Dopo 30 anni di latitanza, Matteo Messina Denaro è stato arrestato il 16 gennaio
2023. I Carabinieri del ROS hanno catturato il boss mafioso nella clinica
privata “La Maddalena” di Palermo, dove si sottoponeva a cure per un tumore al
colon sotto il falso nome di Andrea Bonafede. La sua cattura ha posto fine a una
delle più lunghe latitanze nella storia italiana, iniziata nel lontano 1993.
L’evento viene raccontato in “L’invisibile – La cattura di Matteo Messina
Denaro”, la serie tv in onda in due serate, in prima visione su Rai1, martedì 3
e mercoledì 4 febbraio. Il colonnello Lucio Gambera, interpretato da Lino
Guanciale, è da anni sulle tracce del latitante ma, a causa dei ripetuti
fallimenti, ha ricevuto dal suo Comandante un’indicazione: ha tre mesi di tempo
per portare a termine l’incarico, ovvero catturare Messina Denaro che sullo
schermo veste i panni di Ninni Bruschetta. Nel cast anche Leo Gassmann che veste
i panni del tecnico radio Ram e Levante, che interpreta la moglie di Gambera,
Maria. Una curiosità entrambi i cantanti saranno protagonisti del prossimo
Festival di Sanremo 2026, al via dal 24 febbraio. Abbiamo incontrati i tre
protagonisti della serie.
LINO GUANCIALE: “LE COLLUSIONI REITERATE DEI POLITICI SONO UNO SPETTACOLO
ORRIBILE”
“Di Matteo Messina Denaro, nello specifico quello che a me colpisce è sempre il
fatto che delle intelligenze anche straordinarie si votino a cose nefande, è una
cosa che accade quotidianamente purtroppo. Poi quello che mi ha colpito
moltissimo dal punto di vista umano è evidentemente la capacità di riuscire a
far respirare l’idea che alle persone intorno che sia normale. Nello specifico
che sia normale che qualcuno che conduce esistenze criminali come la sua, si
debba coprirlo o aiutarlo a non farsi prendere. È un po’ banale ma è quello che
mi colpisce degli eroi del male, ma nella loro banalità sta la possibilità di
potersi opporre, cioè il fatto che sia comunque un personaggio così potentemente
seduttivo.
Lo Stato oggi è ancora prima linea per la lotta la mafia? Non so dare una
risposta, se non quella che evinco dai fatti. È evidente che l’Italia e lo Stato
in cui sono cresciuto io aveva come ordine del giorno la lotta alla mafia. Io
sono stato una un ragazzo negli Anni 90 ed era sempre presente nel dibattito
politico, come fosse una necessità insopprimibile. Certo è che assistiamo a uno
spettacolo di continue collusioni reiterate anche da personaggi politici che,
una volta che sono stati in galera, a nuove dimissioni per tornarci per lo
stesso motivo. La recidività di certe connivenze, è uno spettacolo orribile.
Credo che sia necessario più che cercare di dare un’idea un po’ superficiale di
sicurezza, portare in oggetto quella cultura della legalità vera che mi sembrava
bene in auge, ecco degli anni in cui siamo stati giovani”.
LEVANTE: “FALCONE E BORSELLINO HANNO ACCESO UN FARO GIGANTE”
“Cosa ricordo di quel 23 maggio 1992, il giorno della Strage di Capaci (Matteo
Messina Denaro è stato condannato per la strage, ndr)? Io avevo cinque anni
festeggiavo il mio compleanno perché io sono nata il 23 maggio e ovviamente
ricordo molto poco. Ricordo però che negli anni successivi il mio compleanno era
sempre accompagnato da un’immagine, dalla memoria di Falcone. Quindi è un giorno
importante sotto tanti aspetti e non è un giorno in cui la mafia vince una
battaglia, è un giorno in cui la perde perché c’è stato un grandissimo
sacrificio da parte di questo uomo poi successivamente di Borsellino che hanno
acceso ancora di più i riflettori sulla ferita gigante che la Sicilia viveva da
troppo tempo”.
LEO GASSMANN: “LA MAFIA È NELLA NOSTRA VITA, AGISCE SILENZIOSAMENTE”
“Che tra quelli della mia generazione se ne parli poco di mafia è sicuramente è
vero. Diciamo che siamo sempre circondati da cattive notizie. La mia
impressione, in generale, è che comunque ci sono tante cose sulle quali
bisognerebbe lavorare, che però poi passano in secondo piano perché poi arriva
sempre una notizia diversa, un’altra cosa che succede in un’altra parte del
mondo. Quindi siamo circondati da brutte notizie e non sappiamo dove
aggrapparci.
La mia generazione credo che veda la magia come un qualcosa di antico, come
qualcosa che viene raccontato nei film o nelle serie televisive, perché poi alla
fine, almeno per quello che so io, la mafia è entrata a far parte della vita
comune di tutti noi. Anche perché non ci sono le stragi che hanno caratterizzato
gli Anni 70, 80 e 90. Oggi la mafia agisce in maniera molto più silenziosa e
quindi è anche più difficile scovarla e capire chi è irresponsabile. Quindi
sicuramente la percepiamo in una maniera un po’ cinematografica più che altro.
Questo è un po’ un problema perché in questo modo la mafia un po’ vince. Quindi
penso sia importante comunque fare progetti cinematografici come questo, perché
comunque si accendono le luci su degli eroi che a volte non vengono ringraziati
a sufficienza”.
L'articolo “Le continue collusioni reiterate dei politici sono uno spettacolo
orribile”: Lino Guanciale sulle tracce di Matteo Messina Denaro proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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L’accusa va cambiata. La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello a carico
di Lorena Lanceri, una delle donne legate a Matteo Messina Denaro, considerata
dagli inquirenti anche la vivandiera del boss. I giudici romani, infatti, hanno
bocciato la qualificazione giuridica che aveva portato alla condanna per
favoreggiamento e procurata inosservanza della pena, ritenendo che il reato di
concorso esterno in associazione mafiosa fosse stato applicato erroneamente.
Nel processo di secondo grado, Lorena Lanceri era stata condannata a 5 anni e 8
mesi, una pena ridotta rispetto ai 13 anni e 4 mesi stabiliti in primo grado. Ma
i giudici di Cassazione hanno deciso di rinviare il caso a una nuova sezione
della Corte d’appello di Palermo, invitando a rivedere l’impianto accusatorio e
la relativa pena. Questo significa che il giudizio sulla posizione di Lanceri
non è definitivo, e il nuovo processo potrebbe portare a una revisione tanto
dell’accusa quanto della durata della condanna.
La donna, che aveva ammesso la sua relazione con Messina Denaro, ha sostenuto di
non aver conosciuto immediatamente la vera identità del boss. Nonostante ciò, si
è prodigata per lui, gestendo la sua corrispondenza e mantenendo contatti con i
familiari e altri membri della sua organizzazione mafiosa. In cambio, la coppia
avrebbe ricevuto regali dal boss, tra cui un Rolex che Messina Denaro aveva
acquistato per il figlio della coppia.
In parallelo, è passata in giudicato la condanna definitiva del marito di Lorena
Lanceri, chiamata “Tramite” nei pizzini del boss, Emanuele Bonafede. L’uomo,
anche lui tra le persone vicine al boss, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi
per favoreggiamento aggravato. Bonafede, inoltre, è il cugino di Andrea
Bonafede, il geometra che aveva prestato la sua identità a Matteo Messina Denaro
per eludere le indagini e vivere sotto falso nome.
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L'articolo La Cassazione: “L’accusa alla vivandiera di Messina Denaro va
cambiata, nuovo processo d’appello” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarà destinato a una comunità fuori dalla Sicilia il figlio – di età appena
inferiore ai 10 anni – di una donna che ebbe una relazione sentimentale con il
boss mafioso Matteo Messina Denaro. A deciderlo il tribunale dei minorenni di
Palermo, che ha accolto la richiesta della procura dei minori sulla base dei
riscontri ottenuti dopo aver raccolto diversi elementi sulle condizioni di vita
e sui comportamenti della famiglia.
Quasi tre anni fa, quando Messina Denaro è stato arrestato dopo una lunghissima
latitanza, la donna si è presentata spontaneamente nella Procura del capoluogo
siciliano per testimoniare la sua estraneità, rivelando di aver scoperto la
famigerata identità dell’uomo solo con il suo arresto. I due avrebbero
intrattenuto una relazione tra maggio e novembre 2022. I pm dopo aver analizzato
le immagini delle videocamere del trapanese e a Campobello di Mazara e aver
letto appunti del boss e lettere dall’altra sua amante – la più conosciuta Laura
Bonafede – l’hanno arrestata per favoreggiamento e procurata inosservanza della
pena. La donna ha poi ottenuto poi i domiciliari, ed è stato arrestato – sempre
per favoreggiamento – anche suo marito.
Ora il giudice del tribunale dei minori Nicola Aiello ha dato la possibilità
alla madre del bambino di scegliere se seguire il figlio in comunità. Qui il
giovane intraprenderà un percorso di educazione alla legalità e sarà assistito
da psicologi e assistenti sociali. La donna ha detto di voler intraprendere un
programma che aderisca al protocollo Liberi di scegliere (nato per dare
un’alternativa di vita a chi proviene da famiglie legate all’ambiente
criminale). Interesse non dimostrato da parte del padre del bambino che, invece,
si definisce perseguitato e vittima di ingiustizia e afferma di essere un
modello di legalità.
“Da tutti gli elementi fin qui raccolti” – scrive il giudice nel provvedimento –
“emerge la figura di una coppia genitoriale adusa a comportamenti penalmente
rilevanti e incompatibili con il vivere civile, con grave pregiudizio per il
figlio, esposto con la crescita ad un esempio tutt’altro che virtuoso”. Il
ragazzino sarebbe anche esposto a comportamenti che appaiono “gravemente
pregiudizievoli per il minore anche in termini di interiorizzazione di “valori”,
schemi comportamentali e modelli caratterizzati da mancato rispetto dell’altro”.
Questi comportamenti si porrebbero “in profondo e radicale antagonismo con
quelli fondanti della società civile, con grave violazione dei doveri
genitoriali e conseguente grave pregiudizio per il figlio”.
La decisione finale sul togliere o meno la responsabilità genitoriale al padre e
alla madre del piccolo è attesa entro il 4 aprile, data ultima entro la quale il
tribunale dei minori esaminerà i risultati del percorso intrapreso dai genitori.
L'articolo Il figlio di un’amante di Matteo Messina Denaro allontanato dai
genitori. I giudici: “Ambiente criminogeno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato aperto un fascicolo per verificare i motivi della morte di Rosario
Scalia, detenuto trovato morto nel carcere di Sulmona. L’uomo, 50 anni, era
considerato legato a Matteo Messina Denaro, deceduto a sua volta nel settembre
del 2023 nel reparto detenuti dell’ospedale de L’Aquila. Il ritrovamento di
Scalia da parte della Polizia Penitenziaria, invece, risale alla sera del 24
dicembre. Secondo le prime informazioni, il decesso in cella sarebbe avvenuto
per cause naturali. Da quanto si apprende, il detenuto era in sovrappeso ed era
stato sottoposto a un intervento chirurgico all’anca, alcune settimane fa,
all’ospedale dell’Annunziata a Sulmona. Sulla vicenda è stata disposta
l’autopsia: gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi.
La salma è stata trasferita all’obitorio del San Salvatore dell’Aquila per
l’esame autoptico che accerterà eventuali complicazioni post-operatorie e per
escludere anche le ipotesi di eventuali trombosi o embolia. Scalia stava
scontando una condanna a 20 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di
Salvatore Lombardo, ucciso nel maggio del 2009 a Partanna, in provincia di
Trapani, suo comune di provenienza Secondo la ricostruzione dei giudici, era
stato Scalia a comunicare agli assassini gli spostamenti della vittima.
Di professione imprenditore edile, Scalia era indicato come uomo vicino al boss
Giovanni Domenico Scimonelli, che per gli investigatori era un figura
fondamentale della rete di protezione di Messina Denaro, latitante per quasi
trent’anni. Nel 2024 gli erano stati confiscati beni per circa 180mila euro.
L'articolo Detenuto trovato morto nel carcere di Sulmona la notte di Natale, era
legato a Messina Denaro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tanto è robusta l’inchiesta della Procura di Milano sul nuovo sistema mafioso
lombardo, tanto circostanziato il lavoro dei pm Alessandra Cerreti e Rosario
Ferracane assieme ai carabinieri del Nucleo investigativo che dopo il primo,
poche ore fa è arrivata la notizia di una secondo collaboratore anche lui
considerato organico e ai vertici del Consorzio mafioso fotografato
dall’inchiesta Hydra.
Se solo poche settimane fa la storia dell’indagine aveva subito una svolta con
la collaborazione di William Cerbo, braccio finanziario della cosca Mazzei di
Catania, ora è il turno della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo capeggiata da
Vincenzo Rispoli, da tempo al 41 bis e recentemente raggiunto da un’ordinanza
per l’omicidio di Nicola Vivaldo ucciso a Rho il 23 febbraio 2000. A collaborare
è infatti Francesco Bellusci, classe ‘1987 nato a Cuggiono in provincia di
Milano, considerato interno al gruppo calabrese assieme, tra i vari, a Massimo
Rosi, Giacomo Cristello e Pasquale Rienzi.
La notizia è stata resa nota oggi durante l’udienza del processo che si svolge
con rito abbreviato. La Procura ha infatti depositato sei recentissimi verbali
di Bellusci che ha iniziato a collaborare con la Procura lo scorso 21 novembre,
data del suo primo verbale. Sarà sentito poi l’1, il 2, il 3, il 9 e il 10
dicembre. Lunghi verbali, in parte omissati, che contengono, per quel che
risulta, rivelazioni decisamente pesanti. Bellusci infatti racconta la genesi
del Consorzio che lui definisce “Unione”, dopodiché spiega la sua affiliazione
alla locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo con relativo rituale.
Quindi svela un omicidio commesso da uno degli imputati di Hydra che però al
tempo del processo fu assolto. E infine illustra nello specifico la gestione del
denaro dell’ex primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Bellusci, pur
relativamente giovane, emergerà dalle indagini partecipa a diversi summit di
mafia anche con i rappresentanti di Messina Denaro e della camorra romana legata
al clan di Michele Senese. Inoltre, presente alla “mangiate” nel terreno della
famiglia Nicastro a Castano Primo ne svela contenuti e interessi, a partire
dalla ricostituzione del locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo.
Secondo la Procura di Milano appartiene alla locale di ‘ndrangheta organica al
Consorzio. Intercettato Massimo Rosi: “Fa parte della locale di Legnano
Francesco Bellusci”, il quale, secondo i pm, si metterà “a completa disposizione
degli interessi dell’associazione, cooperando con gli altri associati nella
realizzazione del programma criminoso”. E dunque: “Svolgendo funzioni operative
nelle azioni intimidatorie ed estorsive da compiere nell’interesse dell’intera
associazione criminale; contribuendo all’alimentazione della cassa comune
destinata al sostentamento dei detenuti, in particolare per il capo locale
Vincenzo Rispoli, occupandosi del reimpiego dei profitti illeciti
dell’organizzazione criminale, attraverso l’acquisizione di aziende operanti in
vari settori, alle quali erano addetti, quali prestanome”.
L'articolo Consorzio mafioso lombardo, c’è un secondo pentito. E’ Francesco
Bellusci affiliato alla ‘ndrangheta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quindici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. È la condanna
inflitta dal tribunale di Marsala ad Alfonso Tumbarello, il medico di Campobello
di Mazara che aveva seguito tutto l’iter delle cure di Matteo Messina Denaro
dopo la scoperta del tumore al colon, quando era ancora latitante. L’accusa
aveva chiesto una condanna a 18 anni di carcere. Tumbarello, massone iscritto al
Grande Oriente (poi sospeso), ex politico (consigliere provinciale e candidato
alle regionali con l’Udc), era finito in carcere meno di un mese dopo l’arresto
dell’ex boss di Castelvetrano, avvenuto il 16 gennaio del 2023. Dopo cinque mesi
era passato ai domiciliari per limiti di età (oggi ha 73 anni), mentre il tumore
alla fine ha ucciso Messina Denaro, in carcere, il 25 settembre del 2023, poco
più di nove mesi dopo l’arresto.
Il processo è iniziato nel dicembre del 2023 e per due anni l’accusa –
rappresentata in aula dal pm di Palermo, Gianluca De Leo – ha dibattuto con la
difesa – gli avvocati Gioacchino Sbacchi e Giuseppe Pantaleo -, per dimostrare
che Tumbarello fosse consapevole di aver firmato ben 147 prescrizioni per
Messina Denaro e non invece per Andrea Bonafede, l’alias usato dall’ex
latitante. De Leo ha anche portato due nuove evidenze al processo: un
certificato medico per accedere alle strutture sportive, emesso a stretto giro
assieme alla richiesta di day service per una seduta di chemioterapia, la
prescrizione di una compressa di Tavor il giorno prima di una risonanza. La
dimostrazione, in sostanza, che il medico facesse prescrizioni per due distinte
persone nonostante le generalità fossero le stesse: per il vero Bonafede, che
aveva normali necessità, e per Messina Denaro, che invece doveva sottoporsi alle
cure per il tumore. Tumbarello, dunque, era consapevole di avere in cura il boss
di Castelvetrano.
Il processo era arrivato alle battute finali già lo scorso maggio, ma ha subito
un rinvio perché il presidente del Tribunale, Vito Marcello Saladino (a latere
Francesca Maniscalchi e Andrea Agate), ha chiesto nuove perizie su questi
documenti. Nella requisitoria, De Leo ha anche ricordato quando nel 2004
Tumbarello fece da tramite per un incontro, presso il suo studio, tra l’ex
sindaco di Castelvetrano, Tonino Vaccarino, e il fratello di Messina Denaro:
“Dovremmo ritenere che sia credibile che non sapesse che Salvatore Messina
Denaro nel 2004 era stato arrestato e già condannato per 416-bis, che Vaccarino
gli abbia chiesto in maniera generica soltanto se lo conoscesse?”, è la domanda
retorica posta da De Leo alla fine della sua requisitoria il 22 ottobre. Tutti
elementi contestati dalla difesa che ha sostenuto come Tumbarello avesse emesso
certificati e ricette convinto che fossero indirizzati ad Andrea Bonafede. E
quest’ultimo non si recava mai direttamente allo studio medico, per tenere
nascosto ai suoi parenti di essersi ammalato di tumore. Una tesi che non ha
convinto i giudici: per il tribunale, Tumbarello sapeva perfettamente di essere
il medico di Messina Denaro.
L'articolo Alfonso Tumbarello condannato, al medico di Messina Denaro 15 anni
per concorso esterno alla mafia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima la richiesta di arresto bocciata dal giudice delle preliminari di Milano
Tommaso Perna, quindi le conferma di far parte con ruolo apicale del nuovo
sistema mafioso lombardo, anche detto Consorzio, da parte del Tribunale della
Libertà e della Cassazione. Da qui il mandato di cattura, tre giorni di
latitanza, quindi l’arresto in ospedale dove tentava di simulare una malattia
che non c’è. E ora per Paolo Errante Parrino, 79 anni alias “zio Paolo”,
considerato “rappresentante del mandamento mafioso di Castelvetrano sul
territorio Lombardo”, nonché cerniera per gli interessi dell’ex latitante Matteo
Messina Denaro, si sono aperte le porte del carcere duro. Per lui, infatti, è
stato disposto il 41bis. In una vecchia intervista a chi gli chiedeva se la
mafia esiste o meno, rispondeva così: “Cos’è una marca di formaggio?”.
Oggi Parrino risulta imputato nel maxi-processo milanese Hydra che ha
scoperchiato contatti e affari di un sistema mafioso composto da soggetti di
vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. E a differenza di 77
imputati, per i quali la Procura ha chiesto 570 anni di condanne, non ha scelto
il rito abbreviato e dunque si trova ancora nel limbo dell’udienza preliminare.
Il 25 gennaio scorso, il boss, che per decenni ha eletto come suo centro di
potere il comune di Abbiategrasso a sud di Milano, è stato arrestato fuori
dall’ospedale di Magenta e portato nel carcere di Ancona, sezione alta
sicurezza. Una misura restrittiva già pesante che però, stando alle ultime
indagini della Procura trasmesse al Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria (Dap), non è servita a tagliare i rapporti diretti con esponenti
di Cosa nostra.
Secondo le note del Dap e i riscontri dei magistrati, infatti, Parrino
“comandava” ancora nel carcere di Ancona, grazie ai suoi uomini. Per questo l’11
novembre e cioè il giorno stesso dell’inizio della requisitoria finale dei pm
Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, è stato trasferito nel carcere di
massima sicurezza di Spoleto e qui messo in regime di 41 bis. Dirà lo stesso pm
della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Cerreti: “Parrino lo
abbiamo catturato dopo tre giorni di latitanza, mentre andava in un ospedale a
far finta di essere malato. Lo stesso Parrino, che sulla base delle risultanze
di questo procedimento, due giorni fa in data 11 novembre è stato sottoposto a
regime detentivo di cui l’Art. 41 bis, perché evidentemente anche l’Autorità
amministrativa ha ritenuto fondate le risultanze emerse da questo procedimento”.
Insomma, un ulteriore conferma della pericolosità del boss che “ha i rapporti di
parentela attraverso la moglie con l’ex latitante Matteo Messina Denaro e
Messina Antonio”. E che nell’inchiesta Hydra, secondo i pm, mostra tutto il suo
potere intervenendo in una lite tra Gioacchino Amico, rappresentante degli
interessi anche della camorra romana e di Cosa nostra, e la famiglia Pace,
legata al mandamento di Trapani. In un’intercettazione, riportata in
requisitoria dal pm Cerreti, si legge: “Errante Parrino stamattina mi ha detto:
‘Dice, intervenite, andatelo a prendere, me lo porti qua, ci dici che si viene a
prendere il caffè, me lo porti qua a Cicciobello”, soprannome di Amico.
Per decenni, lo zio Paolo ha tessuto i suoi affari in piena libertà, arrivato
sulle sponde del Naviglio che lambisce il comune di Abbiategrasso dopo una prima
condanna per i rapporti con Cosa nostra. E qui nella tranquillità
dell’hinterland, anche grazie alla connivenze della politica locale e di certa
parte della società civile, ha vissuto indisturbato divenendo così il punto di
riferimento dell’ala mafiosa di Matteo Messina Denaro.
Ancora nel 2009, con Parrino specchiato cittadino, il Nucleo investigativo dei
carabinieri di via Moscova in una nota sulla presenza della criminalità
organizzata nel Milanese scriveva: “Ad Abbiategrasso è residente Paolo Errante
Parrino facente parte in passato di una cosca mafiosa, reato per il quale ha già
scontato vari anni di carcere. Parino è sposato con Antonina Bosco, la quale ha
in gestione il bar sala giochi Las Vegas frequentato assiduamente da
pregiudicati, tanto che nel 2005 veniva notificato l’ordine di sospensione per
30 giorni”. In quell’anno, 2009, il boss si occupava di aiutare la moglie nella
gestione del bar. In realtà quel bar, emerge dagli atti di Hydra, altro non era
che il suo ufficio in cui incontrare, ad esempio, i politici locali. Mentre in
un capannone non lontano dal Las Vegas, i carabinieri del Nucleo investigativo
nell’ambito dell’indagine Hydra hanno filmato summit di mafia tra Parrino e i
vertici del Consorzio mafioso. Da allora molto è passato e oggi lo zio Paolo sta
al 41 bis.
L'articolo “In carcere continuava a comandare”, il boss di Cosa nostra in
Lombardia Errante Parrino al 41 bis proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il medico che eseguì nel 2020 la colonscopia sull’allora boss latitante Matteo
Messina Denaro non deve andare in carcere. Il tribunale del Riesame ha infatti
confermato la decisione del gip, respingendo la richiesta di arresto avanzata
dalla Dda nei confronti del medico gastroenterologo di Marsala Sebastiano
Bavetta, indagato per favoreggiamento aggravato. Secondo la Procura di Palermo
sarebbe stato consapevole che il paziente fosse il capomafia. Di avviso opposto
il giudice per le indagini preliminari e il Riesame. Il medico, sentito dai pm,
ha ammesso di aver eseguito l’esame, ma ha sostenuto di aver saputo solo dopo la
cattura che il paziente in realtà era il superlatitante.
Era il 3 novembre di 5 anni fa quando lo specialista diagnosticò al capomafia il
cancro al colon attraverso una colonscopia. Il boss di Castelvetrano si sarebbe
presentato con l’identità di Andrea Bonafede ed era arrivato al medico tramite
Giovanni Luppino, l’autista di Messina Denaro arrestato insieme a lui il 16
gennaio del 2023 nei pressi di una clinica “La Maddalena” di Palermo. Nel covo
del boss di Cosa Nostra, a Campobello di Mazara, erano stati trovati i referti
compilati da Bavetta e intestati a Bonafede.
“È dimostrato che Bavetta abbia mostrato una speciale sollecitudine e abbia
garantito un trattamento di favore diverso rispetto a quello riservato agli
altri pazienti. È parimenti emerso che abbia ricevuto da Messina Denaro
corrispettivi in denaro di entità superiori agli onorari ordinariamente
praticati”, scriveva lo scorso luglio il gip nell’ordinanza, come riporta
Livesicilia. Il giudice precisava però che “ciò che resta indimostrato è il dato
della consapevolezza della reale identità del paziente che si era presentato con
la falsa generalità di Andrea Bonafede”. Le motivazione del Riesame, invece, non
sono state ancora depositate.
L'articolo Il Riesame respinge la richiesta di arresto per il gastroenterologo
che diagnosticò il tumore a Matteo Messina Denaro proviene da Il Fatto
Quotidiano.