“La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi”.
L’intercettazione finita nell’inchiesta “Libeccio” rende l’idea di come i boss
di Isola Capo Rizzuto, mentre erano detenuti, riuscissero a gestire gli affari
del clan: dalle estorsioni al traffico di droga, passando per le frizioni
avvenute dietro le sbarre. Martedì all’alba è scattato il blitz dei carabinieri
di Crotone e del Ros che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare
emessa dalla giudice per le indagini preliminari, Arianna Roccia, su richiesta
della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio. In manette sono
finite 19 persone (18 in carcere e una ai domiciliari), indagate a vario titolo
per associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, accesso indebito ai
dispositivi idonei alla comunicazione da parte dei soggetti detenuti e traffico
di droga. Il provvedimento di arresto è stato eseguito non solo in provincia di
Crotone, ma anche nelle strutture carcerarie di Catanzaro Siano, Tolmezzo,
Spoleto, Cassino e Napoli Secondigliano.
SCARFACE
Al centro dell’inchiesta c’è il boss Pasquale Manfredi, detto “Scarface”,
affiliato alla cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È il figlio di Mario
Manfredi, ucciso in un agguato nel 2005. Nonostante una condanna definitiva a 15
anni di carcere per mafia e un’altra condanna, non definitiva, all’ergastolo per
omicidio, Scarface dal regime di alta sicurezza nel carcere di Napoli faceva
tutto: concludeva affari, interveniva sul trasferimento dei detenuti da una casa
circondariale all’altra e dirimeva questioni familiari.
Come quella verificatasi nel carcere di Rovigo dove un detenuto aveva litigato
con suo figlio, Antonio Manfredi, pure lui arrestato. È proprio quest’ultimo
che, in un’intercettazione, spiega i consigli ricevuti dal padre su come
comportarsi ripetendo tutto il discorso che avrebbe dovuto fare al detenuto con
il quale aveva avuto il diverbio: “‘Francé vedi che papà mi sta dicendo questo
qua! Di chiuderla bella pulita, pulita’. Quando vedi che lui insiste, che ancora
comincia a fare il lunatico, ‘Francé, papà mi ha detto di chiuderla, però papà
mi ha detto un’altra cosa pure: che se insisti e mi tocchi un capello, t’ammazza
pure a tua madre quella puttana!’. Lo prendi e lo picchi!”.
IL PROCURATORE
A spiegare cosa succede all’interno delle carceri italiane è il procuratore
Curcio: “L’operazione – ha affermato in conferenza stampa – rivela l’ennesimo
campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in
regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e
interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”. Le
comunicazioni, neanche a dirlo, avvenivano per telefono. Ed è sempre il boss
“Scarface” a dettare gli ordini parlando con Daiane Perziano. Anche lei
arrestata, oltre a essere “la principale finanziatrice dell’associazione”, la
donna “doveva fungere da intermediaria con l’esterno, occupandosi di trascrivere
i messaggi” che il boss “indirizzava agli altri sodali”. “Gli devi dire a ‘S’
pure, a Simone… – dice Scarface – con la massima urgenza che mi servono tre
schede urgentemente, una per lui, una per la casa e una per te!… con la massima
urgenza però Dà (Daiana, ndr)! Anzi quattro schede che una gliela diamo a quel
ragazzo che è di Crotone”.
Droga ed estorsioni: per Pasquale Manfredi era la sua “azienda”. Che doveva
essere tutelata anche dagli errori degli stessi figli. Inveendo contro uno di
loro, il capocosca si sfoga con Daiana Perziano: “Gli avevo detto non prendere
iniziative, fatti i cazzi tuoi che non sono cose che appartengono a te… Me la
sto facendo io questa impresa. Piano, piano, piano, piano sto facendo questi
sacrifici… e adesso ha mischiato altre persone con l’azienda che sto facendo io!
Ma è una cosa giusta?”. Il riferimento era al business della droga. Delle
estorsioni si occupava anche suo cognato Tommaso Gentile, anche lui arrestato
nell’operazione “Libeccio” e già in carcere, da dove addirittura ammoniva,
sempre telefonicamente, gli imprenditori spiegando loro a chi avrebbero dovuto
pagare il pizzo. L’emissario di Gentile, infatti, un giorno “prese un telefono
cellulare con custodia celeste – ha raccontato una vittima ai carabinieri –
dicendomi che era collegato in viva voce Tommaso Gentile, figlio di Franco, che
era detenuto, e mi invitò a parlare con lui. Io mi rifiutai e nell’occasione
sentii una voce dall’altro capo del telefono di un soggetto che mi fu detto
essere Tommaso Gentile, il quale mi riferì che se avessi preso un appalto a
Isola mi sarei dovuto rivolgere al Capicchiano”.
APPALTI
A proposito di appalti, la cosca di Isola Capo Rizzuto ha tentato di infiltrarsi
anche in quello per la costruzione del muro di recinzione dell’aeroporto, in
località Sant’Anna. L’importo dei lavori era di 37 milioni di euro per cui “una
milionata – dice l’arrestato Simone Morelli – ce la devono versare”. “Questa
indagine – ha affermato il procuratore Curcio – ha rivelato la precarietà e la
permeabilità non solo dello stato di detenzione, ma anche delle sezioni di alta
sicurezza, le quali risultano tali solo nominalmente e sono assolutamente
inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito. Questa è la nota
distintiva di questa investigazione e induce a una riflessione. Il Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono impegnati
a ridisegnare i circuiti di detenzione e, quanto prima, riteniamo possibile un
intervento decisivo affinché il circuito di alta sicurezza torni a essere
effettivamente tale e non rimanga una mera indicazione nominale”.
FOTO DI ARCHIVIO
L'articolo Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e
pizzo: 19 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il carcere di Sollicciano (Firenze) finisce davanti alla Corte costituzionale.
Il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha deciso di sollevare una questione di
legittimità costituzionale dopo aver accolto il ricorso presentato dagli
avvocati di un detenuto, denunciando le condizioni di “degrado strutturale”
dell’istituto penitenziario fiorentino e l’“oggettiva inadempienza” del
ministero della Giustizia rispetto alle richieste di intervento avanzate nei
mesi scorsi. Poco più di due anni, per esempio, a un detenuto fu concesso uno
sconto di 10 mesi sulla pena per le condizioni sopportate in carcere. Una
decisione che innescò una lunga serie di ricorsi.
IL CASO
Al centro della questione c’è la possibilità di rinviare l’esecuzione della pena
quando la detenzione avviene “in condizioni contrarie al senso di umanità”. Una
misura che oggi la legge consente solo in casi tassativi, in particolare per
gravi condizioni di salute. Il Tribunale chiede invece alla Consulta di valutare
se il rinvio possa essere applicato anche quando il detenuto è costretto a
scontare la pena in condizioni ritenute inumane o degradanti. La vicenda prende
le mosse da una decisione dello scorso 4 novembre. In quell’occasione il
Tribunale di sorveglianza aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari
avanzata da un detenuto condannato a 22 anni di reclusione. Contestualmente però
aveva imposto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e quindi al
ministero della Giustizia, un termine di 80 giorni per intervenire su alcune
gravi criticità denunciate nel ricorso.
I PROBLEMI DELLA STRUTTURA
Tra i problemi segnalati figuravano infiltrazioni d’acqua nelle celle, con la
necessità di impermeabilizzare le coperture, l’assenza di acqua calda e la
presenza di infestazioni da insetti, roditori e parassiti, che richiedevano
interventi di disinfestazione. Gli stessi problemi che avevano spinto il
giudice, due anni fa, a concedere lo sconto della pena dopo aver verificato
personalmente le condizioni.
Secondo quanto rilevato dal Tribunale, allo scadere del termine il ministero non
avrebbe però risolto le questioni strutturali. Gli interventi si sarebbero
limitati a misure tampone contro la presenza di cimici, mentre per lavori più
incisivi sarebbe stata indicata una tempistica di circa quattro anni. Da qui la
decisione di rivolgersi alla Corte costituzionale per chiarire se, quando ogni
rimedio appare impraticabile, sia possibile sospendere l’esecuzione della pena
“per porre fine al perdurante abuso di un trattamento inumano e degradante”.
Sul caso è intervenuto anche il senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, che
auspica una pronuncia della Consulta capace di “fare giustizia” partendo proprio
dalla situazione di Sollicciano. Per il parlamentare si tratta del simbolo di un
“disastro del sistema carcerario italiano”, segnato da sovraffollamento, degrado
e carenze igieniche. Una situazione che, secondo Scalfarotto, sarebbe stata
aggravata dalle politiche del governo, con l’introduzione di nuovi reati e
l’inasprimento delle pene che hanno portato in carcere migliaia di persone.
Proprio nei giorni scorsi, inoltre, il penitenziario fiorentino è stato oggetto
di un sopralluogo della commissione politiche sociali del Comune di Firenze. Dal
monitoraggio è emerso un ulteriore peggioramento del sovraffollamento: 583
detenuti presenti a fronte di una capienza di 361 posti, ridotta anche a causa
dei lavori in corso in alcune sezioni. Il tasso di affollamento ha così
raggiunto il 161 per cento.
L'articolo “Condizioni degradanti”, il Tribunale di sorveglianza chiama in causa
la Consulta sul carcere di Sollicciano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Carmelo Cinturrino resta in cella. Per l’assistente capo di polizia accusato
dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri – ucciso con un colpo di pistola
il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo – il gip di Milano Domenico
Santoro ha infatti disposto la custodia cautelare in carcere per i gravi indizi
di colpevolezza e ritenendo che l’agente possa uccidere ancora e inquinare le
prove. Il giudice non ha invece convalidato il fermo per mancanza del pericolo
di fuga. Per il giudice per le indagini preliminari l’agente può “commettere
ulteriori gravi reati” come quello “per cui si procede, ovvero con l’uso di armi
o di altri mezzi di violenza personale, se non di criminalità organizzata“,
evidenziando il “concreto” il rischio di “azioni lesive” nei confronti dei
colleghi e degli altri frequentatori del boschetto di Rogoredo. Li può
contattare e minacciare, in quanto “autori di dichiarazioni a suo carico, non a
caso ritenute infamanti”.
Nonostante Cinturrino abbia manifestato a voce l’intenzione di voler
“collaborare” con gli inquirenti, durante l’interrogatorio di martedì non c’è
stato, da parte sua, nessuno “spirito collaborativo”, sottolinea il gip
nell’ordinanza. Il poliziotto ha ammesso solo “aspetti che risultavano” già
acclarati nelle indagini, come di aver “alterato la scena del delitto” mettendo
la pistola finta, mentre per il resto ha reso dichiarazioni non credibili su
tante altre circostanze. A partire da quel colpo esploso, a suo dire, con
intento solo “intimidatorio“, perché spaventato. È “ben difficile reputare“,
sottolinea il giudice riferendosi alla versione del poliziotto, che quel colpo
sia stato esploso “a titolo (meramente) intimidatorio, un colpo di pistola che,
da distanza rilevante, attinga la vittima esattamente alla testa“.
Cinturrino ha anche negato di “aver toccato il corpo” di Mansouri dopo avergli
sparato e gettato ombre sul fatto che i suoi colleghi fossero “consapevoli del
posizionamento della pistola” finta accanto al 28enne. Ha continuato a sostenere
che il giovane marocchino “è caduto faccia in avanti” dopo essere stato colpito
alla testa “e poi si è girato ma io non l’ho toccato”. “La foto è stata fatta
quando sono arrivati i soccorsi, io avevo già messo la pistola – ha ribadito
l’agente originario di Messina – Non ho mai toccato il corpo del Mansouri”. Per
il gip ci sarebbe ben “poco da dire” sull’affermazione che un uomo con quel tipo
di “ferita” alla testa possa girarsi “autonomamente in posizione supina”. Una
versione che sarebbe comunque smentita da due diversi testimoni oculari (un
afgano che ha assistito alla scena e il collega di Cinturrino indagato per
favoreggiamento e omissione di soccorso), dalla presenza di “due gore di sangue”
sul terreno del bosco di Rogoredo che non si sono “formate in un unico momento”
ma in diversi “intervalli temporali”, dalle “lesioni” in testa e dalla
“posizione delle gambe” e dal “fango trovato sul viso” della vittima. Elementi
che dimostrerebbero che il corpo è stato “spostato” per simulare uno “sparo” in
linea “frontale”, come legittima difesa, e non esploso mentre Mansouri era in
“fuga” e “girato” di lato anche se “lievemente”.
L’assistente capo del Commissariato Mecenate avrebbe mentito anche sulle accuse
di taglieggiare spacciatori e tossicodipendenti (esterne al capo d’imputazione
per omicidio e su cui sono in corso indagini) che sono state messe a verbale da
alcuni frequentatori di Rogoredo e dai quattro colleghi indagati per
favoreggiamento. “Smentisco ogni infamità che hanno tirato fuori”, da detto
Cinturrino commentando le dichiarazioni degli altri poliziotti e ricordando di
aver “fatto arresti con tutti” i colleghi che “volevano venire in macchina con
me per cercare di imparare qualcosa”. Il gip però sottolinea che quelle
dichiarazioni degli altri poliziotti “sui metodi adoperati nello svolgimento
dell’attività d’ufficio trovano conferma in quelle rese dai frequentatori del
bosco di Rogoredo”, che quei “metodi intimidatori” hanno descritto “in maniera
anche dettagliata“. Gli agenti che si trovavano con lui nel boschetto di
Rogoredo, sentiti dal pm come testimoni nell’immediatezza dei fatti, avevano
fornito un racconto che confermava quello del assistente capo. Riconvocati, ma
come indagati, lo scorso 19 febbraio, hanno corretto il tiro fornendo
particolari a riscontro delle indagini.
“Solo il corso delle indagini consentirà di evidenziare se possano essere
ravvisabili circostanze aggravanti” nei confronti del assistente capo di Polizia
a cui “provvisoriamente” è stato contestato l’omicidio volontario, scrive il gip
Domenico Santoro nel provvedimento. Il giudice osserva che “non appare da
trascurare, quale tema che costituirà oggetto dei dovuti approfondimenti”
investigativi, quello dei rapporti tra l’agente e la vittima. Inoltre, non può
“rimanere sullo sfondo il contenuto” delle testimonianze sui “metodi di
intervento” di Cinturrino nelle operazioni anti spaccio. “Ulteriore profilo,
questo, che ben può spiegare ragioni di contrasto fra l’indagato” e il 28enne
morto. Il giudice Santoro, riguardo agli accertamenti investigativi che
potrebbero peggiorare la situazione di Cinturrino e anche individuare il movente
che lo ha spinto a sparare e a uccidere il giovane, valorizza le dichiarazioni
dei colleghi dell’agente.
Intanto ha preso avvio, in questura a Milano, il processo disciplinare per
Cinturrino. Secondo quanto prevede l’iter ci sarà prima un’istruttoria, poi due
consigli di disciplina e, infine, l’invio delle carte al Dipartimento di
Pubblica Sicurezza per l’ultima parola sulla destituzione, che spetta al Capo
della Polizia. Un procedimento che, tra tempi tecnici, di istruttoria e di
consiglio, potrebbe durare un mese o anche meno. Di certo un funzionario della
Questura dovrà istruire le accuse a Cinturrino, mentre un difensore, ruolo
generalmente assunto dai sindacati interni, ne assumerà la difesa. La
deliberazione assunta dopo i due Consigli di disciplina, in genere presieduti
dal vicario del questore, verrà spedita a Vittorio Pisani per la ratifica. Il
Capo della Polizia a quel punto potrà ratificare o rinviare al Consiglio di
disciplina della questura di competenza. Ma viste le sue recenti dichiarazioni,
la decisione sembra abbastanza evidente: ” Di solito si attende almeno il rinvio
a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per
noi va destituito subito”, ha detto Pisani.
L'articolo Rogoredo, Cinturrino resta in carcere. Il gip: “Nessuno spirito
collaborativo”. E lui attacca i colleghi: “Da loro infamità” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Doveva rientrare in carcere per scontare un permesso premio, visto che il suo
fine pena era previsto nel 2023. Ma Alba Leonor Sevillano Zambrano, 42enne
ecuadoriana, non è mai rientrata: era detenuta a Bollate, in provincia di
Milano, dopo essere stata condannata per l’omicidio di una donna di 81 anni,
commesso 15 anni fa. Alba, incinta e fidanzata con un italiano, aveva dichiarato
di aver aiutato la vittima, vicina di casa dei genitori del fidanzato, a portare
la spesa. Una volta in casa, aveva strangolato la donna con il suo stesso
foulard. Il giorno seguente aveva preso il bancomat dell’anziana, facendo poi
diversi prelievi da 500 euro al giorno in diverse filiali. I movimenti bancari
fecero risalire in fretta gli inquirenti all’assassina.
La detenuta era in regime di articolo 21, usufruendo da tre anni di permessi e
uscite dal carcere. Il suo percorso, secondo quanto si apprende, è sempre stato
contraddistinto da valutazioni positive. A dare la notizia è stato Matteo
Savino, vicesegretario regionale per la Lombardia del Sappe, Sindacato autonomo
di polizia penitenziaria. Intanto proseguono le ricerche da parte della
penitenziaria per ritrovare la donna. Savino definisce l’accaduto “un evento
irresponsabile e gravissimo”, sottolineando, tuttavia, che il caso non deve
mettere in discussione l’istituto dei permessi premio e delle ammissioni al
lavoro esterno.
L'articolo Detenuta condannata per omicidio evade dal carcere di Bollate durante
un permesso premio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due detenuti sono morti negli ultimi 15 giorni nel carcere di Augusta, in
provincia di Siracusa. La causa, secondo le organizzazioni sindacali di polizia
penitenziaria, che hanno reso nota la notizia, sarebbe overdose.
Sebastiano Bongiovanni, dirigente provinciale Unione sindacati di polizia
penitenziaria di Siracusa, e Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato polizia
penitenziaria, denunciano le precarie condizioni di vita all’interno dei
penitenziari. Bongiovanni ha dichiarato: “Il sistema penitenziario è allo
sbando. Gli agenti, a causa della carenza di organico e del sovraffollamento,
riescono con difficoltà a coprire i posti di servizio, con inevitabili
ripercussioni sulla sicurezza”.
La denuncia fa riferimento a una condizione strutturale, che riguarda non solo
la casa circondariale di Augusta, ma più in generale molti penitenziari
italiani, caratterizzati da numeri elevati di presenze rispetto alla capienza
regolamentare e da organici ridotti. Sul caso è stata aperta un’inchiesta dalla
Procura di Siracusa, che dovrà verificare le cause dei decessi e, nel caso di
conferma dell’ipotesi di overdose, dovrà scoprire come sia potuta entrare la
droga nel carcere.
L'articolo Due detenuti morti nel carcere di Augusta, la denuncia del sindacato
di polizia: “Ipotesi di overdose” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è concluso con otto condanne il processo di primo grado a carico di alcuni
agenti della Polizia penitenziaria per le presunte violenze avvenute nel carcere
Lorusso e Cutugno di Torino, denominato Le Vallette. Sette imputati sono stati
condannati per il reato di tortura, uno per rivelazione di atti d’ufficio. Sei
imputati sono stati invece prosciolti, tra prescrizioni e formule di non aver
commesso il fatto. Il procedimento riguardava episodi che, secondo l’accusa, si
sarebbero verificati tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C dell’istituto, area
destinata ai detenuti ristretti per reati di natura sessuale. Le pene inflitte
vanno da un minimo di due anni e otto mesi a un massimo di tre anni e quattro
mesi di reclusione.
Il sostituto procuratore Francesco Pelosi aveva chiesto quattordici condanne,
con pene fino a sei anni di carcere. A vario titolo, gli imputati erano chiamati
a rispondere dei reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata,
stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa
denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio. Il Tribunale ha inoltre stabilito
che alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia, dovranno risarcire le
presunte vittime, l’associazione Antigone e il garante comunale, regionale e
nazionale delle persone private della libertà personale. Le somme definitive
saranno quantificate in un successivo giudizio civile, ma sono stati disposti
risarcimenti provvisionali immediatamente esecutivi per un totale di 40mila
euro.
L’inchiesta era partita dalle segnalazioni dell’allora garante dei detenuti del
Comune di Torino, Monica Gallo. Secondo l’accusa, sarebbero almeno undici le
persone che avrebbero subito violenze e torture. Nel corso del processo, gli
imputati, tramite i loro avvocati – tra cui Beatrice Rinaudo, Antonio Genovese,
Enrico Calabrese e Antonio Mencobello – hanno sempre respinto le accuse. “Ci
riserviamo di leggere le motivazioni ma è una sentenza nella quale, in punta di
diritto, la fattispecie di tortura non ci sembra integrata”, ha commentato
l’avvocato Antonio Genovese. Le motivazioni della sentenza sono attese per il 7
maggio.
L'articolo Sette agenti della Penitenziaria condannati per tortura per le
violenze nel carcere di Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Vasile Frumuzache, guardia giurata di 33 anni che mercoledì ha tentato di
evadere dal carcere Sollicciano di Firenze, aveva portato con sé una lista di
nomi, indirizzi e numeri di telefono. L’appunto è stato sequestrato dall’agente
che ha sventato la fuga. La lista, ora al vaglio degli inquirenti, aprirebbe la
strada a un sospetto: Frumuzache avrebbe potuto contare su possibili complici,
coinvolti non solo nella fuga sventata, ma anche per la possibile commissione
dei femminicidi delle due escort di cui è accusato.
La vicenda è emersa durante l’udienza in Corte d’assise a Firenze. Al momento il
33enne romeno è l’unico imputato per gli omicidi di Ana Maria Andrei, 27 anni, e
Maria Denisa Paun di 30. Frumuzache aveva confessato l’omicidio volontario e
l’occultamento di cadavere di entrambe le donne. Paun era stata decapitata nella
notte tra il 15 e il 16 maggio scorsi a Prato, dopo un incontro sessuale a
pagamento, mentre Andrei era scomparsa da Montecatini Terme il 1º agosto 2024 ed
era poi stata ritrovata in un campo alla periferia della città.
Frumuzache ha tentato l’evasione nella giornata del 4 febbraio, provando a
fuggire durante l’ora d’aria. Secondo quanto riferito dal sindacato di polizia
penitenziaria Osapp il tentativo di evasione sarebbe avvenuto intorno alle ore
10 e il detenuto sarebbe riuscito a scavalcare prima il muro dei passeggi e poi
quello di cinta usando una corda rudimentale ricavata, pare, da lenzuola per
scalare la parete. Il gesto è stato sventato dall’unico agente penitenziario di
pattuglia che stava guidando nel perimetro del carcere per fare un giro di
ronda. Dopodiché, il 32enne romeno è stato bloccato e riportato in cella dal
poliziotto.
L'articolo Vasile Frumuzache aveva una lista di nomi quando ha tentato di
evadere: l’ipotesi di una rete di complici proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
Un carcere di massima sicurezza. “The Rock”, “the Bastion”, come chiamavano gli
americani la fortezza di Alcatraz, l’isola carcere istituita nel 1934 per
portarvi la peggiore risma di detenuti, i criminali più efferati e che
diventerà, nell’immaginario collettivo, un vero e proprio mito, associato a un
luogo infernale da cui era difficile se non impossibile fuggire.
Soggetto di grandi produzioni cinematografiche, Alcatraz diventerà la location
per numerosi film di Hollywood. In uno di questi, il più famoso, Fuga da
Alcatraz, il direttore diceva ai detenuti: “Se si infrangono le regole della
società si va in prigione, se si infrangono le regole delle prigioni ti mandano
da noi”.
Da noi, in Italia, non c’è più un’isola di Alcatraz, ma ancora sono tanti i
criminali di mafia, ‘ndrangheta, camorra, tutti rinchiusi con un numeretto:
41bis e per i quali oggi si vuole trovare una sistemazione “appropriata” e
sicura. A prova di fuga.
Ideona del governo: mandiamoli tutti in Sardegna. Individuate anche le tre
carceri sarde, Uta, Bancali e Badu ‘e Carros, come strutture destinate al regime
del 41 bis, dove trasportare i circa 240 detenuti più pericolosi. È come se i
geni del governo si fossero chiesti: “dove c’è una situazione tranquilla, un
posto sicuro, possibilmente un’isola e possibilmente governata dall’opposizione,
in cui mettere questi criminali?” La Sardegna, ovvio!
E così, indifferente all’opposizione dell’istituzione regionale sarda e alle
proteste dei cittadini dei territori dove sono stati individuati i penitenziari
ad hoc, il governo ha tirato dritto, incurante delle evidenze sacrosante che
contrastano con la decisione dello Stato centrale.
La Presidente Todde sottolinea le ricadute che una scelta di questo tipo avrebbe
sull’isola: “Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei
territori, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale
ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori
dalla Sardegna” e ribadisce che i documenti ufficiali dimostrano la fondatezza
delle preoccupazioni espresse dalla Regione.
Inoltre, il governo trascura, ma forse in cuor suo auspica, che il territorio
adiacente ad un carcere che ospita criminali al 41bis diventi zona franca in cui
famiglie mafiose, criminali assoggettati ai carcerati appartenenti a illustri
famiglie ‘ndranghetiste, camorriste, stabiliscano il loro domicilio per stare
più vicini ai propri cari quando va bene, per mantenere i legami e prendere
ordini e pizzini quando va male. Radicalizzare un sistema criminale laddove non
ha mai attecchito.
“Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere”,
afferma la Presidente, che conclude con un appello alla mobilitazione: “Chiedo
ai sardi e alle sarde di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con
forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio
destino”.
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L'articolo Trasformare la Sardegna in un’isola carcere: l’ideona del governo a
cui la Regione si oppone fermamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ma davvero i giudici assolvono e perdonano, scarcerano e liberano anche chi
dovrebbe stare in cella? Lo sostengono tutto il centrodestra, i Comitati di
partito d’ispirazione governativa (basta scorrere i social), deputati e senatori
meloniani, forzisti e leghisti in servizio permanente effettivo. Ma a smentirli
bastano i fatti. Documentati nelle sentenze a futura memoria. Un esempio? La
sentenza della Cassazione di metà dicembre (la 3547) che tiene in cella, e 30
anni di pena, una donna di etnia rom recidiva per via di scippi e furti, ma col
tumore al seno, pure in attesa di un intervento, e un bimbo appena nato, per
giunta prematuro. Destinato a finire in gattabuia pure lui, e neppure in un
Icam, gli istituiti a custodia attenuata proprio per le madri detenute con
prole, visto che non è disponibile in quel di Milano, ma direttamente in galera.
Ad accendere un focus sulla singolare decisione è Ilaria Giugni, docente di
diritto penale alla Federico Secondo di Napoli, che ne scrive sulla rivista
online Sistema penale. Dopo aver letto le sue osservazioni, ma soprattutto la
super tecnica sentenza della Cassazione, vengono in mente i post filo
separazione delle carriere del tipo: “Se vogliamo che i criminali stiano in
galera e non vengano scarcerati dalle solite toghe rosse Sì alla riforma della
giustizia”, parola di Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. O ancora:
“Tanto gli danno due mesi e non si fa neanche un giorno di galera”, sempre sulla
pagina Fb di FdI con il messaggio “non vorremmo più ripeterlo, scegli il Sì per
cambiare”. Classici esempi di pubblicità ingannevole. Se riguardasse un prodotto
commerciale verrebbe bloccata. Invece restano online, laddove le ragioni del No
di Alessandro Barbero non solo sono state censurate, ma hanno subito la
reprimenda di Nicolò Zanon, ex Csm in quota Forza Italia, ex vicepresidente
della Consulta, oggi presidente del Comitato Sì riforma.
E invece la realtà dei processi è tutt’altra. E per giunta i supremi giudici che
scelgono la via del carcere in questo caso applicano di fatto pure la volontà
del governo che, nel ben noto decreto Sicurezza Nordio-Piantedosi dell’anno
scorso, divenuto legge a giugno in un fiume di polemiche, aveva reso
facoltativo, e non più obbligatorio com’era nel codice Rocco di Mussolini, il
differimento della pena per le donne incinte. Nel suo ricorso in Cassazione
contro il verdetto del tribunale di sorveglianza di Milano, che aveva detto no
sia al differimento della pena per la gravidanza, sia al rinvio dell’esecuzione
per via del tumore al seno, la protagonista di questa storia aveva sottolineato
come sia il reato che la sua condizione fisica di donna in quel momento incinta,
fosse maturata “prima” del decreto stesso, quindi del tutto inapplicabile.
Ma la Cassazione decide altrimenti. Come evidenzia Ilaria Giugni quando cita il
passaggio della sentenza della Suprema corte sul rapporto tra la nuova legge
Sicurezza e il caso della donna perché i nuovi principi “debbano trovare
applicazione anche quando la ratio delle norme si giustifichi in ragione
dell’esigenza di assicurare che i minori in tenera età possano godere di una
relazione diretta con almeno uno dei due genitori”. Per i giudici di
legittimità, commenta Giugni, con la nuova legge Sicurezza “si registra un
mutamento profondo della natura della pena cui la condannata va incontro,
rendendo nient’altro che un’eventualità la possibilità di rimanere ‘fuori’
durante la gravidanza”. Soprattutto perché chi chiede di scontare la pena
all’esterno non ha proposto un domicilio “idoneo” e la sua storia criminale,
decine di furti e 19 gravidanze, rendono necessaria la detenzione.
Tutto ciò “a prescindere dall’intervenuta modifica legislativa” scrive la
Cassazione che non può applicare la legge Sicurezza varata dal governo perché
successiva ai fatti, ma sceglie comunque una linea severa e tiene la donna, che
nel frattempo ha partorito, dietro le sbarre. Timbro di legittimità da parte
della Suprema Corte sulla decisione del tribunale di sorveglianza. Tutti giudici
di certo né buonisti, né di manica larga. Tutt’altro. E non va meglio neppure
con la chemioterapia cui la donna dovrebbe sottoporsi. Perché anche qui la
Cassazione sottoscrive la decisione assunta dal tribunale di sorveglianza in
quanto “le cure chemioterapiche necessarie possono essere gestite per tre mesi,
mediante traduzione in ospedale, per il tempo necessario alla somministrazione
della terapia, e l’eventuale assistenza successiva può essere garantita
adeguatamente dalla struttura sanitaria interna”. Cioè in carcere. La ragione?
“L’elevatissima pericolosità sociale della condannata, considerato il numero
ininterrotto di reati commessi anche in stato di gravidanza”. La Cassazione
aggiunge che “la ricorrente è giunta, con l’ultimo nato, alla diciannovesima
gravidanza, con sette parti spontanei e sette tagli cesarei”. Ed esiste pure il
pericolo di fuga visto che “può contare su soggetti che abitano in Stato estero,
dove si è recata durante la gravidanza, omettendo anche di sottoporsi ai
controlli medici previsti per la salute propria e quella del feto”.
Chiosa la giurista Giugni: “L’esito della decisione, rispetto al caso concreto,
finisce così per aderire alla logica che ha animato la riforma del 2025, che ha
inteso ridurre le garanzie per un tipo di autrice ritenuto irrimediabilmente
pericoloso. Si spreca un’occasione per misurarsi con il contesto in cui il
diritto alla salute è e può essere concretamente garantito nelle nostre carceri,
al fine di meglio tutelare diritti e libertà fondamentali delle persone
ristrette”. Già, ma evidentemente, in tempi di battaglia referendaria, conta la
propaganda sui giudici buonisti, a prescindere dalle sentenze.
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30 anni, ma malata di cancro e madre di un neonato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una telefonata in carcere per un’intervista e la risposta secca: “È morto”. Ma
da tre anni. Guglielmo Gatti, l’uomo che aveva ucciso gli zii Aldo Donegani e
Luisa De Leo nel 2005 in uno dei delitti più feroci della storia di Brescia, non
c’è più dal 15 giugno 2023, ma nessuno lo ha mai comunicato. L’uomo stava
scontando l’ergastolo nel carcere di Opera per il duplice omicidio dove era
detenuto dall’8 novembre 2007 e proprio in questi giorni il Giornale di Brescia
aveva richiesto un’intervista, scoprendo così la notizia di cui nessuno era a
conoscenza. “Fine pena 10-06-2110” viene indicato negli atti giudiziari. E
sotto: “Data uscita dal carcere 15-06-23. Motivo: decesso“.
Spiazzato anche il suo storico avvocato, Luca Broli: “Non ne sapevo nulla.
Voglio capire“. Gatti aveva 58 anni ed è morto un mese prima di compiere 59 anni
– era nato il 21 luglio 1964 – ma non si conosce ancora la causa di morte. Era
detenuto a Opera dal 2007. Risulta sepolto a Milano, al Cimitero Maggiore in una
fossa senza lapide, ma con una croce e un numero di riferimento del registro dei
decessi del Comune di Milano.
Gatti aveva perso i genitori prima dell’estate 2005 e i parenti più vicini a lui
erano appunto i due zii Aldo Donegani, 77 anni, e Luisa De Leo, 61, che
abitavano al piano inferiore della sua abitazione di via Ugolini in città. Nel
2005 li uccise facendoli a pezzi in un garage, per poi abbandonare i resti tra
Provaglio d’Iseo e il Passo del Vivione, dove vennero ritrovati in tempi
diversi. Nel frattempo Gatti girava per le tv locali e nazionali con la foto
degli zii per chiedere che fine avessero fatto. Da quanto riporta il Giornale di
Brescia poi al momento dell’ingresso nel carcere milanese di Opera, non aveva
indicato recapiti e neanche l’ultimo domicilio. Zero contatti con il mondo
esterno, per anni è rimasto in cella da solo – per sua volontà – e frequentava
soprattutto la biblioteca del penitenziario. Da agosto 2025 avrebbe potuto
accedere alla semilibertà. Ma era già morto.
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anni e nessuno lo sapeva. L’avvocato: “Nemmeno io” proviene da Il Fatto
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