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Legge 194, la relazione sui dati del 2023 consegnata con due anni di ritardo: invariato il tasso di aborti, crescono quelli farmacologici
Con un ritardo di due anni, è stata trasmessa alla Commissione Affari sociali della Camera la Relazione sull’attuazione della legge n. 194 del 22 maggio 1978, che presenta e analizza i dati relativi al 2023. Il documento non è ancora pubblicato sul sito del Ministero della salute: la norma prevede che sia presentato a febbraio dell’anno successivo e già l’anno scorso la scadenza era stata ignorata, consegnando il testo a dicembre 2024. Nel 2023 sono state notificate 65.746 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG). Rimane invariato rispetto all’anno precedente il tasso di abortività, cioè il numero di IVG per 1.000 donne di età 15-49 anni residenti in Italia, l’indicatore più accurato per valutare il ricorso all’IVG secondo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2023, è stato pari a 5,6 IVG per 1.000. Il tasso varia per area geografica: è inferiore nelle Isole (4,5 per 1000) e al Sud (5,4 per 1.000) rispetto al Centro (6,0 per 1.000) e al Nord (5,9 per 1.000). Come nel 2022, la Regione Liguria mantiene il tasso più alto (8,3 per 1.000) e la Basilicata il più basso (4,0 per 1.000). La Relazione lo spiega con il diverso peso della popolazione straniera, meno rappresentata al Sud. Il numero di aborti in rapporto alla popolazione sarebbe correlato alla minore presenza di donne straniere, considerando che le donne straniere di età compresa tra 20-24 e 25-29 anni hanno rispettivamente tassi pari a 2,9 e 2,8 volte più alti delle italiane (i dati raccolti riguardano solo le straniere residenti). Il tasso di abortività tra le donne straniere è comunque in continua diminuzione dal 2003, quando i tassi delle donne erano 5,3 volte superiori a quelli delle donne italiane. Il Ministero non sembra prendere in considerazione eventuali fattori culturali che potrebbero potenzialmente incidere, anche per le italiane, sul tasso di abortività nel Sud e nelle Isole, come ad esempio una diversa pressione sociale sulle donne rispetto all’assunzione del ruolo materno (il tasso di natalità al Sud è ancora tra i più alti tra le ripartizioni territoriali italiane), oppure i fattori legati alla disponibilità di servizi IVG sul territorio e dalla loro accessibilità. Aumenta il ricorso al metodo farmacologico, con una percentuale del 59,4% sul totale, in aumento rispetto al 52,0% rilevato nel 2022. Anche su questo si registra una forte variabilità per area geografica e per Regione, con valori inferiori alla media nazionale nell’Italia insulare (46,3%) e meridionale (56,3%) rispetto al Centro (60,4%) e al Nord (61,1%). Restano perlopiù disattese le Linee di indirizzo promulgate nel 2020 dal Ministero della salute per sollecitare la de-ospedalizzazione del metodo farmacologico, con la possibilità di prendere il primo farmaco in consultorio o ambulatorio e il secondo a domicilio. Nel 2023, solo il Lazio aveva formalizzato questa procedura con un protocollo regionale (la Toscana consentiva la somministrazione di entrambi i farmaci in ambulatorio e l’Emilia Romagna ha adottato un protocollo per la somministrazione in consultorio ad inizio 2025). Dal 1980, anno di inizio del sistema di rilevamento dei dati, sono costantemente diminuite le IVG, mentre il numero di obiettori di coscienza è rimasto mediamente stabile. Nel 2023 l’obiezione di coscienza era del 57,1% tra il personale di ginecologia, in lieve diminuzione rispetto al 60,5% del 2022 del (sono il 35,1% tra gli anestesisti e il 30,9% del personale non medico. Va aggiunta la quota di obiezione di coscienza non dichiarata: il 10,6% (196 in totale) di ginecologi e ginecologhe che, pur non presentando obiezione di coscienza, non praticano l’IVG nelle strutture in cui il servizio è offerto. Anche per l’obiezione di coscienza vi sono “notevoli differenze tra le Regioni” sia nelle categorie del personale che presentano l’obiezione sia tra chi, pur non presentandola, non è disponibile a praticare IVG. Le case di cura autorizzate con reparto di ostetricia e/o ginecologia che effettuano IVG sono 327 su 540, cioè in media 61,1% del totale. Un poco meno del 40% in media, dunque, non ha un servizio IVG. Non è indicato come sia distribuita questa percentuale sul territorio. Se ne ha una rappresentazione grazie alle mappature fatte dalle associazioni e dal volontario. Come nella mappa di Laiga, dove, ad esempio, si può avere il colpo d’occhio sul territorio siciliano, costellato dai pin rossi in cui il servizio non è disponibile, o da quello delle aree interne tra Abruzzo, Basilicata e Molise, dove i punti che indicano gli ospedali sono rarefatti. Varia da Regione a Regione anche il numero assoluto di punti IVG e di punti nascita e il loro rapporto per 100.000 donne in età fertile, come varia molto anche il carico di lavoro medio settimanale per ogni ginecologa/o non obiettrice, compreso tra il minimo dell 0,3 in Valle d’Aosta e il massimo dell’8,3 in Campania. Rispetto alla mobilità tra una Regione e l’altra, ovvero lo scostamento tra luogo dell’evento e luogo di residenza, la Relazione rileva che nel 2023 la quota di IVG effettuata nella Regione di residenza è stata pari al 92,5%, di queste l’87,3% è stato effettuato nella Provincia di residenza. Non sono indicate le percentuali secondo aree geografiche (nord, centro, sud e Isole). La Relazione, tuttavia, individua possibili criticità organizzative nell’offerta delle prestazioni in alcune Regioni. Delle 3.451 IVG effettuate in regione diversa da quella di residenza, il 26,4% è riferito a donne provenienti dalla Basilicata, il 14,2% dal Molise e il 13,9% dall’Umbria. Un dato che può essere letto alla luce della mancata disponibilità di servizi sul territorio. L'articolo Legge 194, la relazione sui dati del 2023 consegnata con due anni di ritardo: invariato il tasso di aborti, crescono quelli farmacologici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Aborto
“Annunciai la gravidanza in diretta tv e persi il bambino in camerino mentre tutti mi accusavano di fare scandalo”: il retroscena svelato da Enrica Bonaccorti
Nel novembre del 1986, la televisione italiana fu teatro di un evento senza precedenti che si trasformò, nel giro di pochissimi minuti, in un grave dramma personale sovrapposto a uno scandalo mediatico. All’apice della sua carriera televisiva, Enrica Bonaccorti, morta oggi all’età di 76 anni, scelse di annunciare in diretta di essere in attesa del suo secondo figlio. Una decisione che scatenò polemiche feroci sulla stampa nazionale proprio mentre, lontano dai riflettori, la conduttrice stava affrontando un aborto spontaneo. L’ANNUNCIO AL TG1 E LA BUFERA MEDIATICA Enrica Bonaccorti aveva ricostruito con precisione e lucidità i dettagli di quella giornata in diverse interviste, tra cui una a La Confessione di Peter Gomez. Già madre di Verdiana, all’epoca decenne, la presentatrice era incinta di quasi quattro mesi. L’intenzione originaria, secondo il suo racconto, era quella di condividere la notizia in modo rapido e sobrio. “Era il novembre ’86, ero già mamma ed ero rimasta di nuovo incinta”, ha spiegato la conduttrice a Silvia Toffanin, ospite di Verissimo. “Ero in trasmissione, non volevo dare troppo spazio a questa cosa e ho pensato di dirlo un minuto prima di lasciare la parola al Tg1“. La reazione dell’opinione pubblica e della carta stampata fu però durissima. “È stato uno scandalo terribile”, ha ricordato Bonaccorti. “Ero in prima pagina su tutti i giornali. Mi maledicevano, mi accusavano di uso privato di una televisione pubblica”. Le indiscrezioni della stampa si moltiplicarono rapidamente, ipotizzando scenari che la diretta interessata ha sempre smentito: “Si sono inventati che volevo fare il parto in diretta, cosa che adesso per altro fanno, che volevo far vedere l’ecografia. Ma quando mai!”. L’ABORTO SPONTANEO IN CAMERINO Il vero trauma, tuttavia, si consumò sùbito dopo la fine di quel blocco televisivo, all’insaputa del pubblico e dei critici. Rientrata dietro le quinte, la presentatrice si rese conto che la gravidanza si era interrotta. “Dico questa cosa, lancio il tg, fra noi ci facciamo gli auguri, vado in camerino, dovevo provare dei vestiti e tirando su il vestito ho avuto delle perdite”, ha svelato sempre ai microfoni di Verissimo. La situazione clinica precipitò immediatamente, richiedendo un intervento medico d’urgenza: “Mi hanno portata in ambulanza in una clinica dove sono rimasta per tre settimane. Poi mi hanno riportata a casa e sono rimasta immobile per alcuni giorni ma il bambino è andato via. Aveva quasi quattro mesi”. IL RICOVERO E LO SCONTRO CON LE ACCUSE ESTERNE Al dolore psicologico e fisico della perdita, si aggiunse un episodio avvenuto in sala operatoria: “La cosa più brutta è stata che quando hanno fatto il raschiamento, un’infermiera non professionale ha detto ‘ha già le spalle larghe questo maschietto’. E un’altra ha aggiunto ‘ha la bocca della mamma’”. A rendere la vicenda particolarmente amara fu il netto, drammatico contrasto tra la sua tragedia privata, consumata in un letto di clinica, e il linciaggio mediatico in corso all’esterno. Mentre Bonaccorti affrontava la perdita del figlio, i giornali continuavano ad attaccarla duramente per le modalità dell’annuncio televisivo. “La cosa più triste sono state le accuse mentre non sapevano che io stessi perdendo il bambino”, ha concluso la presentatrice rievocando quei giorni. “La mattina dopo, ho letto che volevo fare la regina”. L'articolo “Annunciai la gravidanza in diretta tv e persi il bambino in camerino mentre tutti mi accusavano di fare scandalo”: il retroscena svelato da Enrica Bonaccorti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meccanismo per l’accesso all’aborto, la commissione Ue risponde alla petizione: “Si può fare con i fondi esistenti”
Non sarà creato un nuovo fondo per garantire l’accesso all’aborto in tutta l’Unione europea, ma gli Stati potranno attingere da quelli già esistenti. In particolare, potranno far riferimento al Fondo Sociale Europeo per “migliorare la parità di accesso ai servizi sanitari, compresi i servizi per l’interruzione di gravidanza”. È questa la risposta della commissione Ue alla petizione di My Voice My Choice che ha raccolto oltre un milione di firme per chiedere un meccanismo che tutelasse la possibilità di abortire per tutte le donne. Non un recepimento della richiesta dei cittadinia, ma una prima apertura, arrivata grazie a una mobilitazione dal basso senza precedenti di attiviste e attivisti: “Il Parlamento europeo ci ha dato il massimo supporto possibile”, ha detto la coordinatrice Nika Kovac ricordando il voto di dicembre scorso. “La commissione europea lo ha rispettato. Siamo però delusi dal fatto che non abbiano stanziato fondi aggiuntivi. Passerà attraverso il programma di finanziamento esistente, il che va bene, ma siamo tristi perché non ci sono fondi aggiuntivi”. E se ora molto dipenderà anche dalle reazioni dei singoli governi, c’è chi ha già iniziato a farsi sentire: i primi ministri di Spagna, Slovenia, Svezia, Danimarca ed Estonia hanno esortato la presidente Ursula von der Leyen, a dare seguito concreto all’iniziativa e mostrare come potrebbe essere implementata nella pratica. Realizzare le intenzioni sarà la prossima sfida “Oggi”, ha chiuso Kovac, “festeggeremo, domani inizieremo a lavorare di più perché ciò che abbiamo capito dall’incontro di oggi è che l’istituzione stessa non si prenderà cura della situazione e che il movimento è necessario”. Per il comitato è comunque “una risposta storica” perché “è la prima volta che l’Unione europea e la commissione consentono ai Paesi di utilizzare fondi Ue per gli aborti a favore di persone che non possono accedere all’aborto nei propri Paesi. Abbiamo sempre sostenuto un meccanismo di adesione volontaria, in cui i Paesi potessero scegliere liberamente di partecipare. Siamo molto fiduciosi che diversi di loro utilizzeranno questi fondi per aiutare le donne. Abbiamo undici governi che ci sostengono e contiamo sul loro supporto”. LE PRESSIONI E LA DECISIONE DELLA COMMISSIONE UE Nelle scorse ore, in attesa che la commissione Ue si esprimesse, erano iniziate a circolare voci sul fatto che l’intenzione fosse quella di non dare seguito alla petizione. Per questo gli attivisti avevano deciso di lanciare una nuova raccolta firme per “far cambiare idea” ai commissari. Oggi è arrivata la decisione. Dopo aver analizzato “attentamente” l’iniziativa e tenendo conto delle “limitazioni” imposte dai Trattati Ue alla competenza dell’Unione nella salute pubblica, la commissione ha dichiarato che “gli Stati membri possono fare affidamento sugli strumenti Ue esistenti per migliorare la parità di accesso a servizi sanitari legalmente disponibili e a prezzi accessibili, compresi i servizi per l’aborto sicuro”. E in particolare al Fondo Sociale Europeo (Fse+). Visto che il sostegno dell’Ue “può già essere fornito in tempi relativamente rapidi, dagli Stati membri disposti a farlo nell’ambito degli strumenti esistenti, non è necessario proporre un nuovo strumento giuridico“, hanno concluso. Quindi il sostegno Ue può essere fornito attraverso il programma Fse+, nel caso in cui gli Stati membri desiderino, volontariamente e secondo le rispettive legislazioni nazionali, fornire questo sostegno. Secondo la commissaria Hadja Lahbib, “questa iniziativa salverà delle vite. Ciò è stato possibile solo grazie a My Voice My Choice. Avete dimostrato che la partecipazione dei cittadini e delle cittadine funziona e che la democrazia può dare risultati concreti”. LA MOBILITAZIONE IN ITALIA: “SMENTITA LA LINEA DEL GOVERNO MELONI” Solo nel nostro Paese sono state raccolte oltre 160mila firme, quasi come in Francia e Germania. “Questa decisione”, ha commentato Federica Vinci, co-coordinatrice di My Voice My Choice in Italia, “arriva mentre il governo Meloni dichiara di non voler toccare la 194, ma nei fatti la svuota” o “blocca il congedo parentale paritario”. Ed “è quindi soprattutto una smentita politica della linea del governo italiano”. Per l’altra co-cordinatrice Alice Spaccini, la decisione è importante perché “concretamente, le donne che vivono in Paesi dove l’aborto è proibito o ostacolato avranno la possibilità di essere aiutate sul piano economico: il fondo infatti garantirà una copertura della prestazione sanitaria, includendo anche le spese di viaggio e di soggiorno per le donne che dovranno andare all’estero”. Ma non solo. “Sul piano politico, si afferma un principio fondamentale: il riconoscimento a livello europeo del diritto ad accedere all’aborto in condizioni di sicurezza e legalità”. Infine, ha chiuso il terzo co-cordinatore Matteo Cadeddu, “la mobilitazione non finisce qui. Forti del supporto di oltre 40 collettivi e associazioni della società civile – l’Italia è stato il paese con il maggior numero di organizzazioni aderenti – ci daremo da fare perché quanto promesso dalla Commissione venga attuato per tutte le persone in Europa”. “I SOLDI PER LE ARMI INVECE CI SONO SEMPRE” Tra chi si è esposto nell’europarlamento sul tema c’è il gruppo The Left. Che, tramite la co-presidente Manon Aubry ha riconosciuto il “primo passo”, ma ha anche osservato che “il diavolo si nasconde nei dettagli”. “Piuttosto che creare un nuovo fondo dedicato all’aborto, la Commissione europea dà la possibilità di utilizzare un fondo sociale esistente, già in calo. È lontano dalla richiesta portata da My Voice, My Choice”. Per la 5 stelle Carolina Morace è “un compromesso al ribasso”: “I fondi per le armi ci sono sempre, quelli per assicurare a ogni donna europea il diritto a un aborto sicuro e legale invece no”. Mentre per la dem Annalisa Corrado è comunque “un segnale politico” mentre “in molti Paesi i diritti delle donne vengono ostacolati o addirittura negati”. Per +Europa l’errore è stato quello di “non dare voce a oltre un milione di cittadini che si sono uniti per chiedere alle istituzioni Ue di affrontare un tema che, evidentemente, è avvertito come prioritario”. L'articolo Meccanismo per l’accesso all’aborto, la commissione Ue risponde alla petizione: “Si può fare con i fondi esistenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ursula Von Der Leyen
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“La commissione Ue negativa sul meccanismo per l’aborto garantito. Facciamole cambiare idea”
“Abbiamo ricevuto brutte notizie” in merito all’imminente decisione della Commissione Ue sulla petizione “My voice my choice” per creare un meccanismo che renda l’aborto libero e sicuro nell’Unione europea. A rivelarlo sono i promotori della campagna sottoscritta da più di un milione di cittadine e cittadini europei: “Secondo informazioni non ufficiali, la bozza della decisione è stata redatta con un atteggiamento negativo”, scrivono. “Ma c’è ancora tempo per far cambiare idea”. Così il tam tam corre sui social per firmare una nuova petizione indirizzata direttamente alla Commissione, che il 26 febbraio deciderà a porte chiuse il destino di questa campagna dal basso che riguarda la vita di 20 milioni di donne. Secondo le stime dei coordinatori del progetto, tale è il numero di donne che hanno difficoltà o impossibilità di accesso all’aborto in Europa. “Noi chiediamo che gli Stati membri offrano un sostegno finanziario per agevolare l’accesso alle varie pratiche abortive, interventi e misure mediche”, spiegano dal coordinamento della campagna in Italia (Matteo Cadeddu, Alice Spaccini, Federica Vinci). Se approvato dalla Commissione, il dispositivo legislativo contenuto nella proposta consentirebbe ad esempio a una donna italiana di ricevere farmaci abortivi dall’Olanda ed essere aiutata in telemedicina, estendendo al livello europeo il sistema già sperimentato in Polonia da organizzazioni “ombrello” come Abortion without border, come spiegava a ilfattoquotidiano.it Marta Lempart, leader polacca dello Sciopero delle donne polacco (Strajk Kobiet o Women’s strike) e sostenitrice di My voice my choice. Oppure, una donna italiana che ha superato il primo trimestre di gestazione potrebbe ricevere sostegno economico per interrompere la gravidanza in un paese europeo che ha diversi limiti di età gestazionale per l’aborto volontario. “La Commissione è obbligata ad esprimersi sulla proposta. Può dire sì o no, ma anche farne una alternativa, più o meno allineata ai contenuti di My voice my choice. Dalle notizie che trapelano, potrebbe essere anche molto lontana dalle nostre richieste. Purtroppo il processo è totalmente a porte chiuse. Un fatto grave, a nostro parere, considerando la grande attivazione da parte della cittadinanza. Ursula Von Der Lyen non ha voluto organizzare un incontro con noi”, spiegano dal coordinamento italiano. Il 17 dicembre scorso, il Parlamento Ue aveva approvato con 385 voti a favore, 202 contrari e 79 astensioni un testo favorevole alla proposta, in cui venivano ripresi molti dei problemi denunciati da associazioni e attiviste negli anni, esprimendo preoccupazione per “i persistenti ostacoli giuridici e pratici presenti in diversi Stati membri”, invitandoli a riformare le proprie leggi e politiche in materia di aborto per portarle in linea con gli standard internazionali. L’Eurocamera sottolineava anche il ruolo dell’Ue nel sostenere il miglioramento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi, chiedendo un’azione europea più incisiva. Ora la ICE (Iniziativa dei cittadini europei) più veloce di sempre, con oltre 1.200.000 firme raccolte, di cui 166mila in Italia, rischia di sbattere contro un muro di gomma. “Per questo abbiamo deciso di continuare a fare pressione in questi giorni, anche con una petizione, per ricordare alla Commissione presieduta da Von Der Lyen che ci siamo e continueremo ad esserci e a mobilitarci finché sarà necessario”. L'articolo “La commissione Ue negativa sul meccanismo per l’aborto garantito. Facciamole cambiare idea” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Unione Europea
Aborto
Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta
“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”. Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto”. A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero permettersi solo le benestanti. Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle donne che abortiscono. La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato. Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle scelte, dalla piena cittadinanza. Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda: “Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’, ‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio, Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa a svelarne la natura patriarcale non è un caso”. Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti. Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili. Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa. C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito, facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni, i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono. Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al massimo, qualche prudente e blando monito. Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro le donne secoli fa e mai interrotta. Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale, arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola “consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente. Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle donne. La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse, i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe. Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il diritto di decidere se essere madri o non esserlo. Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive. L'articolo Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile. Ho avuto un’emorragia, durante l’operazione é andata via la luce ma mio marito Marco mi ha salvato”: il racconto di Veronica Maya
“Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile”. È la rivelazione di Veronica Maya, ospite nella puntata di “Storie al bivio” in onda domani, 31 gennaio, su Rai 2. Nel salotto di Monica Setta, la conduttrice ha raccontato un episodio accaduto durante una vacanza in Brasile insieme al marito Marco Moraci, anche lui ospite in studio. Veronica ha spiegato: “Era la prima vacanza con mio marito e non volevo rovinare l’idillio. Ero incinta da pochissimo, ebbi una emorragia in un piccolo villaggio brasiliano. Marco operò insieme al ginecologo e mi salvai”. La showgirl ha aggiunto: “Durante l’operazione andò anche via la luce ma Marco riuscì a portare a termine l’intervento insieme al ginecologo brasiliano”. Come raccontato dalla conduttrice, la mattina successiva le sue condizioni di salute erano già migliorate. Maya ha dichiarato: “Tornata in Italia scoprimmo che l’embrione non si era formato, facemmo altre analisi, stavo bene e dopo poco aspettavo già il mio primogenito“. Nel corso dell’intervista, Marco Moraci ha raccontato il suo amore per Veronica: “Ci amiamo come il primo giorno. Sono l’unico uomo che ha sposato tre volte la stessa donna. La risposerei domani”. I due, genitori di tre bambini, hanno svelato di aver pensato a un quarto figlio. Maya ha detto: “Abbiamo pensato anche al quarto ma i tempi non coincidevano. O lo voleva lui e io no oppure il contrario. Ma va bene così, siamo felici e uniti“. L'articolo “Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile. Ho avuto un’emorragia, durante l’operazione é andata via la luce ma mio marito Marco mi ha salvato”: il racconto di Veronica Maya proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho abortito e non mi perdonerò mai, atto di egoismo mostruoso. Ho provato ad avere figli, ma ho perso l’embrione. Il karma mi ha punita”: Antonella Elia commossa
Antonella Elia si è commossa durante la puntata di ieri 26 gennaio de “La volta buona”. L’attrice con Caterina Balivo ha ripercorso un momento doloro della sua vita. Come già ha raccontato a “Belve“, Elia ha abortito a 26 anni e ha spiegato di essersi pentita amaramente di quella decisione. “Quando avevo 26 anni ho scelto di abortire. Non mi perdonerò mai”, ha confessato. “Ritengo che l’aborto sia un peccato, – ha continuato – si toglie la vita ad un essere che sta per nascere. È un essere vivente, sin da subito, che deve nascere. È un atto di egoismo mostruoso decidere di abortire perché ‘è troppo presto’ o non si è in grado di essere madre. È per me una scelta umanamente illecita”. “Nel corso del tempo, l’aborto dentro di me è rimasto una macchia, una vergogna. Ogni donna è libera di fare quello che vuole, ma ritengo che a livello umano e spirituale si tolga una vita”. E ancora: “Bisogna avere il coraggio di accettare quella vita e portarla avanti. Io non mi sono mai perdonata e non mi perdonerò mai, in questa vita sto espiando una colpa. Rimpiango il figlio che non ho avuto, ora avrei accanto un essere che amerei in maniera viscerale. Non ho avuto il coraggio, ora non c’è perdono”. Elia poi ha specificato: “Non voglio fare la moralista, ci sono magari situazioni molto gravi in cui non si può avere un figlio. Io avevo 26 anni, un fidanzato, una situazione normale. Ho detto ‘no’, non ho preso in considerazione l’essere vivente che portavo. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, io rimpiango molto di non aver avuto il coraggio in quel momento”. Infine: “Ho provato poi ad avere figli, ma ho perso l’embrione. Il karma mi ha punita, credo che nella vita si debbano espiare le azioni che si ritengono sbagliate”. L'articolo “Ho abortito e non mi perdonerò mai, atto di egoismo mostruoso. Ho provato ad avere figli, ma ho perso l’embrione. Il karma mi ha punita”: Antonella Elia commossa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Francesco Sarcina mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per nostra figlia. Tre anni fa un aborto in treno per troppo stress”: così Clizia Incorvaia
Clizia Incorvaia è stata ospite a “Verissimo”, ieri 18 gennaio, e ha rivelato a Silvia Toffanin un episodio doloroso della sua vita: “Tre anni fa ho avuto un aborto in treno, mentre stavo accompagnando mia figlia Nina dal padre a Milano. Ebbi questa emorragia perché ero troppo sotto stress“. L’influencer è stata prosciolta dalle accuse di Francesco Sarcina, che l’aveva denunciata, accusandola di aver pubblicato sui social immagini della loro figlia minore per “trarne un profitto economico”. “Questa sentenza mi ha restituito dignità come madre. – ha detto Incorvaia – Ho sempre protetto mia figlia Nina (avuta dal cantante nel 2015, ndr) , l’ho sempre preservata. Ma questa accusa aveva gettato un alone su di me come genitore. Oggi i nostri rapporti sono freddi, distaccati”. E ancora: “Non era un rapporto sano. Per tanto tempo ho pensato di potermi accontentare di questo tipo di relazione. Poi, quando è venuto meno il rispetto della mia persona, ho capito che dovevo prendere le distanze (…) Mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per proteggere Nina”. Ha fatto clamore poi il presunto tradimento della Incorvaia con Riccardo Scamarcio, ex amico di Sarcina: “Eravamo separati. Ero una donna separata e potevo fare tutto quello che volevo. Ho una visione troppo bella dell’amore per prendere delle vie sotterranee” “A marzo saremo di nuovo in udienza, – ha continuato l’ospite – verranno ristabilite delle cose sulla gestione di nostra figlia affinché non ricada tutto su un solo genitori. Oggi provvedo io alla sua scuola privata e anche ai weekend che passa con il papà. Il giudice aveva stabilito che Nina passasse due weekend con il padre su Milano a carico mio e un weekend su Roma a carico del padre perché lui dovrebbe prendere una stanza in hotel per stare con la figlia. Di weekend su Roma ne ha fatto uno in cinque anni. Mi trovo sempre io a portare Nina da lui a Milano“. L'articolo “Francesco Sarcina mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per nostra figlia. Tre anni fa un aborto in treno per troppo stress”: così Clizia Incorvaia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Campana contro l’aborto, Forza Nuova rinuncia al presidio a Sanremo in solidarietà del vescovo
Annunciato con i toni epici della “battaglia”, contro “un popolo che uccide i suoi figli”, il presidio di Forza Nuova previsto il 17 gennaio a Sanremo è stato ritirato dagli stessi ultraconservatori neofascisti ufficialmente “per non creare tensioni”. Nei contatti avuti nelle ore precedenti con la questura, Forza Nuova aveva confermato una presenza “di testimonianza”. “Avevano dichiarato meno di 10 militanti”, spiega chi si sarebbe occupato della gestione dell’ordine pubblico, “in presidio davanti alla sede del Comune dalle 15 fino alle 19”. L’obiettivo era mostrare solidarietà al vescovo Suetta e alla campana di bronzo da lui voluta, che ogni sera rintocca in memoria dei bambini “non nati”, anche “a causa dell’aborto”. Un’iniziativa che avrebbe innescato una contro-mobilitazione antifascista più ampia nella vicina piazza Colombo, con conseguente maggiore impiego di forze dell’ordine per evitare contatti. Oltre al pio proposito di “non creare tensioni”, dietro l’annullamento del presidio potrebbe aver pesato anche il rancore ancora vivo nei confronti dello stesso Suetta, che nel 2019 negò ai nostalgici una cappella per commemorare l’anniversario della morte di Benito Mussolini. Venuta meno la “scorta morale” annunciata al vescovo di Sanremo, è saltato anche l’unico sostegno pubblico incassato dall’iniziativa di Suetta e sono state annullate le contro-manifestazioni previste. Dopo l’ondata di comunicati, polemiche e indignazione, l’unico effetto tangibile della campana, torna a prevalere l’indifferenza. A Sanremo, del resto, si avvicina il Festival e l’attenzione è già altrove. L'articolo Campana contro l’aborto, Forza Nuova rinuncia al presidio a Sanremo in solidarietà del vescovo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Campana per i bimbi non nati a Sanremo: la rabbia reazionaria e misogina si fa di nuovo sentire
“Io benedico questo polverone, anche le critiche. Sono felicissimo: senza di esse nessuno avrebbe saputo della campana”. Così il vescovo di Sanremo, Antonio Suetta, ha battezzato le polemiche scaturite dalla sua decisione di far suonare ogni sera la campana della torre della Curia, sulla quale ha fatto incidere il proprio nome, per ricordare i bambini “non nati”, ovvero gli aborti volontari e spontanei. È l’ennesima iniziativa volta a far risuonare quotidianamente nell’aria note di misoginia – come se non ce ne fosse abbastanza – e a stigmatizzare le donne che abortiscono e anche quelle che hanno avuto aborti spontanei. Donne che disertano e donne che falliscono la loro missione di dare al mondo figli. La rabbia reazionaria si fa sentire con i cimiteri dei feti, i “giardini degli angeli”, le marce della Militia Christi con embrioni di plastica su croci, al grido di “donne assassine” e i manifesti di Pro Vita & Famiglia. Alla fine di dicembre a Roma, una campagna di Pro Vita ha promosso dei manifesti con lo slogan “Ogni Natale comincia dal grembo materno” che accompagnava l’immagine di un’ecografia con un’aureola. Come a suggerire che, se Maria avesse abortito, non sarebbe nato Cristo. Nei giorni in cui le sacre ecografie venivano affisse sui muri di Roma, il vescovo di Conversano ammoniva le femministe a farsi libere come Maria: ‘veramente libera perché sa obbedire’. Marcela Lagarde, antropologa messicana, spiegò molto bene il prezzo in odio e violenza che le donne pagano quando disobbediscono e si chiama femminicidio. La reazione patriarcale alla richiesta e pretesa di libertà delle donne comprende ogni forma di discriminazione e violenza. Negli ultimi anni, l’odio per la disubbidienza e la libertà delle donne si è fatto più tangibile e lo si deve – lo spiegò lucidamente Lea Melandri (Il Riformista 2021) – alla “loro maggiore libertà e consapevolezza nel voler trovare in se stesse il senso della loro vita, e non essere più ‘un mezzo per un fine’ dettato da altri – o da Dio – ‘nella sessualità come nella procreazione’.” La guerra contro i corpi delle donne non si ferma, anche se il diritto a non rischiare la pelle per abortire è stato sancito dalla legge 194 nel 1978. Sono trascorsi quasi cinquant’anni, eppure i partiti reazionari e conservatori e i bigotti non danno tregua alla guerra sui corpi delle donne. E da quando soffiano i venti gelidi degli autoritarismi, in molti sembrano pensare che, dopo decenni di assedio, sia arrivato il momento di espugnare un diritto che ha salvato la vita e la salute di milioni di donne. L’aborto non sicuro è una delle principali cause di mortalità materna nel mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno vengono eseguiti circa 25 milioni di aborti non sicuri, il 97% dei quali nei Paesi in via di sviluppo. L’Istituto Guttmacher stima che negli ultimi anni circa 22.800 donne siano morte ogni anno per aver abortito senza un’adeguata assistenza medica. E circa sette milioni di donne ogni anno devono essere ricoverate a causa di infezioni o complicanze post-Ivg. Ancora Lea Melandri, su il Riformista, si interrogava su “un’ossessione maschile che affonda le sue radici nell’ambiguo legame di amore e odio per quel corpo femminile che può dare la vita e la morte e minacciare la sopravvivenza del singolo come quella della società a cui appartiene”. E ricordava come, prima dell’approvazione della legge 194, in Italia l’aborto fosse considerato un crimine “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, dunque una presunta difesa della famiglia “naturale” ma anche della “purezza etnica” del Paese. Non è affatto un caso che, in nome della difesa della stirpe italica, gli esponenti del gruppo neofascista Forza Nuova — noto per posizioni omofobe e razziste e più volte finito sotto inchiesta per violenze (basti ricordare l’assalto alla Cgil nel 2021) — scenderanno in piazza a sostegno dell’iniziativa del vescovo. La motivazione è esplicita: “In Italia crisi sociale e natalità ai minimi storici. Questa battaglia è fondamentale: un popolo che uccide i suoi figli non ha futuro”. Come nell’era del Fascio, le italiane dovrebbero dar figli alla Patria senza asili nido, senza garanzie come lavoratrici, senza che i padri siano tenuti per legge ad assumere sulle loro spalle il lavoro di cura e soprattutto senza desiderio di maternità. Contro l’iniziativa del vescovo si sono levate forti critiche e contestazioni. Nei primi giorni di gennaio si è svolto un flash mob e sabato, in Piazza Colombo a Sanremo, manifesteranno Radicali Italiani, Giovani Democratici, Pd, +Europa, Donne Democratiche, Avs e il Collettivo Papavero Rosso. Dopo il polverone, il vescovo di Sanremo ha spiegato di voler “muovere le coscienze”. Forse non si è accorto — o non ricorda — che la legge sull’interruzione di gravidanza è stata approvata nella cattolicissima Irlanda nel 2019, sette anni dopo la morte per setticemia della 31enne Savita Halappanavar, incinta di 17 settimane. Non ci fu nessun intervento da parte dei medici perché era presente il battito fetale. “Questo è un Paese cattolico” le risposero quando chiese di abortire per avere salva la vita. La sua morte scosse le coscienze e portò, in pochi anni, all’abolizione del divieto di aborto nella Repubblica d’Irlanda e all’abolizione dell’emendamento 8 della Costituzione irlandese che poneva sullo stesso piano la vita della madre e quella del feto. Fu la rabbia delle irlandesi ad abbattere quel divieto. Dal 2019 non sono più contenitori sacrificabili di feti o embrioni. Qualcosa su cui il vescovo che firma le campane dovrebbe riflettere, se la vita delle donne che abortiscono vale qualche rintocco per Santa Romana Chiesa. L'articolo Campana per i bimbi non nati a Sanremo: la rabbia reazionaria e misogina si fa di nuovo sentire proviene da Il Fatto Quotidiano.
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