Tre giorni fa Leila Farahbakhsh, attivista iraniana esule in Italia da 15 anni,
ha bloccato un corteo pacifista a Firenze di Arci, Anpi e altre sigle gridando
loro: “Dove eravate quando il regime iraniano massacrava 40mila persone?”. Gli
organizzatori le hanno risposto che non ignorano il regime, ma che rifiutano la
guerra israelo-statunitense e i suoi crimini. Le hanno detto di sostenere le
donne iraniane contro la guerra e contro il regime, ma per l’attivista questa
non è la posizione giusta da prendere.
Considerata la situazione, io invece penso che sia una posizione molto logica.
Ieri, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato che i morti per mano israeliana
e statunitense sono già 787. Il numero sale di ora in ora, e dobbiamo
considerare che siamo soltanto all’inizio di questa tragedia.
Personalmente, io capisco la rabbia di Farahbakhsh in un periodo così traumatico
per il suo popolo e conosco bene il dolore per la sensazione che le persone
attorno a te siano indifferenti alla tragedia che tocca la tua gente e la tua
identità. Ma ritengo inaccettabile prendersela con quelle persone lì,
accusandole persino di ipocrisia, mentre buona parte della diaspora iraniana in
Italia sta festeggiando l’attacco israeliano e statunitense che ha massacrato
oltre 165 bambine in una scuola a Minab, nel sud dell’Iran. Prima di condannare
chi si oppone alla guerra, bisognerebbe prendere posizione contro monarchici e
sionisti iraniani che stanno festeggiando tutto ciò e che intimidiscono con
violenza sui social e nelle piazze ogni critico del figlio dell’ex Shah Reza
Pahlavi e Israele, come è successo alla docente Farian Sabahi e a tante altre
iraniane esposte su questo tema.
Molte persone che, come Farahbakhsh, pensano che questa guerra sia un male
necessario, purtroppo, ignorano il problema della violenza e delle posizioni
politiche pericolose degli iraniani monarchici, che sono a favore di un leader
di estrema destra, razzista, filo-israeliano e trumpiano.
Colpire chi è contro la guerra invece del potere o chi lo inneggia urlando
slogan riprovevoli? Non lo accetto. E rispondo citando Minoo Mirshahvalad,
ricercatrice iraniana, una dei tanti bersagli monarchici: “Chi festeggia bambine
fatte a pezzi a Minab o un ospedale a Teheran preso di mira, con infermieri che
tirano fuori neonati dalle incubatrici, non ha alcuna umanità”. La verità è che
molte persone di sinistra non se la sentivano di scendere nelle piazze di
gennaio per l’Iran perché queste erano organizzate e dominate da queste persone
qui: da monarchici, sionisti, filo-americani, leghisti, renziani, liberali e
meloniani.
E poi, diciamocela tutta. Secondo Hrana, organizzazione indipendente di
attivisti iraniani, i morti per le proteste in Iran, iniziate a fine dicembre
dello scorso anno, sono almeno 7000, con 11.730 ancora da accertare. Un numero
altissimo di morti in pochissimo tempo, repressione terribile senza precedenti
nella storia. Ed è proprio per questo che non c’è alcun bisogno di gonfiarlo a
questi livelli.
La continua esagerazione di questi numeri è parte della propaganda che ha
portato a questa guerra, e farle eco allontana la sinistra dalla giusta causa
del popolo iraniano. Questi numeri, mai verificati da fonti indipendenti, sono
stati diffusi da media affiliati a governi che hanno tutto l’interesse a fare
questa guerra all’Iran, come quello saudita, che secondo un’inchiesta del The
Guardian ha legami con Iran International, il primo sito ad aver diffuso un
numero di morti troppo grande, che non combaciava minimamente con la realtà sul
campo.
Gonfiare i numeri è stato anche un modo per allarmare le persone e rendere
questa guerra accettabile ai loro occhi, ma soprattutto per dipingere l’Iran e
Israele sullo stesso piano, e neutralizzare così ogni presa di posizione contro
questa tragedia.
L'articolo Perché non sono d’accordo con l’attivista iraniana che ha bloccato un
corteo pacifista a Firenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Manifestazioni
di Marco D’Ercole
È doveroso e – ahimè – anche necessario fare una premessa. Qualsiasi forma di
violenza è inutile e deleteria per perorare la propria causa. La violenza dei
facinorosi negli scontri di Torino e di Milano è da condannare senza se e senza
ma. Questa è gente che non ha nulla a che vedere con una protesta non violenta,
organizzata nei modi previsti dalla legge.
Ho il vago sospetto che questo Governo si sia posto l’obiettivo di rendere
sempre più difficile il dissenso di piazza. Tramite due modi: il primo con leggi
repressive del dissenso e l’altro con la possibilità di dare agli agenti libero
sfogo alle loro frustrazioni (ahimè). Trovo entrambi i modi complementari tra
loro.
Però vorrei soffermarmi su un altro aspetto. Chiudete gli occhi e immaginate la
scena. Dopo una protesta pacifica arrivano sempre un gruppo di persone
incappucciate, guanti neri e con materiale pericoloso (pesante – pietre etc –
oppure infiammabile). Sicuramente questo materiale ha viaggiato parecchi
chilometri. Basti vedere l’ordinanza del prefetto di Torino – nessuna vendita di
alcoli e percorso condiviso con i manifestanti. Ad un certo punto escono fuori i
violenti.
Perdonatemi ma già questo semplice racconto presuppone una marea di domande.
Nessuno ha visto manco uno di questi incappucciati avvicinarsi al luogo
prestabilito della battaglia? Nessuno si è accorto che un gruppo di persone,
ognuno di loro proveniente da zone diverse della città e vestiti similarmente,
sono converse nello stesso luogo della battaglia? Davvero l’intelligence della
Polizia non ha svolto nessuna analisi sui possibili rischi? Davvero è così
semplice trovare pietre o materiale infiammabile in centro città? Davvero i
prefetti delle città coinvolte non si sono posti il dubbio del dopo
manifestazione, con il calare del buio? Davvero un poliziotto è rimasto da solo,
in tenuta antisommossa, a difendersi dai violenti?
Ammetto che potrei andare avanti per ore a listare tutte le domande che ho sugli
scontri di Torino e Milano. Potrei anche cercare tutte le motivazioni possibili
e immaginabili per cercare di spiegare gli scontri e la violenza. Nel mio
piccolo, ho già notato che troppi pennivendoli hanno già scritto troppo sia in
quantità che in sciocchezze.
Invece preferisco soffermarmi sulle palesi carenze dei vertici della Polizia.
Troppe coincidenze che si incastrano perfettamente tra di loro. Riprendete le
domande e togliete il punto di domanda: magicamente diventeranno affermazioni di
ciò che è successo. Il ministro Piantedosi ha scaricato la colpa sui violenti –
ma! La Polizia ha fatto il suo dovere? Credo proprio di no. E non parlo del
poliziotto in strada (sacrificato, forse, da questo Governo, per aumentare la
repressione?) – la classica guerra dei poveri: manifestanti da un lato e
poliziotti dall’altro. Credo che Piantedosi dovrebbe fare un immenso mea culpa
degli errori madornali commessi a tutti i livelli. Sono nato dopo e chiedo: le
città negli anni di piombo erano vandalizzate più o meno di adesso? Per quel che
ci ho capito, la Polizia il suo lo sapeva fare!
Gentili manifestanti, incazzati e violenti: smettiamola. Non di protestare! Ma
di fornire assist a questo Governo che non aspetta altro per inasprire le pene e
la repressione. Questo Governo teme il confronto, teme il libero arbitrio, teme
cittadini pensanti. L’unica lotta che porterà dei risultati sarà una battaglia
simile alla nonviolenza di Gandhi durante la marcia del sale (gli indiani che
sono andati al mare a prelevare un po’ di acqua salata per produrre il sale e
non pagare la tassa del sale). Hanno reagito? No. Le hanno prese di santa
ragione. Se avessero reagito, immediatamente gli inglesi avrebbero ribadito la
loro superiorità: “gli indiani non sono capaci di autogestirsi da soli, hanno
bisogno della mano ferma del padrone!”.
Non sostengo di prendere botte da tutti e non reagire. Siamo uomini e non santi;
ma almeno non spianare la strada a questo Governo!
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L'articolo Gentili manifestanti, smettiamola di fornire assist a questo governo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Partiamo dal cretino che, dotato di martelletto, ha picchiato un celerino
rimasto isolato dai suoi commilitoni. Episodio certamente deplorevole, ma
sicuramente ingigantito dai media meloniani anche sulla base di immagini
deliberatamente alterate col ricorso all’intelligenza artificiale.
Episodio che però sicuramente non va sottovalutato perché un movimento militante
di massa, come quello orgogliosamente antifascista che è sceso in piazza sabato
31 gennaio a Torino, deve riuscire a neutralizzare qualche centinaio di violenti
imbecilli, che scambiano le manifestazioni per gli stadi e assumono gli
appartenenti alle Forze dell’Ordine come proprio nemico, perdendo di vista
qualsiasi contesto politico più ampio, trasformando così una grande, legittima
ed entusiasmante mobilitazione di piazza in un insulso corpo a corpo con
poliziotti e carabinieri.
Non è chiaro chi siano in realtà costoro, quello che è certo è che vanno messi
in condizione di non nuocere e abbiamo al riguardo un recente esempio da imitare
nella manifestazione di Roma del 4 ottobre, quando l’autorganizzazione militante
del corteo riuscì brillantemente a isolare e respingere quel solito centinaio di
mentecatti abituati a sfogare in piazza le proprie frustrazioni giocando
irresponsabilmente alla guerriglia urbana. Peraltro Roma è esemplare anche per
l’accorta e intelligente gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità
preposte (prefetto, questore, Digos). Non altrettanto può dirsi purtroppo per
altre situazioni, come proprio quella torinese, laddove varie testimonianze
evidenziano comportamenti incongrui e apparentemente irrazionali relativamente
allo schieramento e alla condotta della forza, che suscitano gravi
interrogativi.
Il problema ad ogni modo è soprattutto l’indegna strumentalizzazione politica di
quanto è accaduto. Vanno condivise, al riguardo, le osservazioni formulate fra
gli altri da Nicola Rossiello, segretario generale del sindacato lavoratori di
polizia: “La narrazione del Ministro Piantedosi sui fatti di Torino appare
totalmente rovesciata rispetto alla realtà che noi, come operatori e sindacato
sul campo, riscontriamo. Sostenere che i manifestanti abbiano fornito copertura
ai violenti significa non rendere giustizia alla verità e mancare di rispetto a
chi esercita un diritto costituzionale… Ribaltare i fatti non aiuta l’ordine
pubblico, serve solo a scaricare sulle Forze dell’Ordine il peso di una gestione
politica della piazza che ha fallito nel proteggere sia chi manifesta che chi
lavora in divisa”.
È peraltro evidente a chiunque come i deplorevoli incidenti che hanno fatto
seguito alla grande manifestazione di Torino cadano come il cacio sui maccheroni
al governo Meloni, nel momento in cui quest’ultimo è impegnato fino allo spasimo
per l’approvazione dell’ennesimo pacchetto sicurezza e soprattutto terrorizzato
dal possibile prevalere del No al referendum sulla magistratura del 22 e 23
marzo.
La stessa Meloni è intervenuta nei giorni successivi ingiungendo ai giudici di
procedere severamente nei confronti dei manifestanti e quindi togliendo di mezzo
ogni dubbio sul vero scopo del referendum, trasformare i giudici indipendenti in
una branca subordinata dell’Esecutivo.
La posta in gioco dell’attuale scontro politico e istituzionale è alta e non
stupisce che, al di là dell’episodio di Torino, comincino a delinearsi veri e
propri fenomeni di strategia della tensione, come gli attentati alle ferrovie.
La buonanima Licio Gelli torna di attualità e non solo come ispiratore della
“riforma” Nordio.
La torsione autoritaria in atto, che comprende in modo sempre più sfacciato vere
e proprie pillole di fascismo cui assuefare progressivamente il corpo sociale, è
la risposta del governo Meloni alle sue crescenti difficoltà e al discredito in
aumento in tutti i settori dell’opinione pubblico. Il manganello di Piantedosi e
il soffocamento dell’autonomia della magistratura, unitamente al progetto
anticostituzionale del premierato, sono la risposta del governo delle destre al
malumore crescente nel Paese contro riarmo, povertà in aumento, vergognoso
allineamento ai delinquenti internazionali Trump e Netanyahu, mentre emergono
ogni giorno nuove prove del genocidio del popolo palestinese tuttora in atto e
di altri terribili crimini (vedi gli omicidi a sangue freddo perpetrati dai
pretoriani di Trump ma anche la montagna di merda insanguinata che sta emergendo
dagli Epstein files), progetti demenziali di grandi opere inutili e dannose
(Ponte sullo Stretto, Tav, ecc.) e grandi eventi ambientalmente e socialmente
devastanti come le Olimpiadi di Cortina.
Per questo il governo Meloni mette in discussione il diritto a manifestare e lo
stesso diritto alla libertà di pensiero e di insegnamento, come dimostrato dal
mostruoso disegno di legge Gasparri-Delrio, che vorrebbe santificare il governo
genocida israeliano equiparando antisionismo ed antisemitismo.
Occorre avversare frontalmente questo tentativo che potrebbe risultare esiziale
per le sorti della Costituzione repubblicana conquistata con il sangue dei
partigiani antifascisti, costruendo una vera opposizione epurata una volta per
tutte dai guerrafondai, filosionisti e sostenitori del sì referendario annidati
nelle file del Pd, che questo partito deve cacciare al più presto senza se e
senza ma. E soprattutto votando No al referendum del 22 e 23 marzo contro il
governo Meloni e il suo tentativo di distruggere l’autonomia della magistratura,
baluardo dello Stato di diritto e garanzia dei diritti.
L'articolo Torsione autoritaria del governo davanti al malumore crescente:
attenzione alle strumentalizzazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riecco tutta la destra cavalcare la scarcerazione dei manifestanti arrestati per
gli scontri al corteo a Torino per rilanciare la campagna del Sì al Referendum
sulla giustizia. Una vera e propria fake news, considerando i fatti e quanto
previsto dalle norme (che i magistrati sono obbligati ad applicare). Già nei
giorni scorsi, sempre sulla manifestazione per Askatasuna, c’era stato un
surreale post del Comitato “Sì Riforma”: “Chi ha pestato il poliziotto vota No
al referendum”, si leggeva. Oggi, invece, Fratelli d’Italia, con un post sul suo
profilo social ufficiale, pubblica un titolo dell’Ansa: “Scontri a Torino: gip,
due liberi con obbligo di firma” e poi la grafica “Sì, per fermare questo
scempio“. Matteo Salvini rilancia: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al
referendum sulla Giustizia è un dovere morale“. Sulla stessa falsariga
l’intervento dell’azzurro Maurizio Gasparri. In pratica, secondo i partiti di
governo, con la riforma Nordio tutto questo non accadrà più. Ma è così?
Assolutamente no.
LA DECISIONE DEL GIP E LA RICHIESTA DEL PM
Basta considerare un aspetto non certo irrilevante: la procura aveva chiesto la
misura cautelare in carcere, mentre il giudice per le indagini preliminari ha
valutato e deciso diversamente. La vicenda riguarda i tre arrestati per gli
scontri avvenuti il 31 gennaio scorso al termine della manifestazione contro lo
sgombero del centro sociale Askatasuna: il gip ha deciso per due di loro (un
35enne e un 31enne accusati di resistenza a pubblico ufficiale) la scarcerazione
e ha applicato la misura cautelare dell’obbligo di presentazione quotidiana alla
polizia giudiziaria. Un terzo manifestante – il 22enne ritenuto uno dei
componenti del gruppo che avrebbe aggredito l’agente Alessandro Calista – è
finito invece agli arresti domiciliari. Quest’ultimo è accusato anche di
concorso in lesioni personali aggravate e rapina. Quindi gip e pm, come spesso
accade, hanno anche in questo caso preso delle decisioni differenti. Aspetto che
dimostra come le funzioni in Italia siano già ben distinte. Utilizzare questa
vicenda per spingere sul Sì alla riforma sulla separazione delle carriere è
alquanto illogico.
LA SCELTA DELLE MISURE CAUTELARI
Ma magari in qualche passaggio della riforma Nordio è previsto che in casi come
questo gli indagati non potranno essere più scarcerati? Assolutamente no.
L’eventuale entrata in vigore delle nuove norme non cambierebbe nulla. In caso
di arresto, come attualmente previsto, la procura richiede la convalida al gip,
che fissa un’udienza e poi decide sulla legittimità dell’arresto e su eventuali
misure cautelari. Per decidere sulla loro applicazione devono sussistere gravi
indizi di colpevolezza ed essere concrete e attuali le esigenze cautelari:
quindi almeno uno tra rischio di inquinamento probatorio, pericolo di fuga o
reiterazione dei reati. Ma quale scegliere tra le misure cautelari, che vanno
dal carcere all’obbligo di firma o divieto di dimora? Lo dice l’articolo 275 del
Codice di procedura penale: va valutato caso per caso, “ogni misura deve essere
proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene
possa essere irrogata”, tenendo conto che “non può essere applicata la misura
della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il
giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione
condizionale della pena“. Niente carcere anche se “il giudice ritiene che,
all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre
anni“. Vige anche il principio di adeguatezza, cioè dovrà essere scelta la
misura meno gravosa per l’imputato tra quelle idonee a fronteggiare le esigenze
ravvisate. I due scarcerati con obbligo di firma sono accusati di resistenza a
pubblico ufficiale, un reato che prevede – in caso di condanna – una pena da un
minimo di sei mesi a un massimo di cinque anni. Ma l’obbligo di firma è
adeguato? Questo lo deve decidere il gip. Solo per completezza, nel gennaio del
2025 la Corte di Cassazione ha annullato una misura cautelare di divieto di
dimora a una persona accusata di concorso in resistenza a pubblico ufficiale,
ritenendola sproporzionata rispetto alla condotta contestata.
LA POSIZIONE DI NORDIO SUL CARCERE PREVENTIVO
Ma quindi la destra vorrebbe comunque tutti gli indagati in carcere? Non
proprio. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio continua a contestare che in
Italia c’è un uso, a suo avviso, eccessivo di custodia cautelare in carcere:
“Noi abbiamo intenzione di intervenire per limitare il più possibile la
carcerazione preventiva in ossequio alla presunzione di innocenza“, sottolinea.
Lo stesso ministro che ha introdotto l‘interrogatorio preventivo prima
dell’arresto. L’effetto di questa norma è che in questi anni decine di presunti
criminali si sono dati alla fuga, o peggio, scoprendo dalle carte chi li aveva
denunciati, hanno minacciato i testimoni: l’ultimo caso raccontato dal Fatto
riguarda un’indagine per traffico di droga a Bergamo.
GLI ALTRI CASI
Comunque sia, almeno per i manifestanti accusati di resistenza a pubblico
ufficiale il governo pretende il carcere. Il capogruppo di Forza Italia
Gasparri, per il caso di Askatasuna, rispolvera il concetto di toghe
politicizzate: “Questo è un ulteriore episodio di uso politico della giustizia.
È una vergogna”, dichiara. Ma decisioni simili in realtà sono state prese spesso
da tanti giudici, anche quando non riguardano manifestazioni politiche. Ad
esempio per gli scontri tra tifosi prima di Bologna-Celtic del 22 gennaio un
tifoso scozzese è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale aggravata:
il giorno dopo l’arresto è stato convalidato ma è stata emessa la misura del
divieto dimora. Un esempio recente di tanti altri che potrebbero essere
elencati. Un’ennesima conferma che in questa vicenda la separazione delle
carriere non c’entra nulla e che la riforma di Nordio non cambierà niente.
L'articolo “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di
Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Non penso che possa rientrare nel ‘decreto Sicurezza’ per il carattere di
necessità ed urgenza”. Matteo Salvini, di colpo, si rifugia nel tecnicismo
insito nella natura stessa del decreto. Fino a ieri, invece, la Lega insisteva
affinché la cauzione per organizzare manifestazioni in Italia venisse inserito
nelle norme che il governo dovrebbe varare nella giornata di domani. “Puntiamo
all’approvazione entro la fine della legislatura” afferma oggi Salvini, nel
corso di una conferenza stampa alla camera dei Deputati.
L'articolo Cauzioni per manifestare, la resa di Salvini: “Non nel prossimo
decreto Sicurezza ma obiettivo di legislatura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un vigile del fuoco non può manifestare indossando la divisa, né “tantomeno
parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando”:
con questa tesi – riferisce il sindacato Usb di Pusa – il Ministero degli
Interni ha avviato una contestazione disciplinare per i pompieri che avevano
manifestato per Gaza nello scorso autunno. In risposta, l’Usb ha organizzato
un’assemblea contro “la militarizzazione del corpo nazionale”: l’appuntamento è
fissato per mercoledì 28 nella sala Aci di via Marsala, a Roma.
La vicenda riguarda dieci lavoratori che sono stati raggiunti da contestazioni
disciplinari per aver partecipato alle manifestazioni e ai cortei dello scorso
autunno, quando gran parte dell’attenzione pubblica era rivolta al genocidio
nella Striscia di Gaza: i lavoratori avevano sfilato per le strade indossando le
divise e portando striscioni a sostegno del popolo palestinese. Tra le persone
sanzionate c’è anche il delegato sindacale Claudio Mariotti che si era
inginocchiato assieme ai suoi colleghi di Pisa.
Secondo la sede locale, l’obiettivo del Ministero è quello di “intimidire
un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del
corpo dei vigili del fuoco con la quale questo governo vuole equiparare i
pompieri a operatori di pubblica sicurezza”. E definisce l’atto un “attacco alla
libertà di espressione, al diritto di sciopero e al diritto di organizzazione
sindacale, diritti fondamentali che sono previsti dalla nostra Costituzione”.
Che si inserisce in un disegno politico più ampio: “È un ulteriore segnale
dell’indirizzo militarista del governo e della volontà di reprimere il
dissenso“.
L'articolo Contestazione disciplinare per i vigili del fuoco che manifestarono
per la Palestina. Viminale: “Non si protesta in divisa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Esplode la protesta negli Stati Uniti. Da New York a Chicago fino a San
Francisco e Detroit, oltre naturalmente a Minneapolis, in migliaia sono scesi in
piazza per manifestare contro l’uccisione di Renee Nicole Good, la donna
americana di 37 anni disarmata colpita in auto dagli spari di un agente dell’Ice
durante un’operazione anti-migranti.
Poco dopo la diffusione della notizia centinaia di persone si sono radunate a
Minneapolis sul luogo della sparatoria, che si trova a poco più di un chilometro
dal punto dove nel 2020 un poliziotto bianco uccise l’afro-americano George
Floyd. Alcuni manifestanti hanno esposto cartelli di insulti all’Ice, altri
hanno sventolato bandiere messicane. Pochi isolati più a nord, auto e barricate
improvvisate hanno bloccato la strada principale.
La sparatoria segna una drammatica escalation nell’ultima di una serie di
operazioni di controllo dell’immigrazione condotte nelle principali città
americane. E in poche ore le proteste contro il giro di vite di Donald Trump si
sono estese in diverse città degli Usa. A New York, i dimostranti hanno riempito
Foley Square per quella che gli organizzatori hanno definito una manifestazione
di emergenza in risposta all’omicidio di Minneapolis, per poi marciare fino al
26 di Federal Plaza, la sede centrale del Dipartimento della Sicurezza Interna.
I manifestanti hanno urlato il nome di “Renee Nicole Good”. A Detroit si sono
radunati davanti all’edificio dell’Ice in Michigan Avenue, nel centro della
città, per protestare contro gli agenti. La protesta è stata organizzata dal
Comitato d’Azione Comunitaria di Detroit che denuncia “l’abuso di potere“.
Proteste anche fuori dall’edificio dell’Ice nel centro di San Francisco, dove i
relatori di varie organizzazioni, tra cui Indivisible Sf, si sono alternati nel
condividere il loro messaggio di fronte alla folla. “Minneapolis oggi sta
soffrendo e noi la piangiamo”, ha detto un partecipante. Centinaia di
manifestanti a Seattle invece si sono radunati fuori dal Federal Building. Una
manifestazione si è tenuta anche nel Boston Common, il parco cittadino situato
nel centro della capitale del Massachusetts.
“L’agente temeva per la propria vita e per quelle dei suoi colleghi”, ha detto
una portavoce della Homeland Security, contestata da testimoni oculari che hanno
ripreso e diffuso un video agghiacciante: si vede un federale mascherato che
spara a bruciapelo tre colpi attraverso il finestrino del Suv dopo che un altro
agente aveva intimato alla vittima di lasciare la sua “fottuta auto”. Mentre la
ministra della Homeland Security Kristi Noem ha difeso gli agenti coinvolti e ha
affermato che “è stato un atto di terrorismo interno“. Tricia McLaughlin, la
portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, ha dichiarato in una nota
che l’agente dell’Ice ha aperto il fuoco dopo che una donna avrebbe “usato il
proprio veicolo come arma” nel tentativo di uccidere agenti federali. “Ho visto
il video, è una stronzata”, ha contestato la versione delle autorità il sindaco
di Minneapolis Jacob Frey secondo cui la sparatoria è stata l’azione di “un
agente che ha usato il proprio potere in modo sconsiderato, con il risultato che
una persona è morta, è stata uccisa”.
Intanto i leader democratici di Camera e Senato hanno chiesto un’indagine su
quanto accaduto: “Questo omicidio deve essere oggetto di un’inchiesta
approfondita, nel pieno rispetto della legge”, ha detto il leader dei
democratici alla Camera Hakeem Jeffries criticando la ministra per la sicurezza
nazionale che “non ha credibilità”. Il leader dei democratici in Senato Chuck
Schumer chiede un’indagine “completa. Quando si hanno agenti dell’Ice sulle
strade senza la collaborazione delle forze locali succedono tragedie” come
questa, ha messo in evidenza Schumer.
Per l’ex vicepresidente e candidata presidenziale contro Trump, Kamala Harris,
il video della sparatoria sbugiarda l’amministrazione Trump. In una
dichiarazione sui social Harris ha definito la versione dei fatti data
dall’amministrazione come puro “gaslighting“, la manipolazione psicologica in
cui qualcuno cerca di far dubitare le persone della realtà dei fatti, negando
l’evidenza o ribaltando la responsabilità.
L'articolo Proteste negli Usa per l’uccisione di una donna 37enne a Minneapolis
da parte degli agenti dell’Ice: in piazza anche a New York e in altre città
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Italia scivola indietro: lo spazio civico è “ostruito”. Per la prima volta, il
Belpaese entra nella fascia degli Stati dove lo spazio civico è “fortemente
contestato”. È il verdetto del Civicus Monitor 2025, un’alleanza globale di
organizzazioni della società civile e attivisti che lavorano per rafforzare
l’azione dei cittadini e la società civile in tutto il mondo. Da “limitato” a
“ostruito”, ponendo l’Italia nello stesso gradino occupato dall’Ungheria di
Viktor Orbán. Una definizione che non parla di autocrazie conclamate ma di
democrazie dove associazione, protesta e libertà di stampa esistono ma
inciampano in ostacoli crescenti.
Il rapporto – Power Under Attack 2025, pubblicato martedì 9 dicembre – inserisce
l’Italia tra i 39 Paesi su 197 dove la partecipazione civica è compressa da
restrizioni legali, pressioni amministrative e un clima politico sempre più
avverso al dissenso. A spingere verso il basso l’Italia è soprattutto il decreto
sicurezza, ribattezzato all’estero “norma anti-Gandhi”: un testo approvato a
giugno che introduce nuovi reati e inasprisce le pene per forme di disobbedienza
civile non violenta. Blocchi stradali fino a due anni di carcere, proteste
contro infrastrutture fino a sette, resistenza a pubblico ufficiale fino a
venti. Più dure anche le norme su occupazioni, sit-in e contestazioni nei centri
per migranti.
“La legge sulla sicurezza è solo una delle misure che hanno ristretto lo spazio
civico”, afferma Tara Petrović, ricercatrice per l’Europa di Civicus.
Nell’elenco confluiscono episodi che hanno segnato le cronache degli ultimi
mesi: interventi repressivi contro i movimenti climatici, mobilitazioni su Gaza
ostacolate, proteste per il diritto alla casa trattate come problemi d’ordine
pubblico. Poi le pressioni sulle ong impegnate nei soccorsi in mare, querele
temerarie contro giornalisti e campagne pubbliche contro magistrati ritenuti
scomodi.
Nel capitolo sulla libertà di espressione entra anche il caso Paragon: a
febbraio diverse inchieste hanno rivelato che giornalisti e attivisti erano
stati monitorati, da un soggetto ancora sconosciuto, tramite uno spyware venduto
solo a istituzioni statali e classificato come tecnologia militare. Civicus
parla apertamente di una “normalizzazione della sorveglianza politica”. Un
campanello d’allarme che si aggiunge alle richieste di rettifica aggressive,
sequestri di telefoni a cronisti e rallentamenti nell’accesso agli atti. La
retrocessione italiana non arriva isolata. Francia e Germania scendono anch’esse
nella categoria “ostruito”: Parigi per le limitazioni all’associazionismo,
Berlino per le misure contro le mobilitazioni pro-Palestina. Un segnale europeo:
la retorica securitaria delle destre – ordine pubblico, criminalizzazione della
protesta, sospetto verso le ong – sta diventando un linguaggio politico comune.
Nel caso italiano pesano tre fronti. Il primo quello del dissenso sotto
pressione. Fogli di via, Daspo urbani, vecchie norme sulle manifestazioni
riattivate anche quando la pericolosità è zero. Niente repressione dichiarata,
ma una serie di micro–ostacoli che diventano prassi: chi protesta viene
spostato, identificato e sanzionato. Un “test di resistenza” continuo che,
avverte il report, finisce per raffreddare la partecipazione. Il secondo fronte
è la libertà di informazione. Non c’è censura, ma una costellazione di pressioni
indirette: querele bavaglio, proprietà dei media sempre più concentrata, limiti
al lavoro dei cronisti nei tribunali. Il diritto di cronaca resta formalmente
solido, nota Civicus, ma si muove dentro un ambiente più ostile e più
intimidatorio. Il terzo e ultimo riguarda l’ecosistema delle associazioni. Qui
il rapporto parla di “retoriche delegittimanti” verso ong e gruppi civici,
soprattutto quelli che lavorano su migranti, clima e diritti. Non esistono
divieti espliciti, ma un clima politico che produce incertezza operativa e
spinge molte realtà a rallentare, a ritrarsi, a scegliere la prudenza invece
della partecipazione.
“Il declassamento dell’Italia a ‘Spazio civico ostacolato’ è il risultato di
scelte politiche deliberate che limitano la partecipazione e dimostrano il
pericoloso impatto del nuovo decreto”, avverte Martina Corti, di Solidar. “Il
decreto sicurezza anziché proteggere le persone, viene utilizzato per punire il
dissenso. Quando la criminalizzazione delle proteste pacifiche e le
intimidazioni nei confronti dei giornalisti vengono normalizzate, lo spazio
civico non solo viene ostacolato, ma viene smantellato”.
L'articolo Libertà e dissenso, l’Italia è declassata: lo spazio civico è
“ostruito” come in Ungheria. Il report del Civicus Monitor proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Le parole dei ministri Nordio e Roccella? Sono fuori dalla realtà, non soltanto
producono senso di impunità, ma confermano e normalizzano una struttura sociale
che vuole la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere ancora
fortemente radicate e al centro della nostra organizzazione sociale”. Nel giorno
in cui per le strade di Roma è tornato il corteo nazionale di “Non una di meno“,
con lo slogan “Sabotiamo guerre e patriarcato“, in vista della giornata
internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del prossimo 25
novembre, la “marea” fucsia si è scagliata contro gli esponenti del governo e
contro l’attacco rivolto alla scuola pubblica e all’educazione sessuo-affettiva
portato avanti dal ministro Giuseppe Valditara.
Era stata la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità,
Eugenia Roccella a rivendicare come, a suo dire, “non c’è una correlazione fra
l’educazione sessuale nella scuola e una diminuzione delle violenze contro le
donne”, mentre il Guardasigilli Nordio aveva evocato pure la genetica: “Il dna
dei maschi non accetta la parità”. Parole che avevano scatenato polemiche anche
tra le opposizioni. “Questa piazza è anche una risposta alle loro dichiarazioni.
Al contrario di quanto dice Roccella, per noi l’educazione sessuo-affettiva è
uno dei punti cardine della lotta alla violenza, seppur sappiamo che da sola non
basta. E abbiamo sentito Nordio rinaturalizzare la violenza di genere come fosse
un destino, quando in realtà ha radici sociali”, hanno attaccato da “Non una di
meno”.
Ma a bocciare gli interventi governativi sono state anche le attrici Paola
Cortellesi e Anna Foglietta, presenti al corteo: “Da cittadina sento un po’ di
sconforto – ha precisato Cortellesi -. Se mi baso su queste parole sento che non
c’é una voglia di andare avanti sull’educazione sesso affettiva nelle scuole che
invece ricreerebbe tutto un altro tipo di società. Laddove i ragazzi non hanno
un’educazione, quel vuoto viene riempito da stimoli spesso fuorvianti. Non si
deve creare quel vuoto”. “Sono parole che non condivido”, ha aggiunto Foglietta.
E ancora: “Credo che il percorso sullo sradicamento della violenza di genere è
un percorso che deve essere portato avanti responsabilmente da tutti. Dobbiamo
essere sinceri e ammettere che nessuno se ne è mai realmente fatto carico di
questo problema. È una questione che va affrontata in maniera seria e dovrebbe
essere sempre ingaggiata, a prescindere da qualsiasi ideologia o bandiera. Dove
non arriva la politica deve arrivare la società che ogni giorno deve manifestare
la propria indignazione”.
In testa al corteo i centri antiviolenza: “Sono un baluardo fondamentale contro
la violenza di genere, ma questo governo, come quelli precedenti, continua a
sottofinanziarli“, hanno denunciato le attiviste e i manifestanti. La
manifestazione si è così snodata lungo via Cavour e via Merulana, per poi
concludersi a Piazza San Giovanni.
Da gennaio a oggi l’osservatorio di Non una di meno ha contato 78 femminicidi, 3
suicidi indotti di donne, 2 di ragazzi trans, 1 di una persona non binaria e 1
di un ragazzo. Numeri che, hanno precisato da “Non una di meno”, “non danno la
misura del quotidiano sommerso e strutturale della violenza”. Anche per questo
la rete ha contestato il recente voto in commissione Cultura della Camera sul
disegno di legge che limita l’educazione sessuale nelle scuole. “Il governo
ascolti questa piazza. A partire dal provvedimento Valditara: va respinto al
mittente e bocciato in Aula perché è una lesione grave delle azioni che si
mettono in campo nelle scuole italiane contro la violenza di genere, omofobica e
contro le donne”, ha rivendicato anche la deputata Avs Elisabetta Piccolotti.
L'articolo “Non una di meno” torna in piazza contro guerre e patriarcato:
“Nordio e Roccella? Fuori da realtà, producono impunità”. Cortellesi:
“Sconfortanti” proviene da Il Fatto Quotidiano.