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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono
“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970. Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva. “Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione. L'articolo “Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Settanta dipendenti licenziati con una videochiamata: il colosso svizzero Oerlikon chiude l’azienda toscana Amom
Settanta lavoratori licenziati a uno a uno con una videochiamata. L’ultimo giorno del 2025 la multinazionale svizzera Oerlikon ha comunicato la cessazione di attività della Amom, azienda specializzata in bigiotteria con sede a Badia al Pino (Arezzo), a partire dal 1° gennaio, lasciando a casa da un giorno all’altro tutti i dipendenti. Mercoledì, in un incontro da remoto, i sindacati hanno chiesto il ritiro dei licenziamenti o, in via subordinata, il ricorso a un ammortizzatore sociale diverso dalla cassa integrazione per fine attività: la risposta a entrambe le richieste è stata negativa. La vertenza passa ora direttamente a livello regionale, con un tavolo già convocato per il 14 gennaio, dove le istanze rischiano di incontrare un altro diniego. Nel pomeriggio i dipendenti hanno tenuto la prima assemblea nei locali della fabbrica, deliberando di manifestare sotto la sede della Regione Toscana a Firenze, dove si svolgerà il prossimo incontro. Il deputato Pd Emiliano Fossi, segretario del partito in Toscana, annuncia un’interrogazione parlamentare sul caso: “Licenziare settanta lavoratrici e lavoratori con una videochiamata improvvisata è un atto di arroganza inaccettabile e una violazione grave della dignità del lavoro”, denuncia. “Qui non siamo di fronte solo a una crisi industriale, ma a un comportamento irresponsabile che cancella ogni rispetto per le persone, per le relazioni sindacali e per un territorio già messo alla prova. Trattare lavoratrici e lavoratori come comparse da liquidare da remoto è indegno di un paese civile. Il governo non può voltarsi dall’altra parte mentre multinazionali che hanno beneficiato di ammortizzatori sociali e interlocuzioni istituzionali decidono unilateralmente di chiudere, rendendo inutili tavoli e impegni già assunti. Ho chiesto verifiche immediate sulla legittimità delle procedure e l’attivazione di un tavolo nazionale di crisi”. L'articolo Settanta dipendenti licenziati con una videochiamata: il colosso svizzero Oerlikon chiude l’azienda toscana Amom proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giovane pompiere morì a causa di una autogrù difettata, solo oltre 20 anni la famiglia ottiene il risarcimento
Quante volte abbiamo ammirato l’abnegazione e il sacrificio dei vigili del fuoco? Ebbene solo dopo oltre vent’anni di attese, ricorsi e battaglie giudiziarie, la Cassazione ha finalmente messo la parola fine sulla tragedia di Palazzo del Pero, costata la vita al pompiere Simone Mazzi. La III sezione civile della Suprema Corte ha rigettato il ricorso del ministero dell’Interno, confermando l’obbligo di risarcire la madre e il fratello del pompiere con 300mila euro, come già stabilito dal Tribunale di Arezzo e dalla Corte d’Appello di Firenze. Simone Mazzi aveva solo 29 anni quando, il 28 gennaio 2003, come racconta Il Corriere di Arezzo, perse la vita durante un intervento di soccorso lungo la vecchia statale Ss73, tra Palazzo del Pero e Molin Nuovo. L’intervento era scattato per recuperare un camionista rimasto gravemente ferito alla colonna vertebrale dopo un’uscita di strada del suo tir. Un intervento rischioso, ma come tanti altri che ogni giorno affrontare i caschi rossi. Mentre era calato con una barella toboga nel sottostante fiume Cerfone, il cavo d’acciaio dell’autogrù, al quale era appeso, si spezzò improvvisamente: il bozzello lo colpì alla testa, provocandone la morte immediata. Le successive indagini civili hanno evidenziato come l’autogrù utilizzata, acquistata nel 1982, fosse priva dei requisiti di sicurezza e non fosse mai stata sottoposta a manutenzione o controlli negli oltre vent’anni precedenti. Un deficit strutturale che, per i magistrati che nel corso del tempo si sono occupati del caso, ha rappresentato la causa determinante dell’evento mortale. Nelle dodici pagine di motivazioni, la Cassazione ha respinto tutti i motivi di ricorso del Ministero, dichiarandoli inammissibili e infondati, e ha sottolineato che l’assoluzione in sede penale del comandante dei Vigili del fuoco di Arezzo non esclude la responsabilità del datore di lavoro. Secondo la Suprema Corte, il punto centrale riguarda “l’utilizzo di un mezzo inadeguato e privo di manutenzione”, una responsabilità imputabile agli uffici ministeriali preposti al controllo dei macchinari, anche a livello nazionale. I giudici evidenziano inoltre che, se i controlli fossero stati effettuati correttamente, “il vizio sarebbe certamente emerso ed il Mazzi sarebbe ancora in vita”, un’omissione che assorbe ogni altra questione, comprese le modalità operative del soccorso. “È una vittoria non solo per la nostra famiglia, ma per tutto il Corpo dei Vigili del fuoco. Perché nessun servitore dello Stato venga più mandato a operare con mezzi vetusti e non sicuri” ha dichiarato al Corriere di Arezzo Luca Mazzi. In memoria di Simone, a lui è stato intitolato un piazzale, e gli è stata conferita la medaglia d’oro al valore civile, simboli del sacrificio e del coraggio del giovane pompiere che ha dato la vita per soccorrere gli altri. L'articolo Giovane pompiere morì a causa di una autogrù difettata, solo oltre 20 anni la famiglia ottiene il risarcimento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Assolto Sandro Mugnai, il 56enne che ha sparato e ucciso il vicino che stava demolendo la sua casa con una ruspa
Ha agito per legittima difesa. Per questa ragione la Corte d’Assise di Arezzo ha assolto Sandro Mugnai, l’artigiano aretino di 56 anni che il 5 gennaio 2023 uccise il vicino di casa, il 59enne Gezim Dodoli, sparandogli mentre stava colpendo la sua abitazione con una ruspa. La pm Laura Taddei aveva chiesto una condanna a quattro anni riqualificando l’accusa di omicidio volontario in eccesso colposo di legittima difesa. Richiesta respinta dal collegio presieduto dal giudice Anna Maria Loprete. La sentenza arriva al termine di un procedimento che ha ripercorso minuto per minuto la notte di follia, paura e violenza in cui Dodoli raggiunse l’abitazione dei Mugnai mentre la famiglia era riunita a cena. Secondo quanto ricostruito nelle indagini e confermato in aula, l’uomo prese a colpire con una ruspa le auto parcheggiate nel piazzale, per poi dirigere il mezzo contro la casa di Mugnai, sfondando parte di una parete. Mugnai afferrò il suo fucile da caccia e sparò diversi colpi verso la cabina della ruspa, uccidendo Dodoli. Una reazione che la procura ha definito “precipitosa, avventata e sproporzionata“, sostenendo che, pur di fronte a un’aggressione grave e reale, l’esito mortale potesse essere evitato. La difesa, rappresentata dagli avvocati Piero Melani Graverini e Marzia Lelli, ha insistito fino all’ultimo sulla piena legittima difesa, sottolineando le condizioni di estremo pericolo, il buio, la zona isolata e il terrore vissuto dalla famiglia. Elementi che, secondo i legali, avrebbero escluso ogni responsabilità penale. Durante il dibattimento sono stati ascoltati i familiari della vittima, costituiti parte civile, mentre diversi esponenti politici e militari – tra cui l’ex generale Roberto Vannacci – si erano schierati pubblicamente accanto a Mugnai. Nei giorni successivi al fatto, la comunità di San Polo aveva organizzato fiaccolate e iniziative di solidarietà in favore dell’artigiano. Il fascicolo giudiziario aveva già attraversato passaggi complessi: un primo giudice non aveva accolto la richiesta iniziale di condanna a 2 anni e 8 mesi, disponendo ulteriori approfondimenti sull’ipotesi di omicidio volontario. La magistrata Giulia Soldini aveva invece disposto in un primo momento la scarcerazione dell’imputato, riconoscendo la legittima difesa. L'articolo Assolto Sandro Mugnai, il 56enne che ha sparato e ucciso il vicino che stava demolendo la sua casa con una ruspa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fratellini che vivevano in un bosco dell’Aretino allontanati dalla famiglia, “nessuna procedura di istruzione”
Arriva dalla provincia di Arezzo un caso di allontanamento di minori avvenuto un mese e mezzo fa e che emerge dopo il clamore della vicenda dei bimbi nei bosco di Palmoli (Chieti) che potrebbe ormai essere in via di risoluzione. Nella piccola comunità toscana, tra le colline di Caprese Michelangelo, due bambini di 4 e 8 anni sono stati affidati a una comunità protetta. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Verità, i genitori, Harald, perito elettronico di Bolzano, e Nadia, originaria della Bielorussia, avrebbero scelto uno stile di vita isolato, vivendo in un bosco e optando per la scuola parentale a domicilio. Tuttavia, non avrebbero seguito le procedure previste dalla normativa per l’istruzione parentale né eseguito tutti gli obblighi vaccinali dei figli. Il caso è stato documentato anche dalla trasmissione Fuori dal Corò di Rete 4, che ha mostrato immagini delle telecamere di sorveglianza della casa: i due bambini, il 16 ottobre scorso, vengono portati via dagli assistenti sociali e dalle forze dell’ordine, urlanti e spaventati. Secondo quanto stabilito dal Tribunale dei Minori di Firenze, presieduto dalla giudice Nadia Todeschini, i genitori non avrebbero rispettato le procedure previste per l’istruzione domiciliare e avrebbero ostacolato i controlli sanitari sui bambini. “Ci hanno ucciso”, racconta la madre Nadia, “sono 47 giorni che non abbiamo loro notizie. Neppure una telefonata, neppure per i compleanni del mese scorso. Siamo distrutti. Perché tutto questo? Che male abbiamo fatto?” La sindaca di Caprese Michelangelo, Marida Brogialdi, conferma che la situazione era nota agli uffici comunali: “L’operazione è stata disposta dal Tribunale dei minori di Firenze e coordinata con carabinieri e servizi sociali. Non conosco personalmente la famiglia; il padre venne una volta in Comune, ma ebbe un atteggiamento molto distaccato”. Brogialdi sottolinea che nel territorio la scuola parentale è praticata da diverse famiglie, soprattutto straniere, che vivono in casolari isolati, ma che “procedono regolarmente con gli esami annuali. In questo caso i due bambini non risultavano iscritti a nessuna procedura di istruzione parentale e non avevano mai sostenuto le verifiche previste”. . L'articolo Fratellini che vivevano in un bosco dell’Aretino allontanati dalla famiglia, “nessuna procedura di istruzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Falsa chirurga esegue trapianti di capelli: donna finisce in coma ad Arezzo
I pericoli e i rischi di rivolgersi per qualsiasi tipo di intervento estetico dovrebbero essere sempre eseguiti dai professionisti. Arriva da Arezzo la storia della donna finita in coma dopo il trapianto di capelli. La segnalazione da parte dei familiari della donna, 40 anni, che si è poi ripresa, ha portato all’apertura di un’indagine: due persone sono state denunciate. A indagare la Squadra mobile di Arezzo, che, coordinata dalla procura, ha scoperto un’attività sanitaria abusiva all’interno di uno studio medico del centro di Arezzo dove venivano eseguiti trapianti di capelli senza autorizzazioni, senza requisiti igienico-sanitari adeguati e con personale privo dell’abilitazione professionale. Gli accertamenti sono partiti dopo la segnalazione dei familiari della quarantenne, trovata in stato di incoscienza poche ore dopo aver subito l’intervento, pubblicizzato come un semplice trattamento estetico. La donna è stata trasportata d’urgenza all’ospedale San Donato di Arezzo dove è stata sottoposta a ripetute manovre di rianimazione e ricoverata in terapia intensiva in coma farmacologico per due giorni. La grave infezione sarebbe stata scatenata da una somministrazione impropria dell’anestesia locale. La donna, ora fuori pericolo, ha raccontato agli investigatori di essersi rivolta allo studio nella speranza di superare un disagio personale e “non dover più ricorrere a parrucche ed extension”, convinta di trovarsi in una struttura regolare. Gli accertamenti hanno invece messo in luce un sistema illecito strutturato: a eseguire gli interventi sarebbe stata una 40enne sudamericana, laureata in medicina nel suo Paese ma con titolo non riconosciuto in Italia e non iscritta all’Ordine. La donna operava in una stanza a lei dedicata, allestita nello studio con postazioni e attrezzature chirurgiche sequestrate durante i controlli. Le prestazioni venivano pagate in contanti per somme comprese tra 1.400 e 1.500 euro. Secondo la polizia, il medico titolare dello studio, prossimo alla pensione, era pienamente consapevole della mancanza di abilitazione della collaboratrice e avrebbe tollerato l’attività, cercando inizialmente di assumersi da solo la responsabilità dei fatti. I due indagati sono stati denunciati per esercizio abusivo della professione medica e lesioni personali colpose gravissime, in concorso. A entrambi è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. L'articolo Falsa chirurga esegue trapianti di capelli: donna finisce in coma ad Arezzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
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Arezzo, in coma dopo trapianti di capelli in studio non autorizzato: denunciato medico e collaboratrice
Finisce in coma dopo il trapianto di capelli. La segnalazione da parte dei familiari della donna, 40 anni, che si è poi ripresa, ha portato all’apertura di un’indagine: due persone sono state denunciate. Ad occuparsi del caso la squadra mobile di Arezzo, che, coordinata dalla Procura, ha scoperto un’attività sanitaria abusiva all’interno di uno studio medico del centro di Arezzo dove venivano eseguiti trapianti di capelli senza autorizzazioni, senza requisiti igienico-sanitari adeguati e con personale privo dell’abilitazione professionale. Gli accertamenti sono partiti dopo la segnalazione dei familiari della quarantenne, trovata in stato di incoscienza poche ore dopo aver subito l’intervento, pubblicizzato come un semplice trattamento estetico. La donna è stata trasportata d’urgenza all’ospedale San Donato di Arezzo dove è stata sottoposta a ripetute manovre di rianimazione e ricoverata in terapia intensiva in coma farmacologico per due giorni. Secondo quanto ricostruito, la grave infezione sarebbe stata scatenata da una somministrazione impropria dell’anestesia locale. La donna, ora fuori pericolo, ha raccontato agli investigatori di essersi rivolta allo studio nella speranza di superare un disagio personale e “non dover più ricorrere a parrucche ed extension”, convinta di trovarsi in una struttura regolare. Gli accertamenti hanno invece messo in luce un sistema illecito strutturato: a eseguire gli interventi sarebbe stata una 40enne sudamericana, laureata in medicina nel suo Paese ma con titolo non riconosciuto in Italia e non iscritta all’Ordine. La donna operava in una stanza a lei dedicata, allestita nello studio con postazioni e attrezzature chirurgiche sequestrate durante i controlli. Le prestazioni venivano pagate in contanti per somme comprese tra 1.400 e 1.500 euro. Secondo la polizia, il medico titolare dello studio, prossimo alla pensione, era pienamente consapevole della mancanza di abilitazione della collaboratrice e avrebbe tollerato l’attività, cercando inizialmente di assumersi da solo la responsabilità dei fatti. I due indagati sono stati denunciati per esercizio abusivo della professione medica e lesioni personali colpose gravissime, in concorso. A entrambi è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. L'articolo Arezzo, in coma dopo trapianti di capelli in studio non autorizzato: denunciato medico e collaboratrice proviene da Il Fatto Quotidiano.
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