“Non penso che possa rientrare nel ‘decreto Sicurezza’ per il carattere di
necessità ed urgenza”. Matteo Salvini, di colpo, si rifugia nel tecnicismo
insito nella natura stessa del decreto. Fino a ieri, invece, la Lega insisteva
affinché la cauzione per organizzare manifestazioni in Italia venisse inserito
nelle norme che il governo dovrebbe varare nella giornata di domani. “Puntiamo
all’approvazione entro la fine della legislatura” afferma oggi Salvini, nel
corso di una conferenza stampa alla camera dei Deputati.
L'articolo Cauzioni per manifestare, la resa di Salvini: “Non nel prossimo
decreto Sicurezza ma obiettivo di legislatura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non credo affatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno
manifestato pacificamente a Torino abbia dato copertura ai violenti. Anzi,
probabilmente sarebbe stata felice se un servizio d’ordine più efficace, come
quello di una volta del Partito Comunista o della Cgil, avesse tenuto fuori i
violenti dal corteo”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore de Il Fatto
Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole del ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi, il quale, nella sua informativa alla Camera, ha attaccato chi
nell’opposizione era alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna (“Chi
sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”).
Travaglio ricorda come a Torino abbiano sfilato moltissime persone pacifiche,
accanto a una minoranza di delinquenti: “Alcuni li importiamo dall’estero a ogni
manifestazione, infatti fra i denunciati ci sono anche dei francesi e degli
inglesi. Altre volte c’erano i belgi, come al G8. Insomma c’è una internazionale
di specialisti della violenza che coglie tutte le occasioni per mettersi in
mostra”.
“Ma il ministero dell’Interno avrebbe potuto evitare questi tafferugli e questi
scontri?”, chiede la conduttrice Lilli Gruber.
“No, io non credo che si possa evitare al 100% – risponde il direttore del Fatto
– Quell’episodio dell’aggressione al poliziotto è stato gravissimo e
sconvolgente e io mi auguro che i responsabili di questo atto inqualificabile si
becchino la pena che si meritano, fermo restando che non c’è bisogno di nuove
leggi, perché nel nostro codice penale è già tutto previsto. Lo ha scritto
Alfredo Rocco, che era ministro di Mussolini, non certo Madre Teresa di
Calcutta. Il nostro, quindi, è un codice penale rigoroso, che ha già tutti gli
strumenti per colpire“.
Travaglio poi precisa: “Io, proprio perché sono torinese e ho fatto il
giornalista per tanti anni a Torino, ho vissuto la stagione dove l’antagonismo e
l’anarco-insurrezionalismo hanno prodotto scontri di piazza infinitamente più
gravi di quelli di oggi. E allora nessuno si sognava di parlare di Brigate
Rosse, nemmeno quando tentarono di fare l’assalto al Palazzo di Giustizia nel
1998“.
Il direttore del Fatto ricorda la manifestazione nazionale del 4 aprile 1998
indetta dai centri sociali e dall’area autonoma-anarchica, in seguito al
suicidio in carcere di Edoardo Massari “Baleno”, arrestato il 5 marzo 1998,
insieme a Maria Soledad Rosas (“Sole”) e a Silvano Pelissero, con l’accusa di
far parte del gruppo anarchico i Lupi Grigi, legato ad azioni contro l’Alta
Velocità in Val Susa. L’11 luglio dello stesso anno si suicidò anche Sole mentre
si trovana agli arresti domiciliari in una comunità a Bene Vagienna (Cuneo).
“Torino quel giorno fu messa a ferro e fuoco, altro che quello che è successo
l’altro giorno – spiega Travaglio – Bisogna quindi sapere che i professionisti
della violenza ci sono e che quanto accaduto sabato a Torino è acqua fresca
rispetto a tutto ciò che abbiamo visto non solo negli anni del terrorismo ma
anche gli anni ’90 e i primi anni 2000 fino al G8, quando cioè sono avvenuti
fatti infinitamente più gravi”.
Infine, l’appello conclusivo del giornalista: “Io inviterei tutti, ovviamente, a
perseguire i reati e chi li ha commessi, ma allo stesso tempo a evitare
isterismi o l’invenzione di nuovi articoli del codice penale che non servono a
niente. Abbiamo sconfitto il terrorismo con lo Stato di diritto, senza fare
leggi speciali o straordinarie. A maggior ragione, oggi abbiamo tutte le
possibilità di sconfiggere queste frange, che, per quanto pericolose, sono
infinitamente più limitate rispetto al passato”.
L'articolo Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni
’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il pensiero lineare, quello per intenderci per il quale ad una azione
corrisponde una e una sola conseguenza, domina la vita politica e pare prevalere
nelle decisioni esecutive dei governi. Noi psicologi da oltre mezzo secolo
affermiamo che al contrario, soprattutto nelle relazioni fra individui, gruppi
organizzati e nazioni, sarebbe opportuno applicare il pensiero circolare. Questo
tipo di approccio prevede la comprensione che ad una azione corrisponde una
controreazione che innescherà una serie di ulteriori reazioni. Questo fenomeno
potrà prolungarsi fino ad una riduzione delle azioni e controreazioni.
Ad esempio succede se agito una bacinella d’acqua provocando un’onda che
infrangendosi contro i bordi provoca un’onda al contrario per poi gradualmente
esaurirsi. In certe situazioni, viceversa, può accadere che azioni e
controreazioni provochino un inasprimento del fenomeno portando all’aumento
delle ulteriori azioni e controreazioni. Questa modalità definita “escalation”
ad esempio è tipica di certi rapporti conflittuali coniugali per cui il marito,
per reagire ad una aggressione verbale della moglie, la apostroferà ancora più
brutalmente per poi, di fronte alle sue rimostranze sempre più frequenti e
pressanti, passare ad atti aggressivi.
Mi veniva in mente questo problema nel leggere le proposte del decreto
Sicurezza. Sappiamo per esperienza di altri paesi che aumentare le pene e
consentire a ogni individuo di armarsi per difendersi non porta ipso facto a una
diminuzione dei reati. Gli Usa lasciano la possibilità al cittadino di comperare
e tenere in casa un’arma senza troppe formalità, la polizia ha la libertà di
usare le armi e di bloccare con le cattive i cittadini, nelle scuole pubbliche
all’ingresso ci sono i metal detector e le pene sono molto drastiche. Eppure
proprio in questo paese gli omicidi sono molto elevati, i carcerati sono il
triplo – percentualmente rispetto agli abitanti – rispetto a moltissimi paesi
europei e la sensazione di insicurezza è elevata.
Il pensiero circolare ci spiega che se i cittadini avessero la pistola in casa i
ladri, consci del rischio, invece di entrare senza armi, come quasi sempre
succede nel nostro paese, si doterebbero di pistole o fucili atti a fronteggiare
la reazione del proprietario. Se inoltre le pene sono draconiane il malvivente
farà di tutto per cercare di evitarle e sarà disposto anche ad aggravare la sua
azione riprovevole con ulteriori violenze. Viceversa se, come succede ad esempio
nel nostro paese, le pene carcerarie sono più miti e tengono conto di svariate
possibili attenuanti, il malvivente non arriverà all’escalation dei suoi atti
criminosi. Sapere che ci saranno pene relativamente lievi eviterà che il ladro,
entrato per rubare, prenda in ostaggio il padrone di casa o addirittura lo
uccida.
Insomma quando si mette in atto una strategia per la sicurezza del cittadino
occorrerebbe utilizzare il pensiero circolare. Se infatti per un semplice furto
inasprisco la pena fino a dieci o venti anni devo sapere che il ladro giammai
accetterà il rischio di essere preso e incarcerato e piuttosto sarà disposto a
usare un’arma per cercare di fuggire e zittire eventuali testimoni. La
deterrenza di una pena “adeguata” per un reato deve rimanere, ma l’esperienza di
molti paesi dimostra che non è l’unico strumento utile. In questi frangenti si
citano a sproposito le dittature, ove i reati paiono essere di minore frequenza
ed entità e dove vigono pene molto elevate. I dati degli omicidi e dei furti in
questi paesi sono da prendere con le pinze in quanto, proprio perché sono paesi
totalitari, l’informazione non è libera ma asservita al potere. Inoltre non
credo sia utile, per avere più sicurezza rispetto ai furti o agli omicidi,
pensare di lasciare che un dittatore ci imponga come vivere e attui
l’eliminazione (di solito nascosta) degli oppositori politici.
Il pensiero lineare afferma: “per avere più sicurezza occorre aumentare le pene
e i controlli”. Il pensiero circolare ci spiega che ci troviamo di fronte alla
classica curva di Gauss. La curva di Gauss descrive molti fenomeni naturali e a
mio avviso può essere applicata anche al sistema naturale “tendenza a
delinquere”: in questo modo, credo che aumentando le restrizioni la sicurezza
aumenti fino ad un certo livello, per poi tendere inesorabilmente a calare.
Rischiamo di arrivare ad un punto in cui saranno le forze di polizia a farci più
paura dei ladri (come a volte succede negli Usa).
L'articolo Il pensiero circolare applicato alla sicurezza: inasprire le pene può
produrre un effetto contrario a quello desiderato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in
calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo
avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il
secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a
livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la
criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a
lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato
di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di
dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra
all’immigrazione.
Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della
campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto
che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della
forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione
pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso
i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di
affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle
vere questioni.
Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo
di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo
al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il
titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla
libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce
(Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario
sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle
Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla
maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei
principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e
dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale.
Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato
autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la
possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il
cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna
supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da
stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e
poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è
soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme
annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati
quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un
dovere.
Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto
copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo
giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo
trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione
penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è
recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body
cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere
ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una
videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i
poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci
insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili
videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare
su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio
piacimento.
Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di
questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora
si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di
vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna
supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi
da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure
introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito,
pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora
ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della
non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni
famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non
accompagnati.
È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a
redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di
allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto
riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della
Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli
asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel
respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati,
affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare.
L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo
della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto
vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si
divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi
ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul
fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti,
paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro
democratico.
L'articolo Ecco lo Stato autoritario di Meloni: mano libera ai poliziotti e
diritti rispettati solo se non sei straniero proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia sta prendendo forma un disegno preciso: trasformare il dissenso in un
problema di ordine pubblico. Lo vediamo nelle multe e negli avvisi di garanzia
contro chi ha riempito le piazze denunciando il genocidio a Gaza e l’economia di
guerra.
In questi giorni, da Torino a Bergamo, da Massa a Treviso centinaia di studenti,
cittadini, sindacalisti, attivisti stanno ricevendo multe salate (da 300 fino a
5000 euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche
in difesa dei diritti del popolo palestinese, soprattutto in occasione degli
scioperi generali per la Global Sumud Flotilla del 22 settembre e del 3 ottobre
2025.
Eppure, durante quelle ore non si sono verificati scontri, né danni, né
situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica. E allora perché accade tutto
questo? Perché il Decreto Sicurezza, divenuto legge l’11 aprile 2025, ha
trasformato il blocco stradale o ferroviario in reato penale, per esempio.
Perché il governo, nella sua deriva autoritaria e securitaria, ha deciso di
usare lo strumento penale come mezzo di controllo sociale, di dissuasione di
ogni forma di dissenso.
Ora, vediamo nuovamente tutto questo nero su bianco nel nuovo Pacchetto
Sicurezza in arrivo alle Camere, che amplia ancora i poteri repressivi dello
Stato e restringe gli spazi democratici. Lo fa con l’introduzione permanente
delle cosiddette “zone rosse”, aree urbane vietate ai soggetti ritenuti
“pericolosi”, anche solo denunciati o condannati in via non definitiva per reati
commessi durante manifestazioni. E con il divieto di partecipare a pubbliche
riunioni o assembramenti per chi è condannato anche in via non definitiva per
reati commessi durante riunioni o assembramenti pubblici.
Lo fa rendendo Paese il laboratorio repressivo della Val Susa, autorizzando la
polizia, nel corso di manifestazioni di piazza, a perquisire le persone sul
posto e a trattenerle negli uffici fino a 12 ore, anche se solo sospettate di
rappresentare “un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e
per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. E punendo con detenzione da sei mesi
a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con
modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità”. Quest’ultimo
possiamo chiamarlo invece “articolo Ramy”.
Lo fa aumentando (fino a 20 mila euro) le sanzioni amministrative per mancato
preavviso di un corteo o sit in, o per deviazione del percorso della
manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro
finanze, esattamente come le multe diramate in modo capillare agli attivisti pro
Palestina.
Lo fa accanendosi sui minori, ampliando l’elenco dei reati per cui si può
applicare loro l’ammonimento del Questore e consentendone l’arresto in flagranza
e l’imposizione di misure cautelari. E sulle loro famiglie, introducendo una
sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro per il soggetto tenuto
alla sorveglianza del minore. Ecco qui le “norme anti-maranza”.
E, naturalmente, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: ancora più impunità
per le forze dell’ordine. Perché con queste misure gli agenti non saranno
iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da
“legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di
necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Infine, il provvedimento prepara l’ennesima stretta sui diritti delle persone
migranti, con l’interdizione temporanea del limite delle acque territoriali per
“minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Significa che
il ministro dell’Interno potrà vietare per 30 giorni (prorogabili fino a sei
mesi) a delle navi di attraversare il limite delle acque territoriali e disporne
il fermo, se riterrà che ci sia il rischio di terrorismo ma anche solo di una
“pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei
confini”, o di “eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione
di misure straordinarie di sicurezza”.
In sostanza, sarà discrezione di Salvini decidere se la pressione migratoria è
troppa o se un evento richiede misure straordinarie per imporre un vero e
proprio blocco navale, ossia ciò che la Lega sogna da sempre. I migranti a bordo
delle navi saranno rimpatriati o condotti in Paesi terzi (leggasi: nei CPR
albanesi), senza quindi poter fare domanda di asilo.
Ma non solo: si introduce il vero e proprio “esilio amministrativo” per gli
indesiderati, ossia la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia
ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o “l’integrità delle relazioni
internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver
commesso reati o meno.
Questo lo possiamo battezzare l’“articolo Shahin”, una misura che renderebbe
lecito l’inaccettabile, ossia che, se un residente straniero ha posizioni che
non piacciono al Governo, viene deliberatamente cacciato dall’Italia, anche se
nel suo Paese d’origine rischia la vita.
Sappiamo che, quando uno Stato sceglie la repressione come risposta politica, la
democrazia si assottiglia. Non è ordine né sicurezza, è paura. E non possiamo
accettarlo.
E sappiamo che il nostro non è un caso isolato, anzi, si ispira a qualcuno:
negli Stati Uniti, a Minneapolis, dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, il
governo ha mandato 2.000 agenti federali contro i manifestanti, come un esercito
occupante. All’ondata di proteste in centinaia di città il regime di Trump
risponde con una repressione sempre più brutale e scene da stato di polizia:
porte sfondate, osservatori picchiati, persone sequestrate senza accuse né
diritti. Per non dire della vera e propria scomparsa di stranieri, con prelievi,
detenzioni indefinite in centri privati, deportazioni verso paesi terzi.
Ma vediamo anche, in questo ciclone di violenza, crescere la resistenza civile e
l’organizzazione collettiva.
Anche in Italia, l’estrema destra ha deciso di colpire chi protesta, anziché chi
viola i diritti. Per batterla serve più partecipazione, ma servono anche tutti
gli strumenti democratici utili, tutte le armi costituzionali che ancora non ci
sono state negate. Come i referendum che abbiamo alle porte contro la torsione
autoritaria della nostra democrazia.
L'articolo Italia, stato di polizia. Il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il
dissenso in un problema di ordine pubblico proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Italia scivola indietro: lo spazio civico è “ostruito”. Per la prima volta, il
Belpaese entra nella fascia degli Stati dove lo spazio civico è “fortemente
contestato”. È il verdetto del Civicus Monitor 2025, un’alleanza globale di
organizzazioni della società civile e attivisti che lavorano per rafforzare
l’azione dei cittadini e la società civile in tutto il mondo. Da “limitato” a
“ostruito”, ponendo l’Italia nello stesso gradino occupato dall’Ungheria di
Viktor Orbán. Una definizione che non parla di autocrazie conclamate ma di
democrazie dove associazione, protesta e libertà di stampa esistono ma
inciampano in ostacoli crescenti.
Il rapporto – Power Under Attack 2025, pubblicato martedì 9 dicembre – inserisce
l’Italia tra i 39 Paesi su 197 dove la partecipazione civica è compressa da
restrizioni legali, pressioni amministrative e un clima politico sempre più
avverso al dissenso. A spingere verso il basso l’Italia è soprattutto il decreto
sicurezza, ribattezzato all’estero “norma anti-Gandhi”: un testo approvato a
giugno che introduce nuovi reati e inasprisce le pene per forme di disobbedienza
civile non violenta. Blocchi stradali fino a due anni di carcere, proteste
contro infrastrutture fino a sette, resistenza a pubblico ufficiale fino a
venti. Più dure anche le norme su occupazioni, sit-in e contestazioni nei centri
per migranti.
“La legge sulla sicurezza è solo una delle misure che hanno ristretto lo spazio
civico”, afferma Tara Petrović, ricercatrice per l’Europa di Civicus.
Nell’elenco confluiscono episodi che hanno segnato le cronache degli ultimi
mesi: interventi repressivi contro i movimenti climatici, mobilitazioni su Gaza
ostacolate, proteste per il diritto alla casa trattate come problemi d’ordine
pubblico. Poi le pressioni sulle ong impegnate nei soccorsi in mare, querele
temerarie contro giornalisti e campagne pubbliche contro magistrati ritenuti
scomodi.
Nel capitolo sulla libertà di espressione entra anche il caso Paragon: a
febbraio diverse inchieste hanno rivelato che giornalisti e attivisti erano
stati monitorati, da un soggetto ancora sconosciuto, tramite uno spyware venduto
solo a istituzioni statali e classificato come tecnologia militare. Civicus
parla apertamente di una “normalizzazione della sorveglianza politica”. Un
campanello d’allarme che si aggiunge alle richieste di rettifica aggressive,
sequestri di telefoni a cronisti e rallentamenti nell’accesso agli atti. La
retrocessione italiana non arriva isolata. Francia e Germania scendono anch’esse
nella categoria “ostruito”: Parigi per le limitazioni all’associazionismo,
Berlino per le misure contro le mobilitazioni pro-Palestina. Un segnale europeo:
la retorica securitaria delle destre – ordine pubblico, criminalizzazione della
protesta, sospetto verso le ong – sta diventando un linguaggio politico comune.
Nel caso italiano pesano tre fronti. Il primo quello del dissenso sotto
pressione. Fogli di via, Daspo urbani, vecchie norme sulle manifestazioni
riattivate anche quando la pericolosità è zero. Niente repressione dichiarata,
ma una serie di micro–ostacoli che diventano prassi: chi protesta viene
spostato, identificato e sanzionato. Un “test di resistenza” continuo che,
avverte il report, finisce per raffreddare la partecipazione. Il secondo fronte
è la libertà di informazione. Non c’è censura, ma una costellazione di pressioni
indirette: querele bavaglio, proprietà dei media sempre più concentrata, limiti
al lavoro dei cronisti nei tribunali. Il diritto di cronaca resta formalmente
solido, nota Civicus, ma si muove dentro un ambiente più ostile e più
intimidatorio. Il terzo e ultimo riguarda l’ecosistema delle associazioni. Qui
il rapporto parla di “retoriche delegittimanti” verso ong e gruppi civici,
soprattutto quelli che lavorano su migranti, clima e diritti. Non esistono
divieti espliciti, ma un clima politico che produce incertezza operativa e
spinge molte realtà a rallentare, a ritrarsi, a scegliere la prudenza invece
della partecipazione.
“Il declassamento dell’Italia a ‘Spazio civico ostacolato’ è il risultato di
scelte politiche deliberate che limitano la partecipazione e dimostrano il
pericoloso impatto del nuovo decreto”, avverte Martina Corti, di Solidar. “Il
decreto sicurezza anziché proteggere le persone, viene utilizzato per punire il
dissenso. Quando la criminalizzazione delle proteste pacifiche e le
intimidazioni nei confronti dei giornalisti vengono normalizzate, lo spazio
civico non solo viene ostacolato, ma viene smantellato”.
L'articolo Libertà e dissenso, l’Italia è declassata: lo spazio civico è
“ostruito” come in Ungheria. Il report del Civicus Monitor proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Corte costituzionale giudicherà la legittimità costituzionale dell’articolo
18 del decreto sicurezza, approvato dal governo Meloni il 4 aprile. È la norma
per mettere al bando la cannabis light, con il divieto di lavorare e vendere il
fiore della canapa a prescindere dall’effetto drogante. Peccato abbia travolto
anche i coltivatori – bacino elettorale delle destre – innescando sequestri
delle forze dell’ordine ai danni di legittime aziende, con indagini per
detenzione di stupefacenti: gli imprenditori della canapa rischiano 20 anni di
galera. Per il governo, del resto, le infiorescenze sono un pericolo per la
sicurezza (soprattutto stradale), anche se il thc (il cannabinoide psicotropo) è
assente o nei limiti di legge, sotto l’asticella dello 0,5 per cento.
IL SEQUESTRO E IL RICORSO
L’ordinanza per sollevare la questione di legittimità costituzionale è stata
firmata da un giudice di Brindisi. Alla toga si era rivolta un’azienda italiana
con coltivazioni in Bulgaria, dopo il sequestro di un suo carico di cannabis
light nel porto di Brindisi, da parte dell’agenzia delle dogane. Non una
manciata di chili bensì diverse tonnellate, destinate dall’impresa
prevalentemente all’esportazione sui mercati esteri. Il pubblico ministero ne
aveva già ordinato la distruzione, ma il ricorso dell’azienda (firmato
dall’avvocato Lorenzo Simonetti) ha fermato il falò. Ieri è stata depositato il
verdetto del giudice per le indagini preliminari: prima di decidere sul
sequestro di Brindisi, serve un chiarimento della Corte costituzionale
sull’articolo 18 del decreto sicurezza.
DUBBI DI INCOSTITUZIONALITÀ SU TRE FRONTI
Gli addetti ai lavori ne erano certi: era solo questione di tempo, prima che il
bando al fiore della canapa arrivasse alla Consulta. Da settembre, non si
contano i casi di sequestri finiti nel nulla, bocciati dai tribunali del riesame
ma anche dai pubblici ministeri. Già il massimario della Cassazione, il 26
giugno, aveva indicato le contraddizioni tra il decreto sicurezza e il dettato
della Carta. Il costituzionalista Alfonso Celotto, interpellato dalle
associazioni, aveva stilato un elenco di 40 profili di incostituzionalità, solo
per l’articolo 18. L’11 novembre il Consiglio di Stato ha rinviato il dossier
alla Corte di Giustizia europea, esprimendo forti dubbi sulla coerenza tra il
diritto europeo e le leggi italiane sugli stupefacenti, dal Testo unico fino al
decreto sicurezza.
Nell’ordinanza di Brindisi, il giudice esamina il decreto sicurezza indicando 3
punti in bilico sull’incostituzionalità. In primis, la scelta del governo di
procedere per decreto, malgrado l’assenza del carattere d’urgenza e
l’eterogeneità dei contenuti del provvedimento. Poi la violazione del principio
di offensività, poiché il bando colpisce anche il fiore privo di thc, dunque
senza effetto drogante. Infine, la violazione del diritto europeo: il fiore
della canapa è legale in tutti i Paesi del Vecchio continente e le imprese del
settore ricevono finanziamenti pubblici.
IL LEGALE: “NON CI FERMIAMO”
L’avvocato Lorenzo Simonetti rivendica il risultato ma non vuole fermarsi qui,
mentre la minaccia dei sequestri incombe sugli imprenditori della canapa . “Lo
scopo è ottenere ordinanze di rinvio alla Corte costituzionale anche in altri
tribunali, speriamo sia solo l’inizio”, dice il legale a ilfattoquotidiano.it.
“Se i giudici non fossero convinti dei dubbi di costituzionalità, almeno
dovrebbero sospendere i procedimenti in attesa del verdetto della Consulta”,
aggiunge l’avvocato. Raffaele Desiante dell’associazione Ici (Imprenditori
canapa italia) non nasconde la soddisfazione per “la svolta attesa da tutto il
comparto della canapa industriale”. “Lo sosteniamo da mesi – prosegue Desiante –
un’intera filiera non può essere cancellata con un tratto di penna senza una
motivazione concreta, proporzionata e basata su dati scientifici”.
Anche Coldiretti, ascoltatissima a palazzo Chigi, dopo aver smarrito la voce
accoglie con favore il ricorso alla Consulta. “La canapa e le infiorescenze sono
fondamentali per lo sviluppo di alcune filiere e limitarle danneggerebbe
pesantemente chi ha investito nel settore – commenta l’associazione – Siamo
contrari a qualsiasi uso ricreativo della canapa fuori dalle norme comunitarie,
ma difendiamo le imprese agricole che operano nella legalità e nel rispetto dei
regolamenti europei. Non si possono bloccare attività su cui le aziende agricole
hanno investito legittimamente”. Chissà che Meloni non si lasci convincere.
L'articolo Cannabis light, il decreto Sicurezza arriva alla Consulta: il
tribunale di Brindisi solleva dubbi sul bando alle infiorescenze proviene da Il
Fatto Quotidiano.