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L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche)
I giganti tecnologici americani entrano ufficialmente nel mirino dei missili e dei droni iraniani, perché Teheran li considera parte integrante ed essenziale della macchina bellica americana. L’antipasto era stato servito il 3 marzo, quando velivoli senza pilota (manovrati a distanza) avevano attaccato 3 data center di Amazon in Bahrein e negli Emirati Arabi. L’11 marzo Tasmin, l’agenzia di stampa degli Ayatollah, ha incluso sedi, uffici e infrastrutture dei colossi americani tra i legittimi obiettivi militari del regime. “Con l’espansione della guerra regionale, la portata diventa gradualmente più ampia”, si legge nel documento. La lista dei potenziali bersagli ora include Google, Amazon, Microsoft, Nvidia, IBM, Oracle e Palantir. A rischio le sedi di lavoro, i data center e i centri di ricerca, le infrastrutture, ovunque siano, in Israele e nei Paesi del Golfo, comprese Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. L’USO MILITARE DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CLOUD: I PRECEDENTI A GAZA E IN VENEZUELA Per la prima volta Big tech è un obiettivo di guerra, come mai? “La fusione quasi organica, dei giganti tecnologici con l’esercito americano, è un dato di fatto e viene ostentata senza alcun pudore”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, esperto di difesa e sicurezza informatica. Quali sono le tecnologie decisive sui nuovi campi di battaglia? “Intelligenza artificiale e cloud per archiviare dati – dice il docente dell’università di Bologna – gli stessi strumenti vitali anche per la vita quotidiana dei cittadini lontani dal fronte”. L’uso militare delle tecnologie civili, del resto, era stato già avviato da Israele, innescando il boicottaggio contro Microsoft per i servizi cloud utili anche a bombardare Gaza. Sull’onda delle proteste Redmond capitolò, revocando all’esercito di Tel Aviv la licenza del pacchetto software Azure. Ma l’uso bellico dell’Intelligenza artificiale, sostenuta dai dati nella “nuvola”, è stato adottato da Trump anche per catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro, secondo il Wall street journal. “SEPARARE DATA CENTER BELLICI DA QUELLI CIVILI” Nell’operazione a Caracas, il Pentagono avrebbe utilizzato l’Ia di Anthropic con i servizi cloud di Palantir. “Questa è una delle novità assolute di Donald Trump, il ricorso all’Intelligenza artificiale per scegliere obiettivi militari, e decidere quando e come colpirli”, dice Colajanni. Ma il rischio è di assottigliare la distanza tra guerra e società civile. “L’Iran ha già colpito i data center di Amazon, mandando in tilt anche i servizi essenziali per la vita quotidiana”, ricorda l’accademico. Le conseguenze? Stop ai servizi digitali bancari e di pagamento nell’area del Golfo, secondo l’emittente Usa Cnbc. Per tutelare le persone lontane dal fronte, sarebbe utile separare data center ad uso civile da quelli militari? “Certo che gioverebbe ma fino ad ora non si fa, anche perché mescolare i servizi aiuta a nascondere l’uso militare”, commenta l’esperto. Per comprendere meglio le conseguenze dell’attacco iraniano al data center di Amazon, chiediamo a Pierguido Iezzi, direttore Cyber Maticmind: “Un drone Shahed 136 colpisce un edificio fisico e nove milioni di persone si svegliano senza poter pagare un taxi o controllare il saldo del conto”. Secondo l’esperto, “non è un episodio isolato”, bensì una tattica a lungo termine con un nome ben preciso: “phigital, la saldatura tra piano materiale e piano digitale”. In cosa consiste? “Si lavora sull’usura, sulla durata, sul disordine controllato, per moltiplicare i costi della crisi a carico dell’Occidente”. L’obiettivo militare è colpire le infrastrutture, ma anche “hackerare” i sistemi digitali delle infrastrutture critiche: “entrare nelle reti, restarci, raccogliere informazioni, per colpire al momento giusto, con effetti a catena su cloud e servizi essenziali”. Secondo Iezzi, “è così che si combatte il conflitto contemporaneo” e l’Iran non fa eccezioni. IL GIURAMENTO AL PENTAGONO DEI 4 INGEGNERI DI META, OPENIA E PALANTIR Michele Colajanni cita una foto, per illustrare a perfezione le nozze tra Big Tech e la Casa Bianca con l’inquilino Donald Trump. A febbraio 2025, quattro dirigenti tecnologici posarono in posa con la mano sul petto in segno di giuramento, in divisa mimetica. Ad essere immortalati furono Andrew Bosworth (direttore tecnico di Meta), Shyam Sankar (direttore tecnico di Palantir) Kevin Weil e Bob McGrew (rispettivamete responsabile del prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI). La missione dei 4 ingegneri assoldati nell’esercito? Donare al Pentagono 120 ore di lavoro l’anno, gratuito, presumibilmente per addestrare i soldati alle nuove armi tecnologiche e accelerarne l’integrazione nei sistemi dell’esercito. Del resto, aveva dichiarato Bosworth al Wall street journal, “c’è un sacco di patriottismo nascosto che adesso sta venendo alla luce”. IL MATRIMONIO TRA BIG TECH E TRUMP Si era già notato durante la cerimonia d’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2025, con i posti più esclusivi (quelli vicini al presidente) riservati ai Ceo di Big tech. Lo scatto immortalava Mark Zuckerberg e la consorte Priscilla Chan, accanto a Jeff Bezos e la moglie Lauren Sánchez, con il Ceo di Google Sundar Pichai ed Elon Musk. Presenti al campidoglio anche Tim Cook di Apple e Shou Zi Chew di TikTok. Lo sconfitto Joe Biden aveva messo in guardia sui rischi della saldatura tra la Casa bianca e i colossi tecnologici: “Una oligarchia sta oggi prendendo forma, forte di una estrema ricchezza, di potere e di influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti, le libertà fondamentali”. Trump rispose sprezzante, per difendere i colossi sul carro del vincitore: “hanno abbandonato” Biden, “erano tutti con lui, tutti quanti, e ora sono tutti con me”. Con la vittoria di Trump, la linea progressista di una parte di Big tech è crollata. Vittoriosa, invece, la strategia di Palantir e Anduril: nessuna remora a lavorare per la Difese e l’esercito a stelle strisce. Palantir del trumpiano Peter Thiel offre software per analizzare una mole sconfinata di dati. Anduril è nel campo dell’hardware per la difesa. Ma anche le tecnologie di Amazon, Microsoft e Google sono utilizzate a scopi militari. Una netta inversione di tendenza. Basta citare il caso del gigante di Mountain View: nel 2018 circa 3 mila dipendenti protestarono per la collaborazione della multinazionale al progetto Maven, firmato al Pentagono, inducendo Google a rinunciare al contratto. Ad aprile 2024, i lavoratori additarono alcune tecnologie destinate all’esercito israeliano nell’ambito del progetto Nimbus. Ma il risultato fu diverso: 50 dipendenti licenziati, nessuna retromarcia sugli strumenti bellici. L'articolo L’Iran prende di mira il Big Tech Usa: da Google ad Amazon quali sono gli obiettivi militari e i rischi per i servizi civili (come le banche) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Certo fa schifo, ma si va avanti una consegna alla volta”: da attore a fattorino di Amazon, la nuova vita di John Christian Love di “Better Call Saul”
Storie di ordinaria disperazione nel mondo lavorativo di Hollywood. Contrariamente allo storytelling che vuole il mondo dello spettacolo come un luogo di equilibrio sociale ed economico egualitario e democratico su Reddit è apparsa la storia di John Christian Love, quella che noi in Italia definiremmo una comparsa che nemmeno partecipando ad una delle serie più seguite al mondo è riuscito a mantenere una stabilità finanziaria per sopravvivere tanto da mettersi a fare il fattorino Amazon. “Le opportunità di lavoro sono esaurite”, ha spiegato Love su Reddit. “BCS non è stata la svolta che speravo”, ha ricordato l’uomo che ha poi aggiunto come avesse lavorato anche sul set di un film con Lily Gladstone e Bryan Cranston – Lone wolf – ma che la lavorazione è stata sospeso e non l’hanno ancora pagato. Love è apparso nella serie di successo della rete AMC tra il 2015 e il 2022 oggi disponibile su Netflix, interpretando il personaggio Ernesto/Ernie. In un post di qualche giorno fa su r/AmazonDSPDrivers – la community di quello che in Italia definiremmo un servizio in subappalto di consegne dei prodotti Amazon – Love è apparso in una foto mentre seduto alla guida di un camioncino sta consegnando una quantità di pacchi che quasi lo travolgono. “Voglio solo che sappiate che in quanto attore che vi ha dato il personaggio di Ernie in Better Call Saul, anch’io sono qui per dare il massimo. Certo fa schifo, ma si va avanti una consegna alla volta”. Insomma, siamo dalle parti del sottoproletariato dell’Ottocento tanto che nei commenti in molti sottolineano la difficilissima situazione del settore in primis per i fattorini pronti a sbattersi come muli per pochi spiccioli. L'articolo “Certo fa schifo, ma si va avanti una consegna alla volta”: da attore a fattorino di Amazon, la nuova vita di John Christian Love di “Better Call Saul” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante Privacy: “Amazon non può schedare i lavoratori conservando informazioni su patologie, adesione a scioperi e problemi familiari”
Il Garante per la protezione dei dati personali ha vietato, in via d’urgenza e con effetto immediato, ad Amazon Italia Logistica il trattamento di dati personali di oltre 1800 lavoratori impiegati nello stabilimento di Passo Corese (RI). Il divieto riguarda informazioni raccolte – in modo sistematico, per tutta la durata del rapporto di lavoro e conservate fino a 10 anni dalla sua cessazione – attraverso una piattaforma collegata con il sistema di rilevazione delle presenze, accessibile a numerosi manager. Le informazioni, annotate sulla piattaforma a seguito di colloqui con i lavoratori subito dopo il loro rientro da un periodo di assenza, fanno riferimento a specifiche patologie sofferte (sindrome di Crohn, ernia del disco, portatore di pacemaker), alla adesione agli scioperi e alla partecipazione alle attività sindacali (anche con riferimento a utilizzi ritenuti impropri delle assenze), nonché a dati personali di tipo familiare e privato (padre malato terminale, sorella con tumore al cervello, separazioni coniugali). Tutto ciò – sottolinea l’Authority – in violazione della normativa che vieta al datore di lavoro di trattare dati non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del dipendente. Amazon Italia Logistica, inoltre, dovrà interrompere il trattamento dei dati raccolti attraverso quattro telecamere posizionate in prossimità di bagni e aree ristoro riservati ai lavoratori. Con lo stesso provvedimento, il Garante ha infine vietato ad Amazon il trattamento dei dati utilizzati in modo illecito tramite la stessa piattaforma nel caso sia utilizzata negli altri centri logistici della società in Italia con modalità analoghe. La decisione arriva a seguito delle ispezioni svolte dal Garante, dal 9 al 12 febbraio 2026, presso lo stabilimento di Passo Corese, in collaborazione con l’Ispettorato nazionale del lavoro e il Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della Guardia di finanza. L’istruttoria – conclude il Garante – prosegue per l’accertamento dei restanti profili al vaglio dell’Autorità. L'articolo Garante Privacy: “Amazon non può schedare i lavoratori conservando informazioni su patologie, adesione a scioperi e problemi familiari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regno Unito, un ex dirigente Amazon come presidente dell’Antitrust: Starmer dà mandato di cinque anni a Doug Gurr
Il governo laburista britannico ha annunciato la nomina di Doug Gurr, ex dirigente del colosso americano Amazon, a presidente in via permanente della Competition and Markets Authority (Cma), l’autorità antitrust del Regno Unito. Gurr era stato designato ad interim un anno fa e ora l’esecutivo guidato dal premier Keir Starmer ha deciso di affidargli un mandato pieno. La scelta conferma la linea dell’attuale governo di apertura verso i giganti tecnologici statunitensi, almeno sul piano strettamente commerciale. Un orientamento che si distingue dalla posizione dura assunta nei confronti di Elon Musk e del suo social network X per la diffusione di deepfake sessuali generati dall’intelligenza artificiale, ritenuti in violazione dell’Online Safety Act, la legge britannica a tutela dei minorenni su internet. Gurr, che è stato presidente di Amazon Cina tra il 2014 e il 2016 e poi direttore del gruppo nel Regno Unito fino al 2020, “è stato ora scelto per ricoprire un mandato completo di cinque anni”, si legge in una nota del ministero del Commercio. Prima della formalizzazione definitiva della nomina, l’ex top manager dovrà comunque sottoporsi a un’audizione parlamentare di prassi. La decisione dell’esecutivo arriva dopo l’annuncio di un periodo di consultazione volto ad accelerare l’approccio normativo del Paese nell’approvazione delle fusioni tra grandi società, nel solco dello slogan di un Labour “aperto al mondo del business” promosso dal moderato Starmer. Il premier, tuttavia, è già finito sotto accusa per alcune nomine nell’ambito dello scandalo Mandelson-Epstein ed è stato criticato anche per aver respinto di recente quattro candidati alla guida dell’autorità garante della Comunicazione, Ofcom. Intanto crescono le voci su un possibile ritorno sulla scena di una figura politica del passato come la baronessa laburista Margaret Hodge, finita al centro di numerose polemiche. L'articolo Regno Unito, un ex dirigente Amazon come presidente dell’Antitrust: Starmer dà mandato di cinque anni a Doug Gurr proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuova indagine della Procura di Milano su Amazon per evasione fiscale: “Perquisite anche le case di 7 manager”
C’è una nuova inchiesta della Procura di Milano su Amazon. I magistrati indagano su una presunta evasione fiscale di alcune centinaia di milioni tra il 2019 e il 2023 da parte del colosso tecnologico statunitense. Su delega della procura – come ha anticipato Reuters – la Guardia di Finanza di Monza ha effettuato una serie di perquisizioni nella sede italiana della società guidata da Jeff Bezos ed anche nelle abitazioni di 7 manager e negli uffici della società di revisione Kpmg (non indagati). La contestazione riguarda una presunta “stabile organizzazione occulta” in quanto la multinazionale avrebbe operato e prodotto redditi in Italia. Al centro dell’indagine c’è Amazon EU Sarl (la principale società del gruppo, con sede in Lussemburgo, che gestisce le vendite e le operazioni di e-commerce nei paesi europei, inclusa l’Italia) e sulla sua amministratrice Barbara Scarafia, con l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi. Secondo i pm, Amazon avrebbe avuto una base permanente non dichiarata in Italia dal 2019 al 2024 e, di conseguenza, avrebbe dovuto pagare più tasse nel Paese. Nell’agosto del 2024, infatti, il gruppo ha aderito a un programma di “adempimento collaborativo” con l’Agenzia delle Entrate e ha iniziato a pagare le tasse in Italia. Sulla base delle indagini e delle dichiarazioni dei testimoni – sottolinea Reuters – nel 2024 Amazon EU Sarl avrebbe licenziato e riassunto 159 dipendenti di un’altra società del gruppo, che i pubblici ministeri ritengono costituisse fino ad allora una stabile organizzazione in Italia. Nel corso delle perquisizioni sarebbero state sequestrati computer e altri dispositivi informatici appartenenti ai dirigenti. La perquisizione alla Kpmg, che non è indagata, sarebbe stata motivata dal fatto che questa società è stata tra quelle che hanno fornito un parere sulle azioni al centro dell’inchiesta. Non è la prima volta che Amazon finisce sotto i riflettori della Procura di Milano. Lo scorso dicembre Amazon si è accordata con l’Agenzia delle Entrate per chiudere le contestazioni su presunte condotte illecite realizzate tra il 2019 e il 2020, concordando di pagare 511 milioni di euro. La Procura di Milano aveva contestato una frode fiscale da 1,2 miliardi di euro sotto forma di evasione dell’Iva dovuta dai venditori cinesi che utilizzano il suo marketplace. Sommando sanzioni e interessi, aveva calcolato che il colosso dell’e-commerce avrebbe dovuto versare al fisco italiano un cifra intorno ai 3 miliardi. Grazie all’accordo il gruppo di Jeff Bezos è riuscito a ottenere un notevole sconto. Rimangono invece ancora aperte altre due indagini sul colosso statunitense, una delle quali riguarda presunte irregolarità nella movimentazione di prodotti giunti dalla Cina sui quali non sarebbero stati pagati l’Iva e i dazi doganali: l’indagine ipotizza che Amazon abbia agito come una sorta di “cavallo di troia“, consentendo alle merci di circolare nel Paese senza la tassazione appropriata. L'articolo Nuova indagine della Procura di Milano su Amazon per evasione fiscale: “Perquisite anche le case di 7 manager” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il fantasy di Gea Petrini ha vinto Amazon Storyteller. Per lei l’autopubblicazione non è una scorciatoia
Il Trono del lupo di Gea Petrini ha vinto Amazon Storyteller. Un’edizione record, con oltre 4mila titoli in concorso. E, ciliegina sulla torta, è arrivata anche l’opzione audiovisiva: una casa di produzione ha acquisito i diritti per la trasposizione sullo schermo. L’autrice non se lo aspettava. È stata un’emozione enorme: gioia e gratitudine verso i suoi lettori, decisivi nel portarla in finale, e verso la giuria di esperti che, in una rosa di romanzi di altissimo livello, ha scelto proprio il suo. Gea non dubbi: per chi pubblica in modo indipendente, vincere un premio così importante è un motivo di orgoglio, ma anche una responsabilità a impegnarsi ancora di più per proporre libri curati. Il rapporto di Petrini con la scrittura è nato quando aveva venticinque anni. Aveva iniziato a collaborare con un quotidiano locale come giornalista e, in quel momento, è scoppiata una vera passione per il suo lavoro: un modo per raccontare la società. È diventata giornalista professionista e, dopo dieci anni, è arrivato il primo romanzo. La narrativa è entrata nella sua vita senza un progetto preciso: è stata un’esigenza, in un periodo personale molto difficile. In quella fase ha fatto anche il suo primo viaggio da sola: un mese dalla Norvegia alla Finlandia. Al ritorno, piena di suggestioni ed emozioni, ha scritto il suo primo fantasy. Dal suo esordio in self-publishing sono passati quattro anni e oggi è una scrittrice a tempo pieno. Il fantasy le ha dato la possibilità di esprimere fino in fondo la sua identità creativa e i lettori percepiscono l’ardore che mette nelle sue storie. Con tanto sacrificio e impegno, infatti scrive ogni giorno, in fase di stesura anche per dieci ore, le opportunità sono arrivate in un genere che non è certo tra i più semplici. Nel frattempo, anche grazie ai social, il fantasy romance ha ampliato moltissimo il suo pubblico e lei ha vinto il Premio Letterario dedicato agli autori indie. I suoi romanzi non sono solo fantasy. Ad esempio, la sua saga d’esordio era un dark fantasy new adult: sottogenere che fonde ambientazioni fantasy cupe, magiche e spesso gotiche o horror con tematiche tipiche del New Adult, con protagonisti giovani (18-25 anni) che affrontano le prime esperienze di vita indipendenti, intrighi amorosi complessi, relazioni intense e spesso conflittuali. Una persona esperta di editoria le consigliò di affidarsi al self publishing perché era il modo migliore per trovare i suoi lettori. Seguì il suggerimento e pubblicò con Amazon Kdp mettendosi in gioco con serietà, cercando di imparare dai più bravi, studiando i libri dei self americani. Per Gea l’autopubblicazione non è una scorciatoia: è lavoro vero, con competenze, investimenti e responsabilità. E non è “editoria di serie B” o il parcheggio dei rifiutati: è un mercato maturo, con lettori, numeri e standard che in Italia ormai sono impossibili da ignorare.
Lei è convinta che, come avviene all’estero, in futuro ci saranno molto autori “ibridi” che pubblicano con case editrici ma tengono comunque un filone in self, per libertà di tempi e di progetto e per il rapporto diretto con i lettori. Il 29 gennaio è uscito, sempre in autopubblicazione con Amazon KDP, Il Principe dei Corvi: un fantasy romance che fonde elementi magici, mondi immaginari e creature soprannaturali con una storia d’amore centrale e intensa, risolvendo tutte le trame in un unico volume. Anche la costruzione del mondo in cui è ambientato è stata complessa. Lei è una paladina al servizio della regina. Lui è il principe perduto, diventato capo dei bassifondi, deciso a rovesciare il trono. In mezzo c’è una battaglia per la libertà che riguarda tutti e che mette i protagonisti davanti a scelte impossibili. In pochi giorni è diventato il fantasy più venduto su Amazon ed è entrato nella Top 50 generale del Kindle Store. Un altro successo; la conferma che i suoi lettori l’aspettano e l’accolgono sempre con tanto calore. Per Gea è un’emozione incredibile. L'articolo Il fantasy di Gea Petrini ha vinto Amazon Storyteller. Per lei l’autopubblicazione non è una scorciatoia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Alexa, no significa no”: clienti di Amazon Prime furiosi, ecco cosa sta succedendo con l’assistente virtuale
I clienti di Amazon Prime hanno criticato il colosso dell’e-commerce dopo la decisione dell’azienda di attivare automaticamente la versione Plus di Alexa. La multinazionale guidata da Jeff Bezos ha sviluppato un’aggiornamento dell’assistente digitale, potenziato grazie all’Ia. La novità è emersa su Reddit, dove un utente ha postato la comunicazione ricevuta via mail. “Alexa+ è in arrivo sul tuo dispositivo Echo”, questo è il messaggio recapitato agli abbonati a Prime, che hanno risparmiato 19.99 dollari al mese per la nuova versione dell’assistente digitale. Tuttavia, gli iscritti non hanno apprezzato il regalo di Amazon. “Alexa, no significa no” ha dichiarato una persona sui social. La multinazionale statunitense ha fatto chiarezza sulla modalità di disattivazione della versione Plus. Amazon ha dichiarato che per tornare alle versione base dell’assistente basterà dire: “Alexa, esci da Alexa Plus”. Secondo quanto emerso da Reddit, saranno tanti gli abbonati a Prime che disdiranno il servizio dell’assistente vocale. L’aggiornamento ha ricevuto critiche per la lentezza nelle risposte del dispositivo Echo e per la mole di pubblicità invasiva. Un iscritto ha commentato così: “Sono tornato alla vecchia Alexa. La nuova è facilmente irritabile. Mi piace la vecchia versione: è di gran lunga più piacevole”. In Italia, Alexa Plus è disponibile solo per alcuni dispositivi Echo in versione beta. L'articolo “Alexa, no significa no”: clienti di Amazon Prime furiosi, ecco cosa sta succedendo con l’assistente virtuale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i margini di profitto
L’intelligenza artificiale ci sta già rubando il lavoro? L’ondata di licenziamenti annunciati negli ultimi mesi negli Stati Uniti da grandi gruppi di settori che vanno dalla tecnologia al retail rende la domanda inevitabile. Ma dietro i massicci piani di ridimensionamento del personale ci sono quasi sempre ragioni più banali rispetto all’adozione di chatbot in grado di sostituire i colletti bianchi. Vedi preoccupazioni per l’andamento dell’economia complici i dazi voluti da Donald Trump, vendite in calo causa pressione sui prezzi (vero tallone d’Achille dell’amministrazione del tycoon) e consumi stagnanti, errori gestionali a cui occorre rimediare. E la vecchia tentazione di tagliare i costi per migliorare i margini e così compiacere gli investitori. Basti dire che nei primi undici mesi dell’anno, se si considerano anche la pubblica amministrazione e l’industria manifatturiera, oltreoceano sono stati ufficializzati oltre 1,1 milione di esuberi, di cui 153mila solo a ottobre: è il livello più alto dal 2020. Ma, secondo una ricognizione della società di outplacement Challenger, Gray & Christmas solo in 55mila casi l’AI è stata citata come esplicita “giustificazione” della riduzione della forza lavoro. Le motivazioni prevalenti sono invece legate a condizioni di mercato, chiusure e ristrutturazioni. Seguite dall’impatto dei licenziamenti collettivi targati Doge. OBIETTIVO “SNELLIMENTO” PER COMPIACERE GLI AZIONISTI Tra le Big tech, Amazon è il caso più eclatante. A cavallo della pandemia ha più che raddoppiato la forza lavoro in scia al boom dell’e-commerce. A fine ottobre è arrivato il primo brusco dietrofront, con l’annuncio di 14.000 tagli nella divisione corporate. Parte, secondo Reuters, di un più ampio piano che potrebbe prevedere in tutto fino a 30mila esuberi. Se è vero che una parte dei posti eliminati saranno sostituiti da nuove mansioni legate all’AI, i tagli puntano soprattutto a snellire l’organizzazione per convincere Wall Street che il gruppo, a fronte dei 125 miliardi investiti quest’anno in infrastrutture cloud e data center per la stessa intelligenza artificiale, resta attento all’efficienza e a salvaguardare i margini di profitto. Obiettivo “dimagrimento” anche per Microsoft, che nonostante ottimi risultati di bilancio sta portando avanti un piano da 15mila esuberi mirato a “ridurre i livelli gestionali”, le procedure e i ruoli interni. Sul modello di Google, che nell’ultimo anno – mentre destinava 85 miliardi di spese in conto capitale agli impianti necessari per alimentare nuovi servizi di intelligenza artificiale – ha silenziosamente eliminato un terzo dei manager che gestivano piccoli team e offerto buonuscite agli impiegati di una decina di divisioni. A sua volta Oracle, prima del maxi accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI per la vendita di potenza di calcolo e dell’annuncio di corposi investimenti per rispondere alla “crescente domanda di servizi AI”, ha deciso di compensare il boom dei costi con una ristrutturazione senza precedenti. Previsti almeno 3mila licenziamenti tra Usa, Canada, India e Filippine nelle business unit dedicate a cloud e servizi finanziari, ma gli analisti prevedono che il numero potrebbe salire a 10mila. TAGLI COME REAZIONE A UNA CRISI Poi c’è chi taglia per salvare i bilanci a fronte di un business in calo, o dopo errori di valutazione e crisi reputazionali. Intel ridurrà la forza lavoro di oltre il 20% (più di 20mila persone) rispetto a fine 2024 per salvare il salvabile dopo aver perso il treno del boom dei chip per AI, comparto dominato da Nvidia e AMD, e investito troppo in progetti che non hanno portato i ritorni sperati. Meta, le cui spese in infrastrutture per l’AI hanno superato i 70 miliardi, secondo il Wall Street Journal si prepara a ridurre dal 10 al 30% il personale della divisione dedicata al metaverso, che dal 2020 ha bruciato oltre 60 miliardi di dollari non ha mai generato i risultati attesi. Dal canto suo UPS, che quest’anno ha ridotto del 50% il volume delle consegne effettuate per Amazon perché poco redditizie, ha eliminato 48.000 posizioni tra impiegati e addetti operativi: licenziamenti che dipendono per la maggior parte dalla chiusura di un centinaio di magazzini e dalla riduzione dei volumi nel tentativo di difendere i profitti minacciati dalla politica tariffaria di Trump. Hanno tutta l’aria di tagli vecchio stile, per tagliare i costi a fronte di risultati finanziari non brillanti, anche quelli di big come Target e Starbucks. A fine ottobre Michael Fiddelke, nuovo ad della catena di grandi magazzini dell’abbigliamento, ha annunciato come primo atto il taglio di 1.800 ruoli corporate – circa l’8% del personale che lavora nella sede centrale – per “semplificare la struttura” e alleggerire i costi fissi proteggendo i margini. La multinazionale del caffè, alle prese con un business in rallentamento, ha reagito a sua volta con chiusure e due round di licenziamenti tra i colletti bianchi, per un totale di 2mila persone. Da questo lato dell’Atlantico pure il colosso del cibo confezionato Nestlé, reduce dallo scandalo del licenziamento dell’amministratore delegato causa relazioni improprie con un subordinato, progetta di uscire dall’angolo e spingere ulteriormente profitti già elevati con una cura da cavallo a base di maggiore “efficienza” somministrata dal nuovo numero uno Philipp Navratil, che lascerà a casa 16mila dipendenti. QUANDO L’AI SOSTITUISCE COMPITI RIPETITIVI Molto più circoscritti i casi in cui l’AI viene davvero già utilizzata per sostituire forza lavoro umana. ServiceNow, piattaforma di servizi cloud per le aziende che hanno necessità di gestire flussi di lavoro digitali, utilizza agenti AI per gestire 24 ore al giorno compiti ripetitivi nell’Information technology, nel customer service, nello sviluppo software e negli acquisti. Salesforce (servizi di gestione delle relazioni con i clienti) a settembre ha deciso di ridurre di 4mila unità i lavoratori dedicati al supporto ai clienti perché secondo l’ad Marc Benioff “servono meno teste”: oltre il 50% del lavoro è già stato automatizzato. Mentre il colosso tecnologico Hp a fine novembre ha ufficializzato tra 4mila e 6mila tagli (circa il 10% della forza lavoro) nell’ambito di un piano per “snellire” la struttura e incorporare nei suoi processi l’intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo di nuovi prodotti e gestire il supporto ai clienti. E ancora: nel settore legale, come ha raccontato il Financial Times, grandi studi come Clifford Chance e Bryan Cave Leighton Paisner hanno ridotto rispettivamente del 10 e dell’8% le posizioni nei servizi di staff, citando come motivazione anche una maggiore adozione di strumenti di intelligenza artificiale. Non mancano però i casi in cui il tentativo di rimpiazzare lavoratori con chatbot finisce con un buco nell’acqua: la fintech Klarna, nota per i pagamenti rateizzati (“Buy now, pay later”), contava di sostituire 800 impiegati full-time del customer service, ma la scorsa primavera ha dovuto fare marcia indietro perché la qualità del servizio si è rivelata troppo bassa. Speculare la parabola di Ibm, che due anni fa aveva congelato 7.800 assunzioni per ruoli di back office da sostituire con assistenti virtuali: ha ottenuto risparmi per 4,5 miliardi e nel frattempo ha aumentato la forza lavoro in settori come l’ingegneria del software, il marketing e le vendite, in cui l’interazione tra esseri umani è premiante. Bicchiere mezzo pieno per il gruppo. Non per gli impiegati – “circa 200” nelle risorse umane, secondo il ceo Arvind Krishna – il cui lavoro viene ora svolto da agenti AI. Il fatto che AI e automazione non siano ancora la ragione principale dei licenziamenti non significa ovviamente che nel medio periodo l’impatto non si vedrà. Goldman Sachs prevede nei prossimi tre anni una potenziale riduzione della forza lavoro dell’11% da parte delle aziende Usa, soprattutto nei servizi ai clienti. L'articolo L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i margini di profitto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Amazon si accorda con l’Agenzia delle Entrate e versa 723 milioni. Per la Procura avrebbe dovuto pagare 3 miliardi
Per la Procura di Milano, a causa di alcune condotte illecite tra il 2019 e il 2020, il gruppo Amazon ha commesso una frode fiscale da 1,2 miliardi di euro. E per questo, tra sanzioni e interessi, avrebbe dovuto versare al fisco italiano un cifra intorno ai 3 miliardi. Adesso però il colosso statunitense di Jeff Bezos ha raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate per versare 511 milioni di euro a cui si aggiungono 212 milioni definiti da Amazon logistica e Amazon Italia transport, già versati nei giorni scorsi. Amazon verserà quindi all’Agenzia delle Entrate un importo complessivo di 723 milioni di euro, usufruendo anche di meccanismi rateali. Nel mirino degli inquirenti milanesi, in particolare, c’era l’algoritmo predittivo di Amazon che, secondo le accuse, non terrebbe in considerazione gli obblighi tributari in capo a chi mette in vendita sul proprio market-place in Italia merce di venditori extraeuropei, in questo caso prevalentemente cinesi, senza però dichiararne l’identità e i relativi dati all’Agenzia delle Entrate ai fini del pagamento del 22% di Iva da parte dei venditori extraeuropei. L'articolo Amazon si accorda con l’Agenzia delle Entrate e versa 723 milioni. Per la Procura avrebbe dovuto pagare 3 miliardi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Agenzia delle Entrate
Amazon
Fisco
Stati Uniti, il fronte anti data-center mette i bastoni tra le ruote di Big Tech: bloccati progetti per 18 miliardi di dollari
L’IA muove cifre da bilancio statale: nel 2024 l’industria ha investito 500 miliardi di dollari in data center. Quest’anno “solamente” Microsoft prevede di spenderne 80. E Bloomberg conta sedici nuovi miliardari legati al segmento infrastrutturale della filiera. In concreto, un data center è un enorme edificio in cui vengono stipati migliaia di computer. Ciascun server esegue miliardi di calcoli al secondo, alimentando i grandi modelli linguistici (come Chat GPT): è il motore della rivoluzione industriale in corso. I governi di tutto il mondo dispensano incentivi e sgravi fiscali per attrarre hyperscaler – i grandi gestori – e impiantare “gigafactory” nel territorio: l’obiettivo è tenere il passo con l’innovazione, per non essere tagliati fuori dalla corsa all’IA. Tra gli effetti benefici attesi, la creazione di posti di lavoro e il rilancio di aree economicamente depresse. Le aziende che vincono le commesse pubbliche accumulano fondi, gonfiando i listini di borsa. Mentre gli investitori più avveduti, che hanno fiutato l’affare prima degli altri, si fregano le mani. Bolle e cataclismi finanziari a parte, beninteso. Ma dove i governi centrali scorgono opportunità – dando credito alle promesse di Big Tech – le comunità locali ravvisano pericoli. I data center consumano acqua, suolo ed energia; generano inquinamento sonoro e luminoso; sovraccaricano la rete elettrica. Negli USA, l’avanguardia della quarta rivoluzione industriale, sta montando la rivolta contro l’industria tecnologica. Da Nord a Sud, dalle coste alle aree interne, prende forma e si consolida un movimento che affonda le radici nelle comunità locali, nei sobborghi e nelle città di provincia ma ormai, viste le dimensioni e la pressione che è in grado di esercitare, ha assunto portata nazionale. Negli ultimi due anni il fronte “anti data-center” ha bloccato o rinviato gare, bandi e mega-progetti; in ballo ci sono 64 miliardi di dollari. Il “Data Center Watch” ha messo in fila i numeri. E danno la misura del fenomeno: l’ondata di proteste lambisce 24 Stati, per un totale di 142 organizzazioni impegnate nelle campagne contro queste infrastrutture – sponsorizzate da Amazon, Google, Meta e altri colossi. Verosimilmente la Virginia (che è il più grande hub di data center al mondo) ne costituisce l’epicentro: soltanto in questo stato l’osservatorio segnala 42 associazioni. Di frequente si tratta di gruppi che si sviluppano dal basso in maniera spontanea, coagulandosi attorno a singole iniziative (mailing list, pagine Facebook dedicate, petizioni online). Talvolta, la fronda è guidata da capitoli locali di organizzazioni preesistenti e più strutturate, che si articolano su scala federale. Nel movimento sono confluite istanze di destra e di sinistra, suggellando un “raro allineamento bipartisan nella politica infrastrutturale” che ha diffuso preoccupazione nei corridoi della West Wing. Anche perché la partita si gioca sul piano locale, nel sottobosco della burocrazia statale; se le municipalità si mettono di traverso, su pressione della cittadinanza, i progetti – vincolati ad autorizzazioni comunali o licenze – rischiano di saltare. “Da un’analisi delle dichiarazioni pubbliche rilasciate dai funzionari eletti nei distretti che stanno valutando data center”, si legge nel report, “è emerso che il 55% dei politici che hanno preso posizione pubblicamente contro tali progetti erano repubblicani, mentre il 45% erano democratici”. A Goodyear e Buckeye (Arizona) i residenti hanno bloccato un investimento da 14 miliardi. Le autorità locali di Peculiar (Missouri) hanno approvato un’ordinanza che rimuove i data center dalle destinazioni d’uso consentite, stroncando un’iniziativa da 1,5 miliardi. Poi ancora Chesterton (Indiana), 1,3 miliardi, Richmond (Virginia), 500 milioni. Il bilancio finale fà impressione: progetti per 18 miliardi cancellati (e per 46 congelati). Per militanti e cittadini di osservanza democratica la questione ambientale è in cima alle priorità. In base alle proiezioni dell’International Energy Agency entro il 2030 i data center assorbiranno metà della crescita della domanda di elettricità negli USA. L’energia, intuitivamente, alimenta la potenza di calcolo. Non solo; i server, infatti, lavorano senza sosta: per mantenere simili ritmi ed evitare guasti è necessario raffreddarli a cadenza regolare. A tale scopo gli impianti sparano aria condizionata industriale ad altissima potenza e drenano grandi volumi d’acqua dalle riserve idriche locali. Le associazioni ambientaliste catalogano altre esternalità negative come l’occupazione di suolo agricolo e la produzione di rifiuti elettronici. Ma il tema solleva preoccupazioni trasversali, a cominciare dai rialzi in bolletta: all’aumentare del fabbisogno di elettricità dell’area, difatti, crescono i prezzi per famiglie e imprese della zona. I movimenti “nimby” (not in my back yard) non sono un fenomeno nuovo; questa etichetta inquadra le manifestazioni locali contro le grandi infrastrutture (come discariche o inceneritori). Ma gli USA, dove questa rivoluzione è ad uno stato avanzato, prefigurano fenomeni di protesta che, con l’avanzare dell’innovazione, potrebbero comparire anche in altre aree del pianeta (inclusa l’UE). Condizionando l’elezione e la carriera di politici, cacicchi e funzionari locali. L'articolo Stati Uniti, il fronte anti data-center mette i bastoni tra le ruote di Big Tech: bloccati progetti per 18 miliardi di dollari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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