Tommaso Zorzi è stato testimone di un episodio di razzismo avvenuto a Milano,
mentre stava passeggiando con il suo cane al parco. Il co-conduttore di
“Cortesie per gli ospiti” ed ex concorrente del “Grande Fratello” ha condiviso,
tra le lacrime, la sua esperienza con i follower.
“Volevo raccontarevi una cosa che mi è successa oggi, ero al parco col cane e
una ragazza nera – ha raccontato – mi si avvicina e mi dice che ha sentito dei
ragazzini, che erano poco più indietro, fare dei commenti razzisti su di lei e
mi ha chiesto se potevo accompagnarla fino all ‘uscita del parco perché non si
sentiva sicura. Giuro, è una roba che mi ha distrutto il cuore”.
E ancora: “Perché non mi è mai capitato. Non ho mai provato sulla mia pelle cosa
significa veramente non sentirsi al sicuro. Il fatto che questa ragazza abbia
chiesto di accompagnarla, mi ha distrutto… Un po’ per certi versi questo è
veramente un mondo brutto”.
L'articolo “Mi ha distrutto il cuore. Una ragazza mi ha avvicinato al parco e mi
ha chiesto aiuto perché vittima di insulti razzisti”: Tommaso Zorzi in lacrime –
IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Razzismo
“Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere questa azienda.
È imbarazzante“. Il commento di Bella Hadid, comparso sotto un video diventato
virale su Instagram, ha riacceso il dibattito attorno alla sfilata Dolce&Gabbana
Uomo Autunno-Inverno 2026/27, presentata a Milano sabato 17 gennaio. Nel mirino
delle critiche è finita infatti la passerella composta da modelli tutti bianchi,
caucasici, bellissimi neanche fossero stati creati dall’intelligenza
artificiale, elemento che – in un progetto che pretende di parlare di
“individualità” – diventa un limite visibile, non un dettaglio.
A innescare la polemica è stato il post dell’influencer Elias Medini (@ly.as),
osservatore attento del fashion system e noto per i suoi watch party online
durante le sfilate. Nel video, Medini concentra l’attenzione su un dettaglio
preciso: il casting, appunto. “50 sfumature di bianco“, scrive pubblicando le
immagini dello show e sottolineando l’assenza di modelli asiatici, neri o arabi.
Non solo. A tutto questo si aggiunge poi il contrasto tra ciò che si è visto e
ciò che la sfilata dichiarava di voler raccontare. La collezione porta infatti
il titolo The Portrait of Man e viene presentata come un lavoro sugli “archetipi
maschili lontani da qualsiasi stereotipo”. Peccato che l’impianto sia
esattamente l’opposto: tutte le figure messa in passerella (lo sportivo, l’uomo
di casa in pigiama, il dandy da smoking, ecc.) funzionano come stereotipo per
definizione, perché procedono per etichette immediate. Ogni uscita, insomma,
finisce per essere la rappresentazione didascalica e cristallizzata dello
stereotipo stesso, nonostante gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana
avessero parlato di un omaggio “all’identità singolare di ogni uomo”, quindi di
una celebrazione dell’individualità.
Da qui le polemiche social a cui si è accodata anche la top model Bella Hadid:
“Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere questa azienda.
È imbarazzante”. Il riferimento inevitabile, per molti osservatori, è il 2018,
quando Dolce&Gabbana fu travolta dalle accuse di razzismo in Cina per una
campagna giudicata offensiva e stereotipata. La vicenda portò alla cancellazione
della sfilata di Shanghai e a un boicottaggio su larga scala, segnando uno dei
momenti più delicati nella storia recente della maison.
> View this post on Instagram
>
>
>
>
> A post shared by Lyas (@ly.as)
L'articolo “Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere
questa azienda. È imbarazzante””: Bella Hadid contro Dolce e Gabbana per la
sfilata non inclusiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il candidato André Ventura, uno dei quattordici in pista il 18 gennaio 2026 per
l’elezione del nuovo presidente della Repubblica portoghese, è stato condannato
lunedì a rimuovere immediatamente i cartelloni elettorali nei quali la sua
immagine è accompagnata da questa frase: “Gli zingari devono obbedire alla
legge”. La sentenza è stata emessa dal tribunale civile di Lisbona: il giudice
Ana Barao, accogliendo la denuncia presentata da sei associazioni comunitarie,
ha concesso ventiquattro ore di tempo per rimuovere i manifesti, con una multa
di 2.500 euro per ogni giorno di ritardo. Il leader di Chega, partito populista
di estrema destra, ha annunciato che presenterà ricorso “perché questa sentenza
apre un precedente gravissimo per la Repubblica e per la democrazia. In tutta
Europa, questa decisione appare unica e invece di più libertà e più democrazia,
l’imposizione di rimuovere i cartelloni rafforza il senso di impunità da parte
di una comunità”. Nessun procedimento invece su un’altra comunità presa di mira
da Ventura nella sua campagna elettorale: quella dei cittadini del Bangladesh.
Non c’è stato un pronunciamento per la semplice ragione che non ci sono state
denunce.
La sentenza di Lisbona, emessa lunedì, è stata una delle notizie più rilanciate
dai media nei notiziari della sera. È stata commentata sui social e nelle cene
prenatalizie da milioni di cittadini portoghesi. Da alcune settimane il
dibattito presidenziale è servito a tavola, tra zuppe e baccalà. Quattordici
candidati per la successione di Marcelo Rebelo de Sousa sono un record. E la
scelta da parte del presidente in uscita di rinunciare ai privilegi concessi a
chi ha servito il Paese nel ruolo più importante – ufficio, segretario,
attendente, auto e benzina pagata – ha scosso un Portogallo in cui la casta,
come in altre nazioni, rappresenta un’élite dorata.
André Ventura è il nuovo astro della politica lusitana. Ha fondato il partito
Chega nel 2019 e nel 2025 lo ha condotto al secondo posto nelle preferenze dei
portoghesi, preceduto solo dai socialdemocratici del premier Luìs Montenegro. Se
si dovesse andare alle urne in questi giorni, Chega conquisterebbe la medaglia
d’argento, lasciando il bronzo ai socialisti, ancora scossi dall’uscita dalla
scena dell’ex pm Antònio Costa, Presidente del Consiglio Europeo dal 1° dicembre
2024.
L’ascesa dirompente di Chega è legata in gran parte all’istrionismo e alla
spregiudicatezza del suo leader. Avvocato, 42 anni, ex commentatore televisivo
sportivo, Ventura si muove sul solco di Matteo Salvini e dello spagnolo Santiago
Abascal di Vox. Ha assimilato in fretta la lezione degli omologhi europei e ha
accorciato il “ritardo” populista del Portogallo, rilanciando temi e slogan
degli schieramenti demagogici del vecchio continente. La candidatura alla
presidenza della Repubblica è l’ultimo passo di un’ascesa irresistibile. Nei
sondaggi, Ventura lotta per la prima posizione, anche se appare quasi
impossibile – ma in politica mai dire mai – che possa succedere a Marcelo, come
chiamano affettuosamente i portoghesi l’attuale presidente.
Il problema, come rilevato in un editoriale firmato dal direttore aggiunto di O
Pùblico, Pedro Candelas, è che il populismo di Chega ha qualche problema con la
giustizia: “Rappresenta una contraddizione insanabile nel partito che si
alimenta di indignazioni e risentimenti”. In effetti, basta scorrere i reati
commessi da alcuni esponenti di Chega per avere un campionario di misfatti ed
orrori, tra valigie rubate all’aeroporto, guida in stato di ebbrezza,
incitamento all’odio, prostituzione di minori e abusi sessuali su minori. Una
sfilza di crimini che, per ora, non ha frenato l’ascesa del partito che ha
scelto come slogan la parola “Basta!”. Una parola che, pronunciata contro,
potrebbe fermare la corsa di Ventura. Già, ma quando?
L'articolo “Gli zingari devono obbedire alla legge”: il leader portoghese di
estrema destra Ventura condannato a rimuovere i manifesti elettorali proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Ieri sera ho giocato in casa. E non mi sono sentita in casa. In 12 anni di
carriera non avevo mai assistito né vissuto sulla mia pelle un atteggiamento del
genere da parte del pubblico che dovrebbe sostenere la propria squadra”. E’ un
passaggio della denuncia pubblica di Adhu Malual, opposto della Monviso Volley e
giocatrice della Nazionale italiana di pallavolo. Malual scrive in un post su
Instagram, accompagnando il testo con una sua foto in bianco e nero. L’azzurra,
25 anni, romana con genitori originari del Sud Sudan, racconta le cose
indicibili che ha sentito arrivare dagli spalti nella partita di campionato di
A1 che la sua squadra, Pinerolo, ha perso al tie-break contro Macerata. “Si può
sbagliare – scrive Malual -. Fa parte del gioco, fa parte del lavoro, fa parte
dell’essere umani. Quello che non fa parte di questo sport sono insulti, fischi
costanti, offese personali e sì commenti razzisti, rivolti non solo a me ma
anche ai miei familiari sugli spalti. Dal primo punto all’ultimo. Non per
spronare. Non per sostenere. Solo per colpire“.
“Sono fiera di essere italiana – continua Malual -. Sono fiera di giocare in uno
dei campionati più forti al mondo. Sono fiera di indossare la maglia azzurra,
perché l’amore che provo per questo Paese, che è la mia casa, è indescrivibile.
E non permetterò a nessuno di metterlo in discussione. I momenti no esistono per
tutti, in qualsiasi ambito. C’è una linea sottile tra il tifo e la mancanza di
rispetto. Ieri sera quella linea è stata superata più volte. E quando a pagarne
il prezzo non è solo l’atleta in campo, ma anche la squadra e la sua famiglia
sugli spalti, allora il problema non è sportivo. È umano. Io continuerò a fare
il mio lavoro. Con dignità. Con professionalità. Con rispetto per questo sport.
Ma una cosa va detta chiaramente: il silenzio, davanti a certi comportamenti,
non è più un’opzione. Ringrazio la società per il supporto dimostrato, e i
tifosi che riconoscono il mio impegno e comprendono il momento delicato”.
Mauro Fabris, presidente della Lega Volley femminile ha definito l’accaduto
“inaccettabile”. “Chiederemo l’intervento del giudice di Lega per verificare
quanto accaduto e chiederemo alla Federazione di informarsi con gli arbitri,
presenti sul campo, per un loro giudizio sui fatti – dice Fabris -. In ogni caso
crediamo che Monviso Volley sia in grado di individuare i responsabili di questa
vicenda indegna e proibire loro l’accesso in futuro al palazzetto. La Lega ha
sempre combattuto episodi di razzismo, intolleranza e violenza, verbale e non.
Nel nostro campionato giocano atlete da tutto il mondo, di 40 nazioni diverse,
con credi religiosi e culture differenti, senza che mai si registrino episodi
simili. Il nostro è il Campionato più bello del mondo anche perché ha saputo
valorizzare ciascuna di queste straordinarie atlete”.
L'articolo L’azzurra Adhu Malual si ribella agli insulti razzisti in campo:
“Sono fiera di essere italiana: il silenzio davanti a certi comportamenti non è
più un’opzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La formazione U13 del Qpr, club inglese, ha deciso di ritirarsi dalla Winter
Cup, prestigioso torneo internazionale organizzato dalla Strikers Agency che si
è giocato a Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano. È accaduto domenica,
dopo un episodio di razzismo nella giornata di sabato, come precisato dallo
stesso club con una nota ufficiale: “Azione intrapresa dopo che uno dei nostri
giocatori U13 è stato oggetto di insulti razzisti da parte di un giocatore
avversario”, della Virtus Verona, “al termine della partita giocata sabato 14
dicembre”. Il club inglese – che vincendo quella partita per 3-1 si era
qualificato alla fase finale del torneo da primo in classifica nel proprio
raggruppamento – ha rinunciato a giocare le finali previste per domenica.
A confermare la rinuncia al torneo da parte della società inglese a
Ilfattoquotidiano.it è stata la Strikers Agency, società che si occupa
dell’organizzazione di tornei internazionali di calcio giovanile da diverso
tempo: “Noi siamo una società composta da tre soci, di cui due sono italiani
(Aldo Bratti e Niccolò Bigazzi) e uno è un ragazzo marocchino, Momo Hadiry.
Quindi già questo fa capire come viviamo noi il discorso legato
all’inclusività”, esordisce Aldo Bratti, uno dei tre fondatori della Strikers
Agency.
“Noi non eravamo presenti in quel momento esatto, in quel campo, quindi non
possiamo confermare o smentire la versione del Qpr. Ma condividiamo e
rispettiamo la loro decisione. Se loro mi dicono ‘è andata così’, sono d’accordo
con la loro scelta, perché è molto grave che a 12 anni possa succedere un
qualcosa del genere. Ma non posso assicurare che un tesserato della Virtus
Verona abbia detto qualcosa, non c’eravamo”.
Intanto il club veronese ha smentito tutto: “La Virtus Verona smentisce in modo
categorico quanto riportato da alcune testate nazionali in merito a un presunto
insulto razzista che sarebbe stato pronunciato da un atleta del Club nei
confronti di un avversario del Queen’s Park Rangers, nell’ambito di un torneo
giovanile U13 a Trezzano sul Naviglio (MI)”, si legge nella nota.
L’EPISODIO ALLA WINTER CUP E LA DECISIONE DEL QPR
La Winter Cup è un torneo giovanile U13 che si gioca tra 90 squadre, coinvolge
circa 1800 atleti e si gioca in tre centri sportivi differenti, con squadre del
calibro di Milan, Inter, Benfica (poi vincitrice del torneo) per citarne tre, ma
anche alcune società dilettantistiche. Sabato – al termine della sfida tra Qpr e
Virtus Verona, con la vittoria degli inglesi che ha estromesso proprio il club
veronese dalla competizione – un giocatore della Virtus avrebbe proferito
insulti razzisti nei confronti di uno dei tesserati del Qpr.
Da lì la decisione del club inglese di ritirarsi dopo qualche ora e dopo anche
un confronto con i dirigenti che si trovavano a Londra in quel momento. “Alle
21:30 – qualche ora dopo la partita – ho ricevuto un messaggio da un dirigente
del Qpr che mi scrive in inglese ‘uno dei nostri calciatori è stato vittima di
insulti razzisti‘ – spiega Bratti -. Tre minuti dopo gli mando un vocale per
capire quando e come sia successo e gli dico di tenermi aggiornato”. Lì la
conversazione si interrompe.
Pochi minuti dopo la mezzanotte, la comunicazione del club di ritirarsi con
effetto immediato dal torneo e intorno a mezzanotte e mezza la chiamata allo
stesso Aldo Bratti da parte del direttore della QPR Academy, Alex Carroll, e del
team manager per spiegare nel dettaglio la situazione: “Mi hanno ribadito che
avevano parlato con il safeguarding manager e il senior leadership team, che su
queste cose hanno zero tolleranza e quindi avevano deciso di abbandonare il
torneo”. “Poi mi hanno anche precisato che si sono trovati benissimo e che
vorrebbero partecipare anche il prossimo anno. Noi gli abbiamo risposto che
saremo felici di invitarli e che ci dispiaceva per quanto accaduto, soprattutto
per la motivazione per cui avevano deciso di ritirarsi”, spiega Bratti.
Tutto ciò accade nella notte tra sabato e domenica, con le finali a cui il Qpr
non ha preso parte previste proprio per il 14 dicembre. Il club inglese ha
comunque preso il volo per Londra delle 21:45 della domenica, come già
pianificato prima del torneo. “Noi il giorno dopo per gran parte a spese nostre
abbiamo deciso di mandarli a San Siro per vedere Milan-Sassuolo alle 12:30. Non
per cancellare l’accaduto ovviamente, ma per distrarli e concedergli una
giornata alternativa. Poi li abbiamo riportati in hotel in bus e successivamente
in aeroporto, dove hanno preso il volo già pianificato delle 21:45″, ha concluso
Bratti.
L'articolo Insulti razzisti a un 12enne, gli inglesi del QPR si ritirano da un
torneo a Milano. Gli organizzatori: “Non c’eravamo a quel match, ma condividiamo
la loro scelta” proviene da Il Fatto Quotidiano.