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Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e pizzo: 19 arresti
“La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi”. L’intercettazione finita nell’inchiesta “Libeccio” rende l’idea di come i boss di Isola Capo Rizzuto, mentre erano detenuti, riuscissero a gestire gli affari del clan: dalle estorsioni al traffico di droga, passando per le frizioni avvenute dietro le sbarre. Martedì all’alba è scattato il blitz dei carabinieri di Crotone e del Ros che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla giudice per le indagini preliminari, Arianna Roccia, su richiesta della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio. In manette sono finite 19 persone (18 in carcere e una ai domiciliari), indagate a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, accesso indebito ai dispositivi idonei alla comunicazione da parte dei soggetti detenuti e traffico di droga. Il provvedimento di arresto è stato eseguito non solo in provincia di Crotone, ma anche nelle strutture carcerarie di Catanzaro Siano, Tolmezzo, Spoleto, Cassino e Napoli Secondigliano. SCARFACE Al centro dell’inchiesta c’è il boss Pasquale Manfredi, detto “Scarface”, affiliato alla cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È il figlio di Mario Manfredi, ucciso in un agguato nel 2005. Nonostante una condanna definitiva a 15 anni di carcere per mafia e un’altra condanna, non definitiva, all’ergastolo per omicidio, Scarface dal regime di alta sicurezza nel carcere di Napoli faceva tutto: concludeva affari, interveniva sul trasferimento dei detenuti da una casa circondariale all’altra e dirimeva questioni familiari. Come quella verificatasi nel carcere di Rovigo dove un detenuto aveva litigato con suo figlio, Antonio Manfredi, pure lui arrestato. È proprio quest’ultimo che, in un’intercettazione, spiega i consigli ricevuti dal padre su come comportarsi ripetendo tutto il discorso che avrebbe dovuto fare al detenuto con il quale aveva avuto il diverbio: “‘Francé vedi che papà mi sta dicendo questo qua! Di chiuderla bella pulita, pulita’. Quando vedi che lui insiste, che ancora comincia a fare il lunatico, ‘Francé, papà mi ha detto di chiuderla, però papà mi ha detto un’altra cosa pure: che se insisti e mi tocchi un capello, t’ammazza pure a tua madre quella puttana!’. Lo prendi e lo picchi!”. IL PROCURATORE A spiegare cosa succede all’interno delle carceri italiane è il procuratore Curcio: “L’operazione – ha affermato in conferenza stampa – rivela l’ennesimo campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”. Le comunicazioni, neanche a dirlo, avvenivano per telefono. Ed è sempre il boss “Scarface” a dettare gli ordini parlando con Daiane Perziano. Anche lei arrestata, oltre a essere “la principale finanziatrice dell’associazione”, la donna “doveva fungere da intermediaria con l’esterno, occupandosi di trascrivere i messaggi” che il boss “indirizzava agli altri sodali”. “Gli devi dire a ‘S’ pure, a Simone… – dice Scarface – con la massima urgenza che mi servono tre schede urgentemente, una per lui, una per la casa e una per te!… con la massima urgenza però Dà (Daiana, ndr)! Anzi quattro schede che una gliela diamo a quel ragazzo che è di Crotone”. Droga ed estorsioni: per Pasquale Manfredi era la sua “azienda”. Che doveva essere tutelata anche dagli errori degli stessi figli. Inveendo contro uno di loro, il capocosca si sfoga con Daiana Perziano: “Gli avevo detto non prendere iniziative, fatti i cazzi tuoi che non sono cose che appartengono a te… Me la sto facendo io questa impresa. Piano, piano, piano, piano sto facendo questi sacrifici… e adesso ha mischiato altre persone con l’azienda che sto facendo io! Ma è una cosa giusta?”. Il riferimento era al business della droga. Delle estorsioni si occupava anche suo cognato Tommaso Gentile, anche lui arrestato nell’operazione “Libeccio” e già in carcere, da dove addirittura ammoniva, sempre telefonicamente, gli imprenditori spiegando loro a chi avrebbero dovuto pagare il pizzo. L’emissario di Gentile, infatti, un giorno “prese un telefono cellulare con custodia celeste – ha raccontato una vittima ai carabinieri – dicendomi che era collegato in viva voce Tommaso Gentile, figlio di Franco, che era detenuto, e mi invitò a parlare con lui. Io mi rifiutai e nell’occasione sentii una voce dall’altro capo del telefono di un soggetto che mi fu detto essere Tommaso Gentile, il quale mi riferì che se avessi preso un appalto a Isola mi sarei dovuto rivolgere al Capicchiano”. APPALTI A proposito di appalti, la cosca di Isola Capo Rizzuto ha tentato di infiltrarsi anche in quello per la costruzione del muro di recinzione dell’aeroporto, in località Sant’Anna. L’importo dei lavori era di 37 milioni di euro per cui “una milionata – dice l’arrestato Simone Morelli – ce la devono versare”. “Questa indagine – ha affermato il procuratore Curcio – ha rivelato la precarietà e la permeabilità non solo dello stato di detenzione, ma anche delle sezioni di alta sicurezza, le quali risultano tali solo nominalmente e sono assolutamente inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito. Questa è la nota distintiva di questa investigazione e induce a una riflessione. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono impegnati a ridisegnare i circuiti di detenzione e, quanto prima, riteniamo possibile un intervento decisivo affinché il circuito di alta sicurezza torni a essere effettivamente tale e non rimanga una mera indicazione nominale”. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e pizzo: 19 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Condizioni degradanti”, il Tribunale di sorveglianza chiama in causa la Consulta sul carcere di Sollicciano
Il carcere di Sollicciano (Firenze) finisce davanti alla Corte costituzionale. Il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha deciso di sollevare una questione di legittimità costituzionale dopo aver accolto il ricorso presentato dagli avvocati di un detenuto, denunciando le condizioni di “degrado strutturale” dell’istituto penitenziario fiorentino e l’“oggettiva inadempienza” del ministero della Giustizia rispetto alle richieste di intervento avanzate nei mesi scorsi. Poco più di due anni, per esempio, a un detenuto fu concesso uno sconto di 10 mesi sulla pena per le condizioni sopportate in carcere. Una decisione che innescò una lunga serie di ricorsi. IL CASO Al centro della questione c’è la possibilità di rinviare l’esecuzione della pena quando la detenzione avviene “in condizioni contrarie al senso di umanità”. Una misura che oggi la legge consente solo in casi tassativi, in particolare per gravi condizioni di salute. Il Tribunale chiede invece alla Consulta di valutare se il rinvio possa essere applicato anche quando il detenuto è costretto a scontare la pena in condizioni ritenute inumane o degradanti. La vicenda prende le mosse da una decisione dello scorso 4 novembre. In quell’occasione il Tribunale di sorveglianza aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata da un detenuto condannato a 22 anni di reclusione. Contestualmente però aveva imposto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e quindi al ministero della Giustizia, un termine di 80 giorni per intervenire su alcune gravi criticità denunciate nel ricorso. I PROBLEMI DELLA STRUTTURA Tra i problemi segnalati figuravano infiltrazioni d’acqua nelle celle, con la necessità di impermeabilizzare le coperture, l’assenza di acqua calda e la presenza di infestazioni da insetti, roditori e parassiti, che richiedevano interventi di disinfestazione. Gli stessi problemi che avevano spinto il giudice, due anni fa, a concedere lo sconto della pena dopo aver verificato personalmente le condizioni. Secondo quanto rilevato dal Tribunale, allo scadere del termine il ministero non avrebbe però risolto le questioni strutturali. Gli interventi si sarebbero limitati a misure tampone contro la presenza di cimici, mentre per lavori più incisivi sarebbe stata indicata una tempistica di circa quattro anni. Da qui la decisione di rivolgersi alla Corte costituzionale per chiarire se, quando ogni rimedio appare impraticabile, sia possibile sospendere l’esecuzione della pena “per porre fine al perdurante abuso di un trattamento inumano e degradante”. Sul caso è intervenuto anche il senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, che auspica una pronuncia della Consulta capace di “fare giustizia” partendo proprio dalla situazione di Sollicciano. Per il parlamentare si tratta del simbolo di un “disastro del sistema carcerario italiano”, segnato da sovraffollamento, degrado e carenze igieniche. Una situazione che, secondo Scalfarotto, sarebbe stata aggravata dalle politiche del governo, con l’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene che hanno portato in carcere migliaia di persone. Proprio nei giorni scorsi, inoltre, il penitenziario fiorentino è stato oggetto di un sopralluogo della commissione politiche sociali del Comune di Firenze. Dal monitoraggio è emerso un ulteriore peggioramento del sovraffollamento: 583 detenuti presenti a fronte di una capienza di 361 posti, ridotta anche a causa dei lavori in corso in alcune sezioni. Il tasso di affollamento ha così raggiunto il 161 per cento. L'articolo “Condizioni degradanti”, il Tribunale di sorveglianza chiama in causa la Consulta sul carcere di Sollicciano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rogoredo, Cinturrino resta in carcere. Il gip: “Nessuno spirito collaborativo”. E lui attacca i colleghi: “Da loro infamità”
Carmelo Cinturrino resta in cella. Per l’assistente capo di polizia accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri – ucciso con un colpo di pistola il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo – il gip di Milano Domenico Santoro ha infatti disposto la custodia cautelare in carcere per i gravi indizi di colpevolezza e ritenendo che l’agente possa uccidere ancora e inquinare le prove. Il giudice non ha invece convalidato il fermo per mancanza del pericolo di fuga. Per il giudice per le indagini preliminari l’agente può “commettere ulteriori gravi reati” come quello “per cui si procede, ovvero con l’uso di armi o di altri mezzi di violenza personale, se non di criminalità organizzata“, evidenziando il “concreto” il rischio di “azioni lesive” nei confronti dei colleghi e degli altri frequentatori del boschetto di Rogoredo. Li può contattare e minacciare, in quanto “autori di dichiarazioni a suo carico, non a caso ritenute infamanti”. Nonostante Cinturrino abbia manifestato a voce l’intenzione di voler “collaborare” con gli inquirenti, durante l’interrogatorio di martedì non c’è stato, da parte sua, nessuno “spirito collaborativo”, sottolinea il gip nell’ordinanza. Il poliziotto ha ammesso solo “aspetti che risultavano” già acclarati nelle indagini, come di aver “alterato la scena del delitto” mettendo la pistola finta, mentre per il resto ha reso dichiarazioni non credibili su tante altre circostanze. A partire da quel colpo esploso, a suo dire, con intento solo “intimidatorio“, perché spaventato. È “ben difficile reputare“, sottolinea il giudice riferendosi alla versione del poliziotto, che quel colpo sia stato esploso “a titolo (meramente) intimidatorio, un colpo di pistola che, da distanza rilevante, attinga la vittima esattamente alla testa“. Cinturrino ha anche negato di “aver toccato il corpo” di Mansouri dopo avergli sparato e gettato ombre sul fatto che i suoi colleghi fossero “consapevoli del posizionamento della pistola” finta accanto al 28enne. Ha continuato a sostenere che il giovane marocchino “è caduto faccia in avanti” dopo essere stato colpito alla testa “e poi si è girato ma io non l’ho toccato”. “La foto è stata fatta quando sono arrivati i soccorsi, io avevo già messo la pistola – ha ribadito l’agente originario di Messina – Non ho mai toccato il corpo del Mansouri”. Per il gip ci sarebbe ben “poco da dire” sull’affermazione che un uomo con quel tipo di “ferita” alla testa possa girarsi “autonomamente in posizione supina”. Una versione che sarebbe comunque smentita da due diversi testimoni oculari (un afgano che ha assistito alla scena e il collega di Cinturrino indagato per favoreggiamento e omissione di soccorso), dalla presenza di “due gore di sangue” sul terreno del bosco di Rogoredo che non si sono “formate in un unico momento” ma in diversi “intervalli temporali”, dalle “lesioni” in testa e dalla “posizione delle gambe” e dal “fango trovato sul viso” della vittima. Elementi che dimostrerebbero che il corpo è stato “spostato” per simulare uno “sparo” in linea “frontale”, come legittima difesa, e non esploso mentre Mansouri era in “fuga” e “girato” di lato anche se “lievemente”. L’assistente capo del Commissariato Mecenate avrebbe mentito anche sulle accuse di taglieggiare spacciatori e tossicodipendenti (esterne al capo d’imputazione per omicidio e su cui sono in corso indagini) che sono state messe a verbale da alcuni frequentatori di Rogoredo e dai quattro colleghi indagati per favoreggiamento. “Smentisco ogni infamità che hanno tirato fuori”, da detto Cinturrino commentando le dichiarazioni degli altri poliziotti e ricordando di aver “fatto arresti con tutti” i colleghi che “volevano venire in macchina con me per cercare di imparare qualcosa”. Il gip però sottolinea che quelle dichiarazioni degli altri poliziotti “sui metodi adoperati nello svolgimento dell’attività d’ufficio trovano conferma in quelle rese dai frequentatori del bosco di Rogoredo”, che quei “metodi intimidatori” hanno descritto “in maniera anche dettagliata“. Gli agenti che si trovavano con lui nel boschetto di Rogoredo, sentiti dal pm come testimoni nell’immediatezza dei fatti, avevano fornito un racconto che confermava quello del assistente capo. Riconvocati, ma come indagati, lo scorso 19 febbraio, hanno corretto il tiro fornendo particolari a riscontro delle indagini. “Solo il corso delle indagini consentirà di evidenziare se possano essere ravvisabili circostanze aggravanti” nei confronti del assistente capo di Polizia a cui “provvisoriamente” è stato contestato l’omicidio volontario, scrive il gip Domenico Santoro nel provvedimento. Il giudice osserva che “non appare da trascurare, quale tema che costituirà oggetto dei dovuti approfondimenti” investigativi, quello dei rapporti tra l’agente e la vittima. Inoltre, non può “rimanere sullo sfondo il contenuto” delle testimonianze sui “metodi di intervento” di Cinturrino nelle operazioni anti spaccio. “Ulteriore profilo, questo, che ben può spiegare ragioni di contrasto fra l’indagato” e il 28enne morto. Il giudice Santoro, riguardo agli accertamenti investigativi che potrebbero peggiorare la situazione di Cinturrino e anche individuare il movente che lo ha spinto a sparare e a uccidere il giovane, valorizza le dichiarazioni dei colleghi dell’agente. Intanto ha preso avvio, in questura a Milano, il processo disciplinare per Cinturrino. Secondo quanto prevede l’iter ci sarà prima un’istruttoria, poi due consigli di disciplina e, infine, l’invio delle carte al Dipartimento di Pubblica Sicurezza per l’ultima parola sulla destituzione, che spetta al Capo della Polizia. Un procedimento che, tra tempi tecnici, di istruttoria e di consiglio, potrebbe durare un mese o anche meno. Di certo un funzionario della Questura dovrà istruire le accuse a Cinturrino, mentre un difensore, ruolo generalmente assunto dai sindacati interni, ne assumerà la difesa. La deliberazione assunta dopo i due Consigli di disciplina, in genere presieduti dal vicario del questore, verrà spedita a Vittorio Pisani per la ratifica. Il Capo della Polizia a quel punto potrà ratificare o rinviare al Consiglio di disciplina della questura di competenza. Ma viste le sue recenti dichiarazioni, la decisione sembra abbastanza evidente: ” Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito”, ha detto Pisani. L'articolo Rogoredo, Cinturrino resta in carcere. Il gip: “Nessuno spirito collaborativo”. E lui attacca i colleghi: “Da loro infamità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Milano
Carcere
Polizia
Detenuta condannata per omicidio evade dal carcere di Bollate durante un permesso premio
Doveva rientrare in carcere per scontare un permesso premio, visto che il suo fine pena era previsto nel 2023. Ma Alba Leonor Sevillano Zambrano, 42enne ecuadoriana, non è mai rientrata: era detenuta a Bollate, in provincia di Milano, dopo essere stata condannata per l’omicidio di una donna di 81 anni, commesso 15 anni fa. Alba, incinta e fidanzata con un italiano, aveva dichiarato di aver aiutato la vittima, vicina di casa dei genitori del fidanzato, a portare la spesa. Una volta in casa, aveva strangolato la donna con il suo stesso foulard. Il giorno seguente aveva preso il bancomat dell’anziana, facendo poi diversi prelievi da 500 euro al giorno in diverse filiali. I movimenti bancari fecero risalire in fretta gli inquirenti all’assassina. La detenuta era in regime di articolo 21, usufruendo da tre anni di permessi e uscite dal carcere. Il suo percorso, secondo quanto si apprende, è sempre stato contraddistinto da valutazioni positive. A dare la notizia è stato Matteo Savino, vicesegretario regionale per la Lombardia del Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Intanto proseguono le ricerche da parte della penitenziaria per ritrovare la donna. Savino definisce l’accaduto “un evento irresponsabile e gravissimo”, sottolineando, tuttavia, che il caso non deve mettere in discussione l’istituto dei permessi premio e delle ammissioni al lavoro esterno. L'articolo Detenuta condannata per omicidio evade dal carcere di Bollate durante un permesso premio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Milano
Carcere
Due detenuti morti nel carcere di Augusta, la denuncia del sindacato di polizia: “Ipotesi di overdose”
Due detenuti sono morti negli ultimi 15 giorni nel carcere di Augusta, in provincia di Siracusa. La causa, secondo le organizzazioni sindacali di polizia penitenziaria, che hanno reso nota la notizia, sarebbe overdose. Sebastiano Bongiovanni, dirigente provinciale Unione sindacati di polizia penitenziaria di Siracusa, e Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato polizia penitenziaria, denunciano le precarie condizioni di vita all’interno dei penitenziari. Bongiovanni ha dichiarato: “Il sistema penitenziario è allo sbando. Gli agenti, a causa della carenza di organico e del sovraffollamento, riescono con difficoltà a coprire i posti di servizio, con inevitabili ripercussioni sulla sicurezza”. La denuncia fa riferimento a una condizione strutturale, che riguarda non solo la casa circondariale di Augusta, ma più in generale molti penitenziari italiani, caratterizzati da numeri elevati di presenze rispetto alla capienza regolamentare e da organici ridotti. Sul caso è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Siracusa, che dovrà verificare le cause dei decessi e, nel caso di conferma dell’ipotesi di overdose, dovrà scoprire come sia potuta entrare la droga nel carcere. L'articolo Due detenuti morti nel carcere di Augusta, la denuncia del sindacato di polizia: “Ipotesi di overdose” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Droga
Cronaca Nera
Carcere
Siracusa
Sette agenti della Penitenziaria condannati per tortura per le violenze nel carcere di Torino
Si è concluso con otto condanne il processo di primo grado a carico di alcuni agenti della Polizia penitenziaria per le presunte violenze avvenute nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, denominato Le Vallette. Sette imputati sono stati condannati per il reato di tortura, uno per rivelazione di atti d’ufficio. Sei imputati sono stati invece prosciolti, tra prescrizioni e formule di non aver commesso il fatto. Il procedimento riguardava episodi che, secondo l’accusa, si sarebbero verificati tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C dell’istituto, area destinata ai detenuti ristretti per reati di natura sessuale. Le pene inflitte vanno da un minimo di due anni e otto mesi a un massimo di tre anni e quattro mesi di reclusione. Il sostituto procuratore Francesco Pelosi aveva chiesto quattordici condanne, con pene fino a sei anni di carcere. A vario titolo, gli imputati erano chiamati a rispondere dei reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio. Il Tribunale ha inoltre stabilito che alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia, dovranno risarcire le presunte vittime, l’associazione Antigone e il garante comunale, regionale e nazionale delle persone private della libertà personale. Le somme definitive saranno quantificate in un successivo giudizio civile, ma sono stati disposti risarcimenti provvisionali immediatamente esecutivi per un totale di 40mila euro. L’inchiesta era partita dalle segnalazioni dell’allora garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Gallo. Secondo l’accusa, sarebbero almeno undici le persone che avrebbero subito violenze e torture. Nel corso del processo, gli imputati, tramite i loro avvocati – tra cui Beatrice Rinaudo, Antonio Genovese, Enrico Calabrese e Antonio Mencobello – hanno sempre respinto le accuse. “Ci riserviamo di leggere le motivazioni ma è una sentenza nella quale, in punta di diritto, la fattispecie di tortura non ci sembra integrata”, ha commentato l’avvocato Antonio Genovese. Le motivazioni della sentenza sono attese per il 7 maggio. L'articolo Sette agenti della Penitenziaria condannati per tortura per le violenze nel carcere di Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Torino
Carcere
Tortura
Vasile Frumuzache aveva una lista di nomi quando ha tentato di evadere: l’ipotesi di una rete di complici
Vasile Frumuzache, guardia giurata di 33 anni che mercoledì ha tentato di evadere dal carcere Sollicciano di Firenze, aveva portato con sé una lista di nomi, indirizzi e numeri di telefono. L’appunto è stato sequestrato dall’agente che ha sventato la fuga. La lista, ora al vaglio degli inquirenti, aprirebbe la strada a un sospetto: Frumuzache avrebbe potuto contare su possibili complici, coinvolti non solo nella fuga sventata, ma anche per la possibile commissione dei femminicidi delle due escort di cui è accusato. La vicenda è emersa durante l’udienza in Corte d’assise a Firenze. Al momento il 33enne romeno è l’unico imputato per gli omicidi di Ana Maria Andrei, 27 anni, e Maria Denisa Paun di 30. Frumuzache aveva confessato l’omicidio volontario e l’occultamento di cadavere di entrambe le donne. Paun era stata decapitata nella notte tra il 15 e il 16 maggio scorsi a Prato, dopo un incontro sessuale a pagamento, mentre Andrei era scomparsa da Montecatini Terme il 1º agosto 2024 ed era poi stata ritrovata in un campo alla periferia della città. Frumuzache ha tentato l’evasione nella giornata del 4 febbraio, provando a fuggire durante l’ora d’aria. Secondo quanto riferito dal sindacato di polizia penitenziaria Osapp il tentativo di evasione sarebbe avvenuto intorno alle ore 10 e il detenuto sarebbe riuscito a scavalcare prima il muro dei passeggi e poi quello di cinta usando una corda rudimentale ricavata, pare, da lenzuola per scalare la parete. Il gesto è stato sventato dall’unico agente penitenziario di pattuglia che stava guidando nel perimetro del carcere per fare un giro di ronda. Dopodiché, il 32enne romeno è stato bloccato e riportato in cella dal poliziotto. L'articolo Vasile Frumuzache aveva una lista di nomi quando ha tentato di evadere: l’ipotesi di una rete di complici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trasformare la Sardegna in un’isola carcere: l’ideona del governo a cui la Regione si oppone fermamente
di Enza Plotino Un carcere di massima sicurezza. “The Rock”, “the Bastion”, come chiamavano gli americani la fortezza di Alcatraz, l’isola carcere istituita nel 1934 per portarvi la peggiore risma di detenuti, i criminali più efferati e che diventerà, nell’immaginario collettivo, un vero e proprio mito, associato a un luogo infernale da cui era difficile se non impossibile fuggire. Soggetto di grandi produzioni cinematografiche, Alcatraz diventerà la location per numerosi film di Hollywood. In uno di questi, il più famoso, Fuga da Alcatraz, il direttore diceva ai detenuti: “Se si infrangono le regole della società si va in prigione, se si infrangono le regole delle prigioni ti mandano da noi”. Da noi, in Italia, non c’è più un’isola di Alcatraz, ma ancora sono tanti i criminali di mafia, ‘ndrangheta, camorra, tutti rinchiusi con un numeretto: 41bis e per i quali oggi si vuole trovare una sistemazione “appropriata” e sicura. A prova di fuga. Ideona del governo: mandiamoli tutti in Sardegna. Individuate anche le tre carceri sarde, Uta, Bancali e Badu ‘e Carros, come strutture destinate al regime del 41 bis, dove trasportare i circa 240 detenuti più pericolosi. È come se i geni del governo si fossero chiesti: “dove c’è una situazione tranquilla, un posto sicuro, possibilmente un’isola e possibilmente governata dall’opposizione, in cui mettere questi criminali?” La Sardegna, ovvio! E così, indifferente all’opposizione dell’istituzione regionale sarda e alle proteste dei cittadini dei territori dove sono stati individuati i penitenziari ad hoc, il governo ha tirato dritto, incurante delle evidenze sacrosante che contrastano con la decisione dello Stato centrale. La Presidente Todde sottolinea le ricadute che una scelta di questo tipo avrebbe sull’isola: “Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna” e ribadisce che i documenti ufficiali dimostrano la fondatezza delle preoccupazioni espresse dalla Regione. Inoltre, il governo trascura, ma forse in cuor suo auspica, che il territorio adiacente ad un carcere che ospita criminali al 41bis diventi zona franca in cui famiglie mafiose, criminali assoggettati ai carcerati appartenenti a illustri famiglie ‘ndranghetiste, camorriste, stabiliscano il loro domicilio per stare più vicini ai propri cari quando va bene, per mantenere i legami e prendere ordini e pizzini quando va male. Radicalizzare un sistema criminale laddove non ha mai attecchito. “Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere”, afferma la Presidente, che conclude con un appello alla mobilitazione: “Chiedo ai sardi e alle sarde di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino”. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Trasformare la Sardegna in un’isola carcere: l’ideona del governo a cui la Regione si oppone fermamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Altro che giudici buonisti: resta in carcere una donna condannata a 30 anni, ma malata di cancro e madre di un neonato
Ma davvero i giudici assolvono e perdonano, scarcerano e liberano anche chi dovrebbe stare in cella? Lo sostengono tutto il centrodestra, i Comitati di partito d’ispirazione governativa (basta scorrere i social), deputati e senatori meloniani, forzisti e leghisti in servizio permanente effettivo. Ma a smentirli bastano i fatti. Documentati nelle sentenze a futura memoria. Un esempio? La sentenza della Cassazione di metà dicembre (la 3547) che tiene in cella, e 30 anni di pena, una donna di etnia rom recidiva per via di scippi e furti, ma col tumore al seno, pure in attesa di un intervento, e un bimbo appena nato, per giunta prematuro. Destinato a finire in gattabuia pure lui, e neppure in un Icam, gli istituiti a custodia attenuata proprio per le madri detenute con prole, visto che non è disponibile in quel di Milano, ma direttamente in galera. Ad accendere un focus sulla singolare decisione è Ilaria Giugni, docente di diritto penale alla Federico Secondo di Napoli, che ne scrive sulla rivista online Sistema penale. Dopo aver letto le sue osservazioni, ma soprattutto la super tecnica sentenza della Cassazione, vengono in mente i post filo separazione delle carriere del tipo: “Se vogliamo che i criminali stiano in galera e non vengano scarcerati dalle solite toghe rosse Sì alla riforma della giustizia”, parola di Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. O ancora: “Tanto gli danno due mesi e non si fa neanche un giorno di galera”, sempre sulla pagina Fb di FdI con il messaggio “non vorremmo più ripeterlo, scegli il Sì per cambiare”. Classici esempi di pubblicità ingannevole. Se riguardasse un prodotto commerciale verrebbe bloccata. Invece restano online, laddove le ragioni del No di Alessandro Barbero non solo sono state censurate, ma hanno subito la reprimenda di Nicolò Zanon, ex Csm in quota Forza Italia, ex vicepresidente della Consulta, oggi presidente del Comitato Sì riforma. E invece la realtà dei processi è tutt’altra. E per giunta i supremi giudici che scelgono la via del carcere in questo caso applicano di fatto pure la volontà del governo che, nel ben noto decreto Sicurezza Nordio-Piantedosi dell’anno scorso, divenuto legge a giugno in un fiume di polemiche, aveva reso facoltativo, e non più obbligatorio com’era nel codice Rocco di Mussolini, il differimento della pena per le donne incinte. Nel suo ricorso in Cassazione contro il verdetto del tribunale di sorveglianza di Milano, che aveva detto no sia al differimento della pena per la gravidanza, sia al rinvio dell’esecuzione per via del tumore al seno, la protagonista di questa storia aveva sottolineato come sia il reato che la sua condizione fisica di donna in quel momento incinta, fosse maturata “prima” del decreto stesso, quindi del tutto inapplicabile. Ma la Cassazione decide altrimenti. Come evidenzia Ilaria Giugni quando cita il passaggio della sentenza della Suprema corte sul rapporto tra la nuova legge Sicurezza e il caso della donna perché i nuovi principi “debbano trovare applicazione anche quando la ratio delle norme si giustifichi in ragione dell’esigenza di assicurare che i minori in tenera età possano godere di una relazione diretta con almeno uno dei due genitori”. Per i giudici di legittimità, commenta Giugni, con la nuova legge Sicurezza “si registra un mutamento profondo della natura della pena cui la condannata va incontro, rendendo nient’altro che un’eventualità la possibilità di rimanere ‘fuori’ durante la gravidanza”. Soprattutto perché chi chiede di scontare la pena all’esterno non ha proposto un domicilio “idoneo” e la sua storia criminale, decine di furti e 19 gravidanze, rendono necessaria la detenzione. Tutto ciò “a prescindere dall’intervenuta modifica legislativa” scrive la Cassazione che non può applicare la legge Sicurezza varata dal governo perché successiva ai fatti, ma sceglie comunque una linea severa e tiene la donna, che nel frattempo ha partorito, dietro le sbarre. Timbro di legittimità da parte della Suprema Corte sulla decisione del tribunale di sorveglianza. Tutti giudici di certo né buonisti, né di manica larga. Tutt’altro. E non va meglio neppure con la chemioterapia cui la donna dovrebbe sottoporsi. Perché anche qui la Cassazione sottoscrive la decisione assunta dal tribunale di sorveglianza in quanto “le cure chemioterapiche necessarie possono essere gestite per tre mesi, mediante traduzione in ospedale, per il tempo necessario alla somministrazione della terapia, e l’eventuale assistenza successiva può essere garantita adeguatamente dalla struttura sanitaria interna”. Cioè in carcere. La ragione? “L’elevatissima pericolosità sociale della condannata, considerato il numero ininterrotto di reati commessi anche in stato di gravidanza”. La Cassazione aggiunge che “la ricorrente è giunta, con l’ultimo nato, alla diciannovesima gravidanza, con sette parti spontanei e sette tagli cesarei”. Ed esiste pure il pericolo di fuga visto che “può contare su soggetti che abitano in Stato estero, dove si è recata durante la gravidanza, omettendo anche di sottoporsi ai controlli medici previsti per la salute propria e quella del feto”. Chiosa la giurista Giugni: “L’esito della decisione, rispetto al caso concreto, finisce così per aderire alla logica che ha animato la riforma del 2025, che ha inteso ridurre le garanzie per un tipo di autrice ritenuto irrimediabilmente pericoloso. Si spreca un’occasione per misurarsi con il contesto in cui il diritto alla salute è e può essere concretamente garantito nelle nostre carceri, al fine di meglio tutelare diritti e libertà fondamentali delle persone ristrette”. Già, ma evidentemente, in tempi di battaglia referendaria, conta la propaganda sui giudici buonisti, a prescindere dalle sentenze. L'articolo Altro che giudici buonisti: resta in carcere una donna condannata a 30 anni, ma malata di cancro e madre di un neonato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Uccise gli zii nel 2005, Guglielmo Gatti è morto in carcere da tre anni e nessuno lo sapeva. L’avvocato: “Nemmeno io”
Una telefonata in carcere per un’intervista e la risposta secca: “È morto”. Ma da tre anni. Guglielmo Gatti, l’uomo che aveva ucciso gli zii Aldo Donegani e Luisa De Leo nel 2005 in uno dei delitti più feroci della storia di Brescia, non c’è più dal 15 giugno 2023, ma nessuno lo ha mai comunicato. L’uomo stava scontando l’ergastolo nel carcere di Opera per il duplice omicidio dove era detenuto dall’8 novembre 2007 e proprio in questi giorni il Giornale di Brescia aveva richiesto un’intervista, scoprendo così la notizia di cui nessuno era a conoscenza. “Fine pena 10-06-2110” viene indicato negli atti giudiziari. E sotto: “Data uscita dal carcere 15-06-23. Motivo: decesso“. Spiazzato anche il suo storico avvocato, Luca Broli: “Non ne sapevo nulla. Voglio capire“. Gatti aveva 58 anni ed è morto un mese prima di compiere 59 anni – era nato il 21 luglio 1964 – ma non si conosce ancora la causa di morte. Era detenuto a Opera dal 2007. Risulta sepolto a Milano, al Cimitero Maggiore in una fossa senza lapide, ma con una croce e un numero di riferimento del registro dei decessi del Comune di Milano. Gatti aveva perso i genitori prima dell’estate 2005 e i parenti più vicini a lui erano appunto i due zii Aldo Donegani, 77 anni, e Luisa De Leo, 61, che abitavano al piano inferiore della sua abitazione di via Ugolini in città. Nel 2005 li uccise facendoli a pezzi in un garage, per poi abbandonare i resti tra Provaglio d’Iseo e il Passo del Vivione, dove vennero ritrovati in tempi diversi. Nel frattempo Gatti girava per le tv locali e nazionali con la foto degli zii per chiedere che fine avessero fatto. Da quanto riporta il Giornale di Brescia poi al momento dell’ingresso nel carcere milanese di Opera, non aveva indicato recapiti e neanche l’ultimo domicilio. Zero contatti con il mondo esterno, per anni è rimasto in cella da solo – per sua volontà – e frequentava soprattutto la biblioteca del penitenziario. Da agosto 2025 avrebbe potuto accedere alla semilibertà. Ma era già morto. L'articolo Uccise gli zii nel 2005, Guglielmo Gatti è morto in carcere da tre anni e nessuno lo sapeva. L’avvocato: “Nemmeno io” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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