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Erano bloccate da un incendio in un edificio abbandonato nel Milanese. Salvate quattro persone
Le temperature che si abbassano, il freddo, la ricerca di un rifugio e – spesso – di compagnia. Per questo erano in uno stabile abbandonato nel Milanese quattro senza fissa dimora che sono stati salvati dai vigili del fuoco. Un edificio al confine tra Cormano e Milano, sulla via dei Giovi 6, che forse quelle persone erano riuscite a chiamare casa. Peccato che alla sfortuna non c’è mai fine e che nel secondo piano della palazzina, quello dove gli uomini avevano trovato riparo, fosse scoppiato un incendio. I pompieri sono riusciti a trarre in salvo tutte le persone all’interno dell’edificio, bloccate dalle fiamme e impossibilitate a una fuga autonoma. Per fortuna, nessuno di loro ha riportato gravi conseguenze. I pompieri, intervenuti con cinque mezzi di soccorso, sono al momento impegnati nelle operazioni di bonifica. Le persone, ora al sicuro, sono invece state affidate alle cure del personale medico, per controlli ulteriori. Sul posto presente anche la Polizia di stato, e si indaga per capire da chi o da cosa possa esser partito il fuoco. Non è ancora chiara l’identità dei coinvolti. Nel comune, la povertà è da tempo in aumento e molte persone sono costrette a vivere ai margini. Proprio in questi giorni si sta tenendo il censimento di Istat e fio.Psd delle persone senza dimora. L’iniziativa è denominata ‘Tutti contano’ e si è tenuta, a 11 anni dall’ultima volta, in 14 città italiane tra cui proprio Milano. Lo scopo dell’indagine è orientare e indirizzare le politiche economiche e pubbliche e, come riportato anche sul sito del Comune meneghino, “comprendere i profili e i bisogni delle persone senza dimora e le dinamiche che conducono alla povertà estrema in città”. L'articolo Erano bloccate da un incendio in un edificio abbandonato nel Milanese. Salvate quattro persone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco: nipoti compresi
Il tribunale di Genova ha condannato il ministero dell’Interno a un risarcimento di circa un milione di euro per i familiari di un vigile del fuoco della Spezia, morto a causa dell’esposizione professionale alle polveri e fibre di amianto. La sentenza, emessa dalla giudice Valentina Cingano, rappresenta un importante precedente in un lungo contenzioso che coinvolge i vigili del fuoco italiani, già vittime di numerosi casi di malattie professionali legate all’amianto. L’amianto, utilizzato in passato per la realizzazione di attrezzature e materiali di protezione, si è rivelato un nemico mortale per molti lavoratori, tra cui i vigili del fuoco, che sono stati esposti a queste sostanze altamente cancerogene durante le loro operazioni quotidiane. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale amianto parlava di 7mila vittime in un anno. LE EVIDENZE DELLA CAUSA: ESPOSIZIONE CONTINUA E MASSICCIA Il caso riguardante il vigile del fuoco della Spezia è stato portato avanti dal sindacato Conapo, che ha assistito la famiglia del lavoratore deceduto. Il legale del sindacato, avvocato Paolo Frisani, ha sottolineato che l’esposizione alle fibre di amianto non è stata limitata a singoli eventi, ma è stata una condizione continua e massiccia durante le attività di intervento, ma anche nelle operazioni di addestramento quotidiane. Inoltre, è emerso che, fino agli anni Novanta, i vigili del fuoco erano costretti ad utilizzare dispositivi di protezione, come coperte, guanti e maschere, che contenevano amianto, senza ricevere alcuna informazione riguardo i rischi per la salute. “Abbiamo dimostrato davanti al tribunale – ha spiegato l’avvocato Frisani – che l’esposizione alle fibre di amianto non era occasionale, ma costante. Le attrezzature contenenti amianto venivano utilizzate regolarmente, mettendo a rischio la salute dei vigili del fuoco”, ha aggiunto il legale. IL RICONOSCIMENTO DEL DANNO E L’ESTENSIONE DEL RISARCIMENTO Un elemento particolarmente significativo di questa sentenza è il riconoscimento del risarcimento anche a favore dei nipoti del vigile del fuoco deceduto. Questo aspetto della decisione sottolinea la gravità e l’estensione del danno causato dall’esposizione all’amianto, che ha avuto ripercussioni non solo sui diretti interessati, ma anche sulle generazioni future. Non è la prima volta che un tribunale italiano riconosce i diritti dei familiari di vigili del fuoco morti a causa dell’amianto. Già in precedenti occasioni, le aule di tribunale avevano riconosciuto il risarcimento per i danni subiti dai lavoratori del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ma questa sentenza si distingue per la sua portata e per la cifra risarcitoria che si avvicina al milione di euro. LE RICHIESTE DEL SINDACATO CONAPO: LA MAPPATURA NAZIONALE DELL’AMIANTO La sentenza di Genova riaccende i riflettori sulle condizioni di lavoro dei vigili del fuoco italiani, che, nonostante gli avanzamenti nella legislazione, continuano ad essere esposti a rischi sanitari legati all’amianto. A tal proposito, Marco Piergallini, segretario generale del sindacato Conapo, ha ribadito l’urgenza di un intervento concreto da parte delle istituzioni. “Chiediamo da anni la mappatura completa e aggiornata dei siti contenenti amianto su tutto il territorio nazionale. Questa sentenza dimostra ancora una volta che la mancata mappatura espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute”, ha dichiarato Piergallini. La richiesta del Conapo riguarda non solo i luoghi di lavoro, ma anche gli edifici pubblici e le infrastrutture che potrebbero contenere amianto, un materiale ancora presente in molte strutture italiane, seppur vietato da anni. L'articolo Storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco: nipoti compresi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Contestazione disciplinare per i vigili del fuoco che manifestarono per la Palestina. Viminale: “Non si protesta in divisa”
Un vigile del fuoco non può manifestare indossando la divisa, né “tantomeno parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando”: con questa tesi – riferisce il sindacato Usb di Pusa – il Ministero degli Interni ha avviato una contestazione disciplinare per i pompieri che avevano manifestato per Gaza nello scorso autunno. In risposta, l’Usb ha organizzato un’assemblea contro “la militarizzazione del corpo nazionale”: l’appuntamento è fissato per mercoledì 28 nella sala Aci di via Marsala, a Roma. La vicenda riguarda dieci lavoratori che sono stati raggiunti da contestazioni disciplinari per aver partecipato alle manifestazioni e ai cortei dello scorso autunno, quando gran parte dell’attenzione pubblica era rivolta al genocidio nella Striscia di Gaza: i lavoratori avevano sfilato per le strade indossando le divise e portando striscioni a sostegno del popolo palestinese. Tra le persone sanzionate c’è anche il delegato sindacale Claudio Mariotti che si era inginocchiato assieme ai suoi colleghi di Pisa. Secondo la sede locale, l’obiettivo del Ministero è quello di “intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del corpo dei vigili del fuoco con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri a operatori di pubblica sicurezza”. E definisce l’atto un “attacco alla libertà di espressione, al diritto di sciopero e al diritto di organizzazione sindacale, diritti fondamentali che sono previsti dalla nostra Costituzione”. Che si inserisce in un disegno politico più ampio: “È un ulteriore segnale dell’indirizzo militarista del governo e della volontà di reprimere il dissenso“. L'articolo Contestazione disciplinare per i vigili del fuoco che manifestarono per la Palestina. Viminale: “Non si protesta in divisa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prevenzione e controlli: col modello italiano non ci sarebbe stata la strage di Crans Montana. “La nostra legge è migliorata perché abbiamo imparato dal passato”
C’è un momento in cui il lavoro dei Vigili del Fuoco diventa visibile a tutti: quando le fiamme sono già alte, le sirene squarciano il silenzio e la tragedia si sta compiendo oppure sarà evitata. Ma il cuore della sicurezza antincendio, mentre tutti abbiamo ancora negli occhi le immagini dei ragazzi in fuga dal Constellation di Crans-Montana, batte molto prima dell’emergenza. Come ricorda e sottolinea Giampietro Boscaino, ingegnere e direttore centrale per la prevenzione incendi del Corpo nazionale. È nella prevenzione, nei controlli, nelle regole tecniche e nella gestione quotidiana degli spazi aperti al pubblico che si gioca la partita più importante. Il devastante incendio in Svizzera, con le sue 40 vite soffocate sulla una stretta via di uscita, riporta al centro una domanda cruciale: quanto pesa davvero ciò che accade prima di un rogo? In Italia i Vigili del Fuoco svolgono un ruolo peculiare, che li distingue da molti altri Paesi europei: sono chiamati per legge sia a spegnere gli incendi sia a prevenirli. Un doppio ruolo che consente di trasformare l’esperienza maturata negli interventi reali in regole, indirizzi tecnici e controlli sempre più mirati. A differenza di quelli svizzeri: in molti ricordano le parole del comandante di Cran-Montana, David Vocat, che commosso diceva ai giornalisti: “Noi siamo vigili del fuoco, non facciamo controlli. Non è come in Italia”. La regolamentazione italiana, fondata sul principio che non è l’edificio in sé a essere valutato ma l’attività che vi si svolge, mira proprio a questo: anticipare il rischio, governarlo, ridurlo. Dal D.P.R. 151/2011 al Codice di prevenzione incendi, passando per il lavoro delle Commissioni di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo, il sistema è pensato per adattarsi all’evoluzione delle tecnologie, dei materiali e delle forme dell’intrattenimento, senza abbassare la soglia di sicurezza. Crans-Montana dimostra però che nessuna norma è sufficiente se non è accompagnata da controlli efficaci e, soprattutto, da una gestione responsabile nel tempo. Ed è su questo equilibrio — tra regole, prevenzione e intervento operativo — che si gioca oggi la credibilità e l’efficacia del modello italiano di sicurezza antincendio. Quali sono oggi i protocolli principali dei Vigili del Fuoco per la prevenzione incendi in edifici pubblici, privati e turistico-alberghieri, e come vengono aggiornati alla luce di nuove tecnologie o materiali? Prima di tutto va detto che, in Italia, la prevenzione incendi riguarda l’attività svolta, per esempio un albergo, una scuola, un locale commerciale o una discoteca, e non l’edificio in astratto: conta cosa si fa negli spazi e quali rischi ne derivano. Il riferimento normativo è il D.P.R. 1° agosto 2011, n. 151, che individua, attraverso l’Allegato I, le attività considerate a maggior rischio di incendio e, di conseguenza, soggette a specifiche procedure di prevenzione incendi. In pratica, a seconda del rischio, si passa dalla verifica del progetto quando l’intervento è complesso, alla presentazione della SCIA antincendio, fino ai controlli sul posto mediante sopralluoghi e verifiche a campione o mirate. Oggi molte regole confluiscono nel Codice di prevenzione incendi, che consente di recepire materiali e soluzioni nuove, come rivestimenti, impianti o configurazioni degli spazi più flessibili, mantenendo fermi gli obiettivi di sicurezza: tutelare le persone, i beni e l’ambiente. In sintesi, la prevenzione incendi è una componente centrale della sicurezza pubblica e i Vigili del Fuoco ne curano gli aspetti tecnici, attraverso valutazioni, controlli e indirizzi operativi, secondo le competenze previste. Esistono procedure specifiche per edifici temporanei o stagionali, come quelli montani, e come vengono controllate sul territorio per garantire la sicurezza? Anche per eventi stagionali o temporanei vale la stessa regola: si valuta ciò che si organizza e quante persone coinvolge, non il tipo di edificio in sé. Per l’intrattenimento e il pubblico spettacolo, la differenza pratica è questa: se l’attività si ripete ogni anno con una struttura organizzata e continuativa, quindi di fatto stabile, di norma segue le procedure del D.P.R. 151/2011; se invece è davvero occasionale e di breve durata, può non rientrarvi. Entrambe le tipologie sono comunque sottoposte alle valutazioni di sicurezza nell’ambito dei procedimenti di agibilità previsti dagli articoli 68 e 80 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, R.D. 18 giugno 1931, n. 773, tramite l’attività delle Commissioni di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo. Cosa sono queste commissioni e che compiti hanno? Tali Commissioni possono essere provinciali o comunali, in funzione della tipologia e delle dimensioni dell’attività. La Commissione provinciale è istituita presso la Prefettura ed è composta, tra gli altri, da rappresentanti della Prefettura, del Comune, dell’Azienda sanitaria locale e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, che esprime il parere tecnico per i profili di prevenzione incendi. La Commissione comunale è istituita presso il Comune ed è composta dal Sindaco o da un suo delegato, da un rappresentante dell’ufficio tecnico comunale, da un rappresentante dell’ASL e da un rappresentante dei Vigili del Fuoco. Le Commissioni valutano le condizioni concrete di esercizio, come l’affollamento massimo ammissibile, l’idoneità e il numero delle vie di esodo, la gestione dell’emergenza e l’adeguatezza dell’organizzazione. In questo iter rientrano anche sopralluoghi e verifiche tecniche dei Vigili del Fuoco, svolti durante le istruttorie e le riunioni della Commissione o a loro supporto. Le Commissioni possono disporre controlli periodici e tornano a verificare quando cambiano elementi importanti, come gli allestimenti, la capienza, le vie di uscita, gli impianti o le modalità di gestione. Quanto è rilevante la prevenzione rispetto agli interventi di emergenza, e come si assicura che gli impianti antincendio e le vie di fuga siano sempre funzionanti e conformi? La prevenzione riveste un ruolo decisivo, soprattutto nei contesti ad alto affollamento, nei quali l’evoluzione di un incendio può essere molto rapida. L’intervento di emergenza resta fondamentale, ma entra in gioco quando l’evento si è già verificato; la prevenzione agisce prima, riducendo la probabilità che l’evento si produca e limitandone le conseguenze. Oltre a impianti e strutture, contano anche le misure organizzative: persone incaricate e procedure chiare per gestire la sicurezza antincendio durante l’attività. Nei locali di pubblico spettacolo vanno individuati addetti antincendio formati, in grado di sapere cosa controllare prima dell’apertura e come gestire un’evacuazione se necessario. Qual è il ruolo degli addetti? Gli addetti antincendio, prima dell’apertura, effettuano controlli pratici: verificano che estintori e idranti siano disponibili e accessibili, che i sistemi di allarme e di rivelazione funzionino ove presenti e, soprattutto, che uscite e percorsi siano liberi da ostacoli. Durante l’attività supportano il primo intervento e l’evacuazione. Se il rischio è elevato o le condizioni lo richiedono, per esempio per capienza alta, criticità delle vie di esodo o allestimenti complessi, può essere imposto un servizio di vigilanza antincendio con personale operativo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Come vengono selezionati gli edifici che richiedono controlli più approfonditi, e in che misura questi controlli includono simulazioni di emergenza o follow-up periodici? Vale lo stesso principio: i controlli si pianificano in base all’attività e al suo rischio, non al semplice fatto che esista un edificio. Per i locali di pubblico spettacolo e di intrattenimento, le verifiche delle condizioni di sicurezza sono ricondotte principalmente ai procedimenti di competenza delle Commissioni di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo, previste dagli articoli 68 e 80 del T.U.L.P.S. e dal relativo regolamento di esecuzione. I sopralluoghi dei Vigili del Fuoco avvengono di norma all’interno dell’iter della Commissione: si verifica l’idoneità complessiva del locale, comprese le misure antincendio relative a esodo, impianti e gestione. Le Commissioni possono prevedere controlli periodici su condizioni e dispositivi e, se cambiano configurazione degli spazi, capienza, allestimenti o impianti, possono essere attivate ulteriori verifiche. Quali verifiche e procedure vengono attivate per accertare responsabilità e criticità dei controlli preventivi precedenti? A seguito di un evento grave si avvia un’analisi che coinvolge l’intera filiera della prevenzione incendi, con l’obiettivo di ricostruire in modo puntuale il contesto in cui l’episodio si è verificato. In particolare, si accerta quale attività fosse effettivamente in svolgimento, se fosse soggetta agli adempimenti di prevenzione incendi, quali condizioni di sicurezza fossero state dichiarate o autorizzate e se, nella pratica, risultassero rispettate sul posto, verificando vie di esodo, capienza, impianti e organizzazione. L’obiettivo non è solo accertare le responsabilità, ma anche individuare eventuali criticità del sistema, così da rafforzare l’efficacia delle regole, dei controlli e della gestione nel tempo. Se durante i controlli emergono violazioni che possono costituire reato, vengono contestate e segnalate all’Autorità giudiziaria, perché i Vigili del Fuoco operano anche con funzioni di polizia giudiziaria nei casi previsti. In questo contesto, quale ruolo svolge il Nucleo Investigativo Antincendi (NIA) nella ricostruzione delle dinamiche e nell’individuazione di eventuali responsabilità? Il NIA affianca le strutture territoriali del Corpo e la magistratura con competenze investigative specifiche sugli incendi, soprattutto quando servono ricostruzioni tecniche approfondite. L’attività del NIA è finalizzata alla ricostruzione delle cause dell’incendio, all’analisi delle modalità di propagazione e alla valutazione del comportamento dei materiali e degli impianti coinvolti. Le analisi del NIA servono sia a chiarire eventuali responsabilità, sia a capire cosa non ha funzionato e a migliorare prassi e regole per i casi futuri. Come vengono integrate nelle procedure le lezioni apprese da tragedie passate, e quali strumenti ha il vostro personale per garantire che le prescrizioni siano effettivamente rispettate nel tempo? Ciò che si impara dagli incidenti confluisce in aggiornamenti delle regole tecniche, note interpretative e criteri di valutazione del rischio, oltre che in indicazioni operative sulla gestione quotidiana e in emergenza. Del resto le evoluzioni più significative della normativa di prevenzione incendi in Italia sono maturate anche dopo gravi eventi del passato, che hanno evidenziato criticità legate ad affollamento, vie di esodo, materiali impiegati e gestione dell’emergenza. Nel tempo, il rispetto delle prescrizioni si regge su più leve: controlli e sopralluoghi nei procedimenti, vigilanza ispettiva e poteri di polizia amministrativa e giudiziaria previsti dall’articolo 19 del d.lgs. 139/2006. Questi strumenti consentono di accertare violazioni, adottare i provvedimenti di competenza e, nei casi previsti, segnalare i reati all’Autorità giudiziaria. Nel sistema italiano, ai Vigili del Fuoco spettano sia prevenzione sia intervento operativo: questa doppia funzione, prevista per legge, li colloca in modo particolare rispetto ad altri Paesi. Il vantaggio è pratico: l’esperienza degli interventi reali aiuta a correggere regole e prassi e, allo stesso tempo, la prevenzione orienta addestramento, procedure e dotazioni, rendendo più efficace il soccorso. Quanto è importante la collaborazione tra Vigili del Fuoco, amministrazioni locali e proprietari di edifici per rendere più efficace la prevenzione? La collaborazione è un elemento essenziale per l’efficacia del sistema. La prevenzione funziona davvero solo se tutti fanno la loro parte: chi scrive le regole, chi controlla, chi rilascia autorizzazioni e chi gestisce il locale ogni giorno. Nei locali di pubblico spettacolo ciò si traduce in un sistema integrato nel quale Commissioni di vigilanza, Vigili del Fuoco, amministrazioni locali e gestori concorrono, ciascuno per le proprie competenze, al mantenimento delle condizioni di sicurezza. Alla luce del rogo di Crans Montana, quali misure aggiuntive proporrebbe per evitare che tragedie simili si ripetano in futuro? Eventi di questo tipo richiamano l’attenzione su elementi già noti e centrali: il controllo delle fonti di innesco, la scelta dei materiali, la gestione dell’affollamento e dell’esodo. Accanto alle regole tecniche e agli impianti, assume rilievo determinante la qualità della gestione in esercizio: figure designate, verifiche preliminari prima dell’inizio dell’attività e, nei casi più complessi, la presenza di un servizio di vigilanza antincendio del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Più che l’introduzione di nuove norme, è decisiva l’applicazione rigorosa di quelle esistenti e il mantenimento nel tempo dell’equilibrio tra regole, controlli e comportamenti responsabili. L'articolo Prevenzione e controlli: col modello italiano non ci sarebbe stata la strage di Crans Montana. “La nostra legge è migliorata perché abbiamo imparato dal passato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Incendio all’ospedale Sacco di Milano: evacuati medici e pazienti
Il fuoco, il fumo e la fuga di professionisti e pazienti. Si sono vissuti momenti di panico all’interno dell’ospedale Sacco di Milano, intorno alle 10 di giovedì 15 gennaio. L’incendio si è sviluppato nel padiglione 16, interessando i locali in cui erano in corso visite ed esami: fortunatamente, nessuno tra i medici e i pazienti è rimasto ferito o intossicato. È stata avvolta dalle fiamme anche una parte dell’Archivio diagnostica, contenente la documentazione iconografica e testuale prodotta durante le indagini cliniche. Trenta vigili del fuoco sono intervenuti sul posto per spegnere il rogo ed evacuare i presenti, supportati dal personale sanitario dell’ospedale milanese. Iniziate le operazioni di bonifica in seguito all’accaduto, mentre le cause del rogo sono ancora in fase di accertamento. ‹ › 1 / 3 ‹ › 2 / 3 ‹ › 3 / 3 L'articolo Incendio all’ospedale Sacco di Milano: evacuati medici e pazienti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Una palla di fuoco è salita lungo le scale”, “Tutti si calpestavano”: i racconti dei sopravvissuti ai pm svizzeri del rogo di Crans Montana
“In pochi secondi il fuoco si è propagato all’intero soffitto e al piano superiore”. Dai racconti dell’orrore ad atti di indagine. Sono le dichiarazioni delle persone che hanno vissuto i minuti di panico, paura e fumo del devastante rogo del bar Le Costellation di Crans-Montana, dove morte 40 persone. È una ragazza di 15 anni a pronunciare una delle frasi che più di tutte restituiscono la velocità con cui la notte di Capodanno si è trasformata in una trappola mortale. Alcune simulazioni ipotizzano tra i 140 e i 160 secondi. L’adolescente, che come altri ragazzi festeggiava, stava filmando quando le scintille delle bottiglie colpiscono il soffitto ricoperto incautamente di pannelli fonoassorbenti non ignifughi. Anche lei come altri non avrebbe potuto essere lì: “Basta mostrare la carta d’identità dicendo che avevamo 16 anni e l’addetto ci fa entrare”. Quando le fiamme e il fumo riempiono il sotterraneo il problema non è solo ciò che brucia, ma ciò che non si apre: come documentato dagli inquirenti c’erano un tavolino che bloccava l’uscita di sicurezza. Un ostacolo – quello della mancata gestione della sicurezza – con cui ha fatto i conti anche Jacques Moretti, il titolare del locale ora in arresto, al suo arrivo sul posto pochi minuti dopo l’inizio dell’incendio. Tenta di entrare dalla porta di servizio che dà sull’androne del palazzo, ma ammette agli inquirenti che era chiusa con un chiavistello. Quando riesce a forzarla, davanti a lui ci sono “5 o 6 persone tra cui Cyane Panine“, la cameriera di 24 anni che non riuscirà a salvarsi. Nelle immagini la giovane donna è ripresa con il casco in testa e le bottiglie di champagne scintillanti- A descrivere il momento in cui il panello si incendia è un ragazzo di 17 anni: “Qualcuno ha aperto la porta d’ingresso del bar ed in quel momento c’è stata una palla di fuoco che è salita lungo le scale”. È caduto sui gradini mentre tentava di risalire e proprio quella caduta gli salva la vita. Riporta “ustioni solo alla nuca, alle orecchie e alla mano destra”. Una sorta di miracolo rispetto alle ferite e alle ustioni che hanno riportato i sopravvissuti: oltre 100 persone sono state medicate, ricoverate o sono ora alle prese con una vera battaglia tra la vita e la morte. Nel sotterraneo, dove si trovano decine di persone, il panico è totale. Selim, 28 anni, racconta: “Sono salito a prendere un estintore mentre le persone urlavano e un fumo denso saliva”. Poi torna indietro dalla fidanzata.”Tutti erano in panico, si calpestavano. Era orribile”. Le scale, dimezzate incredibilmente per fare spazio a più tavolini, diventano un imbuto: “C’erano 200 persone che volevano risalire”. Quando arriva il flash over, il fenomeno che porta una propagazione velocissima, le fiamme li raggiungono: “La mia ragazza urlava dietro di me”. La perde tra la folla: “Finisce sotto la gente gridandomi ‘non lasciarmi andare'”. Riesce a ritrovarla solo alla fine: “L’ho tirata via, aveva i capelli che fumavano”. Quando i vigili del fuoco entrano, lo scenario è catastrofico. Steven, 30 anni, racconta: “Abbiamo visto centinaia di persone in preda al panico che vagavano per la strada“. All’interno “abbiamo sfondato tutte le porte per evacuare chi stava dentro”. Nel seminterrato scoprono che “la porta di emergenza era tenuta aperta da uno sgabello da bar”. Serviva, dirà un altro testimone, a evitare che qualcuno entrasse gratis. “Abbiamo trovato i primi corpi e i feriti – aggiunge Steven – C’era tanta gente da evacuare”. Non ci sono più fiamme, ma il calore ha lasciato segni ovunque: bicchieri fusi, pareti annerite, corpi ammassati. L'articolo “Una palla di fuoco è salita lungo le scale”, “Tutti si calpestavano”: i racconti dei sopravvissuti ai pm svizzeri del rogo di Crans Montana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sotto organico e senza risorse, solo per fortuna eravamo tanti”, la denuncia dei vigili del fuoco del Vallese dopo la strage di Crans Montana
Tutti hanno visto le lacrime dei vigili del fuoco intervenuti durante il devastante rogo del bar Le Costellation di Crans Montana. Ma probabilmente quel dolore è ancora più forte in considerazione del fatto che il numero di vittime poteva essere ancora più alto. Una settimana dopo la tragedia che ha sbriciolato la vita di decine di ragazzi e ragazze, tra morti e feriti in condizioni disperate – i pompieri del Vallese denunciano gravi carenze operative. Nonostante la pronta risposta durante l’incendio del 1 gennaio, molti vigili del fuoco avvertono che la loro efficacia è dipesa quasi esclusivamente da una combinazione fortunata: ovvero la presenza di personale in caserma quella notte perché festiva e perché il Comune aveva vietatoi fuochi d’artificio per cui era stato preevisto un dispositivo consistente. David Vocat, comandante dei pompieri di Crans-Montana, ha spiegato che normalmente il corpo è formato da volontari che devono lasciare casa o lavoro per intervenire, rendendo le disponibilità notturne eccezionali. “Quella sera eravamo pronti, ma non è la regola”, ha detto Vocat alla televisione svizzera RTS. I pompieri intervistati evidenziano tempi di intervento più lunghi e organici ridotti come fattori che potrebbero aggravare le conseguenze in emergenze future. In tutta la Svizzera i tempi raccomandati per l’arrivo sul luogo di un incendio sono di 10-15 minuti con sei uomini e i mezzi necessari, standard difficile da rispettare nel cantone vallese. Il problema, secondo i vigili, non è solo la geografia montuosa: “Manca il personale e mancano risorse finanziarie. La responsabilità grava su di noi, ma non abbiamo gli strumenti per farvi fronte”, denuncia uno dei pompieri a RTS. Attualmente il Vallese sta rivedendo la legge cantonale sulla protezione antincendio del 1977. Il consigliere di Stato Stéphane Ganzer, responsabile della sicurezza, sottolinea la necessità di mantenere la milizia volontaria, ma apre alla possibilità di rafforzare i pompieri professionisti per garantire copertura costante. I pompieri sperano che il dolore causato dalla strage di Crans-Montana porti a cambiamenti concreti e a un miglioramento della sicurezza dei cittadini, affinché situazioni simili non debbano più dipendere dalla fortuna. L'articolo “Sotto organico e senza risorse, solo per fortuna eravamo tanti”, la denuncia dei vigili del fuoco del Vallese dopo la strage di Crans Montana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paura in alta quota, si blocca la seggiovia di San Martino di Castrozza: 170 persone salvate in provincia di Trento
Sospesi e bloccati in alta quota: non il migliore dei modi per cominciare l’anno. Stamattina c’è stato un guasto alla seggiovia a due posti di San Martino di Castrozza, in provincia di Trento. La linea, a una quota tra i 1.600 e i 1.900 metri, è la Coston che da Ces porta a Valcigolera, due malghe – pascoli in montagna con edifici annessi. Verso mezzogiorno, l’impianto ha avuto un blocco improvviso e 170 persone sono rimaste a bordo. La società che gestisce le seggiovie della zona ha subito allertato il numero unico per le emergenze, ma l’intervento delle forze dispiegate non è stato necessario: il personale dell’impianto è infatti riuscito a far girare il meccanismo grazie alle procedure d’emergenza, consentendo ai passeggeri di evacuare in sicurezza. I vigili del fuoco di Primiero San Martino hanno supportato lo staff nelle operazioni di salvataggio, durate meno di un’ora. In seguito alla chiamata, un elicottero è decollato da Trento e grazie al suo sorvolo è stato possibile constatare con certezza l’avvenuta messa in sicurezza della seggiovia e dei passeggeri. La struttura verrà riaperta dopo l’esito delle verifiche tecniche sul funzionamento dell’intero impianto. L'articolo Paura in alta quota, si blocca la seggiovia di San Martino di Castrozza: 170 persone salvate in provincia di Trento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giovane pompiere morì a causa di una autogrù difettata, solo oltre 20 anni la famiglia ottiene il risarcimento
Quante volte abbiamo ammirato l’abnegazione e il sacrificio dei vigili del fuoco? Ebbene solo dopo oltre vent’anni di attese, ricorsi e battaglie giudiziarie, la Cassazione ha finalmente messo la parola fine sulla tragedia di Palazzo del Pero, costata la vita al pompiere Simone Mazzi. La III sezione civile della Suprema Corte ha rigettato il ricorso del ministero dell’Interno, confermando l’obbligo di risarcire la madre e il fratello del pompiere con 300mila euro, come già stabilito dal Tribunale di Arezzo e dalla Corte d’Appello di Firenze. Simone Mazzi aveva solo 29 anni quando, il 28 gennaio 2003, come racconta Il Corriere di Arezzo, perse la vita durante un intervento di soccorso lungo la vecchia statale Ss73, tra Palazzo del Pero e Molin Nuovo. L’intervento era scattato per recuperare un camionista rimasto gravemente ferito alla colonna vertebrale dopo un’uscita di strada del suo tir. Un intervento rischioso, ma come tanti altri che ogni giorno affrontare i caschi rossi. Mentre era calato con una barella toboga nel sottostante fiume Cerfone, il cavo d’acciaio dell’autogrù, al quale era appeso, si spezzò improvvisamente: il bozzello lo colpì alla testa, provocandone la morte immediata. Le successive indagini civili hanno evidenziato come l’autogrù utilizzata, acquistata nel 1982, fosse priva dei requisiti di sicurezza e non fosse mai stata sottoposta a manutenzione o controlli negli oltre vent’anni precedenti. Un deficit strutturale che, per i magistrati che nel corso del tempo si sono occupati del caso, ha rappresentato la causa determinante dell’evento mortale. Nelle dodici pagine di motivazioni, la Cassazione ha respinto tutti i motivi di ricorso del Ministero, dichiarandoli inammissibili e infondati, e ha sottolineato che l’assoluzione in sede penale del comandante dei Vigili del fuoco di Arezzo non esclude la responsabilità del datore di lavoro. Secondo la Suprema Corte, il punto centrale riguarda “l’utilizzo di un mezzo inadeguato e privo di manutenzione”, una responsabilità imputabile agli uffici ministeriali preposti al controllo dei macchinari, anche a livello nazionale. I giudici evidenziano inoltre che, se i controlli fossero stati effettuati correttamente, “il vizio sarebbe certamente emerso ed il Mazzi sarebbe ancora in vita”, un’omissione che assorbe ogni altra questione, comprese le modalità operative del soccorso. “È una vittoria non solo per la nostra famiglia, ma per tutto il Corpo dei Vigili del fuoco. Perché nessun servitore dello Stato venga più mandato a operare con mezzi vetusti e non sicuri” ha dichiarato al Corriere di Arezzo Luca Mazzi. In memoria di Simone, a lui è stato intitolato un piazzale, e gli è stata conferita la medaglia d’oro al valore civile, simboli del sacrificio e del coraggio del giovane pompiere che ha dato la vita per soccorrere gli altri. L'articolo Giovane pompiere morì a causa di una autogrù difettata, solo oltre 20 anni la famiglia ottiene il risarcimento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vigili del fuoco
Spray al peperoncino nell’aria, evacuato il secondo piano di una scuola superiore di Milano: 5 intossicati
Un centinaio di persone tra studenti, docenti e collaboratori scolastici sono state evacuate per un’intossicazione causata dalla presenza nell’aria di una sostanza urticante, probabilmente spray al peperoncino. Il fatto è accaduto alla scuola superiore Gerolamo Cardano, nella zona Lampugnano di Milano. Il secondo piano dell’edificio scolastico è stato evacuato per consentire l’intervento dei vigili del fuoco, tra cui l’unità Nucleare biologico chimico radiologico (NBCR): al termine delle operazioni di controllo e di bonifica non sono emerse particolari criticità. Il 118 è intervenuto per curare cinque persone che sono state lievemente intossicate. Già ieri mattina si è verificato un episodio analogo, e alcuni studenti hanno dovuto ricorrere alle cure dei sanitari. Non è la prima volta che l’istituto in via Natta viene evacuato: a gennaio del 2023 per un principio di incendio, a ottobre dello stesso per una fuga di gas e a novembre di quest’anno, quando uno spray urticante ha causato delle intossicazioni a decine di studenti, con alcuni ricoveri in ospedale. L'articolo Spray al peperoncino nell’aria, evacuato il secondo piano di una scuola superiore di Milano: 5 intossicati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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