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Cauzioni per manifestare, la resa di Salvini: “Non nel prossimo decreto Sicurezza ma obiettivo di legislatura”
“Non penso che possa rientrare nel ‘decreto Sicurezza’ per il carattere di necessità ed urgenza”. Matteo Salvini, di colpo, si rifugia nel tecnicismo insito nella natura stessa del decreto. Fino a ieri, invece, la Lega insisteva affinché la cauzione per organizzare manifestazioni in Italia venisse inserito nelle norme che il governo dovrebbe varare nella giornata di domani. “Puntiamo all’approvazione entro la fine della legislatura” afferma oggi Salvini, nel corso di una conferenza stampa alla camera dei Deputati. L'articolo Cauzioni per manifestare, la resa di Salvini: “Non nel prossimo decreto Sicurezza ma obiettivo di legislatura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni ’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili”
“Non credo affatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno manifestato pacificamente a Torino abbia dato copertura ai violenti. Anzi, probabilmente sarebbe stata felice se un servizio d’ordine più efficace, come quello di una volta del Partito Comunista o della Cgil, avesse tenuto fuori i violenti dal corteo”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale, nella sua informativa alla Camera, ha attaccato chi nell’opposizione era alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna (“Chi sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”). Travaglio ricorda come a Torino abbiano sfilato moltissime persone pacifiche, accanto a una minoranza di delinquenti: “Alcuni li importiamo dall’estero a ogni manifestazione, infatti fra i denunciati ci sono anche dei francesi e degli inglesi. Altre volte c’erano i belgi, come al G8. Insomma c’è una internazionale di specialisti della violenza che coglie tutte le occasioni per mettersi in mostra”. “Ma il ministero dell’Interno avrebbe potuto evitare questi tafferugli e questi scontri?”, chiede la conduttrice Lilli Gruber. “No, io non credo che si possa evitare al 100% – risponde il direttore del Fatto – Quell’episodio dell’aggressione al poliziotto è stato gravissimo e sconvolgente e io mi auguro che i responsabili di questo atto inqualificabile si becchino la pena che si meritano, fermo restando che non c’è bisogno di nuove leggi, perché nel nostro codice penale è già tutto previsto. Lo ha scritto Alfredo Rocco, che era ministro di Mussolini, non certo Madre Teresa di Calcutta. Il nostro, quindi, è un codice penale rigoroso, che ha già tutti gli strumenti per colpire“. Travaglio poi precisa: “Io, proprio perché sono torinese e ho fatto il giornalista per tanti anni a Torino, ho vissuto la stagione dove l’antagonismo e l’anarco-insurrezionalismo hanno prodotto scontri di piazza infinitamente più gravi di quelli di oggi. E allora nessuno si sognava di parlare di Brigate Rosse, nemmeno quando tentarono di fare l’assalto al Palazzo di Giustizia nel 1998“. Il direttore del Fatto ricorda la manifestazione nazionale del 4 aprile 1998 indetta dai centri sociali e dall’area autonoma-anarchica, in seguito al suicidio in carcere di Edoardo Massari “Baleno”, arrestato il 5 marzo 1998, insieme a Maria Soledad Rosas (“Sole”) e a Silvano Pelissero, con l’accusa di far parte del gruppo anarchico i Lupi Grigi, legato ad azioni contro l’Alta Velocità in Val Susa. L’11 luglio dello stesso anno si suicidò anche Sole mentre si trovana agli arresti domiciliari in una comunità a Bene Vagienna (Cuneo). “Torino quel giorno fu messa a ferro e fuoco, altro che quello che è successo l’altro giorno – spiega Travaglio – Bisogna quindi sapere che i professionisti della violenza ci sono e che quanto accaduto sabato a Torino è acqua fresca rispetto a tutto ciò che abbiamo visto non solo negli anni del terrorismo ma anche gli anni ’90 e i primi anni 2000 fino al G8, quando cioè sono avvenuti fatti infinitamente più gravi”. Infine, l’appello conclusivo del giornalista: “Io inviterei tutti, ovviamente, a perseguire i reati e chi li ha commessi, ma allo stesso tempo a evitare isterismi o l’invenzione di nuovi articoli del codice penale che non servono a niente. Abbiamo sconfitto il terrorismo con lo Stato di diritto, senza fare leggi speciali o straordinarie. A maggior ragione, oggi abbiamo tutte le possibilità di sconfiggere queste frange, che, per quanto pericolose, sono infinitamente più limitate rispetto al passato”. L'articolo Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni ’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il pensiero circolare applicato alla sicurezza: inasprire le pene può produrre un effetto contrario a quello desiderato
Il pensiero lineare, quello per intenderci per il quale ad una azione corrisponde una e una sola conseguenza, domina la vita politica e pare prevalere nelle decisioni esecutive dei governi. Noi psicologi da oltre mezzo secolo affermiamo che al contrario, soprattutto nelle relazioni fra individui, gruppi organizzati e nazioni, sarebbe opportuno applicare il pensiero circolare. Questo tipo di approccio prevede la comprensione che ad una azione corrisponde una controreazione che innescherà una serie di ulteriori reazioni. Questo fenomeno potrà prolungarsi fino ad una riduzione delle azioni e controreazioni. Ad esempio succede se agito una bacinella d’acqua provocando un’onda che infrangendosi contro i bordi provoca un’onda al contrario per poi gradualmente esaurirsi. In certe situazioni, viceversa, può accadere che azioni e controreazioni provochino un inasprimento del fenomeno portando all’aumento delle ulteriori azioni e controreazioni. Questa modalità definita “escalation” ad esempio è tipica di certi rapporti conflittuali coniugali per cui il marito, per reagire ad una aggressione verbale della moglie, la apostroferà ancora più brutalmente per poi, di fronte alle sue rimostranze sempre più frequenti e pressanti, passare ad atti aggressivi. Mi veniva in mente questo problema nel leggere le proposte del decreto Sicurezza. Sappiamo per esperienza di altri paesi che aumentare le pene e consentire a ogni individuo di armarsi per difendersi non porta ipso facto a una diminuzione dei reati. Gli Usa lasciano la possibilità al cittadino di comperare e tenere in casa un’arma senza troppe formalità, la polizia ha la libertà di usare le armi e di bloccare con le cattive i cittadini, nelle scuole pubbliche all’ingresso ci sono i metal detector e le pene sono molto drastiche. Eppure proprio in questo paese gli omicidi sono molto elevati, i carcerati sono il triplo – percentualmente rispetto agli abitanti – rispetto a moltissimi paesi europei e la sensazione di insicurezza è elevata. Il pensiero circolare ci spiega che se i cittadini avessero la pistola in casa i ladri, consci del rischio, invece di entrare senza armi, come quasi sempre succede nel nostro paese, si doterebbero di pistole o fucili atti a fronteggiare la reazione del proprietario. Se inoltre le pene sono draconiane il malvivente farà di tutto per cercare di evitarle e sarà disposto anche ad aggravare la sua azione riprovevole con ulteriori violenze. Viceversa se, come succede ad esempio nel nostro paese, le pene carcerarie sono più miti e tengono conto di svariate possibili attenuanti, il malvivente non arriverà all’escalation dei suoi atti criminosi. Sapere che ci saranno pene relativamente lievi eviterà che il ladro, entrato per rubare, prenda in ostaggio il padrone di casa o addirittura lo uccida. Insomma quando si mette in atto una strategia per la sicurezza del cittadino occorrerebbe utilizzare il pensiero circolare. Se infatti per un semplice furto inasprisco la pena fino a dieci o venti anni devo sapere che il ladro giammai accetterà il rischio di essere preso e incarcerato e piuttosto sarà disposto a usare un’arma per cercare di fuggire e zittire eventuali testimoni. La deterrenza di una pena “adeguata” per un reato deve rimanere, ma l’esperienza di molti paesi dimostra che non è l’unico strumento utile. In questi frangenti si citano a sproposito le dittature, ove i reati paiono essere di minore frequenza ed entità e dove vigono pene molto elevate. I dati degli omicidi e dei furti in questi paesi sono da prendere con le pinze in quanto, proprio perché sono paesi totalitari, l’informazione non è libera ma asservita al potere. Inoltre non credo sia utile, per avere più sicurezza rispetto ai furti o agli omicidi, pensare di lasciare che un dittatore ci imponga come vivere e attui l’eliminazione (di solito nascosta) degli oppositori politici. Il pensiero lineare afferma: “per avere più sicurezza occorre aumentare le pene e i controlli”. Il pensiero circolare ci spiega che ci troviamo di fronte alla classica curva di Gauss. La curva di Gauss descrive molti fenomeni naturali e a mio avviso può essere applicata anche al sistema naturale “tendenza a delinquere”: in questo modo, credo che aumentando le restrizioni la sicurezza aumenti fino ad un certo livello, per poi tendere inesorabilmente a calare. Rischiamo di arrivare ad un punto in cui saranno le forze di polizia a farci più paura dei ladri (come a volte succede negli Usa). L'articolo Il pensiero circolare applicato alla sicurezza: inasprire le pene può produrre un effetto contrario a quello desiderato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ecco lo Stato autoritario di Meloni: mano libera ai poliziotti e diritti rispettati solo se non sei straniero
Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione. Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni. Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale. Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere. Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento. Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati. È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare. L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico. 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Italia, stato di polizia. Il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico
In Italia sta prendendo forma un disegno preciso: trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico. Lo vediamo nelle multe e negli avvisi di garanzia contro chi ha riempito le piazze denunciando il genocidio a Gaza e l’economia di guerra. In questi giorni, da Torino a Bergamo, da Massa a Treviso centinaia di studenti, cittadini, sindacalisti, attivisti stanno ricevendo multe salate (da 300 fino a 5000 euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in difesa dei diritti del popolo palestinese, soprattutto in occasione degli scioperi generali per la Global Sumud Flotilla del 22 settembre e del 3 ottobre 2025. Eppure, durante quelle ore non si sono verificati scontri, né danni, né situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica. E allora perché accade tutto questo? Perché il Decreto Sicurezza, divenuto legge l’11 aprile 2025, ha trasformato il blocco stradale o ferroviario in reato penale, per esempio. Perché il governo, nella sua deriva autoritaria e securitaria, ha deciso di usare lo strumento penale come mezzo di controllo sociale, di dissuasione di ogni forma di dissenso. Ora, vediamo nuovamente tutto questo nero su bianco nel nuovo Pacchetto Sicurezza in arrivo alle Camere, che amplia ancora i poteri repressivi dello Stato e restringe gli spazi democratici. Lo fa con l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, aree urbane vietate ai soggetti ritenuti “pericolosi”, anche solo denunciati o condannati in via non definitiva per reati commessi durante manifestazioni. E con il divieto di partecipare a pubbliche riunioni o assembramenti per chi è condannato anche in via non definitiva per reati commessi durante riunioni o assembramenti pubblici. Lo fa rendendo Paese il laboratorio repressivo della Val Susa, autorizzando la polizia, nel corso di manifestazioni di piazza, a perquisire le persone sul posto e a trattenerle negli uffici fino a 12 ore, anche se solo sospettate di rappresentare “un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. E punendo con detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità”. Quest’ultimo possiamo chiamarlo invece “articolo Ramy”. Lo fa aumentando (fino a 20 mila euro) le sanzioni amministrative per mancato preavviso di un corteo o sit in, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, esattamente come le multe diramate in modo capillare agli attivisti pro Palestina. Lo fa accanendosi sui minori, ampliando l’elenco dei reati per cui si può applicare loro l’ammonimento del Questore e consentendone l’arresto in flagranza e l’imposizione di misure cautelari. E sulle loro famiglie, introducendo una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro per il soggetto tenuto alla sorveglianza del minore. Ecco qui le “norme anti-maranza”. E, naturalmente, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: ancora più impunità per le forze dell’ordine. Perché con queste misure gli agenti non saranno iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa. Infine, il provvedimento prepara l’ennesima stretta sui diritti delle persone migranti, con l’interdizione temporanea del limite delle acque territoriali per “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Significa che il ministro dell’Interno potrà vietare per 30 giorni (prorogabili fino a sei mesi) a delle navi di attraversare il limite delle acque territoriali e disporne il fermo, se riterrà che ci sia il rischio di terrorismo ma anche solo di una “pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”, o di “eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. In sostanza, sarà discrezione di Salvini decidere se la pressione migratoria è troppa o se un evento richiede misure straordinarie per imporre un vero e proprio blocco navale, ossia ciò che la Lega sogna da sempre. I migranti a bordo delle navi saranno rimpatriati o condotti in Paesi terzi (leggasi: nei CPR albanesi), senza quindi poter fare domanda di asilo. Ma non solo: si introduce il vero e proprio “esilio amministrativo” per gli indesiderati, ossia la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno. Questo lo possiamo battezzare l’“articolo Shahin”, una misura che renderebbe lecito l’inaccettabile, ossia che, se un residente straniero ha posizioni che non piacciono al Governo, viene deliberatamente cacciato dall’Italia, anche se nel suo Paese d’origine rischia la vita. Sappiamo che, quando uno Stato sceglie la repressione come risposta politica, la democrazia si assottiglia. Non è ordine né sicurezza, è paura. E non possiamo accettarlo. E sappiamo che il nostro non è un caso isolato, anzi, si ispira a qualcuno: negli Stati Uniti, a Minneapolis, dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, il governo ha mandato 2.000 agenti federali contro i manifestanti, come un esercito occupante. All’ondata di proteste in centinaia di città il regime di Trump risponde con una repressione sempre più brutale e scene da stato di polizia: porte sfondate, osservatori picchiati, persone sequestrate senza accuse né diritti. Per non dire della vera e propria scomparsa di stranieri, con prelievi, detenzioni indefinite in centri privati, deportazioni verso paesi terzi. Ma vediamo anche, in questo ciclone di violenza, crescere la resistenza civile e l’organizzazione collettiva. Anche in Italia, l’estrema destra ha deciso di colpire chi protesta, anziché chi viola i diritti. Per batterla serve più partecipazione, ma servono anche tutti gli strumenti democratici utili, tutte le armi costituzionali che ancora non ci sono state negate. Come i referendum che abbiamo alle porte contro la torsione autoritaria della nostra democrazia. L'articolo Italia, stato di polizia. Il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Libertà e dissenso, l’Italia è declassata: lo spazio civico è “ostruito” come in Ungheria. Il report del Civicus Monitor
L’Italia scivola indietro: lo spazio civico è “ostruito”. Per la prima volta, il Belpaese entra nella fascia degli Stati dove lo spazio civico è “fortemente contestato”. È il verdetto del Civicus Monitor 2025, un’alleanza globale di organizzazioni della società civile e attivisti che lavorano per rafforzare l’azione dei cittadini e la società civile in tutto il mondo. Da “limitato” a “ostruito”, ponendo l’Italia nello stesso gradino occupato dall’Ungheria di Viktor Orbán. Una definizione che non parla di autocrazie conclamate ma di democrazie dove associazione, protesta e libertà di stampa esistono ma inciampano in ostacoli crescenti. Il rapporto – Power Under Attack 2025, pubblicato martedì 9 dicembre – inserisce l’Italia tra i 39 Paesi su 197 dove la partecipazione civica è compressa da restrizioni legali, pressioni amministrative e un clima politico sempre più avverso al dissenso. A spingere verso il basso l’Italia è soprattutto il decreto sicurezza, ribattezzato all’estero “norma anti-Gandhi”: un testo approvato a giugno che introduce nuovi reati e inasprisce le pene per forme di disobbedienza civile non violenta. Blocchi stradali fino a due anni di carcere, proteste contro infrastrutture fino a sette, resistenza a pubblico ufficiale fino a venti. Più dure anche le norme su occupazioni, sit-in e contestazioni nei centri per migranti. “La legge sulla sicurezza è solo una delle misure che hanno ristretto lo spazio civico”, afferma Tara Petrović, ricercatrice per l’Europa di Civicus. Nell’elenco confluiscono episodi che hanno segnato le cronache degli ultimi mesi: interventi repressivi contro i movimenti climatici, mobilitazioni su Gaza ostacolate, proteste per il diritto alla casa trattate come problemi d’ordine pubblico. Poi le pressioni sulle ong impegnate nei soccorsi in mare, querele temerarie contro giornalisti e campagne pubbliche contro magistrati ritenuti scomodi. Nel capitolo sulla libertà di espressione entra anche il caso Paragon: a febbraio diverse inchieste hanno rivelato che giornalisti e attivisti erano stati monitorati, da un soggetto ancora sconosciuto, tramite uno spyware venduto solo a istituzioni statali e classificato come tecnologia militare. Civicus parla apertamente di una “normalizzazione della sorveglianza politica”. Un campanello d’allarme che si aggiunge alle richieste di rettifica aggressive, sequestri di telefoni a cronisti e rallentamenti nell’accesso agli atti. La retrocessione italiana non arriva isolata. Francia e Germania scendono anch’esse nella categoria “ostruito”: Parigi per le limitazioni all’associazionismo, Berlino per le misure contro le mobilitazioni pro-Palestina. Un segnale europeo: la retorica securitaria delle destre – ordine pubblico, criminalizzazione della protesta, sospetto verso le ong – sta diventando un linguaggio politico comune. Nel caso italiano pesano tre fronti. Il primo quello del dissenso sotto pressione. Fogli di via, Daspo urbani, vecchie norme sulle manifestazioni riattivate anche quando la pericolosità è zero. Niente repressione dichiarata, ma una serie di micro–ostacoli che diventano prassi: chi protesta viene spostato, identificato e sanzionato. Un “test di resistenza” continuo che, avverte il report, finisce per raffreddare la partecipazione. Il secondo fronte è la libertà di informazione. Non c’è censura, ma una costellazione di pressioni indirette: querele bavaglio, proprietà dei media sempre più concentrata, limiti al lavoro dei cronisti nei tribunali. Il diritto di cronaca resta formalmente solido, nota Civicus, ma si muove dentro un ambiente più ostile e più intimidatorio. Il terzo e ultimo riguarda l’ecosistema delle associazioni. Qui il rapporto parla di “retoriche delegittimanti” verso ong e gruppi civici, soprattutto quelli che lavorano su migranti, clima e diritti. Non esistono divieti espliciti, ma un clima politico che produce incertezza operativa e spinge molte realtà a rallentare, a ritrarsi, a scegliere la prudenza invece della partecipazione. “Il declassamento dell’Italia a ‘Spazio civico ostacolato’ è il risultato di scelte politiche deliberate che limitano la partecipazione e dimostrano il pericoloso impatto del nuovo decreto”, avverte Martina Corti, di Solidar. “Il decreto sicurezza anziché proteggere le persone, viene utilizzato per punire il dissenso. Quando la criminalizzazione delle proteste pacifiche e le intimidazioni nei confronti dei giornalisti vengono normalizzate, lo spazio civico non solo viene ostacolato, ma viene smantellato”. L'articolo Libertà e dissenso, l’Italia è declassata: lo spazio civico è “ostruito” come in Ungheria. Il report del Civicus Monitor proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cannabis light, il decreto Sicurezza arriva alla Consulta: il tribunale di Brindisi solleva dubbi sul bando alle infiorescenze
La Corte costituzionale giudicherà la legittimità costituzionale dell’articolo 18 del decreto sicurezza, approvato dal governo Meloni il 4 aprile. È la norma per mettere al bando la cannabis light, con il divieto di lavorare e vendere il fiore della canapa a prescindere dall’effetto drogante. Peccato abbia travolto anche i coltivatori – bacino elettorale delle destre – innescando sequestri delle forze dell’ordine ai danni di legittime aziende, con indagini per detenzione di stupefacenti: gli imprenditori della canapa rischiano 20 anni di galera. Per il governo, del resto, le infiorescenze sono un pericolo per la sicurezza (soprattutto stradale), anche se il thc (il cannabinoide psicotropo) è assente o nei limiti di legge, sotto l’asticella dello 0,5 per cento. IL SEQUESTRO E IL RICORSO L’ordinanza per sollevare la questione di legittimità costituzionale è stata firmata da un giudice di Brindisi. Alla toga si era rivolta un’azienda italiana con coltivazioni in Bulgaria, dopo il sequestro di un suo carico di cannabis light nel porto di Brindisi, da parte dell’agenzia delle dogane. Non una manciata di chili bensì diverse tonnellate, destinate dall’impresa prevalentemente all’esportazione sui mercati esteri. Il pubblico ministero ne aveva già ordinato la distruzione, ma il ricorso dell’azienda (firmato dall’avvocato Lorenzo Simonetti) ha fermato il falò. Ieri è stata depositato il verdetto del giudice per le indagini preliminari: prima di decidere sul sequestro di Brindisi, serve un chiarimento della Corte costituzionale sull’articolo 18 del decreto sicurezza. DUBBI DI INCOSTITUZIONALITÀ SU TRE FRONTI Gli addetti ai lavori ne erano certi: era solo questione di tempo, prima che il bando al fiore della canapa arrivasse alla Consulta. Da settembre, non si contano i casi di sequestri finiti nel nulla, bocciati dai tribunali del riesame ma anche dai pubblici ministeri. Già il massimario della Cassazione, il 26 giugno, aveva indicato le contraddizioni tra il decreto sicurezza e il dettato della Carta. Il costituzionalista Alfonso Celotto, interpellato dalle associazioni, aveva stilato un elenco di 40 profili di incostituzionalità, solo per l’articolo 18. L’11 novembre il Consiglio di Stato ha rinviato il dossier alla Corte di Giustizia europea, esprimendo forti dubbi sulla coerenza tra il diritto europeo e le leggi italiane sugli stupefacenti, dal Testo unico fino al decreto sicurezza. Nell’ordinanza di Brindisi, il giudice esamina il decreto sicurezza indicando 3 punti in bilico sull’incostituzionalità. In primis, la scelta del governo di procedere per decreto, malgrado l’assenza del carattere d’urgenza e l’eterogeneità dei contenuti del provvedimento. Poi la violazione del principio di offensività, poiché il bando colpisce anche il fiore privo di thc, dunque senza effetto drogante. Infine, la violazione del diritto europeo: il fiore della canapa è legale in tutti i Paesi del Vecchio continente e le imprese del settore ricevono finanziamenti pubblici. IL LEGALE: “NON CI FERMIAMO” L’avvocato Lorenzo Simonetti rivendica il risultato ma non vuole fermarsi qui, mentre la minaccia dei sequestri incombe sugli imprenditori della canapa . “Lo scopo è ottenere ordinanze di rinvio alla Corte costituzionale anche in altri tribunali, speriamo sia solo l’inizio”, dice il legale a ilfattoquotidiano.it. “Se i giudici non fossero convinti dei dubbi di costituzionalità, almeno dovrebbero sospendere i procedimenti in attesa del verdetto della Consulta”, aggiunge l’avvocato. Raffaele Desiante dell’associazione Ici (Imprenditori canapa italia) non nasconde la soddisfazione per “la svolta attesa da tutto il comparto della canapa industriale”. “Lo sosteniamo da mesi – prosegue Desiante – un’intera filiera non può essere cancellata con un tratto di penna senza una motivazione concreta, proporzionata e basata su dati scientifici”. Anche Coldiretti, ascoltatissima a palazzo Chigi, dopo aver smarrito la voce accoglie con favore il ricorso alla Consulta. “La canapa e le infiorescenze sono fondamentali per lo sviluppo di alcune filiere e limitarle danneggerebbe pesantemente chi ha investito nel settore – commenta l’associazione – Siamo contrari a qualsiasi uso ricreativo della canapa fuori dalle norme comunitarie, ma difendiamo le imprese agricole che operano nella legalità e nel rispetto dei regolamenti europei. Non si possono bloccare attività su cui le aziende agricole hanno investito legittimamente”. Chissà che Meloni non si lasci convincere. L'articolo Cannabis light, il decreto Sicurezza arriva alla Consulta: il tribunale di Brindisi solleva dubbi sul bando alle infiorescenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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