Tentata evasione nella mattina del 4 febbraio dal carcere Sollicciano di
Firenze, dove il romeno Vasile Frumuzache, accusato degli omicidi di prostitute
fra Prato e Montecatini, ha provato a fuggire durante l’ora d’aria. Secondo
quanto riferito dal sindacato di polizia penitenziaria Osapp, il detenuto ha
tentato l’evasione verso le 10 ed “è riuscito a scavalcare prima il muro dei
passeggi e poi quello di cinta usando una corda rudimentale ricavata, pare, da
lenzuola per scalare la parete”.
Il gesto è stato sventato dall’unico agente penitenziario di pattuglia che stava
guidando nel perimetro del carcere per fare un giro di ronda. Dopodiché, il
32enne romeno è stato bloccato e riportato in cella dal poliziotto. Stando alla
ricostruzione, se Frumuzache fosse riuscito a superare completamente anche il
secondo muro, “poi avrebbe attraversato un tratto di terreno e avrebbe potuto
raggiungere e superare l’alta recinzione metallica esterna, scappando nei campi
intorno al carcere di Sollicciano”.
Frumuzache aveva confessato l’omicidio volontario e l’occultamento di cadavere
di due donne, entrambe escort: Maria Denisa Paun, 30 anni, decapitata dopo un
incontro sessuale a pagamento nella notte tra il 15 e il 16 maggio scorsi a
Prato, e Ana Maria Andrei, 28 anni, scomparsa da Montecatini Terme il 1º agosto
2024 e ritrovata in un campo alla periferia della città. A breve inizierà il
processo a suo carico per i due femminicidi.
“Pieno apprezzamento per l’operato dell’agente”, ha affermato in un comunicato
il delegato nazionale del sindacato, Canio Colangelo, che ha espresso anche
“forti perplessità sulle capacità organizzative e sulla sicurezza della
struttura che, anche in questo caso, ha dimostrato di essere una groviera”. E ha
concluso: ““Ci si domanda infatti come ha potuto un detenuto che dovrebbe essere
super sorvegliato per motivi di sicurezza e anche di incolumità rendersi autore
di una tale azione”.
L'articolo Il serial killer Vasile Frumuzache tenta di evadere dal carcere: è
accusato di aver ucciso e nascosto il corpo di due donne proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Carcere
Un detenuto di 23 anni è evaso domenica pomeriggio dalla carcere di Lodi. Il
giovane, italiano, residente con la famiglia a Sant’Angelo Lodigiano, stava
scontando pene definitive per reati contro il patrimonio decise dal Tribunale
per i Minorenni di Milano.
Lo stesso tribunale, lo scorso 12 dicembre, gli aveva revocato tutti i benefici
legati all’espiazione della condanna dopo la violazione di alcune prescrizioni,
stabilendo il trasferimento in cella a Lodi. Prima dell’arresto, il 23enne era
riuscito a sottrarsi per cinque giorni all’esecuzione del provvedimento: era
stato poi individuato all’interno di un supermercato con circa 20mila euro in
contanti. In quell’occasione aveva opposto resistenza ai militari, ma era stato
comunque bloccato.
Domenica, attorno alle 15, l’uomo si è allontanato dal penitenziario della
Cagnola scavalcando il muro di cinta. L’assenza è stata accertata poco dopo
all’interno dell’istituto e l’allarme è scattato intorno alle 17. Subito sono
partite le ricerche coordinate dalla Polizia penitenziaria, con il supporto
della Polizia di Stato e dei Carabinieri. Secondo quanto trapela, si sarebbe
trattato di un piano preparato con attenzione e portato a termine senza intoppi.
A distanza di 48 ore non ci sono sviluppi. L’imponente dispiegamento di uomini e
mezzi ha interessato gran parte del Lodigiano, con controlli estesi lungo l’asse
della strada provinciale 235 e nelle aree limitrofe a Sant’Angelo Lodigiano,
dove il ragazzo aveva abitato fino a circa un mese e mezzo fa. Il continuo
passaggio di pattuglie e veicoli di servizio ha attirato l’attenzione dei
residenti, generando timori e numerose segnalazioni. Le operazioni hanno
riguardato anche cascine isolate, case sparse e zone rurali, ritenute possibili
rifugi temporanei.
Dalle informazioni raccolte emergono diversi precedenti: lesioni personali per
episodi avvenuti in occasione di manifestazioni sportive, rapina e furto. Gli
investigatori non escludono che il fuggitivo possa aver fatto affidamento su una
rete di parenti o conoscenti presenti sul territorio, in grado di fornire
appoggio nelle prime ore successive alla fuga. Per questo motivo posti di blocco
e pattugliamenti rafforzati restano attivi, con l’obiettivo di restringere il
cerchio e rintracciare il 23enne nel più breve tempo possibile.
Foto d’archivio
L'articolo Ricerche in corso per l’evaso dal carcere di Lodi: forse ci sono
complici per la fuga del 23enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Corte d’appello di Firenze ha confermato una serie di condanne per otto
agenti della polizia penitenziaria e un’ispettrice del carcere di Sollicciano
(Firenze), accusati di torture, lesioni, falso e calunnia. I fatti risalgono al
periodo tra il 2018 e il 2020, quando i detenuti, uno di origine marocchina e
l’altro italiano, furono, secondo l’accusa, brutalmente aggrediti dagli agenti.
Inflitte pene che vanno da 5 anni e 4 mesi per una ispettrice a 3 anni e 4 mesi
per gli altri agenti coinvolti. Il verdetto ribalta il giudizio di primo grado
quando era caduta l’accusa di tortura ed erano state emesse condanne per
lesioni.
LE VIOLENZE E LE TORTURE NEL CARCERE DI SOLLICCIANO
I fatti risalgono principalmente a due episodi distinti di violenze avvenuti
all’interno del carcere fiorentino di Sollicciano. Il primo, il 27 aprile 2019,
ha coinvolto un detenuto di origine marocchina, che era stato picchiato da
almeno sette agenti penitenziari. Secondo la ricostruzione del pubblico
ministero, il detenuto sarebbe stato assalito con pugni, schiaffi e calci fino a
perdere conoscenza. Non contenti, due agenti gli sarebbero saliti sulla schiena
per ammanettarlo, quindi lo avrebbero condotto in una stanza di isolamento dove,
nudo, sarebbe rimasto per circa tre minuti. In seguito, il detenuto è stato
portato in infermeria.
L’accusa aveva sostenuto che l’ispettrice della polizia penitenziaria aveva
cercato di coprire l’aggressione, redigendo una relazione ufficiale che accusava
il marocchino di aver tentato di aggredirla sessualmente. L’indagine ha rivelato
che questo atto di copertura fosse stato messo in atto per giustificare l’uso
della violenza. La stessa ispettrice avrebbe continuato a esercitare una
condotta violenta nei confronti di altri detenuti, quando un altro detenuto
straniero sarebbe stato insultato e definito “un cammello”, con l’indicazione
che dovesse essere trattato “come un cammello”.
IL SECONDO EPISODIO
In un altro episodio risalente al dicembre 2018, un detenuto italiano fu
picchiato fino a perforarsi un timpano. Anche in questo caso, gli agenti
intervennero in modo eccessivo: il detenuto venne immobilizzato da otto agenti e
picchiato in una stanza dell’ufficio del capoposto. La violenza inflitta a
quest’ultimo detenuto si aggiungeva ai crimini compiuti in quel periodo
all’interno della struttura penitenziaria. Le indagini iniziali erano emerse
quando nel gennaio del 2021 erano scattati gli arresti.
L'articolo Violenze nel carcere di Sollicciano, in appello riconosciuta la
tortura: tra le pene più alte quella per una ispettrice proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si tratta di morte sul lavoro. L’appello del Ministero della giustizia è stato
rigettato, e la seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha
confermato la condanna a risarcire la famiglia di Salvatore Antonio Monda, morto
nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni. L’uomo aveva 44 anni ed era un agente
di polizia penitenziaria: la causa del suo male è stato il fumo passivo
respirato in vent’anni di servizio nelle carceri di Milano, Taranto e Lecce.
I giudici hanno riconosciuto alla famiglia un risarcimento di circa 1 milione di
euro: un danno patrimoniale da più di 647mila e “il danno da perdita del
rapporto parentale” pari a 294mila. Quest’ultimo tiene conto dell’età e della
situazione familiare della vittima al momento della morte: Monda aveva tre figli
minorenni.
Nella sentenza viene sottolineato che “l’amministrazione penitenziaria era
tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei
propri dipendenti a fumo passivo”. La mancanza di tutele alla salute, infatti,
“integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul
datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale”.
Il Sindacato di polizia penitenziaria ha seguito la famiglia di Monda nel corso
del processo. Il segretario Federico Pilagatti ha dichiarato: “Il fumo passivo
rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente
decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori”. E
ha sottolineato come la sentenza “ha segnato uno spartiacque da cui non si
poteva più tornare indietro”, trattandosi del primo caso in Europa.
L'articolo Agente penitenziario morto per fumo passivo: ministero condannato a
risarcire la famiglia. Sappe: “Sentenza spartiacque” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Sono sempre positiva, cerco sempre di avere un sorriso sul volto, a volte vero,
altre forzato” ha raccontato Martina Colombari, ospite di Silvia Toffanin a
“Verissimo”. L’attrice si è soffermata sul figlio Achille Costacurta. Il ragazzo
soffre di problemi neuro degenerativi, diagnosticati dopo 7 Tso. Il giovane,
figlio di Martina e Alessandro Costacurta, ha scontato oltre un anno di carcere
per spaccio di droga: lì, Achille ha tentato il suicidio bevendo 7 bottiglie di
metadone. Colombari ha parlato del periodo complicato: “Sono stati periodi
difficili, non sono una madre coraggio. Ho fatto ciò che ogni madre avrebbe
fatto, ho cercato di tenerlo per mano”. E ancora: “L’obiettivo è mettere tuo
figlio in sicurezza, fortunatamente è stato bloccato in questo modo. Rischiava
di farsi male e farlo agli altri. È stato un periodo duro”. Attualmente, tra
madre e figlio c’è un bel rapporto, come svelato da Colombari: “Il nostro
rapporto è migliorato, sono orgogliosa di essere la sua mamma“.
Nelle difficoltà, Martina Colombari ha potuto contare sull’appoggio del marito
Alessandro. A breve i due festeggeranno i 30 anni di relazione. L’ex Miss Italia
ha raccontato così il loro amore: “Siamo molto diversi, ma se duriamo c’è amore.
C’è stata una crisi al settimo anno, ci siamo allontanati, ma siamo tornati
insieme. La vita di coppia va coltivata. Certo, se due persone non sono felici
insieme fanno bene a separarsi. Noi non abbiamo mai dovuto affrontare questo
tema. Le difficoltà di Achille ci hanno unito, in quel momento siamo stati l’uno
il supporto dell’altro”. Colombari ha concluso facendo un augurio a sé stessa:
“Mi auguro di avere il sorriso sul volto, un viso che sorride conta tanto.
Ognuno nella vita merita almeno un periodo di serenità. La vita è tutta una
sorpresa, e forse anche questo è il bello”.
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L'articolo “Mio figlio ha tentato il suicidio in carcere bevendo sette bottiglie
di metadone. Sono stati periodi difficili”: così Martina Colombari a “Verissimo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato
un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È
quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere
Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha
sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso
cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di
un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di
disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse
pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”.
La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5
un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui
ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la
cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento
dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in
simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante
Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi
condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza
e resistenza a pubblico ufficiale.
Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni
dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap
avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo
identificato. Come? “L’Amministrazione – si legge nel provvedimento – è stata
messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte
dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della
voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il
volto”.
Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa
“esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la
sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse
alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo
avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto
conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e
dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di
malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato.
Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene
prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il
sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate
manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo
nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse
collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio
all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica,
in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una
nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha
espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta
un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e
responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la
libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da
ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo
un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento
dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di
Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è
attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti
feriti a seguito di aggressioni o disordini.
L'articolo Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri,
agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in
calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo
avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il
secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a
livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la
criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a
lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato
di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di
dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra
all’immigrazione.
Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della
campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto
che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della
forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione
pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso
i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di
affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle
vere questioni.
Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo
di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo
al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il
titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla
libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce
(Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario
sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle
Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla
maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei
principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e
dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale.
Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato
autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la
possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il
cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna
supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da
stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e
poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è
soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme
annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati
quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un
dovere.
Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto
copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo
giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo
trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione
penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è
recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body
cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere
ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una
videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i
poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci
insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili
videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare
su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio
piacimento.
Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di
questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora
si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di
vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna
supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi
da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure
introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito,
pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora
ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della
non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni
famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non
accompagnati.
È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a
redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di
allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto
riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della
Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli
asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel
respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati,
affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare.
L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo
della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto
vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si
divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi
ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul
fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti,
paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro
democratico.
L'articolo Ecco lo Stato autoritario di Meloni: mano libera ai poliziotti e
diritti rispettati solo se non sei straniero proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il primo suicidio in carcere nel 2026 è avvenuto nel giorno dell’Epifania nella
casa circondariale di Cremona dove a dicembre si era già tolto la vita un
educatore. Franco Pettineo, 52 anni, detenuto in attesa di giudizio per il
femminicidio della compagna Sabrina Baldini Paleni, 56 anni, uccisa il 13 marzo
dello scorso anno nella loro abitazione di Lambrinia di Chignolo Po (Pavia), ha
scelto di impiccarsi nella sua cella. L’uomo, interrogato dopo aver tentato la
fuga, aveva confessato di aver ucciso la compagna strangolandola.
Il cappellano don Roberto Musa, interpellato da ilfattoquotidiano.it, ha
dichiarato: “Quanto accaduto ci coinvolge. Forse io stesso non sono stato in
grado di dedicargli il tempo di cui avrebbe avuto bisogno. Non siamo riusciti a
cogliere eventuali segni di disagio che magari ha fatto trapelare prima di
arrivare a questa decisione”. Per il prete che da anni si dedica quasi a tempo
pieno a coloro che stanno dietro le sbarre il problema nelle carceri è legato
alla solitudine, alla carenza di personale nell’area trattamentale e alla
mancanza di progettualità per la fase post detenzione: “Il sovraffollamento non
è sinonimo di compagnia. C’è la fatica quotidiana di elaborare quanto è
accaduto, di comprendere il vissuto”.
La situazione del carcere di Cremona è allarmante secondo Gennarino De Fazio,
segretario generale della Uilpa: “A Cremona 606 detenuti sono stipati in 384
posti (+58%), la mancanza di agenti, appena 208 quando ne necessiterebbero
almeno 335 (-38%), le deficienze strutturali e infrastrutturali, le carenze
sanitarie, le difficoltà organizzative, ma anche politiche gestionali non
garantiscono una guida certa. Da anni in quella casa circondariale mancano sia
il direttore sia il comandante titolari, circostanza che, al netto della
dedizione e delle indubbie capacità degli attuali facenti funzioni, non consente
una progettazione di ampio respiro e, inevitabilmente, imprime un senso di
precarietà complessiva”. Anche il cappellano riconosce la carenza di personale
ma aggiunge: “Anche se ci fossero il doppio degli agenti chi in carcere vuole
compiere un gesto così trova il modo e il tempo per farlo. Spesso sono stati i
compagni di cella a scongiurare una tragica fine perché solo loro conoscono i
tormenti che si consumano nelle ore passate dietro la porta blindata”.
La prossima settimana Pettineo sarebbe dovuto comparire nuovamente davanti alla
Corte d’assise di Pavia per il processo in corso. Il 2025 si era concluso con 78
ristretti e quattro operatori che si sono suicidati. Il 2026 si apre con un
nuovo suicidio.
L'articolo Strangolò la compagna, il 52enne Franco Pettineo si uccide in carcere
a Cremona proviene da Il Fatto Quotidiano.
Strano, ma vero. La libertà per alcuni è insostenibile o molto difficile. È la
storia, raccolta dal Daily Star, del 54enne Iain Macpherson, 54enne originario
di Harrow (Londra), che è stato condannato a due ergastoli con un minimo di 12
anni per reati tra cui omicidio nel febbraio 1992. Alla Central Crown Court di
Londra, Iain si è dichiarato non colpevole di due capi d’accusa per omicidio e
un tentato omicidio, pur ammettendo di aver commesso rapina e furto con scasso.
L’uomo ha scontato 22 anni di carcere ed è uscito di galera nel 2014, ma ha
rivelato a sorpresa che preferirebbe tornare in carcere piuttosto che affrontare
le difficoltà di trovare un lavoro o un alloggio fuori.
Ha inizialmente ha alloggiato in un ostello a Ealing, destinato ad aiutare gli
ex detenuti a reintegrarsi nella società, prima di trasferirsi a Bedford con la
sua allora fidanzata. Nonostante abbia trascorso tre anni a cercare lavoro come
come addetto alle ristrutturazioni di case e come personal trainer attraverso
otto centri per l’impiego, Iain non ha avuto successo.
“La prigione è orribile e il cibo è disgustoso, – ha affermato ma almeno avrei
un tetto sopra la testa. Per me è insostenibile nel mondo reale: sono un peso
enorme per la famiglia, gli amici e il mio fragile conto in banca. Almeno in
prigione avrei un alloggio sicuro e accesso all’assistenza legale. È impossibile
qui fuori, a meno che non abbia commesso un reato e non sono disposto a
oltrepassare quel limite. Nessuno vuole perdere la propria libertà, ma con un
avvocato e meno stress potrei arrivare da qualche parte. Se hai precedenti
penali come questi, non puoi sfuggirgli, non importa quanto tempo sia passato.
Quando le persone lo scoprono, te lo leggi negli occhi: quel momento mette fine
alla relazione che avevi”.
E ancora: “Cercherei un lavoro e direi di avere una condanna, ma non appena
scoprono che la mia condanna è per omicidio, sarebbe finita: niente lavoro. È
impossibile, quindi ho chiesto al mio agente di sorveglianza di richiamarmi, ma
mi hanno detto di no”.
L’uomo ha affermato anche che uno degli impiegati del centro gli avrebbe
addirittura suggerito che “non aveva senso” candidarsi a causa dei suoi
precedenti penali, e i suoi tentativi di mettersi in proprio sono stati
ostacolati da un’assicurazione auto troppo costosa. Dopo aver rotto con la sua
ragazza, Iain ha iniziato a dormire su un divano letto nell’appartamento della
madre nell’Hertfordshire alla fine del 2016. Ad aggravare il quadro generale
l’ansia e il mal di schiena gli hanno reso ancora più difficile trovare lavoro.
Nel 2023, ha dovuto lasciare la casa della madre e ora dorme sui divani degli
amici oppure in hotel, dilapidando così i suoi pochi risparmi. Nonostante odi il
periodo trascorso dietro le sbarre, Iain ha espresso il desiderio di tornare in
prigione solo per avere un tetto sopra la testa. Attualmente disoccupato e
residente a Hertford, nell’Hertfordshire, ha dichiarato: “Sarebbe più facile
tornare dentro, ma senza dover commettere alcun reato”.
L'articolo “Ho passato 22 anni in prigione per omicidio, ma ora che sono libero
voglio tornare dentro. La vita fuori è impossibile”: l’incredibile storia di
Iain Macpherson proviene da Il Fatto Quotidiano.
Accusato di essere un narcotrafficante, tra le celle potrebbe incrociare il boss
dei cartelli messicani. Il Metropolitan detention center di Brooklyn è il
carcere federale in cui è stato condotto il presidente venezuelano Nicolás
Maduro, in attesa del processo dopo la cattura da parte degli Stati Uniti. La
struttura, secondo quanto riferiscono le agenzie, è destinata a ospitare anche
la moglie Cilia Flores fino alla comparizione davanti a un giudice per
rispondere delle accuse, tra cui quella di narcoterrorismo.
Ex funzionari del Bureau of prisons, agenzia che si occupa della gestione del
sistema carcerario federale, confermano che l’istituto ha “sostanziale
esperienza” con imputati di alto profilo. Per Maduro è previsto un iniziale
isolamento in una special housing unit, seguita da un trasferimento in un’unità
speciale condivisa con altri vip.
La prigione di Brooklyn, infatti, è nota per aver ospitato nel tempo detenuti
famosi. Tra questi il rapper Sean Combs aka Puff Daddy, rimasto all’Mdc per poco
più di un anno prima di essere condannato a ottobre a oltre quattro anni di
carcere federale e trasferito in New Jersey. Sempre nella stessa struttura è
detenuto Luigi Mangione, il ventisettenne accusato di aver sparato e ucciso
l’amministratore delegato di UnitedHealthcare, Brian Thompson.
A scontare la pena lì è anche Sam Bankman-Fried, cofondatore della piattaforma
di criptovalute Ftx, condannato a 25 anni di carcere per frode. L’elenco dei
detenuti celebri comprende inoltre il famigerato narcotrafficante messicano
Joaquin “El Chapo” Guzman e l’imprenditrice Ghislaine Maxwell, legata al
finanziere Jeffrey Epstein.
Oltre per i suoi ospiti di spicco, il Metropolitan detention center è
tristemente famoso per le sue condizioni: una struttura definita “disumana, non
sicura e insalubre”. Un giudizio ribadito anche dall’analista John Miller alla
Cnn, secondo cui la coppia “non avrà una suite da luna di miele”. All’esterno
della struttura, folle di venezuelani hanno festeggiato con applausi e bandiere
l’arresto del deposto leader di Caracas.
L'articolo Nicolas Maduro in carcere con El Chapo, Luigi Mangione e Ghislaine
Maxwell. Per lui iniziale isolamento proviene da Il Fatto Quotidiano.