Il 7 luglio scorso Antigone aveva depositato un esposto in procura nel quale
raccontava le presunte violenze subite da ragazzini reclusi nel carcere minorile
romano di Casal del Marmo. Erano varie settimane che eravamo stati raggiunti
dalle prime segnalazioni e ne avevamo informato la garante comunale delle
persone private della libertà, che ha avuto un ruolo fondamentale nel far sì che
l’inchiesta oggi esplosa andasse avanti.
“Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”; ”mi ha lanciato addosso dei
libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi
mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata
al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di
smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con
calci e pugni”.
Certo, dopo le violenze al Beccaria di Milano non era una novità che dei
minorenni potessero essere brutalizzati da chi dovrebbe garantirne la custodia,
ma è impossibile abituarsi all’idea. Di fronte al nostro esposto, di fronte alle
testimonianze, di fronte ai racconti di quei ragazzini terrorizzati, eravamo
veramente attoniti. Calci e pugni sferzati contro giovani inermi, colpi alla
testa per mezzo di un pesante estintore, minacce, violenze agite di fronte allo
sguardo sbalordito del personale medico (che si è unito alla denuncia), a
riprova del senso di onnipotenza e di impunità che caratterizza gli agenti di
polizia penitenziaria coinvolti negli eventi.
Nel Rapporto periodico sulle carceri minorili pubblicato da Antigone lo scorso
25 febbraio si legge che in quell’istituto “nel 2024 sono stati registrati 188
episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Su questi ultimi viene riferito
che due sono stati segnalati con scheda di evento critico, ossia episodi di
portata significativa, mentre i 15 non segnalati apparivano di natura
dimostrativa. Si sono verificate due proteste e quattro evasioni, di cui tre
ragazzi evasi in un’unica occasione e uno durante un permesso premio. Per quanto
riguarda il sistema disciplinare, sono state complessivamente irrogate 214
sanzioni, di cui 132 esclusioni dalle attività in comune”, la più grave delle
sanzioni, che comporta la permanenza da solo in cella per molte ore al giorno.
“Durante la visita al piano terra della palazzina dei giovani adulti”, si legge
ancora nel Rapporto, “un ragazzo era collocato da solo in una stanza all’interno
di un corridoio vuoto. Il personale e lo stesso ragazzo hanno riferito che si
trattava di un collocamento ‘precauzionale’ poiché aveva avuto attriti con gli
altri ragazzi”. Un carcere pieno di segnali di tensione. Un carcere che ci fa
aprire gli occhi sul perché i giovani detenuti in questa fase storica stanno
cercando ascolto e mettendo in atto proteste come mai accaduto prima. Un carcere
che nulla ha a che vedere con la missione educativa che dovrebbe appartenere a
qualsiasi istituzione pubblica che si occupa di minorenni.
Antigone, con i suoi avvocati volontari, è oggi parte offesa nel processo per le
violenze al carcere minorile milanese Beccaria. Chiederemo la costituzione come
parte civile anche a Roma. Ci auguriamo che il Ministero della Giustizia faccia
lo stesso, dando un netto segnale contro ogni forma di violenza.
Il sistema della giustizia penale minorile è allo sbando, come abbiamo
denunciato nel nostro Rapporto dal titolo non casuale “Io non ti credo più”. Non
parliamo di pericolosi terroristi ma di ragazzini, spesso di minori stranieri
non accompagnati pluritraumatizzati da viaggi della speranza e abbandonati a
vivere in mezzo alla strada. Come potrebbero mai credere ancora al mondo degli
adulti, che invece di aiutarli a costruirsi un futuro, cui ogni adolescente
dovrebbe avere diritto, li sbatte in una cella? E alle volte li pesta senza
pietà.
L'articolo Presunte torture nel carcere minorile di Casal del Marmo: l’esposto
di Antigone ha dato il via all’inchiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Carcere Minorile
È stato presentato stamattina a Roma, alla presenza del Capo Dipartimento per la
Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia, l’ottavo Rapporto di Antigone
sulla giustizia minorile italiana, dal titolo “Io non ti credo più”, frutto
dell’elaborazione di dati ufficiali e dell’osservazione diretta delle carceri
minorili che l’associazione opera da molti anni attraverso visite agli Istituti
Penali per Minorenni.
Il Rapporto racconta la vita interna alle carceri – troppo spesso degradata
anche quando queste accolgono giovani e giovanissimi – e il sistema generale
della presa in carico penale destinata ai minori. Il titolo ci descrive
drammaticamente come stiamo perdendo questi ragazzi: non si fidano più di noi,
del mondo degli adulti, di chi amministra la giustizia minorile mostrando sempre
più desiderio di punizione e vendetta e sempre meno accoglienza, ascolto,
sostegno.
Che l’attuale governo abbia deciso di dichiarare guerra alle nuove generazioni è
stato chiaro fin dall’inizio, fin dal primo Consiglio dei Ministri nel quale fu
introdotto il reato di rave party. Come se fosse questa la priorità del paese. È
un gioco antico: per distrarre dai veri problemi, se ne creano di fittizi e si
promette di risolverli con il pugno di ferro. Oggi il governo ha vinto: attorno
ai più giovani si è creato un vero panico morale. Ci sono riusciti. La
popolazione è terrorizzata da adolescenti, baby gang, minori stranieri non
accompagnati. Talmente terrorizzata da denunciare qualsiasi loro comportamento,
anche quelli dalla scarsissima o inesistente valenza penale. Invece di educare i
nostri giovani, si corre a segnalarli alle forze dell’ordine.
I dati sono di difficilissima lettura, le variabili da considerare sono
moltissime, e con onestà intellettuale bisognerebbe dire che non abbiamo un
quadro esatto e univoco del fenomeno. Ma men che meno abbiamo un quadro che
supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Piuttosto, come i numeri
presentati nel Rapporto mostrano, sono il panico morale e la stretta repressiva
a essere aumentati. Nel 2024 (ultimo dato disponibile) le segnalazioni di
minorenni o giovani adulti sono cresciute di quasi il 17% rispetto all’anno
precedente. Esplode la criminalità minorile, hanno gridato governanti e
giornalisti. Esplode la paura, diciamo invece noi. E quindi la gente, quando si
tratta di adolescenti, finisce per denunciare qualsiasi cosa.
La malaugurata strategia governativa ha perfettamente funzionato. Se infatti
andiamo a vedere cosa accade a seguito di quelle segnalazioni, scopriamo che
l’aumento nel numero di minorenni e giovani adulti che l’autorità giudiziaria
segnala a propria volta ai servizi della giustizia minorile scende al 12%.
Sempre notevole, ma già scopriamo che una serie di segnalazioni finisce nel
nulla in quanto irrilevante. Se infine andiamo a vedere quanti di quei ragazzi e
ragazze hanno fatto effettivamente ingresso nel sistema della giustizia
minorile, vediamo che l’aumento si riduce al solo 2%. Solo per loro l’evento
segnalato è sufficientemente rilevante da dover attivare una risposta penale.
Una risposta che, dopo il Decreto Caivano, è diventata molto più ampia e dura di
quanto non fosse prima, contribuendo così a spiegare tale crescita.
Le percentuali che ho appena fornito soffrono indubbiamente di una qualche
approssimazione, ma restano comunque funzionali a inquadrare il problema. Così
come il dato che ci dice che il numero delle risposte penali significative si è
impennato tra il 2023 e il 2024, per restare invece sostanzialmente stabile tra
il 2024 e il 2025. A crescere con forza è stata la reazione penale. La fine del
2023 aveva visto l’introduzione delle nuove norme, che hanno comportato un
iniziale forte aumento dei numeri. Quando le nuove norme sono andate a regime,
il sistema si è stabilizzato.
È d’altra parte lo stesso governo, quando è costretto a fuoriuscire dai contesti
sloganistici e giornalisticamente urlati, ad ammettere che le attenzioni
mediatiche sul tema sono fuori mira. Nella Relazione presentata dal Ministero
della Giustizia in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026 si legge:
“Relativamente al fenomeno dei reati di gruppo, fortemente attenzionato a
livello mediatico, le osservazioni degli operatori non rilevano, negli ultimi
anni, consistenti differenze relative ai reati commessi in gruppo. Tali agiti,
definiti ‘devianti’ e attribuiti alle cosiddette ‘baby gang’, assumono in realtà
forme e modalità espressive molto differenti fra loro, inerenti piuttosto a
nuove forme di disagio di aggregazioni giovanili ‘fluide’ che non a veri e
propri gruppi strutturati”. Contraddicendo il suo stesso governo, negli stessi
Giorgia Meloni affermava: “Ci sono provvedimenti che stiamo studiando. Uno
riguarda le baby gang, la situazione è fuori controllo”. Infatti è proprio nel
nome dell’allarme baby gang che è stato scritto il nuovo pacchetto sicurezza
governativo.
Così come continua a essere lanciato l’allarme relativo ai giovani immigrati.
Eppure i numeri ci dicono che i ragazzi stranieri commettono mediamente reati
meno gravi rispetto ai ragazzi italiani. I reati contro la persona ascritti a
ragazzi italiani entrati in un carcere minorile nel corso del 2025 costituiscono
il 22% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani, mentre la
corrispondente percentuale relativa a ragazzi stranieri è pari al 17,9%. Per
quanto riguarda i meno gravi reati contro il patrimonio, le percentuali si
invertono: essi costituiscono il 42,6% del totale dei reati ascritti a ragazzi
italiani entrati in carcere e il 60% del totale dei reati ascritti a ragazzi
stranieri. È evidente come la risposta punitiva nei loro confronti sia più
inflessibile e finiscano in galera anche per comportamenti che, se commessi da
italiani, avrebbero comportato misure penali meno severe.
Se non c’è dubbio che sui problemi dei nostri giovani, e su alcuni eventi
drammatici che si sono verificati, debbano interrogarci a tutto tondo come
società e farci ragionare sugli strumenti di sostegno, aggregazione, prevenzione
che dobbiamo mettere in campo, è però vero che sbandierando l’allarme
criminalità minorile ci stanno prendendo in giro. La scelta di disinvestire in
politiche sociali e educative viene coperta con una valanga di nuovi reati,
aumenti di pena, aggravanti. Se si avesse davvero a cuore la nostra sicurezza si
punterebbe piuttosto su un serio aumento degli investimenti nella prevenzione –
sicuramente più complesso da effettuare – e non invece sulla sola, facile,
inutile, mera repressione.
L'articolo Nuovo rapporto Antigone sulla giustizia minorile: più che la
criminalità esplode la stretta repressiva. Soprattutto dopo il decreto Caivano
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tira fuori la tua vita. Gridala. Fanne una canzone rap. Così qualcuno la
ascolterà. “Dicono che i soldi non portano ai sogni/ma almeno il minimo/per i
miei bisogni/non rubo per piacere/ma per i sogni di mamma/da quando ho nove anni
metto i pensieri nella canna/Dodici anni ho iniziato a spacciare/Quattordici
anni ero in carcere a scontare/ Quindici anni condannata a due anni/La mia vita
è fatta solo di danni”. Maria è stata ospite dell’Istituto Penale per minorenni
di Pontremoli (Massa). Chissà se ha mai avuto un diario, se qualcuno le ha mai
chiesto dei suoi anni tanto difficili. Ma non si può vivere senza raccontare,
senza comunicare. E così Maria ne ha fatto una canzone rap. L’ha scritta dentro
le mura del carcere per sentirsi libera. In dieci strofe è racchiusa una vita.
Maria (il nome è di fantasia) con altre decine di suoi coetanei – tra gli undici
e i vent’anni – fa parte del progetto Raplab, un laboratorio rap, lo dice il
nome stesso. Ma per capire davvero cosa sia occorrerebbe andare al carcere di
Pontremoli dove ogni due settimane arriva lo studio di registrazione mobile per
raccogliere le voci delle ragazze ospiti della struttura, registrarle e portarle
fuori, oltre le sbarre. Oppure andare il martedì pomeriggio in piazza don Andrea
Gallo a Genova, quello slargo nei palazzi del centro storico che ha finito per
somigliare nello spirito al prete di strada che gli ha dato il nome. Qui Defence
for Children Italia ha fatto nascere il suo laboratorio rap grazie al contributo
della Fondazione Altamane Italia e alla partecipazione della crew del Genova Hip
Hop Festival. “Non è una scuola, perché qui non si insegna, ma si cerca tutti
insieme di scrivere testi, di far nascere canzoni”, spiega Gabriella Gallizia,
anima dell’associazione. E racconta: “Qui niente è obbligatorio. Anzi, i ragazzi
quando arrivano spesso hanno un’aria cauta, quasi diffidente. Si guardano
intorno, cercano di capire di cosa si tratta. Poi vedi che lentamente cominciano
ad appassionarsi, si siedono con gli altri, scrivono testi. E alla fine
rappano”.
Difficile immaginare vite e storie tanto diverse raccolte intorno allo stesso
tavolo: “Abbiamo, appunto, adolescenti che sono ospiti dell’Istituto
Penitenziario di Pontremoli e partecipano al nostro esperimento grazie ai
dispositivi mobili e agli operatori che li raggiungono”, ricorda Pippo Costella,
direttore di Defence for Children, “Ma ci sono anche minori stranieri non
accompagnati che sono arrivati da paesi lontani, magari proprio con il gommone,
e che vivono nelle comunità di accoglienza”. Per loro il rap è anche una
‘lezione’ di italiano, così ecco nascere canzoni che sono una fusione della
nostra lingua e di arabo. Le ragazze dell’istituto penitenziario, i giovani
migranti, ma anche loro coetanei del centro storico e perfino di altri quartieri
di Genova. Esistenze tanto diverse che si incrociano. Il rap è un modo per
raccontare la propria vita. Per non nasconderla più, anzi mostrarla con orgoglio
magari dal piccolo palco di piazza don Gallo. Nasce sotto i tuoi occhi: i
ragazzi seduti al tavolo, con la testa tra le mani per cercare di tirare fuori
pensieri mai detti, ma forse neppure confessati a se stessi. Poi le parole tutte
contorte che finiscono sul foglio bianco. Quindi il tentativo di farne strofe,
di dare un ritmo. E infine arriva la musica.
Ad accompagnarli c’è Massimiliano Cassaro, in arte Principe, noto Mc (maestro di
cerimonia nel gergo hip hop). Lui racconta così la sua esperienza: “Noi
cerchiamo di dare la tecnica, le basi per costruire una frase che abbia ritmo e
si traduca in musica. Ma proviamo anche a raccontare che il rap viene da una
cultura con una storia, quella del movimento hip hop che ha compiuto
cinquant’anni”, spiega Principe. Aggiunge: “L’hip hop nasce in America, in
quartieri come il Bronx, quando sciagurate rivoluzioni urbanistiche tagliarono
le città in due, da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. I disperati. Certo,
oggi la gente quando immagina i rapper pensa a cantanti con la Lamborghini, ma
l’hip hop è soprattutto altro: dare voce a chi non ce l’ha. Prima di vendere
dischi e fare soldi, è il canto delle strade. È prendere la propria vita e il
microfono in mano e farsi ascoltare”. La passione di Principe gliela senti nella
voce: “Io sono felice quando i ragazzi riescono a dare una forma ai loro
pensieri. Ma anche quando vedo giovani arrivati da mezzo mondo, che scrivendo
una canzone imparano una parola nuova in italiano e se la portano a casa”. Tutto
può diventare rap. Proprio come quello stile – il freestyle che si impara anche
al Raplab – che insegna come catturare frasi per strada e le trasforma in
musica. Ma perfino Dante può diventare rap, racconta Principe.
No, il Raplab non è una scuola. Forse nemmeno un laboratorio. Difficile trovare
la parola se ti capita di vedere cosa succede in quella stanza dove i ragazzi si
sfogano, imparano a conoscersi e confrontarsi, a esprimersi, a mostrarsi. E il
segreto è proprio il rap, che pare aver raccolto il testimone della
straordinaria scuola dei cantautori liguri degli anni Sessanta e Settanta. Una
volta c’erano Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio de André. Oggi sono
arrivati Tedua, Bresh, Izi, Olly, Vaz Té, Disme, Nader Shah. E già se ne
affacciano altri come Sayf che andrà quest’anno a Sanremo, oppure Helmi Sa7bi
che è passato a trovare i ragazzi del Raplab, a raccontare come lui ce l’ha
fatta. Già, deve esserci un segreto in Genova che porta gli artisti a crescere e
creare insieme. Chissà se sia quel suo porto sempre aperto a chi arriva oppure
se si trovi proprio nelle strade strette che spingono a incontrarsi. A
confrontarsi. Difficile non pensare allora anche ai comici nati qui, da Beppe
Grillo a Maurizio Crozza. E poi, guardando lontano, ai poeti del Novecento: da
Eugenio Montale a Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro.
Sembrano così distanti, i Girasoli di Montale, le canzoni di de André e oggi i
rap di Tedua e dei ragazzi del Raplab, ma forse un filo li unisce. Genova.
Certo, è un po’ azzardato e chissà come la prenderebbe Eugenio, il Premio Nobel:
una volta il vuoto della gioventù diventava “meriggiare pallido e assorto” e
oggi si esprime con la canzone di Maria. Chissà se qualcuno dei giovani seduti
intorno al tavolo finirà come Olly o Sayf finirà sul palco di Sanremo. Se sarà
ascoltato dai coetanei di tutta Italia. “Ci sono due undicenni che scrivono
brani straordinari”, racconta Gallizia, “Ma lo scopo non è diventare famosi. È
tirare fuori quello che hai dentro, urlarlo, cantarlo. Comunicare e mostrare i
propri pensieri. È anche l’integrazione tra ragazzi con provenienze ed
esperienze tanto diverse”. Già, lo scopo è un altro: scoprire che ogni
esperienza, ogni esistenza può racchiudere in sé un ritmo. Una musica.
L'articolo Dalle sbarre alla piazza di Don Gallo per rappare le loro storie
difficili: detenuti minorenni e migranti cantano la voglia di riscatto proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Una nuova lite dentro l’Istituto penale per minorenni dell’Aquila. La terza da
quando, la scorsa estate, è stata inaugurata la struttura. Due giovani detenuti
si sono picchiati rendendo necessario l’intervento degli agenti penitenziari che
hanno riportato la calma. I due – come riporta Il Centro – sono stati portati in
ospedale per curare le ferite. L’episodio è stato segnalato alla procura
competente, mentre l’amministrazione penitenziaria sta valutando eventuali
provvedimenti. Dall’apertura dell’istituto si tratta del terzo episodio di
tensione segnalato.
Sindacati e rappresentanti istituzionali tornano a chiedere interventi urgenti
sul piano degli organici e della sicurezza, esprimendo preoccupazione per le
condizioni operative dell’Ipm aquilano. La Fp Cgil Polizia Penitenziaria Abruzzo
e Molise esprime “amarezza e preoccupazione nel constatare che nulla viene fatto
per migliorare le condizioni generali di chi vi lavora e di chi vi sconta la
propria pena”. Il sindacato ricorda di aver chiesto incontri finalizzati a
“rendere vivibile” il penitenziario e un “incremento di personale di Polizia
Penitenziaria, di adeguamento delle strutture e soprattutto di sicurezza e di
vivibilità dell’intero istituto”.
Come raccontato da Il Fatto Quotidiano, l’Ipm de L’Aquila è uno dei tre – gli
altri sono a Lecce e Rovigo – inaugurati dal sottosegretario alla Giustizia, il
leghista Andrea Ostellari, nonostante le strutture non fossero pronte ad
accogliere i giovani detenuti. In Abruzzo, il sottosegretario era accompagnato
anche dal meloniano Andrea Delmastro. La passerella risale al 5 agosto eppure a
distanza di sei mesi non sono ancora pronti palestra, sala colloqui, campo
sportivo e mensa.
Le precedenti aggressioni hanno riguardato tre agenti, uno dei quali è finito in
ospedale. Per questo l’ex sindaca di L’Aquila Stefania Pezzopane ha presentato
un ordine del giorno in Comune: “In questo scenario, aprire o gestire un
istituto senza adeguate risorse umane e strutturali è irresponsabile”, aveva
tuonato. Le condizioni delle nuove carceri minorili, tra l’altro, sono note allo
stesso ministero della Giustizia. Dopo l’articolo del Fatto, il ministro Carlo
Nordio aveva confermato le criticità rivelate rispondendo a un’interrogazione
parlamentare del dem Claudio Stefanazzi.
L'articolo Nuova aggressione nel carcere minorile de L’Aquila: tre episodi
dall’apertura. I sindacati: “Agenti e reclusi abbandonati” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Accade un fatto tragico come quello dello studente ucciso a La Spezia da un
compagno di scuola e subito si annunciano misure generali contro la criminalità
giovanile, aumenti di pena, pugno di ferro. Come quando, quasi due anni e mezzo
fa, la violenza sessuale ripetuta compiuta da minorenni ai danni di due bambine
a Caivano, nella periferia di Napoli, costituì il motivo dichiarato per
l’emanazione dell’omonimo decreto.
Io non so come sia stato possibile che si siano verificati eventi così
drammatici e credo che come società abbiamo il dovere di interrogarci a fondo.
Ma non è su questo piano di riflessione che si deve collocare la discussione
attorno all’ennesimo pacchetto sicurezza annunciato dal governo. Non ha alcun
senso – e lo capisce chiunque – utilizzare ogni volta il singolo fatto di
cronaca per affermare che ci vuole più repressione verso i minorenni (e ancora
di più se sono stranieri), che è con il carcere che si risolvono questi
problemi, che se ci fossero state pene più lunghe e più aggravanti allora Abu
non sarebbe morto. Queste sono bugie sostenute da chi, consapevole della
menzogna, vuole vendere all’opinione pubblica il solo atto politico che – pur
inutile – si compie rapidamente: l’introduzione di nuove norme penali, meglio
ancora se per decreto. Tutto il resto costa tempo, soldi e fatica: il sostegno
alle periferie degradate, l’educazione all’affettività nelle scuole,
l’educazione all’uso dei social network, le strutture di accoglienza per minori
stranieri non accompagnati, la costruzione di spazi di socialità. Durante una
visita a un carcere minorile un ragazzino mi disse: “Se nel mio quartiere ci
fosse stato un campo da calcetto adesso non sarei qui”. E, invece, è proprio lì
che questo governo vuole continuare a mandarli.
E allora si annunciano nuove misure repressive, ben sapendo che non saranno
certo loro a impedire il prossimo doloroso fatto di cronaca, né a far diminuire
la criminalità minorile. E infatti dopo il decreto Caivano non è diminuita.
Numeri alla mano, gli accadimenti sono stati i seguenti.
Digitate su Google “ministero interno criminalità minorile” e vi uscirà l’ultimo
report disponibile sul tema. Non lo ha scritto Antigone ma il Ministero
dell’Interno. Si intitola “Criminalità minorile e gang giovanili” ed è datato 10
maggio 2024. Dopo di allora il governo non ha pubblicato altro. I dati del
report coprono l’arco di tempo 2010-2023. Alla slide numero 7 della
presentazione si legge: “le gang giovanili non appaiono in aumento”. Alla slide
numero 9, che riporta le conclusioni, si legge: “Il fenomeno appare
sostanzialmente stabile o in lieve diminuzione”. Nel 2023, infatti, le
segnalazioni a carico di minori erano scese del 4,16% rispetto all’anno
precedente.
Nonostante questo il governo aveva ormai deciso di dichiarare la guerra ai
giovani (fin dal proprio insediamento, quando come suo primo atto in assoluto
ritenne necessario introdurre il reato di rave party, come fosse un’emergenza
del nostro paese). Nel settembre 2023 arrivò il decreto Caivano, il più grande
giro di vite rivolto ai minorenni in ambito penale mai registrato negli ultimi
35 anni. Ovvero da quando, con il codice di procedura penale approvato nel 1988,
l’Italia si è dotata di un processo penale minorile considerato tra i più
avanzati al mondo e fondato sul recupero e l’educazione del giovane piuttosto
che sulla sua mera punizione.
Quindi, dicevamo: nel 2023 i reati commessi da minori sono in calo, il Ministero
dell’Interno lo scrive nero su bianco, nonostante questo nel settembre di
quell’anno sceglie la mano dura ed emana il decreto Caivano. Oggi il governo
grida all’esplosione della criminalità minorile e alla necessità di arginare le
baby gang. Se così fosse, se la criminalità minorile fosse esplosa,
significherebbe dunque che l’approccio repressivo non ha funzionato. Giusto?
“Scusate, abbiamo sbagliato”, direbbe a questo punto qualsiasi persona di buona
fede ed intellettualmente onesta. L’approccio educativo sperimentato in Italia
per oltre tre decenni e guardato come un modello dall’intera Europa stava
funzionando. Si è voluto gridare alla tolleranza zero, sostituirlo con un
approccio puramente repressivo e adesso ci troviamo più criminalità.
Invece Giorgia Meloni fa sapere da Seul di star lavorando a un nuovo, ennesimo
provvedimento sulla sicurezza, “con alcune priorità come la stretta sulle baby
gang”. Non vi pare che qualcosa non torni?
L'articolo Dopo ogni fatto tragico, un annuncio del governo: più repressione
verso i minori non funzionerà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sei pagine fitte di falle tecniche, mancanze strutturali e problemi di organico:
dalle infiltrazioni nel soffitto ai problemi all’impianto antincendio, dalla
penuria di agenti penitenziari all’assenza di percorsi di rieducazione. A
firmare la relazione sull’Istituto Penale per Minori di Lecce però non è qualche
oppositore del governo Meloni ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che
però minimizza. “Inconvenienti tecnici che ben possono verificarsi nell’ambito
di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio” scrive il guardasigilli
(nella sua risposta a una interrogazione del deputato Pd Claudio Stefanazzi)
aggiungendo che “rendere operativo l’Ipm di Lecce è di vitale importanza per
attenuare il sovraffollamento del comparto detentivo minorile”. E pazienza che
il carcere minorile salentino fosse stato inaugurato in pompa magna il 20
novembre scorso dal sottosegretario Andrea Ostellari per poi rimandare
l’apertura operativa di oltre un mese proprio a causa dei lavori non terminati.
Il 2 dicembre Stefanazzi ha depositato l’interrogazione a Nordio nella quale
elencava una serie di “gravi carenze nelle condizioni di sicurezza interna ed
esterna” segnalate dagli operatori e dai loro sindacati. Dopo un mese e mezzo di
silenzio (e all’indomani della pubblicazione di un’inchiesta sulle criticità
degli Ipm appena inaugurati non solo a Lecce ma anche a L’Aquila e Rovigo)
arriva la risposta del ministro Nordio, trasmessa dal capo di gabinetto Giusi
Bartolozzi. Il carcere minorile di Lecce “è una struttura moderna, che dispone
di stanze singole, colorate, tutte dotate di servizi igienici privati e di spazi
ariosi e molto luminosi” è l’esordio della risposta di Nordio, che però prosegue
ammettendo le criticità. La stanza dei sanitari chiusa perché ci piove dentro?
“L’infiltrazione è circoscritta e non inficia la funzionalità della struttura,
riguardando un’unica stanza, che non sarà utilizzata sino alla completa
risoluzione dell’inconveniente”. L’impianto antincendio non funzionante? È stato
“nominato un responsabile servizio di prevenzione e protezione che si è
prontamente attivato per lo svolgimento di tutti gli adempimenti volti alla
tutela della sicurezza sul lavoro”. L’organico sottodimensionato degli agenti di
polizia penitenziaria? “A fronte di un organico teorico di 42 unità” scrive
Nordio “sono attualmente effettive 25, in aggiunta alle quali è previsto il
trasferimento di ulteriori 8 unità, che avverrà in corrispondenza all’incremento
del numero di detenuti presenti“. Risposte simili per tutte le altre falle messe
in luce finora: “Si sta provvedendo a ingrandire” l’area passeggi; è “in corso
di realizzazione” il campo sportivo all’aperto; “sono in corso interventi
migliorativi” sull’impianto elettrico e di videosorveglianza visto che l’esterno
del carcere minorile non è illuminato né funzionano le telecamere; la
realizzazione di un block-house, cioè di una sorta di guardiola d’ingresso dove
controllare chi entra e chi esce, “sarà realizzata prima possibile”.
Per chiudere con la mancanza più vistosa, cioè l’assenza delle attività
risocializzanti, i progetti che dovrebbero rieducare i ragazzi reclusi e
prevenire la recidiva, cioè che tornino a delinquere: i progetti sono 17 ma sono
“in attesa di approvazione da parte dei competenti organi” scrive Nordio. A
questo punto la domanda inevasa rimane una sola: perché aprire una struttura con
falle così evidenti e note al governo? “Il ministro non si smentisce” è la
risposta che si dà Stefanazzi, destinatario della risposta di Nordio. “La
necessità di offrire all’opinione pubblica risposte alla domanda di sicurezza
crescente spinge il ministero ad andare oltre il buon senso, aprendo strutture
di detenzione senza avere la certezza di poterle gestire. Questa fretta nasconde
in realtà il fallimento del governo e la follia del panpenalismo“. Nel frattempo
i minori detenuti nell’Ipm di Lecce aumentano: il 27 dicembre, al momento
dell’apertura, erano quattro, mentre ieri (stando alle fonti interne) erano
sette, di età compresa tra i 14 e i 17 anni.
L'articolo Carceri minorili inaugurati ma non pronti, Nordio conferma tutto: “A
Lecce infiltrazioni d’acqua, problemi all’impianto antincendio e penuria di
agenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non lasciatelo morire dietro quelle sbarre”. A parlare è il padre del 14enne
arrestato un mese fa con l’accusa di aver ricattato per mesi e violentato una
ragazzina di Sulmona appena 12enne.Con lui erano stati arrestati il cugino
18enne del ragazzo e un 17enne. L’appello del padre è scattato dopo una visita
al figlio nel carcere minorile di Casal del Marmo (Roma). Il 14enne, presente
all’incontro visibilmente sfigurato, avrebbe raccontato al padre le sevizie e i
dispetti quotidianamente subiti dagli altri detenuti. Segnalate anche minacce di
morte e richieste di droga da parte dei detenuti al giovane, che si ipotizza
possa essere stato preso di mira per la gravità del reato contestato. “Ho paura
che esca lì morto – ha riferito l’uomo in questura – Aveva profonde ferite in
volto, sul torace e sulle braccia. Mi ha raccontato di essere stato
immobilizzato da due detenuti più grandi di lui e picchiato, torturato con una
spatola di ferro. Almeno quattro volte mi ha raccontato di essere stato
picchiato e derubato delle scarpe e del cibo che gli ho portato in carcere, ma
l’altro giorno lo hanno sfigurato“.
Ora il padre del giovane ha deciso di denunciare i fatti, ma anche chi aveva il
compito di vigilare sul figlio “Vi prego, fate qualcosa per lui, ha solo 14
anni. Se ha sbagliato pagherà, quello che sta subendo a Casal del Marmo non
serve a raddrizzarlo, semmai a farne un delinquente quando ne uscirà. Seguirà un
percorso riabilitativo con gli psicologi, ma non lasciatelo morire dietro quelle
sbarre. In questa storia lui è rimasto coinvolto suo malgrado, si è lasciato
trascinare da quei ragazzi più grandi che per lui erano gli unici punti di
riferimento. Siamo stranieri e viviamo in un piccolo paesino: non è facile per
un bambino di sette anni, tanto aveva quando ci siamo trasferiti qui, farsi
delle amicizie”
A parlare all’Ansa anche l’avvocato della famiglia Alessandro Margiotta, che
chiarisce di aver chiesto già da 20 giorni e già per tre volte il trasferimento
del suo cliente. Il legale definisce l’accanimento verso il ragazzino “tortura
di stampo medievale” e conclude dicendo: “Ha solo 14 anni e la tipologia di
reato per il quale è rinchiuso, lo rende un facile bersaglio per gli altri
detenuti. Sembra esser stato torturato con una spazzola di ferro e lamette.
Credo lo facciano per gioco, probabilmente per il tipo di reato, ma anche
probabilmente perché racconta di queste violenze e loro lo puniscono sempre di
più. Ma il mio assistito è stato anche minacciato: agli altri detenuti gli hanno
detto di riferire al padre di portare droga da fumare, altrimenti lo
ammazzeranno. Il ragazzino si trova in cella con il 17enne, l’altro minore
coinvolto nello stesso caso, altrettanto sconvolto perché hanno picchiato anche
lui ma non ha nessuno che lo va a trovare, non ha i genitori qui. Bisognerà che
la procura di Roma si attivi per verificare le condizioni di tutti i ragazzi lì
dentro”.
L'articolo “Torturato e picchiato” dagli altri detenuti nel carcere minorile. Il
padre: “Non lasciatelo morire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per le imputazioni che vengono loro contestate, aggravanti comprese, i due
18enni in carcere per aver rapinato e tentato di uccidere uno studente di 22
anni, aggredito il 12 ottobre nella zona della movida di corso Como a Milano,
rischiano condanne a pene fino a 20 anni di reclusione. Pene che in abbreviato
potrebbero scendere fino a 14 anni o poco meno in caso di rito abbreviato.
Ai due 18enni, così come ai tre 17enni anche loro arrestati dalla magistratura
minorile, viene contestato il tentato omicidio (uno è l’accoltellatore, l’altro
come i minori risponde di concorso morale) con quattro aggravanti: il fatto
commesso in cinque persone, l’averlo compiuto per mettere in atto la rapina, il
concorso con “persone minorenni” e l’aver approfittato di “condizioni che
impedivano” la difesa allo studente, tra cui “l’orario notturno” e l’assenza in
quel luogo “di potenziali soccorritori”. E ancora la “evidente”, si legge
nell’ordinanza della gip Chiara Valori, “condizione di sopraffazione” anche dopo
i “primi colpi inferti”. I giudici parlano di “aggressione feroce”, “pestaggio
brutale” con “modalità da branco”.
Anche l’imputazione di rapina è aggravata, pure per averla commessa con un’arma.
Da qui accuse che porterebbero le pene fino a più o meno 20 anni, ma molto
probabilmente gli indagati sceglieranno l’abbreviato, con lo sconto di un terzo
sulle pene. Per i minorenni, invece, ovviamente le pene sarebbero più basse. Gli
interrogatori davanti alla gip Valori, nell’inchiesta della Polizia e del pm
Andrea Zanoncelli, sono stati fissati per la mattina del 21 novembre
L'articolo Studente brutalizzato a Milano, i due maggiorenni del branco
rischiano fino a 20 anni di carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Brutalizzato per 50 euro da cinque rapinatori che, dopo aver infierito sulla
vittima quando era ancora a terra, si sono augurati anche la sua morte.
L’aggressione è avvenuta a Milano, nella turbolenta corso Como. È tutto avvenuto
il 12 ottobre. Uno studente della Bocconi di 22 anni è in via Rosales, a pochi
passi dalla stazione di Porta Garibaldi, quando incontra un gruppo di cinque
ragazzi (alcuni della sua età, altri minorenni). I giovani lo fermano, lo
deridono, lo picchiano e gli rapinano 50 euro che il ragazzo tenta invano di
recuperare. Lui non li conosce, li insegue per farseli restituire e viene
accoltellato più volte. Calci e pugni anche mentre è a terra.
In ospedale i medici rilevano che i fendenti, al gluteo, al torace ed alla
schiena, sono profondi e soprattutto hanno causato la lesione di un’arteria, il
perforamento di un polmone e intaccato il midollo osseo. Il ragazzo arriva in
ospedale in fin di vita e nella migliore delle ipotesi perderà l’utilizzo di una
gamba. “Ho solo alcuni flash” dice dopo aver saputo dell’aggressione dal
personale ospedaliero e dalla famiglia. Non ricorda nulla.
Le indagini, scattate immediatamente, hanno portato all’arresto dei membri del
branco per omicidio pluriaggravato. Gli agenti hanno perquisito le loro
abitazioni e ritrovato gli indumenti, il coltello ed i cellulari usati
nell’aggressione. All’identificazione del gruppo si è arrivati anche grazie alle
testimonianze di due ragazze presenti in strada in quel momento, che hanno
descritto l’abbigliamento (giacca bianca con cinque bottoni e due tastoni,
scarpe Dior) ritrovato poi nella casa del responsabile dell’accoltellamento. I
tre diciassettenni sono stati portati al carcere minorile Beccaria, i due
diciottenni a San Vittore.
Se il responsabile dell’aggressione sembra aver compreso bene il suo futuro, il
“palo” dell’aggressione, un altro 18enne, si mostra invece tranquillo e trascura
le proprie responsabilità. Ma che i giovani non abbiano compreso la gravità del
fatto commesso i segnali ci sono già. Le trascrizioni delle intercettazioni
captate prima dell’interrogatorio, delineano un quadro umano complesso. Gli
indagati sperano che la vittima “muoia“, discutono se andare a trovare il
ragazzo in ospedale perché “magari quel co****e è ancora in coma” e si mettono
d’accordo, tra una battuta e l’altra, sulla versione di comodo da raccontare.
“Non so se si vede il video dove lo scanniamo“, dice uno degli arrestati.
Uno di loro sottolinea la volontà di pubblicare il verbale di perquisizione sui
social per vantarsi. Alla luce delle intercettazioni (in sala d’attesa del
Commissariato) la giudice per le indagini preliminari di Milano, Sofia Caruso,
ha riconosciuto la correttezza delle aggravanti della minorata difesa per “aver
agito all’interno di un porticato” nascosto approfittando dell’isolamento del
giovane, quella della partecipazione di cinque persone (e che ci siano tre
minori è un’altra aggravante) per commettere il reato di rapina, ha riconosciuto
il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio. “Io sono
fottuto” dice A.C., 18enne residente a Monza e responsabile delle tante
coltellate inferte.
L'articolo Studente brutalizzato per 50 euro in zona corso Como a Milano:
rimarrà invalido. Cinque arresti. L’intercettazione: “Spero muoia” proviene da
Il Fatto Quotidiano.