“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può
professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”.
Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One
Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non
parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un
intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre
settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando
apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per
l’aborto”.
A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più
equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero
permettersi solo le benestanti.
Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle
donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di
gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne
all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a
una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle
donne che abortiscono.
La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto
storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo
femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato.
Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e
giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle
scelte, dalla piena cittadinanza.
Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e
femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
“Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha
chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’,
‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza
della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie
maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio,
Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su
di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la
capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica
ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa
a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.
Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli
uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza
delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione
di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.
Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il
momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle
donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni
autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.
Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per
l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando
la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.
C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello
che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito,
facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di
Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni,
i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.
Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non
vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla
contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e
alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali
Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria
degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a
sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie
sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al
massimo, qualche prudente e blando monito.
Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro
le donne secoli fa e mai interrotta.
Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il
disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale,
arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola
“consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e
autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.
Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la
legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere
maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro
e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto
camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle
donne.
La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco
della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la
Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non
si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse,
i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.
Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno
più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli
nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli
inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di
esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il
diritto di decidere se essere madri o non esserlo.
Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto
clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.
L'articolo Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra
contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Aborto
“Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile”. È la rivelazione di Veronica
Maya, ospite nella puntata di “Storie al bivio” in onda domani, 31 gennaio, su
Rai 2. Nel salotto di Monica Setta, la conduttrice ha raccontato un episodio
accaduto durante una vacanza in Brasile insieme al marito Marco Moraci, anche
lui ospite in studio. Veronica ha spiegato: “Era la prima vacanza con mio marito
e non volevo rovinare l’idillio. Ero incinta da pochissimo, ebbi una emorragia
in un piccolo villaggio brasiliano. Marco operò insieme al ginecologo e mi
salvai”. La showgirl ha aggiunto: “Durante l’operazione andò anche via la luce
ma Marco riuscì a portare a termine l’intervento insieme al ginecologo
brasiliano”. Come raccontato dalla conduttrice, la mattina successiva le sue
condizioni di salute erano già migliorate. Maya ha dichiarato: “Tornata in
Italia scoprimmo che l’embrione non si era formato, facemmo altre analisi, stavo
bene e dopo poco aspettavo già il mio primogenito“.
Nel corso dell’intervista, Marco Moraci ha raccontato il suo amore per Veronica:
“Ci amiamo come il primo giorno. Sono l’unico uomo che ha sposato tre volte la
stessa donna. La risposerei domani”. I due, genitori di tre bambini, hanno
svelato di aver pensato a un quarto figlio. Maya ha detto: “Abbiamo pensato
anche al quarto ma i tempi non coincidevano. O lo voleva lui e io no oppure il
contrario. Ma va bene così, siamo felici e uniti“.
L'articolo “Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile. Ho avuto
un’emorragia, durante l’operazione é andata via la luce ma mio marito Marco mi
ha salvato”: il racconto di Veronica Maya proviene da Il Fatto Quotidiano.
Antonella Elia si è commossa durante la puntata di ieri 26 gennaio de “La volta
buona”. L’attrice con Caterina Balivo ha ripercorso un momento doloro della sua
vita. Come già ha raccontato a “Belve“, Elia ha abortito a 26 anni e ha spiegato
di essersi pentita amaramente di quella decisione. “Quando avevo 26 anni ho
scelto di abortire. Non mi perdonerò mai”, ha confessato.
“Ritengo che l’aborto sia un peccato, – ha continuato – si toglie la vita ad un
essere che sta per nascere. È un essere vivente, sin da subito, che deve
nascere. È un atto di egoismo mostruoso decidere di abortire perché ‘è troppo
presto’ o non si è in grado di essere madre. È per me una scelta umanamente
illecita”.
“Nel corso del tempo, l’aborto dentro di me è rimasto una macchia, una vergogna.
Ogni donna è libera di fare quello che vuole, ma ritengo che a livello umano e
spirituale si tolga una vita”.
E ancora: “Bisogna avere il coraggio di accettare quella vita e portarla avanti.
Io non mi sono mai perdonata e non mi perdonerò mai, in questa vita sto espiando
una colpa. Rimpiango il figlio che non ho avuto, ora avrei accanto un essere che
amerei in maniera viscerale. Non ho avuto il coraggio, ora non c’è perdono”.
Elia poi ha specificato: “Non voglio fare la moralista, ci sono magari
situazioni molto gravi in cui non si può avere un figlio. Io avevo 26 anni, un
fidanzato, una situazione normale. Ho detto ‘no’, non ho preso in considerazione
l’essere vivente che portavo. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, io
rimpiango molto di non aver avuto il coraggio in quel momento”.
Infine: “Ho provato poi ad avere figli, ma ho perso l’embrione. Il karma mi ha
punita, credo che nella vita si debbano espiare le azioni che si ritengono
sbagliate”.
L'articolo “Ho abortito e non mi perdonerò mai, atto di egoismo mostruoso. Ho
provato ad avere figli, ma ho perso l’embrione. Il karma mi ha punita”:
Antonella Elia commossa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Clizia Incorvaia è stata ospite a “Verissimo”, ieri 18 gennaio, e ha rivelato a
Silvia Toffanin un episodio doloroso della sua vita: “Tre anni fa ho avuto un
aborto in treno, mentre stavo accompagnando mia figlia Nina dal padre a Milano.
Ebbi questa emorragia perché ero troppo sotto stress“. L’influencer è stata
prosciolta dalle accuse di Francesco Sarcina, che l’aveva denunciata,
accusandola di aver pubblicato sui social immagini della loro figlia minore per
“trarne un profitto economico”.
“Questa sentenza mi ha restituito dignità come madre. – ha detto Incorvaia – Ho
sempre protetto mia figlia Nina (avuta dal cantante nel 2015, ndr) , l’ho sempre
preservata. Ma questa accusa aveva gettato un alone su di me come genitore. Oggi
i nostri rapporti sono freddi, distaccati”.
E ancora: “Non era un rapporto sano. Per tanto tempo ho pensato di potermi
accontentare di questo tipo di relazione. Poi, quando è venuto meno il rispetto
della mia persona, ho capito che dovevo prendere le distanze (…) Mi bruciò 60
paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per proteggere Nina”.
Ha fatto clamore poi il presunto tradimento della Incorvaia con Riccardo
Scamarcio, ex amico di Sarcina: “Eravamo separati. Ero una donna separata e
potevo fare tutto quello che volevo. Ho una visione troppo bella dell’amore per
prendere delle vie sotterranee”
“A marzo saremo di nuovo in udienza, – ha continuato l’ospite – verranno
ristabilite delle cose sulla gestione di nostra figlia affinché non ricada tutto
su un solo genitori. Oggi provvedo io alla sua scuola privata e anche ai weekend
che passa con il papà. Il giudice aveva stabilito che Nina passasse due weekend
con il padre su Milano a carico mio e un weekend su Roma a carico del padre
perché lui dovrebbe prendere una stanza in hotel per stare con la figlia. Di
weekend su Roma ne ha fatto uno in cinque anni. Mi trovo sempre io a portare
Nina da lui a Milano“.
L'articolo “Francesco Sarcina mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non
denunciai per nostra figlia. Tre anni fa un aborto in treno per troppo stress”:
così Clizia Incorvaia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Annunciato con i toni epici della “battaglia”, contro “un popolo che uccide i
suoi figli”, il presidio di Forza Nuova previsto il 17 gennaio a Sanremo è stato
ritirato dagli stessi ultraconservatori neofascisti ufficialmente “per non
creare tensioni”. Nei contatti avuti nelle ore precedenti con la questura, Forza
Nuova aveva confermato una presenza “di testimonianza”. “Avevano dichiarato meno
di 10 militanti”, spiega chi si sarebbe occupato della gestione dell’ordine
pubblico, “in presidio davanti alla sede del Comune dalle 15 fino alle 19”.
L’obiettivo era mostrare solidarietà al vescovo Suetta e alla campana di bronzo
da lui voluta, che ogni sera rintocca in memoria dei bambini “non nati”, anche
“a causa dell’aborto”. Un’iniziativa che avrebbe innescato una
contro-mobilitazione antifascista più ampia nella vicina piazza Colombo, con
conseguente maggiore impiego di forze dell’ordine per evitare contatti.
Oltre al pio proposito di “non creare tensioni”, dietro l’annullamento del
presidio potrebbe aver pesato anche il rancore ancora vivo nei confronti dello
stesso Suetta, che nel 2019 negò ai nostalgici una cappella per commemorare
l’anniversario della morte di Benito Mussolini. Venuta meno la “scorta morale”
annunciata al vescovo di Sanremo, è saltato anche l’unico sostegno pubblico
incassato dall’iniziativa di Suetta e sono state annullate le
contro-manifestazioni previste.
Dopo l’ondata di comunicati, polemiche e indignazione, l’unico effetto tangibile
della campana, torna a prevalere l’indifferenza. A Sanremo, del resto, si
avvicina il Festival e l’attenzione è già altrove.
L'articolo Campana contro l’aborto, Forza Nuova rinuncia al presidio a Sanremo
in solidarietà del vescovo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Io benedico questo polverone, anche le critiche. Sono felicissimo: senza di
esse nessuno avrebbe saputo della campana”. Così il vescovo di Sanremo, Antonio
Suetta, ha battezzato le polemiche scaturite dalla sua decisione di far suonare
ogni sera la campana della torre della Curia, sulla quale ha fatto incidere il
proprio nome, per ricordare i bambini “non nati”, ovvero gli aborti volontari e
spontanei.
È l’ennesima iniziativa volta a far risuonare quotidianamente nell’aria note di
misoginia – come se non ce ne fosse abbastanza – e a stigmatizzare le donne che
abortiscono e anche quelle che hanno avuto aborti spontanei. Donne che disertano
e donne che falliscono la loro missione di dare al mondo figli. La rabbia
reazionaria si fa sentire con i cimiteri dei feti, i “giardini degli angeli”, le
marce della Militia Christi con embrioni di plastica su croci, al grido di
“donne assassine” e i manifesti di Pro Vita & Famiglia.
Alla fine di dicembre a Roma, una campagna di Pro Vita ha promosso dei manifesti
con lo slogan “Ogni Natale comincia dal grembo materno” che accompagnava
l’immagine di un’ecografia con un’aureola. Come a suggerire che, se Maria avesse
abortito, non sarebbe nato Cristo. Nei giorni in cui le sacre ecografie venivano
affisse sui muri di Roma, il vescovo di Conversano ammoniva le femministe a
farsi libere come Maria: ‘veramente libera perché sa obbedire’. Marcela Lagarde,
antropologa messicana, spiegò molto bene il prezzo in odio e violenza che le
donne pagano quando disobbediscono e si chiama femminicidio. La reazione
patriarcale alla richiesta e pretesa di libertà delle donne comprende ogni forma
di discriminazione e violenza.
Negli ultimi anni, l’odio per la disubbidienza e la libertà delle donne si è
fatto più tangibile e lo si deve – lo spiegò lucidamente Lea Melandri (Il
Riformista 2021) – alla “loro maggiore libertà e consapevolezza nel voler
trovare in se stesse il senso della loro vita, e non essere più ‘un mezzo per un
fine’ dettato da altri – o da Dio – ‘nella sessualità come nella procreazione’.”
La guerra contro i corpi delle donne non si ferma, anche se il diritto a non
rischiare la pelle per abortire è stato sancito dalla legge 194 nel 1978. Sono
trascorsi quasi cinquant’anni, eppure i partiti reazionari e conservatori e i
bigotti non danno tregua alla guerra sui corpi delle donne. E da quando soffiano
i venti gelidi degli autoritarismi, in molti sembrano pensare che, dopo decenni
di assedio, sia arrivato il momento di espugnare un diritto che ha salvato la
vita e la salute di milioni di donne.
L’aborto non sicuro è una delle principali cause di mortalità materna nel mondo.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno vengono eseguiti circa
25 milioni di aborti non sicuri, il 97% dei quali nei Paesi in via di sviluppo.
L’Istituto Guttmacher stima che negli ultimi anni circa 22.800 donne siano morte
ogni anno per aver abortito senza un’adeguata assistenza medica. E circa sette
milioni di donne ogni anno devono essere ricoverate a causa di infezioni o
complicanze post-Ivg.
Ancora Lea Melandri, su il Riformista, si interrogava su “un’ossessione maschile
che affonda le sue radici nell’ambiguo legame di amore e odio per quel corpo
femminile che può dare la vita e la morte e minacciare la sopravvivenza del
singolo come quella della società a cui appartiene”. E ricordava come, prima
dell’approvazione della legge 194, in Italia l’aborto fosse considerato un
crimine “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, dunque una presunta
difesa della famiglia “naturale” ma anche della “purezza etnica” del Paese.
Non è affatto un caso che, in nome della difesa della stirpe italica, gli
esponenti del gruppo neofascista Forza Nuova — noto per posizioni omofobe e
razziste e più volte finito sotto inchiesta per violenze (basti ricordare
l’assalto alla Cgil nel 2021) — scenderanno in piazza a sostegno dell’iniziativa
del vescovo. La motivazione è esplicita: “In Italia crisi sociale e natalità ai
minimi storici. Questa battaglia è fondamentale: un popolo che uccide i suoi
figli non ha futuro”. Come nell’era del Fascio, le italiane dovrebbero dar figli
alla Patria senza asili nido, senza garanzie come lavoratrici, senza che i padri
siano tenuti per legge ad assumere sulle loro spalle il lavoro di cura e
soprattutto senza desiderio di maternità.
Contro l’iniziativa del vescovo si sono levate forti critiche e contestazioni.
Nei primi giorni di gennaio si è svolto un flash mob e sabato, in Piazza Colombo
a Sanremo, manifesteranno Radicali Italiani, Giovani Democratici, Pd, +Europa,
Donne Democratiche, Avs e il Collettivo Papavero Rosso.
Dopo il polverone, il vescovo di Sanremo ha spiegato di voler “muovere le
coscienze”. Forse non si è accorto — o non ricorda — che la legge
sull’interruzione di gravidanza è stata approvata nella cattolicissima Irlanda
nel 2019, sette anni dopo la morte per setticemia della 31enne Savita
Halappanavar, incinta di 17 settimane. Non ci fu nessun intervento da parte dei
medici perché era presente il battito fetale. “Questo è un Paese cattolico” le
risposero quando chiese di abortire per avere salva la vita.
La sua morte scosse le coscienze e portò, in pochi anni, all’abolizione del
divieto di aborto nella Repubblica d’Irlanda e all’abolizione dell’emendamento 8
della Costituzione irlandese che poneva sullo stesso piano la vita della madre e
quella del feto. Fu la rabbia delle irlandesi ad abbattere quel divieto. Dal
2019 non sono più contenitori sacrificabili di feti o embrioni. Qualcosa su cui
il vescovo che firma le campane dovrebbe riflettere, se la vita delle donne che
abortiscono vale qualche rintocco per Santa Romana Chiesa.
L'articolo Campana per i bimbi non nati a Sanremo: la rabbia reazionaria e
misogina si fa di nuovo sentire proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’intenzione dichiarata era invitare a riflettere sui “bambini non nati”,
definiti “vittime innocenti degli aborti, delle guerre, delle disuguaglianze”.
Ma l’effetto della campana installata sulla torre della curia di Sanremo è
soprattutto un aumento della polarizzazione. A due settimane dall’avvio dei
rintocchi delle 20, la campana con inciso il nome del vescovo Antonio Suetta
suona tra polemiche, contestazioni e strumentalizzazioni.
CAMPANA PER I “NON NATI”, SCOPPIA LA POLEMICA
Il centrodestra resta prudente e segue una linea di sostanziale silenzio. La
consigliera di parità della Regione Liguria, Laura Amoretti, invece, si rivolge
direttamente al Papa: “L’iniziativa genera preoccupazione, dolore e
stigmatizzazione rispetto a scelte complesse e sofferte. La funzione delle
istituzioni dovrebbe essere accompagnare, ascoltare e sostenere, non riaprire
ferite e acuire conflitti sociali”.
Le forze di centrosinistra ribadiscono la propria contrarietà, insieme ad
associazioni e collettivi per i diritti civili, che sono già scesi due volte in
piazza. Al netto del circuito “Pro Vita”, tra le realtà cattoliche locali
prevale l’imbarazzo: alcuni referenti contattati da ilfattoquotidiano.it non
scorgono l’utilità dell’iniziativa ma preferiscono non metterci il nome, come il
parroco che richiama un’intervista del presidente della Cei Matteo Zuppi: la 194
è “una traduzione laica importante” che “oggi nessuno mette in discussione”.
Salvatore Menna di Noi siamo Chiesa spiega a ilfattoquotidiano.it le ragioni del
dissenso cattolico: “Il Sinodo ha dimostrato che siamo una comunità con
sensibilità diverse”. E, riprendendo un documento di “Donne per la Chiesa”,
aggiunge: “Sull’aborto la sovranità morale non può spettare a chi – maschio –
per millenni si è arrogato il controllo della generatività. Dov’è l’impegno
della chiesa cattolica per superare la cultura patriarcale e una sessualità
maschile predatoria? Trasformare la vittima in accusata è un rovesciamento
antico. Chiediamo rispetto per la coscienza delle donne, anche quando scelgono o
sono costrette a interrompere la gravidanza”.
ABORTO, LE MANIFESTAZIONI CONTRAPPOSTE: SCENDONO IN PIAZZA FORZA NUOVA E
RADICALI
A difendere apertamente la campana sono i neofascisti ultraconservatori di Forza
Nuova, che annunciano per sabato un presidio a sostegno del vescovo. “Sosteniamo
questa importante battaglia, un popolo che uccide i suoi figli non ha futuro”.
Nello stesso giorno, a pochi passi, alle 15 in piazza Colombo è previsto il
presidio promosso dai Radicali. “Suetta usa la religione come clava ideologica,
ignora che grazie alla 194 sono diminuite morti e sofferenze, è un’indegna
parodia della fede”. Al presidio hanno aderito altre realtà che sovrappongono
alla contestazione della campana lo sdegno suscitato dalla presenza in città di
Forza Nuova. In una nota congiunta firmata da Anpi, Avs, Generazione Sanremo,
Movimento 5 Stelle, Pd, Rifondazione, Arcigay e altre liste civiche, si chiede
anche al vescovo di prendere le distanze da “persone razziste”. La Cgil accusa
Suetta di “colpevolizzare” le donne, imponendo “a un’intera comunità” un
pensiero lontano dall’idea di misericordia. L’associazione Non una di meno
Ponente definisce quella del vescovo locale “un’espressione di quel ritorno al
Medioevo che mai faremo ritornare”. La Rete l’Abuso e l’Uaar propongono una
contro-campana “per le vittime dei preti pedofili”.
IL VESCOVO TIRA DRITTO
Nominato vescovo nel 2014, oggi viene ritenuto uno dei rappresentanti dell’ala
più conservatrice dell’episcopato: “Io benedico questo polverone, anche le
critiche. Sono felicissimo: senza di esse nessuno avrebbe saputo della campana”,
dice Suetta a ilfattoquotidiano.it. “Per me l’ascolto e l’apertura non possono
far accantonare la dottrina”. Al vescovo dell’estremo ponente ligure piace
esprimersi senza peli sulla lingua. Nel 2015 fece una donazione al presidio
permanente No borders: quando gli attivisti vennero colpiti da fogli di via per
avere aiutato migranti a passare in Francia, li definì dei “martiri”. Lo scorso
giugno Suetta ha ricordato che “le frontiere uccidono”. Altre volte si è
scagliato contro “i nuovi dogmi politically correct”, l’”immigrazione
indiscriminata” e il “catastrofismo climatico”. Nel 2022 definì quella di
Giorgia Meloni una vittoria “dell’umanesimo cristiano”.
Quando gli chiediamo se lo imbarazza la solidarietà incassata dagli stessi
nostalgici a cui nel 2019 vietò di commemorare Mussolini, risponde: “Non entro
nel merito politico, ognuno è libero di esprimere pacificamente il proprio
pensiero, anche contrapposto”.
L'articolo La campana anti-aborto spacca Sanremo: imbarazzo anche tra i
cattolici, in difesa del vescovo arriva Forza Nuova proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre ancora il ministero non ha consegnato al Parlamento la relazione
sull’aborto del 2025 con un ritardo record di quasi un anno, le associazioni che
si battono per l’accesso all’interruzione di gravidanza hanno diffuso un
questionario per raccogliere informazioni sul territorio. “Se hai abortito tra
il 2020 e il 2025 in Italia, entro i primi 90 giorni di gestazione, questo
sondaggio è rivolto a te”, si legge nel testo dell’iniziativa a cui è possibile
partecipare fino al 22 gennaio, volto intercettare cosa succede a partire dalla
scoperta di essere incinta fino allo svolgimento della procedura di interruzione
volontaria di gravidanza, chirurgica o farmacologica. Un percorso che, fino ad
oggi, non è stato tracciato dal sistema di rilevamento Istat dedicato, come
previsto dalla legge 194, al monitoraggio delle interruzioni di gravidanza in
Italia. Il questionario, curato e diffuso da Period Think Tank, Pro-choice RICA
e Laiga 194 con il supporto di Semia – Fondo delle Donne, si compila online.
“Sappiamo che un sondaggio di questo tipo non ha valore statistico, ma a noi
interessa far emergere la problematica, sollecitando le istituzioni ad indagarla
in modo preciso e farsene carico – dice Giulia Sudano, di Period Think Thank. –
Stiamo già collaborando positivamente con l’Istituto superiore di sanità e con
l’Istat per l’aggiornamento del tracciato con cui si raccolgono i dati relativi
all’applicazione della legge 194. Questa iniziativa va nella stessa direzione”.
“Nella nostra esperienza il percorso per accedere all’interruzione volontaria di
gravidanza può allungarsi sia nel tempo che nelle distanze da percorrere – dice
Roberta Lazzeri, della rete Pro-choice – Lo vediamo nelle storie delle persone
che si rivolgono a noi per avere informazioni e supporto”. È il caso ad esempio
di Arianna che a ilfattoquotidiano.it ha denunciato la sua esperienza. Residente
in un paese della provincia di Taranto, quando scopre la gravidanza è di sei
settimane: l’aborto sarebbe molto precoce e il metodo farmacologico è quello più
indicato, stando anche a quanto indicato da Pro-choice. Arianna, a quel punto,
si rivolge al Centro donna presso l’ospedale di Taranto: lì, denuncia, le dicono
che non fanno il farmacologico e la indirizzano all’ospedale di Castellaneta.
“Da Castellaneta mi dicono di andare al consultorio di Ginosa“, continua, “per
avere il certificato. Lì mi hanno dato appuntamento dopo una settimana. Al
consultorio mi hanno fatto il certificato, e ho dovuto aspettare 7 giorni. A
Castellaneta sono andata tre volte, 2 per le pillole e 1 per il controllo. I
consultori rimasti aperti nella provincia non hanno più la ginecologa e in tutta
la provincia è rimasto un solo ospedale con la ginecologia”. In totale, Arianna
racconta di aver dovuto correre circa 650 km per poter procedere con
l’interruzione di gravidanza.
I tassi di mobilità passiva, ovvero di chi effettua l’interruzione volontaria di
gravidanza in una provincia diversa rispetto a quella di residenza, variano
molto tra le regioni, tra il massimo tasso nel Molise, dove solo il 55,3% delle
IVG sono “stanziali”, e il minimo della provincia autonoma di Bolzano, dove solo
il 2,4% sono “emigrate in altra regione o nella stessa” (dati Istat 2023). Si
può immaginare facilmente come possano aumentare le difficoltà per chi non può
contare su reti di supporto o sull’approvazione di persone familiari e amiche,
per chi non può allontanarsi da casa perché magari ha figli piccoli o anziani da
curare, o per chi non può lasciare il posto di lavoro.
L'articolo Aborto, ritardo record per la relazione del ministero (quasi un
anno). Questionario online delle associazioni per raccogliere i dati proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Natalia Paragoni, ex volto di “Uomini e Donne”, in attesa del secondo figlio
insieme ad Andrea Zelletta, su TikTok in un video recap del suo 2025 ha spiegato
di aver vissuto un momento molto difficile legato ad un aborto spontaneo a tre
mesi di gravidanza.
L’evento è avvenuto lo scorso gennaio, quando la coppia aveva deciso di avere un
secondo bimbo, dopo Ginevra.
“Avevo perdite di sangue continue, vivevo nell’ansia. Avevo un vestito bianco,
il sangue non si fermava. – ha raccontato – Tornata a casa, nella notte, la
situazione è precipitata. In ospedale dall’ecografia risultava che il feto non
dava più segni di vita”.
“È stato tutto velocissimo: -ha aggiunto la make up artist – ho scoperto di
averlo perso e venti minuti dopo ero già in sala operatoria per il raschiamento.
Il mio corpo non ha avuto nemmeno il tempo di realizzare”.
E ancora: “Ho sofferto tantissimo. Ho chiesto aiuto psicologico perché sapevo di
essere davanti a qualcosa di più grande di me. Sto vivendo questi mesi con molta
più ansia, non riesco a stare tranquilla”.
> @natyparagoniVi racconto il mio 2025 metre creo il make-up per questa sera♬
> suono originale – natyparagoni
L'articolo “Avevo perdite di sangue continue, vivevo nell’ansia. In ospedale
dall’ecografia il feto non dava più segni di vita”: Natalia Paragoni e il suo
aborto spontaneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’hanno chiamata la “campana dei bimbi non nati“: dal 28 dicembre suona ogni
sera alle 20 a Sanremo, dalla sede della diocesi in pieno centro, come una
condanna pubblica alle donne che scelgono di abortire. Fa discutere l’iniziativa
del vescovo della città ligure, Antonio Suetta, presentata come un “richiamo
quotidiano alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia” con riferimento
“agli aborti volontari e spontanei” ma anche “al suicidio assistito”. La campana
è stata fusa nel 2022 in occasione della campagna anti-aborto “4o giorni per la
vita”: in rilievo c’è il nome del vescovo con la scritta “A tutti i bambini non
nati“. La data scelta per il primo rintocco non è casuale: nel calendario
cristiano, il 28 dicembre è la Festa dei Santi Innocenti Martiri, memoria che
secondo Suetta si “intreccia con quella dei bimbi non nati del nostro tempo,
accomunati da una vita spezzata prima di poter essere vissuta”.
Edoardo Verda, medico e consigliere comunale del Pd a Imperia, definisce
l’iniziativa “un’intrusione insopportabile in una sfera che non riguarda la
religione, ma l’autodeterminazione delle donne”. La legge 194 sul diritto
all’aborto, afferma, è “una legge di civiltà che tutela la salute […] Il
rintocco di quella campana non porta conforto, ma alimenta una battaglia
ideologica sulla pelle delle persone, calpestando il rispetto dovuto alle storie
e alle sofferenze di ognuno”. Per Maria Spinosi, ex candidata sindaca
progressista a Ventimiglia, la presenza della campana “carica lo spazio
cittadino di un giudizio moralistico e accusatorio contro un diritto
riconosciuto dallo Stato: l’interruzione volontaria di gravidanza”. Non è la
prima volta, peraltro, che Suetta fa parlare di sé: dopo la morte di Michela
Murgia, aveva polemizzato sugli applausi e sul “tifo da stadio” al termine dei
funerali della scrittrice.
L'articolo Sanremo, il vescovo fa installare la “campana dei bimbi non nati”:
suonerà ogni sera alle 20 contro l’aborto proviene da Il Fatto Quotidiano.