Tutti contro l’emendamento Pogliese, che promette di cancellare gli stipendi
arretrati dovuti ai lavoratori sottopagati. La norma entrata nelle legge di
Bilancio, dopo il tentativo fallito di inserirla nel decreto Ilva, fa infuriare
la Cgil. La segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli parla di “un nuovo e
grave attacco ai diritti dei lavoratori da parte del governo” con cui, “senza
alcun confronto con le organizzazioni sindacali, si tenta di rendere più
difficile la tutela dei salari e il recupero dei crediti retributivi”
Il segretario generale, Maurizio Landini, parlando con Repubblica aveva definito
la norma “ennesima cattiveria contro i lavoratori che perdono il diritto agli
arretrati quando un giudice stabilisce che la loro retribuzione è troppo bassa.
Una norma che non c’entra nulla con la finanziaria, ha un profilo di
incostituzionalità e di cui chiediamo il ritiro immediato”.
Dal Partito democratico, la vicepresidente Chiara Gribaudo attacca: “Non solo
non vogliono il salario minimo e aumentano senza ammetterlo l’età pensionabile,
ma privano anche i lavoratori e le lavoratrici delle retribuzioni dovute,
cercando di far passare emendamenti nella Manovra che, invece di aumentare
tutele e diritti, ne tolgono”.
Il leader M5s Giuseppe Conte in un post su Facebook accusa la maggioranza di
aver “infilato nella manovra, col favore delle tenebre e la confusione dei
litigi interni alla maggioranza, una norma vergognosa che calpesta e penalizza i
lavoratori sottopagati, che avevamo già stoppato in estate”. E ancora: “Sono gli
stessi del no al salario minimo legale e a tutte le nostre proposte per
aumentare gli stipendi dei lavoratori e aiutare i cassintegrati davanti al
crollo del potere d’acquisto. Sono gli stessi che aumentano i rimborsi a
ministri e sottosegretari. Il mondo al contrario. Ci batteremo ancora contro
questo ennesimo scempio”.
Per Nicola Fratoianni di Avs questa “è la più grave e sottovalutata” tra le
tante “norme, blitz e regalini ai potenti di turno che la destra ha offerto in
questi giorni per la legge di bilancio”: “Se paghi poco un lavoratore, anche se
un giudice dice che stai violando la Costituzione, comunque non dovrai
restituire un euro ai lavoratori. Tradotto? Potranno violare la Costituzione –
leggasi all’articolo 36, che regola la retribuzione proporzionata – e poi
rifugiarsi dietro un contratto collettivo firmato da sindacati fantasma che non
rappresentano i lavoratori. Stiamo parlando di soldi DOVUTI ai lavoratori che
verrebbero condonati per legge e di fatto regalati ai datori di lavoro”.
L'articolo Sindacati e opposizioni contro la “norma Pogliese”. Landini:
“Cattiveria contro i lavoratori”. Conte: “Infilata col favore delle tenebre”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fanno discutere le proposte contenute nella riforma dei condomini presentata
alla Camera da Fratelli d’Italia e firmata Elisabetta Gardini. Le novità sono
state bocciate dalla Lega. Matteo Salvini ha detto ai microfoni di Rtl 102.5 che
“alcune scelte tecniche dal punto di vista della Lega devono essere modificate”
facendo riferimento anche alle nuove norme sulle pensioni. “Niente allungamento
dell’età pensionabile, niente rivalsa su chi riscatta la laurea, niente nuove
norme, nuova burocrazia per i condomini e per gli inquilini che adempiono al
loro dovere”, ha detto. A sua volta Alberto Luigi Gusmeroli – deputato e
responsabile fisco del Carroccio – a margine di un convegno organizzato
dall’Unione degli amministratori immobiliari ha detto no a progetti di legge che
“favoriscono i furbetti del condominio”.
Assoutenti, associazione a difesa dei consumatori, a sua volta ha definito
“sbagliate” le misure previste sottolineando che solleverebbero anche “profili
di forte criticità costituzionale“. Nel mirino soprattutto “la previsione
secondo cui, in caso di morosità di uno o più condòmini, le conseguenze
economiche debbano ricadere sull’intero condominio”. Gabriele Melluso,
presidente dell’associazione, spiega che un simile meccanismo violerebbe i
principi fondamentali dell’ordinamento a partire “da quello della responsabilità
personale sancito dall’art. 27 della Costituzione”. Assoutenti ritiene inoltre
“una misura di civiltà necessaria per non penalizzare le fasce più fragili” il
mantenimento della modalità di pagamento doppia (quindi anche col contante), che
verrebbe meno nella nuova proposta di legge.
Prova a stemperare gli animi Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera,
che definisce la proposta “una che, come molte altre, è in discussione alla
Camera e che ha la finalità di tutelare i proprietari e i condomini onesti.” Il
deputato bolognese chiede un confronto con “tutti i soggetti in grado di
costruire una posizione di buon senso, senza la quale Fratelli d’Italia ritiene
che non potrà proseguire il suo iter”.
Il senatore di Forza Italia Roberto Russo, responsabile casa, ha annunciato la
volontà del suo partito di presentare a gennaio una proposta di riforma sulla
disciplina dei condomini con “meno burocrazia, regole certe e moderne,
amministrazioni più efficienti e responsabili”. Anche Maurizio Lupi, presidente
di Noi Moderati, sottolinea che la riforma “non deve trasformarsi in un
ulteriore appesantimento burocratico per cittadini e amministratori”.
Dall’opposizione, Giuseppe Conte su Facebook ha definito ironicamente
“brillante” la proposta del partito di governo soffermandosi sulla richiesta
della laurea obbligatoria per gli amministratori. “Non basta che abbiano fatto
formazione e vantino esperienza, vogliono che siano laureati” dice il leader dei
5 Stelle “Ma allora chiediamo la laurea anche per i politici, per chi va in
Parlamento, per i presidenti del Consiglio?”. Il PD, attraverso il capogruppo
dem della commissione Bilancio della Camera Ubaldo Pagano, dice di condividere
le preoccupazioni e rincara la dose: “Come sempre all’interno della maggioranza
ci sono grossi problemi. Questa legge è grave perché saranno chiamati a pagare i
condomini solventi per coloro che non lo faranno”. Anche la senatrice dem Simona
Malpezzi attacca la maggioranza di governo, e dice: “Loro alla casa ci pensano
prevedendo in un ddl di FdI una stangata pesante per chi è in regola con le
normative condominiali”.
L'articolo La maggioranza si spacca anche sulla riforma dei condomini. Salvini:
“No a nuova burocrazia”. Assoutenti: “Anticostituzionale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Castel Sant’Angelo, ore 10:00. L’ultima giornata di Atreju è in corso. Prima dei
leader di centrodestra arriva Antonio Angelucci. Il deputato della Lega nel 2025
non si è mai presentato alla Camera dei Deputati. Dopo essere entrato
dall’ingresso riservato alle autorità, gli rivolgiamo domande ma Angelucci resta
in silenzio mentre entra nella sala principale dove, poco dopo parleranno dal
palco Maurizio Lupi, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Anche il
leader di Forza Italia entra dall’ingresso riservato. “Parlo dal palco”. Poco
dopo arriva la presidente del Consiglio e presidente di Fratelli d’Italia che
firma due autografi, ma evita le domande dei giornalisti. Quando i militanti di
Fratelli d’Italia la vedono arrivare parte un boato e Meloni esulta. Come
Tajani, anche Salvini evita le domande dei giornalisti. Il leader della Lega,
entra da uno degli ingressi accessibili a tutti. Ad attenderlo una pioggia di
selfie.
L'articolo Il primo ad arrivare ad Atreju è l’assenteista da record Angelucci.
Pioggia di selfie per Salvini proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stata presentata come il grande rilancio per la regione: il 4 agosto, dalla
Mole Vanvitelliana di Ancona, la premier Giorgia Meloni annunciava l’estensione
della Zona Economica Speciale (Zes) anche a Marche e Umbria. Un intervento
subito trasformato in cavallo di battaglia elettorale dal candidato, suo
fedelissimo, Francesco Acquaroli (Fdi) che, per settimane, ne ha rivendicato la
“grande opportunità” per l’intero territorio. Ma a urne chiuse, con la vittoria
acquisita, e soprattutto con la mappa dei benefici in mano, è esplosa la
polemica. Da misura pensata per tutti, la Zes concentra il suo principale
vantaggio economico – il credito d’imposta sugli investimenti – quasi
esclusivamente sulle aree del Sud della regione, lasciando fuori proprio quei
territori decisivi per la rielezione di Acquaroli. Le opposizioni non hanno
dubbi e vanno all’attacco: “Favoriti solo i feudi del centrodestra“.
Facciamo ordine. La Zes è un meccanismo pensato per ridurre i divari
territoriali e stimolare lo sviluppo economico strettamente collegato alle
regole dell’Ue sugli aiuti di Stato. Si basa su tre strumenti: lo snellimento
burocratico, le agevolazioni fiscali e il credito d’imposta per le imprese.
Mentre i primi due valgono per tutto il territorio, il credito d’imposta – cioè
il rimborso di una parte delle spese sostenute per nuovi macchinari, ampliamenti
o strutture – è riservato solo ai comuni inseriti in una specifica lista
regionale. Ed è qui che nasce lo scontro politico.
La Zes diventa legge il 19 novembre ma già nel 2021 la giunta Acquaroli aveva
predisposto un elenco di 122 comuni, poi saliti a 124. Dati alla mano, però, la
copertura è altissima nel Sud della regione: 87% per la provincia di Macerata,
77% per Fermo e 91% per Ascoli Piceno. Molto più bassa nelle aree
settentrionali: 28% in provincia di Ancona e appena il 4% in quella di Pesaro e
Urbino. Uno squilibrio subito denunciato dalle opposizioni: “Si vanno a premiare
i feudi tradizionali del centrodestra, lasciando indietro i territori
storicamente più vicini al centrosinistra”. Non solo: “La lista della Zes è
sbilanciata e rischia di creare un Sud che corre e un Nord che resta fermo –
dice a ilfattoquotidiano.it la consigliera regionale dem Micaela Vitri -. Nel
Pesarese, che pure ha distretti industriali competitivi, i comuni inclusi sono
solo due (Frontone e Serra Sant’Abbondio): è una penalizzazione politica
evidente”.
Nel frattempo, a Urbino, uno dei tanti comuni esclusi dal credito d’imposta e
amministrato dal centrodestra, il sindaco Maurizio Gambini preferisce non alzare
i toni, dicendosi preoccupato ma non allarmato: “Le aree sono state definite in
base a classificazioni precedenti e la Zes non è solo credito d’imposta: altro
punto molto importante è la semplificazione delle procedura – spiega a
ilfattoquotidiano.it -. Certo speriamo che la nostra area venga inserita ma la
polemica politica non regge: si parlava di questa lista già prima delle
elezioni”.
Da Bruxelles interviene anche Matteo Ricci, eurodeputato, ex sindaco di Pesaro e
grande sconfitto alle ultime regionali: “La mappatura va rivista con la
Commissione europea che stabilisce i criteri per l’accesso agli aiuti di Stato –
sottolinea -. Ho parlato con il commissario Raffaele Fitto: lasciare fuori metà
regione è sbagliato e discriminatorio”.
Intanto il centrodestra difende a spada tratta l’impianto della misura. Lo
testimonia anche il grande evento organizzato, mercoledì scorso, all’Università
Politecnica delle Marche, ad Ancona, dove Acquaroli ha presentato
(ufficialmente) la Zes rilanciando ancora una volta la “grande opportunità”. Per
poi insistere sul fatto che “l’impatto maggiore non è dato dal credito d’imposta
ma dalla sburocratizzazione”. Mentre sul divario tra Nord e Sud ha provato a
frenare: “La possibilità di rivedere le aree che ricevono aiuti di Stato esiste
e nel 2026 faremo richiesta all’Unione per garantire maggiore equità all’intero
territorio”. Le opposizioni però rilanciano: “Acquaroli scarica la
responsabilità sull’Europa”, attacca Vitri: “La giunta può intervenire subito,
insieme al governo, per rimodulare la lista e non lasciare indietro un pezzo di
regione”.
L'articolo “Favoriti solo i feudi del centrodestra”: polemiche per la Zona
Economica Speciale nelle Marche proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ai vicepremier Matteo Salvini e
Antonio Tajani. I leader del centrodestra si ritrovano tutti insieme al Pala
Geox di Padova per la chiusura della campagna elettorale del candidato Alberto
Stefani, il leghista in campo alle Regionali in Veneto per il dopo-Zaia. “Quella
che vedete qui non è una alleanza di comodo tenuta insieme dalla colla scadente
dell’interesse, quella che vedete qui è una comunità di gente fiera di lavorare
spalla a spalla per dare risposte ai cittadini”, ha detto dal palco la premier.
Meloni, in vista del voto del prossimo fine settimana, ringrazia i presenti per
“voler garantire al Veneto altri anni di buon governo, di risposte efficaci, di
lavoro in questo passaggio di testimone da Luca Zaia ad Alberto Stefani”. Poi
spazio al referendum sulla giustizia e agli attacchi alla sinistra, con tanto di
citazione di Romano Prodi.
MELONI CON SALVINI E TAJANI
Poco prima della presidente del Consiglio, il leader del Carroccio rilancia:
“L’obiettivo, lo dico con sobrietà, umiltà e scaramanzia, non è vincere, è
stravincere”, ha detto Salvini. “Vogliamo vincere per governare bene e
raggiungere gli obiettivi non ancora raggiunti“, ha aggiunto il segretario di
Forza Italia Tajani. A precedere i leader della coalizione c’è l’intervento del
governatore uscente, accolto con un lungo applauso: “Mi hanno dato 15 minuti, se
me li consumate tutti in applausi…”, ironizza Zaia dopo l’acclamazione del
PalaGeox. Poi precisa: “Alberto Stefani il nuovo Zaia? Alberto sarà Alberto,
ognuno deve avere la sua personalità nella continuità, perché abbiamo un sacco
di attività che ancora non si sono completate”.
L’ATTACCO ALLA SINISTRA E A PRODI
La chiusura dell’evento è affidata alla premier. Nel suo intervento Meloni fa
l’elenco dei provvedimenti del governo, a partire dalla manovra. Ringrazia
Fratelli d’Italia (“Se io non avessi alle spalle il partito coeso e generoso che
ho alle spalle non potrei fare il mio lavoro come lo faccio”) e attacca
l’opposizione: “C’è chi ama l’ideologia e chi si occupa delle persone, tagliamo
le tasse a 800mila veneti con 50mila euro di reddito annuo. Per loro chi
guadagna 2500 euro con due figli e un mutuo sulle spalle è ricco. Vi dico per
favore andate a votare e lasciateli all’opposizione con le loro ricette tardo
comuniste“, afferma Meloni che torna a criticare la Cgil e lo sciopero generale
convocato di venerdì “perché – dice – la rivoluzione si sa viene meglio nel
weekend”. E per attaccare la sinistra, la presidente del Consiglio tira in ballo
Romano Prodi: “Il professore qualche settimana fa ha dovuto ammettere che la
sinistra non vince le elezioni, perché ha voltato le spalle all’Italia. E se lo
dice lui che sul voltare le spalle all’Italia ha una cattedra all’università,
chi siamo noi per smentirlo?“.
“REFERENDUM NON È SU DI ME”
Spazio poi alla riforma della giustizia voluta dal “veneto doc” Carlo Nordio:
“Una riforma che può cambiare le cose“, dice Meloni. Ma sul referendum precisa,
rivolgendosi agli italiani: “Non vi fate fregare, non vi fate fregare. Andate a
votare guardando il contenuto della riforma. Cercheranno di convincervi di
tutto, che se poi andate a votare è un referendum sul governo, ‘Meloni sì-Meloni
no‘. Guardate, il governo rimane in carica fino alla fine della legislatura,
metteremo anche questo record“. “Se pensate che la giustizia funzioni – continua
la premier – potete votare no, ma se pensate che la giustizia in Italia possa
funzionare dovete votare sì, per voi stessi non per il Governo”.
“CON IL PREMIERATO ITALIA SARÀ NAZIONE PIÙ MODERNA”
Infine Meloni fa un accenno anche alla riforma ancora in cantiere, quella sul
premierato: “Vogliamo una riforma che dica basta agli inciuci ai giochi di
palazzo ai governi che passa sopra la testa dei cittadini”, aggiunge la
presidente del Consiglio: “Quando avremo anche questa riforma – assicura –
questa sarà una nazione molto più moderna”.
L'articolo Meloni e i leader della destra chiudono la campagna in Veneto:
“Referendum non è su di me”. Poi attacca la sinistra e Prodi proviene da Il
Fatto Quotidiano.