Processare per direttissima e mandare subito in carcere i ragazzini trovati con
un coltello addosso. È l’input arrivato dal ministero della Giustizia in una
riunione con i presidenti dei Tribunali per i minorenni di tutta Italia, tenuta
giovedì scorso in videoconferenza dalla capo di gabinetto del ministro Carlo
Nordio, Giusi Bartolozzi, e dal capo dipartimento della Giustizia minorile
Antonio Sangermano. Un vertice operativo convocato dopo l’entrata in vigore
dell’ultimo decreto Sicurezza, che inasprisce in modo estremo le norme sul porto
di armi da taglio: da un lato, infatti, moltiplica le pene per chi porta “senza
giustificato motivo” lame superiori agli otto centimetri (si rischieranno fino a
sei anni di carcere); dall’altro mette del tutto fuorilegge i coltellini
pieghevoli con lama sopra i cinque centimetri, per cui non sarà più ammesso
nemmeno il “giustificato motivo” (nonostante migliaia di persone li usino
quotidianamente per lavoro). La stretta è stata decisa sull’onda di alcuni casi
di cronaca che hanno riguardato minori o neo-maggiorenni, in primis l’omicidio
di uno studente di scuola superiore a La Spezia. Così, per rafforzare l’impatto
della nuova legge, il governo ha chiesto la collaborazione dei magistrati:
nell’incontro il ministero ha sondato la possibilità di applicare in tutta
Italia un protocollo già in vigore a Napoli, in base al quale i minori che
portano coltelli devono essere processati per direttissima, cioè subito, usando
una speciale norma antimafia approvata dopo le stragi. Un modo per arrivare il
prima possibile a una condanna e magari al carcere, mostrando il pugno duro
dello Stato contro la violenza giovanile.
Una breve premessa tecnica: normalmente la direttissima si può fare solo entro
48 ore da un arresto in flagranza, che però per questo tipo di reati è
facoltativo e di solito non viene applicato (specialmente coi minori). In base a
un decreto antimafia del 1992 (approvato subito dopo la strage di Capaci) il
giudizio rapido è però sempre possibile “per i reati concernenti le armi e gli
esplosivi“, in questo caso entro trenta giorni dalla notizia di reato. Una norma
pensata come strumento eccezionale in un momento di crisi della Repubblica,
finora mai applicata al porto di coltelli e meno che mai ai ragazzini. E invece,
da qualche settimana, a Napoli questa applicazione inedita è diventata la
regola: “Al fine di arginare il dilagante e pericoloso utilizzo da parte di
ragazzi minorenni che, in occasione della movida del fine settimana, escono in
strada armati di coltelli, d’accordo con la locale Procura per i minorenni e con
il Servizio sociale ministeriale, si è convenuto di procedere col rito
direttissimo, anche fuori dai casi previsti dall’articolo 449 del Codice di
procedura penale, utilizzando la previsione (…) che consente il ricorso a
giudizio direttissimo per i reati concernenti le armi”, si legge nell’accordo
datato 14 gennaio, firmato dalla presidente del Tribunale per i minorenni Paola
Brunese e dalla procuratrice minorile Patrizia Imperato. A questo scopo è stato
istituito “un collegio straordinario” presieduto dalla stessa presidente del
Tribunale, che tiene udienza ogni primo venerdì del mese.
Al governo questo esperimento è piaciuto molto, tanto che la capo gabinetto
Bartolozzi e il capo dipartimento Sangermano, la settimana scorsa, hanno
chiamato a raccolta i 26 presidenti dei Tribunali per i minori proprio per
manifestare il desiderio di vederlo replicato in tutta Italia. Ma la risposta
dei magistrati è stata una metaforica porta in faccia, dovuta – spiegano – a due
ordini di problemi che rendono sconsigliabile applicare ovunque il “protocollo
Napoli”. Il primo è la mancanza di risorse: celebrare regolarmente processi per
direttissima implica una disponibilità di magistrati che quasi tutti gli uffici
minorili non hanno (su questo, chiamata in causa, Bartolozzi ha glissato). Ma
c’è anche un tema di sostanza: il processo minorile, a differenza di quello
degli adulti, deve tendere alla rieducazione più che alla punizione. E le
direttissime vanno nel senso diametralmente opposto, tanto che in quest’ambito
non si fanno praticamente mai: il processo lampo, infatti, rende impossibile
coinvolgere adeguatamente i servizi sociali e i genitori e quindi imbastire un
percorso di messa alla prova con sospensione del giudizio (l’esito più frequente
dei reati commessi dai minori). Insomma, esercitando la propria autonomia e
indipendenza i magistrati hanno rispettosamente declinato l’invito del
ministero, spiegandone le ragioni. Ma il messaggio è chiaro: il governo si
aspetta pene rapide ed esemplari per i ragazzini armati di coltelli, e ogni
decisione in questo senso sarà gradita. Un antipasto di quella che, in caso di
vittoria del Sì al referendum, potrebbe diventare la dinamica standard dei
rapporti tra politica e potere giudiziario.
L'articolo “Subito in carcere i minori con i coltelli”: ora il governo chiede ai
giudici processi lampo (usando una norma antimafia) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Decreto Sicurezza
Niente più obbligo di registrazione delle vendite dei coltelli. I cittadini che
acquistano strumenti con lama di lunghezza superiore ai 15 centimetri
continueranno a non essere “schedati”. La norma, molto contestata anche dai
commercianti, era prevista nelle bozze precedenti del dl Sicurezza ma adesso non
sarà più presente nel decreto. Nel testo, bollinato dalla Ragioneria nelle
scorse ore, è stato infatti eliminato l’articolo che obbligava gli esercenti a
registrare l’identità degli acquirenti di coltelli con lunghe lame, compresi i
classici da cucina e conservare il registro per 25 anni. Una norma che avrebbe
coinvolto i negozi di casalinghi, le coltellerie e i grandi magazzini, passando
per i supermercati, le ferramenta e le grandi catene di arredamento. Nel testo
bollinato sono invece confermati gli altri interventi annunciati relativi alla
stretta sulle armi da taglio, inclusi il divieto di vendita ai minori e le
sanzioni amministrative per i genitori dei minori che lo violano: rimane
comunque il rischio di arresto in flagranza per chi porta fuori casa il suo
coltellino da lavoro.
Rispetto alla bozza circolata dopo il varo del decreto nel Cdm del 5 febbraio,
cambia anche un articolo relativo allo scudo per le forze dell’ordine: “Quando
si procede ad incidente probatorio il pubblico ministero provvede all’iscrizione
del nome della persona nel registro di cui all’articolo 335, comma 1-bis”, cioè
nel registro delle notizie di reato. Precedentemente l’articolo era così
formulato: “Quando si procede ad incidente probatorio il pubblico ministero deve
compiere atti di indagine cui il difensore ha facoltà o diritto di assistere,
diversi dagli accertamenti tecnici di cui all’articolo 360, provvede
all’iscrizione del nome della persona nel registro di cui all’articolo 335,
comma 1-bis. Allo stesso modo il pubblico ministero procede nei casi di
incidente probatorio”.
Per quanto riguarda invece il fermo preventivo per evitare che i presunti
violenti partecipino a manifestazioni di piazza scatterà “in presenza di un
attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica“. Il passaggio è stato
aggiunto, rispetto all’ultima bozza, all’articolo 7 del decreto. Nel testo viene
previsto che “nel corso di specifiche operazioni di polizia svolte nell’ambito
dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti in occasione di
manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, in presenza di un attuale
pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, gli ufficiali e gli agenti di
polizia possono accompagnare nei propri uffici persone” su “cui sussista un
fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo
per il pacifico svolgimento della manifestazione, e ivi trattenerle per il tempo
strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di
polizia e comunque non oltre le dodici ore“.
Per potenziare gli interventi di sicurezza urbana, e in particolare per
l’installazione da parte dei comuni di sistemi di videosorveglianza, sono
incrementati di 19 milioni di euro gli stanziamenti per il 2025 e il 2026. La
spesa non è estesa al 2027 e 2028, come invece si leggeva nelle ultime bozze
prima del Cdm. Quelle bozze prevedevano anche un aumento del fondo per il
potenziamento delle iniziative in materia di sicurezza urbana da parte dei
comuni di 50 milioni a partire dal 2026, e invece il testo definitivo fissa
l’incremento a 29 milioni per quest’anno. Dei complessivi 48 milioni per il
2026, si legge nel decreto, 20 milioni sono coperti con la riduzione del Fondo
per la riforma della polizia locale, 25 milioni “dal versamento in entrata di
quota parte delle somme” del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime
dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura, e 3 milioni
“mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del Fondo speciale di
conto capitale iscritto, ai fini del bilancio triennale 2026-2028, nell’ambito
del programma ‘Fondi di riserva e speciali'”. Rispetto alle bozze di inizio
febbraio, nel decreto non c’è il fondo da 50 milioni di euro per il
rafforzamento dell’azione di contrasto degli illeciti sulla rete ferroviaria.
L'articolo Il decreto Sicurezza ottiene la bollinatura: salta l’obbligo di
registrazione per chi acquista coltelli. Ecco cosa c’è proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da un lato la richiesta di un’informativa urgente del ministro dell’Interno,
dall’altro la necessità di scuse da parte della presidente del Consiglio Giorgia
Meloni e di Matteo Salvini che avevano “strumentalizzato” la vicenda. Il fermo
del poliziotto Carmelo Cinturrino per l’omicidio di Abderrahim Mansouri con
l’accusa di omicidio volontario scatena le opposizioni che chiedono ora al
governo di rendere conto delle varie versioni offerte tra il 26 gennaio, giorno
della morte del 28enne marocchino nel bosco di Rogoredo, alle porte di Milano,
fino a oggi, quando l’agente è stato fermato dai suoi colleghi della Squadra
Mobile.
Avs, M5S e Pd chiedono un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi: “È necessaria non solo per difendere l’onorabilità della polizia,
che ha gli anticorpi per difendersi, perché svolge una funzione democratica al
servizio del Paese, ma perché riteniamo che il governo e in primis il ministro
Piantedosi deve chiarire l’uso politico che è stato fatto dal governo e dalla
maggioranza per piegare questa vicenda agli interessi politici di questo
governo”, ha detto il co-portavoce di Avs Angelo Bonelli.
“Un quarto d’ora dopo che era accaduto” il fatto “avete provato a mettere una
norma nel decreto Sicurezza che garantisse l’impunità per questi fatti”, ha
ricordato il capogruppo M5S Riccardo Ricciardi. “Volevate il modello Ice, il
modello della polizia di Trump, che ammazza le persone per strada. E non è solo
il ministro Salvini perché Salvini oramai veramente fa quasi tenerezza perché
non ne azzecca una neanche per sbaglio – ha aggiunto – Venga Piantedosi, che è
andato nelle trasmissioni dei lacchè della Rai a dire subito quella sera come
erano andate le cose. Venga la presidente Meloni, che ha ricostruito in un
attimo tutta quella vicenda senza aspettare un minimo il reale svolgimento dei
fatti utilizzando per una battaglia politica come quella sul Referendum una
tragedia di questo tipo. Venite ora e parlateci di Rogoredo, e chiedete scusa”.
Per giorni Salvini e tutte le truppe leghiste avevano martellato: “Con il
poliziotto senza se e senza ma”. Il vicepremier era arrivato a bollare
l’inchiesta come “odiosa”. Giorgia Meloni, che nel 2023 annunciò un cospicuo
finanziamento alla Regione Lombardia per la rivalutazione della zona, aveva
messo in relazione l’omicidio di Rogoredo con le violenze durante il corteo in
favore di Askatasuna a Torino: “Entrambi hanno provato vergognosamente a
strumentalizzare quella situazione drammatica per provare a portarsi a casa
qualche consenso, o per provare a girarla attorno al tema del referendum e per
provare ad autorappresentarsi come i soliti amici delle forze dell’ordine,
magari distinguendosi da altri”, ha aggiunto il dem Matteo Mauri.
“Bene, guardi, oggi come oggi, del tutto evidente, che per essere veramente
vicini alle forze dell’ordine bisogna difendere le istituzioni e difendere
quelle istituzioni anche da chi rischiano di coprirle di vergogna – ha rimarcato
Mauri – Io credo che qualcuno debba scusarsi con gli italiani e debba fare anche
un’altra cosa concreta: prenda quel fantomatico, si fa per dire, decreto
Sicurezza che non è stato ancora messo in Gazzetta, e lo stracci, lo ripensi
completamente e come prima cosa tolga quella norma su quel supposto scudo penale
che hanno voluto vendere ai cittadini come se fosse il loro modo per dimostrare
chissà cosa. Quella è l’ennesima prova che chi ci sta governando non sa
assolutamente cosa sia la responsabilità e non sa assolutamente come si
garantisce la sicurezza”.
L'articolo Pd, Avs e M5s contro Meloni e Salvini: “Strumentalizzato omicidio di
Rogoredo. Ora via lo scudo penale dal Dl Sicurezza” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il pusher ucciso a Rogoredo e l’indagine nei confronti del poliziotto che gli ha
sparato. Il fatto di cronaca perfetto per il governo Meloni per cavalcare la
necessità di introdurre lo scudo penale per gli agenti nel decreto Sicurezza.
Abderrahim Mansouri, 28 anni, viene ucciso dall’assistente capo Carmelo
Cinturrino il 26 gennaio scorso nel boschetto della droga alla periferia di
Milano. Sull’episodio si gettano subito a capofitto il vicepremier Matteo
Salvini e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. A seguire, tutta la
maggioranza, compresa la premier Giorgia Meloni. Già il giorno dopo, il capo del
Viminale ragiona: “È abbastanza presumibile” che con lo scudo penale inserito
nel nuovo ddl il poliziotto “avrebbe potuto fruire del beneficio dell’inversione
dell’onere della prova. Perché è evidente in questo caso che c’era una causa di
giustificazione molto evidente”. Mentre il leader della Lega insiste: “Nel nuovo
pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano
automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto”. Salvini in
mattinata si reca in prefettura a Milano, ribadendo la sua “totale stima e
solidarietà” alle forze dell’ordine.
Nemmeno quattro settimane più tardi, però, le indagini stanno oggi appurando
un’altra verità. Stando a quanto emerso, la vittima non era armata e non puntava
contro la polizia la riproduzione di una Beretta 92 con il tappo rosso, come
invece raccontato inizialmente da Cinturrino e dagli altri 4 poliziotti
indagati. L’arma ritrovata accanto al cadavere sarebbe stata messa, secondo gli
inquirenti, da uno degli agenti. Che hanno impiegato circa 20 minuti per
chiamare i soccorsi. Inoltre, dal lavoro degli investigatori stanno emergendo le
presunte richieste di “pizzo” da parte dell’agente che ha sparato. Secondo
diversi testimoni, Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga
alla vittima, Abderrahim Mansouri, che a un certo punto avrebbe respinto le
richieste. Il poliziotto avrebbe preteso denaro su base quotidiana dagli
spacciatori e anche dai tossicodipendenti del Corvetto e di Rogoredo: questo
emerge dai racconti di diverse persone, ora al vaglio degli inquirenti. Le
richieste, di soldi e anche di droga, sarebbero state avanzate su base
quotidiana nell’ordine dei 100-200 euro al giorno.
“Ritengo veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva l’iscrizione per omicidio
volontario di un agente che ha reagito peraltro di notte nel ‘bosco della droga’
a decine di metri di distanza sparando un solo colpo. Più legittima difesa di
così. E mi spiace che quel pubblico ministero abbia aperto un fascicolo odioso
per omicidio volontario, come se quell’agente avesse sparato per uccidere“,
sentenziava Salvini il 29 gennaio scorso. Ieri, venerdì 20 febbraio, è stato
costretto a una complessa retromarcia, di fronte alle nuove verità che stanno
emergendo dall’inchiesta: “Non entro nel merito di quell’episodio di cronaca”,
dice adesso il leader della Lega, “sto sempre dalla parte delle forze
dell’ordine. Se qualcuno sbaglia, per carità di Dio”, il caso “va approfondito“.
Mentre il ministro Piantedosi subito dopo i fatti chiedeva “di non fare
presunzioni di colpevolezza”, ora invece cambia rotta: “Sono compiaciuto che la
polizia di Stato sia in grado di non fare sconti a nessuno, di saper dare la
migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza
anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che
emergerà”.
Frasi che stridono non poco con i proclami di qualche settimana fa, quando
invece i fatti di Rogoredo erano per il governo la prova inoppugnabile
dell’esigenza di inserire lo scudo penale nel nuovo decreto Sicurezza. “Tutela
legale perché uno non può essere automaticamente iscritto nel registro degli
indagati se si difende facendo il suo lavoro”, tuonava sempre Salvini. Il
capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ribadiva: “Il nuovo
pacchetto sicurezza voluto dalla Lega prevede una norma per evitare indagini
automatiche per gli agenti che si difendono. I fatti drammatici avvenuti ieri a
Rogoredo riaffermano l’urgenza di intervenire in modo incisivo per tutelare le
nostre Forze dell’ordine mentre svolgono il proprio lavoro”. E mentre ancora
Salvini lanciava la campagna “Io sto col poliziotto”, tutta la maggioranza e il
governo seguivano l’onda del fatto di cronaca per portare avanti le nuove norme
del decreto Sicurezza.
I fatti di Rogoredo erano stati nei giorni successivi cavalcati anche dalla
premier Meloni in persona, che il 5 febbraio ospite di Dritto e rovescio, su
Rete4, difendeva il nuovo pacchetto securitario: “Non è uno scudo penale. Scudo
penale è quando qualsiasi cosa fai non ti succede niente, quello ce l’hanno i
centri sociali oggi in Italia”, attaccava. “Semplicemente non c’è più l’obbligo
di iscrizione nel registro degli indagati quando è palese che ti sei difeso.
Vale per tutti, non solo per le forze dell’ordine”. “Penso” che ci sia “un
doppiopesismo di certa parte della magistratura e penso che questo renda un po’
difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini”,
proseguiva poi Meloni, citando appunto l’indagine nei confronti di Cinturrino:
“Qualche giorno fa un agente spara a uno spacciatore che gli puntava al volto
una pistola. Poi si è scoperto che la pistola era a salve, chiaramente l’agente
non lo può sapere. Quell’agente viene
indagato per omicidio volontario”.
Oggi sappiamo che la versione riportata in tv dalla premier Meloni è messa
fortemente in discussione dalle indagini, che si stanno rivelando al contrario
decisive per far emergere la verità dei fatti. Nel frattempo anche lo scudo
penale inserito nel decreto Sicurezza è stato messo in discussione dal
Quirinale, che ha chiesto al governo delle modifiche. Da giorni però di quel
testo non si hanno più notizie. In Gazzetta ufficiale ci sarebbe dovuto andare,
secondo le previsioni di Matteo Piantedosi, in un paio di giorni. Ma non sono
bastate un paio di settimane perché il pacchetto sicurezza veda la luce. Manca
all’appello il disegno di legge, che ha di per sé un cammino a passo più lento,
ma pure il decreto legge. Fermo alla Ragioneria, sotto la lente dei dettagli
giuridici, nessuno si sbilancia. Nessun problema di costituzionalità, nessun
ulteriore approfondimento giuridico, nessuna questione politica. Secondo la
versione della maggioranza, solo una questione di coperture. Intanto, il fatto
di cronaca che aveva ispirato una delle norme cruciali del provvedimento è stato
ribaltato dalle novità emerse dalle indagini.
L'articolo Rogoredo e le nuove verità sul pusher ucciso dal poliziotto: Salvini
aveva definito “eccessiva” l’inchiesta e la destra aveva accelerato sullo scudo
penale proviene da Il Fatto Quotidiano.
In un Comune conosciuto come il “paese dei coltelli”, dove la tradizione
artigianale affonda le radici nella storia e il fatturato derivante dalla
vendita di forbici e coltelli raggiunge i 20 milioni di euro l’anno, le
restrizioni del decreto Sicurezza spaventano l’amministrazione e le aziende che,
con quel fatturato, alimentano l’economia locale. Per questo Pasquale Rocco De
Lisio, il sindaco di Frosolone – paese da poco meno di tremila abitanti in
provincia di Isernia – ha firmato una lettera indirizzata al governo per
chiedere correttivi e chiarimenti sul provvedimento che, altrimenti, potrebbe
avere pesanti ricadute sul territorio. “L’Amministrazione comunale – dice il
primo cittadino – ribadisce il pieno sostegno agli obiettivi di sicurezza
perseguiti dal governo, ma ritiene necessario distinguere con attenzione tra
l’uso illecito di strumenti e la produzione artigianale e industriale di qualità
destinata a impieghi legittimi e professionali”.
L'articolo Il “paese dei coltelli” contro il decreto Sicurezza: “Strumenti di
uso quotidiano vengono considerati armi, un paradosso” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sei un muratore o un facchino, un artigiano, un soccorritore, un appassionato di
bricolage o un boyscout? Se porti fuori da casa il tuo coltellino da lavoro
rischierai l’arresto in flagranza, il processo per direttissima e una condanna
fino a tre anni di carcere. Oppure, se ti trovi nelle vicinanze di una
manifestazione, potresti essere trattenuto dalle forze dell’ordine fino a 12
ore. È l’effetto paradossale – ancora poco analizzato – di una delle norme del
nuovo decreto Sicurezza, il provvedimento approvato giovedì scorso dal Consiglio
dei ministri e ora bloccato per dubbi sulle coperture economiche prima della
pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Oltre al fermo preventivo dei manifestanti
e allo “scudo” dalle indagini per le forze dell’ordine, nel decreto c’è una
stretta pesantissima sulla vendita e la circolazione di armi da taglio, pensata
come rimedio ai casi di violenza giovanile. Nella foga anti-maranza, però, al
ministero dell’Interno dev’essere scappata la mano. E così il massimo del
proibizionismo si è abbattuto sui coltellini pieghevoli da escursionismo e da
lavoro, che, sopra i cinque centimetri di lunghezza, saranno considerati armi
vietate alla pari di pugnali e machete, trasformando in potenziali criminali
migliaia di cittadini abituati a portarli in giro per gli usi più innocui (come
tagliare una fetta di salame o sbucciare una mela).
COSA PREVEDE IL DECRETO
Attualmente infatti i normali coltelli – di qualsiasi tipo e lunghezza –
rientrano tra le armi improprie, cioè tra gli “strumenti atti ad offendere“: in
base all’articolo 4 della legge 110 del 1975, non possono essere portati fuori
casa “senza giustificato motivo“. La pena per i trasgressori è l’arresto da un
mese a un anno e una multa da mille a diecimila euro. Il provvedimento del
governo, però, cambia tutto. Intanto modifica l’articolo 4, moltiplicando le
pene per chi porta “senza giustificato motivo” lame sopra gli otto centimetri:
si rischierà la reclusione da sei mesi a tre anni, oltre alla sospensione della
patente. Soprattutto, però, è previsto un divieto assoluto di portare “strumenti
con lama pieghevole di lunghezza pari o superiore a centimetri cinque, muniti di
meccanismo di blocco della lama“: cioè quasi tutti i coltellini usati per le
attività quotidiane, come i classici Opinel da 7,5 centimetri. Da quando il
decreto entrerà in vigore, questi strumenti non rientreranno più nell’articolo
4, ma nel 4-bis, che disciplina le armi proprie per cui non è ammessa licenza:
pugnali e machete appunto, ma anche baionette, tirapugni, spade e così via.
IL RISCHIO PER I LAVORATORI (E NON SOLO)
Poiché queste armi non hanno altra funzione che offendere, non è ammesso alcun
“giustificato motivo” per portarle in giro. Ma lo stesso divieto, da domani,
varrà anche per i coltellini, che invece di altre funzioni ne hanno in
abbondanza. Risultato: chi sarà sorpreso fuori da casa con una lama pieghevole
da cinque centimetri, persino se portata per ragioni di lavoro, rischierà
l’arresto in flagranza (facoltativo), il processo per direttissima (cioè entro
48 ore dall’arresto, previsto specificamente per i reati in materia di armi) e
una condanna da uno a tre anni di carcere; per chi si trova nei pressi di una
manifestazione di piazza, poi, il possesso dell’oggetto costituirà un motivo per
far scattare il nuovo fermo preventivo, che prevede il trattenimento in caserma
fino a 12 ore. Assurdità che i siti specializzati hanno già segnalato con
preoccupazione: la norma, denuncia un’analisi pubblicata sul portale
coltelleriacollini.it, rischia di diventare “significativa limitazione operativa
per intere categorie professionali, con il rischio di contenzioso diffuso in
relazione al porto in ambito lavorativo”. Tra i coltelli “bannati” in base alla
nuova norma, infatti, c’è “una vasta categoria di strumenti di lavoro”, tra cui
“multitool professionali (pinze multiuso con lama bloccabile), cutter da
edilizia con blocco di sicurezza, coltelli da soccorso, strumenti tecnici
utilizzati quotidianamente da artigiani, tecnici e operatori della sicurezza”.
L’OBBLIGO DI REGISTRAZIONE
Ma non si tratta dell’unica norma che rischia di mettere in difficoltà una
categoria di lavoratori. Nel decreto, infatti, si prevede l’obbligo di
registrazione delle vendite di “strumenti dotati di lama a un taglio eccedente
in lunghezza i centimetri quindici”: della categoria fanno parte anche i
classici coltelli da cucina, presenti in tutte le case degli italiani. Quelli
acquistati per tagliare carni e verdure, per sfilettare il pesce o addirittura
il coltello da pane: non si fa, infatti, distinzione tra tipo di lama o punta. I
negozianti dovranno chiedere il documento dell’acquirente, segnarlo in un
registro elettronico, prendendo anche nota della data dell’operazione e del
prodotto venduto. Un registro che deve essere conservato per 25 anni, anche dopo
l’eventuale cessazione dell’attività, e andrà sempre esibito alle forze
dell’ordine in caso di richiesta. Altrimenti scattano sanzioni da duemila a
diecimila euro. E la nuova norma coinvolge migliaia di esercenti: dai negozi di
casalinghi, alle coltellerie e ai grandi magazzini, passando per i supermercati,
le ferramenta e le grandi catene di arredamento che vendono anche strumenti per
la cucina. Mettendo nel carrello un coltello con una lama di 16 cm, alla cassa
bisognerà presentare pertanto carta d’identità e lasciare i propri dati per la
registrazione dell’acquisto.
I TIMORI DEI COMMERCIANTI
“I primi coinvolti negativamente siamo noi”, spiega a ilfattoquotidiano.it
Andrea Lorenzi, consigliere di Confcommercio di Milano – associazione Casalinghi
e Ferramenta. “Diventa tutto un po’ più complicato. Siamo esercenti di attività
al minuto, quindi una vendita semplice: il cliente entra, guarda, sceglie,
compra e va via. Poi ci dovranno anche spiegare come attivare questo registro
elettronico”, sottolinea. Lorenzi nel capoluogo lombardo è proprietario di una
coltelleria, quindi un negozio specializzato proprio in lame: “Per quanto
riguarda la nostra attività siamo sempre stati molto attenti: ad esempio non
vendiamo ai minorenni. Se dovesse essere necessario dotarsi di un registro ci
adegueremo”, spiega. Ancora più complessa sarà, però, l’organizzazione per i
grandi negozi che non vendono solo coltelli ma anche diversi tipi di merce:
“Complica molto, specialmente a livello di costi. Potrebbero anche avere bisogno
di prevedere un dipendente che si occupa solo di questo”, continua Lorenzi.
UNA “SCHEDATURA” INUTILE
C’è poi un altro (e non indifferente) aspetto: a cosa serve un registro delle
vendite dei coltelli da cucina? Nessuno di questi ha un codice identificativo o
una matricola. Se dopo un’aggressione venisse trovato un classico coltello
acquistato, ad esempio, in una nota catena scandinava sarebbero migliaia in
Italia le persone in possesso di quello stesso modello. Sapere chi lo ha
acquistato negli ultimi anni sarebbe praticamente ininfluente. Considerando, tra
l’altro, tutti quelli acquistati prima del decreto. “Allora bisognerebbe dire ai
cittadini di buttare via tutti i coltelli che hanno in casa e comprarne di nuovi
con questo nuovo registro”, aggiunge Lorenzi. “Per centrare davvero l’obiettivo
basterebbero più controlli. Adesso vedremo quando entrerà in vigore il decreto e
se ci saranno o meno modifiche”.
L'articolo Hai un coltellino per lavoro? Rischi l’arresto e il carcere: il
paradosso del nuovo decreto Sicurezza. E chi acquista una lama da cucina sarà
“schedato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La maggioranza che guida dal 2022 il Paese ha sempre fatto della sicurezza una
priorità nella sua narrazione. Sinora gli strumenti adottati e i risultati
raggiunti sono stati assolutamente inadeguati. Dall’inizio dell’era Meloni si
sono susseguiti leggi e provvedimenti normativi che non hanno, da una parte, per
nulla migliorato la sicurezza delle persone, ma anzi hanno reso più complicata
l’azione della magistratura e delle forze di polizia; dall’altra parte,
ristretto gli spazi di libertà con una crescente criminalizzazione del dissenso.
Di fronte alla incapacità del governo e della sua maggioranza di offrire
risposte concrete ad una insicurezza sempre più dilagante in tutto il Paese, è
cominciata la propaganda politica fuorviante e pericolosa, del tipo: le forze
dell’ordine arrestano e la magistratura scarcera. In tal modo lanciando il
messaggio alla gente che il governo ci prova ma sono ostacolati da comunisti e
toghe rosse.
Ma veniamo all’ultimo decreto legge, approvato qualche giorno fa, in materia di
sicurezza. A parte la “bufala” sullo scudo penale per le forze di polizia che
non è stato previsto perché sarebbe al di fuori della Costituzione, si è
prevista una procedura diversificata, in taluni casi, di iscrizione in un
registro degli indagati separato. Una questione procedurale, di inutile impatto,
che non affronta una questione vera. Non certo quella della impunità per chi
dovesse abusare del potere, in uno stato democratico impensabile, ma quella di
non doversi sottoporre ad un linciaggio politico e mediatico e ad un danno alla
reputazione quando, per un atto dovuto, si devono svolgere indagini preliminari
nei confronti di chi svolge determinate funzioni molto a rischio.
Ora ci riferiamo alle forze di polizia, ma pensiamo, ad esempio, anche ai
medici. Quando arriverà il giorno che si darà il valore giusto alle indagini
preliminari senza che appaiano una trave di anticipata colpevolezza, tanto che
la pena ormai è l’informazione di garanzia e il procedimento stesso? È chiaro
che si può perdere la serenità a lavorare sotto questo rischio assai concreto.
Ma veniamo alla parte più pericolosa del decreto legge, ossia quella sulla
prevenzione della sicurezza e dell’ordine pubblico. Nonostante gli interventi
del Quirinale ben visibili nella stesura del testo, che hanno eliminato la
matrice di fascismo istituzionale, non si è attenuata la portata fortemente
autoritaria, con una ulteriore accelerazione nel passaggio dallo stato di
diritto allo stato di polizia. Mi riferisco, in particolare, alle norme che
ampliano le zone rosse nei luoghi pubblici impedendo manifestazioni e cortei e
alla possibilità data alle forze di polizia e al prefetto, quindi al governo, di
impedire a soggetti, passibili anche di provvedimenti che limitano fortemente le
libertà individuali e civili, di partecipare appunto a cortei e manifestazioni
se assumono condotte minacciose o violente o insistentemente moleste.
Facile intuire quanto enorme sia la discrezionalità da parte del potere di
valutare, ad esempio, una persona insistentemente molesta. Qui la possibilità,
anzi la certezza, del rischio dell’abuso del potere viene certificato con legge.
L’altra norma liberticida, quasi da far rimpiangere le norme emergenziali
approvata durante la stagione del terrorismo, è quella che consente il fermo per
dodici ore, prima e dopo manifestazioni pubbliche, di persone che da elementi
fattuali concreti emerga che possano in concreto rappresentare un pericolo per
la sicurezza e l’ordine pubblico. Dove saranno portate decine o centinaia di
persone potenzialmente pericolose? Quanta enorme discrezionalità per restringere
la libertà, di persone ritenute potenzialmente pericolose, fino al punto non
solo di vietare di manifestare e dissentire, ma finanche di essere privati della
libertà personale, con una semplice telefonata al pubblico ministero di turno.
L’obiettivo non è quindi la sicurezza della gente – quella la si persegue e
raggiunge con ben altre misure, non solo normative – ma la limitazione del
dissenso per paura delle contestazioni. Il potere teme il popolo e il controllo
di legalità, vuole avere mani libere per far diventare alla fine l’abuso legale
e normale.
L'articolo Perché il decreto Sicurezza accelera il cammino verso lo stato di
polizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una settimana. Fermo nelle stanze della Ragioneria Generale dello Stato che deve
vagliare le coperture economiche del provvedimento. Il pacchetto Sicurezza
approvato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri in tutta urgenza dopo le
violenze di alcuni militanti di Askatasuna a Torino nei confronti dei poliziotti
non è ancora arrivato al Quirinale: da sei giorni è bloccato al ministero
dell’Economia che sta ancora vagliando l’impatto economico del decreto e del
disegno di legge. In particolare, si stanno studiando le coperture sul fondo per
la sicurezza urbana che serve a finanziare le telecamere per i controlli nei
comuni e le assunzioni di forze di polizia che prevede un investimento di 50
milioni.
I controlli vengono definiti di “routine” da fonti di governo che fanno notare
come anche il decreto Pnrr approvato dal Consiglio dei ministri il 29 gennaio
sia stato “bollinato” dalla Ragioneria dieci giorni dopo. Ad ogni modo, una
volta che sarà dato il via libera dal ministero dell’Economia, il decreto e il
disegno di legge Sicurezza dovranno arrivare al Quirinale per la firma e poi la
pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per l’entrata in vigore delle norme sul
fermo preventivo sui cortei e dello scudo penale per i poliziotti (e non solo).
Con ogni probabilità, dunque, servirà ancora qualche giorno visto che mercoledì
e giovedì il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è a Cortina per
assistere alle gare delle Olimpiadi invernali.
La norma del decreto sul fondo per la sicurezza urbana aveva già creato qualche
problema in Consiglio dei ministri. I finanziamenti vengono chiesti dai Comuni
ma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva spiegato che le coperture
erano dubbie. Durante la riunione di governo, però, la premier Giorgia Meloni lo
aveva invitato a trovarle per rispondere alle esigenze di sicurezza dei
cittadini e dei sindaci.
L'articolo Decreto Sicurezza ancora fermo: è bloccato al ministero
dell’Economia. Dubbi sulle coperture per i Comuni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In principio c’era la camionetta ma forse non è parsa all’altezza della guerra
che il governo ha intenzione di ingaggiare con i malfattori. Cosicché in
contemporanea col varo del nuovo decreto sicurezza, nelle strade di Roma sono
apparsi i carri gommati e militari più prestanti, decisamente meglio orientati.
Massima severità e massimo dispiegamento di muscoli. Da qualche giorno Termini
infatti assomiglia un po’ di più a Bogotà, perché nell’America latina, e in
città difficili come la capitale della Colombia, è l’esercito a dare il
benvenuto al viaggiatore.
Carro piuttosto armato a presidiare l’arco di Costantino, a due passi dal
Colosseo, in modo che sia chiara la decisione: negli snodi più delicati
dell’Italia che piace al mondo l’esercito sorveglia e controlla. Certo, va detto
che i militari non hanno titolo a gestire l’ordine pubblico, non possono usare
le armi per azioni di polizia, non possono intervenire direttamente ma solo
sollecitare, riferire nel caso. Più che presidio è dunque disciplinata
messinscena, piuttosto costosa. I militari in strada sono il segno delle città
pericolose e non di quelle tranquille, delle capitali dell’America latina e non
dell’Europa, dei luoghi dove la legge è più fragile, le bande più potenti, gli
scontri a fuoco più ripetuti.
Apriamo una parentesi. Solo qualche giorno fa gli automobilisti che percorrevano
la statale che da Lecce conduce a Brindisi sono stati spettatori di un assalto a
un portavalori in pieno giorno e senza il minimo disturbo da professionisti
della malavita con una capacità di fuoco impressionante. È il quinto assalto, la
quinta rapina portata a segno dalle bande che a Cerignola, nel foggiano, trovano
organizzazione e rifugio. Lungo la statale 16, i settanta chilometri tra
Cerignola e San Severo, esiste l’hub dei malacarne, la cosiddetta “quarta
mafia“. Solo l’11 novembre scorso il ministro dell’Interno Piantedosi
presiedendo il comitato dell’ordine pubblico spiegò: “A Foggia abbiamo aumentato
di 495 unità le forze dell’ordine”. E meno male, perchè dal giorno dopo le
rapine sono cresciute di peso e la criminalità si è data obiettivi più
ambiziosi. Sono soddisfazioni!
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sicurezza governativa. E pazienza se la capitale assomiglia a Bogotà – il
commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Noooo” e inviti a cambiare argomento. Non è stato ben accolto, nel giorno del
suo compleanno, un passaggio del ministro Carlo Nordio, ospite delle Camere
Penali per l’inagurazione dell’anno giudiziario al Teatro Quirino. Quello in cui
Nordio ha parlato del nuovo “pacchetto sicurezza” approvato ieri dal Consiglio
dei ministri. In realtà il dialogo tra il ministro della Giustizia ed il
presidente Ucpi Francesco Petrelli era incentrato sul prossimo referendum, dove,
su separazione delle carriere e riforma del Csm, i penalisti e il ministro sono
schierate l’uno accanto all’altro nel fronte del Sì. Ma sulle misure varate
giovedì, e sulle altre che verranno dibattute in Parlamento, si è manifestata in
maniera evidente la contrarietà degli avvocati penalisti.
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platea mentre il ministro illustra le nuove norme proviene da Il Fatto
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