Un boccone di cornetto ha provocato la morte di un uomo di 51 anni a San Martino
Buon Albergo (Verona). L’uomo è spirato dopo aver accusato un improvviso
soffocamento mentre si trovava in auto con due familiari. Secondo quanto
ricostruito, stava mangiando il dolce quando un residuo ha bloccato le sue vie
respiratorie, provocando un’immediata difficoltà respiratoria. I familiari hanno
cercato aiuto fermandosi vicino a una farmacia lungo la strada.
I dipendenti hanno tentato di rianimare l’uomo con manovre di primo soccorso e
l’uso del defibrillatore, senza successo. Sul posto sono poi intervenuti i
sanitari del Suem 118, che hanno potuto solo constatare il decesso. L’uomo era
portatore di pacemaker, ma il dispositivo non ha potuto influire sulla dinamica
legata all’ostruzione meccanica delle vie aeree. I carabinieri, intervenuti sul
luogo della tragedia, hanno effettuato i rilievi per chiarire con precisione
quanto accaduto.
L'articolo Soffocato da un boccone di croissant: muore 51enne a San Martino Buon
Albergo (Verona) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non basta la separazione delle carriere, serve anche la separazione dei
palazzi: giudici e pm non devono nemmeno incontrarsi, non si devono nemmeno
salutare, d’altra parte quale fiducia posso riporre in un Tribunale dove Gip e
pm sono vicini d’ufficio”. Parole di Giuseppe Benedetto, presidente della
Fondazione Einaudi, la prima a costituire un comitato per il Sì, in
un’intervista del 1 dicembre alla Verità. Un argomento che ricorre spesso tra i
sostenitori del Sì in questa accesa campagna referendaria.
E che evidenzia, paradossalmente, una delle tante falle ed incongruenze della
riforma Nordio: non avrebbe alcun effetto lì dove questa ‘vicinanza’ è più
marcata che altrove, la magistratura militare. Lo spiega bene un ex magistrato
di quel mondo, Sergio Dini, ex capo della procura militare di Padova, ex
presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Militari ed ex membro del
Consiglio Superiore della Magistratura Militare.
Ora Dini è pm ordinario a Padova. Dal suo ufficio ricorda: “I tribunali militari
rimasti sono tre: Napoli, Verona e Roma. Se il problema della magistratura è la
troppa colleganza tra pm e giudici, allora dovrebbe essere risolta a partire dai
58 magistrati militari in servizio tra tre tribunali, tre procure e una corte
d’appello militare. Sono uffici dove non c’è alcun movimento, si rimane in
servizio tantissimi anni e le ‘convivenze’ tra giudici e pm durano altrettanto”.
Secondo gli sponsor del Sì, lavorare nello stesso edificio e prendere il caffè
alla stessa buvette indurrebbe i giudici ad appiattirsi sulle tesi dei pm. “Per
esperienza pregressa non mi pare, a partire dalla vicenda Priebke, dove il
Tribunale di Roma si è ben guardato in prima battuta di aderire alle accuse e lo
assolse”. Per Dini invece “questa è la prova che le vere ragioni del Sì sono
altrove, altrimenti la riforma avrebbe riguardato anche la magistratura
militare, e non ci troveremmo nella situazione di cittadini militari lasciati
esposti al giudizio di giudici corrivi e complici dei pm. E poi mi chiedo:
perché per i magistrati ordinari viene istituita l’Alta corte per i giudizi
disciplinari, mentre i magistrati militari continueranno ad essere giudicati dal
Csm militare?”.
La chiosa è una domanda retorica: “Se la magistratura militare venisse adeguata
ad un’eventuale vittoria del Sì, istituirebbero due Csm per 58 magistrati? Che
ne penserebbero i cittadini comuni”?
L'articolo “Separazione delle carriere per spezzare legami tra giudici e pm?
Perché non vale per la magistratura militare? Lì tutti negli stessi uffici”: la
domanda del pm Dini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se si occupa uno spazio privato abbandonato da anni, lo si riadatta e lo si
destina a luogo di ospitalità per una cinquantina di extracomunitari che non
riescono a trovare una casa anche se lavorano, si commette un reato? La macchina
giudiziaria sta dando il meglio di sé (dimostrando tra l’altro quanto dissonante
possa essere la dialettica tra pubblici ministeri e giudici) attorno alla
vicenda del Ghibellin Fuggiasco, laboratorio sociale di Verona che per quattro
anni è stato un centro di accoglienza autogestito, fino a quando l’insicurezza
della struttura ha costretto a chiuderlo nell’ottobre 2024. I proprietari dello
stabile hanno presentato nel 2023 una denuncia per occupazione abusiva. Le
accuse sono state respinte dal gruppo Paratodos, che ha gestito l’intervento per
quattro anni riuscendo alla fine a sistemare tutti gli ospiti in appartamenti o
in altre strutture. Il pubblico ministero ha chiesto il proscioglimento “per
tenuità del fatto”. Paratodos ha rifiutato la scorciatoia del buonismo
giudiziario, cercando un proscioglimento vero, nel merito, ritenendo di aver
effettuato un intervento quando le istituzioni pubbliche avrebbero lasciato i
cittadini stranieri a dormire per strada o in rifugi di fortuna. In udienza
preliminare il gip ha deciso, invece, che il processo si dovrà fare, respingendo
la richiesta di archiviazione e ordinando al pm di formulare un capo
d’imputazione.
La Verona che non si vede, nascosta dietro un perbenismo di facciata, finirà
così al centro di un dibattimento pubblico che vedrà sul banco degli imputati
solo una persona. Si tratta di Giorgio Brasola, 62 anni, l’attivista che ha la
responsabilità giuridica di Paratodos e ha animato numerose forme di protesta
civile a difesa dei senza casa. “Il giudice ha deciso che si va a processo per
l’occupazione del Ghibellin Fuggiasco, ma noi ci difenderemo, perché riteniamo
di non aver commesso alcun reato. Abbiamo cercato di recuperare un edificio in
stato di abbandono per trent’anni, così da accogliere persone con fragilità
anche gravi o che avevano comunque bisogno di un tetto”. Ad assisterlo ci sono
gli avvocati Paola Malavolta e Francesca Campostrini, che si sono opposte alla
formula della “particolare tenuità del fatto” con cui il sostituto procuratore
Elvira Vitulli aveva chiesto l’archiviazione.
“Rivendichiamo l’esperienza del Ghibellin Fuggiasco e la legittimità di ogni
forma di recupero di qualsiasi edificio abbandonato che nasca dal bisogno di una
casa, di uno spazio in cui esistere”, dichiara Brasola. “Rivendichiamo il senso
politico di questa iniziativa che abbiamo sempre pubblicamente dichiarato
temporanea e legata a una risposta istituzionale che per più di quattro anni è
mancata”. Nei quattro anni di apertura del rifugio, le persone che vi hanno
trovato ospitalità sono state più di 150. Tra di loro anche Moussa Diarra, il
giovane migrante ucciso da un poliziotto nell’ottobre 2024 davanti alla stazione
ferroviaria di Porta Nuova, mentre si aggirava con un coltello in mano e in
preda a una crisi psicotica. Era sconvolto anche perché da due anni non riceveva
risposta alla richiesta di regolarizzare la propria posizione.
“Ci difenderemo anche perché il Paratodos ha sempre collaborato con le
amministrazioni che si sono succedute, coi servizi sociali e con le strutture
sanitarie del nostro territorio per accogliere richiedenti asilo”, spiega
l’avvocata Paola Malavolta. E aggiunge: “Non c’è un solo testimone indicato dal
pm che possa dire di aver visto l’indagato rompere lucchetti, forzare dei
portoni, dormire in loco, sdraiarsi su un divano, sedere a un tavolo a mangiare,
fare una doccia… Come si può ritenere che il fatto, seppur tenue, si sia
verificato? Come poter dire che l’indagato da solo, unico indagato, abbia
“occupato” un immobile di tali dimensioni?”. Eventualmente “l’unico rimprovero
che si può muovere al nostro assistito è di essersi interessato a dei
richiedenti asilo regolarmente soggiornanti bisognosi, che si trovavano già lì
perché cacciati dal cosiddetto sistema di accoglienza”.
L'articolo Verona, il responsabile dell’ex rifugio per migranti a processo per
occupazione abusiva. “Rivendico ciò che ho fatto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si smontano le opere installate per la cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi
all’Arena di Verona e mentre la città torna alla viabilità ordinaria si possono
fare i conti con la decantata “accessibilità” che ha accompagnato l’evento. L’ex
governatore del Veneto, Luca Zaia, ha declamato il lascito delle Olimpiadi: “Un
monumento simbolo, grazie a un investimento di oltre 20 milioni di euro è stato
reso pienamente accessibile con interventi mirati di abbattimento delle barriere
architettoniche”. L’amministratore leghista si riferisce, evidentemente, alle
intenzioni virtuose di un progetto che non è stato ancora portato a termine,
nonostante le Olimpiadi e le Paralimpiadi Milano Cortina 2026 si siano
rispettivamente chiuse e presentate al mondo proprio nell’anfiteatro romano.
L’Arena riflette le contraddizioni dei Giochi e le promesse non mantenute in
tempo per le cerimonie. “Sono state installate rampe dedicate, adeguati i
servizi igienici, predisposti spazi per la sosta e la movimentazione degli
atleti, riorganizzati posti a sedere per il pubblico con ridotta mobilità”, ha
aggiunto Zaia. Ma basta seguire i lavori in svolgimento per verificare come la
maggior parte degli interventi siano già stati rimossi, visto che interessavano
solo la cerimonia di apertura, senza essere destinati a diventare definitivi. Si
tratta, ad esempio, dei passaggi per superare il dislivello del “vallo” che
conduce in Arena o dei tappeti speciali stesi tutt’attorno al monumento, per
coprire la pavimentazione sconnessa.
In realtà l’appalto da oltre 20 milioni di euro in buona parte non è concluso.
Sono stati realizzati i nuovi servizi igienici interni, con una spesa di 1,6
milioni di euro, mentre circa un milione e settecento mila euro è servito per i
percorsi pedonali per arrivare in Piazza Bra. La parte maggiore è stata
rimandata a dopo le Olimpiadi. Si tratta della sistemazione interna e della
costruzione di un ascensore che consenta di salire a un punto panoramico,
all’Arcovolo 65, finora proibito per chi si muove con una carrozzina o ha
problemi di deambulazione. Sul tema ha insistito l’architetto Fabio Massimo
Saldini, commissario straordinario della società pubblica Infrastrutture Milano
Cortina (Simico): “L’accessibilità che stiamo realizzando non è temporanea, né
legata all’evento sportivo: è un investimento strutturale sul territorio e sulla
qualità della vita delle comunità che lo abitano”. Simico ha spiegato: “Sono
stati rinnovati oltre 2 km di percorsi di accesso, con marciapiedi
riqualificati, piste ciclabili separate, pendenze controllate, nuove banchine
bus… all’interno del monumento sono state installate rampe modulari con pendenze
comprese tra il 4% e l’8%, dimensionate per consentire il passaggio affiancato
di due sedie a rotelle…”.
A fare da contraltare a questo racconto è l‘attivista Antonino Russo, ex
presidente di Fish Veneto, la Federazione Italiana Superamento Handicap che
alcuni mesi fa ha già raccontato al fattoquotidiano.it le lacune più vistose.
“Le Olimpiadi sono un’occasione tremendamente mancata, non è stato fatto nulla
per rendere la città veramente accessibile. Noi ci eravamo illusi quando nel
2019 arrivò la notizia che l‘Arena avrebbe subito interventi strutturali. E
pensare che il tempo per agire anche su tutto il contorno cittadino ci sarebbe
stato. Molte associazioni avevano chiesto al sindaco di aprire dei tavoli per
discutere gli aspetti della programmazione”. Che cosa non funziona? “Finita
l’inaugurazione per l’accesso in carrozzina in Arena c’è solo una rampa posta
sul retro dell’anfiteatro, mentre quelle sul davanti erano provvisorie, come è
accaduto anche al Palazzo della Gran Guardia. La stessa considerazione vale per
i tappeti stesi attorno alla struttura per la cerimonia di apertura delle
Paralimpiadi. Ma anche la parziale accessibilità consentita dall’adozione di un
ascensore è discutibile perché la salita all’ultimo anello è affidata, come si
legge nella delibera di giunta n° 91 del 6 febbraio scorso, ad un servo scala
che, come è noto a tutti coloro che hanno dimestichezza con le questioni di
accessibilità, sono lenti e soggetti a frequenti malfunzionamenti specie se
esposti all’azione degli agenti atmosferici. In occasione di una manifestazione
fieristica a Vicenza trascorsi più di un’ora intrappolato in uno dei servoscala
a servizio dei diversi saliscendi per effetto di un microswitch di sicurezza che
aveva bloccato la macchina. Immaginiamo quale potrà essere l’affidabilità di una
macchina sottoposta alle intemperie e a carichi massivi quotidiani”.
Oltre ai ritardi, il dato più critico riguarda i percorsi per arrivare dalla
stazione ferroviaria a Piazza Bra. Lungo il larghissimo Corso di Porta Nuova
sono state realizzate isole di transito per facilitare l’accesso ai parcheggi
auto e alle fermate del trasporto pubblico locale, con una pista ciclabile da
una parte e il traffico delle auto dall’altra. Le banchine non sono continue, ma
vengono interrotte per una trentina di volte (con gradini) a causa degli accessi
ai passi carrai per le auto. Inoltre tengono i fruitori lontani dal largo
marciapiede del viale e quindi dai negozi. “Questo modo di realizzare
l’accessibilità porta ad un altro isolamento”, sostiene Antonino Russo. “Le
associazioni non sono state coinvolte e credo che verrà richiesta una profonda
revisione di quanto è stato fatto ai marciapiedi, anche perché il percorso è mal
collegato con la stazione ferroviaria e con l‘accesso all’Arena. Inoltre la
segnaletica orizzontale e verticale non è stata adeguata ai criteri della
progettazione universale e mancano del tutto le mappe tattili”.
Carlo Piazza, presidente dell’Osservatorio di Comunità per i diritti sociali di
Verona, a fine gennaio aveva scritto all’ingegnere Giuseppe Fasiol, commissario
straordinario per le Paralimpiadi: “Al fine di migliorare l’accessibilità di
Corso Porta Nuova sono stati realizzati interventi la cui efficacia è
discutibile, ma avendo appreso la sua disponibilità ‘ad affinare gli interventi’
avanziamo alcune proposte”. Riguardano, ad esempio, l’altezza delle banchine
“non adeguata per una facile fruizione dei servizi di trasporto pubblico”. Le
associazioni avevano suggerito, in attesa di una radicale rivisitazione, “di non
spendere più un euro” per quello che definiscono un “non percorso”, salvo “gli
interventi per mettere in sicurezza le persone, rallentando le biciclette con
dissuasori di velocità posti sulle nuove ciclabili in prossimità delle rampe di
accesso alle banchine”. La lettera si concludeva: “Dopo i Giochi sarà opportuno
ridefinire il layout dell’intervento in considerazione degli interessi, ma
soprattutto dei diritti dei cittadini”.
Una giustificazione dei lavori incompleti è venuta dal commissario Fasiol, che è
entrato nella gestione dell’evento paralimpico solo lo scorso agosto, quando
tutto era già programmato. “Sistemare la platea dell’Arena per i Giochi non era
possibile perché doveva essere occupata dal palco degli show. Un’eredità delle
Olimpiadi è costituita comunque anche dall’applicazione delle linee guida della
Regione Veneto che seguono l‘Universal Design che tiene conto delle esigenze
delle persone con disabilità”.
L'articolo Paralimpiadi, Arena di Verona “accessibile” solo per una sera:
spariti rampe e tappeti, i veri lavori sono in ritardo e inadeguati. “Ci eravamo
illusi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è dimessa l’assessora al Sociale e all’Istruzione del Comune di Garda,
Roberta Cecere, dopo aver contribuito a diffondere una fake news su un presunto
tentativo di rapimento di un bambino di 11 anni avvenuto a Bardolino, sul lago
di Garda (Verona). La notizia, diffusa tramite un messaggio vocale WhatsApp poi
diventato virale, parlava di un rapimento legato addirittura al traffico di
organi e alla pedofilia, ma si è rivelata completamente infondata.
Come riportato dal Corriere della Sera, l’assessora è stata accusata di aver
provocato un ingiustificato allarme pubblico. Lunedì mattina ha quindi
protocollato la lettera di dimissioni, scusandosi con la comunità. Nel testo ha
spiegato che la diffusione del messaggio “non è stata dettata da dolo”, ma dalla
paura e dalla preoccupazione “come madre di due figli”.
La vicenda aveva nel frattempo sollevato anche una polemica politica: le
consigliere del gruppo di minoranza Garda Futura avevano presentato
un’interrogazione chiedendone le dimissioni. Secondo la capogruppo Lorenza
Ragnolini, si tratta del primo caso in Italia in cui una catena virale di fake
news sui presunti rapimenti di bambini viene alimentata da una persona che
ricopre un incarico istituzionale. La notizia aveva creato forte preoccupazione
tra i residenti, poi rientrata nel giro di 48 ore dopo le verifiche delle forze
dell’ordine e le rassicurazioni del sindaco di Bardolino, Daniele Bertasi, che
aveva chiarito come non esistesse alcun pericolo per la comunità.
In realtà, l’episodio all’origine della voce era stato un semplice equivoco:
alcuni artigiani impegnati in un cantiere si erano fermati con un’auto di car
sharing vicino alla scuola alberghiera di Bardolino per far scendere un collega.
Un ragazzo presente sul posto si era spaventato per l’improvvisa discesa
dell’uomo dall’auto e aveva interpretato male la scena. Le telecamere della
zona, analizzate dai carabinieri, hanno poi confermato che non c’era stato alcun
tentativo di rapimento.
L'articolo Diffonde una fake news sul rapimento di un bambino e scatena il
panico: si dimette l’assessora di Garda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un cadavere è stato estratto dai Vigili del Fuoco sotto le macerie di una
palazzina a Prun, frazione del comune di Negrar nel Veronese. L’edificio è
crollato a seguito di un’esplosione, che sarebbe stata causata da una bombola di
gas. La vittima è un uomo individuato dai soccorritori sotto la massa di
detriti. Poco prima erano stati estratti vivi altri due uomini e una donna: sono
feriti ma in maniera non grave, e sono stati portati all’ospedale di Borgo
Trento, a Verona.
> #Verona, estratto dalle macerie purtroppo senza vita il corpo del quarto uomo
> disperso nel crollo seguito all’esplosione nella palazzina di tre piani a
> Negrar. Salvati dai #vigilidelfuoco due uomini e una donna, estratti dalle
> macerie [#24febbraio 19:45] pic.twitter.com/FPTuu9UWyl
>
> — Vigili del Fuoco (@vigilidelfuoco) February 24, 2026
La palazzina interessata dall’esplosione è sviluppata su tre piani più una zona
mansardata. La deflagrazione, avvenuta poco dopo le 18, ha investito il primo
piano, facendo crollare l’intera struttura che è collassata. Sul posto sono
intervenuti i sanitari del 118 e i vigili del fuoco con il personale Usar (Urban
Search And Rescue) specializzato nel soccorso tra le macerie, per esplosioni o
crolli.
L'articolo Esplode e crolla una palazzina nel Veronese: un uomo è morto sotto le
macerie. Tre le persone estratte vive proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Università di Verona ha annullato il bando di concorso e la nomina a
professore ordinario di Riccardo Nocini. La messa in ruolo prevista per il primo
marzo è stata bloccata dopo “lunghe e necessarie attività di verifica” avviate
dalla rettrice Chiara Leardini e formalizzate il 12 gennaio con l’apertura del
procedimento di annullamento d’ufficio. La decisione arriva al termine di una
vicenda esplosa pubblicamente il 6 dicembre, quando Il Fatto Quotidiano ha
raccontato il concorso vinto a 33 anni dal figlio dell’allora rettore Pier
Francesco Nocini: unico candidato, 242 pubblicazioni in sette anni, una carriera
fulminea e un bando uscito tre giorni dopo la fine del mandato del padre.
Da quell’articolo sono seguiti un fascicolo della Procura di Verona,
un’istruttoria interna dell’Ateneo, due esposti – tra cui uno all’Anac – e
un’interrogazione parlamentare. La nuova rettrice ha parlato di “profondo
imbarazzo”. Fino al gesto più simbolico: la rimozione della targa “PalaNocini”
dedicata all’ex rettore sull’Edificio Biologico 3. Ora l’Ateneo fa un passo
indietro. E nel comunicato ufficiale spiega perché.
Il nodo della procedura
Secondo l’Università, nel corso delle verifiche è emerso un “contrasto” tra la
programmazione approvata dal Senato accademico e dal Cda nel febbraio 2024 e la
procedura recepita nel bando deliberato dal Dipartimento Discom il 17 giugno
2025. Una modifica che avrebbe inciso sulla “platea dei profili ammissibili”,
consentendo la partecipazione del dottor Nocini, “poi risultato vincitore”, che
altrimenti sarebbe stata preclusa. Da qui la decisione di annullare tutto “a
tutela dell’interesse pubblico”. Ma per capire come si è arrivati fin qui
bisogna tornare indietro.
Il concorso con un solo partecipante
Il bando ex art. 18, comma 4-ter della legge Gelmini viene firmato dal
prorettore vicario mentre il padre è ancora rettore. Pier Francesco Nocini resta
in carica fino al 30 settembre 2025; tre giorni dopo esce il bando e l’unico
candidato è il figlio. Riccardo Nocini, nato nel 1992, si laurea nel 2017. Nel
2018 non supera il concorso nazionale per la specialità, piazzandosi 15.004° su
16.046 candidati; l’anno dopo risale al 474° posto . Nel 2023 diventa dottore di
ricerca, poi professore a contratto e infine ordinario. A 33 anni conta 242
pubblicazioni, 24 con il padre. La commissione? “Ci siamo trovati lì a cose
fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo discutere”,
racconta una dei tre membri.
Le tensioni interne e gli esposti
L’inchiesta giornalistica porta alla luce anche il clima nella Scuola di
Otorinolaringoiatria: messaggi inviati agli specializzandi – “Da domani con me
in sala non darete più nemmeno i punti di cute” – e testimonianze su una
gestione definita “da caserma” . Nell’anno in cui Nocini diventa strutturato,
tre specializzandi su undici abbandonano e uno chiede il trasferimento.
Parallelamente arrivano gli esposti, il fascicolo in Procura – senza ipotesi di
reato né indagati – e l’istruttoria interna.
Il passo finale
Il 10 gennaio viene rimossa la targa “PalaNocini”. Il 12 gennaio si apre
formalmente il procedimento di annullamento. Oggi l’Ateneo chiude il cerchio: il
bando è annullato, la nomina pure. La ricostruzione ufficiale parla di un
“contrasto” tecnico e di una modifica alla platea degli ammessi. La cronaca
degli ultimi due mesi racconta invece una sequenza precisa: un concorso con un
solo candidato, un’inchiesta giornalistica, esposti e fascicolo, la rimozione di
un nome simbolico, infine l’annullamento. E questa volta non è solo una
questione di targa.
L'articolo Verona, annullato il concorso del figlio del rettore: il caso esploso
col Fatto fa saltare la cattedra proviene da Il Fatto Quotidiano.
È rimasto incastrato con i vestiti in un macchinario, che lo ha travolto
uccidendolo. È morto così un operaio di circa 40 anni mentre era al lavoro in
un’azienda agricola in località Tarmassia, frazione di Isola della Scala, nel
Veronese.
La chiamata con la richiesta di intervento è partita poco prima di mezzogiorno
ma quando i soccorritori – un’équipe medica del Suem 118 con l’elicottero e il
personale sanitario con un’ambulanza infermierizzata – sono arrivati
nell’allevamento hanno potuto solo constatare il decesso dell’operaio.
Le cause e l’esatta dinamica dell’incidente mortale sul lavoro sono ora al
vaglio dei carabinieri e dei funzionari dell’Ispettorato del lavoro.
L'articolo Resta incastrato in un macchinario: morto un operaio 40enne nel
Veronese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il giorno dopo la morte di Moussa Diarra, il giovane del Mali ucciso da un colpo
di pistola sparato in stazione ferroviaria a Verona da un poliziotto il 20
ottobre 2024, due pubblici ministeri inviarono alla collega che stava indagando
sul decesso un verbale con la trascrizione di intercettazioni ambientali
provenienti da un’istruttoria molto più ampia. Era quella che nel 2023 aveva
portato in carcere alcuni agenti nell’ipotesi di torture e violenze, commesse di
notte nella sezione Volanti della Questura a danno di stranieri fermati per
controlli. Carte scottanti, perché tra i nomi citati, anche se non indagato,
spuntava quello dell’agente della Polfer, presente, ma solo osservatore di
alcuni episodi di intolleranza avvenuti in caserma. Il documento di 30 pagine
era firmato dai sostituti procuratori Carlo Boranga e Chiara Bisso, ed era
indirizzato alla sostituta Maria Diletta Schiaffino.
La circostanza emerge a poche ore dalla diffusione da parte della senatrice
Ilaria Cucchi, di Alleanza Verdi Sinistra, del video degli ultimi istanti di
vita di Moussa. È a terra, due poliziotti gli sono accanto, uno spiega: “Chiama
un’ambulanza immediatamente ho sparato mi stava aggredendo col coltello… ha
ancora il coltello in mano”. Immagini choccanti, pochi giorni dopo l’udienza in
cui la parte civile ha discusso l’opposizione alla richiesta di archiviazione
presentata dalla Procura secondo cui il poliziotto avrebbe agito per legittima
difesa. Il gip di Verona, Livia Magri, si è riservata di decidere.
IL FASCICOLO DELLE TORTURE
Il nome dell’assistente capo A. F. ricorre più di una volta nelle
intercettazioni (con fotografie) che hanno suffragato l’inchiesta per torture
che ha già portato a una dozzina di rinvii a giudizio. In un caso, mentre gli
agenti osservavano uno straniero chiuso in una stanza, che urinava in un angolo,
A. F. aveva commentato: “Guarda che la puli… pulisci con la faccia”. La sera
dopo chiede a un collega, riferendosi a un altro straniero: “Te la stai
spippando? Che stai facendo? C…one… brutta m…a, giù la coperta va”. Dopo un po’
di minuti aveva attirato l’attenzione dei colleghi perché un altro soggetto
stava dando in escandescenze fuori dalla Questura, danneggiando il citofono.
“Sentito il c…one fuori che urla?”. Sunteggiando il seguito, gli ufficiali di Pg
annotano: “A. F. commenta dicendo che in tutto il resto del mondo gli avrebbero
sparato in fronte”. La frase è agghiacciante. In ogni caso il nome dell’agente
non è finito nel registro degli indagati, visto che non c’erano elementi per
contestare comportamenti illeciti. Eppure gli avvocati del fratello di Moussa
(Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeone)
chiedono al gip di “acquisire tutti gli atti relativi a quell’episodio per
verificare quale sia stata la ragione del trasferimento di A. F. dalla Volanti
alla Polfer”. E commentano: “Sul morto si è indagato in modo ineccepibile.
Nessuna indagine risulta essere stata effettuata, invece, sullo stato di
servizio dell’indagato, mentre dal fascicolo emergerebbe una personalità quanto
meno incline all’aggressività verbale e alla mancanza di empatia nei confronti
dei soggetti fermati o ristretti”. Ad esempio, mezz’ora prima di essere
interrogato dal Pm, l’agente aveva scritto sul cellulare, riferendosi al ragazzo
morto: “…non era antiproiettile”.
“LE IMMAGINI SUBITO SCAMBIATE SU WHATSAPP”
Si tratta solo di uno dei dieci accertamenti che, secondo i legali della
vittima, impedirebbero l’archiviazione. Le istanze contestano presunte falle
nell’inchiesta per omicidio colposo. Vogliono conoscere tutte le comunicazioni
radio tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa.
Chiedono di identificare i membri del gruppo Whatsapp di cui faceva parte
l’indagato “Squadra Operativa 2”, che si erano scambiati le immagini del giovane
morente, di cui gli avvocati di parte civile sono entrati in possesso solo sei
mesi dopo, visto che erano state secretate. In particolare, uno di loro aveva
inserito due video già alle 7.50 del mattino, nemmeno un’ora dopo la tragedia.
Così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della sparatoria prima
di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche riguardano i registri
del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata lesiva” del coltello,
una “posata da tavola” impugnata dal maliano, e l’impianto di videosorveglianza
per chiarirne i malfunzionamenti ed escludere, con l’audizione degli agenti che
lo hanno usato, eventuali manomissioni o tagli.
“FU LEGITTIMA DIFESA”
La Procura è invece convinta che l’agente non avesse alternative. “Ben si può
sostenere come ricorra senza alcun dubbio la scriminante della legittima difesa…
per esservi stato costretto dalla necessità di difendere la propria vita contro
l’aggressione del Moussa, che impugnava un coltello da cucina, ponendo in essere
una difesa chiaramente proporzionata all’offesa”. Questa tesi è stata espressa
dalla Procura con due comunicati diffusi lo stesso giorno del fatto e il 21
ottobre 2024, un anno prima della richiesta di archiviazione. Secondo i
difensori sarebbero la riprova che l’indagine aveva da subito imboccato una
impostazione che scagionava l’agente. Riferendosi al video diffuso dalla
senatrice Cucchi, l’avvocato difensore Matteo Fiorio sostiene che sia stato
“tagliato ad arte e sia incompleto”.
“IN QUEI 7 SECONDI NON DOVEVA SPARARE”
La ricostruzione della parte civile è opposta e insinuano versioni aggiustate
dagli agenti, soprattutto dopo aver visto le registrazioni prima della Procura.
Gli avvocati affermano che l’agente indagato avrebbe dovuto portare con sé il
taser, non solo la pistola, quando aveva visto entrare in stazione Moussa, in
evidente stato di alterazione psicofisica. Secondo il poliziotto, Moussa lo
aveva stretto contro il muro e un cestino, avvicinandosi con il coltello, così
aveva sparato tre colpi, due a vuoto, il terzo mortale. Ma prima lo aveva
invitato a lasciare l’arma. Una versione che non convince gli avvocati. “È
lecito dubitare di tale dinamica, dato il lasso di tempo brevissimo per potersi
consumare una sequenza dei fatti così come raccontata. Dal momento in cui
l’agente esce sul piazzale della stazione a quando Moussa cade a terra
trascorrono soli 7 secondi, compresa la pausa fra la mira dell’arma e il primo
colpo per verificare l’effetto deterrente della pistola, e poi una pausa fra un
colpo e l’altro per verificare le reazioni del soggetto. Tutto ciò non è
materialmente realizzabile in 7 secondi, nei quali l’indagato, a suo dire, non
avrebbe avuto possibilità di fuga in quanto sempre stretto fra la porta di
ingresso, il muro, e il cestino”. Una circostanza contestata: “Dalle immagini si
apprezza che nel momento in cui ha puntato l’arma e ha sparato non era affatto
stretto contro il cestino, avendo la strada libera dietro di sé per
eventualmente indietreggiare per sottrarsi dal raggio del coltello-posata”. In
conclusione gli avvocati chiedono: “Si vuole veramente scrivere in un
provvedimento di un Tribunale italiano che due agenti della Polizia di stato non
avrebbero potuto tentare di disarmare un soggetto, in evidente stato
confusionale, eventualmente anche chiedendo rinforzi con l’ausilio della
ricetrasmittente, e che in una dinamica ‘due contro uno’ l’unica soluzione
perseguibile fosse sparare a morte?”.
L'articolo Morte Moussa Diarra: le intercettazioni sulle torture, la chat e la
dinamica. Su cosa punta la parte civile per opporsi all’archiviazione
dell’agente proviene da Il Fatto Quotidiano.
A due uomini fermati avrebbero “cagionato acute sofferenze”, con violenze nelle
uffici della Questura di Verona. Così altri 4 poliziotti in servizio nella città
scaligera sono stati rinviati a giudizio per il reato di tortura nell’ambito di
una vasta inchiesta riguardo a cosa sarebbe accaduto fino a quattro anni fa
dentro la questura. Per entrambi gli episodi è imputato un solo agente, per il
secondo – avvenuto nell’autunno 2022 – gli altri tre che dovranno affrontare il
processo, che si aprirà l’11 febbraio 2027.
L’inchiesta deflagrò nel 2023, portando a 5 arresti e vedeva 18 persone
indagate. Le loro posizioni hanno via via preso strade diverse. Davanti al
Tribunale scaligero è già in corso un processo nei confronti di due agenti,
considerati i maggiori responsabili delle violenze. In abbreviato si sono invece
risolte le posizioni di altri quattro agenti: uno è stato condannato a 4 mesi
per lesioni, un altro a una pena pecuniaria per omissione e una collega a 5 mesi
e 10 giorni per falso. Con la stessa accusa era imputata un’altra poliziotta,
che è stata assolta perché “il fatto non costituisce reati”.
I quattro rinviati ora a giudizio – come riportano L’Arena e il Corriere Veneto
– devono rispondere, oltre al reato di tortura, anche di omissione di atti
d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per l’interruzione di una
perquisizione per la ricerca di armi da sparo, una volta appreso che si trattava
dell’abitazione di un loro conoscente. Altre accuse riguardano il peculato, per
la sottrazione di 40 euro e due pacchetti di sigarette a una donna fermata per
un controllo e omessa denuncia per un collega.
L'articolo “Violenze in questura a Verona”: 4 poliziotti rinviati a giudizio per
tortura proviene da Il Fatto Quotidiano.