Boyan Chowdhury, ex chitarrista degli Zutons e originario del Bangladesh. ha
denunciato di essere stato vittima di un attacco razzista che gli ha causato una
enorme ferita alla testa. L’aggressione, stando a quanto raccontato dal
musicista, è avvenuta nella zona di Wavertree, a Liverpool.
“Sono stato vittima di un attacco razzista da parte di una banda di ragazzi. –
ha spiegato – Mi hanno chiamato PAKI, SABBIA NEGRA e SPORCO ARABO. Poi uno mi è
corso addosso di lato con un pezzo di legno lungo due piedi. Se non mi fossi
girato credo che in questo momento sarei stato colpito alla nuca e morto”.
Poi ha rivelato: “Mi ha fatto passare davanti e come potete vedere mi ha
spaccato la testa fino al cranio. Si sono avvicinati volontariamente con questo
pezzo di legno. Questa città è fottutamente una merda. Pieno di sporchi orribili
ratti razzisti. E peggiora ogni giorno”.
La polizia del Merseyside ha confermato che l’aggressione subita dal 46enne è
“motivata dall’odio”.
L'articolo “Hanno urlato ‘paki, sabbia negra e sporco arabo’. Mi hanno colpito
in pieno e aperto la testa fino al cranio”: Boyan Chowdhury, ex chitarrista
degli Zutons, si sfoga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Razzismo
Per la prima volta nella storia della Premier League, una partita è stata
interrotta per l’attivazione del protocollo antirazzismo. È successo durante
Newcastle–Sunderland, derby ad alta tensione dentro e fuori dal campo, sospeso
per alcuni minuti nel secondo tempo dopo la denuncia di insulti razzisti rivolti
a Lutsharel Geertruida.
L’episodio è emerso progressivamente. All’inizio della ripresa il gioco si è
fermato in seguito a un infortunio di Sven Botman, ma la pausa si è prolungata
ben oltre il necessario. L’arbitro Anthony Taylor ha richiamato il capitano del
Newcastle Kieran Trippier in panchina, confrontandosi con gli allenatori e lo
staff, mentre inizialmente non era chiaro cosa stesse accadendo. Solo in un
secondo momento la Premier League ha confermato la natura dell’interruzione: una
segnalazione di insulti discriminatori provenienti dagli spalti e indirizzati al
difensore del Sunderland.
A informare l’arbitro era stato il capitano degli ospiti Granit Xhaka, dopo aver
raccolto la denuncia del compagno Geertruida. Una volta chiarita la situazione,
il protocollo è stato applicato e la gara è stata temporaneamente sospesa. Alla
ripresa, Taylor ha parlato nuovamente con Xhaka prima di far riprendere il
gioco.
La Premier League ha condannato l’accaduto con una nota netta: “Il razzismo non
ha posto nel nostro sport, né in nessun altro ambito della società”, annunciando
l’apertura di un’indagine. Sulla stessa linea anche il Newcastle, che ha
assicurato piena collaborazione con le autorità per identificare i responsabili.
L’allenatore del Sunderland, Regis Le Bris, ha spiegato di aver parlato con
Geertruida a fine partita: il giocatore “sembrava stare bene”, ma la squadra
ribadisce “la necessità di sostenerlo“.
Il match è poi ripreso e si è chiuso con la vittoria del Sunderland per 2-1:
decisava nel finale la rete di Brian Brobbey. Un successo che prolunga a undici
la striscia di imbattibilità contro i rivali, ma che passa inevitabilmente in
secondo piano. Anche perché la giornata era già stata segnata da tensioni fuori
dallo stadio. Prima del fischio d’inizio si sono registrati scontri tra le
tifoserie nei pressi del St James’ Park, documentati da video diffusi online,
con lanci di oggetti e interventi della polizia in tenuta antisommossa. Una
persona è stata arrestata e le autorità hanno annunciato un rafforzamento dei
controlli.
L'articolo Una partita di Premier League interrotta per la prima volta a causa
di insulti razzisti: cosa è successo in Newcastle-Sunderland proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Sergio Buttiglieri
Ascanio Celestini, “folletto” antropologo prestato al teatro, va in scena al
teatro Jenco di Viareggio dopo più di vent’anni con un suo vecchio monologo
sempre attuale: Radio Clandestina. La stagione di questo teatro viareggino ha
fatto proprio l’assunto di Marco Martinelli, anima fondante del Teatro delle
Albe di Ravenna, che con i suoi Refrattari afferma: “…una coltura teatrale è
possibile se non si ha l’animo da mercanti, e se si accetta la sfida di far
vivere un teatro dentro la città”.
Ascanio Celestini lo avevo incontrato tanto tempo fa al Teatro Verdi di
Fiorenzuola quando la stagione era ancora egregiamente diretta da Paola
Pedrazzini. Lo stesso spettacolo che l’8 marzo rivedremo in questa città toscana
è sicuramente uno dei suoi più incalzanti pezzi, recitati tutti di un fiato,
senza apparenti pause, quasi fosse un’unica implacabile e interminabile frase
bernhardiana, sull’eccidio delle Fosse Ardeatine. E gli avevo chiesto come il
suo monologo avesse voluto affrontare la normalità del razzismo che avviluppò
gli italiani nel ‘38 (con le drammaticamente celebri leggi razziali promulgate
dal regime fascista e controfirmate dal re Savoia) quasi senza che se ne
accorgessero.
“Sì, era tutto scusabile. L’atto clamoroso del razzismo di stato, istituito nel
‘38, in maniera netta e gravissima, all’inizio fu preso come una innocua cosa
soft. Vorrei dire una cosa peggiore: quando ci fu un rastrellamento a Roma, nel
quartiere ebraico, portarono via più di mille persone e ad ognuno si diceva che
dovevano chiudere la porta e conservare la propria chiave. È questa la vera
sapienza del torturatore: dare la speranza di poter ritornare ad aprire la porta
della propria casa, dare l’illusione di tutelare una parte della sua dignità. E
di tutti quei deportati ritornarono solo quindici persone”.
Ascanio Celestini è da più di vent’anni una realtà preziosa del nostro teatro. È
un autore-attore che non si risparmia, che va in scena un numero stratosferico
di volte durante l’arco di un anno. Anche contemporaneamente con 4 spettacoli,
uno più travolgente dell’altro.
Noi viviamo in un carcere di parole scritte, ci ricorda Celestini. Lui quando
recita i suoi incredibili monologhi sembra apparentemente fermo, mentre c’è un
grande ritmo nei suoi micromovimenti. Le sue pause danno subito il la ad un
altro momento della narrazione, sono sempre condotte con studiato mestiere e
senso dei tempi scenici. Altrimenti anche con questo suo monologo di 90 minuti,
fra i primi da lui ideati, non potrebbe calamitare l’attenzione del pubblico.
Il suo modo di raccontare sembra un’unica immensa frase, senza punti a capo.
Piena di digressioni, quasi fosse un insolito racconto alla Thomas Bernhard
eccezionalmente rivolto all’infinito racconto orale della memoria. Tanti anni
fa, penso più di 20, chiesi ad Ascanio “cos’ė per te la memoria?”. Lui mi
raccontò che un giornalista “mi voleva convincere che ci fosse la memoria divisa
in due anche nella lotta partigiana. Io risposi che la memoria non era divisa in
due, ma che, piuttosto, la memoria è divisa in tante persone quante hanno
memoria”.
E poi gli chiesi come giudicasse l’oralità televisiva (e ora quella dei social)
che apparentemente racconta la realtà e l’informazione probabilmente
nascondendola. E Celestini mi disse: “Premetto che la televisione la guardo
sempre più raramente. L’oralità televisiva non è che non sia oralità: è oralità
che manca completamente di memoria e di prospettiva. È questo che la svuota
completamente di senso. La televisione, a parte le insite e programmatiche
manipolazioni, in quanto telecronaca degli avvenimenti, nel momento in cui
succedono, diviene assolutamente senza memoria. Assistendo nello stesso
contenitore alla fiction, alla pubblicità, alla cronaca, agli avvenimenti reali
e a quelli finti entriamo in una spirale semantica per cui tutto diventa
un’unica cosa: né vera né falsa ma televisione”.
L'articolo Ascanio Celestini torna in scena con Radio Clandestina, il suo
storico monologo sul razzismo drammaticamente attuale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il giorno dell’esordio tra i professionisti del diciottenne nigeriano Akeem
Omolade, il clima allo stadio di Terni divenne improvvisamente cupo. Una frangia
della tifoseria ospite, quella del Treviso, decise di rimuovere i propri
striscioni e intonare cori offensivi contro il giovane attaccante appena entrato
in campo e “colpevole” solo del colore della sua pelle. La risposta della
squadra trevigiana passò alla storia: nella partita successiva contro il Genoa,
in casa, i compagni e l’allenatore Mauro Sandreani scesero in campo con il volto
dipinto di nero. A distanza di 25 anni, Fabiano Ballarin, uno dei leader di quel
gruppo e tra i promotori di quella protesta coraggiosa, racconta al
fattoquotiano.it cosa successe.
Ballarin, come nacque l’idea del volto dipinto di nero?
Fu un’iniziativa fortissima, mai vista prima. L’idea nacque nello spogliatoio
tra i giocatori più esperti: in quel Treviso c’erano figure come Murgita,
Rocchi, Bortoluzzi e Minotti. Tra compagni si crea sempre una sorta di
fratellanza e sentivamo il bisogno di difendere uno di noi. Akeem era
giovanissimo, forse allora non si rese nemmeno conto appieno della gravità di
ciò che stava accadendo. Purtroppo la vita con lui è stata sfortunatissima: è
scomparso prematuramente pochi anni fa. Noi, però, non potevamo più girarci
dall’altra parte, anche perché l’anno precedente c’era stato un episodio simile
con il brasiliano Pelado.
Oggi, a distanza di un quarto di secolo, è ancora orgoglioso di quel gesto?
Moltissimo. Lo facemmo senza paura, con il cuore e con la testa. Il ‘sistema
calcio’, dai dirigenti del club fino a quelli della Lega, non era favorevole a
una protesta così eclatante, ma noi rimanemmo compatti. Andammo dritti per la
nostra strada.
Oggi sarebbe possibile o avrebbe senso una protesta del genere?
Forse oggi avrebbe meno senso, perché ci sono più strumenti istituzionali per
difendersi. Negli stadi la situazione è migliorata, ma è cambiata soprattutto la
società: un tempo c’erano pochissimi stranieri in squadra, oggi l’integrazione è
la norma. Non credo che il cambiamento sia merito delle leggi repressive;
certamente oggi, con le telecamere e la tecnologia, per i razzisti è tutto più
complicato.
Dopo quell’episodio, ha vissuto altre esperienze simili nella sua carriera?
Come calciatore non ne ho più avuto bisogno, anche perché ho giocato in piazze
che non avevano questo tipo di derive. Ma non avrei avuto timore a rifarlo. Sono
sempre stato orgogliosamente antirazzista e antifascista, sostenendo ogni
iniziativa volta all’integrazione. Devo dire che, fortunatamente, non ho mai
‘pagato dazio’ per le mie posizioni.
Cosa invece non è cambiato affatto da allora?
Il fatto che i calciatori tendano a non esporsi. ‘Pensa solo a giocare’, ci
dicevano sempre. È una frase che non ho mai sopportato: sono un calciatore, ma
sono prima di tutto un uomo che pensa. Purtroppo l’ho sentita pronunciare anche
recentemente dal ct della Nazionale Gattuso. Sotto questo aspetto è molto
diverso negli Stati Uniti, un Paese che amo e che ho visitato spesso, anche se
finché ci sarà Trump non ci metterò più piede: lì gli sportivi si espongono in
prima persona per i diritti civili e contro il razzismo. Il calcio, e lo sport
in generale, dovrebbe essere un veicolo di questi valori.
L'articolo Razzismo, Fabiano Ballarin: “Il sistema calcio non era d’accordo, mai
noi non potevamo più girarci dall’altra parte. ‘Pensa solo a giocare’, una frase
che odio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Criticare è lecito, insultare no. Quando poi si attacca il colore della pelle si
supera un ulteriore limite. Le vittime, in questo caso, sono Lloyd Kelly e
Vinicius Junior. Il difensore della Juventus è stato uno dei peggiori in campo
nel rovinoso 5-2 dell’andata dei playoff di Champions League col Galatasaray
(con errori gravi nelle ultime due reti turche). I bianconeri sono a un passo
dall’eliminazione, ma la notte stregata del Rams Park ha avuto conseguenze
soprattutto per l’ex Newcastle. E anche il brasiliano del Real Madrid è finito,
di nuovo, nell’occhio del ciclone.
INSULTI RAZZISTI: LA DENUNCIA DI LLOYD KELLY
“Torna allo zoo”, è il messaggio che un utente ha scritto sotto un post
pubblicato dal 27enne su Instagram. Un risveglio pesante per il difensore
bianconero, che ha deciso di mostrare gli insulti sui social, aggiungendo: “Le
critiche fanno parte della vita e anche dello sport, e le ho sempre accettate.
Ognuno ha diritto alla propria opinione. Ma questo non lo accetterò. Le parole e
le azioni hanno un significato e anche delle conseguenze”.
Quello a Kelly è soltanto l’ultimo caso di insulti razzisti. La Juventus non ha
fatto mancare supporto e vicinanza al proprio tesserato: “L’odio razziale non ha
posto nel calcio, sul campo, sulle tribune o online”, si legge in una storia
Instagram pubblicata dalla società bianconera. E poi continua, con una chiara
presa di posizione contro le discriminazioni: “Il club rifiuta di dare spazio al
razzismo in ogni forma e sta lavorando attivando per creare un ambiente più
sicuro, più inclusivo, per creare uno sport migliore per i tifosi e i giocatori.
Mai più”.
IL CASO VINICIUS E LA PARTITA INTERROTTA AL DA LUZ
Gli insulti razzisti a Lloyd Kelly seguono, a distanza soltanto di poche ore, i
fatti dell’Estadio Da Luz di Lisbona. Sempre Champions League, Benfica contro
Real Madrid. Dopo aver segnato il gol dello 0-1, Vinicius Junior ha lamentato in
maniera veemente insulti razzisti pronunciati dal giovanissimo Gianluca
Prestianni, tanto da spingerlo a lasciare momentaneamente il campo. L’arbitro
Letexier ha così attivato il protocollo UEFA, sospendendo Benfica-Real Madrid
per otto minuti. Poi la partita è ripresa, con i Blancos che hanno portato a
casa l’incontro.
“Prestianni non dovrebbe più giocare in Champions League”, ha bacchettato
categoricamente Kylian Mbappé al termine della partita del Da Luz. E poi il
francese ha preso le difese del compagno: “Dobbiamo dare l’esempio ai bambini
che ci guardano e certe cose non si possono accettare. La gente non sa cosa è
successo e per questo ci ha fischiato. Lasciare il campo? Ho chiesto a Vini cosa
volesse fare, come squadra eravamo pronti a seguirlo, non lo lasceremo mai
solo”.
Il brasiliano ha criticato l’ennesimo atto di razzismo nei suoi confronti. “I
razzisti sono prima di tutto codardi. Devono mettere la maglia davanti alla
bocca per dimostrare come non valgono niente. Al loro fianco hanno la protezione
di altri che avrebbero l’obbligo di punirli. Un protocollo mal eseguito e che
non è servito a nulla”, ha scritto in una storia Instagram. La UEFA, intanto, ha
aperto un’indagine per accuse di comportamento discriminatorio.
L'articolo Champions e razzismo, Lloyd Kelly massacrato di insulti: “Accetto le
critiche, non queste frasi”. E Vinicius diventa un caso proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tommaso Zorzi è stato testimone di un episodio di razzismo avvenuto a Milano,
mentre stava passeggiando con il suo cane al parco. Il co-conduttore di
“Cortesie per gli ospiti” ed ex concorrente del “Grande Fratello” ha condiviso,
tra le lacrime, la sua esperienza con i follower.
“Volevo raccontarevi una cosa che mi è successa oggi, ero al parco col cane e
una ragazza nera – ha raccontato – mi si avvicina e mi dice che ha sentito dei
ragazzini, che erano poco più indietro, fare dei commenti razzisti su di lei e
mi ha chiesto se potevo accompagnarla fino all ‘uscita del parco perché non si
sentiva sicura. Giuro, è una roba che mi ha distrutto il cuore”.
E ancora: “Perché non mi è mai capitato. Non ho mai provato sulla mia pelle cosa
significa veramente non sentirsi al sicuro. Il fatto che questa ragazza abbia
chiesto di accompagnarla, mi ha distrutto… Un po’ per certi versi questo è
veramente un mondo brutto”.
L'articolo “Mi ha distrutto il cuore. Una ragazza mi ha avvicinato al parco e mi
ha chiesto aiuto perché vittima di insulti razzisti”: Tommaso Zorzi in lacrime –
IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere questa azienda.
È imbarazzante“. Il commento di Bella Hadid, comparso sotto un video diventato
virale su Instagram, ha riacceso il dibattito attorno alla sfilata Dolce&Gabbana
Uomo Autunno-Inverno 2026/27, presentata a Milano sabato 17 gennaio. Nel mirino
delle critiche è finita infatti la passerella composta da modelli tutti bianchi,
caucasici, bellissimi neanche fossero stati creati dall’intelligenza
artificiale, elemento che – in un progetto che pretende di parlare di
“individualità” – diventa un limite visibile, non un dettaglio.
A innescare la polemica è stato il post dell’influencer Elias Medini (@ly.as),
osservatore attento del fashion system e noto per i suoi watch party online
durante le sfilate. Nel video, Medini concentra l’attenzione su un dettaglio
preciso: il casting, appunto. “50 sfumature di bianco“, scrive pubblicando le
immagini dello show e sottolineando l’assenza di modelli asiatici, neri o arabi.
Non solo. A tutto questo si aggiunge poi il contrasto tra ciò che si è visto e
ciò che la sfilata dichiarava di voler raccontare. La collezione porta infatti
il titolo The Portrait of Man e viene presentata come un lavoro sugli “archetipi
maschili lontani da qualsiasi stereotipo”. Peccato che l’impianto sia
esattamente l’opposto: tutte le figure messa in passerella (lo sportivo, l’uomo
di casa in pigiama, il dandy da smoking, ecc.) funzionano come stereotipo per
definizione, perché procedono per etichette immediate. Ogni uscita, insomma,
finisce per essere la rappresentazione didascalica e cristallizzata dello
stereotipo stesso, nonostante gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana
avessero parlato di un omaggio “all’identità singolare di ogni uomo”, quindi di
una celebrazione dell’individualità.
Da qui le polemiche social a cui si è accodata anche la top model Bella Hadid:
“Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere questa azienda.
È imbarazzante”. Il riferimento inevitabile, per molti osservatori, è il 2018,
quando Dolce&Gabbana fu travolta dalle accuse di razzismo in Cina per una
campagna giudicata offensiva e stereotipata. La vicenda portò alla cancellazione
della sfilata di Shanghai e a un boicottaggio su larga scala, segnando uno dei
momenti più delicati nella storia recente della maison.
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L'articolo “Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere
questa azienda. È imbarazzante””: Bella Hadid contro Dolce e Gabbana per la
sfilata non inclusiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il candidato André Ventura, uno dei quattordici in pista il 18 gennaio 2026 per
l’elezione del nuovo presidente della Repubblica portoghese, è stato condannato
lunedì a rimuovere immediatamente i cartelloni elettorali nei quali la sua
immagine è accompagnata da questa frase: “Gli zingari devono obbedire alla
legge”. La sentenza è stata emessa dal tribunale civile di Lisbona: il giudice
Ana Barao, accogliendo la denuncia presentata da sei associazioni comunitarie,
ha concesso ventiquattro ore di tempo per rimuovere i manifesti, con una multa
di 2.500 euro per ogni giorno di ritardo. Il leader di Chega, partito populista
di estrema destra, ha annunciato che presenterà ricorso “perché questa sentenza
apre un precedente gravissimo per la Repubblica e per la democrazia. In tutta
Europa, questa decisione appare unica e invece di più libertà e più democrazia,
l’imposizione di rimuovere i cartelloni rafforza il senso di impunità da parte
di una comunità”. Nessun procedimento invece su un’altra comunità presa di mira
da Ventura nella sua campagna elettorale: quella dei cittadini del Bangladesh.
Non c’è stato un pronunciamento per la semplice ragione che non ci sono state
denunce.
La sentenza di Lisbona, emessa lunedì, è stata una delle notizie più rilanciate
dai media nei notiziari della sera. È stata commentata sui social e nelle cene
prenatalizie da milioni di cittadini portoghesi. Da alcune settimane il
dibattito presidenziale è servito a tavola, tra zuppe e baccalà. Quattordici
candidati per la successione di Marcelo Rebelo de Sousa sono un record. E la
scelta da parte del presidente in uscita di rinunciare ai privilegi concessi a
chi ha servito il Paese nel ruolo più importante – ufficio, segretario,
attendente, auto e benzina pagata – ha scosso un Portogallo in cui la casta,
come in altre nazioni, rappresenta un’élite dorata.
André Ventura è il nuovo astro della politica lusitana. Ha fondato il partito
Chega nel 2019 e nel 2025 lo ha condotto al secondo posto nelle preferenze dei
portoghesi, preceduto solo dai socialdemocratici del premier Luìs Montenegro. Se
si dovesse andare alle urne in questi giorni, Chega conquisterebbe la medaglia
d’argento, lasciando il bronzo ai socialisti, ancora scossi dall’uscita dalla
scena dell’ex pm Antònio Costa, Presidente del Consiglio Europeo dal 1° dicembre
2024.
L’ascesa dirompente di Chega è legata in gran parte all’istrionismo e alla
spregiudicatezza del suo leader. Avvocato, 42 anni, ex commentatore televisivo
sportivo, Ventura si muove sul solco di Matteo Salvini e dello spagnolo Santiago
Abascal di Vox. Ha assimilato in fretta la lezione degli omologhi europei e ha
accorciato il “ritardo” populista del Portogallo, rilanciando temi e slogan
degli schieramenti demagogici del vecchio continente. La candidatura alla
presidenza della Repubblica è l’ultimo passo di un’ascesa irresistibile. Nei
sondaggi, Ventura lotta per la prima posizione, anche se appare quasi
impossibile – ma in politica mai dire mai – che possa succedere a Marcelo, come
chiamano affettuosamente i portoghesi l’attuale presidente.
Il problema, come rilevato in un editoriale firmato dal direttore aggiunto di O
Pùblico, Pedro Candelas, è che il populismo di Chega ha qualche problema con la
giustizia: “Rappresenta una contraddizione insanabile nel partito che si
alimenta di indignazioni e risentimenti”. In effetti, basta scorrere i reati
commessi da alcuni esponenti di Chega per avere un campionario di misfatti ed
orrori, tra valigie rubate all’aeroporto, guida in stato di ebbrezza,
incitamento all’odio, prostituzione di minori e abusi sessuali su minori. Una
sfilza di crimini che, per ora, non ha frenato l’ascesa del partito che ha
scelto come slogan la parola “Basta!”. Una parola che, pronunciata contro,
potrebbe fermare la corsa di Ventura. Già, ma quando?
L'articolo “Gli zingari devono obbedire alla legge”: il leader portoghese di
estrema destra Ventura condannato a rimuovere i manifesti elettorali proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Ieri sera ho giocato in casa. E non mi sono sentita in casa. In 12 anni di
carriera non avevo mai assistito né vissuto sulla mia pelle un atteggiamento del
genere da parte del pubblico che dovrebbe sostenere la propria squadra”. E’ un
passaggio della denuncia pubblica di Adhu Malual, opposto della Monviso Volley e
giocatrice della Nazionale italiana di pallavolo. Malual scrive in un post su
Instagram, accompagnando il testo con una sua foto in bianco e nero. L’azzurra,
25 anni, romana con genitori originari del Sud Sudan, racconta le cose
indicibili che ha sentito arrivare dagli spalti nella partita di campionato di
A1 che la sua squadra, Pinerolo, ha perso al tie-break contro Macerata. “Si può
sbagliare – scrive Malual -. Fa parte del gioco, fa parte del lavoro, fa parte
dell’essere umani. Quello che non fa parte di questo sport sono insulti, fischi
costanti, offese personali e sì commenti razzisti, rivolti non solo a me ma
anche ai miei familiari sugli spalti. Dal primo punto all’ultimo. Non per
spronare. Non per sostenere. Solo per colpire“.
“Sono fiera di essere italiana – continua Malual -. Sono fiera di giocare in uno
dei campionati più forti al mondo. Sono fiera di indossare la maglia azzurra,
perché l’amore che provo per questo Paese, che è la mia casa, è indescrivibile.
E non permetterò a nessuno di metterlo in discussione. I momenti no esistono per
tutti, in qualsiasi ambito. C’è una linea sottile tra il tifo e la mancanza di
rispetto. Ieri sera quella linea è stata superata più volte. E quando a pagarne
il prezzo non è solo l’atleta in campo, ma anche la squadra e la sua famiglia
sugli spalti, allora il problema non è sportivo. È umano. Io continuerò a fare
il mio lavoro. Con dignità. Con professionalità. Con rispetto per questo sport.
Ma una cosa va detta chiaramente: il silenzio, davanti a certi comportamenti,
non è più un’opzione. Ringrazio la società per il supporto dimostrato, e i
tifosi che riconoscono il mio impegno e comprendono il momento delicato”.
Mauro Fabris, presidente della Lega Volley femminile ha definito l’accaduto
“inaccettabile”. “Chiederemo l’intervento del giudice di Lega per verificare
quanto accaduto e chiederemo alla Federazione di informarsi con gli arbitri,
presenti sul campo, per un loro giudizio sui fatti – dice Fabris -. In ogni caso
crediamo che Monviso Volley sia in grado di individuare i responsabili di questa
vicenda indegna e proibire loro l’accesso in futuro al palazzetto. La Lega ha
sempre combattuto episodi di razzismo, intolleranza e violenza, verbale e non.
Nel nostro campionato giocano atlete da tutto il mondo, di 40 nazioni diverse,
con credi religiosi e culture differenti, senza che mai si registrino episodi
simili. Il nostro è il Campionato più bello del mondo anche perché ha saputo
valorizzare ciascuna di queste straordinarie atlete”.
L'articolo L’azzurra Adhu Malual si ribella agli insulti razzisti in campo:
“Sono fiera di essere italiana: il silenzio davanti a certi comportamenti non è
più un’opzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La formazione U13 del Qpr, club inglese, ha deciso di ritirarsi dalla Winter
Cup, prestigioso torneo internazionale organizzato dalla Strikers Agency che si
è giocato a Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano. È accaduto domenica,
dopo un episodio di razzismo nella giornata di sabato, come precisato dallo
stesso club con una nota ufficiale: “Azione intrapresa dopo che uno dei nostri
giocatori U13 è stato oggetto di insulti razzisti da parte di un giocatore
avversario”, della Virtus Verona, “al termine della partita giocata sabato 14
dicembre”. Il club inglese – che vincendo quella partita per 3-1 si era
qualificato alla fase finale del torneo da primo in classifica nel proprio
raggruppamento – ha rinunciato a giocare le finali previste per domenica.
A confermare la rinuncia al torneo da parte della società inglese a
Ilfattoquotidiano.it è stata la Strikers Agency, società che si occupa
dell’organizzazione di tornei internazionali di calcio giovanile da diverso
tempo: “Noi siamo una società composta da tre soci, di cui due sono italiani
(Aldo Bratti e Niccolò Bigazzi) e uno è un ragazzo marocchino, Momo Hadiry.
Quindi già questo fa capire come viviamo noi il discorso legato
all’inclusività”, esordisce Aldo Bratti, uno dei tre fondatori della Strikers
Agency.
“Noi non eravamo presenti in quel momento esatto, in quel campo, quindi non
possiamo confermare o smentire la versione del Qpr. Ma condividiamo e
rispettiamo la loro decisione. Se loro mi dicono ‘è andata così’, sono d’accordo
con la loro scelta, perché è molto grave che a 12 anni possa succedere un
qualcosa del genere. Ma non posso assicurare che un tesserato della Virtus
Verona abbia detto qualcosa, non c’eravamo”.
Intanto il club veronese ha smentito tutto: “La Virtus Verona smentisce in modo
categorico quanto riportato da alcune testate nazionali in merito a un presunto
insulto razzista che sarebbe stato pronunciato da un atleta del Club nei
confronti di un avversario del Queen’s Park Rangers, nell’ambito di un torneo
giovanile U13 a Trezzano sul Naviglio (MI)”, si legge nella nota.
L’EPISODIO ALLA WINTER CUP E LA DECISIONE DEL QPR
La Winter Cup è un torneo giovanile U13 che si gioca tra 90 squadre, coinvolge
circa 1800 atleti e si gioca in tre centri sportivi differenti, con squadre del
calibro di Milan, Inter, Benfica (poi vincitrice del torneo) per citarne tre, ma
anche alcune società dilettantistiche. Sabato – al termine della sfida tra Qpr e
Virtus Verona, con la vittoria degli inglesi che ha estromesso proprio il club
veronese dalla competizione – un giocatore della Virtus avrebbe proferito
insulti razzisti nei confronti di uno dei tesserati del Qpr.
Da lì la decisione del club inglese di ritirarsi dopo qualche ora e dopo anche
un confronto con i dirigenti che si trovavano a Londra in quel momento. “Alle
21:30 – qualche ora dopo la partita – ho ricevuto un messaggio da un dirigente
del Qpr che mi scrive in inglese ‘uno dei nostri calciatori è stato vittima di
insulti razzisti‘ – spiega Bratti -. Tre minuti dopo gli mando un vocale per
capire quando e come sia successo e gli dico di tenermi aggiornato”. Lì la
conversazione si interrompe.
Pochi minuti dopo la mezzanotte, la comunicazione del club di ritirarsi con
effetto immediato dal torneo e intorno a mezzanotte e mezza la chiamata allo
stesso Aldo Bratti da parte del direttore della QPR Academy, Alex Carroll, e del
team manager per spiegare nel dettaglio la situazione: “Mi hanno ribadito che
avevano parlato con il safeguarding manager e il senior leadership team, che su
queste cose hanno zero tolleranza e quindi avevano deciso di abbandonare il
torneo”. “Poi mi hanno anche precisato che si sono trovati benissimo e che
vorrebbero partecipare anche il prossimo anno. Noi gli abbiamo risposto che
saremo felici di invitarli e che ci dispiaceva per quanto accaduto, soprattutto
per la motivazione per cui avevano deciso di ritirarsi”, spiega Bratti.
Tutto ciò accade nella notte tra sabato e domenica, con le finali a cui il Qpr
non ha preso parte previste proprio per il 14 dicembre. Il club inglese ha
comunque preso il volo per Londra delle 21:45 della domenica, come già
pianificato prima del torneo. “Noi il giorno dopo per gran parte a spese nostre
abbiamo deciso di mandarli a San Siro per vedere Milan-Sassuolo alle 12:30. Non
per cancellare l’accaduto ovviamente, ma per distrarli e concedergli una
giornata alternativa. Poi li abbiamo riportati in hotel in bus e successivamente
in aeroporto, dove hanno preso il volo già pianificato delle 21:45″, ha concluso
Bratti.
L'articolo Insulti razzisti a un 12enne, gli inglesi del QPR si ritirano da un
torneo a Milano. Gli organizzatori: “Non c’eravamo a quel match, ma condividiamo
la loro scelta” proviene da Il Fatto Quotidiano.