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Soffocato da un boccone di croissant: muore 51enne a San Martino Buon Albergo (Verona)
Un boccone di cornetto ha provocato la morte di un uomo di 51 anni a San Martino Buon Albergo (Verona). L’uomo è spirato dopo aver accusato un improvviso soffocamento mentre si trovava in auto con due familiari. Secondo quanto ricostruito, stava mangiando il dolce quando un residuo ha bloccato le sue vie respiratorie, provocando un’immediata difficoltà respiratoria. I familiari hanno cercato aiuto fermandosi vicino a una farmacia lungo la strada. I dipendenti hanno tentato di rianimare l’uomo con manovre di primo soccorso e l’uso del defibrillatore, senza successo. Sul posto sono poi intervenuti i sanitari del Suem 118, che hanno potuto solo constatare il decesso. L’uomo era portatore di pacemaker, ma il dispositivo non ha potuto influire sulla dinamica legata all’ostruzione meccanica delle vie aeree. I carabinieri, intervenuti sul luogo della tragedia, hanno effettuato i rilievi per chiarire con precisione quanto accaduto. L'articolo Soffocato da un boccone di croissant: muore 51enne a San Martino Buon Albergo (Verona) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Separazione delle carriere per spezzare legami tra giudici e pm? Perché non vale per la magistratura militare? Lì tutti negli stessi uffici”: la domanda del pm Dini
“Non basta la separazione delle carriere, serve anche la separazione dei palazzi: giudici e pm non devono nemmeno incontrarsi, non si devono nemmeno salutare, d’altra parte quale fiducia posso riporre in un Tribunale dove Gip e pm sono vicini d’ufficio”. Parole di Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, la prima a costituire un comitato per il Sì, in un’intervista del 1 dicembre alla Verità. Un argomento che ricorre spesso tra i sostenitori del Sì in questa accesa campagna referendaria. E che evidenzia, paradossalmente, una delle tante falle ed incongruenze della riforma Nordio: non avrebbe alcun effetto lì dove questa ‘vicinanza’ è più marcata che altrove, la magistratura militare. Lo spiega bene un ex magistrato di quel mondo, Sergio Dini, ex capo della procura militare di Padova, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Militari ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura Militare. Ora Dini è pm ordinario a Padova. Dal suo ufficio ricorda: “I tribunali militari rimasti sono tre: Napoli, Verona e Roma. Se il problema della magistratura è la troppa colleganza tra pm e giudici, allora dovrebbe essere risolta a partire dai 58 magistrati militari in servizio tra tre tribunali, tre procure e una corte d’appello militare. Sono uffici dove non c’è alcun movimento, si rimane in servizio tantissimi anni e le ‘convivenze’ tra giudici e pm durano altrettanto”. Secondo gli sponsor del Sì, lavorare nello stesso edificio e prendere il caffè alla stessa buvette indurrebbe i giudici ad appiattirsi sulle tesi dei pm. “Per esperienza pregressa non mi pare, a partire dalla vicenda Priebke, dove il Tribunale di Roma si è ben guardato in prima battuta di aderire alle accuse e lo assolse”. Per Dini invece “questa è la prova che le vere ragioni del Sì sono altrove, altrimenti la riforma avrebbe riguardato anche la magistratura militare, e non ci troveremmo nella situazione di cittadini militari lasciati esposti al giudizio di giudici corrivi e complici dei pm. E poi mi chiedo: perché per i magistrati ordinari viene istituita l’Alta corte per i giudizi disciplinari, mentre i magistrati militari continueranno ad essere giudicati dal Csm militare?”. La chiosa è una domanda retorica: “Se la magistratura militare venisse adeguata ad un’eventuale vittoria del Sì, istituirebbero due Csm per 58 magistrati? Che ne penserebbero i cittadini comuni”? L'articolo “Separazione delle carriere per spezzare legami tra giudici e pm? Perché non vale per la magistratura militare? Lì tutti negli stessi uffici”: la domanda del pm Dini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Verona, il responsabile dell’ex rifugio per migranti a processo per occupazione abusiva. “Rivendico ciò che ho fatto”
Se si occupa uno spazio privato abbandonato da anni, lo si riadatta e lo si destina a luogo di ospitalità per una cinquantina di extracomunitari che non riescono a trovare una casa anche se lavorano, si commette un reato? La macchina giudiziaria sta dando il meglio di sé (dimostrando tra l’altro quanto dissonante possa essere la dialettica tra pubblici ministeri e giudici) attorno alla vicenda del Ghibellin Fuggiasco, laboratorio sociale di Verona che per quattro anni è stato un centro di accoglienza autogestito, fino a quando l’insicurezza della struttura ha costretto a chiuderlo nell’ottobre 2024. I proprietari dello stabile hanno presentato nel 2023 una denuncia per occupazione abusiva. Le accuse sono state respinte dal gruppo Paratodos, che ha gestito l’intervento per quattro anni riuscendo alla fine a sistemare tutti gli ospiti in appartamenti o in altre strutture. Il pubblico ministero ha chiesto il proscioglimento “per tenuità del fatto”. Paratodos ha rifiutato la scorciatoia del buonismo giudiziario, cercando un proscioglimento vero, nel merito, ritenendo di aver effettuato un intervento quando le istituzioni pubbliche avrebbero lasciato i cittadini stranieri a dormire per strada o in rifugi di fortuna. In udienza preliminare il gip ha deciso, invece, che il processo si dovrà fare, respingendo la richiesta di archiviazione e ordinando al pm di formulare un capo d’imputazione. La Verona che non si vede, nascosta dietro un perbenismo di facciata, finirà così al centro di un dibattimento pubblico che vedrà sul banco degli imputati solo una persona. Si tratta di Giorgio Brasola, 62 anni, l’attivista che ha la responsabilità giuridica di Paratodos e ha animato numerose forme di protesta civile a difesa dei senza casa. “Il giudice ha deciso che si va a processo per l’occupazione del Ghibellin Fuggiasco, ma noi ci difenderemo, perché riteniamo di non aver commesso alcun reato. Abbiamo cercato di recuperare un edificio in stato di abbandono per trent’anni, così da accogliere persone con fragilità anche gravi o che avevano comunque bisogno di un tetto”. Ad assisterlo ci sono gli avvocati Paola Malavolta e Francesca Campostrini, che si sono opposte alla formula della “particolare tenuità del fatto” con cui il sostituto procuratore Elvira Vitulli aveva chiesto l’archiviazione. “Rivendichiamo l’esperienza del Ghibellin Fuggiasco e la legittimità di ogni forma di recupero di qualsiasi edificio abbandonato che nasca dal bisogno di una casa, di uno spazio in cui esistere”, dichiara Brasola. “Rivendichiamo il senso politico di questa iniziativa che abbiamo sempre pubblicamente dichiarato temporanea e legata a una risposta istituzionale che per più di quattro anni è mancata”. Nei quattro anni di apertura del rifugio, le persone che vi hanno trovato ospitalità sono state più di 150. Tra di loro anche Moussa Diarra, il giovane migrante ucciso da un poliziotto nell’ottobre 2024 davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, mentre si aggirava con un coltello in mano e in preda a una crisi psicotica. Era sconvolto anche perché da due anni non riceveva risposta alla richiesta di regolarizzare la propria posizione. “Ci difenderemo anche perché il Paratodos ha sempre collaborato con le amministrazioni che si sono succedute, coi servizi sociali e con le strutture sanitarie del nostro territorio per accogliere richiedenti asilo”, spiega l’avvocata Paola Malavolta. E aggiunge: “Non c’è un solo testimone indicato dal pm che possa dire di aver visto l’indagato rompere lucchetti, forzare dei portoni, dormire in loco, sdraiarsi su un divano, sedere a un tavolo a mangiare, fare una doccia… Come si può ritenere che il fatto, seppur tenue, si sia verificato? Come poter dire che l’indagato da solo, unico indagato, abbia “occupato” un immobile di tali dimensioni?”. Eventualmente “l’unico rimprovero che si può muovere al nostro assistito è di essersi interessato a dei richiedenti asilo regolarmente soggiornanti bisognosi, che si trovavano già lì perché cacciati dal cosiddetto sistema di accoglienza”. L'articolo Verona, il responsabile dell’ex rifugio per migranti a processo per occupazione abusiva. “Rivendico ciò che ho fatto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paralimpiadi, Arena di Verona “accessibile” solo per una sera: spariti rampe e tappeti, i veri lavori sono in ritardo e inadeguati. “Ci eravamo illusi”
Si smontano le opere installate per la cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi all’Arena di Verona e mentre la città torna alla viabilità ordinaria si possono fare i conti con la decantata “accessibilità” che ha accompagnato l’evento. L’ex governatore del Veneto, Luca Zaia, ha declamato il lascito delle Olimpiadi: “Un monumento simbolo, grazie a un investimento di oltre 20 milioni di euro è stato reso pienamente accessibile con interventi mirati di abbattimento delle barriere architettoniche”. L’amministratore leghista si riferisce, evidentemente, alle intenzioni virtuose di un progetto che non è stato ancora portato a termine, nonostante le Olimpiadi e le Paralimpiadi Milano Cortina 2026 si siano rispettivamente chiuse e presentate al mondo proprio nell’anfiteatro romano. L’Arena riflette le contraddizioni dei Giochi e le promesse non mantenute in tempo per le cerimonie. “Sono state installate rampe dedicate, adeguati i servizi igienici, predisposti spazi per la sosta e la movimentazione degli atleti, riorganizzati posti a sedere per il pubblico con ridotta mobilità”, ha aggiunto Zaia. Ma basta seguire i lavori in svolgimento per verificare come la maggior parte degli interventi siano già stati rimossi, visto che interessavano solo la cerimonia di apertura, senza essere destinati a diventare definitivi. Si tratta, ad esempio, dei passaggi per superare il dislivello del “vallo” che conduce in Arena o dei tappeti speciali stesi tutt’attorno al monumento, per coprire la pavimentazione sconnessa. In realtà l’appalto da oltre 20 milioni di euro in buona parte non è concluso. Sono stati realizzati i nuovi servizi igienici interni, con una spesa di 1,6 milioni di euro, mentre circa un milione e settecento mila euro è servito per i percorsi pedonali per arrivare in Piazza Bra. La parte maggiore è stata rimandata a dopo le Olimpiadi. Si tratta della sistemazione interna e della costruzione di un ascensore che consenta di salire a un punto panoramico, all’Arcovolo 65, finora proibito per chi si muove con una carrozzina o ha problemi di deambulazione. Sul tema ha insistito l’architetto Fabio Massimo Saldini, commissario straordinario della società pubblica Infrastrutture Milano Cortina (Simico): “L’accessibilità che stiamo realizzando non è temporanea, né legata all’evento sportivo: è un investimento strutturale sul territorio e sulla qualità della vita delle comunità che lo abitano”. Simico ha spiegato: “Sono stati rinnovati oltre 2 km di percorsi di accesso, con marciapiedi riqualificati, piste ciclabili separate, pendenze controllate, nuove banchine bus… all’interno del monumento sono state installate rampe modulari con pendenze comprese tra il 4% e l’8%, dimensionate per consentire il passaggio affiancato di due sedie a rotelle…”. A fare da contraltare a questo racconto è l‘attivista Antonino Russo, ex presidente di Fish Veneto, la Federazione Italiana Superamento Handicap che alcuni mesi fa ha già raccontato al fattoquotidiano.it le lacune più vistose. “Le Olimpiadi sono un’occasione tremendamente mancata, non è stato fatto nulla per rendere la città veramente accessibile. Noi ci eravamo illusi quando nel 2019 arrivò la notizia che l‘Arena avrebbe subito interventi strutturali. E pensare che il tempo per agire anche su tutto il contorno cittadino ci sarebbe stato. Molte associazioni avevano chiesto al sindaco di aprire dei tavoli per discutere gli aspetti della programmazione”. Che cosa non funziona? “Finita l’inaugurazione per l’accesso in carrozzina in Arena c’è solo una rampa posta sul retro dell’anfiteatro, mentre quelle sul davanti erano provvisorie, come è accaduto anche al Palazzo della Gran Guardia. La stessa considerazione vale per i tappeti stesi attorno alla struttura per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi. Ma anche la parziale accessibilità consentita dall’adozione di un ascensore è discutibile perché la salita all’ultimo anello è affidata, come si legge nella delibera di giunta n° 91 del 6 febbraio scorso, ad un servo scala che, come è noto a tutti coloro che hanno dimestichezza con le questioni di accessibilità, sono lenti e soggetti a frequenti malfunzionamenti specie se esposti all’azione degli agenti atmosferici. In occasione di una manifestazione fieristica a Vicenza trascorsi più di un’ora intrappolato in uno dei servoscala a servizio dei diversi saliscendi per effetto di un microswitch di sicurezza che aveva bloccato la macchina. Immaginiamo quale potrà essere l’affidabilità di una macchina sottoposta alle intemperie e a carichi massivi quotidiani”. Oltre ai ritardi, il dato più critico riguarda i percorsi per arrivare dalla stazione ferroviaria a Piazza Bra. Lungo il larghissimo Corso di Porta Nuova sono state realizzate isole di transito per facilitare l’accesso ai parcheggi auto e alle fermate del trasporto pubblico locale, con una pista ciclabile da una parte e il traffico delle auto dall’altra. Le banchine non sono continue, ma vengono interrotte per una trentina di volte (con gradini) a causa degli accessi ai passi carrai per le auto. Inoltre tengono i fruitori lontani dal largo marciapiede del viale e quindi dai negozi. “Questo modo di realizzare l’accessibilità porta ad un altro isolamento”, sostiene Antonino Russo. “Le associazioni non sono state coinvolte e credo che verrà richiesta una profonda revisione di quanto è stato fatto ai marciapiedi, anche perché il percorso è mal collegato con la stazione ferroviaria e con l‘accesso all’Arena. Inoltre la segnaletica orizzontale e verticale non è stata adeguata ai criteri della progettazione universale e mancano del tutto le mappe tattili”. Carlo Piazza, presidente dell’Osservatorio di Comunità per i diritti sociali di Verona, a fine gennaio aveva scritto all’ingegnere Giuseppe Fasiol, commissario straordinario per le Paralimpiadi: “Al fine di migliorare l’accessibilità di Corso Porta Nuova sono stati realizzati interventi la cui efficacia è discutibile, ma avendo appreso la sua disponibilità ‘ad affinare gli interventi’ avanziamo alcune proposte”. Riguardano, ad esempio, l’altezza delle banchine “non adeguata per una facile fruizione dei servizi di trasporto pubblico”. Le associazioni avevano suggerito, in attesa di una radicale rivisitazione, “di non spendere più un euro” per quello che definiscono un “non percorso”, salvo “gli interventi per mettere in sicurezza le persone, rallentando le biciclette con dissuasori di velocità posti sulle nuove ciclabili in prossimità delle rampe di accesso alle banchine”. La lettera si concludeva: “Dopo i Giochi sarà opportuno ridefinire il layout dell’intervento in considerazione degli interessi, ma soprattutto dei diritti dei cittadini”. Una giustificazione dei lavori incompleti è venuta dal commissario Fasiol, che è entrato nella gestione dell’evento paralimpico solo lo scorso agosto, quando tutto era già programmato. “Sistemare la platea dell’Arena per i Giochi non era possibile perché doveva essere occupata dal palco degli show. Un’eredità delle Olimpiadi è costituita comunque anche dall’applicazione delle linee guida della Regione Veneto che seguono l‘Universal Design che tiene conto delle esigenze delle persone con disabilità”. L'articolo Paralimpiadi, Arena di Verona “accessibile” solo per una sera: spariti rampe e tappeti, i veri lavori sono in ritardo e inadeguati. “Ci eravamo illusi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Diffonde una fake news sul rapimento di un bambino e scatena il panico: si dimette l’assessora di Garda
Si è dimessa l’assessora al Sociale e all’Istruzione del Comune di Garda, Roberta Cecere, dopo aver contribuito a diffondere una fake news su un presunto tentativo di rapimento di un bambino di 11 anni avvenuto a Bardolino, sul lago di Garda (Verona). La notizia, diffusa tramite un messaggio vocale WhatsApp poi diventato virale, parlava di un rapimento legato addirittura al traffico di organi e alla pedofilia, ma si è rivelata completamente infondata. Come riportato dal Corriere della Sera, l’assessora è stata accusata di aver provocato un ingiustificato allarme pubblico. Lunedì mattina ha quindi protocollato la lettera di dimissioni, scusandosi con la comunità. Nel testo ha spiegato che la diffusione del messaggio “non è stata dettata da dolo”, ma dalla paura e dalla preoccupazione “come madre di due figli”. La vicenda aveva nel frattempo sollevato anche una polemica politica: le consigliere del gruppo di minoranza Garda Futura avevano presentato un’interrogazione chiedendone le dimissioni. Secondo la capogruppo Lorenza Ragnolini, si tratta del primo caso in Italia in cui una catena virale di fake news sui presunti rapimenti di bambini viene alimentata da una persona che ricopre un incarico istituzionale. La notizia aveva creato forte preoccupazione tra i residenti, poi rientrata nel giro di 48 ore dopo le verifiche delle forze dell’ordine e le rassicurazioni del sindaco di Bardolino, Daniele Bertasi, che aveva chiarito come non esistesse alcun pericolo per la comunità. In realtà, l’episodio all’origine della voce era stato un semplice equivoco: alcuni artigiani impegnati in un cantiere si erano fermati con un’auto di car sharing vicino alla scuola alberghiera di Bardolino per far scendere un collega. Un ragazzo presente sul posto si era spaventato per l’improvvisa discesa dell’uomo dall’auto e aveva interpretato male la scena. Le telecamere della zona, analizzate dai carabinieri, hanno poi confermato che non c’era stato alcun tentativo di rapimento. L'articolo Diffonde una fake news sul rapimento di un bambino e scatena il panico: si dimette l’assessora di Garda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Esplode e crolla una palazzina nel Veronese: un uomo è morto sotto le macerie. Tre le persone estratte vive
Un cadavere è stato estratto dai Vigili del Fuoco sotto le macerie di una palazzina a Prun, frazione del comune di Negrar nel Veronese. L’edificio è crollato a seguito di un’esplosione, che sarebbe stata causata da una bombola di gas. La vittima è un uomo individuato dai soccorritori sotto la massa di detriti. Poco prima erano stati estratti vivi altri due uomini e una donna: sono feriti ma in maniera non grave, e sono stati portati all’ospedale di Borgo Trento, a Verona. > #Verona, estratto dalle macerie purtroppo senza vita il corpo del quarto uomo > disperso nel crollo seguito all’esplosione nella palazzina di tre piani a > Negrar. Salvati dai #vigilidelfuoco due uomini e una donna, estratti dalle > macerie [#24febbraio 19:45] pic.twitter.com/FPTuu9UWyl > > — Vigili del Fuoco (@vigilidelfuoco) February 24, 2026 La palazzina interessata dall’esplosione è sviluppata su tre piani più una zona mansardata. La deflagrazione, avvenuta poco dopo le 18, ha investito il primo piano, facendo crollare l’intera struttura che è collassata. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 e i vigili del fuoco con il personale Usar (Urban Search And Rescue) specializzato nel soccorso tra le macerie, per esplosioni o crolli. L'articolo Esplode e crolla una palazzina nel Veronese: un uomo è morto sotto le macerie. Tre le persone estratte vive proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Verona, annullato il concorso del figlio del rettore: il caso esploso col Fatto fa saltare la cattedra
L’Università di Verona ha annullato il bando di concorso e la nomina a professore ordinario di Riccardo Nocini. La messa in ruolo prevista per il primo marzo è stata bloccata dopo “lunghe e necessarie attività di verifica” avviate dalla rettrice Chiara Leardini e formalizzate il 12 gennaio con l’apertura del procedimento di annullamento d’ufficio. La decisione arriva al termine di una vicenda esplosa pubblicamente il 6 dicembre, quando Il Fatto Quotidiano ha raccontato il concorso vinto a 33 anni dal figlio dell’allora rettore Pier Francesco Nocini: unico candidato, 242 pubblicazioni in sette anni, una carriera fulminea e un bando uscito tre giorni dopo la fine del mandato del padre. Da quell’articolo sono seguiti un fascicolo della Procura di Verona, un’istruttoria interna dell’Ateneo, due esposti – tra cui uno all’Anac – e un’interrogazione parlamentare. La nuova rettrice ha parlato di “profondo imbarazzo”. Fino al gesto più simbolico: la rimozione della targa “PalaNocini” dedicata all’ex rettore sull’Edificio Biologico 3. Ora l’Ateneo fa un passo indietro. E nel comunicato ufficiale spiega perché. Il nodo della procedura Secondo l’Università, nel corso delle verifiche è emerso un “contrasto” tra la programmazione approvata dal Senato accademico e dal Cda nel febbraio 2024 e la procedura recepita nel bando deliberato dal Dipartimento Discom il 17 giugno 2025. Una modifica che avrebbe inciso sulla “platea dei profili ammissibili”, consentendo la partecipazione del dottor Nocini, “poi risultato vincitore”, che altrimenti sarebbe stata preclusa. Da qui la decisione di annullare tutto “a tutela dell’interesse pubblico”. Ma per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare indietro. Il concorso con un solo partecipante Il bando ex art. 18, comma 4-ter della legge Gelmini viene firmato dal prorettore vicario mentre il padre è ancora rettore. Pier Francesco Nocini resta in carica fino al 30 settembre 2025; tre giorni dopo esce il bando e l’unico candidato è il figlio. Riccardo Nocini, nato nel 1992, si laurea nel 2017. Nel 2018 non supera il concorso nazionale per la specialità, piazzandosi 15.004° su 16.046 candidati; l’anno dopo risale al 474° posto . Nel 2023 diventa dottore di ricerca, poi professore a contratto e infine ordinario. A 33 anni conta 242 pubblicazioni, 24 con il padre. La commissione? “Ci siamo trovati lì a cose fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo discutere”, racconta una dei tre membri. Le tensioni interne e gli esposti L’inchiesta giornalistica porta alla luce anche il clima nella Scuola di Otorinolaringoiatria: messaggi inviati agli specializzandi – “Da domani con me in sala non darete più nemmeno i punti di cute” – e testimonianze su una gestione definita “da caserma” . Nell’anno in cui Nocini diventa strutturato, tre specializzandi su undici abbandonano e uno chiede il trasferimento. Parallelamente arrivano gli esposti, il fascicolo in Procura – senza ipotesi di reato né indagati – e l’istruttoria interna. Il passo finale Il 10 gennaio viene rimossa la targa “PalaNocini”. Il 12 gennaio si apre formalmente il procedimento di annullamento. Oggi l’Ateneo chiude il cerchio: il bando è annullato, la nomina pure. La ricostruzione ufficiale parla di un “contrasto” tecnico e di una modifica alla platea degli ammessi. La cronaca degli ultimi due mesi racconta invece una sequenza precisa: un concorso con un solo candidato, un’inchiesta giornalistica, esposti e fascicolo, la rimozione di un nome simbolico, infine l’annullamento. E questa volta non è solo una questione di targa. L'articolo Verona, annullato il concorso del figlio del rettore: il caso esploso col Fatto fa saltare la cattedra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
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Resta incastrato in un macchinario: morto un operaio 40enne nel Veronese
È rimasto incastrato con i vestiti in un macchinario, che lo ha travolto uccidendolo. È morto così un operaio di circa 40 anni mentre era al lavoro in un’azienda agricola in località Tarmassia, frazione di Isola della Scala, nel Veronese. La chiamata con la richiesta di intervento è partita poco prima di mezzogiorno ma quando i soccorritori – un’équipe medica del Suem 118 con l’elicottero e il personale sanitario con un’ambulanza infermierizzata – sono arrivati nell’allevamento hanno potuto solo constatare il decesso dell’operaio. Le cause e l’esatta dinamica dell’incidente mortale sul lavoro sono ora al vaglio dei carabinieri e dei funzionari dell’Ispettorato del lavoro. L'articolo Resta incastrato in un macchinario: morto un operaio 40enne nel Veronese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lavoro
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Morti sul Lavoro
Incidenti sul lavoro
Morte Moussa Diarra: le intercettazioni sulle torture, la chat e la dinamica. Su cosa punta la parte civile per opporsi all’archiviazione dell’agente
Il giorno dopo la morte di Moussa Diarra, il giovane del Mali ucciso da un colpo di pistola sparato in stazione ferroviaria a Verona da un poliziotto il 20 ottobre 2024, due pubblici ministeri inviarono alla collega che stava indagando sul decesso un verbale con la trascrizione di intercettazioni ambientali provenienti da un’istruttoria molto più ampia. Era quella che nel 2023 aveva portato in carcere alcuni agenti nell’ipotesi di torture e violenze, commesse di notte nella sezione Volanti della Questura a danno di stranieri fermati per controlli. Carte scottanti, perché tra i nomi citati, anche se non indagato, spuntava quello dell’agente della Polfer, presente, ma solo osservatore di alcuni episodi di intolleranza avvenuti in caserma. Il documento di 30 pagine era firmato dai sostituti procuratori Carlo Boranga e Chiara Bisso, ed era indirizzato alla sostituta Maria Diletta Schiaffino. La circostanza emerge a poche ore dalla diffusione da parte della senatrice Ilaria Cucchi, di Alleanza Verdi Sinistra, del video degli ultimi istanti di vita di Moussa. È a terra, due poliziotti gli sono accanto, uno spiega: “Chiama un’ambulanza immediatamente ho sparato mi stava aggredendo col coltello… ha ancora il coltello in mano”. Immagini choccanti, pochi giorni dopo l’udienza in cui la parte civile ha discusso l’opposizione alla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura secondo cui il poliziotto avrebbe agito per legittima difesa. Il gip di Verona, Livia Magri, si è riservata di decidere. IL FASCICOLO DELLE TORTURE Il nome dell’assistente capo A. F. ricorre più di una volta nelle intercettazioni (con fotografie) che hanno suffragato l’inchiesta per torture che ha già portato a una dozzina di rinvii a giudizio. In un caso, mentre gli agenti osservavano uno straniero chiuso in una stanza, che urinava in un angolo, A. F. aveva commentato: “Guarda che la puli… pulisci con la faccia”. La sera dopo chiede a un collega, riferendosi a un altro straniero: “Te la stai spippando? Che stai facendo? C…one… brutta m…a, giù la coperta va”. Dopo un po’ di minuti aveva attirato l’attenzione dei colleghi perché un altro soggetto stava dando in escandescenze fuori dalla Questura, danneggiando il citofono. “Sentito il c…one fuori che urla?”. Sunteggiando il seguito, gli ufficiali di Pg annotano: “A. F. commenta dicendo che in tutto il resto del mondo gli avrebbero sparato in fronte”. La frase è agghiacciante. In ogni caso il nome dell’agente non è finito nel registro degli indagati, visto che non c’erano elementi per contestare comportamenti illeciti. Eppure gli avvocati del fratello di Moussa (Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeone) chiedono al gip di “acquisire tutti gli atti relativi a quell’episodio per verificare quale sia stata la ragione del trasferimento di A. F. dalla Volanti alla Polfer”. E commentano: “Sul morto si è indagato in modo ineccepibile. Nessuna indagine risulta essere stata effettuata, invece, sullo stato di servizio dell’indagato, mentre dal fascicolo emergerebbe una personalità quanto meno incline all’aggressività verbale e alla mancanza di empatia nei confronti dei soggetti fermati o ristretti”. Ad esempio, mezz’ora prima di essere interrogato dal Pm, l’agente aveva scritto sul cellulare, riferendosi al ragazzo morto: “…non era antiproiettile”. “LE IMMAGINI SUBITO SCAMBIATE SU WHATSAPP” Si tratta solo di uno dei dieci accertamenti che, secondo i legali della vittima, impedirebbero l’archiviazione. Le istanze contestano presunte falle nell’inchiesta per omicidio colposo. Vogliono conoscere tutte le comunicazioni radio tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa. Chiedono di identificare i membri del gruppo Whatsapp di cui faceva parte l’indagato “Squadra Operativa 2”, che si erano scambiati le immagini del giovane morente, di cui gli avvocati di parte civile sono entrati in possesso solo sei mesi dopo, visto che erano state secretate. In particolare, uno di loro aveva inserito due video già alle 7.50 del mattino, nemmeno un’ora dopo la tragedia. Così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della sparatoria prima di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche riguardano i registri del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata lesiva” del coltello, una “posata da tavola” impugnata dal maliano, e l’impianto di videosorveglianza per chiarirne i malfunzionamenti ed escludere, con l’audizione degli agenti che lo hanno usato, eventuali manomissioni o tagli. “FU LEGITTIMA DIFESA” La Procura è invece convinta che l’agente non avesse alternative. “Ben si può sostenere come ricorra senza alcun dubbio la scriminante della legittima difesa… per esservi stato costretto dalla necessità di difendere la propria vita contro l’aggressione del Moussa, che impugnava un coltello da cucina, ponendo in essere una difesa chiaramente proporzionata all’offesa”. Questa tesi è stata espressa dalla Procura con due comunicati diffusi lo stesso giorno del fatto e il 21 ottobre 2024, un anno prima della richiesta di archiviazione. Secondo i difensori sarebbero la riprova che l’indagine aveva da subito imboccato una impostazione che scagionava l’agente. Riferendosi al video diffuso dalla senatrice Cucchi, l’avvocato difensore Matteo Fiorio sostiene che sia stato “tagliato ad arte e sia incompleto”. “IN QUEI 7 SECONDI NON DOVEVA SPARARE” La ricostruzione della parte civile è opposta e insinuano versioni aggiustate dagli agenti, soprattutto dopo aver visto le registrazioni prima della Procura. Gli avvocati affermano che l’agente indagato avrebbe dovuto portare con sé il taser, non solo la pistola, quando aveva visto entrare in stazione Moussa, in evidente stato di alterazione psicofisica. Secondo il poliziotto, Moussa lo aveva stretto contro il muro e un cestino, avvicinandosi con il coltello, così aveva sparato tre colpi, due a vuoto, il terzo mortale. Ma prima lo aveva invitato a lasciare l’arma. Una versione che non convince gli avvocati. “È lecito dubitare di tale dinamica, dato il lasso di tempo brevissimo per potersi consumare una sequenza dei fatti così come raccontata. Dal momento in cui l’agente esce sul piazzale della stazione a quando Moussa cade a terra trascorrono soli 7 secondi, compresa la pausa fra la mira dell’arma e il primo colpo per verificare l’effetto deterrente della pistola, e poi una pausa fra un colpo e l’altro per verificare le reazioni del soggetto. Tutto ciò non è materialmente realizzabile in 7 secondi, nei quali l’indagato, a suo dire, non avrebbe avuto possibilità di fuga in quanto sempre stretto fra la porta di ingresso, il muro, e il cestino”. Una circostanza contestata: “Dalle immagini si apprezza che nel momento in cui ha puntato l’arma e ha sparato non era affatto stretto contro il cestino, avendo la strada libera dietro di sé per eventualmente indietreggiare per sottrarsi dal raggio del coltello-posata”. In conclusione gli avvocati chiedono: “Si vuole veramente scrivere in un provvedimento di un Tribunale italiano che due agenti della Polizia di stato non avrebbero potuto tentare di disarmare un soggetto, in evidente stato confusionale, eventualmente anche chiedendo rinforzi con l’ausilio della ricetrasmittente, e che in una dinamica ‘due contro uno’ l’unica soluzione perseguibile fosse sparare a morte?”. L'articolo Morte Moussa Diarra: le intercettazioni sulle torture, la chat e la dinamica. Su cosa punta la parte civile per opporsi all’archiviazione dell’agente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Verona
Poliziotti
“Violenze in questura a Verona”: 4 poliziotti rinviati a giudizio per tortura
A due uomini fermati avrebbero “cagionato acute sofferenze”, con violenze nelle uffici della Questura di Verona. Così altri 4 poliziotti in servizio nella città scaligera sono stati rinviati a giudizio per il reato di tortura nell’ambito di una vasta inchiesta riguardo a cosa sarebbe accaduto fino a quattro anni fa dentro la questura. Per entrambi gli episodi è imputato un solo agente, per il secondo – avvenuto nell’autunno 2022 – gli altri tre che dovranno affrontare il processo, che si aprirà l’11 febbraio 2027. L’inchiesta deflagrò nel 2023, portando a 5 arresti e vedeva 18 persone indagate. Le loro posizioni hanno via via preso strade diverse. Davanti al Tribunale scaligero è già in corso un processo nei confronti di due agenti, considerati i maggiori responsabili delle violenze. In abbreviato si sono invece risolte le posizioni di altri quattro agenti: uno è stato condannato a 4 mesi per lesioni, un altro a una pena pecuniaria per omissione e una collega a 5 mesi e 10 giorni per falso. Con la stessa accusa era imputata un’altra poliziotta, che è stata assolta perché “il fatto non costituisce reati”. I quattro rinviati ora a giudizio – come riportano L’Arena e il Corriere Veneto – devono rispondere, oltre al reato di tortura, anche di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per l’interruzione di una perquisizione per la ricerca di armi da sparo, una volta appreso che si trattava dell’abitazione di un loro conoscente. Altre accuse riguardano il peculato, per la sottrazione di 40 euro e due pacchetti di sigarette a una donna fermata per un controllo e omessa denuncia per un collega. L'articolo “Violenze in questura a Verona”: 4 poliziotti rinviati a giudizio per tortura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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