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“Ore incappucciato e ammanettato in una casa di Caracas, poi è iniziata la sessione con la macchina della verità”: Trentini racconta la prigionia a Che tempo che fa
“Mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas dove sono stato delle ore incappucciato e ammanettato, in attesa, poi mi hanno portato in una stanza molto calda, dove il funzionario mi ha spiegato il funzionamento, mi ha cominciato a fare delle domande insistendo molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia ha provato a dirmi che il servizio militare in Italia è obbligatorio quindi sicuramente lo avevo fatto, io gli ho spiegato che non è più obbligatorio…Abbiamo avuto un dialogo a volte cordiale a volte meno e poi è iniziata questa sessione con la macchina della verità”. Così Alberto Trentini, tornato in Italia dopo oltre 400 giorni di prigionia in Venezuela, ha raccontato a Che tempo che fa il periodo di detenzione e, in particolare, il momento in cui è stato sottoposto alla macchina della verità. “Sono 12 domande, tre gruppi da quattro, tre sono domande che ti possono incriminare tipo: “sei venuto in Venezuela per rovesciare il regime?” e poi c’è una domanda alla quale devi mentire e lo concordi con l’intervistatore, per esempio: “Hai mai litigato con tuo padre?” e io dovevo dire “No”. Io gli ho chiesto se poteva farmi domande meno ovvie…E in sostanza faceva di tutto per farmi sbagliare, e poi era molto caldo, sudavo, hai dei sensori ai polpastrelli e sul collo…Poi borbottavano tra loro facendosi sentire per innervosirmi. Quello che facevano era giustificare ai miei occhi o a quelli del sistema la mia detenzione”. Contenuti in streaming su discovery+ (www.discoveryplus.it) L'articolo “Ore incappucciato e ammanettato in una casa di Caracas, poi è iniziata la sessione con la macchina della verità”: Trentini racconta la prigionia a Che tempo che fa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alberto Trentini
Che tempo che fa
“Cella di 2 metri per 4 con una turca che faceva anche da doccia. Le condizioni di prigionia erano molto dure”: il racconto di Trentini a Che tempo che fa
“La cella Rodeo 1 – ma ne ho cambiate molte – erano tutte due metri per quattro con una turca che faceva anche da doccia, eravamo in due in cella. I cambi di cella non erano mai giustificati, come nessun’altra azione del resto: venivano, ti dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose e ti cambiavano di cella. Le condizioni di prigionia erano molto molto dure“. Così Alberto Trentini, l’attivista italiano, detenuto per 423 giorni in Venezuela, ospite di Che tempo che fa, racconta le condizioni della sua prigionia. “Avevamo l’acqua per farci la doccia e per la latrina due volte al giorno, a orari sempre differenti. Non c’era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri. Mi avevano sequestrato gli occhiali quindi ero in difficoltà”, spiega ancora. Contenuti in streaming su discovery+ (www.discoveryplus.it) L'articolo “Cella di 2 metri per 4 con una turca che faceva anche da doccia. Le condizioni di prigionia erano molto dure”: il racconto di Trentini a Che tempo che fa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alberto Trentini
Che tempo che fa
Trentini è libero, ma c’è un italiano prigioniero in Turchia da un anno: Roma non autorizza l’estradizione
C’è un solo italiano negli 82 centri per migranti irregolari in Turchia finanziati anche dall’Italia. Solo che la stessa Italia che oggi festeggia la liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò se l’è dimenticato lì, tra centomila profughi e richiedenti asilo, da oltre un anno. Anche se lui pur di tornare è disposto a pagarsi il viaggio da solo. Si chiama Luciano Camporesi e non è un prigioniero qualsiasi. È accusato di traffico internazionale di stupefacenti su larga scala: 300 chili di hashish e 100 chili di “super polline”, affari da milioni di euro, una nave privata di 55 metri battente bandiera panamense e un equipaggio dedicato ai traffici transoceanici. Lo Stato italiano gli ha dato la caccia per anni. Era latitante dal 2018 finché il 15 giugno 2022 viene arrestato ad Antalya dalle autorità turche per aver presentato un documento falso al momento del fermo internazionale chiesto dall’Italia. Il 3 febbraio 2022 il Tribunale di Locri lo ha condannato in contumacia a 22 anni e 8 mesi per traffico internazionale di droga con metodo mafioso, in collegamento con la cosca Pelle di San Luca. Nel consuntivo 2022 della Polizia Criminale figurava tra i “latitanti di massima pericolosità” catturati nel progetto “I-CAN”, insieme a Rocco Morabito. Comunicati, enfasi istituzionale. Funziona tutto, ma fino al comunicato stampa. Da allora non se ne sa più nulla, fino a oggi. Camporesi nel frattempo ha scontato un anno e mezzo di carcere di massima sicurezza ad Ankara per la condanna comminata dal tribunale turco per documenti illegali. Il 3 giugno 2024 l’avvocato Gioacchino Genchi comunica alle autorità italiane che il suo assistito ha espiato la pena locale e che vuole costituirsi spontaneamente per scontare anche quella italiana. Il 5 dicembre 2024 le autorità turche formalizzano il consenso all’estradizione. Manca solo il “sì” dell’Italia. Che però non arriva. Il 20 novembre 2025 Camporesi per lo Stato turco è ormai libero, ma in “confinamento amministrativo” e viene trasferito in un centro per migranti irregolari in attesa di istruzioni delle autorità italiane. Il margine tra carcere e libertà per lui diventa sottilissimo. Raggiunto telefonicamente dal Fatto, racconta che quando ha rifiutato di andare in un Paese terzo, è stato “punitivamente” trasferito dal centro immigrati di Antalya a quello di Ankara: “Mi hanno impacchettato… mani, piedi e gambe”. Quando ha ceduto dicendo “mandatemi dove volete”, le autorità hanno ricominciato a prendere tempo. All’inizio aveva attribuito tutto a un intoppo burocratico. Col tempo, però, i responsabili del centro gli hanno lasciato intendere altro: non è per una svista se da oltre 14 mesi resta lì, ma perché il suo nome circola come merce di scambio in trattative incrociate con l’Italia su detenuti turchi bloccate da mesi. Il suo legale ha rinnovato ancora il 27 novembre scorso la richiesta formale ma le autorità turche attendono sempre istruzioni da Roma. Così Camporesi rimane ad oggi l’unico italiano recluso in una delle 82 strutture per migranti finanziate dall’Unione Europea, pagate anche dalla collettività italiana. Circondato da 1000 persone, afghani, somali, iracheni. “Una scimmia bianca in mezzo a loro”, dice. Descrive le condizioni attuali peggiori ancora del carcere. “Stavo meglio in prigione. Ho un’infezione renale che non avevo mai avuto”. Chiama la moglie e i figli con un telefono del centro (non può ricevere). Ogni giorno che passa lo espone sempre di più al rischio che se lo rilasciano o lo espellono dal centro migranti turco lui finisca in uno stato legale inesistente per la Turchia. Ma all’Italia non interessa. E pensare che durante la latitanza, una decina di Forze dell’Ordine si presentarono a casa del padre ottantottenne con le pistole in pugno, cercavano lui. Oggi che lui chiede di tornare, Roma non spende neanche il tempo di fare un fax o mandare una pec. Abbiamo chiesto informazioni sul suo caso ai ministeri della Giustizia e degli Esteri, al momento senza risposte. Il procedimento d’appello a Reggio Calabria nel frattempo rimane sospeso. L’ex latitante bloccato in Turchia perde anche il diritto di partecipare al suo processo di appello e di potersi difendersi; lo Stato quello di confermare o rivedere la sua condanna. La surreale storia di Camporesi è un po’ questo, il timbro della disfunzione di uno Stato che cattura per i riflettori ma non sa finire quello che inizia e anzi facilmente lo dimentica. È il controcanto a un governo che festeggia i liberati dal Venezuela grazie a Trump, che si è mosso con l’aereo di Stato italiano per riportare a casa in tutta corsa il generale al-Masri violando il diritto internazionale ma che, in questo caso, non riesce a emettere un foglio di carta per un cittadino italiano che – seppur colpevole – chiede solo di tornare in Italia. E che, a differenza del generale libico, è disposto a pagarsi da solo il biglietto del volo di linea per tornare a casa per scontare i suoi debiti con la giustizia. L'articolo Trentini è libero, ma c’è un italiano prigioniero in Turchia da un anno: Roma non autorizza l’estradizione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Migranti
Alberto Trentini
Trentini a Ciampino: l’abbraccio con la madre Armanda e il saluto con Meloni. La premier: “Tua mamma è stata tanto in pensiero, lo sai?”
Lungo abbraccio ai famigliari sulla pista di Ciampino per Alberto Trentini e Mario Burlò, appena scesi dall’aereo di Stato che li ha riportati in Italia dal Venezuela. Il cooperante veneziano ha stretto la mamma Armanda, visibilmente commossa, e poi ha salutato l’avvocata Alessandra Ballerini, che ha assistito la sua famiglia in questi mesi. Burlò ha potuto riabbracciare i figli Gianna e Corrado, come si vede nelle immagini diffuse da Palazzo Chigi, prima di un breve saluto con la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani che nella saletta dello scalo di Ciampino hanno dato loro il “bentornati a casa”. “Hai abbracciato la mamma, è stata tanto in pensiero lo sai?”, ha detto Meloni a Trentini che, stringendole la mano, l’ha più volte ringraziata. “Ma stai scherzando”, la risposta della premier, che poi ha salutato anche Burlò e i figli: “Non vi voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare” L'articolo Trentini a Ciampino: l’abbraccio con la madre Armanda e il saluto con Meloni. La premier: “Tua mamma è stata tanto in pensiero, lo sai?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Giorgia Meloni
Antonio Tajani
Alberto Trentini
Alberto Trentini e Mario Burlò atterrati a Ciampino: Meloni e Tajani in aeroporto
È atterrato a Ciampino il volo di Stato che ha riportato a casa l’imprenditore Mario Burlò e Alberto Trentini, il cooperante italiano 46enne, entrambi liberati in Venezuela dopo una detenzione durata oltre 400 giorni. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è arrivata in aeroporto insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani. Armanda Colusso, madre di Alberto, è nello scalo romano insieme all’avvocata di famiglia Alessandra Ballerini. Per Burlò presenti Gianna e Corrado Burlò, i suoi figli. Il suo legale ha dichiarato che “sta bene, ma è molto provato da questa detenzione”. Tajani e la volta dopo la cattura di Maduro – Parlando al Corriere, Tajani ha spiegato che il governo italiano lavorava alla liberazione di Trentini da 423 giorni, da quando era stato arrestato in Venezuela e “ora non ci interessa quali eventualmente fossero le contestazioni, ci interessa che lui come altri cittadini italiani siano liberi, e che gli altri 42 italiani di doppio passaporto vengano rilasciati al più presto”. Al quotidiano il titolare della Farnesina ha spiegato come “sottotraccia” la nostra diplomazia abbia lavorato per far tornare a casa il cooperante di Venezia. “Il segretario di Stato Marco Rubio è stato per me un interlocutore molto importante”, ha detto Tajani, ma la “svolta” è arrivata solo dopo la cattura del presidente Maduro. Dopo “la dichiarazione del presidente del Parlamento Rodríguez che sarebbero stati liberati prigionieri detenuti nelle loro carceri, gesto propedeutico a iniziare una nuova stagione”, spiega Tajani, “i contatti si sono fatti sempre più intensi, e domenica verso le 20.15 ho ricevuto la telefonata del ministro degli Esteri venezuelano che mi ha comunicato che i due nostri concittadini sarebbero stati liberati. Ma fino a quando non sono arrivati in ambasciata, alle 3.50 del mattino di ieri, finché non ho parlato con loro sincerandomi che stessero bene, non abbiamo voluto far trapelare alcun segnale, perché la situazione è delicatissima in quel Paese”. Per l’esito positivo, “grazie dobbiamo dirlo sicuramente a tutte le istituzioni che non solo in questi giorni ma in questi mesi si sono adoperate: Palazzo Chigi, la nostra ambasciata a Caracas, la Farnesina, le agenzie di intelligence. Tutti hanno tenuto rapporti, come si è fatto in passato per altri italiani, come con Cecilia Sala”, ha detto Tajani. Che spiega che come segnale dei rapporti con la nuova amministrazione venezuelana afferma che “la prima decisione è stata quella di elevare a rango di ‘ambasciatore’ l’attuale ‘incaricato d’affari’ in Venezuela”. Quindi, prosegue il titolare della Farnesina, “nella pratica proveremo sicuramente a riprendere rapporti migliori con un Paese che per noi è strategico. Perché un milione di venezuelani sono di origine italiana, perché 170mila hanno passaporto italiano e il Venezuela è una priorità politica: abbiamo interessi geopolitici e anche industriali ed economici”. C’è poi la questione del petrolio, “l’Eni ha partecipato con altre grandi major all’incontro con Trump per riprendere e implementare le attività energetiche nel Paese: per noi avere un accesso a risorse così imponenti è importantissimo, per abbassare i costi”, ha affermato Tajani parlando di “una grande opportunità, come lo è il Mercosur anche se il Venezuela non ne fa parte. L’America Latina è un’area del mondo strategica dove vogliamo essere protagonisti”. Soddisfatto di come le opposizioni hanno reagito? “Noi lavoriamo per garantire sicurezza agli italiani, non per avere i complimenti. Comunque sì, ho parlato con Schlein, Conte riconosce il lavoro svolto: domani (oggi, ndr ) riferirò in Parlamento su Venezuela e Crans Montana, i rapporti sono costanti”. L'articolo Alberto Trentini e Mario Burlò atterrati a Ciampino: Meloni e Tajani in aeroporto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Giorgia Meloni
Alberto Trentini
Alberto Trentini ringrazia la premier, Tajani e il corpo diplomatico per la mia liberazione e quella di Mario Burlò
“Sono Alberto Trentini. Sono qui nella residenza dell’ambasciata italiana a Caracas. Sono libero”. Con queste parole, pronunciate al Tg1, Alberto Trentini ha annunciato la fine di un incubo durato oltre 400 giorni nelle carceri venezuelane. “Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il governo, il ministro degli Esteri Tajani, il corpo diplomatico che si è attivato ed ha portato a termine la liberazione mia e di Mario (Burlò, ndr)”. La loro scarcerazione è il risultato di un delicato incastro diplomatico, maturato nel passaggio dal “muro” eretto dal regime di Nicolás Maduro a un nuovo corso incarnato dalla presidente Delcy Rodríguez. Il riconoscimento politico espresso dall’Italia verso la nuova leadership venezuelana è stata la chiave che ha aperto i cancelli del carcere di Rodeo 1, dove i due italiani erano rinchiusi come parte del gruppo dei cosiddetti “detenuti politici”. Il segnale era arrivato giovedì scorso, quando Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale e fratello della presidente, aveva annunciato la liberazione “di un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri”. Il giorno successivo Giorgia Meloni aveva pubblicamente auspicato “una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas”, ringraziando Delcy Rodríguez per l’avvio delle liberazioni e manifestando l’aspettativa che il percorso proseguisse. Un messaggio letto a Caracas come il riconoscimento politico a lungo atteso. Durante la presidenza Maduro, infatti, il caso Trentini e Burlò era rimasto bloccato. I due italiani erano considerati pedine di scambio, utilizzate dal regime per fare pressione sui Paesi occidentali nel tentativo di allentare l’assedio delle sanzioni internazionali. Una strategia a cui l’Italia non poteva cedere, soprattutto nel contesto di forte contrapposizione tra Stati Uniti e Venezuela, accentuata negli anni della presidenza Trump. Per 14 mesi, i tentativi italiani – coordinati dal ministro Tajani e dal sottosegretario Alfredo Mantovano – non erano riusciti a scalfire la linea di Caracas. Sono stati attivati canali politici, diplomatici e di intelligence, coinvolto il Vaticano con appelli pubblici del Papa e una mediazione discreta della Chiesa venezuelana. Un lavoro incessante e silenzioso, su più tavoli, che però non aveva prodotto risultati concreti. L'articolo Alberto Trentini ringrazia la premier, Tajani e il corpo diplomatico per la mia liberazione e quella di Mario Burlò proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alberto Trentini libero, stendiamo un velo pietoso su chi oggi si prende meriti
Alberto Trentini è libero. Presto sarà in Italia. Oggi tutti si attribuiscono meriti, ma così non è stato e non è. I quasi 15 mesi trascorsi in quella prigione potevano e dovevano essere evitati. Nel frattempo sono usciti detenuti americani, svizzeri, olandesi, francesi. Il prigioniero francese è uscito perché il governo, che pure non riconosce il risultato elettorale venezuelano, ha almeno preso le distanze dall’intervento illegale del duo Trump-Rubio. Oggi il ministro Tajani ha voluto ringraziare il segretario di Stato Usa, viene da chiedersi perché: forse l’intervento ha qualcosa a che vedere con il colpo di Stato? Lo stesso Trump non ha mai parlato di diritti umani, ma solo di petrolio e materie prime da mettere sotto controllo. Sarà il caso, in queste ore, di evitare strumentalizzazioni e propaganda. Per questo il grazie di Articolo 21 va ad Armanda Colusso Trentini e a papà Ezio che hanno resistito con forza e dignità in tutti questi mesi. Poi grazie alla avvocata Alessandra Ballerini, che difende anche le famiglie Regeni, Paciolla, Rocchelli, vera protagonista delle trattative, da sempre impegnata nella difesa degli ultimi, a cominciare da quelli dei migranti. Grazie agli amici di Luca che hanno animato ogni giorno iniziative per la liberazione di Alberto. Grazie a quanti, in tutta Italia, non hanno aspettato le invasioni di Trump per nominare e sostenere questa battaglia civile. Un grazie infine a quei media e quei giornalisti, in prima fila il Fatto ed Estefano Tamburrini, che hanno ogni giorno illuminato quel carcere impedendo che il nome di Alberto venisse oscurato e archiviato. Per il resto stendiamo un pietoso velo. L'articolo Alberto Trentini libero, stendiamo un velo pietoso su chi oggi si prende meriti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le prime parole di Alberto Trentini dopo la liberazione: “Non ci hanno torturato, ci hanno trattato bene”
“Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato. Ora posso avere una sigaretta?”. Le prime parole di Alberto Trentini, il cui arrivo in Italia, a Ciampino, è previsto per la prima mattinata di martedì, rassicurano sul suo stato di salute e hanno riassunto in breve questi 423 giorni di detenzione: non gli sono stati forniti gli occhiali, necessari per leggere, e nemmeno le sigarette, appunto, ma ha raccontato che il trattamento da parte delle guardie carcerarie di El Rodeo I non è stato inumano. E così, con uno strappo alla regola della residenza diplomatica italiana a Caracas, al cooperante e all’altro italiano liberato, Mario Burlò, sono state date due sigarette a testa. I due sono scesi dall’automobile delle autorità venezuelane intorno alle 23 locali, una volta arrivati all’ambasciata italiana. “Nell’ultimo trasferimento non siamo stati incappucciati, a differenza delle altre volte”, ha raccontato Trentini. Cosa che accadeva quando venivano spostati da una cella all’altra all’interno del penitenziario nel quale erano detenuti. “Anche il cibo era sufficiente”, ha poi aggiunto. I due hanno raccontato di essere sorpresi dalla liberazione: “Non ci aspettavamo di uscire, non avevamo saputo niente”. Hanno anche potuto chiamare i propri familiari e Trentini ha sentito sia la madre che la fidanzata: “Come stai? Ma stai bene? Noi siamo tutti qui, ti aspettiamo…”, gli hanno detto. L'articolo Le prime parole di Alberto Trentini dopo la liberazione: “Non ci hanno torturato, ci hanno trattato bene” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alberto Trentini è stato prigioniero di un sistema repressivo, non del caso: un velo squarciato troppo tardi
“Ogni persona sottoposta a qualsiasi forma di detenzione o imprigionamento deve essere trattata umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente all’essere umano. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento devono avvenire esclusivamente nel rigoroso rispetto della legge e da parte di funzionari competenti o persone autorizzate a tale scopo”. Sono gli articoli 1 e 2 del Corpo dei principi per la protezione di tutte le persone contro ogni forma di detenzione o imprigionamento, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988 con la risoluzione 43/173. Non una dichiarazione di principio astratta, ma un corpus normativo che stabilisce limiti chiari all’esercizio del potere statale e che definisce cosa sia – e cosa non sia – legalmente e moralmente accettabile. Un corpus normativo violato in ogni sua sfumatura con i 423 giorni di detenzione – avvenuta senza accuse formali, senza un procedimento regolare, senza garanzie minime di difesa – del nostro connazionale Alberto Trentini, che oggi finalmente è libero. E la sua liberazione è una notizia importante, umanamente e politicamente; ma non può essere letta come una concessione benevola né come la chiusura di un capitolo: è piuttosto la conferma che quel capitolo non avrebbe mai dovuto essere aperto. Nel diritto internazionale umanitario esiste un principio tanto semplice quanto fondamentale: humanitarians are not a target. Gli operatori e le operatrici umanitarie non sono un obiettivo. Non lo sono perché la loro funzione è neutrale, perché il loro lavoro serve a garantire assistenza vitale alle popolazioni civili, perché colpirli significa colpire direttamente il diritto alla vita di chi dipende da quell’aiuto. Questo principio è al centro delle campagne delle Nazioni Unite e del Comitato Internazionale della Croce Rossa ed è parte integrante delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, nei contesti autoritari, gli umanitari diventano spesso sospetti per definizione: testimoni scomodi, corpi estranei, simboli da punire. La detenzione di Trentini si colloca esattamente in questo quadro. In Italia, tuttavia, la percezione pubblica della gravità della situazione venezuelana ha iniziato a cambiare in modo più netto solo quando quella violazione ha avuto un volto italiano. È servita la sofferenza di Trentini per rendere visibile ciò che da anni veniva documentato, denunciato e certificato da organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani. Un velo che si squarcia tardi, e solo parzialmente. Già il 4 luglio 2019, l’allora Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet presentava al Consiglio dei Diritti Umani un rapporto che descriveva un quadro di esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e uso sistematico della repressione politica in Venezuela. Quelle conclusioni venivano ribadite nel rapporto di monitoraggio del 2020, confermando che non si trattava di episodi isolati ma di un modello strutturale. Il 27 settembre 2019, con la risoluzione 42/25, il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu istituiva la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti sul Venezuela, incaricata di indagare sulle violazioni commesse a partire dal 2014. Nel corso degli anni successivi, la Missione ha prodotto rapporti sempre più dettagliati e severi. In quello pubblicato nel settembre 2023 si affermava chiaramente che la struttura repressiva dello Stato non era stata smantellata e rappresentava una minaccia latente, pronta a riattivarsi. Quella minaccia si è concretizzata dopo le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Il 17 settembre 2024 è stato reso pubblico il nuovo rapporto della Missione internazionale indipendente, che ha parlato senza ambiguità di una delle crisi dei diritti umani più gravi della storia recente del Paese. Nella conferenza stampa di presentazione, la presidente della Missione, Marta Valiñas, ha dichiarato che le violazioni non solo non erano diminuite, ma si erano intensificate, raggiungendo livelli di violenza senza precedenti. Poche settimane prima, il 28 agosto 2024, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, attraverso un quadro di repressione sistematica, parlava esplicitamente di terrorismo di Stato. La presidente della Commissione, Roberta Clarke, descrisse un contesto di assoluta impunità, con forze di sicurezza e un apparato giudiziario e istituzioni di controllo pienamente integrate nella strategia repressiva del governo. Anche organizzazioni della società civile come Foro Penal, Amnesty International e Human Rights Watch continuavano a documentare arresti arbitrari, torture, persecuzione della stampa e restrizione dello spazio civico. Foro Penal, in particolare, ha registrato 17.609 arresti politici dal 2014, con un picco di oltre 1.600 detenzioni nelle settimane successive al 28 luglio 2024, inclusi 114 minorenni nel solo primo mese di proteste. In questo contesto si inserì anche la visita del successore di Bachelet, Volker Türk, avvenuta dal 25 al 27 gennaio 2024. Al termine della missione, durante la conferenza stampa del 28 gennaio 2024 all’aeroporto di Maiquetía, Türk chiese pubblicamente la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle torture e delle esecuzioni extragiudiziali, riferendo di testimonianze dirette di persone detenute arbitrariamente, torturate o uccise durante operazioni di sicurezza. Un quadro coerente, continuo, documentato di repressione: un sistema, non una deviazione. Un sistema che accentra il potere, celebra elezioni senza controllo né trasparenza e che ha nomi e responsabilità politiche precise, a partire da Nicolás Maduro e dai vertici civili e militari dello Stato. Quei vertici che oggi sono rimasti a capo del Paese e che proprio a causa dell’azione di Trump rischiano di trasformarsi in martiri di una sinistra internazionale incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni, pronta a giustificare l’ingiustificabile in nome di un anti-imperialismo selettivo. 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