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Nuova aggressione nel carcere minorile de L’Aquila: tre episodi dall’apertura. I sindacati: “Agenti e reclusi abbandonati”
Una nuova lite dentro l’Istituto penale per minorenni dell’Aquila. La terza da quando, la scorsa estate, è stata inaugurata la struttura. Due giovani detenuti si sono picchiati rendendo necessario l’intervento degli agenti penitenziari che hanno riportato la calma. I due – come riporta Il Centro – sono stati portati in ospedale per curare le ferite. L’episodio è stato segnalato alla procura competente, mentre l’amministrazione penitenziaria sta valutando eventuali provvedimenti. Dall’apertura dell’istituto si tratta del terzo episodio di tensione segnalato. Sindacati e rappresentanti istituzionali tornano a chiedere interventi urgenti sul piano degli organici e della sicurezza, esprimendo preoccupazione per le condizioni operative dell’Ipm aquilano. La Fp Cgil Polizia Penitenziaria Abruzzo e Molise esprime “amarezza e preoccupazione nel constatare che nulla viene fatto per migliorare le condizioni generali di chi vi lavora e di chi vi sconta la propria pena”. Il sindacato ricorda di aver chiesto incontri finalizzati a “rendere vivibile” il penitenziario e un “incremento di personale di Polizia Penitenziaria, di adeguamento delle strutture e soprattutto di sicurezza e di vivibilità dell’intero istituto”. Come raccontato da Il Fatto Quotidiano, l’Ipm de L’Aquila è uno dei tre – gli altri sono a Lecce e Rovigo – inaugurati dal sottosegretario alla Giustizia, il leghista Andrea Ostellari, nonostante le strutture non fossero pronte ad accogliere i giovani detenuti. In Abruzzo, il sottosegretario era accompagnato anche dal meloniano Andrea Delmastro. La passerella risale al 5 agosto eppure a distanza di sei mesi non sono ancora pronti palestra, sala colloqui, campo sportivo e mensa. Le precedenti aggressioni hanno riguardato tre agenti, uno dei quali è finito in ospedale. Per questo l’ex sindaca di L’Aquila Stefania Pezzopane ha presentato un ordine del giorno in Comune: “In questo scenario, aprire o gestire un istituto senza adeguate risorse umane e strutturali è irresponsabile”, aveva tuonato. Le condizioni delle nuove carceri minorili, tra l’altro, sono note allo stesso ministero della Giustizia. Dopo l’articolo del Fatto, il ministro Carlo Nordio aveva confermato le criticità rivelate rispondendo a un’interrogazione parlamentare del dem Claudio Stefanazzi. L'articolo Nuova aggressione nel carcere minorile de L’Aquila: tre episodi dall’apertura. I sindacati: “Agenti e reclusi abbandonati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dopo ogni fatto tragico, un annuncio del governo: più repressione verso i minori non funzionerà
Accade un fatto tragico come quello dello studente ucciso a La Spezia da un compagno di scuola e subito si annunciano misure generali contro la criminalità giovanile, aumenti di pena, pugno di ferro. Come quando, quasi due anni e mezzo fa, la violenza sessuale ripetuta compiuta da minorenni ai danni di due bambine a Caivano, nella periferia di Napoli, costituì il motivo dichiarato per l’emanazione dell’omonimo decreto. Io non so come sia stato possibile che si siano verificati eventi così drammatici e credo che come società abbiamo il dovere di interrogarci a fondo. Ma non è su questo piano di riflessione che si deve collocare la discussione attorno all’ennesimo pacchetto sicurezza annunciato dal governo. Non ha alcun senso – e lo capisce chiunque – utilizzare ogni volta il singolo fatto di cronaca per affermare che ci vuole più repressione verso i minorenni (e ancora di più se sono stranieri), che è con il carcere che si risolvono questi problemi, che se ci fossero state pene più lunghe e più aggravanti allora Abu non sarebbe morto. Queste sono bugie sostenute da chi, consapevole della menzogna, vuole vendere all’opinione pubblica il solo atto politico che – pur inutile – si compie rapidamente: l’introduzione di nuove norme penali, meglio ancora se per decreto. Tutto il resto costa tempo, soldi e fatica: il sostegno alle periferie degradate, l’educazione all’affettività nelle scuole, l’educazione all’uso dei social network, le strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, la costruzione di spazi di socialità. Durante una visita a un carcere minorile un ragazzino mi disse: “Se nel mio quartiere ci fosse stato un campo da calcetto adesso non sarei qui”. E, invece, è proprio lì che questo governo vuole continuare a mandarli. E allora si annunciano nuove misure repressive, ben sapendo che non saranno certo loro a impedire il prossimo doloroso fatto di cronaca, né a far diminuire la criminalità minorile. E infatti dopo il decreto Caivano non è diminuita. Numeri alla mano, gli accadimenti sono stati i seguenti. Digitate su Google “ministero interno criminalità minorile” e vi uscirà l’ultimo report disponibile sul tema. Non lo ha scritto Antigone ma il Ministero dell’Interno. Si intitola “Criminalità minorile e gang giovanili” ed è datato 10 maggio 2024. Dopo di allora il governo non ha pubblicato altro. I dati del report coprono l’arco di tempo 2010-2023. Alla slide numero 7 della presentazione si legge: “le gang giovanili non appaiono in aumento”. Alla slide numero 9, che riporta le conclusioni, si legge: “Il fenomeno appare sostanzialmente stabile o in lieve diminuzione”. Nel 2023, infatti, le segnalazioni a carico di minori erano scese del 4,16% rispetto all’anno precedente. Nonostante questo il governo aveva ormai deciso di dichiarare la guerra ai giovani (fin dal proprio insediamento, quando come suo primo atto in assoluto ritenne necessario introdurre il reato di rave party, come fosse un’emergenza del nostro paese). Nel settembre 2023 arrivò il decreto Caivano, il più grande giro di vite rivolto ai minorenni in ambito penale mai registrato negli ultimi 35 anni. Ovvero da quando, con il codice di procedura penale approvato nel 1988, l’Italia si è dotata di un processo penale minorile considerato tra i più avanzati al mondo e fondato sul recupero e l’educazione del giovane piuttosto che sulla sua mera punizione. Quindi, dicevamo: nel 2023 i reati commessi da minori sono in calo, il Ministero dell’Interno lo scrive nero su bianco, nonostante questo nel settembre di quell’anno sceglie la mano dura ed emana il decreto Caivano. Oggi il governo grida all’esplosione della criminalità minorile e alla necessità di arginare le baby gang. Se così fosse, se la criminalità minorile fosse esplosa, significherebbe dunque che l’approccio repressivo non ha funzionato. Giusto? “Scusate, abbiamo sbagliato”, direbbe a questo punto qualsiasi persona di buona fede ed intellettualmente onesta. L’approccio educativo sperimentato in Italia per oltre tre decenni e guardato come un modello dall’intera Europa stava funzionando. Si è voluto gridare alla tolleranza zero, sostituirlo con un approccio puramente repressivo e adesso ci troviamo più criminalità. Invece Giorgia Meloni fa sapere da Seul di star lavorando a un nuovo, ennesimo provvedimento sulla sicurezza, “con alcune priorità come la stretta sulle baby gang”. Non vi pare che qualcosa non torni? L'articolo Dopo ogni fatto tragico, un annuncio del governo: più repressione verso i minori non funzionerà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carceri minorili inaugurati ma non pronti, Nordio conferma tutto: “A Lecce infiltrazioni d’acqua, problemi all’impianto antincendio e penuria di agenti”
Sei pagine fitte di falle tecniche, mancanze strutturali e problemi di organico: dalle infiltrazioni nel soffitto ai problemi all’impianto antincendio, dalla penuria di agenti penitenziari all’assenza di percorsi di rieducazione. A firmare la relazione sull’Istituto Penale per Minori di Lecce però non è qualche oppositore del governo Meloni ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che però minimizza. “Inconvenienti tecnici che ben possono verificarsi nell’ambito di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio” scrive il guardasigilli (nella sua risposta a una interrogazione del deputato Pd Claudio Stefanazzi) aggiungendo che “rendere operativo l’Ipm di Lecce è di vitale importanza per attenuare il sovraffollamento del comparto detentivo minorile”. E pazienza che il carcere minorile salentino fosse stato inaugurato in pompa magna il 20 novembre scorso dal sottosegretario Andrea Ostellari per poi rimandare l’apertura operativa di oltre un mese proprio a causa dei lavori non terminati. Il 2 dicembre Stefanazzi ha depositato l’interrogazione a Nordio nella quale elencava una serie di “gravi carenze nelle condizioni di sicurezza interna ed esterna” segnalate dagli operatori e dai loro sindacati. Dopo un mese e mezzo di silenzio (e all’indomani della pubblicazione di un’inchiesta sulle criticità degli Ipm appena inaugurati non solo a Lecce ma anche a L’Aquila e Rovigo) arriva la risposta del ministro Nordio, trasmessa dal capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Il carcere minorile di Lecce “è una struttura moderna, che dispone di stanze singole, colorate, tutte dotate di servizi igienici privati e di spazi ariosi e molto luminosi” è l’esordio della risposta di Nordio, che però prosegue ammettendo le criticità. La stanza dei sanitari chiusa perché ci piove dentro? “L’infiltrazione è circoscritta e non inficia la funzionalità della struttura, riguardando un’unica stanza, che non sarà utilizzata sino alla completa risoluzione dell’inconveniente”. L’impianto antincendio non funzionante? È stato “nominato un responsabile servizio di prevenzione e protezione che si è prontamente attivato per lo svolgimento di tutti gli adempimenti volti alla tutela della sicurezza sul lavoro”. L’organico sottodimensionato degli agenti di polizia penitenziaria? “A fronte di un organico teorico di 42 unità” scrive Nordio “sono attualmente effettive 25, in aggiunta alle quali è previsto il trasferimento di ulteriori 8 unità, che avverrà in corrispondenza all’incremento del numero di detenuti presenti“. Risposte simili per tutte le altre falle messe in luce finora: “Si sta provvedendo a ingrandire” l’area passeggi; è “in corso di realizzazione” il campo sportivo all’aperto; “sono in corso interventi migliorativi” sull’impianto elettrico e di videosorveglianza visto che l’esterno del carcere minorile non è illuminato né funzionano le telecamere; la realizzazione di un block-house, cioè di una sorta di guardiola d’ingresso dove controllare chi entra e chi esce, “sarà realizzata prima possibile”. Per chiudere con la mancanza più vistosa, cioè l’assenza delle attività risocializzanti, i progetti che dovrebbero rieducare i ragazzi reclusi e prevenire la recidiva, cioè che tornino a delinquere: i progetti sono 17 ma sono “in attesa di approvazione da parte dei competenti organi” scrive Nordio. A questo punto la domanda inevasa rimane una sola: perché aprire una struttura con falle così evidenti e note al governo? “Il ministro non si smentisce” è la risposta che si dà Stefanazzi, destinatario della risposta di Nordio. “La necessità di offrire all’opinione pubblica risposte alla domanda di sicurezza crescente spinge il ministero ad andare oltre il buon senso, aprendo strutture di detenzione senza avere la certezza di poterle gestire. Questa fretta nasconde in realtà il fallimento del governo e la follia del panpenalismo“. Nel frattempo i minori detenuti nell’Ipm di Lecce aumentano: il 27 dicembre, al momento dell’apertura, erano quattro, mentre ieri (stando alle fonti interne) erano sette, di età compresa tra i 14 e i 17 anni. L'articolo Carceri minorili inaugurati ma non pronti, Nordio conferma tutto: “A Lecce infiltrazioni d’acqua, problemi all’impianto antincendio e penuria di agenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Torturato e picchiato” dagli altri detenuti nel carcere minorile. Il padre: “Non lasciatelo morire”
“Non lasciatelo morire dietro quelle sbarre”. A parlare è il padre del 14enne arrestato un mese fa con l’accusa di aver ricattato per mesi e violentato una ragazzina di Sulmona appena 12enne.Con lui erano stati arrestati il cugino 18enne del ragazzo e un 17enne. L’appello del padre è scattato dopo una visita al figlio nel carcere minorile di Casal del Marmo (Roma). Il 14enne, presente all’incontro visibilmente sfigurato, avrebbe raccontato al padre le sevizie e i dispetti quotidianamente subiti dagli altri detenuti. Segnalate anche minacce di morte e richieste di droga da parte dei detenuti al giovane, che si ipotizza possa essere stato preso di mira per la gravità del reato contestato. “Ho paura che esca lì morto – ha riferito l’uomo in questura – Aveva profonde ferite in volto, sul torace e sulle braccia. Mi ha raccontato di essere stato immobilizzato da due detenuti più grandi di lui e picchiato, torturato con una spatola di ferro. Almeno quattro volte mi ha raccontato di essere stato picchiato e derubato delle scarpe e del cibo che gli ho portato in carcere, ma l’altro giorno lo hanno sfigurato“. Ora il padre del giovane ha deciso di denunciare i fatti, ma anche chi aveva il compito di vigilare sul figlio “Vi prego, fate qualcosa per lui, ha solo 14 anni. Se ha sbagliato pagherà, quello che sta subendo a Casal del Marmo non serve a raddrizzarlo, semmai a farne un delinquente quando ne uscirà. Seguirà un percorso riabilitativo con gli psicologi, ma non lasciatelo morire dietro quelle sbarre. In questa storia lui è rimasto coinvolto suo malgrado, si è lasciato trascinare da quei ragazzi più grandi che per lui erano gli unici punti di riferimento. Siamo stranieri e viviamo in un piccolo paesino: non è facile per un bambino di sette anni, tanto aveva quando ci siamo trasferiti qui, farsi delle amicizie” A parlare all’Ansa anche l’avvocato della famiglia Alessandro Margiotta, che chiarisce di aver chiesto già da 20 giorni e già per tre volte il trasferimento del suo cliente. Il legale definisce l’accanimento verso il ragazzino “tortura di stampo medievale” e conclude dicendo: “Ha solo 14 anni e la tipologia di reato per il quale è rinchiuso, lo rende un facile bersaglio per gli altri detenuti. Sembra esser stato torturato con una spazzola di ferro e lamette. Credo lo facciano per gioco, probabilmente per il tipo di reato, ma anche probabilmente perché racconta di queste violenze e loro lo puniscono sempre di più. Ma il mio assistito è stato anche minacciato: agli altri detenuti gli hanno detto di riferire al padre di portare droga da fumare, altrimenti lo ammazzeranno. Il ragazzino si trova in cella con il 17enne, l’altro minore coinvolto nello stesso caso, altrettanto sconvolto perché hanno picchiato anche lui ma non ha nessuno che lo va a trovare, non ha i genitori qui. Bisognerà che la procura di Roma si attivi per verificare le condizioni di tutti i ragazzi lì dentro”. L'articolo “Torturato e picchiato” dagli altri detenuti nel carcere minorile. Il padre: “Non lasciatelo morire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Studente brutalizzato a Milano, i due maggiorenni del branco rischiano fino a 20 anni di carcere
Per le imputazioni che vengono loro contestate, aggravanti comprese, i due 18enni in carcere per aver rapinato e tentato di uccidere uno studente di 22 anni, aggredito il 12 ottobre nella zona della movida di corso Como a Milano, rischiano condanne a pene fino a 20 anni di reclusione. Pene che in abbreviato potrebbero scendere fino a 14 anni o poco meno in caso di rito abbreviato. Ai due 18enni, così come ai tre 17enni anche loro arrestati dalla magistratura minorile, viene contestato il tentato omicidio (uno è l’accoltellatore, l’altro come i minori risponde di concorso morale) con quattro aggravanti: il fatto commesso in cinque persone, l’averlo compiuto per mettere in atto la rapina, il concorso con “persone minorenni” e l’aver approfittato di “condizioni che impedivano” la difesa allo studente, tra cui “l’orario notturno” e l’assenza in quel luogo “di potenziali soccorritori”. E ancora la “evidente”, si legge nell’ordinanza della gip Chiara Valori, “condizione di sopraffazione” anche dopo i “primi colpi inferti”. I giudici parlano di “aggressione feroce”, “pestaggio brutale” con “modalità da branco”. Anche l’imputazione di rapina è aggravata, pure per averla commessa con un’arma. Da qui accuse che porterebbero le pene fino a più o meno 20 anni, ma molto probabilmente gli indagati sceglieranno l’abbreviato, con lo sconto di un terzo sulle pene. Per i minorenni, invece, ovviamente le pene sarebbero più basse. Gli interrogatori davanti alla gip Valori, nell’inchiesta della Polizia e del pm Andrea Zanoncelli, sono stati fissati per la mattina del 21 novembre L'articolo Studente brutalizzato a Milano, i due maggiorenni del branco rischiano fino a 20 anni di carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Studente brutalizzato per 50 euro in zona corso Como a Milano: rimarrà invalido. Cinque arresti. L’intercettazione: “Spero muoia”
Brutalizzato per 50 euro da cinque rapinatori che, dopo aver infierito sulla vittima quando era ancora a terra, si sono augurati anche la sua morte. L’aggressione è avvenuta a Milano, nella turbolenta corso Como. È tutto avvenuto il 12 ottobre. Uno studente della Bocconi di 22 anni è in via Rosales, a pochi passi dalla stazione di Porta Garibaldi, quando incontra un gruppo di cinque ragazzi (alcuni della sua età, altri minorenni). I giovani lo fermano, lo deridono, lo picchiano e gli rapinano 50 euro che il ragazzo tenta invano di recuperare. Lui non li conosce, li insegue per farseli restituire e viene accoltellato più volte. Calci e pugni anche mentre è a terra. In ospedale i medici rilevano che i fendenti, al gluteo, al torace ed alla schiena, sono profondi e soprattutto hanno causato la lesione di un’arteria, il perforamento di un polmone e intaccato il midollo osseo. Il ragazzo arriva in ospedale in fin di vita e nella migliore delle ipotesi perderà l’utilizzo di una gamba. “Ho solo alcuni flash” dice dopo aver saputo dell’aggressione dal personale ospedaliero e dalla famiglia. Non ricorda nulla. Le indagini, scattate immediatamente, hanno portato all’arresto dei membri del branco per omicidio pluriaggravato. Gli agenti hanno perquisito le loro abitazioni e ritrovato gli indumenti, il coltello ed i cellulari usati nell’aggressione. All’identificazione del gruppo si è arrivati anche grazie alle testimonianze di due ragazze presenti in strada in quel momento, che hanno descritto l’abbigliamento (giacca bianca con cinque bottoni e due tastoni, scarpe Dior) ritrovato poi nella casa del responsabile dell’accoltellamento. I tre diciassettenni sono stati portati al carcere minorile Beccaria, i due diciottenni a San Vittore. Se il responsabile dell’aggressione sembra aver compreso bene il suo futuro, il “palo” dell’aggressione, un altro 18enne, si mostra invece tranquillo e trascura le proprie responsabilità. Ma che i giovani non abbiano compreso la gravità del fatto commesso i segnali ci sono già. Le trascrizioni delle intercettazioni captate prima dell’interrogatorio, delineano un quadro umano complesso. Gli indagati sperano che la vittima “muoia“, discutono se andare a trovare il ragazzo in ospedale perché “magari quel co****e è ancora in coma” e si mettono d’accordo, tra una battuta e l’altra, sulla versione di comodo da raccontare. “Non so se si vede il video dove lo scanniamo“, dice uno degli arrestati. Uno di loro sottolinea la volontà di pubblicare il verbale di perquisizione sui social per vantarsi. Alla luce delle intercettazioni (in sala d’attesa del Commissariato) la giudice per le indagini preliminari di Milano, Sofia Caruso, ha riconosciuto la correttezza delle aggravanti della minorata difesa per “aver agito all’interno di un porticato” nascosto approfittando dell’isolamento del giovane, quella della partecipazione di cinque persone (e che ci siano tre minori è un’altra aggravante) per commettere il reato di rapina, ha riconosciuto il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio. “Io sono fottuto” dice A.C., 18enne residente a Monza e responsabile delle tante coltellate inferte. L'articolo Studente brutalizzato per 50 euro in zona corso Como a Milano: rimarrà invalido. Cinque arresti. L’intercettazione: “Spero muoia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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