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“Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti intrattengono rapporti con donne e uomini”
Don Giovanni Gatto è il parroco della frazione aquilana di Tempera. Ha 51 anni ed è originario del comune di Montebelluna, in provincia di Treviso. Ordinato nel 2005, il prete ha vissuto in prima persona il terremoto dell’Aquila del 2009 e aveva denunciato le infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti per la ricostruzione della chiesa. Dopo vent’anni di sacerdozio, Gatto ha deciso di togliersi l’abito per cominciare una vita “normale”. Così, ha scritto una lettera indirizzata a Papa Leone XIV per chiedere la dispensa dal ministero sacerdotale. La missiva, inviata anche all’arcivescovo dell’Aquila, nasce da una lunga riflessione interiore e dal desiderio di cambiare radicalmente la propria esistenza. Il sacerdote ha affidato a parole chiare il senso della sua scelta: “Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia“. Per lui, il cammino spirituale non si è mai tradotto in una perdita di fede, ma ha portato alla consapevolezza che non poteva più conciliare i voti con la propria aspirazione umana di avere relazioni e figli. Nella lettera, il sacerdote ha spiegato perché ha deciso di compiere questo passo: “Per il diritto canonico è obbligatorio: quando si chiede lo scioglimento dei voti si devono spiegare al pontefice le motivazioni. Ma soprattutto l’ho fatto perché, dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo”. Alla domanda su cosa intenda con ‘non riesco più’, don Giovanni ha risposto in modo esplicito: “Se dovessi continuare a fare il prete dovrei avere una donna al mio fianco. Io questo non posso farlo restando sacerdote”. Secondo il sacerdote, il celibato, accettato in gioventù, “con gli anni è diventato un peso”. Riferendosi alla sua vita affettiva, ha ammesso: “Sì, lo ammetto senza filtri. Ho avuto più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute anche mentre ero prete”, ricordando una relazione iniziata nel 2006 con una donna della parrocchia che si è “protratta a lungo”. “E comunque non sono l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini“, ha aggiunto. L'articolo “Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti intrattengono rapporti con donne e uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuova aggressione nel carcere minorile de L’Aquila: tre episodi dall’apertura. I sindacati: “Agenti e reclusi abbandonati”
Una nuova lite dentro l’Istituto penale per minorenni dell’Aquila. La terza da quando, la scorsa estate, è stata inaugurata la struttura. Due giovani detenuti si sono picchiati rendendo necessario l’intervento degli agenti penitenziari che hanno riportato la calma. I due – come riporta Il Centro – sono stati portati in ospedale per curare le ferite. L’episodio è stato segnalato alla procura competente, mentre l’amministrazione penitenziaria sta valutando eventuali provvedimenti. Dall’apertura dell’istituto si tratta del terzo episodio di tensione segnalato. Sindacati e rappresentanti istituzionali tornano a chiedere interventi urgenti sul piano degli organici e della sicurezza, esprimendo preoccupazione per le condizioni operative dell’Ipm aquilano. La Fp Cgil Polizia Penitenziaria Abruzzo e Molise esprime “amarezza e preoccupazione nel constatare che nulla viene fatto per migliorare le condizioni generali di chi vi lavora e di chi vi sconta la propria pena”. Il sindacato ricorda di aver chiesto incontri finalizzati a “rendere vivibile” il penitenziario e un “incremento di personale di Polizia Penitenziaria, di adeguamento delle strutture e soprattutto di sicurezza e di vivibilità dell’intero istituto”. Come raccontato da Il Fatto Quotidiano, l’Ipm de L’Aquila è uno dei tre – gli altri sono a Lecce e Rovigo – inaugurati dal sottosegretario alla Giustizia, il leghista Andrea Ostellari, nonostante le strutture non fossero pronte ad accogliere i giovani detenuti. In Abruzzo, il sottosegretario era accompagnato anche dal meloniano Andrea Delmastro. La passerella risale al 5 agosto eppure a distanza di sei mesi non sono ancora pronti palestra, sala colloqui, campo sportivo e mensa. Le precedenti aggressioni hanno riguardato tre agenti, uno dei quali è finito in ospedale. Per questo l’ex sindaca di L’Aquila Stefania Pezzopane ha presentato un ordine del giorno in Comune: “In questo scenario, aprire o gestire un istituto senza adeguate risorse umane e strutturali è irresponsabile”, aveva tuonato. Le condizioni delle nuove carceri minorili, tra l’altro, sono note allo stesso ministero della Giustizia. Dopo l’articolo del Fatto, il ministro Carlo Nordio aveva confermato le criticità rivelate rispondendo a un’interrogazione parlamentare del dem Claudio Stefanazzi. L'articolo Nuova aggressione nel carcere minorile de L’Aquila: tre episodi dall’apertura. I sindacati: “Agenti e reclusi abbandonati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il sindaco de L’Aquila Biondi (FdI): “Io antifascista? No, al massimo anti-juventino”. Poi se la prende con il giornalista
“Io antifascista? Dico semplicemente che mi conformo ai valori della Costituzione, non sono fascista, non sono anti-nulla, neanche anti-comunista“. Così il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, di Fratelli d”Italia ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a margine della cerimonia di inaugurazione di L’Aquila Capitale cultura 2026. Il riferimento è a un’intervista rilasciata dal sindaco al Centro di ieri in cui si è definito ‘anti-juventino‘ ma non ‘anti-fascista’. “Penso – ha aggiunto il sindaco – che sia importante confrontarsi con le ideologie con la serenità di chi non è un manicheo. E io non sono un manicheo, sono un laico nonostante la mia formazione, come è noto a tutti, sia stata fatta per intero nelle fila della destra italiana”. Alla domanda di un giornalista, il primo cittadino ha risposto infastidito: “Non ha capito la battuta ironica, mi dispiace per lei”. “Un giornalista – ha detto – deve essere più attento a certe sfumature altrimenti non capisce la complessità della vita. Quindi magari la prossima volta gliela rispiego con calma in privato”. Il sindaco si è confrontato anche sulla partecipazione a eventi legati a commemorazioni legate all’estrema destra. “Lo dico liberamente – ha sottolineato – che delle persone che si riuniscono per celebrare delle vittime di cui tra l’altro non si conoscono gli assassini abbiano tutto il diritto di farlo nei limiti delle leggi e della convivenza pacifica”. Infine, una domanda sulla possibilità di togliere il simbolo della fiamma dal logo dei Fratelli d’Italia. “Non sono d’accordo“, ha concluso L'articolo Il sindaco de L’Aquila Biondi (FdI): “Io antifascista? No, al massimo anti-juventino”. Poi se la prende con il giornalista proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila. Assolti gli altri imputati
Grida di “vergogna”, “Palestina libera” e “ora e sempre resistenza” hanno accolto a L’Aquila la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh, accusato di associazione con finalità di terrorismo internazionale, a 5 anni e sei mesi di carcere. Assolti gli altri due imputati, i palestinesi Ali Irar e Mansour Doghmosh. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, già in custodia cautelare dal 2024, vivono in Italia da tempo e non hanno mai creato particolari problemi nel nostro Paese. L’inchiesta, nata a seguito di una richiesta di estradizione avanzata dallo Stato di Israele per il solo Yaeesh e non accolta dall’Italia, ha documentato un’attività di raccolta di fondi per la Brigata di Tulkarem, per le Brigate dei Martiri di Al Aqsa e per altre brigate della Cisgiordania, almeno in parte riconducibili a Fatah, il partito nazionalista laico che guida l’Autorità nazionale palestinese, ma inserite anche dall’Unione europea nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. In alcune intercettazioni si parla di “fucili”. I tre sono difesi dagli avvocati Pamela Donnarumma, Ludovica Formoso e Flavio Rossi Albertini. La resistenza armata contro l’occupazione dei territori palestinesi, illegale anche secondo le più recenti risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e la Corte internazionale di giustizia, entro certi limiti è senz’altro legittima. In particolare nei confronti delle forze militari occupanti. In questo caso l’accusa (che abbiamo ricostruito qui) ha sostenuto che tra i possibili obiettivi c’era anche un insediamento civile, la colonia di Avney Hefetz, sia pure sulla base di intercettazioni in arabo di assai discussa interpretazione. La Corte ha escluso gran parte dei testimoni proposti dalle difese, mentre ha ascoltato in videoconferenza da Parigi una funzionaria israeliana che parlava della natura civile dell’insediamento, protetto da militari oltre che da coloni armati. Naturalmente si può discutere a lungo della figura dei coloni, spesso armati, che stanno strappando metro per metro ai palestinesi i territori della Cisgiordania. Mai come negli ultimi due anni abbiamo assistito a un’espansione così rapida delle colonie israeliane. La sentenza della Cassazione che ha confermato la legittimità della custodia cautelare per terrorismo è stata oggetto di puntuali critiche su sistemapenale.it. Le motivazioni della Corte d’Aquila saranno depositate più avanti, a un primo sguardo i giudici sembrano aver riconosciuto la prevalenza delle attenuanti connesse al particolare contesto della Cisgiordania occupata, che almeno per ora non è territorio israeliano. Yaesh, 38 anni, è un combattente e non lo nega. Da ragazzo ha fatto parte anche della Guardia del corpo di Yasser Arafat, il leader dell’Olp che nel 1993 firmò gli accordi che prevedevano “due popoli e due Stati” in Palestina ma non si sono mai realizzati e sono oggi contestati da gran parte delle giovani generazioni palestinesi. Ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Melfi dove è detenuto. “Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo”, ha detto Yaeesh il 26 febbraio scorso nelle dichiarazioni spontanee pronunciate davanti alla Corte. L'articolo Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila. Assolti gli altri imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maltempo senza tregua nel Lazio: treni fermi, strade allagate ed evacuazioni. Tevere e Aniene sotto osservazione
Un’ondata di maltempo sta colpendo il Lazio con effetti diffusi sulla mobilità e sulla sicurezza dei cittadini. Le piogge intense hanno causato allagamenti, interruzioni ferroviarie e interventi di emergenza in più aree della regione, da Roma al litorale, fino al Cassinate. Roma Capitale – attraverso la Protezione Civile – ha disposto misure di sicurezza lungo il Tevere: chiusi gli accessi alle banchine nel tratto urbano e attivato il piano speditivo Aniene. Il Centro Funzionale Regionale ha infatti emesso un’informativa che riporta un innalzamento dei livelli idrici dei fiumi, a seguito delle piogge che hanno interessato e che interesseranno i bacini e i suoi principali affluenti. La circolazione sulla linea ferroviaria regionale Roma–Castelli Romani è stata sospesa in prossimità di Ciampino a causa dei danni provocati dal maltempo. I treni regionali, informa Trenitalia, possono registrare ritardi, limitazioni di percorso e cancellazioni. Disagi analoghi si registrano anche sulla linea Roma–Velletri–Albano–Frascati: dalle 3.30 la circolazione resta interrotta per l’allagamento della sede ferroviaria nei pressi di Ciampino. Rete ferroviaria italiana ha attivato un servizio sostitutivo con autobus. Nella capitale, all’alba, i Vigili del fuoco sono intervenuti in via Ardeatina per soccorrere due camionisti rimasti intrappolati nei loro mezzi a causa dell’allagamento della strada. Le squadre del distaccamento Tuscolano 2 e del nucleo speleo alpino fluviale sono riuscite a raggiungerli e a metterli in salvo. Le precipitazioni persistenti stanno mettendo in difficoltà anche il litorale romano. A Fiumicino si registrano allagamenti in diverse zone, con un albero caduto su via di Torrimpietra in direzione Torrimpietra. Strade sommerse dall’acqua a Focene — tra Mare Nostrum e viale di Focene — e a Isola Sacra, dove tombini fognari risultano in sofferenza, in particolare sul Lungomare della Salute e in piazzale Molinari. A causa delle avverse condizioni meteo sono stati annullati eventi pubblici: la Befana Isolana e il “Presepe Vivente” previsto a Testa di Lepre. Situazione critica anche nel Cassinate. A Cassino otto persone sono state evacuate dalle loro abitazioni e messe in sicurezza per i numerosi allagamenti provocati dalle piogge. Nella zona industriale l’acqua ha raggiunto in alcuni immobili i 50 centimetri di altezza. Gli evacuati sono stati ospitati presso familiari residenti in aree considerate più sicure dal punto di vista idrogeologico; le abitazioni restano sotto vigilanza per prevenire sciacallaggi. È in corso una ricognizione per verificare la funzionalità dei canali di scolo e dei sottopassi cittadini. Gli effetti del maltempo si estendono anche fuori regione. A L’Aquila, in località Sant’Antonio, un sopralluogo tecnico ha accertato infiltrazioni d’acqua in due alloggi del progetto Case, realizzati dopo il sisma del 2009. Le verifiche dei Vigili del fuoco hanno portato alla dichiarazione di inagibilità e all’evacuazione degli occupanti. Sulla base della relazione tecnica, il sindaco Pierluigi Biondi e l’assessore ai lavori pubblici Vito Colonna hanno definito interventi urgenti e disposto una sistemazione temporanea per gli inquilini presso il Centro servizi anziani e l’Hotel canadian, assicurando il monitoraggio costante della situazione. L'articolo Maltempo senza tregua nel Lazio: treni fermi, strade allagate ed evacuazioni. Tevere e Aniene sotto osservazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Gravi rischi per la salute dei bambini. Genitori superino il muro di diffidenza”, le motivazioni dei giudici sulla famiglia nel bosco
Il giorno dopo la decisione, ecco le motivazione del provvedimento con cui la Corte d’Appello dell’Aquila ha rigettato il ricorso presentato dai legali della famiglia nel bosco di Palmoli. I giudici evidenziano “gli apprezzabili sforzi di collaborazione” da parte dei genitori dopo l’allontanamento dei minori e auspicano “un definitivo superamento del muro di diffidenza da loro precedentemente alzato avverso gli interventi e le offerte di sostegno”. La Corte conferma poi “tutte le criticità rilevate nell’ordinanza del Tribunale” dei minorenni rilevando “gravi rischi per la salute fisica e psichica dei bambini, per la loro sana crescita, per lo sviluppo armonioso della loro personalità”. IL CASO Ai genitori, come è noto, è stata sospesa temporaneamente la responsabilità genitoriale e i tre fratelli, due gemelli di 6 anni e una bimba di 8, sono stati collocati in una casa famiglia a Vasto. Qui si trova, comunque, anche la madre che può stare con i bambini in alcuni momenti della giornata: può vederli a colazione, pranzo e cena. Per la ‘famiglia nel bosco’ la situazione resta, quindi, quella di cui all’ordinanza che ha portato al trasferimento dei bambini dalla capanna senza acqua e senza elettricità dove vivevano a una struttura. La misura era stata disposta nell’ambito del procedimento avviato dopo gli accertamenti sulle condizioni della famiglia. I giudici avevano individuato “gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli all’integrità fisica e psichica, all’assistenza materiale e morale, alla vita di relazione e alla riservatezza”. Ma la coppia, stando alle relazioni della curatrice e della tutrice, starebbero facendo passi avanti e cominciando a collaborare. I piccoli, dunque, non trascorreranno il Natale nella casa concessa ai genitori in comodato d’uso a Palmoli da un imprenditore in attesa che la capanna dove abitavano fosse adeguata. Semmai, qualora ne facesse richiesta, il padre potrebbe essere autorizzato a trascorrere il 25 dicembre con loro nella casa famiglia. I giudici ritengono infatti che sia necessario più tempo per comprendere i progressi dei piccoli che, all’arrivo in struttura, hanno mostrato sorpresa per vestiti profumati, interruttori e anche per il soffione della doccia. I DUBBI DEI GIUDICI Nel provvedimento i magistrati sollevano dubbi sui certificati con cui negli anni è stato valutato il grado di istruzione della figlia maggiore della coppia anglo-australiana. La Corte conferma la possibilità di avvalersi dell’istruzione parentale, ma evidenzia la mancanza di alcuni documenti nella richiesta di ammissione agli esami di idoneità alla seconda e terza elementare. “Ad ogni modo – scrivono i giudici -, anche a voler ritenere regolarmente osservato, dal punto di vista formale, il procedimento relativo al ricorso alla scuola parentale, va evidenziato come le valutazioni di idoneità” della figlia maggiore “contrastino in modo eclatante con le condizioni di istruzione verificate dopo l’inserimento in casa famiglia, ove è emerso che la bambina non sa leggere e scrivere, né in inglese né in italiano”. Nel provvedimento, che di fatto rimanda la decisione nel merito al tribunale dei minorenni dell’Aquila – che ha emesso l’ordinanza contro cui è stato presentato l’appello -, vengono respinti i reclami degli avvocati, dalla presunta “incomprensione” linguistica della coppia anglo-australiana al mancato ascolto dei minori, come previsto dalla convenzione Onu. I giudici inoltre sottolineano che “non emergono profili di macroscopica incongruenza del provvedimento oggetto del reclamo, rivelandosi la disposta misura necessaria a tutela dei minori, a fronte del fallimento dei tentativi in precedenza posti in essere, al fine di garantire la loro salute, offrire loro un ambiente accudente e verificare i percorsi di supporto in loro favore a fronte della mancanza di cure e della deprivazione della socialità subita sino ad allora”. L'articolo “Gravi rischi per la salute dei bambini. Genitori superino il muro di diffidenza”, le motivazioni dei giudici sulla famiglia nel bosco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I “progressi” di genitori e bimbi che vivevano nel bosco. La parola passa al Tribunale per i minori
Il provvedimento della Corte d’appello dell’Aquila non chiude la vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli. Anzi ne rappresenta solo una tappa per un percorso che potrebbe portare al lieto fine che molti aspettano. Il procedimento, infatti, prosegue davanti al Tribunale per i Minorenni, dove si è già svolta un’udienza in contraddittorio tra le parti e dove genitori, legali e istituzioni continueranno a far valere le rispettive posizioni. A chiarirlo è l’avvocato Carla Lettere, presidente della Camera minorile d’Abruzzo, che all’Ansa sottolinea come la decisione con cui la Corte d’Appello ha respinto il reclamo dei legali dei genitori — ai quali è stata sospesa temporaneamente la responsabilità genitoriale sui tre figli — non abbia carattere definitivo. Il pronunciamento, spiega Lettere, riguarda la legittimità dell’ordinanza nel momento in cui è stata emessa, ma non esaurisce il percorso giudiziario in corso. Nel procedimento minorile, evidenzia l’avvocato, il tribunale attende dai genitori una modifica delle condotte ritenute pregiudizievoli e chiede azioni positive nell’interesse dei minori, mettendo al tempo stesso a disposizione il supporto dei servizi sociali. L’obiettivo è la costruzione di una progettualità complessiva che coinvolga l’intero nucleo familiare. Un percorso che deve sempre essere guidato dal principio del “best interest” del minore, inteso — secondo la giurisprudenza — come il migliore interesse possibile per quel bambino in quel preciso momento. Progressi ne sono stati fatti, come spiega la curatrice al Corriere della Sera che descrive i tre fratelli di 6 e 8 anni come “fantastici, educati, rispettosi”. Un quadro in cui si deve sottolineare anche la presenza di difficoltà che non possono essere ignorate: “Quando la più grande di otto anni ha difficoltà a scrivere correttamente il suo nome e cognome, non si può soprassedere”. La curatrice parla di maggiore apertura e disponibilità al confronto con le istituzioni, elementi che potrebbero pesare nelle future valutazioni giudiziarie. Nella sua relazione si evidenzia che “l’attuale atteggiamento dei genitori risulti mutato in senso positivo” e che entrambi “hanno manifestato la volontà di aderire alle prescrizioni mediche indicate”, così come un cambio di rotta sull’istruzione parentale che “merita di essere sostenuto”. La decisione dei giudici ha colpito duramente Palmoli. Nel piccolo paese abruzzese la notizia ha suscitato delusione e sconforto. Al bar del centro, il sentimento è diffuso: “Ci siamo rimasti male. Speravamo tutti che per Natale i bambini potessero tornare” dichiarano. Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ammette che non c’erano molte aspettative sull’esito del reclamo, ma sottolinea come lo stesso provvedimento dei giudici aquilani prenda atto dei miglioramenti intervenuti nel tempo. Un passaggio che, secondo Masciulli, rimanda ora al Tribunale per i Minorenni la valutazione di criticità che appaiono in fase di superamento. I genitori hanno mostrato una maggiore apertura: hanno autorizzato vaccinazioni, visite sanitarie e accettato il sostegno all’istruzione proposto dal Comune. Un cambiamento che, pur non incidendo sull’esito del giudizio d’appello, è stato formalmente riconosciuto. Proprio sul fronte educativo, l’amministrazione comunale di Palmoli — piccolo centro dell’entroterra chietino — ha messo a punto un progetto specifico per i tre bambini, in collaborazione con una maestra del territorio. Il piano prevede lezioni domiciliari al mattino e la frequenza di un doposcuola con altri coetanei nel pomeriggio, in un’ottica di graduale integrazione e continuità didattica. Pur non avendo accesso al fascicolo elettronico del Tribunale per i Minorenni, Masciulli riferisce di aver contattato avvocati, tutrice e curatrice nominate dal giudice, ricevendo da tutti conferma dei passi avanti compiuti. La tutrice ha già avviato un confronto con il Comune proprio in merito al progetto educativo. Le lezioni domiciliari e il doposcuola, precisa il sindaco, fanno parte di un unico percorso che verrà condiviso formalmente con la tutrice e la curatrice del Tribunale non appena sarà emessa l’ordinanza dei giudici minorili. Un tassello ulteriore in una vicenda che resta aperta e che ora torna al centro della valutazione del Tribunale per i Minorenni, chiamato a decidere guardando all’interesse dei bambini nel loro presente. L'articolo I “progressi” di genitori e bimbi che vivevano nel bosco. La parola passa al Tribunale per i minori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cisgiordania, resistenza o terrorismo? Tre palestinesi rischiano fino a 12 anni di carcere (a L’Aquila)
Dove comincia il terrorismo e dove finisce la resistenza, magari disperata ma legittima, ai coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania con violenza crescente? Sono davvero come i civili che vivono entro i confini di Israele, questi coloni spesso armati fino ai denti? Nel silenzio generale, venerdì 19 dicembre, la Corte d’assise de L’Aquila deve decidere su un processo che chiede di rispondere a queste e ad altre domande fastidiose, ma purtroppo ineludibili. Perché in Palestina l’occupazione va avanti, anzi Israele vuole colonizzare almeno in parte anche Gaza e qualcuno probabilmente resisterà. Anche con le armi. Anche se a noi non piace. La Procura distrettuale aquilana, sulla base di indagini della polizia, ha chiesto la bellezza di dodici anni di reclusione per l’imputato principale, Anan Kamal Afiff Yaeesh, 38 anni. È un dirigente della Brigata di Tulkarem che in qualche modo fa capo alle Brigate dei Martiri di Al Aqsa e dunque appartiene almeno culturalmente al mondo di Fatah, il partito nazionalista laico che fu di Yasser Arafat e oggi esprime il moderato presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmud Abbas detto Abu Mazen, ospite qualche giorno fa ad Atreju, anzi presentato in pompa magna da Giorgia Meloni che pure guida un governo sempre più legato a Israele. Non è Hamas, è Fatah. Anche se l’Anp si tiene a distanza dalle brigate. Non è un frate francescano, Yaeesh. È un combattente e non lo nega. Porta nella carne proiettili israeliani, ha fatto anni di galera, ha subito torture. Da giovanissimo è stato nel corpo di guardia di Arafat, il leader che nel 1993 firmò gli accordi di Oslo con i quali l’Olp riconosceva Israele e che oggi buona parte dei palestinesi più giovani ritengono un mezzo tradimento. Perché dicevano “due popoli due Stati” ma lo Stato di Palestina non c’è ancora. Yaeesh da lì è scappato nel 2013, è stato in Norvegia dove gli hanno dato e poi revocato la protezione umanitaria perché Israele chiedeva l’estradizione, quindi nel 2017 è venuto in Italia e nel 2023 è stato in Giordania, dove ha fatto sei mesi carcere è poi è tornato a L’Aquila, con un permesso di protezione speciale ora sospeso. Per gli altri due imputati, i palestinesi Ali Saji Ribi Irar di 29 anni e Monsour Doghmosh di 30 che pure risiedono a L’Aquila, la pm Roberta D’Avolio ha chiesto rispettivamente nove e sette anni. La Procura non ha ritenuto di dover concedere attenuanti dovute al contesto di un’occupazione illegale. Nei capi d’accusa non c’è una sola goccia di sangue. Yaesh, Irar e Doghmosh sono accusati di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale, articolo 270 bis del nostro codice penale, reato di pericolo presunto. Il sangue non è necessario per condannarli, è sufficiente che abbiano “programmato” azioni terroristiche. Le Brigate dei Martiri di Al Aqsa sono tra le le organizzazioni riconosciute come “terroristiche” dall’Unione europea, questo da solo non basta ma conta. Ci sono poi le chat su Telegram dalle quali emerge che Yaesh e i suoi raccoglievano soldi per la Brigata di Tulkarem e per altre brigate, nell’ordine di qualche decine di migliaia di euro nel 2023; che senz’altro Yaeesh parlava con i suoi compagni e i capi delle Brigate di Al Aqsa laggiù anche dell’acquisto di “fucili” e di “ferro”, di “gruppi suicidi” e “martirio”; che forse progettava un attacco in un insediamento di coloni ortodossi, Avney Hefetz, duemila abitanti, a due passi da Tulkarem, protetto da filo spinato e da un distaccamento militare. “Preparavano un’autobomba”, questa era l’ipotesi iniziale, per quanto l’esplosione di autobombe non sia modalità tipica della resistenza armata in Cisgiordania, tanto che poi nel processo l’autobomba è sparita. Comunque non è esplosa. Dagli atti sembra chiaro che cercavano solo una macchina. “Questa volta Avney Hefetz deve essere popolata”, si legge in una chat, frase che dimostrerebbe l’intenzione di colpire i civili e non solo i militari. Ma quello è un insediamento protetto, infatti in un altro messaggio Yaeesh scriveva: “Se riesci a entrare con un po’ di fortuna, sarà molto eccellente”. C’è una strada sola, presidiata da militari e uomini armati come l’unico ingresso, come ha spiegato al processo un esperto di quei luoghi, il professor Francesco Chiodelli che insegna Geografia al Politecnico di Torino. Nel nostro Paese non finisce certamente in galera chi collabora direttamente o indirettamente con il governo israeliano. I numeri di Gaza li conoscono tutti, quasi 70 mila morti in due anni tra cui decine di migliaia di donne e bambini. In Cisgiordania, dove non c’è Hamas, l’Onu dal 7 ottobre 2023 al 13 novembre scorso ha registrato 1.017 vittime palestinesi, compresi 221 minori, a fronte di 59 israeliani uccisi tra civili e militari. L’attacco a Avney Hefez, dove ovviamente ci sono anche bambini, non è mai avvenuto, tutt’al più dagli atti emerge la condivisione di comunicati che rivendicano attacchi contro militari israeliani, per esempio ad Azzun, non lontano da Qalqilya, nel novembre 2023. Solo in un caso, nella requisitoria scritta, la pm indica come “verosimile” che si tratti di un’azione a Khermesh dove è stato ucciso un colono nel maggio 2023. “Verosimile”. Finché gli obiettivi sono militari, entro certi limiti, il diritto di resistenza è pacifico per il diritto italiano. Come per l’attentato di via Rasella del marzo 1944 contro le truppe tedesche che occupavano Roma. La vicenda è iniziata nel gennaio 2024 quando Yaeesh è stato arrestato dalla polizia perché Israele voleva l’estradizione. I giudici hanno deciso che non può essere estradato, con tutta evidenza rischia la tortura, ora forse pure la pena di morte e comunque trattamenti che esporrebbero l’Italia davanti alla Corte europea dei diritti umani. Però al momento dell’arresto gli hanno preso i telefoni, la polizia ha analizzato le chat, i giudici hanno deciso di tenerlo in carcere e hanno fatto arrestare anche gli altri due. Con il via libera della Cassazione (sentenza 32712/2024) che ha confermato l’accusa di terrorismo. Qualche giorno dopo la sentenza della Suprema Corte, il 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia, in un parere richiesto dall’Assemblea generale dell’Onu, ha ribadito con fermezza l’assoluta illegalità dell’azione dei coloni che espandono gli insediamenti in Cisgiordania. Per questo l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Yaeesh, ha chiesto alla Corte d’assise presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella di dichiarare il non luogo a procedere. “Lo Stato Italia – sostiene il legale di Yaeesh – non può processare gli odierni imputati per azioni compiute nella Cisgiordania illegalmente occupata da Israele, per azioni condotte in danno della potenza occupante, ovvero in danno di quegli stessi militari, coloni e insediamenti la cui presenza è stata qualificata dalla Corte internazionale di giustizia come una gravissima violazione del diritto internazionale e del diritto all’autodeterminazione dei popoli (…). Diversamente opinando, l’Italia starebbe sostanzialmente cooperando con Israele al mantenimento della situazione creata nei Territori palestinesi occupati”. Il non luogo a procedere sarebbe un modo elegante per trarsi di impaccio, la conduzione del dibattimento però è sembrata andare in altra direzione. Il processo è stato difficile, gli imputati l’hanno seguito da remoto dalle carceri di Terni e Melfi. I testimoni della difesa sono stati quasi tutti esclusi, compresa la relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese che senz’altro avrebbe qualcosa da dire sull’occupazione della Cisgiordania. Dall’altra parte, invece, pur avendo escluso gli atti e i verbali di provenienza israeliana, la Corte ha ammesso non un ambasciatore ma una funzionaria dell’ambasciata israeliana a Parigi, intervenuta in videoconferenza con tanto di bandiera con la Stella di David dietro le spalle, per ribadire che Avney Hefetz è un insediamento civile. Ci mancherebbe, bastava Google Earth. Dei giornali nazionali solo il manifesto si è occupato del processo, alcune reti di solidarietà si muovono per Anan Yaeesh sui social e hanno manifestato a L’Aquila e a Melfi. Piace il palestinese che soffre, se invece si difende o peggio attacca diventa antipatico, meglio guardare da un’altra parte. Una rivista giuridica importante, Sistema Penale, ha pubblicato però lo scorso agosto una nota critica sulla sentenza della Cassazione: “Se la decisione ha il merito di affermare in più occasioni il carattere illegittimo dell’occupazione israeliana, le conclusioni della Corte non sembrano tenere conto di tale illegittimità in almeno due rilevanti passaggi. In primo luogo, i giudici hanno considerato l’azione posta in essere all’interno del Territorio palestinese occupato come un attacco diretto contro Israele, estendendo in modo discutibile la nozione di ‘Stato estero’ fino a ricomprendere territori non riconosciuti (…). In secondo luogo, la Corte ha omesso di considerare la possibilità che l’azione fosse espressione di una forma di resistenza legittima all’occupazione, funzionale all’esercizio del diritto all’autodeterminazione”, scrivono tra l’altro Maria Crippa e Lavinia Parsi. Le questioni giuridiche sono molto rilevanti, a partire dalla definizione di terrorismo internazionale introdotta dopo l’11 settembre 2001 e allargata ancora con la legge Alfano del 2015, che obiettivamente discrimina i palestinesi. “È terrorismo se l’azione mette in pericolo la sicurezza di uno Stato estero – osserva l’avvocato Rossi Albertini –. E quindi, in nessun caso, un israeliano appartenente ad una associazione terroristica finalizzata a colpire i palestinesi potrebbe essere processato in Italia perché, secondo l’interpretazione fornita dalla Cassazione in questo processo, i palestinesi non hanno uno Stato riconosciuto dall’Onu e nemmeno dall’Italia”, a differenza di 152 Stati membri dell’Onu su 193, tra i quali da settembre troviamo anche Francia e Regno Unito. L'articolo Cisgiordania, resistenza o terrorismo? Tre palestinesi rischiano fino a 12 anni di carcere (a L’Aquila) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Famiglia nel bosco, la tutrice: “Stiamo ragionando coi genitori sull’obbligo scolastico per i figli” – Video
“Siamo tutti sereni”. Ha risposto così ai giornalisti Maria Luisa Palladino, la tutrice nominata dal tribunale per i Minorenni dell’Aquila, arrivando in auto davanti alla casa-famiglia di Vasto dove si trovano i figli di Catherine e Nathan. Qui oggi si tiene l’incontro con il rappresentante dell’Ambasciata d’Australia. Ai cronisti che le hanno chiesto i motivi del parere negativo da lei dato alla richiesta di revoca del provvedimento di allontanamento dai genitori, Palladino ha risposto: “Si sta valutando la scuola, primariamente è quella la ragione per cui si sta tentando di prorogare questo termine, ma di poco solo per ragionare con i genitori sull’obbligo scolastico che il nostro ordinamento prevede”, ha concluso prima di entrare nella struttura. La tutrice e la curatrice avevano ritenuto ancora troppo breve il periodo di “osservazione” trascorso dall’ingresso dei bambini nella struttura protetta per stabilire se le criticità siano superate. L'articolo Famiglia nel bosco, la tutrice: “Stiamo ragionando coi genitori sull’obbligo scolastico per i figli” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Famiglia nel bosco, la madre vorrebbe tornare in Australia. Attesa per la visita del vice console dell’ambasciata australiana
Dopo l’udienza presso il Tribunale per i minorenni dell’Aquila, dove si è discusso della revoca del provvedimento di allontanamento da casa dei tre bimbi che vivevano nel bosco di Palmoli (Chieti), si attende la visita del vice console dell’ambasciata australiana nella casa famiglia di Vasto, dove si trovano i fratellini. L’inviato incontrerà anche la madre,che negli ultimi giorni ha iniziato a esprimere la volontà di tornare in Australia, il suo Paese d’origine. L’INCONTRO Il rappresentante diplomatico dovrà valutare come gestire la situazione e quali eventuali passaggi attivare. All’incontro parteciperanno la tutrice Maria Luisa Palladino, la curatrice speciale Marika Bolognese, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, oltre ai responsabili della struttura. Secondo il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, l’ambasciata potrebbe intervenire direttamente se la donna scegliesse di rientrare in Australia: “Se la famiglia volesse tornare, i bambini potrebbero essere affidati alla zia Rachael, insegnante e psicologa. Si potrebbe fare una transazione di questo tipo”. Il caso della famiglia è seguito dall’ambasciata sin dall’inizio. L’inviato aveva già chiesto chiarimenti sulla cittadinanza dei bambini — registrati in Australia e quindi cittadini australiani — e la donna ha di recente chiesto il rinnovo del proprio passaporto e di quello della figlia maggiore. IN ATTESA DEL TRIBUNALE MINORILE Si attende la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, che non ha sciolto la riserva dopo l’udienza del 6 dicembre, un’udienza descritta come tesa, con momenti di frizione tra avvocati e magistrati. Le curatrici avevano chiesto più tempo per valutare la situazione dei tre minori e la possibilità di un ricongiungimento familiare. Nel frattempo è trapelato un audio che la mamma dei piccoli avrebbe inviato dalla casa famiglia ad alcune persone di fiducia. La donna racconta un clima sereno ma regolato: “Sono concentrata, sono calma. Qui ci trattano tutti bene… Tutti vogliono che i bambini tornino da me”. Sostiene di aver adempiuto a tutte le richieste del giudice riguardo alla casa, alla scuola e alla socializzazione: “La verità verrà fuori alla fine”. Il prossimo appuntamento è il 16 dicembre, quando la Corte d’appello dell’Aquila si pronuncerà sul ricorso già depositato. L'articolo Famiglia nel bosco, la madre vorrebbe tornare in Australia. Attesa per la visita del vice console dell’ambasciata australiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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