Un uomo di 87 anni è deceduto questa mattina a Cascina, in provincia di Pisa,
poco dopo aver votato al referendum sulla giustizia. L’episodio è avvenuto
intorno alle 10.45 davanti alla scuola elementare di Musigliano, sede del seggio
numero 33. Secondo le prime ricostruzioni, l’anziano aveva appena terminato di
votare quando ha accusato un malore improvviso e si è accasciato a terra. Sul
posto sono intervenuti immediatamente i soccorsi, ma ogni tentativo di
rianimarlo si è rivelato vano.
Carabinieri e polizia municipale hanno raggiunto la scuola per effettuare i
rilievi e coordinare le indagini. Al momento non sono disponibili ulteriori
dettagli sulle cause del decesso, che appare legato a un malore improvviso. La
tragedia ha colpito la comunità locale, che stamattina era impegnata nelle
operazioni di voto. Il seggio ha continuato a funzionare regolarmente, sotto la
supervisione delle autorità, mentre gli accertamenti proseguono.
L'articolo Malore dopo aver votato al seggio per il referendum: 87enne muore a
Cascina (Pisa) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Fermare i transiti di morte significa lottare per la pace e per le proprie
condizioni di lavoro”. Con queste intenzioni, nel tardo pomeriggio di ieri, un
centinaio di attivisti contro la guerra si è seduto sulle rotaie del binario 3
della stazione di Pisa per fermare il passaggio di un convoglio di 32 vagoni
carichi di mezzi militari e container di armamenti diretto a Palmanova in
provincia di Udine.
“Non saranno i lavoratori e le lavoratrici a pagare il prezzo del riarmo e della
guerra”, così i manifestanti, in gran parte aderenti al movimento contro la base
militare di Coltano nel Parco di San Rossore, hanno bloccato la linea per oltre
quattro ore. Dopo una lunga trattativa, alle 23 il treno ha fatto dietrofront
verso Livorno e gli attivisti, fino a quel momento circondati dalle forze
dell’ordine in tenuta antisommossa, hanno sciolto il blocco.
“Fermiamo il treno della morte”: l’appello era stato lanciato nel pomeriggio di
ieri dall’Unione sindacale di base (Usb) a Livorno e, dopo un primo presidio
alla stazione di Calambrone, altri iscritti al sindacato e attivisti contro la
guerra hanno raggiunto la stazione di Pisa, rendendo possibile il blocco del
materiale bellico. In parallelo, l’Usb ha proclamato uno sciopero specifico per
le operazioni di carico, scarico e trasporto degli armamenti, rivolto ai
lavoratori coinvolti della Jsw Steel Italy Piombino, il gruppo siderurgico dove,
secondo il sindacato, una parte del materiale è transitata prima di essere
caricata sul treno, e ai macchinisti di Mercitalia Rail, società cargo del
gruppo FS, per consentire loro di rifiutarsi di movimentare il convoglio.
“Il carico è destinato al porto di Monfalcone, dove sarà probabilmente imbarcato
verso qualche teatro di guerra”, aveva spiegato l’Usb, che ne ha ricostruito la
provenienza: “Questi mezzi militari e i container contenenti armamenti, e
ipotizziamo anche materiale esplosivo, sono arrivati mercoledì 11 marzo al porto
di Piombino a bordo di una nave del ministero della Difesa”. Secondo il
sindacato, una parte del materiale sarebbe stata trasferita all’interno dello
stabilimento siderurgico di Piombino prima di essere caricata su rotaia. A
movimentare gli armamenti sul convoglio, ricostruisce ancora l’Usb, sono stati
lavoratori della Jsw Steel Italy Piombino e della società Piombino Logistics,
malgrado lo “sciopero immediato” proclamato dalla stessa sigla sindacale di base
“per permettere ai macchinisti di rifiutarsi di movimentare il carico di morte”.
L'articolo Pisa, manifestanti bloccano convoglio con mezzi militari: “Non
pagheremo il prezzo del riarmo”. Treno costretto a tornare a Livorno proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Doveva essere una tranquilla serata casalinga, di quelle in cui si prepara un
piatto gustoso. Il profumo avvolgente del brodo caldo, l’aroma inconfondibile
dei funghi porcini secchi appena rinvenuti nell’acqua, la morbidezza della
mantecatura finale. Invece, per una quarantenne di Pisa, quella sera di marzo
del 2021 si è trasformata in un incubo in una frazione di secondo. Proprio
mentre assaporava la prima, calda forchettata del suo risotto, pregustandone la
morbidezza, un “crack” improvviso e sordo ha interrotto la cena. Un dolore
lancinante le ha attraversato la bocca: nascosti tra i chicchi e i funghi,
c’erano dei piccoli sassolini. La masticazione è stata fatale, mandando in
frantumi due denti e facendo saltare irrimediabilmente un intero ponte dentale.
Da quel dolore fisico è nata una complessa e amara odissea legale, culminata nei
giorni scorsi con una sentenza che ha lasciato la donna letteralmente con
l’amaro in bocca.
IL DANNO ECONOMICO E LA RICHIESTA DI RISARCIMENTO
La sera stessa dell’incidente, la donna è stata costretta a ricorrere alle cure
del medico di guardia. Ma la doccia fredda è arrivata il giorno successivo sulla
poltrona del dentista: di fronte ai danni riportati, la soluzione medica
necessaria era l’inserimento di impianti dentali, una delle procedure
odontoiatriche più complesse e costose. Il preventivo presentato ammontava a
circa 8 mila euro. Convinta di aver subito un grave torto a causa di un prodotto
difettoso, la donna ha deciso di intraprendere le vie legali. Ha così citato in
giudizio sia la nota catena di supermercati dove aveva fatto la spesa, sia la
ditta produttrice della confezione di funghi porcini secchi, chiedendo un
risarcimento congruo ai danni fisici ed economici subiti.
LA DIFESA: “POTEVA ESSERE UN SASSO NEL RISO”
Arrivati in aula, i legali del punto vendita e dell’azienda produttrice hanno
fatto fronte comune, smontando pezzo per pezzo la ricostruzione della
querelante. La linea difensiva si è basata su un principio logico inattaccabile:
l’impossibilità di stabilire con assoluta certezza la provenienza del corpo
estraneo. Gli avvocati hanno sottolineato come nulla escludesse che il sassolino
potesse provenire dalla confezione del riso utilizzato per la preparazione,
piuttosto che da quella dei funghi. Hanno inoltre evidenziato che l’inglobamento
del sasso nel fungo non fosse una circostanza dimostrata e che, in ogni caso,
una simile contaminazione avrebbe potuto verificarsi anche in modo accidentale
durante le fasi di cottura e preparazione sui fornelli di casa.
LA SENTENZA DEL TRIBUNALE: MANCA LA PROVA OGGETTIVA
Le argomentazioni della difesa hanno convinto pienamente la giudice Teresa
Guerrieri del Tribunale civile di Pisa, che ha rigettato il ricorso della donna.
Nelle motivazioni della sentenza, si legge chiaramente come manchi la prova
fondamentale che il corpo estraneo fosse effettivamente contenuto all’interno
della confezione sigillata dei porcini al momento dell’acquisto. A pesare sulla
decisione è stata la natura stessa della pietanza. Il giudice ha fatto notare
che i funghi secchi non sono un alimento “pronto al consumo”, ma richiedono una
lunga e articolata preparazione domestica fatta di fasi di ammollo, risciacquo,
manipolazione e successiva cottura insieme al riso. Tutti passaggi che prevedono
mescolamenti in cui, oggettivamente, non si possono escludere contaminazioni
esterne derivanti dall’ambiente della cucina o da altri ingredienti.
Nemmeno la testimonianza della persona che stava cenando con lei è riuscita a
ribaltare l’esito della causa. Il commensale ha confermato davanti al giudice di
aver visto la donna sputare un fungo e di aver constatato la presenza del
sassolino. Tuttavia, il tribunale ha ritenuto questo racconto insufficiente: il
testimone non aveva assistito personalmente all’apertura della busta dei
porcini, rendendo impossibile affermare con certezza matematica che il sasso si
trovasse già lì dentro. La ricostruzione della donna è rimasta dunque priva del
necessario riscontro oggettivo. Oltre al danno fisico e al salatissimo conto del
dentista, la malcapitata ha dovuto subire anche la beffa giudiziaria: il
Tribunale l’ha infatti condannata a rimborsare circa 3 mila euro di spese legali
alle controparti.
L'articolo C’è un sasso nel risotto ai funghi e si rompe i denti mangiandolo,
40enne fa causa ma il giudice le dà torto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ultima contro ultima, scelte drastiche e aria di disperazione. In fondo alla
classifica di Serie A, Hellas Verona e Pisa provano a scuotere una stagione che
fin qui ha restituito più segnali negativi che speranze concrete. Entrambe
appaiate a quota 14 punti, lontane quattro lunghezze dalla zona salvezza, le due
squadre sembrano chiamate a un’impresa complicata anche alla luce di rose che,
per qualità e profondità, appaiono poco attrezzate per una rimonta.
L’ultima notizia arriva da Verona: l’Hellas ha deciso ufficialmente di cambiare
rotta esonerando Paolo Zanetti dopo una serie di prestazioni giudicate
allarmanti. Le sconfitte contro Udinese e Cagliari hanno mostrato una squadra
smarrita e priva di reazione, spingendo la società a interrompere il rapporto
con il tecnico. In attesa di un nuovo allenatore, la guida della squadra è stata
affidata temporaneamente a Paolo Sammarco, tecnico della Primavera. Tra i
profili valutati per la successione spicca quello di Roberto D’Aversa,
allenatore esperto di lotte salvezza, mentre resta libero anche Marco Giampaolo,
nome che circola sul mercato delle panchine.
Scenario simile, ma con una scelta decisamente più sorprendente, a Pisa.
L’esonero di Alberto Gilardino non era inizialmente nei piani ed è maturato solo
dopo lunghe riflessioni, senza che ci fosse un’alternativa pronta. La prima idea
dei dirigenti toscani è stata proprio Giampaolo, ma la trattativa non è andata a
buon fine. Da qui la decisione di guardare oltreconfine e virare su un profilo
inatteso come quello di Oscar Hiljemark.
Lo svedese, ex centrocampista con un passato in Serie A tra Palermo e Genoa, è
attualmente allenatore dell’Elfsborg e avrebbe già dato il proprio assenso al
ritorno in Italia, in attesa di essere liberato dal club scandinavo. Hiljemark
ha intrapreso giovanissimo la carriera da tecnico dopo il ritiro a soli 28 anni,
imposto da continui problemi fisici. Una scommessa che racconta tutta l’urgenza
del momento vissuto dal Pisa, chiamato ora a giocarsi il tutto per tutto. Il
destino, intanto, mette subito di fronte le due squadre: venerdì sera al
Bentegodi andrà in scena uno scontro diretto che ha il sapore dell’ultima
occasione. Per Verona e Pisa, più che una partita, un esame di sopravvivenza.
Con due nuovi allenatori in panchina.
L'articolo Rivoluzione in zona retrocessione: il Verona esonera Zanetti, il Pisa
sceglie lo svedese Hiljemark proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due sconfitte pesanti consecutive (una contro l’Inter), dodici partite senza
vittoria e l’ultimo (e anche unico) successo che risale al 7 novemnbre (1-0
contro la Cremonese). Alberto Gilardino è stato esonerato dal Pisa dopo la
sconfitta contro il Sassuolo per 1-3 in casa. Un esonero che era nell’aria da
diverse settimane e che la società pisana ha ufficializzato nella serata di
sabato 31 gennaio. Adesso il favorito per succedere a Gilardino è Marco
Giampaolo, allenatore che nell’ultimo campionato è subentrato sulla panchina del
Lecce e ha ottenuto la salvezza nel finale di campionato, ma non è stato poi
riconfermato. In precedenza le ultime avvenure di Giampaolo non erano state
positive: tre esoneri consecutivi tra Milan, Torino e Sampdoria dopo gli ottimi
campionati precedenti sulla panchina ancora della Sampdoria e dell’Empoli.
Gilardino paga senza dubbio i risultati negativi, ma anche una rosa sicuramente
non all’altezza, che fa fatica a competere per la salvezza in Serie A. Il Pisa
si trova a quattro punti dalla zona salvezza – è tutto ancora in gioco – ma solo
perché le altre non corrono. La squadra ha mostrato limiti evidenti in diversi
reparti, soprattutto in quello difensivo (40 gol subiti, solo il Verona ha fatto
peggio) e ha vinto una sola partita in 23 disputate. Nonostante diversi acquisti
nel mercato di gennaio (tra cui Durosinmi e Stojilkovic in attacco), nel 2026
sono arrivate tre sconfitte e tre pareggi.
Giampaolo è il favorito, ma è stato sondato anche Roberto D’Aversa, allenatore
che a ottobre 2025 ha risolto consensualmente il suo contratto con l’Empoli dopo
la retrocessione in Serie B dello scorso anno. Già in giornata il Pisa dovrebbe
sciogliere gli ultimi dubbi e chiudere l’accordo con il nuovo allenatore.
L'articolo Pisa, esonerato Gilardino: al suo posto il favorito è Giampaolo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Contratto non rinnovato”. Il messaggio Whatsapp è arrivato il 31 dicembre alla
stragrande maggioranza dei lavoratori interinali del magazzino AFS-BRT di
Madonna dell’Acqua, in provincia di Pisa. I dipendenti coinvolti, che avevano
partecipato allo sciopero del 18 novembre, hanno ricevuto la comunicazione che
quello sarebbe stato il loro ultimo giorno di contratto. Al loro posto,
l’azienda ha inserito nuovi lavoratori interinali per svolgere le stesse
identiche mansioni. Proprio per questo, la mattina dell’8 gennaio, è ripartita
la mobilitazione con uno sciopero di un’ora e un presidio davanti ai cancelli
della struttura.
“Nonostante gli impegni presi dall’azienda, i lavoratori interinali che hanno
partecipato allo sciopero del 18 novembre non hanno ottenuto il rinnovo del
contratto oltre il 31 dicembre. Al loro posto sono stati inseriti nuovi
lavoratori interinali, utilizzati per svolgere le stesse identiche mansioni”,
denuncia il sindacato Multi in una nota. A mobilitarsi, in solidarietà dei
lavoratori esclusi, sono stati anche i loro colleghi. Per Diritti in Comune si
tratta di una “decisione che colpisce volutamente chi, nelle scorse settimane,
si era mobilitato per difendere i propri diritti e pretendere condizioni di
lavoro dignitose”. Il gruppo politico definisce l’episodio “gravissimo” e parla
apertamente di “vera e propria ritorsione nei confronti di chi ha denunciato una
forma di sfruttamento e si è organizzato attraverso la lotta sindacale”.
La vicenda si inserisce nel quadro della lunga mobilitazione iniziata a
novembre, quando otto giorni di sciopero avevano portato a un accordo con
l’intermediazione del sindaco di San Giuliano Terme, Matteo Cecchelli. Ma la
protesta non riguarda solo i contratti. Il sindacato Multi denuncia anche che
“l’azienda continua a non rispettare gli accordi anche in relazione al premio di
produzione e il premio natalizio, premi che devono essere riconosciuti a tutti i
lavoratori, con calcolo basato sulle ore effettivamente lavorate, senza
discriminazioni”. Questioni che erano già state al centro della vertenza di
novembre e che, secondo i lavoratori, rimangono irrisolte. Il sistema che viene
denunciato ha radici profonde: “Da oltre un anno l’agenzia di somministrazione
Universo fornisce manodopera ad AFS, appaltatrice di BRT per il servizio di
picking, attraverso contratti a termine della durata di un solo mese, rinnovati
sistematicamente”, spiega Diritti in Comune.
Un meccanismo che produce “precarietà e ricattabilità, finalizzato a risparmiare
sul costo del lavoro e a garantire stipendi bassissimi, tra i 450 e i 600 euro
al mese”. Secondo la testata locale QuiNewsPisa.it l’azienda respingerebbe le
accuse e non riconosce il sindacato Multi come rappresentativo. Ma per i
lavoratori e i loro sostenitori, il problema va oltre il riconoscimento
sindacale. C’è una questione di fondo che riguarda l’applicazione del Piano
Galileo, il piano aziendale di rilancio che BRT aveva promesso dopo essere stata
“per anni sotto amministrazione giudiziaria per caporalato e frode”.
Il piano prevedeva di “stabilizzare i dipendenti e risanare gli appalti”, ma non
verrebbe applicato equamente in tutti gli stabilimenti. Le richieste formulate
sono chiare: “Rinnovo e tutela dei contratti interinali; rispetto degli accordi
su premi e indennità; applicazione del Piano Galileo anche a Madonna dell’Acqua;
continuità occupazionale e dignità del lavoro”. Secondo Diritti in Comune.
“L’attacco diretto contro i lavoratori interinali che hanno protestato lancia un
messaggio gravissimo, che va respinto con forza: chi si organizza sindacalmente
deve essere marginalizzato ed espulso dallo stabilimento”.
L'articolo Lasciati a casa con un messaggio Whatsapp per aver scioperato. Nuova
protesta alla Brt di Pisa per i dipendenti interinali non confermati proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Pisa-Juventus è anche la partita di Louis Thomas Buffon. L’attaccante nerazzurro
figlio del portiere leggenda bianconera. Difficilmente lo si vedrà in campo,
anche se il 17enne è già stabilmente in prima squadra e ha esordito in Serie A.
Una traiettoria diversa da quella del padre Gigi, non solo per il ruolo. Louis
Thomas infatti è partito dalla Juve e ha deciso di lasciarla quando era ancora
un bambino. Mentre per ora ha scelto la Nazionale della Repubblica Ceca per
evitare le pressioni della maglia azzurra.
La decisione di vestire la maglia ceca è stata spiegata dallo stesso Louis
all’epoca della prima convocazione con l’Under 18: “Ho parlato con la mia
famiglia e insieme abbiamo deciso che sarebbe stato meglio per la carriera
calcistica e per il mio sviluppo giocare per la Repubblica Ceca”. Una scelta
maturata con lucidità e non definitiva: per ora ha prevalso la nazionalità della
mamma, Alena Seredova. Ma c’è ancora tempo per scegliere l’Italia, semmai
arriverà una convocazione in Nazionale maggiore.
Sul percorso del figlio è intervenuto più volte anche Buffon padre, chiarendo il
peso del cognome e le difficoltà iniziali. Raccontando l’esperienza alla
Juventus da bambino, l’ex portiere ha ricordato: “Lui inizia a giocare che aveva
8 anni e me lo chiede la Juve. Lui dopo un anno e mezzo mi fa: ‘Papà, non mi
diverto più’”. Una fase complessa, segnata da ritmi intensi e da una pressione
precoce. “A quell’età c’è bisogno di libertà, di vita sociale”, ha spiegato
Buffon, accompagnando il figlio nella scelta di fermarsi. Quando l’esperienza
bianconera si è chiusa definitivamente, il messaggio è stato netto: “Tu torni a
casa però con la Juve ci mettiamo una pietra sopra”.
Il distacco dal calcio è stato lungo. “Lui per quattro anni, anche per
ribellione, non fa niente”, ha raccontato Buffon, sottolineando come Louis sia
arrivato ai 14 anni con tempi di maturazione molto diversi dai suoi: “Io a 14
anni ero già in giro per l’Italia e l’Europa con la Nazionale”. La ripartenza è
arrivata dalla CBS – nota squadra amatoriale di Torino – e poi dal Pisa, fino
all’esordio tra i professionisti. Anche la scelta della nazionale è stata
ponderata per proteggerlo: “In azzurro il peso del cognome l’avrebbe
schiacciato, avrebbero potuto dire che era un raccomandato”, ha spiegato Buffon.
“Così, invece, avrà modo di gestirsi con serenità. E, quando avrà l’età, nulla
gli impedirà di scegliere l’Italia”. Ora Louis Thomas Buffon è alla vigilia dei
18 anni, già protagonista tra i grandi e con una storia ancora tutta da
scrivere. Partendo, chissà, da questo Pisa-Juve.
L'articolo “Tu torni a casa però con la Juve ci mettiamo una pietra sopra”:
quando Louis Thomas Buffon lasciò Vinovo. Oggi sogna col Pisa proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La Lazio potrà tornare a fare regolarmente mercato nella prossima sessione
invernale. Secondo quanto si apprende, il club biancoceleste ha rispettato i
parametri richiesti dalla commissione indipendente che monitora i conti delle
squadre professionistiche e potrà quindi operare senza alcuna limitazione.
Napoli e Pisa invece potranno fare mercato, ma solo se ogni acquisto sarà
compensato da una cessione.
Il club biancoceleste dalla scorsa estate infatti aveva il blocco del mercato,
in quanto a giudicare i conti delle società di calcio è una Commissione
governativa che si basa sugli stessi parametri dell’Uefa. Per operare sul
mercato i club devono rispettare tre indici: quello di liquidità (rapporto tra
attività e passività correnti) quello di indebitamento (rapporto tra debiti e
ricavi) e quello del costo del lavoro allargato (rapporto tra costo del lavoro e
ricavi). La Lazio li aveva sforati tutti e tre e così si era ritrovata col
mercato completamente bloccato.
COSA SIGNIFICA MERCATO A SALDO ZERO
Sia il Napoli che il Pisa potranno operare nella sessione invernale 2026 solo
con acquisti e cessioni a “saldo zero“, ovvero ogni nuovo acquisto dovrà essere
compensato da una cessione per non incrementare il costo del lavoro, a causa
delle normative sui bilanci vigenti. Questa regola impone che i club non possano
spendere denaro fresco per i trasferimenti, ma devono bilanciare entrate e
uscite.
Ciò significa che se il Napoli o il Pisa vorranno acquistare un giocatore,
dovranno prima cedere un altro giocatore per un valore economico simile,
mantenendo il budget invariato. Non è possibile fare acquisti “a fondo perduto”
(cioè spendere soldi per un nuovo giocatore senza vendere nulla). Ciò è avvenuto
perché è stato appurato che il costo del lavoro allargato ha superato la soglia
dell’80% (indicatore costo lavoro allargato/ricavi inferiore a 0,8) e ha
disposto la limitazione sul mercato di gennaio.
Essendo la prima infrazione per entrambe da quando è entrato in vigore questa
nuova regola, è stata disposta la “semplice” limitazione, invece che il blocco
totale. Quest’ultimo sarà applicato nel caso in cui un club si trovasse al di
sopra del criterio per due sessioni consecutive e l’infrazione fosse maggiore
rispetto a quella fatta registrare nel primo caso.
L'articolo La Lazio potrà fare mercato nella prossima sessione: rispettati i
parametri. Napoli e Pisa solo a “saldo zero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un tentativo di estorsione ai danni di un ragazzino ha portato a un inseguimento
dei carabinieri che hanno sparato contro un’auto in fuga. È stata aiuto della
madre, che ha fatto scattare l’intervento dei militari che hanno arrestato un
20enne. È tutto avvenuto in provincia di Pisa.
La donna si è rivolta direttamente al comandante della stazione dei carabinieri
di Buti, in provincia di Pisa, per segnalare che il figlio minorenne era appena
stato vittima della rapina del telefono cellulare. Al ragazzo sarebbe stato
sottratto lo smartphone e, per riaverlo, gli sarebbe stato chiesto di consegnare
mille euro. Il pagamento sarebbe dovuto avvenire durante un appuntamento fissato
con due giovani più grandi di lui.
Raccolta la denuncia, i militari hanno immediatamente avviato gli accertamenti e
si sono spostati a Bientina, dove hanno individuato due persone che stavano
accerchiando il minorenne. A quel punto i carabinieri si sono qualificati, ma i
due giovani sono fuggiti: uno si è allontanato a piedi riuscendo a far perdere
le proprie tracce, l’altro, un 20enne di nazionalità albanese, è salito in auto
e si è dato alla fuga.
Durante la partenza, il giovane alla guida ha investito uno dei carabinieri e si
è allontanato a forte velocità. È iniziato così un inseguimento che si è
protratto per diversi chilometri, da Bientina fino a Montopoli Valdarno. Nel
corso della fuga, un militare ha esploso cinque colpi di pistola contro
l’autovettura a scopo intimidatorio: due proiettili hanno colpito il 20enne a
una spalla.
Nonostante la ferita, il giovane ha continuato a guidare per alcuni chilometri
prima di fermarsi a Montopoli Valdarno, dove ha chiesto soccorso. Trasportato in
ospedale, è stato ricoverato al San Giuseppe di Empoli, dove si trova piantonato
e in stato di arresto. Le sue condizioni non sono considerate gravi.
Il carabiniere investito è stato invece medicato al pronto soccorso di Pontedera
e ha riportato ferite giudicate guaribili in cinque giorni. Il 20enne arrestato
deve rispondere delle accuse di rapina, tentata estorsione, resistenza e
violenza a pubblico ufficiale.
L'articolo Rapinano il cellulare a un ragazzino e chiedono un riscatto: 20enne
arrestato dopo fuga con sparatoria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo otto giorni di mobilitazione, i lavoratori del magazzino AFS-BRT di Madonna
dell’Acqua, in provincia di Pisa, hanno ottenuto un accordo con l’azienda.
L’annuncio è arrivato dal sindaco di San Giuliano Terme, Matteo Cecchelli, che
fin dall’inizio della protesta ha svolto un ruolo di mediazione tra le parti:
“Un risultato significativo che permette a tutte le persone coinvolte di tornare
al lavoro”, ha dichiarato il primo cittadino alla stampa locale, impegnandosi a
“fare da garante per l’applicazione concreta di quanto concordato”.
Lo sciopero, proclamato dal sindacato MULTI con l’adesione del 100% dei
magazzinieri e di molti autisti, era nato per denunciare condizioni di lavoro
che i dipendenti definivano inaccettabili. Secondo quanto riportato dai
manifestanti, l’azienda non riconoscerebbe le ore effettive di lavoro:
“Contratti di due ore che diventano giornate da sei o sette, con il resto pagato
come straordinario”, si legge in un comunicato. Una forma di sfruttamento che
lasciava i lavoratori nell’incertezza: “Non sai mai quanto guadagnerai e se ti
ammali non lavori e non prendi nulla”. Ma le rivendicazioni non si fermavano
alle irregolarità contrattuali. I dipendenti denunciavano anche gravi problemi
di sicurezza all’interno del magazzino, dove sarebbero presenti “fili elettrici
scoperti, con infiltrazioni d’acqua quando piove”.
A questo si aggiungevano accuse di “violenza verbale, discriminazione e
razzismo”, soprattutto nei confronti dei lavoratori migranti. Secondo la
consigliera comunale Giulia Contini di Diritti in Comune, presente al presidio,
“l’azienda risponde soltanto ‘se non ti piace, cambia lavoro’, come se chi
lavora fosse sostituibile da chi ha più fame”. La risposta dell’azienda alla
mobilitazione è stata immediata e dura: lo stesso giorno dell’inizio dello
sciopero, AFS ha inviato “contestazioni disciplinari a otto lavoratori che
avevano denunciato la mancanza di sicurezza nel magazzino, e con la sospensione
dal lavoro del nostro delegato sindacale”, come denunciato dai lavoratori
stessi. Il 21 novembre, al presidio è arrivata la Polizia. Secondo il sindacato
MULTI, l’intervento sarebbe stato richiesto dal privato con l’intento di
“sostituire i lavoratori per far passare le merci nonostante lo sciopero”.
Un episodio che Diritti in Comune ha definito “fatto gravissimo, inaudito ed
ingiustificabile”, denunciando come “decidere di inviare un reparto della celere
contro un picchetto di operai in sciopero è qualcosa di nuovo e preoccupante
nella nostra città”. Il giorno precedente, un incontro in Prefettura tra le
parti si era concluso con un nulla di fatto. Domenica 23 novembre era stata
indetta un’assemblea pubblica al presidio. L’azienda, da parte sua, aveva
respinto tutte le accuse, definendole diffamatorie e annunciando querele. Ma la
mobilitazione dei lavoratori ha avuto eco anche a livello istituzionale. Dopo un
incontro tra il sindaco, i lavoratori in sciopero e i rappresentanti
dell’azienda è stato annunciato l’accordo.
La vicenda solleva però interrogativi più ampi sul sistema degli appalti nella
logistica. Come hanno sottolineato Diritti in Comune e Rifondazione Comunista,
che hanno portato il tema in Consiglio comunale. I lavoratori in sciopero, nella
loro dichiarazione pubblica, hanno ricostruito la propria battaglia: “Da molti
anni lavoriamo in appalto per la multinazionale BRT, sia in magazzino sia su
strada come autisti”. Un riferimento particolare è andato al passato di BRT,
“per anni sotto amministrazione giudiziaria per caporalato e frode”. Con il
piano Galileo, l’azienda “aveva promesso di stabilizzare i dipendenti e risanare
gli appalti”. La lotta di Madonna dell’Acqua si inserisce proprio in questo
quadro di richiesta di applicazione concreta di quegli impegni.
L'articolo La vittoria degli operai dell’appalto di Brt dopo 8 giorni di
sciopero per contratti e condizioni di lavoro: “Trovato l’accordo” proviene da
Il Fatto Quotidiano.