente contro me stesso, come tutti gli esseri umani. Quando si spengono le luci e si rimane soli c’è sempre un momento in cui devi fare i conti con sé stessi, con le aspettative che ci siamo creati e con chi si è davvero. Poi, sicuramente il mio temperamento, che è abbastanza timido, si scontra con quello che è il mio ruolo, che invece mi dovrebbe vedere sempre sotto i riflettori. Nel disco ho voluto prendermela un po’ con l’ipocrisia che vedo nella società. Ingoiamo bugie dalla mattina alla sera. Chi è l’artista che ti ha formato ed ispirato di più? Noyz Narcos, perché quando ero piccolo lui parlava alla gente come me, nonostante lui venisse da Roma e io venissi da una delle province più povere d’Italia. Mi ci sono affezionato e, dopo averlo conosciuto e aver collaborato con lui, è come se l’80% dei miei sogni si siano realizzati in questo momento. Ma se prendessi totalmente come punto di riferimento dei rapper sulla scrittura, si rischia che il genere diventi autoreferenziale. Quanto è distante il rap italiano da quello americano? Abbiamo preso in prestito la cultura, però oggi posso dire che ci siamo quasi a farla nostra. Però ovviamente là c’è la barriera linguistica. L’inglese si presta meglio a questa disciplina perché è una lingua tronca, a differenza dell’italiano che è piana. Quindi sicuramente partiamo svantaggiati. Da cosa e da chi hai preso spunto per il disco? Ho ascoltato molto Guccini per fare questo disco, per quanto sembri una cosa totalmente lontana da me. Mi ha emozionato e mi ha in qualche modo aiutato. Potresti prendere in considerazione il Festival di Sanremo? Credo di continuare a fare il rapper. Una persona che stimo molto mi disse una frase bellissima: “L’intelligenza è sapere chi sei”. Quello è il massimo grado di intelligenza. Sarei uno stupido a pensare di poter competere a livello di corde vocali con qualcuno che sa cantare molto meglio di me. Il rap è la mia dimensione. Per ora non mi vedo a Sanremo perché banalmente non ho ancora ben capito in base a cosa si giudicano le canzoni. Se bisogna giudicare il testo, le capacità canore delle persone o il modo in cui una persona esprime sé stessa. Non lo so, non la vedo mia. Poi sono, banalmente, molto geloso della mia musica. Quindi soffro un po’ quando viene giudicata puramente numerico. Se ad una mia canzone venisse dato un voto ci rimarrei malissimo, sia che fosse un 10, che uno 0. Una traccia si intitola “Gilgamesh”, perché? La citazione fa parte del mio minuscolo bagaglio culturale, Gilgamesh era il re di Uruk, e dopo la morte del suo migliore amico, parte alla ricerca del segreto per l’immortalità. La traccia è un insieme di immagini che possono fare parte di una vita. Il ritornello si conclude con “Nasci, cresci, figli, tomba” perché siamo tutti molto attaccati alla vita, ed è una cosa bellissima. Non credo sia un difetto. Non so se Dio esiste, ma facciamo finta che ci possa guardare dall’alto, a quel punto direbbe: “A quali elementi della vita sono attaccati?” Probabilmente a cose che forse non sono manco così importanti. Il riferimento a Chuck Norris, invece? È stato l’emblema dell’uomo indistruttibile ed è stato anche uno dei canoni con cui alcuni ragazzi si sono un po’ costruiti e raccontati, anche se in maniera sicuramente menzognera. Citi anche Dostoevskij: che ruolo ha avuto nella tua formazione? È lo scrittore, il romanziere che più mi ha cambiato la vita. Quando lessi per la prima volta, a 13 anni, “Delitto e il castigo”, pur non capendoci niente, comunque mi arrivò qualcosa della sua sofferenza, e pensai: “Se un russo cresciuto nell’impero zarista quasi 200 anni fa può parlare ad un ragazzo cresciuto in provincia di Taranto altrettanti anni dopo, significa che le parole hanno una forza che supera addirittura chi le utilizza”. Nel tempo ho letto tutto di lui. E ho capito che non aveva degli eroi nei suoi romanzi. O gli eroi che aveva erano umani. Nel disco, inoltre, ho cercato di non lasciarmi andare all’ispirazione facile. Ci sono eroi che possono cambiare il mondo? Chi si perde troppo e solo nei pensieri, secondo me, non cambia il mondo. Se si sta tutto il giorno a pensare non fai la rivoluzione, non cambi le cose. Anzi, finisci per allagare tutti i tuoi stessi pensieri. Citando “Delitto e castigo”, Dostoevskij a un certo punto divide gli esseri umani in tre categorie: chi non fa niente, chi tende all’assoluto e chi è abbastanza intelligente da voler tendere alla propria condizione, senza però capire come arrivarci. Gli ultimi sono quelli che soffrono di più. Nella tracklist è presente anche “Bullet Ballet”, film giapponese di Tsukamoto. Come hai trovato il filo conduttore col testo? Tsukamoto è uno dei miei registri preferiti. Oggi il mondo è opprimente rispetto all’individuo. Siamo una pedina in mano alla società. Il film parla di questa persona che perde tutto e si lascia andare alla violenza. Ovviamente, come “Bullet Ballet”, è metaforico anche nella mia musica. Non sto dicendo alle persone di uscire e fare la notte del giudizio. L’essere umano però arriverà ad un punto in cui sarà così estremato che avrà bisogno di lasciarsi andare alla violenza. Molte volte verso sé stessi, che è ciò che ci distrugge. Quindi mi auguro che questa violenza venga trasformata da tutti in arte o in qualcosa di buono. Temi che il mondo esterno non veda l’ora di smascherare il tuo lato “eroico”? No, perché l’ho mascherato io in primis, li ho sicuramente fregati sul tempo. Il disco nasce per quello, per smascherare tutti noi dalle narrazioni. “Push It”, ha ricevuto giudizi contrastanti. Che rapporto hai con le critiche? Il pezzo con Anna a me piace, mi diverte, ed è quello l’importante. Poi l’ho fatto live e la gente era molto divertita. Esiste musica anche che diverte e basta. Non per forza bisogna cercare di tendere alla ricerca del tempo perduto in ogni canzone che si scrive, perché sennò sarebbe una società molto noiosa. “Per Te che Lotto” è dedicata a tua sorella. Che rapporto avete? Mia sorella è finita in ospedale per un problema di salute, per cui io e la mia famiglia ci spaventammo moltissimo. C’è una frase bellissima in “Novecento” di Alessandro Baricco, in cui c’è uno dei protagonisti che si trova in una nave. L’imbarcazione stava traballando e se ti trovi in quella situazione non puoi fare tanto sei sai solamente suonare la tromba. Ecco io non sono medico, mia sorella stava male, e questa cosa occupava la totalità dei miei pensieri. Però oltre a scrivere canzoni, non potevo fare nient’altro per mia sorella. Ho deciso di dedicarle questo brano, perché mi sentivo veramente impotente rispetto alla gravità della situazione. Ora come sta? Sta bene, si è ripresa alla grande, però sono state due settimane veramente difficili da affrontare. Anche il mese dopo, che era una sorta di riabilitazione, è stato veramente pesante. Era come se vivessi questo magone, la cosa di non essere né un dottore, né una persona che potesse aiutare in qualche modo dal punto di vista pratico. Magari un domani, grazie a quella canzone, ripenserò a quel momento buio ridendo. Prima “The Globe”, poi “I Nomi Del Diavolo” ed ora “Anche gli Eroi Muoiono”. Possiamo ragionarla come una trilogia conclusa? La interpreto più come essere maggiormente esaustivi su quel concetto. “The Globe” l’ho scritto che ero un emerito sconosciuto. Ora la gente mi considera come se fossi un supereroe, molte volte. Queste aspettative distruggono me e tutti coloro che ne ripongono su di me. Non penso di essere un supereroe. Anzi, poi quando l’immagine che molti hanno di me, soprattutto i più piccoli, si scontra con l’immagine mi auto-percepisco, è una continua fustigazione verso sé stessi, di autoflagellazione. Quello è il ruolo più devastante a livello psicologico e umano che mi succede. Perché appunto non è la morte dell’anti-idolo, è proprio un’affermazione totale che nessuno può essere un idolo, perché siamo tutti esseri umani. Se c’è stato un idolo, nella storia, credo sia stato Gesù. Ovvero uno che si uccide per salvare tutti gli altri. Io non sono Gesù. È nei tuoi piani la scrittura di un libro? Sì, ma ho paura di iniziarlo perché temo di rendermi conto di non esserne capace. Però è sempre stato tra i miei sogni nel cassetto. Non l’ho mai iniziato ma, quando non potrò più dare nulla al rap, vorrei cimentarmi anche nella scrittura in prosa. Mi piace tanto anche il teatro, pensiamo ad esempio a Shakespeare. L'articolo “Mi metto in una bara per esorcizzare le aspettative nei miei confronti. Ora la gente mi considera un supereroe, ma non sono Gesù Cristo”: parla Kid Yugi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cantanti
Musica
Rap
“Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica? Non sono un nazista. Amo gli ebrei. Ho un disturbo bipolare”: le scuse di Kanye West
Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica sono solo il frutto di un disturbo bipolare. Lo giura Kanye West che ha tenuto a specificare, con un messaggio condiviso sul Wall Street Journal, ieri lunedì 27 gennaio, di aver “perso il contatto con la realtà. Mi pento e sono profondamente mortificato per le mie azioni in quei momenti e mi impegno a rendermi responsabile, a ricevere cure e a cambiare in modo significativo. Questo, però, non giustifica ciò che ho fatto. Non sono un nazista o un antisemita. Amo il popolo ebraico”. Il rapper e produttore statunitense riconosce le proprie responsabilità e racconta di aver intrapreso un percorso di cura per il disturbo bipolare. Nel testo, l’artista attribuisce le sue azioni a un “episodio maniacale di quattro mesi”, avvenuto all’inizio del 2025, caratterizzato da comportamenti “psicotici, paranoici e impulsivi” che avrebbero “distrutto la sua vita”. “Ci sono stati momenti in cui non volevo più essere qui”, ammette l’artista, parlando di un crollo personale culminato in quello che definisce il “punto più basso” della sua esistenza. Kanye West affronta esplicitamente il tema delle sue esternazioni antisemite, delle dichiarazioni filonaziste e dell’uso della svastica, episodi che avevano portato alla rottura con sponsor, partner commerciali e larga parte dell’opinione pubblica. “Ho perso il contatto con la realtà”, scrive, aggiungendo di essere “profondamente mortificato” per quanto accaduto. “Non sono un nazista né un antisemita. Amo il popolo ebraico”, afferma, sottolineando che la malattia non giustifica le sue azioni, ma spiega il contesto in cui sono maturate. West aveva pubblicato la canzone “Heil Hitler” lo scorso 8 maggio, in occasione dell’80esimo anniversario della sconfitta della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Bandito dalle principali piattaforme di streaming – ma facilmente reperibile su internet – il brano è costato al suo autore anche l’annullamento di un visto per l’Australia. Le scuse arrivano alla vigilia dell’uscita del nuovo album “Bully” in uscita il 30 gennaio e rappresentano il tentativo più articolato finora di prendere le distanze dalle provocazioni che avevano segnato la sua recente produzione artistica e mediatica, inclusi brani e merchandising a sfondo nazista. “Non chiedo compassione né scorciatoie”, conclude Ye. “Chiedo solo pazienza e comprensione mentre cerco di ritrovare la strada di casa”. L'articolo “Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica? Non sono un nazista. Amo gli ebrei. Ho un disturbo bipolare”: le scuse di Kanye West proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cantanti
Musica
Rap
Antisemitismo
“Ci siamo evoluti discutendo con le forze dell’ordine, di quanto la politica non faccia un ca**o”. Ecco come Geolier è riuscito sfornare il suo miglior album “Tutto è possibile” con la benedizione di Pino Daniele
Se non fosse scritto in napoletano ma in inglese, “Tutto è possibile” di Geolier sembra sbarcare dritto dritto dall’America. Super produzioni, ritmo che cattura al primo ascolto e soprattutto tante, tantissime parole che abbracciano non solo il mondo del rapper (la vita personale, la famiglia, gioie e dolori del successo), ma butta anche un occhio a ciò che accade nel mondo esterno, laddove la delusione e il disincanto hanno la meglio sull’ottimismo. Per citare il rapper “non trovi niente finché non trovi prima te stesso” (da “Un ricco e un povero”). Sgomberiamo subito il campo: questo è il disco più bello di Geolier e uno dei migliori del mondo dell’hip hop italiano, tra quelli usciti in questi anni. LA BENEDIZIONE DI PINO DANIELE DÀ IL VIA A TUTTO IL PROGETTO Non è un caso che il disco si apra con la “benedizione” di Pino Daniele. Una piccola gemma che segna, in qualche modo un passaggio di consegne e la canzone tratta di un tema delicato che si riassume nella domanda amletica: “Che ne sai se domani cadi e voli?”. Nel disco ci sono anche collaborazioni importanti come con 50 Cent, il golden boy Kid Yugi, Sfera Ebbasta, Anna e Anuel AA. “Sonnambulo” parte con la carica e uno sfogo personale: “Ho voluto tutto il Sud sulla mappa. Ci siamo evoluti discutendo con le forze dell’ordine, di quanto la politica non faccia un cazzo”. In “1h” l’artista parla di una ragazza forte e decisa, riesce a calarsi nei panni del sentimento femminile con sensibilità e maturità: “E io mi muovo sempre piano piano dentro il tuo cuore, finché vengo cacciato, finché vengo preso come il solito maschio che cerca qualcosa e poi non riesce nemmeno a farlo, non importa se cammini, io ti guardo sempre. Tu cammini ma ti porti dietro tutto il locale. Tu mi piaci come le cose che non si possono (avere), e come le cose che si vogliono. Me ne vado, però forse torno”. “L’ANIMA SI PERDE PERCHÉ COPRIAMO I POLSI CON OROLOGI, BRACCIALI E MANETTE” Poi il tema si allarca con “Un ricco e un povero”, in cui si parla di opportunità che non sono uguali per tutti_ “Un giorno, quando vedrai il cielo esplodere e un angelo scendere, l’anima si perde perché copriamo i polsi con orologi, bracciali e manette, abbracciati restiamo in piedi col vento e tutta la vita allora passa distratta con niente, con poco, con troppo, per forza”. Poi forse la frase più importante del disco: “Ci fa pensare che in cielo ci fosse qualcosa che si poteva trovare, ma non trovi niente finché non trovi prima te stesso”. In “Desiderio” il focus è personale: “Tutta la mia vita scritta su un giornale con gente che legge e mi giudica, senza mai pensare a quello che ho fatto per stare quassù a questa vertigine che ho provato. Ma il successo ti ruba il lato migliore di te, perché lo devi dare a chi ti ascolta. E chissà se davvero mi ascoltano oppure mi sentono solo nei momenti morti. Questa vita che passa…”. “IO SONO USCITO DA SANREMO VINCENTE, NONOSTANTE IO ABBIA PERSO PER 29 E 30 (PER POCO)” Torna anche il secondo posto al Festival di Sanremo 2024 con “I p’ mè, tu p’ tè” (quell’anno vinse Angelina Mango con “La Noia”, citato in “081”: “Io sono uscito da Sanremo vincente, nonostante io abbia perso per 29 e 30 (per poco). La cosa bella non è che da casa mia si vede Capri, ma da Capri che si vede casa mia e mi è costata un bel po’ si sa, sono uscito in prima pagina sui giornali, mi hanno criticato perchè viaggio con il privato e per quanto ne prendo si è alzato, l’inquinamento a livello mondiale”. Infine la chiusura è affidata all’intima e commovente “A Napoli non piove”, in cui Geolier si mette letteralmente a nudo: “Guardo il cielo è più nero e non mi fa dormire. Guardo mio padre che diventa sempre più vecchio. Io volevo volare, e ora non so atterrare.. Guardo il cielo più grigio e ora fa ancora più freddo, ma questo cielo è un muro che non ci fa parlare con Dio. Guardo mia madre che per me diventa sempre più bella. Io volevo volare, io volevo volare”. E il finale da applausi: “Se potessi piangere, farebbe meno male”. IL TOUR NEGLI STADI Da giugno Geolier porterà il nuovo album e la sua discografia in concerto con tre live già sold out (26-27-28) al Maradona, che chiuderanno il tour “Geolier Stadi 2026”, l’artista è pronto a calcare per la prima volta, tra gli altri, anche i palchi di Milano a San Siro (13) e di Roma all’Olimpico (19). Appuntamento anche in Sicilia al Franco Scoglio (23). Anteprima all’Arena del Mare di Termoli (CB) il 6 giugno. LA TRACKLIST 1.TUTTO È POSSIBILE (feat. Pino Daniele) 2.SONNAMBULO 3.DUE GIORNI DI FILA (feat. Sfera Ebbasta e Anna) 4.FACIL FACIL 5.1H 6.UN RICCO E UN POVERO 7.OLÈ (feat. Kid Yugi) 8.DESIDERIO 9.PHANTOM (feat. 50 Cent) 10.P FORZ 11.STELLE 12.CANZONE D’AMORE 13.081 14.ARCOBALENO (feat. Anuel AA) 15.FOTOGRAFIA 16.A NAPOLI NON PIOVE L'articolo “Ci siamo evoluti discutendo con le forze dell’ordine, di quanto la politica non faccia un ca**o”. Ecco come Geolier è riuscito sfornare il suo miglior album “Tutto è possibile” con la benedizione di Pino Daniele proviene da Il Fatto Quotidiano.
Napoli
Cantanti
Musica
Rap
Si presenta in carcere per costituirsi a bordo di un furgoncino rosso e mentre riprende tutto in diretta streaming: il rapper 6ix9ine sconterà la pena con Maduro e Mangione
Un’orda di fan e giornalisti fuori dai cancelli del carcere, come spesso accade di fronte a quello che è considerato “il penitenziario dei Vip”. Si tratta del Metropolitan Detention Center di Brooklyn. A varcare le soglie dell’MDC di lì a poco sarebbe arrivato Tekashi 6ix9ine. Né un arresto spettacolare, né un’imboscata dell’ultimo minuto lo avrebbero condotto lì. Quella del rapper è stata una resa. 6ix9ine si è infatti costituito per scontare una pena di 3 mesi per aver violato la libertà vigilata mentre scontava una condanna precedente. Lì condividerà il carcere con detenuti noti, tra cui Luigi Mangione, accusato di aver ucciso il CEO di UnitedHealthcare Brian Thompson e il presidente del Venezuela Nicolàs Maduro, destituito durante l’operazione speciale condotta da Donald Trump il 2 gennaio. L’artista, il cui vero nome è Daniel Hernandez, si è presentato in carcere di sua spontanea volontà martedì mattina e l’ha fatto mentre era in diretta con l’amico streamer Adin Ross, creator da milioni di follower. Ha voluto creare un evento e ci è riuscito, anche per provare a dimostrare le sue buone intenzioni. Hernandez è arrivato a bordo di un van di lusso con Ross e una vera e propria troupe che ha filmato in diretta il momento della resa. Durante la diretta streaming di quasi due ore sul canale di Ross, il rapper ha passato gli ultimi momenti circondato dagli amici durante il suo saluto d’addio e uno di loro, il content creator Stephen Deleonardis, lo ha aiutato a tagliare il braccialetto elettronico. L’atmosfera è stata fino alla fine quella di una festa. Nel tragitto in macchina il gruppo ha ascoltato a tutto volume hit come “Baby” di Justin Bieber o “Hold On” di Lil Tjay, ma una volta arrivati all’ingresso del penitenziario il clima si è fatto immediatamente più cupo. Dopo l’allontanamento di Hernandez, Ross ha affermato quasi in lacrime: “È davvero molto triste – e ancora – È terribile, fratello”. La struttura è l’unico carcere federale di New York City ed è tra le più temute degli Stati Uniti. Alcuni l’hanno descritta come un vero e proprio “inferno sulla terra” a causa delle pessime condizioni e dei numerosi casi di violenza e suicidi. Attualmente ospita il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, oltre a Luigi Mangione e in passato ha ospitato Sean “Diddy” Combs e Ghislaine Maxwell, storica collaboratrice di Jeffrey Epstein. Hernandez è diventato famoso nel 2017 con l’uscita della canzone “Gummo”, seguita poi dall’album “Dummy Boy” del 2018, grande successo commerciale internazionale. L’anno successivo si è dichiarato colpevole per il suo coinvolgimento con la violenta gang newyorkese Nine Trey Gangsta Bloods. All’epoca era finito in una bufera mediatica, accusato dai fan e dagli altri membri della gang di essere uno “snitch” (in gergo ‘infame’) per aver collaborato con la giustizia nello smantellamento della NTGB. La collaborazione gli è valsa un considerevole sconto di pena, soprattutto eludendo le accuse di associazione a delinquere. Nel 2019 è stato condannato a due anni di carcere, seguiti da cinque anni di libertà vigilata, assieme ad un percorso di protezione testimoni per le gravi minacce ricevute. È stato rilasciato dal carcere federale con alcuni mesi di anticipo nel 2020, durante il picco della pandemia di COVID-19, iniziando prima a scontare la pena in libertà vigilata, quindi con il braccialetto elettronico. L’ultima condanna di Hernandez è legata al ritrovamento di piccole quantità di cocaina ed ecstasy nella sua casa di Miami durante una perquisizione della polizia. Secondo i pubblici ministeri, avrebbe anche colpito un uomo che lo aveva provocato in un centro commerciale della Florida per la sua collaborazione contro i membri della gang. L'articolo Si presenta in carcere per costituirsi a bordo di un furgoncino rosso e mentre riprende tutto in diretta streaming: il rapper 6ix9ine sconterà la pena con Maduro e Mangione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Rap
Nicolás Maduro
Trapper
Rkomi presenta la fidanzata Martina Cabassi. Ecco chi è e perché c’entra anche il collega e amico Ernia
Rkomi ha sempre vissuto con discrezione le relazioni sentimentali anche quando le ex sono state “illustri” come Paola Di Benedetto, Havana Plevani e Viviana Vogliacco. Restio a parlarne nelle interviste, stavolta il cantautore ha fatto uno strappo alla regola. Infatti sui social ha condiviso un momento di relax, in vacanza al caldo, assieme alla sua fidanzata attuale. Lui seduto mentre fuma una sigaretta, lei sulle sue gambe in un attimo di pausa mentre legge un libro. I fan si sono subito interrogati su chi fosse la misteriosa ragazza. Detto, fatto. La nuova compagna di Rkomi è Martina Cabassi nota per essere influencer e imprenditrice digitale. Ma le sorprese non sono finite qui. Martina infatti è sorella di Valentina, la fidanzata di Ernia con il quale ha avuto la prima bimba, Sveva, nata lo scorso luglio. Martina Cabassi, brillante imprenditrice digitale e influencer, nata sotto il segno del Leone, dalle molteplici passioni che spaziano dai viaggi alla lettura di romanzi gialli, fino al profondo amore per i bambini. Insieme a lei la madre, “figura determinante nelle scelte stilistiche e artistiche grazie alla sua consolidata esperienza nel settore della moda mare”. Rkomi è reduce dal tour teatrale che lo ha visto impegnato per tutto il mese di novembre fino a dicembre, con una anteprima il 30 ottobre al Teatro degli Arcimboldi di Milano. L'articolo Rkomi presenta la fidanzata Martina Cabassi. Ecco chi è e perché c’entra anche il collega e amico Ernia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pettegolino
Rap
Influencer
Geolier, Guè, Kid Yugi e Tony Boy mettono il turbo al 2026 a suon di hip hop: ecco la battaglia in classifica che si annuncia scoppiettante
Anno nuovo, scarica di hip hop adrenalinica in arrivo. Il mese di gennaio, in attesa dell’arrivo il 24 febbraio del Festival di Sanremo 2026, sarà caratterizzato dalla carica dell’hip hop con alcuni tra gli esponenti più importanti della scena italiana. Ad aprire le danze è Tony Boy con “Trauma”, oggi 2 gennaio, il 9 arriva Guè con “Fastlife 5: Audio Luxury”, il 16 “Tutto è possibile” segna il ritorno di Geolier mentre il 30 gennaio a chiudere la carica sarà il golden boy Kid Yugi con “Anche gli eroi muoiono”. Insomma ce n’è per tutti i gusti per chi ama il genere e, di certo, c’è da scommettere che la battaglia in classifica sarà alquanto vivace. Dopo aver chiuso il 2025 con uno show-evento a Rho Fiera Milano Live, Tony Boy (Antonio Hueber, classe ’99, Padova) ha in serbo tanti progetti per il 2026. Con due album pubblicati nell’ultimo anno (“Going Hard 3” e “Uforia” disco d’oro), lo show-evento a Rho Fiera Milano Live, un tour nei club sold out, Tony Boy ha annunciato suoi primi concerti nei palazzetti a Roma, Milano e Padova dal 13 maggio con in scaletta i brani del nuovo album “Trauma”, uscito proprio oggi, che contiene 14 brani inediti. Geolier è pronto a tornare con il quarto album, “Tutto è possibile” e lo fa con un racconto che parte da un monito di Pino Daniele, custodito in un suo brano mai pubblicato. Una frase rimasta sospesa nel tempo, che oggi torna a nuova vita e apre il prossimo album di Geolier. Il disco si apre con Pino Daniele, ma, tra gli altri, trova al suo interno un altro nome che per Geolier rappresenta un riferimento: 50 Cent. Un traguardo che lo stesso Geolier ha raccontato come la prova concreta della sua visione: “Tutto quello che vuoi che accada, accadrà”. A queste si aggiungono ulteriori collaborazioni: oltre alla presenza di Anuel AA, una delle voci più iconiche e influenti del Latin trap contemporaneo, Sfera Ebbasta fino ad Anna e Kid Yugi. Nel 2026 Geolier porterà il nuovo album con tre live già sold out al Maradona, che chiuderanno il Geolier Stadi 2026”, l’artista salirà per la prima volta, tra gli altri, anche sui palchi di Milano a San Siro e di Roma all’Olimpico. Sulla copertina del nuovo album “Anche gli eroi muoiono” appare dentro in una bara. Così il golden boy della scena rap Kid Yugi (Francesco Stasi, è un rapper pugliese classe 01’) mette a segno il suo terzo album in studio. L’album è stato anticipato da un trailer ambientato su un set cinematografico, in cui viene messo in scena il funerale dell’artista. La cinepresa segue i personaggi che si stringono intorno alla bara, mentre l’attore Filippo Timi recita un monologo e prima di traghettare gli spettatori verso un colpo di scena finale. “Cosa vuol dire essere un eroe? Operare il bene con tutte le proprie forze ‘risponderebbero i più. Fallire miseramente in nome di un’utopia!’ tuonerebbero i malvagi. – è il messaggio contenuto nel lancio del nuovo progetto discografico – Dare prova di coraggio e abnegazione di fronte a pericoli ed avversità intonerebbero gli accademici. Ecco, tutte queste definizioni sono sbagliate, vecchie, obsolete, superate, adatte ad epoche passate, ad un mondo in cui la distinzione tra bene e male appariva netta e irriducibile. La società contemporanea, quella dei consumi che promuove l’individualismo e glorifica l’egoismo, la società che ha sacrificato i valori della giustizia sostituendoli con quelli del merito, è riuscita ad amalgamare i due assoluti. Ma quindi, se bene e male si somigliano, se l’essere umano opta per l’uno o per l’altro secondo un unico criterio, l’utilità, come possiamo noi riconoscere un eroe? O, ancor peggio, è possibile che questo mondo non sia più capace di crearne? Ecco che la civiltà ha sopperito a questi dilemmi nel modo più stupido e ingiusto: rendendoci tutti speciali. O almeno facendocelo credere”. E infine: “Ci hanno insegnato che ognuno di noi è l’eroe della propria storia, che ognuno di noi è un predestinato, un talentoso, un genio mandato su questa terra per assolvere ad un compito divino. In questo voi credete e in questo credo anch’io. Ed ora più che mai la mia missione mi appare chiara, limpida come il cielo di marzo. Io sono il vostro Memorandum. E porto un unico messaggio: Anche gli eroi muoiono”. Infine Guè con “Fastlife 5: Audio Luxury”, interamente prodotto da Cookin Soul. Il volume di “Fastlife”, il mixtape di culto nato vent’anni fa dal talento e dall’amore per il rap di Gué. Per le celebrazioni dei vent’anni di Fastlife, il rapper ha voluto fare le cose in grande: tutte le tracce sono infatti prodotte da Cookin Soul, producer di Valencia, che vanta collaborazioni internazionali del calibro di Nipsey Hussle, Yukmouth e MF Doom e centinaia di remix all’attivo. Il mixtape, inoltre, è stato mixato e masterizzato da Davide “Bassi Maestro” Bassi. La copertina, che ritrae l’artista con la figlia Céline, è uno scatto d’autore firmato dal fotografo e collaboratore di lunga data Federico Hurth. Anche Fastlife 5 : Audio Luxury sarà parte dello speciale show Fastlive, che porterà per la prima volta dal vivo sul palco del Fabrique di Milano tutta la saga di Fastlife l’1 e 2 febbraio 2026. L'articolo Geolier, Guè, Kid Yugi e Tony Boy mettono il turbo al 2026 a suon di hip hop: ecco la battaglia in classifica che si annuncia scoppiettante proviene da Il Fatto Quotidiano.
Musica
Rap
Trapper
“Io non faccio il rapper per fare il criminale, ma per salvarmi. La mia tarantella? Il naso che mi ha bloccato e fatto venire ansia e tachicardia”: così Enzo Dong
“Non faccio il rapper per fare il criminale, l’ho fatto per salvarmi da un’ipotetica vita criminale che avrei potuto intraprendere, disgraziatamente, se non avessi trovato altro da fare nella vita”, così Enzo Dong che, dopo una lunga attesa, è tornato. E lo ha fatto facendo uscire il suo nuovo album, “Life Is A Tarantella”. Una pubblicazione tanto attesa quanto, a tratti, inaspettata. Il punto zero di una nuova fase artistica e personale, dopo il suo primo disco “Dio perdona io no”, uscito nel 2019. Il progetto presenta dieci tracce e tre featuring (Pyrex, Lady Dong e Lele Blade). I pezzi sono prevalentemente trap. C’è qualche accenno al reggaeton, una citazione ad Anna Pepe e un’alternanza di brani da club con altri più romantici, introspettivi. Il rapper di Secondigliano ha raccontato, a FqMagazine, la genesi del disco. Arrivata dopo un lungo periodo buio, tra problemi di salute (“Non respiravo più bene da un annetto”), pressioni psicologiche (“Ci sono stati un bel po’ di rallentamenti che mi hanno portato un po’ fuori strada”) e la lotta quotidiana con sé stesso e con ciò che lo circonda. “Vi ho fatto aspettare tanto, ma non sapete quanta sofferenza c’è stata dietro questo periodo oscuro”, hai scritto su Instagram. Che fine ha fatto Enzo Dong? In questi anni sono successe tante cose. Quella principale, che mi ha stoppato musicalmente, è stata una problematica al naso che ho avuto negli ultimi anni. Non respiravo più bene da un annetto, avevo i turbinati praticamente atrofizzati. Dopo l’operazione ho continuato ad avere ancora problemi che, a loro volta, mi hanno scatenato altre cose come la claustrofobia, ansia e tachicardia. Tutta una serie di reazioni a catena per via di questo problema di salute che ho avuto. Questa cosa mi ha impedito anche di registrare, mi ostacolava il cantare. Anche per i live ho avuto problemi. Un periodo duro… Poi i problemi non arrivano mai da soli, arrivano sempre tutti quanti insieme. Non avevo neanche lo studio, dopo il covid. La pandemia mi ha fatto ritardare tutta una serie di progetti che stavamo mettendo sul piano manageriale. Ci sono stati un bel po’ di rallentamenti che mi hanno portato un po’ fuori strada. Sei riuscito ad andare oltre le difficoltà? Sì, siamo riusciti a riprendere la situazione in mano e ci siamo rimessi subito al lavoro. La gente attendeva un mio progetto da un bel po’ di anni. Nonostante tutto, negli anni hai pubblicato musica in modo sporadico. Dal 2019 non uscivi con un disco, il che si scontra con l’attitudine odierna di essere sempre presenti: hai mai avuto paura di venire dimenticato? Questa è proprio una cosa che odio della società e dei social attuali. La odio a più non posso perché amo la produttività, fare musica è la mia passione e, se non facessi questo, starei male. E infatti sono stato male anche perché stare fermo non è bello. L’iperproduzione di musica però, secondo me, la sta rovinando. Sta diventando veramente troppo veloce. La gente non ha più tempo di affezionarsi a un brano, a un disco. Questa cosa dovrebbe essere presa in modo diverso dagli artisti, dalle etichette e da tutta l’industria musicale. Altrimenti finisce che la musica si brucia. Per quanto riguarda la paura di essere dimenticato, ammetto che è stato un pensiero che mi ha fatto stare male in questi anni. Qual è il tuo significato di “Life Is A Tarantella”? È proprio l’emblema di questo periodo. A Napoli si dice che la Tarantella sono i guai e, il titolo, rispecchia tutti i problemi che ho avuto in questi anni. Un po’ pure per abbattere lo stereotipo del rapper che vive la vita senza problemi. In realtà il rap nasce dallo struggle (la lotta quotidiana, la resilienza, le difficoltà sociali, economiche e personali, e la voglia di riscatto partendo dal niente, ndr), dalle tarantelle, detto in napoletano. Quando hai iniziato a scrivere le prime tracce? Un annetto fa. Lavorare con i fratelli, con le persone con le quali ti trovi bene, è la via più veloce e più facile per fare della buona musica. Sono sempre aperto a collaborare con tutti però, ovviamente, dopo un periodo che mi aveva portato un po’ fuori strada, la prima cosa che potevo fare era collaborare con dei miei amici, come Pyrex. Lele Blade, invece? Ho scoperto una grande amicizia in questi anni con lui. Mi ha fatto molto piacere che mi abbia supportato subito nel progetto. È stato partecipe, si è inserito. Tanti artisti sono stati invitati nell’album ma ognuno è preso dai suoi dischi, dai suoi progetti. E per me, rientrare in pista, arrivare subito a gamba tesa con tantissimi featuring, non è stato facile. La lavorazione che c’è dietro ai dischi è molto grossa, la gente non immagina quello che c’è dietro. In “We The Best” dici di aver fatto il palo per strada. Ti senti uno dei megafoni per i ragazzi di un certo tipo di periferia? Sì, anche perché ho vissuto molto il quartiere quando ero piccolo. Poi il rap per fortuna mi ha salvato da certi contesti che mi avrebbero portato al disastro. Se non avessi fatto il rapper non so quale guaio nella vita avrei fatto. Sicuramente in qualche tarantella vera mi sarei trovato, anche un po’ da stupido. Essendo “bravi ragazzi nei brutti quartieri”, il rischio è di affascinarsi a situazioni senza accorgersene. Mi fa molto piacere rappresentare i ragazzi del quartiere, che è sempre stato il mio motto alla fine. Dong sta per il mio quartiere, Rione Don Guanella. Vivi ancora a Secondigliano? Sì, “non c’è casa come casa tua”. I problemi ci sono ancora ed è importante se ne parli: artisti come te e Geolier sono riusciti a sfuggire da certe dinamiche di strada. Da cosa potrebbero partire i ragazzi per svoltare la propria vita? I ragazzi di oggi dovrebbero concentrarsi a trovare la propria passione. Ok il rap, che comunque dà una chance a molti ragazzi, però il consiglio che darei è quello di trovare la propria passione e non seguire quella degli altri, quella che ti impongono i social o quella che va di moda. Oggi il rap va pure un po’ di moda ma, quando io o Geolier abbiamo iniziato a fare rap, era una cosa che è partita da noi, contro ogni aspettativa. Non c’era la moda che tutti erano rapper. Abbiamo creduto nel nostro, buttandoci in questa strada che sembrava battuta da poche persone. Invece oggi i ragazzi seguono la strada che stanno battendo un po’ tutti. Il successo non è solo materiale, è anche una soddisfazione personale. “Se voi siete la strada, io sono la superstrada”, dici in “Gangsta Gangsta”. Alcuni rapper millantano di essere qualcosa che non sono? È una citazione anche un po’ ironica, infatti nel pezzo si sente un pernacchio. Però sì ci sono tanti un po’ con il mito del personaggio, di 50 Cent, del rapper gangsta. Io sono di Secondigliano e sono cresciuto nel mio rione. Ho visto molti contesti e situazioni pericolose e, nonostante ciò, non mi sono mai proclamato “gangster”. Non sono mai stato un criminale, per fortuna. Quando però vedo emulare troppo certe cose mi dispiace perché, secondo me, dobbiamo dare ai ragazzi un altro esempio. Io non faccio il rapper per fare il criminale, l’ho fatto per salvarmi da un’ipotetica vita criminale che avrei potuto intraprendere, disgraziatamente, se non avessi trovato altro da fare nella vita. È questo il messaggio che dobbiamo dare. Cosa ne pensi di Luchè a Sanremo? Sono felicissimo per lui. Sono un grande fan di Luchè da sempre, dai Co’Sang. Facevo pure le doppie ai live dei Fuossera quando ero piccolissimo. Vedere Luchè a Sanremo è una soddisfazione perché è comunque il mio mito da sempre. Gli faccio un in bocca al lupo e spero spacchi tutto. L'articolo “Io non faccio il rapper per fare il criminale, ma per salvarmi. La mia tarantella? Il naso che mi ha bloccato e fatto venire ansia e tachicardia”: così Enzo Dong proviene da Il Fatto Quotidiano.
Napoli
Musica
Rap
Marracash in concerto all’Unipol Forum di Milano: ecco tutte le foto della serata. Sul palco anche Lazza, Blanco, Filippo Graziani e 22Simba
Marracash ieri, 9 dicembre, è sbarcato all’Unipol Forum di Milano per la tappa del tour sold out Marra Palazzi25, che rappresenta la naturale prosecuzione del tour trionfale negli stadi andato in scena nell’estate del 2025 che ha registrato quasi 300.000 spettatori. Ad accompagnarlo sul palco ieri sera c’erano: Lazza (“Salvador Dali”-“Sport”), Blanco (“Nemesi”), Filippo Graziani (“È finita la pace”) e 22Simba (“Fanculo”). Dopo la data di ieri sera sera si prosegue sempre stasera 9 dicembre (SOLD OUT) e il 10 dicembre all’Unipol Forum di Milano, il 12 (SOLD OUT) e il 13 dicembre (SOLD OUT) al Palazzo dello Sport di Roma, il 17 dicembre alla Kioene Arena di Padova (SOLD OUT) e si concluderà il 20 dicembre all’Inalpi Arena di Torino. ‹ › 1 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 2 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 3 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 4 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 5 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 6 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 7 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 8 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 9 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 10 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 11 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 12 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 13 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 14 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 15 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 16 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 17 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID ‹ › 18 / 18 MARRACASH LIVE A MILANO - FOTO HAFID L'articolo Marracash in concerto all’Unipol Forum di Milano: ecco tutte le foto della serata. Sul palco anche Lazza, Blanco, Filippo Graziani e 22Simba proviene da Il Fatto Quotidiano.
Musica
Concerti
Milano
Rap
Cardi B fa rivestire d’oro il suo cordone ombelicale: il gioiello per la nascita del quarto figlio fa discutere
Un detto dice che “un gioiello è per sempre”, così come un figlio. L’artista statunitense Cardi B ha deciso di unire i due concetti di eterno e festeggiare la nascita del quarto figlio con un regalo insolito: un cordone ombelicale d’oro. L’ultimo arrivato, figlio della cantante e del giocatore dei New England Patriots Stefon Diggs, è stato celebrato con alcune foto postate da Cardi B sui social. Per la rapper si tratta del quarto figlio, il primo con il campione della NFL. CARDI B, AMORE TRAVAGLIATO Cardi B è una delle cantanti più influenti del panorama musicale odierno. La newyorkese, acclamata da milioni di fan in patria e nel mondo, è anche una mamma. Belcalis Marlenis Almanzar, il nome della star all’anagrafe, ha già dato alla luce tre bambini: Kulture Kiari, Wave Set e Blossom. I tre bimbi sono figli della cantante e del rapper Offset. La relazione tra i due è stata lunga e travagliata. I due artisti si sono sposati nel 2017 e a dicembre del 2018 la cantante ha annunciato la fine della relazione con il marito. Durante un concerto Offset ha tentato di riconquistarla, con la cantante che lo ha allontanato e si è detta “imbarazzata” dall’episodio. A ottobre 2020, quando i due rapper erano a un passo dal firmare le carte del divorzio, è arrivata la notizia del ricongiungimento. A giugno 2021 Cardi B e Offset hanno annunciato l’arrivo del secondo figlio, Wave. L’11 dicembre 2023 la cantante ha nuovamente confermato le voci sulla separazione, mentre l’1 agosto Cardi B ha prima annunciato la terza gravidanza (sempre con il rapper) e, poche ore dopo, il divorzio ufficiale da Offset. LA SERENITÀ RITROVATA Dopo il patimento vissuto nella precedente relazione, Cardi B sembra aver trovato la serenità. A inizio giugno 2025 la cantante ha annunciato la relazione con la star della NFL Stefon Diggs. La cantante parlava così della gravidanza e della serenità che sta vivendo: “Sento di essere in un buon momento, mi sento molto forte”. La star del rap ha aggiunto: “Io e il mio compagno ci sosteniamo moltissimo a vicenda e questo mi fa sentire come se potessi conquistare il mondo”. Per il cordone ombelicale d’oro, Cardi B si è affidata a Mommy Made Encapsulation, specializzata in servizi post partum e diventata popolare per le richieste stravaganti delle star. Il cordone sarà avvolto attorno a un supporto metallico, modellato fino formare un cuore e, infine, ricoperto d’oro. Mommy Made Encapsulation ha fatto parlare di sé per un servizio particolare: la trasformazione della placenta in capsule che le neomamme assumono per godere delle proprietà nutritive. Una proposta che ha suscitato scandalo e l’interesse di Cardi B, che si è affidata all’azienda per regalarsi il gioiello più bello del suo portagioie. L'articolo Cardi B fa rivestire d’oro il suo cordone ombelicale: il gioiello per la nascita del quarto figlio fa discutere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Usa
Oro
Rap
Football Americano
Sanremo 2026, l’uragano rap si abbatte sul Festival per puntare ai giovanissimi e allo streaming sicuro: da Luchè a J-Ax, ma anche Sayf e Samurai Jay
Carlo Conti ha annunciato, oggi 30 novembre, al Tg1 la lista dei trenta cantanti che parteciperanno al Festival di Sanremo 2026. Tra nuovi volti e partecipazioni inaspettate, il cast formato dal direttore artistico della kermesse prevede anche la presenza di diversi rapper. Dal figlio di Gianni Morandi, a chi ha contribuito a portare la trap in Italia e chi, invece, è diventato virale su TikTok grazie ad un tormentone estivo. Ecco tutte le informazioni che vi servono per arrivare preparatissimi ad inizio Festival. Oltre al “papà” dell’hip hop italiano J-Ax che torna al Festival di Sanremo 2026, dopo La réunion degli Articolo 31 al Festival di Sanremo 2023 con il brano “Un bel viaggio”, ecco tutti gli altri “figli” pronti a rappresentare un genere tutt’altro che morto e sepolto. L'articolo Sanremo 2026, l’uragano rap si abbatte sul Festival per puntare ai giovanissimi e allo streaming sicuro: da Luchè a J-Ax, ma anche Sayf e Samurai Jay proviene da Il Fatto Quotidiano.
Musica
Rap
Festival di Sanremo
J-Ax