La partita, nelle parole ribadite più volte dalla Lega, “è chiusa”. Eppure, ha
osservato Tajani, dentro al fondo ci sono “soldi che non possono restare
bloccati”. L’Italia potrebbe riaprire il dibattito sul Mes, dossier mai davvero
chiuso, con il rischio di riaccendere fratture nella maggioranza. Se fino a
poche settimane fa la linea appariva invalicabile ora, nel pieno del confronto
sulle garanzie per l’utilizzo degli asset russi congelati, la possibilità di
dare al Meccanismo europeo di stabilità una nuova architettura, a fronte di una
riforma rimasta bloccata per la mancata ratifica italiana, non sembra più un
tabù. Il direttore generale del Mes, Pierre Gramegna, apre alla possibilità di
utilizzare il fondo per concedere prestiti destinati a rafforzare la difesa
comune. Una svolta, evocata in due interviste a Reuters e alla rivista
specializzata Paperjam, pensata soprattutto per i Paesi più esposti sul fianco
orientale. “Io l’ho sempre detto: il Mes si può utilizzare”, ha sottolineato il
vicepremier Antonio Tajani a margine del vertice del Ppe a Zagabria. Una
posizione che contrasta con il silenzio della Lega, storicamente contraria al
ricorso a uno strumento a lungo stigmatizzato per le condizioni capestro imposte
durante il salvataggio lacrime e sangue della Grecia. Peraltro l’Italia è
l’unico membro dell’Eurozona a non aver ratificato le modifiche del 2021.
“In tempi di turbolenze che hanno fatto esplodere i costi della difesa per tutti
i Paesi” e davanti all’evidenza che “i rapporti tra Europa e Stati Uniti stanno
diventando sempre più difficili”, è giusto “sfruttare appieno il potenziale” del
Mes, ha evidenziato Gramegna, spiegando che gli strumenti “ci sono” e
utilizzarli è “nel miglior interesse” del continente, impegnato ad aiutare
l’Ucraina. Con una capacità di intervento superiore ai 430 miliardi di euro, il
Meccanismo – ciclicamente al centro del dibattito nelle fasi di crisi – potrebbe
così riaccreditarsi come leva della sicurezza comune. Senza imporre, ha
assicurato l’ex ministro delle Finanze lussemburghese, riforme macroeconomiche
come contropartita.
Il punto di partenza resta la riforma varata quattro anni fa, con cui si tentò
di riposizionare il Mes da emblema dell’austerità a strumento di stabilizzazione
preventiva, attraverso il rafforzamento delle linee di credito precauzionale
attivabili in caso di shock. Proprio da questi strumenti – rimasti però
inutilizzati durante il Covid – potrebbe ora prendere forma un nuovo salto in
avanti.
Nel quartier generale di Lussemburgo si lavora per “perfezionare” le linee di
credito e renderle “più facili da utilizzare”. L’ipotesi è adattarle per
sostenere, su richiesta degli Stati, la spesa per la difesa, trasferendo ai
governi le risorse raccolte sui mercati a condizioni favorevoli. E le richieste,
ha indicato Gramegna, potrebbero essere “collettive”, così da ridurre il rischio
di stigma politico e finanziario a chi decidesse di rivolgersi al fondo. Il nodo
resta tuttavia politico. La difesa non rientra esplicitamente nel mandato del
Mes e qualsiasi modifica del perimetro operativo richiederebbe un placet unanime
del club dell’euro. Un passaggio tutt’altro che scontato, che coinvolgerebbe
anche Paesi militarmente neutrali come Irlanda, Cipro o Malta. E che
riporterebbe i riflettori sull’Italia.
L'articolo Mes destinato ai prestiti per la difesa comune: “Sfruttare il
potenziale del fondo”. Si riapre il dibattito politico proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Difesa
“In qualità di Capo dell’Esecutivo e Comandante in Capo, mi impegno a garantire
che l’esercito degli Stati Uniti disponga delle capacità di combattimento più
letali al mondo. Dopo anni di priorità sbagliate, i grandi appaltatori
tradizionali sono stati incentivati a privilegiare i rendimenti per gli
investitori rispetto alle esigenze dei nostri militari“. Recita così la premessa
dell’ordine esecutivo diffuso mercoledì dalla Casa Bianca, con cui Donald Trump
vieta ai gruppi della difesa che abbiano contratti in essere con
l’amministrazione Usa e non li onorino efficacemente di pagare dividendi agli
azionisti o riacquistare azioni proprie – operazione che ha sua volta come
risultato quello di trasferire risorse ai soci – fino a quanto non saranno in
grado di “fornire un prodotto superiore, nei tempi e nel budget previsti”. La
mossa, arrivata nei giorni in cui l’interventismo militare statunitense ha
superato nuove linee rosse, è una nuova ingerenza diretta del potere esecutivo
nella governance aziendale dopo l’acquisto del 10% di Intel arrivato a fine
agosto. E ha ovviamente fatto crollare i titoli della difesa a Wall Street, con
Lockheed Martin che ha perso fino al 4,8%, Northrop Grumman il 5,5%, General
Dynamics il 3,6%, Raytheon (Rtx) il 2,5%. Salvo recuperare tutto il terreno
perso quando, giovedì, lo stesso presidente ha proposto di portare nel 2027 la
spesa militare statunitense a 1.500 miliardi di dollari contro i 901 miliardi
programmati per quest’anno.
Raytheon, che produce il sistema di difesa missilistica Patriot e i missili
Tomahawk, è osservata speciale perché il presidente Usa su Truth l’ha
esplicitamente citata come esempio negativo: l’appaltatore “meno reattivo alle
esigenze del Dipartimento della Guerra”. Il cui segretario Pete Hegseth nei
prossimi 30 giorni è chiamato a identificare tutti gli appaltatori che non
stanno rispettando i contratti e più in generale “non investono il proprio
capitale nella necessaria capacità produttiva, non danno sufficiente priorità ai
contratti del Governo degli Stati Uniti o la cui velocità di produzione è
insufficiente secondo quanto stabilito dal Segretario, e che, durante il periodo
di scarsa performance o insufficiente priorità, investimento o velocità di
produzione, hanno effettuato riacquisti di azioni proprie o distribuzione di
utili aziendali”. Al gruppo sarà data l’opportunità di presentare un “piano di
risanamento“, ma se verrà ritenuto insufficiente o non si troverà un accordo il
segretario potrà avviare “azioni coercitive”.
In parallelo, entro 60 giorni dovranno essere adottate misure per inserire nei
contratti “nuovi o esistenti” – si tratterebbe quindi di un intervento
retroattivo – una clausola che vieti sia il riacquisto di azioni proprie sia la
distribuzione di dividendi fino a quando le prestazioni sono ritenute
“insufficienti” o si verifica “inadempienza al contratto”. I contratti dovranno
poi prevedere che “la remunerazione dei dirigenti legata alle performance non
dipenda da parametri finanziari a breve termine” ma “dalla puntualità delle
consegne, dall’aumento della produzione e dai miglioramenti operativi necessari
per espandere rapidamente le nostre scorte e capacità negli Stati Uniti”. E
anche gli stipendi base, in caso di inadempienze, potranno essere “limitati ai
livelli attuali, con aumenti consentiti per l’inflazione”. Trump su Truth ha
fatto addirittura delle cifre, scrivendo che “nessun dirigente dovrebbe essere
autorizzato a guadagnare più di 5 milioni di dollari”. Se non bastasse, l’ordine
esecutivo tira in ballo anche la Securities and exchange commission, il cui
presidente è chiamato dal presidente a valutare se modificare selettivamente,
solo per i contractor della difesa, le regole sul riacquisto di azioni che al
momento fanno salve dall’accusa di manipolazione del mercato le aziende che
rispettano alcune condizioni.
Dividendi e buyback sono ovviamente una componente strutturale del modello
finanziario dei grandi contractor, sostenuto da flussi di cassa stabili
garantiti proprio dai contratti pubblici. Lockheed Martin per esempio lo scorso
ottobre ha aumentato per la 23esima volta il suo dividendo trimestrale a 3,45
dollari per azione, come ricordato da Reuters, e ha autorizzato nuovi buyback
per 2 miliardi, arrivando a 9,1 miliardi complessivi. E, secondo stime di
Politico basate sui bilanci societari, dal 2021 al 2024 i quattro principali
appaltatori del Pentagono hanno distribuito circa 89 miliardi di dollari tra
dividendi e riacquisti.
L’incertezza che deriva dal nuovo ordine esecutivo e la discrezionalità
attribuita alle valutazioni discrezionali del Pentagono, fanno notare gli
analisti, potrebbe finire per alzare il costo del capitale scoraggiando
investimenti di lungo periodo proprio nel momento in cui la Casa Bianca chiede
di espandere capacità produttive e catene di fornitura. Per non parlare delle
incognite giuridiche e del rischio di contenziosi. Dal punto di vista
dell’amministrazione il messaggio è però coerente con l’impostazione Maga, che
almeno in superficie privilegia il rilancio della capacità manifatturiera
rispetto alla massimizzazione dei rendimenti finanziari. E l’attacco alla ricca
industria della difesa, a cui il Pentagono imputa extracosti e ritardi nei tempi
di consegna, può fruttare in termini di consenso.
L'articolo La mossa di Trump contro gli appaltatori della difesa per garantire
che gli Usa “dispongano delle capacità militari più letali del mondo” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Come da copione, l’avanzamento dei negoziati sulla pace in Ucraina arrivato con
l’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago affossa i titoli
europei della difesa che nell’ultimo anno hanno goduto di guadagni record. A
Piazza Affari, Leonardo cede il 4%. Le azioni del gruppo tedesco Rheinmetall
lasciano sul terreno il 2,7%, il produttore tedesco di sensori per applicazioni
in ambito difesa e sicurezza Hensoldt il 2,5%, il fornitore di componenti per la
difesa Renk il 2,5%. A Londra Bae Systems arretra dell’1,29%, la svedese Saab
dell’1,43%, la francese Thales l’1,49%. Airbus, che ha una divisione Difesa,
cede l’1,1%. L’indice europeo del settore, lo Stoxx Aerospace & Defence, perde
l’1,37%.
L'articolo I negoziati per la pace in Ucraina avanzano. E le azioni dei gruppi
della difesa tornano puntualmente a cadere in Borsa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Giorgia Meloni, la premier, siede sul palco d’onore insieme al presidente della
Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Senato Ignazio La Russa e quello
della Camera, Lorenzo Fontana. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, non
c’è: il segnaposto appare e scompare. Matteo Salvini, meno spavaldo del solito,
si limita a fare gli auguri a tutti. Antonio Tajani ostenta una sorta di
euforia, anche se nell’incontro con Roberto Occhiuto, nel ruolo di sfidante per
la leadership di Forza Italia, si nota un certo gelo. La tradizionale cerimonia
per lo scambio degli auguri di fine anno al Colle, con i rappresentanti delle
istituzioni, delle forze politiche e della società civile, sembra risentire
della tensione della manovra, con la maggioranza nel caos e la Lega che
sconfessa il suo ministro. Sempre, però, nella maniera ovattata che la sede
istituzionale richiede.
Il presidente della Repubblica ci tiene a stressare almeno un paio di concetti,
in un discorso dai toni volutamente bassi: “È legittimo e necessario che ogni
forza politica abbia la sua agenda, le sue priorità, una sua visione della
realtà e delle dinamiche che la muovono”. Ma “ci sono alcuni grandi temi della
vita nazionale che vanno oltre l’orizzonte delle legislature, e attraversano le
eventuali alternanze tra maggioranze di governo. Temi che richiedono programmi a
lungo termine, investimenti di risorse ingenti, impegni e sacrifici che
riguarderanno le generazioni che verranno. Questioni strategiche che definiscono
per il loro contenuto il futuro della nostra Repubblica”.
Della serie, chi vuole governare, su alcune questioni non deve deragliare. Per
il presidente della Repubblica questo riguarda prima di tutto la politica
internazionale. Per l’ennesima volta il Colle non solo ribadisce che c’è una
parte giusta dalla quale stare, nello scacchiere geopolitico, ma si schiera
dalla parte delle spese per la difesa. Un capitolo consistente anche della
Manovra: “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la difesa
collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in
questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel
quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale. E tuttavia, poche
volte come ora, è necessario”.
Anche “per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa
comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme,
salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere. Sicurezza
nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la
prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e
dello sviluppo delle nostre società”. Lo aveva già fatto lunedì, davanti agli
ambasciatori, ma detta la linea. Sarà un caso ma Guido Crosetto, ministro della
Difesa, gongola. Mentre Raffaele Fitto, ministro degli Affari europei, dopo il
patto sui prestiti all’Ucraina, che alla fine è arrivato “attraverso un
meccanismo simile al Next Generation Ue”, come dice lui a quelli che saluta,
all’unanimità e senza gli asset russi, appare soddisfatto.
Restano le gag in casa centrosinistra. Elly Schlein, segretaria del Pd, è
l’unica in completo chiaro. Come aveva fatto Matteo Renzi al Colle la prima
volta da premier per gli auguri natalizi, non passando inosservato. Un caso? “È
una scelta voluta. Non potevo vestirmi di nuovo di nero”, dice lei. Ha il posto
3 sx. “Bene, sx sta per sinistra”. Poi arriva Matteo Renzi, pure lui 3 sx (si
tratta della fila evidentemente). “Meno bene”, ironizza lei. Con Giuseppe Conte,
accompagnato da Roberto Fico, si salutano sulle scale, prima che lui faccia una
foto con alcuni arrivati in rappresentanza del Csm. Michele Emiliano si aggira
con l’aria di chi forse non ha un lavoro preciso da fare (la Giunta della Puglia
nella quale – forse – dovrebbe avere un assessorato ancora non c’è). E in un
angolo c’è Francesco Saverio Garofani, il protagonista dell’ultimo caso con
ipotetico complotto del Quirinale contro sia Meloni che Schlein a cena vista
terrazza. In questo contesto, una sorta di ritorno del rimosso.
L'articolo Mattarella: “Spese per la difesa mai così necessarie, anche se poco
popolari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Consiglio dell’Ue ha formalmente adottato il Programma per l’industria
europea della difesa (EDIP), uno strumento concepito per rafforzare la prontezza
dell’Europa in materia di difesa puntando sulla competitività e la reattività
della Base industriale tecnologica della difesa europea (EDTIB). L’adozione
segna la fase finale della procedura legislativa e consentirà la tempestiva
attuazione del programma, che eroga 1,5 miliardi di euro in sovvenzioni per il
periodo 2025-2027. Di questo importo, 300 milioni di euro sono destinati a uno
specifico Strumento di Sostegno all’Ucraina, uno strumento fondamentale e unico
nel suo genere, volto a modernizzare e sostenere l’industria della difesa
ucraina e a promuoverne l’integrazione nel più ampio ecosistema industriale
europeo della difesa. L’EDIP prevede inoltre potenziali ulteriori rinforzi di
bilancio in futuro, ad esempio tramite contributi finanziari volontari da parte
degli Stati membri o di terzi.
Nell’ambito del programma, l’Ue finanzierà azioni di appalto comuni svolte da
almeno tre paesi (di cui almeno due devono essere Stati membri), anche per la
creazione e il mantenimento di pool di prontezza industriale per la difesa;
azioni di rafforzamento industriale, consistenti in attività volte ad aumentare
la capacità produttiva di prodotti di difesa critici. A questo si aggiungono il
lancio dei Progetti Europei di Difesa di Interesse Comune, progetti industriali
collaborativi volti a contribuire allo sviluppo delle capacità militari degli
Stati membri, fondamentali per gli interessi di sicurezza e difesa dell’Unione;
azioni di sostegno, comprese attività volte ad aumentare l’interoperabilità e
l’intercambiabilità, e attività volte a facilitare l’accesso al mercato della
difesa per PMI, imprese a media capitalizzazione e start-up.
Per salvaguardare e rafforzare l’industria della difesa dell’Europa, pur
mantenendo la cooperazione con partner internazionali che condividono gli stessi
principi, il regolamento adottato oggi contiene una clausola in base alla quale
i componenti provenienti da paesi terzi rispetto all’Ue e ai paesi associati
(Stati SEE), nonché dall’Ucraina per l’Ukraine Support Instrument, non devono
superare il 35% del costo totale dei componenti del prodotto finale. Nessun
componente può provenire da paesi non associati che siano in conflitto con gli
interessi di sicurezza e difesa dell’UE o degli Stati membri. Infine, il
regolamento istituisce anche il primo quadro di sicurezza
dell’approvvigionamento a livello UE, progettato per rafforzare la resilienza
della catena di approvvigionamento della difesa e migliorare la capacità dell’UE
di rispondere rapidamente in caso di crisi.
L'articolo Via libera dell’Europa al programma per aumentare la Difesa: c’è
anche lo “Strumento di sostegno all’Ucraina” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva a una svolta la catena di inchieste per corruzione nell’Agenzia per gli
appalti della Nato (Nspa), di cui il Fatto ha dato conto nei giorni scorsi. Il
gigante della difesa israeliana, Elbit Systems, è stata sospesa dalla Nato a
causa di un’indagine per corruzione. Inoltre un italiano di sessant’anni
strettamente legato a Elbit è nel mirino di un mandato di arresto internazionale
per il suo presunto ruolo nella corruzione di dipendenti della Nspa. Lo ha
rivelato la testata online olandese Follow The Money (Ftm), che sta conducendo
una inchiesta giornalistica con le testate partner La Lettre, Le Soir e Knack.
La Nato Support and Procurement Agency (Nspa) è da tempo al centro di un vasto
scandalo di corruzione, con personale attuale ed ex funzionari sotto inchiesta
in Belgio e Lussemburgo, dove l’agenzia ha sede, mentre due indagini condotte
negli Usa sono state improvvisamente e inspiegabilmente archiviate a luglio,
sollevando dubbi su interferenze politiche. Diversi sospettati sono stati
arrestati a maggio durante raid della polizia in sette Paesi, tra cui Belgio e
Stati Uniti. Si presume che alcune aziende del settore della difesa abbiano
pagato tangenti per un valore potenziale di milioni per assicurarsi contratti
tramite l’Nspa per la fornitura all’alleanza militare e ai suoi 32 Stati membri.
Ftm ora ha ottenuto documento che mostrano che Elbit, uno dei principali
fornitori della Nato, è stata sospesa dalla Nspa il 31 luglio. Diversi dei suoi
contratti in corso sono sospesi e l’azienda non può più competere per nuove gare
d’appalto.
Secondo Ftm una figura chiave associata a Elbit, un cittadino italiano
identificato come Eliau Eluasvili, uno dei consulenti di Elbit che al momento
non è indagata, è ricercato a livello internazionale per il suo presunto ruolo
nella corruzione del personale della Nspa. Eliau E. è proprietario o direttore
di diverse società di consulenza nel settore della difesa: Elar Systems Corp
negli Stati Uniti, Eral Systems UAB in Lituania e Arelco Europe Management
Consultancies in Grecia.
La Procura federale belga ha confermato che il 30 settembre è stato emesso
tramite l’Interpol un mandato di arresto internazionale nei confronti di Eliau
E. per le ipotesi di reato di corruzione e associazione a delinquere. Il
ricercato è ancora latitante e si suppone che abbia cambiato identità. Il 31
luglio la Nspa ha sospeso Elbit e Orion Advanced Systems, una delle sue
controllate: secondo fonti a conoscenza della situazione, tra gli appalti Nato
vinti da Elbit che sono stati sospesi ci sono contratti per la fornitura di
obici montati su camion, sistemi di artiglieria missilistica mobile e sistemi di
difesa per aerei ed elicotteri militari e detonatori esplosivi della Orion
Advanced Systems.
Elbit è il più grande produttore di armi di Israele, con un fatturato di quasi 7
miliardi di dollari nel 2024. L’azienda, che ha sede a Haifa, produce droni,
carri armati e munizioni, tra le altre attrezzature militari, ed è al 25° posto
nella classifica delle 100 più grandi aziende di difesa mondiali secondo i
rapporti dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri).
Nell’ultimo decennio, Elbit ha venduto alla Nato equipaggiamenti militari per un
valore di decine di milioni di euro, tra cui munizioni, visori notturni e
sistemi antimissile per aerei, ma il valore totale potrebbe essere molto più
alto, poiché molti contratti militari e le somme di denaro coinvolte non vengono
mai resi pubblici. Un portavoce di Elbit ha dichiarato che l’azienda non è stata
in grado di commentare le accuse.
Due persone vicine all’inchiesta hanno affermato a Ftm che Eliau E. era in
stretto contatto con Guy M., il principale sospettato dell’indagine belga:
secondo gli inquirenti quest’ultimo avrebbe gestito tangenti per un valore
complessivo di 1,9 milioni di euro. Si tratta di un ex funzionario della difesa
belga ed ex dipendente della Nspa, che ha iniziato a lavorare come consulente
dopo aver lasciato l’agenzia nel 2021. Guy M. è stato arrestato all’aeroporto di
Bruxelles il 12 maggio scorso con l’accusa di appartenenza a un’organizzazione
criminale, corruzione e riciclaggio di denaro. Il sessantenne ha trascorso circa
sei mesi in custodia cautelare prima di essere rilasciato il mese scorso con un
braccialetto elettronico. Secondo una persona vicina alle indagini, Eliau E. e
Guy M. sono stati presentati dal turco Ismail Terlemez, un altro ex dipendente
della Nspa. Ora dirige Arca, una delle aziende di difesa in più rapida crescita
in Turchia, di cui è anche comproprietario. Terlemez è stato arrestato anche in
Belgio a maggio. Il 43enne avrebbe dovuto essere estradato negli Stati Uniti,
dove era in corso un’indagine parallela sulla corruzione negli appalti della
Nato. Ma quando l’indagine fu bruscamente interrotta a luglio, la richiesta di
estradizione decadde e Terlemez fu rilasciato.
L'articolo Scandalo appalti Nato, nel mirino il colosso israeliano Elbit
Systems: mandato d’arresto per un italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il decreto era stato inserito martedì mattina all’ordine del giorno del pre
consiglio dei ministri: proroga per tutto il 2026 degli aiuti militare
all’Ucraina. Ma dopo ore di discussioni e liti interne alla maggioranza di
governo, la norma ora è in forte bilico: secondo quanto risulta al Fatto,
potrebbe non entrare nell’ordine del giorno e quindi non andare nel Consiglio
dei ministri di giovedì.
Il motivo sarebbero le rimostranze della Lega di Matteo Salvini che ancora
martedì ha ribadito di voler chiedere all’Unione Europea di non mettere i
bastoni tra le ruote nelle trattative di pace tra Ucraina, Stati Uniti e Russia.
Nei giorni scorsi Salvini aveva anche ribadito di essere contrario a nuovi invii
di armi per evitare di “alimentare la corruzione” a Kiev. Un’escalation
comunicativa che ha messo in imbarazzo il governo.
Un mistero che in queste ore sta provocando uno scontro nell’esecutivo di
Giorgia Meloni. Martedì mattina il decreto che proroga gli aiuti all’Ucraina per
tutto il 2026 è stato messo nell’ordine del giorno del pre-Consiglio dei
ministri, cioè la riunione tecnica dei capi di gabinetto e capi legislativi dei
ministeri che precede le riunioni del governo. Diversi dirigenti leghisti però
hanno fatto sapere di non essere stati avvertiti del decreto e si sarebbe
attivato lo stesso Salvini per evitare uno scontro in Consiglio dei ministri: se
non c’è accordo meglio rinviare, sarebbe stato il senso dei suoi ragionamento.
Il senatore leghista Claudio Borghi al Fatto spiega chiaramente che non voterà
il decreto quando arriverà in Parlamento: “Ho detto l’anno scorso che quello
sarebbe stato l’ultimo decreto di invio armi che avrei votato, vista la
situazione le motivazioni che avevo espresso l’anno scorso non solo sono ancora
valide ma sono rafforzate. Da allora l’Ucraina ha perso solo vite e territori e
qualcuno ci ha guadagnato. Avevamo ragione su tutto”.
Dall’altra parte il ministro della Difesa Guido Crosetto – che la scorsa
settimana al Copasir per presentare il dodicesimo pacchetto aveva frenato sul
nuovo decreto – ha deciso di accelerare pensando addirittura di fare le
comunicazioni in aula sul provvedimento entro Natale e di convertirlo a inizio
anno in Parlamento. Con ogni probabilità però alla fine il decreto non sarà
approvato giovedì in Consiglio dei ministri.
L'articolo Le armi all’Ucraina e il no della Lega, il decreto per il 2026 ora è
in bilico: rischia di non andare in cdm proviene da Il Fatto Quotidiano.
Finora l’Ufficio nazionale (Nabu) e la Procura specializzata in materia di
anticorruzione (Sapo) non hanno mosso accuse formali nei suoi confronti. La
scorsa settimana Rustem Umerov, capo del Consiglio nazionale per la Sicurezza e
la Difesa dell’Ucraina, è stato interrogato come testimone nell’inchiesta
“Midas” che ruota attorno alla figura di Timur Mindich, ex socio di Volodymyr
Zelensky e considerato leader di un’organizzazione che ha incassato tangenti per
100 milioni di dollari. Il presidente ha scelto Umerov come capo delegazione nei
colloqui con gli Stati Uniti al posto di Andriy Yermak, capo dell’ufficio
presidenziale rimosso dopo la perquisizione subita nell’ambito della stessa
indagine. Anche Umerov, però, compare nelle carte dei magistrati per una vicenda
che risale al periodo in cui ricopriva la carica di ministro della Difesa.
Martedì 11 novembre il nome di Umerov è stato fatto da Serhiy Savytskyy,
inquirente della Procura specializzata anticorruzione, dinanzi all’Alta Corte
d’appello penale chiamata a decidere misure cautelari nei confronti di alcuni
indagati. “Nel corso del 2025, i fatti relativi alle attività criminali di
Mindich sono stati accertati (…) nel settore della difesa, attraverso la sua
influenza sul ministro della Difesa Umerov”.
Poche ore dopo Umerov, che ha guidato il dicastero fino al rimpasto di governo
di luglio quando è stato nominato segretario del Consiglio per la Sicurezza
Nazionale, ha ammesso su Facebook di aver incontrato Mindich: “In qualità di
ministro, ho incontrato regolarmente produttori e fornitori di attrezzature e
armi, nonché lobbisti e altri soggetti interessati. In particolare, c’è stato un
incontro con Timur Mindich, durante il quale è stata sollevata la questione dei
giubbotti antiproiettile. Alla fine, il contratto è stato risolto a causa della
non conformità del prodotto e nessuna consegna è stata effettuata”.
La vicenda è racchiusa in un’intercettazione dell’8 luglio 2025. Mindich parla
con Umerov e insiste perché l’Operatore statale della logistica, l’ente
responsabile delle forniture delle forze armate, accetti una partita di
giubbotti antiproiettile che non avevano superato i controlli di qualità. “Per
favore, non te ne andare… i giubbotti antiproiettile sono un sacco di soldi!”,
dice Mindich. “Fai solo in modo che firmino la ricezione, tutto qui. Per te è
solo una chiamata… Basta che dici: ‘non voglio più sentire Timur parlare dei
giubbotti, e io lo incontro due volte a settimana’”. “Risolvila, ti prego,
altrimenti sarà un casino”, insiste Mindich preoccupato per aver investito
nell’affare “metà dei miei soldi”. Umerov a quel punto sembra accettare: “Ho
capito… richiamerò e dirò di nuovo: ‘guardate, cosa devo fare perché lo
facciate?'”.
La “firma della ricezione” era fondamentale per Mindich perché senza il via
libera dell’Operatore della logistica le consegne non sono formalmente
riconosciute e non possono essere pagate. I giubbotti in questione sono prodotti
da un’azienda israeliana e il contratto, si legge sul sistema elettronico
nazionale per gli appalti pubblici, aveva un valore di “224.990.000,00 grivne”,
circa 4,6 milioni di euro. Secondo l’indagine, al 20 agosto la merce non era
stata consegnata e il 29 agosto l’Operatore ha informato l’azienda distributrice
che il contratto era stato annullato.
“Il contratto è stato annullato e poi risolto perché i rappresentanti del
Ministero della Difesa si sono rifiutati di accettare i giubbotti a causa della
loro scarsa qualità“, ha scritto il 19 novembre su Telegram Yuriy Gudymenko,
capo del Consiglio pubblico anticorruzione del ministero della Difesa, organo
creato nel 2023 per monitorare la regolarità delle forniture militari. Ora, ha
aggiunto Gudymenko, “serve un’indagine separata e più approfondita per fare luce
sulla condotta di alcuni rappresentanti dell’Operatore e del ministero della
Difesa, che potrebbero aver aiutato Mindich nei suoi tentativi di appropriarsi
dei contratti”.
L'articolo Ucraina, Umerov al posto di Yermak alla guida dei negoziati:
nell’inchiesta Midas è intercettato mentre parla di un appalto con il “capo”
della banda delle tangenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono in conflitto di interesse, ma vi dico chiaramente che se c’è un momento in
cui bisogna investire sulla difesa, è questo perché non sta finendo la guerra,
sta iniziando la guerra nuova“. Parola di Roberto Cingolani, amministratore
delegato di Leonardo, campione nazionale nel settore difesa e aerospazio. L’ex
ministro della Transizione Ecologica nel governo Draghi (sponsorizzato al tempo
da Beppe Grillo) ha perorato l’acquisto di armi e strumenti di difesa durante la
presentazione del Michelangelo Dome, una tecnologia basata sull’intelligenza
artificiale. Nel contesto della guerra in Ucraina, Cingolani ha citato “18.000
casi di attacco ibrido all’anno nelle grandi nazioni”, prima di mettere in
guardia: “I prossimi anni di pace apparente potrebbero essere gli anni necessari
a chi attacca da sempre per sviluppare armi che sono difficili da
neutralizzare”, aggiunge.
Cingolani l’ha detto in premessa: “sono in conflitto di interessi”. Lunedì
scorso Leonardo ha ceduto in borsa il 2,2%, ma non è stata la sola. L’indice del
settore, lo Stoxx Aerospace & Defence, ha iniziato la settimana perdendo l’1,7%,
dopo il -3% di venerdì, toccando i minimi da fine agosto. Il pressing degli
Stati uniti per chiudere il conflitto in Ucraina ha rallentato la corsa dei
titoli della difesa europei. L’indice europeo in una settimana è arretrato del
7,8 per cento. Ma giova ricordare come l’indice Stoxx Europe Total Market
Aerospace & Defense, resta su livelli superiori di quasi il 200% rispetto a
quelli precedenti l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022.
Nel suo discorso, Cingolani ha ricordato come “la pace va difesa, ma ha un
costo, non è gratuita”. Se in futuro “il discorso diventasse serio, quello che
temono ali servizi segreti, dovremo essere pronti a proteggere i nostri paesi,
lo standard della vita occidentale”, ha proseguito il manager di Leonardo. Che a
un certo punto ha virato su toni apocalittici: secondo Cingolani l’Occidente
dovrà unire le forze per realizzare delle tecnologie adeguate, “sennò ci
sterminano“. Il motivo, secondo il manager? L’assenza di scrupoli del nemico.
“Noi abbiamo ancora dei vincoli etici che vogliamo rispettare e non
sacrificheremo mai mille giovani al giorno – ha dichiarato l’amministratore
delegato di Leonardo – mentre i nostri avversari se ne fregano”. Dunque,
conclude Cingolani, “se noi intendiamo rispettare le regole di etica della
civiltà occidentale, noi dobbiamo mettere su queste tecnologie, sennò ci
sterminano“. Eppure non viene mai nominata la Russia.
L'articolo Cingolani (Leonardo) si lecca i baffi: “La guerra non sta finendo,
buon momento per investire sulla difesa. Altrimenti ci sterminano” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il pressing degli Stati Uniti per chiudere il conflitto in Ucraina affonda i
titoli della difesa europei. L’indice del settore, lo Stoxx Aerospace & Defence,
alle 12 perde il 3,4% dopo il -3% di venerdì, toccando i minimi da fine agosto.
Washington come è noto ha presentato a Kyiv un piano in 28 punti che recepisce
diverse richieste russe, tra cui la cessione a Mosca di Crimea, Luhansk e
Donetsk e un limite all’espansione delle forze armate ucraine. Volodymyr
Zelensky ha detto di essere pronto a lavorarci “in maniera costruttiva e
onesta”, ma senza cedere sugli interessi ucraini. Nel fine settimana la Ue ha
poi avanzato una controproposta con condizioni migliori per l’Ucraina, che
aderirebbe all’Unione e a cui non sarebbe precluso l’accesso alla Nato.
L’indice europeo del settore in una settimana ha lasciato sul terreno il 7,6%.
Lunedì l’italiana Leonardo cede il 2,5%, Hensoldt il 3,85%, Rheinmetall il 4,3%,
il fornitore di componenti per la difesa Renk altrettanto. A Londra, Bae Systems
perde oltre il 2%, la svedese Saab oltre il 3%, la francese Thales il 2,6%.
Va però ricordato che lo Stoxx Europe Total Market Aerospace & Defense, che
comprende titoli come Airbus, Safran, Bae Systems e la stessa Leonardo, resta su
livelli superiori di quasi il 200% rispetto a quelli precedenti l’invasione
russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. All’epoca era intorno agli 850 punti, oggi
viaggia sui 2.500. Il comparto, evidenziano gli osservatori, ha fondamentali
solidi e in un contesto geopolitico sempre più teso ci sono tutte le premesse
perché le quotazioni tornino a salire. Gerry Fowler, strategist di UBS, parlando
con Reuters sottolinea che i titoli della difesa restano “la parte più costosa e
affollata del mercato”, fattore che aumenta la volatilità.
In una nota, la settimana scorsa, JP Morgan ha definito l’ondata di vendite un
“punto d’ingresso interessante” nel comparto. In pratica, per gli analisti i
prezzi sono scesi abbastanza da rendere convenienti nuovi acquisti. Per la banca
d’affari il piano americano non è accettabile per Kyiv né per gli alleati
europei. E se Washington riuscisse comunque a imporlo, ipotesi giudicata
improbabile, equivarrebbe a una vittoria per Mosca, con l’effetto di spingere la
spesa militare europea ancora più su e più rapidamente del previsto.
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difesa. Ma da febbraio 2022 l’indice europeo è salito del 200% proviene da Il
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