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Il serial killer Vasile Frumuzache tenta di evadere dal carcere: è accusato di aver ucciso e nascosto il corpo di due donne
Tentata evasione nella mattina del 4 febbraio dal carcere Sollicciano di Firenze, dove il romeno Vasile Frumuzache, accusato degli omicidi di prostitute fra Prato e Montecatini, ha provato a fuggire durante l’ora d’aria. Secondo quanto riferito dal sindacato di polizia penitenziaria Osapp, il detenuto ha tentato l’evasione verso le 10 ed “è riuscito a scavalcare prima il muro dei passeggi e poi quello di cinta usando una corda rudimentale ricavata, pare, da lenzuola per scalare la parete”. Il gesto è stato sventato dall’unico agente penitenziario di pattuglia che stava guidando nel perimetro del carcere per fare un giro di ronda. Dopodiché, il 32enne romeno è stato bloccato e riportato in cella dal poliziotto. Stando alla ricostruzione, se Frumuzache fosse riuscito a superare completamente anche il secondo muro, “poi avrebbe attraversato un tratto di terreno e avrebbe potuto raggiungere e superare l’alta recinzione metallica esterna, scappando nei campi intorno al carcere di Sollicciano”. Frumuzache aveva confessato l’omicidio volontario e l’occultamento di cadavere di due donne, entrambe escort: Maria Denisa Paun, 30 anni, decapitata dopo un incontro sessuale a pagamento nella notte tra il 15 e il 16 maggio scorsi a Prato, e Ana Maria Andrei, 28 anni, scomparsa da Montecatini Terme il 1º agosto 2024 e ritrovata in un campo alla periferia della città. A breve inizierà il processo a suo carico per i due femminicidi. “Pieno apprezzamento per l’operato dell’agente”, ha affermato in un comunicato il delegato nazionale del sindacato, Canio Colangelo, che ha espresso anche “forti perplessità sulle capacità organizzative e sulla sicurezza della struttura che, anche in questo caso, ha dimostrato di essere una groviera”. E ha concluso: ““Ci si domanda infatti come ha potuto un detenuto che dovrebbe essere super sorvegliato per motivi di sicurezza e anche di incolumità rendersi autore di una tale azione”. L'articolo Il serial killer Vasile Frumuzache tenta di evadere dal carcere: è accusato di aver ucciso e nascosto il corpo di due donne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ricerche in corso per l’evaso dal carcere di Lodi: forse ci sono complici per la fuga del 23enne
Un detenuto di 23 anni è evaso domenica pomeriggio dalla carcere di Lodi. Il giovane, italiano, residente con la famiglia a Sant’Angelo Lodigiano, stava scontando pene definitive per reati contro il patrimonio decise dal Tribunale per i Minorenni di Milano. Lo stesso tribunale, lo scorso 12 dicembre, gli aveva revocato tutti i benefici legati all’espiazione della condanna dopo la violazione di alcune prescrizioni, stabilendo il trasferimento in cella a Lodi. Prima dell’arresto, il 23enne era riuscito a sottrarsi per cinque giorni all’esecuzione del provvedimento: era stato poi individuato all’interno di un supermercato con circa 20mila euro in contanti. In quell’occasione aveva opposto resistenza ai militari, ma era stato comunque bloccato. Domenica, attorno alle 15, l’uomo si è allontanato dal penitenziario della Cagnola scavalcando il muro di cinta. L’assenza è stata accertata poco dopo all’interno dell’istituto e l’allarme è scattato intorno alle 17. Subito sono partite le ricerche coordinate dalla Polizia penitenziaria, con il supporto della Polizia di Stato e dei Carabinieri. Secondo quanto trapela, si sarebbe trattato di un piano preparato con attenzione e portato a termine senza intoppi. A distanza di 48 ore non ci sono sviluppi. L’imponente dispiegamento di uomini e mezzi ha interessato gran parte del Lodigiano, con controlli estesi lungo l’asse della strada provinciale 235 e nelle aree limitrofe a Sant’Angelo Lodigiano, dove il ragazzo aveva abitato fino a circa un mese e mezzo fa. Il continuo passaggio di pattuglie e veicoli di servizio ha attirato l’attenzione dei residenti, generando timori e numerose segnalazioni. Le operazioni hanno riguardato anche cascine isolate, case sparse e zone rurali, ritenute possibili rifugi temporanei. Dalle informazioni raccolte emergono diversi precedenti: lesioni personali per episodi avvenuti in occasione di manifestazioni sportive, rapina e furto. Gli investigatori non escludono che il fuggitivo possa aver fatto affidamento su una rete di parenti o conoscenti presenti sul territorio, in grado di fornire appoggio nelle prime ore successive alla fuga. Per questo motivo posti di blocco e pattugliamenti rafforzati restano attivi, con l’obiettivo di restringere il cerchio e rintracciare il 23enne nel più breve tempo possibile. Foto d’archivio L'articolo Ricerche in corso per l’evaso dal carcere di Lodi: forse ci sono complici per la fuga del 23enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenze nel carcere di Sollicciano, in appello riconosciuta la tortura: tra le pene più alte quella per una ispettrice
La Corte d’appello di Firenze ha confermato una serie di condanne per otto agenti della polizia penitenziaria e un’ispettrice del carcere di Sollicciano (Firenze), accusati di torture, lesioni, falso e calunnia. I fatti risalgono al periodo tra il 2018 e il 2020, quando i detenuti, uno di origine marocchina e l’altro italiano, furono, secondo l’accusa, brutalmente aggrediti dagli agenti. Inflitte pene che vanno da 5 anni e 4 mesi per una ispettrice a 3 anni e 4 mesi per gli altri agenti coinvolti. Il verdetto ribalta il giudizio di primo grado quando era caduta l’accusa di tortura ed erano state emesse condanne per lesioni. LE VIOLENZE E LE TORTURE NEL CARCERE DI SOLLICCIANO I fatti risalgono principalmente a due episodi distinti di violenze avvenuti all’interno del carcere fiorentino di Sollicciano. Il primo, il 27 aprile 2019, ha coinvolto un detenuto di origine marocchina, che era stato picchiato da almeno sette agenti penitenziari. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, il detenuto sarebbe stato assalito con pugni, schiaffi e calci fino a perdere conoscenza. Non contenti, due agenti gli sarebbero saliti sulla schiena per ammanettarlo, quindi lo avrebbero condotto in una stanza di isolamento dove, nudo, sarebbe rimasto per circa tre minuti. In seguito, il detenuto è stato portato in infermeria. L’accusa aveva sostenuto che l’ispettrice della polizia penitenziaria aveva cercato di coprire l’aggressione, redigendo una relazione ufficiale che accusava il marocchino di aver tentato di aggredirla sessualmente. L’indagine ha rivelato che questo atto di copertura fosse stato messo in atto per giustificare l’uso della violenza. La stessa ispettrice avrebbe continuato a esercitare una condotta violenta nei confronti di altri detenuti, quando un altro detenuto straniero sarebbe stato insultato e definito “un cammello”, con l’indicazione che dovesse essere trattato “come un cammello”. IL SECONDO EPISODIO In un altro episodio risalente al dicembre 2018, un detenuto italiano fu picchiato fino a perforarsi un timpano. Anche in questo caso, gli agenti intervennero in modo eccessivo: il detenuto venne immobilizzato da otto agenti e picchiato in una stanza dell’ufficio del capoposto. La violenza inflitta a quest’ultimo detenuto si aggiungeva ai crimini compiuti in quel periodo all’interno della struttura penitenziaria. Le indagini iniziali erano emerse quando nel gennaio del 2021 erano scattati gli arresti. L'articolo Violenze nel carcere di Sollicciano, in appello riconosciuta la tortura: tra le pene più alte quella per una ispettrice proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Agente penitenziario morto per fumo passivo: ministero condannato a risarcire la famiglia. Sappe: “Sentenza spartiacque”
Si tratta di morte sul lavoro. L’appello del Ministero della giustizia è stato rigettato, e la seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha confermato la condanna a risarcire la famiglia di Salvatore Antonio Monda, morto nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni. L’uomo aveva 44 anni ed era un agente di polizia penitenziaria: la causa del suo male è stato il fumo passivo respirato in vent’anni di servizio nelle carceri di Milano, Taranto e Lecce. I giudici hanno riconosciuto alla famiglia un risarcimento di circa 1 milione di euro: un danno patrimoniale da più di 647mila e “il danno da perdita del rapporto parentale” pari a 294mila. Quest’ultimo tiene conto dell’età e della situazione familiare della vittima al momento della morte: Monda aveva tre figli minorenni. Nella sentenza viene sottolineato che “l’amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo”. La mancanza di tutele alla salute, infatti, “integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale”. Il Sindacato di polizia penitenziaria ha seguito la famiglia di Monda nel corso del processo. Il segretario Federico Pilagatti ha dichiarato: “Il fumo passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori”. E ha sottolineato come la sentenza “ha segnato uno spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro”, trattandosi del primo caso in Europa. L'articolo Agente penitenziario morto per fumo passivo: ministero condannato a risarcire la famiglia. Sappe: “Sentenza spartiacque” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mio figlio ha tentato il suicidio in carcere bevendo sette bottiglie di metadone. Sono stati periodi difficili”: così Martina Colombari a “Verissimo”
“Sono sempre positiva, cerco sempre di avere un sorriso sul volto, a volte vero, altre forzato” ha raccontato Martina Colombari, ospite di Silvia Toffanin a “Verissimo”. L’attrice si è soffermata sul figlio Achille Costacurta. Il ragazzo soffre di problemi neuro degenerativi, diagnosticati dopo 7 Tso. Il giovane, figlio di Martina e Alessandro Costacurta, ha scontato oltre un anno di carcere per spaccio di droga: lì, Achille ha tentato il suicidio bevendo 7 bottiglie di metadone. Colombari ha parlato del periodo complicato: “Sono stati periodi difficili, non sono una madre coraggio. Ho fatto ciò che ogni madre avrebbe fatto, ho cercato di tenerlo per mano”. E ancora: “L’obiettivo è mettere tuo figlio in sicurezza, fortunatamente è stato bloccato in questo modo. Rischiava di farsi male e farlo agli altri. È stato un periodo duro”. Attualmente, tra madre e figlio c’è un bel rapporto, come svelato da Colombari: “Il nostro rapporto è migliorato, sono orgogliosa di essere la sua mamma“. Nelle difficoltà, Martina Colombari ha potuto contare sull’appoggio del marito Alessandro. A breve i due festeggeranno i 30 anni di relazione. L’ex Miss Italia ha raccontato così il loro amore: “Siamo molto diversi, ma se duriamo c’è amore. C’è stata una crisi al settimo anno, ci siamo allontanati, ma siamo tornati insieme. La vita di coppia va coltivata. Certo, se due persone non sono felici insieme fanno bene a separarsi. Noi non abbiamo mai dovuto affrontare questo tema. Le difficoltà di Achille ci hanno unito, in quel momento siamo stati l’uno il supporto dell’altro”. Colombari ha concluso facendo un augurio a sé stessa: “Mi auguro di avere il sorriso sul volto, un viso che sorride conta tanto. Ognuno nella vita merita almeno un periodo di serenità. La vita è tutta una sorpresa, e forse anche questo è il bello”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Verissimo (@verissimotv) L'articolo “Mio figlio ha tentato il suicidio in carcere bevendo sette bottiglie di metadone. Sono stati periodi difficili”: così Martina Colombari a “Verissimo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento
Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”. La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5 un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo identificato. Come? “L’Amministrazione – si legge nel provvedimento – è stata messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il volto”. Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa “esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato. Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica, in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti feriti a seguito di aggressioni o disordini. L'articolo Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ecco lo Stato autoritario di Meloni: mano libera ai poliziotti e diritti rispettati solo se non sei straniero
Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione. Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni. Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale. Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere. Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento. Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati. È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare. L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico. 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Strangolò la compagna, il 52enne Franco Pettineo si uccide in carcere a Cremona
Il primo suicidio in carcere nel 2026 è avvenuto nel giorno dell’Epifania nella casa circondariale di Cremona dove a dicembre si era già tolto la vita un educatore. Franco Pettineo, 52 anni, detenuto in attesa di giudizio per il femminicidio della compagna Sabrina Baldini Paleni, 56 anni, uccisa il 13 marzo dello scorso anno nella loro abitazione di Lambrinia di Chignolo Po (Pavia), ha scelto di impiccarsi nella sua cella. L’uomo, interrogato dopo aver tentato la fuga, aveva confessato di aver ucciso la compagna strangolandola. Il cappellano don Roberto Musa, interpellato da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato: “Quanto accaduto ci coinvolge. Forse io stesso non sono stato in grado di dedicargli il tempo di cui avrebbe avuto bisogno. Non siamo riusciti a cogliere eventuali segni di disagio che magari ha fatto trapelare prima di arrivare a questa decisione”. Per il prete che da anni si dedica quasi a tempo pieno a coloro che stanno dietro le sbarre il problema nelle carceri è legato alla solitudine, alla carenza di personale nell’area trattamentale e alla mancanza di progettualità per la fase post detenzione: “Il sovraffollamento non è sinonimo di compagnia. C’è la fatica quotidiana di elaborare quanto è accaduto, di comprendere il vissuto”. La situazione del carcere di Cremona è allarmante secondo Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa: “A Cremona 606 detenuti sono stipati in 384 posti (+58%), la mancanza di agenti, appena 208 quando ne necessiterebbero almeno 335 (-38%), le deficienze strutturali e infrastrutturali, le carenze sanitarie, le difficoltà organizzative, ma anche politiche gestionali non garantiscono una guida certa. Da anni in quella casa circondariale mancano sia il direttore sia il comandante titolari, circostanza che, al netto della dedizione e delle indubbie capacità degli attuali facenti funzioni, non consente una progettazione di ampio respiro e, inevitabilmente, imprime un senso di precarietà complessiva”. Anche il cappellano riconosce la carenza di personale ma aggiunge: “Anche se ci fossero il doppio degli agenti chi in carcere vuole compiere un gesto così trova il modo e il tempo per farlo. Spesso sono stati i compagni di cella a scongiurare una tragica fine perché solo loro conoscono i tormenti che si consumano nelle ore passate dietro la porta blindata”. La prossima settimana Pettineo sarebbe dovuto comparire nuovamente davanti alla Corte d’assise di Pavia per il processo in corso. Il 2025 si era concluso con 78 ristretti e quattro operatori che si sono suicidati. Il 2026 si apre con un nuovo suicidio. L'articolo Strangolò la compagna, il 52enne Franco Pettineo si uccide in carcere a Cremona proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho passato 22 anni in prigione per omicidio, ma ora che sono libero voglio tornare dentro. La vita fuori è impossibile”: l’incredibile storia di Iain Macpherson
Strano, ma vero. La libertà per alcuni è insostenibile o molto difficile. È la storia, raccolta dal Daily Star, del 54enne Iain Macpherson, 54enne originario di Harrow (Londra), che è stato condannato a due ergastoli con un minimo di 12 anni per reati tra cui omicidio nel febbraio 1992. Alla Central Crown Court di Londra, Iain si è dichiarato non colpevole di due capi d’accusa per omicidio e un tentato omicidio, pur ammettendo di aver commesso rapina e furto con scasso. L’uomo ha scontato 22 anni di carcere ed è uscito di galera nel 2014, ma ha rivelato a sorpresa che preferirebbe tornare in carcere piuttosto che affrontare le difficoltà di trovare un lavoro o un alloggio fuori. Ha inizialmente ha alloggiato in un ostello a Ealing, destinato ad aiutare gli ex detenuti a reintegrarsi nella società, prima di trasferirsi a Bedford con la sua allora fidanzata. Nonostante abbia trascorso tre anni a cercare lavoro come come addetto alle ristrutturazioni di case e come personal trainer attraverso otto centri per l’impiego, Iain non ha avuto successo. “La prigione è orribile e il cibo è disgustoso, – ha affermato ma almeno avrei un tetto sopra la testa. Per me è insostenibile nel mondo reale: sono un peso enorme per la famiglia, gli amici e il mio fragile conto in banca. Almeno in prigione avrei un alloggio sicuro e accesso all’assistenza legale. È impossibile qui fuori, a meno che non abbia commesso un reato e non sono disposto a oltrepassare quel limite. Nessuno vuole perdere la propria libertà, ma con un avvocato e meno stress potrei arrivare da qualche parte. Se hai precedenti penali come questi, non puoi sfuggirgli, non importa quanto tempo sia passato. Quando le persone lo scoprono, te lo leggi negli occhi: quel momento mette fine alla relazione che avevi”. E ancora: “Cercherei un lavoro e direi di avere una condanna, ma non appena scoprono che la mia condanna è per omicidio, sarebbe finita: niente lavoro. È impossibile, quindi ho chiesto al mio agente di sorveglianza di richiamarmi, ma mi hanno detto di no”. L’uomo ha affermato anche che uno degli impiegati del centro gli avrebbe addirittura suggerito che “non aveva senso” candidarsi a causa dei suoi precedenti penali, e i suoi tentativi di mettersi in proprio sono stati ostacolati da un’assicurazione auto troppo costosa. Dopo aver rotto con la sua ragazza, Iain ha iniziato a dormire su un divano letto nell’appartamento della madre nell’Hertfordshire alla fine del 2016. Ad aggravare il quadro generale l’ansia e il mal di schiena gli hanno reso ancora più difficile trovare lavoro. Nel 2023, ha dovuto lasciare la casa della madre e ora dorme sui divani degli amici oppure in hotel, dilapidando così i suoi pochi risparmi. Nonostante odi il periodo trascorso dietro le sbarre, Iain ha espresso il desiderio di tornare in prigione solo per avere un tetto sopra la testa. Attualmente disoccupato e residente a Hertford, nell’Hertfordshire, ha dichiarato: “Sarebbe più facile tornare dentro, ma senza dover commettere alcun reato”. L'articolo “Ho passato 22 anni in prigione per omicidio, ma ora che sono libero voglio tornare dentro. La vita fuori è impossibile”: l’incredibile storia di Iain Macpherson proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nicolas Maduro in carcere con El Chapo, Luigi Mangione e Ghislaine Maxwell. Per lui iniziale isolamento
Accusato di essere un narcotrafficante, tra le celle potrebbe incrociare il boss dei cartelli messicani. Il Metropolitan detention center di Brooklyn è il carcere federale in cui è stato condotto il presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo dopo la cattura da parte degli Stati Uniti. La struttura, secondo quanto riferiscono le agenzie, è destinata a ospitare anche la moglie Cilia Flores fino alla comparizione davanti a un giudice per rispondere delle accuse, tra cui quella di narcoterrorismo. Ex funzionari del Bureau of prisons, agenzia che si occupa della gestione del sistema carcerario federale, confermano che l’istituto ha “sostanziale esperienza” con imputati di alto profilo. Per Maduro è previsto un iniziale isolamento in una special housing unit, seguita da un trasferimento in un’unità speciale condivisa con altri vip. La prigione di Brooklyn, infatti, è nota per aver ospitato nel tempo detenuti famosi. Tra questi il rapper Sean Combs aka Puff Daddy, rimasto all’Mdc per poco più di un anno prima di essere condannato a ottobre a oltre quattro anni di carcere federale e trasferito in New Jersey. Sempre nella stessa struttura è detenuto Luigi Mangione, il ventisettenne accusato di aver sparato e ucciso l’amministratore delegato di UnitedHealthcare, Brian Thompson. A scontare la pena lì è anche Sam Bankman-Fried, cofondatore della piattaforma di criptovalute Ftx, condannato a 25 anni di carcere per frode. L’elenco dei detenuti celebri comprende inoltre il famigerato narcotrafficante messicano Joaquin “El Chapo” Guzman e l’imprenditrice Ghislaine Maxwell, legata al finanziere Jeffrey Epstein. Oltre per i suoi ospiti di spicco, il Metropolitan detention center è tristemente famoso per le sue condizioni: una struttura definita “disumana, non sicura e insalubre”. Un giudizio ribadito anche dall’analista John Miller alla Cnn, secondo cui la coppia “non avrà una suite da luna di miele”. All’esterno della struttura, folle di venezuelani hanno festeggiato con applausi e bandiere l’arresto del deposto leader di Caracas. L'articolo Nicolas Maduro in carcere con El Chapo, Luigi Mangione e Ghislaine Maxwell. Per lui iniziale isolamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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