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Victoria di Svezia completa l’addestramento da Ufficiale: le prove sulla neve tra carri armati e armi – Video
La principessa ereditaria Victoria di Svezia ha completato il suo addestramento da Ufficiale. Victoria ha trascorso del tempo con le Forze Armate svedesi e il suo addestramento è stato reso pubblico con un video pubblicato sui social ufficiali. La principessa, vestita in tuta mimetica, si allena sulla neve tra carri armati, prove tattiche e armi. L'articolo Victoria di Svezia completa l’addestramento da Ufficiale: le prove sulla neve tra carri armati e armi – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chiuso il caso Olof Palme? Nient’affatto. Tutta sbagliata l’indagine del 2020
“Indicare Stig Engstrom come l’assassino del primo ministro Olof Palme è stato un errore compiuto dagli inquirenti nel 2020. Non esistono prove a supporto di tale ipotesi”. Una semplice frase può avere l’effetto di un uragano, anche perché non arriva da un sito complottista, bensì direttamente dal Procuratore capo di Stoccolma, Lennart Guné, che il 18 dicembre 2025 convoca appositamente una conferenza stampa per dichiarare formalmente decadute le conclusioni della precedente inchiesta. Ma cosa è successo di nuovo rispetto a cinque anni prima, quando il pubblico ministero di Stoccolma Krister Petersson aveva annunciato la chiusura delle indagini e risolto il caso Palme, dichiarando che Stig Engström (suicidatosi nel 2000, dipendente della società assicurativa Skandia, presente sulla scena dell’omicidio) era stato l’assassino di Olof Palme? “È un momento importante per l’intero Paese”, aveva commentato l’allora premier svedese Stefan Lofven. Cosa ha spinto il Procuratore capo, cinque anni dopo, a smentire i colleghi dichiarando irrisolto l’omicidio del primo ministro svedese avvenuto il 28 febbraio 1986? È successo che poco dopo la chiusura dell’inchiesta nel 2020 con l’annuncio di un colpevole suicidatosi vent’anni prima, vengono desecretati alcuni atti di indagine (non tutti) rimasti a dormire in archivio per decenni. Fra le carte spunta un memorandum consegnato il 25 marzo 1988, due anni dopo l’omicidio Palme, da Tore Forsberg – a quel tempo capo del controspionaggio svedese – e da lui firmato insieme a due agenti, Rose S. e Lars-Erik. Dal documento emerge che il 28 febbraio 1986, la notte in cui Palme viene ucciso in pieno centro a Stoccolma, nel cuore della capitale svedese era in corso una non meglio identificata “operazione” da parte di alcune unità dei servizi segreti; “operazione” della quale nessuna autorità locale e nazionale era stata messa a conoscenza, né prima né dopo l’omicidio del primo ministro. Curioso il nome in codice di questa operazione segreta: “Così fan tutte”, titolo di un’opera lirica in due atti di Mozart; curiosa anche la coincidenza: quella sera Palme era andato al cinema per vedere proprio un film su Mozart. Ma per quale motivo alcune squadre dei servizi di controspionaggio si trovavano nel centro di Stoccolma la sera del 28 febbraio 1986? Per quale tipo di operazione? Con quali finalità? Tore Forsberg non può fornire alcuna risposta, essendo deceduto nel 2008; prima di lasciare l’incarico aveva definito il proprio lavoro “una necessità illegale con cui tutti gli Stati hanno a che fare”. Allora leggiamo altre carte desecretate, incrociando dati e nomi. Scopriamo che era presente una speciale unità dei servizi, denominata “Barbro”, facente parte della rete svedese Stay Behind. Scopriamo numerose testimonianze ignorate di cittadini che notano quella sera diverse persone in borghese in pieno centro mentre comunicano con ricetrasmettitori portatili: a Barnhusgatan, a Kammakargatan poco distante dal cinema Grand dove si trovano i coniugi Palme e dal viale Sveavagen; due cittadini che parcheggiano l’auto a Tunnelgatan, la via di fuga dell’assassino di Palme, notano due uomini fermi accanto alla scalinata, uno dei quali comunica con un walkie-talkie. Tutto questo è riportato nei verbali delle testimonianze raccolte. Tutto ignorato fino ad oggi. Sul piano giudiziario, come per J.F. Kennedy, l’omicidio Palme rimane formalmente un caso irrisolto: nessuna condanna, nessun colpevole; improbabili killer solitari indagati e puntualmente deceduti prima dell’avvio del procedimento giudiziario. Per l’omicidio Palme viene inizialmente condannato in primo grado nel 1988 un pregiudicato, Christer Patterson, prosciolto poi in appello del 1989 per mancanza di prove. Dopo di lui viene indagato il citato Stig Engström, suicidatosi nel 2000. Il 15 settembre 2004 il precedente indagato, Christer Patterson, contatta il figlio di Olof Palme, Marten: vuole incontrarlo, ha cose importante da confidargli sulla morte del padre. Il giorno dopo, prima dell’incontro, Patterson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital con gravi ematomi alla testa. Muore il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza. Nessun colpevole, dunque. Anche se quegli atti recentemente desecretati danno un senso a quello strano telegramma ricevuto il 25 febbraio 1986, tre giorni prima dell’omicidio Palme, da Philip Guarino, esponente del Partito Repubblicano molto vicino a George Bush senior: “Tell our friend the Swedish palm will be felled”, informa i nostri amici che la palma svedese verrà abbattuta. La firma è di un italiano, Licio Gelli. L’Onu aveva affidato a Olof Palme il delicato incarico di arbitrato internazionale fra Iraq e Iran, in guerra da sei anni. Una guerra sanguinosa, sporca, un crocevia di traffico d’armi e operazioni coperte: l’Iran riceve segretamente forniture di armi attraverso una rete formata da pezzi dell’apparato politico/militare Usa/Nato; i proventi servono anche a finanziare l’opposizione dei Contras in Nicaragua. Ma c’è qualcosa di più grave che sta emergendo, di più spaventoso, che Palme sta scoprendo: la rete che fornisce armi all’Iran agisce attraverso strutture operative ramificate all’interno di diversi Paesi dell’Europa Occidentale, operando al di fuori delle istituzioni. Anche nella civilissima Svezia. La mattina del 28 febbraio, Palme riceve l’ambasciatore iracheno nel suo ufficio a Rosenbad. La stessa sera decide di recarsi, senza scorta, al cinema Grand insieme alla moglie Lisbet. Alle 23.15 i coniugi Palme escono dal cinema Grand si incamminano lungo Sveavagen, il grande viale nel cuore di Stoccolma, diretti a casa. Il primo ministro ha in programma un viaggio a Mosca per incontrare Gorbaciov e condividere alcuni obiettivi del “Rapporto Palme” in materia disarmo e sicurezza comune; ma prima vuole andare a fondo su quella rete che agisce al di fuori delle istituzioni, incrociata nel corso della sua missione diplomatica sul conflitto Iraq-Iran. Ma alle 23.21 un’ombra nel buio si avvicina alla coppia, estrae una Smith & Wesson 357 Magnum e spara due colpi alla schiena del primo ministro, che crolla in una pozza di sangue. Lisbet urla e chiede aiuto, l’ombra si dilegua per sempre correndo verso Tunnelgatan. Quarant’anni dopo, in un’Europa dove le relazioni internazionali coincidono con i programmi di riarmo decisi dalla Nato, Palme rimane l’ultima figura di autorevole leader politico in grado di pensare, praticare e perseguire un modello europeo di coesistenza pacifica, equidistante e indipendente dagli Usa e dalla Russia, fondato sul sostegno all’autonomia dei Paesi emergenti e sull’Onu come luogo di confronto e azione politica; un modello nel quale il sistema svedese di welfare e tutela dei diritti diventava un riferimento per promuovere nel mondo una più equa distribuzione della ricchezza e dello sviluppo. Tutto ciò mentre le nascenti politiche neoliberiste miravano a costruire il nuovo ordine mondiale, sostituendo progressivamente la politica con l’economia, subordinando Stati e istituzioni rappresentative alle scelte di FMI, Banca mondiale e fondi di investimento, facendo del riarmo e della guerra (dall’Iraq alla Bosnia, da Kiev a Gaza) lo strumento cardine delle relazioni di potere, generando nuove povertà e nuove forme di controllo su scala planetaria. L'articolo Chiuso il caso Olof Palme? Nient’affatto. Tutta sbagliata l’indagine del 2020 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dopo l’omicidio Palme, la Svezia ha perso lentamente la sua neutralità fino a entrare nella Nato
La memoria è l’antidoto per eccellenza contro le armi di distrazione di massa. Gli anniversari sono una sorta di scorciatoia della memoria, purtroppo spesso restano vittime delle “catene di Markov”, quel processo scientifico che permette di prevedere ogni cambiamento a partire dall’osservazione del presente. Spesso, infatti, il presente è ostaggio delle manipolazioni del passato. La premessa non è oziosa. Oggi, infatti, rievochiamo un drammatico anniversario: quarant’anni fa, la sera del 28 febbraio 1986, venne assassinato il primo ministro svedese Olof Palme mentre tornava a casa a piedi e senza scorta dopo aver visto un film con la moglie Lisbeth in un cinema del centro di Stoccolma, “I fratelli Mozart” della regista svedese Suzanne Osten. Palme e la moglie stavano camminando lungo la Sveavägen, quando alle 23 e 21 uno sconosciuto, sbucato dall’ombra di un portone, lo insultò, gridando parolacce contro di lui, ed intanto impugnando una grossa Smith&Wesson 357 Magnum, gli sparò due colpi. Il primo raggiunse il premier alla schiena, il secondo sfiorò, ferendola di striscio, la moglie. Il tizio, secondo le dichiarazioni di alcuni testimoni, era alto un metro e 85, sui 35-40 anni. L’assassino scappa, si dilegua. Due ragazze, in un’auto parcheggiata lì vicino, scorgono qualcosa, ma la loro testimonianza serve a ben poco. C’era anche un tassista, ed è lui che lancia l’allarme via radio, la prima pattuglia della polizia arriva quattro minuti dopo la chiamata. Gli agenti si rendono conto che l’uomo a terra è il primo ministro, e che anche la moglie è ferita. Palme agonizza, ormai. L’ambulanza irrompe scortata da altre auto della polizia, la zona è isolata. Il premier entra in ospedale alle 23 e 42. I medici registrano la sua morte alle 00.06 del 1 marzo. Palme aveva 59 anni ed era stato uno dei grandi leader della socialdemocrazia europea e mondiale, noto per le sue virulente critiche contro l’imperialismo americano, contro il regime dell’apartheid in Sudafrica, contro l’oppressione sovietica. Credeva nella funzione dell’Onu, era stato messo a capo di una commissione d’inchiesta internazionale sul traffico d’armi, gli armamenti e la sicurezza nell’ambito del confronto Est e Ovest, si batteva per il welfare, per l’accoglienza, per i diritti umani e per la pace. Era un personaggio politico dal carattere talvolta aspro e divisivo che si era fatto, nel corso della carriera, tanto onore quanto tanti nemici. Quindi, tanti potenziali mandanti, dalla Cia al KGB, ai sudafricani, ai mercanti della morte, ai signori delle guerre in Africa, alle destre xenofobe e neofasciste, agli industriali che mal digerivano il suo progetto di economia pianificata in un contesto di socialismo democratico, con la cogestione delle grandi imprese e del sindacalismo, il cosiddetto “modello svedese”. E ancora: servizi segreti deviati, i cecoslovacchi istigati da Mosca perché Palme aveva appoggiato la Primavera di Praga, il fosco Pinochet, poiché il premier svedese aveva manifestato più volte una decisa opposizione diplomatica al governo dittatoriale cileno, dopo il sanguinario golpe del 1973. Vennero tirati in ballo pure Stay Behind (e un fantomatico rapporto “Così fan tutte”, lambiccata coincidenza mozartiana col film che Palme andò a vedere…), il PKK curdo, il Vaticano, il premier portoghese Francisco Sá Carneiro e persino la P2 giacché qualche anno dopo saltò fuori un telegramma di Licio Gelli a Philip Guarino, ex prete cattolico vicino all’estrema destra, nel giro di Bush, dal testo inquietante: “Informa il nostro amico che la palma svedese sarà abbattuta”. La data? 25 febbraio 1986. Un delirio di complotti. Di congiure. Di oscuri pericoli. Di paranoie coperte dal segreto di Stato. O da “rivelazioni” che aggiungono confusione, e non approdano a nulla. Nel corso delle indagini vennero interrogati oltre 10mila sospetti, ben 134 si dichiararono colpevoli, record mondiale di mitomani. Nel 2020 la Procura identificò in Stig Engström (un grafico impiegato dell’azienda Scandia) l’assassino “probabile”. Peccato fosse scomparso nel 2000, così l’inchiesta è stata chiusa e a fine 2025 il procuratore capo si è rifiutato di riaprire le indagini malgrado fosse stato richiesto l’utilizzo di nuove sofisticate tecnologie per rilevare tracce di Dna sul cappotto di Palme, lasciando cadere ogni ulteriore prova su Engström, in quanto insufficienti per garantirne la condanna. Insabbiamenti. Anzi, in Svezia hanno ribattezzato questi impantanamenti “Palmes Sjukdom”, la malattia di Palme. D’altra parte, il tema del complotto diventa particolarmente contagioso quando si trasforma, appunto per l’effetto Markov, in teoria suscettibile di spiegare tutto. Ossia niente. Per la Svezia, fu un profondo trauma nazionale. L’inizio di una vicenda scandalosamente mai conclusa, un enigma giudiziario irrisolto. Poche ore prima di venire ammazzato, Palme aveva concesso un’intervista che uscì postuma con il titolo “Siamo tutti in pericolo”. I collaboratori ricordano che era piuttosto nervoso. E preoccupato. Tre giorni prima Gorbaciov aveva criticato l’era Breznev – bestia nera di Palme – aprendo il XXVII Congresso del Pcus, una svolta epocale e il primo ministro svedese ne temeva i contraccolpi sulle delicate relazioni internazionali, dunque sul ruolo della Svezia sino a quel momento paladina della neutralità ma anche della propria orgogliosa sovranità (qualche volta infranta da sconfinamenti di sommergibili e unità navali della Flotta sovietica del Baltico, con conseguenti crisi diplomatiche fra Mosca e Stoccolma). Un paio di settimane prima la stampa svedese aveva dato ampio spazio all’ennesimo delitto delle Brigate Rosse italiane che avevano ucciso il sindaco di Firenze, Lando Conti, il 10 febbraio, e pure questo aveva preoccupato Palme, temeva l’escalation della violenza politica ma di estrema destra. Più volte era stato minacciato. Si rendeva conto che lo scenario politico e culturale stava mutando radicalmente: l’Onu degli anni Ottanta era in crisi, e lui vi aveva dedicato parecchie energie; la guerra fredda pareva ritornare, Usa e Urss gonfiavano i muscoli, il multilateralismo era in pausa, il neoliberalismo invece avanzava tracotante, e la scena finanziaria globale veniva spartita dall’FMI e dalla Banca Mondiale, soprattutto si stava mettendo in moto una dinamica che Palme temeva più di ogni altra cosa: gli Stati, oberati da conti insostenibili, provvedevano ad aggiustamenti strutturali che li portavano a sacrificare le politiche per lo sviluppo sociale, insomma il welfare doveva venire a patti con la cruda realtà dei bilanci. Palme, in fondo, era come un alfiere che sullo scacchiere della globalizzazione veniva sacrificato per le nuove strategie. Ne era consapevole? A rispondere ci hanno provato in tanti: romanzieri, registi, serie tv (la più recente è apparsa su Netflix, The Unlikely Murderer). L’enigma sollecita ipotesi alternative, scandaglia piste inesplorate, azzarda coinvolgimenti impensabili. E’ il gioco delle parti: si insinuano “verità nascoste” dietro le apparenze, si rintracciano dettagli (o si immaginano) magari sottaciuti o trascurati, giacché la società e la vita di tutti noi è fatta di una moltitudine di minuscole congiure… la ricetta del complotto. Così, quella sera fatale, Palme decise di scacciare i brutti presentimenti portando al cinema Lisbeth, congedando la scorta e provando a disintossicare la mente dai rebus che l’indomani avrebbe dovuto affrontare: “Mi ci vuole una pausa”, disse alla moglie, “Olof amava la sua libertà”, dirà Lisbeth, prigioniera del mistero. Il proiettile alla schiena lo tolse brutalmente di scena. Un messaggio che intimidì il Paese, e che avrebbe lentamente portato la Svezia neutrale ad entrare nella Nato, con un governo liberal-conservatore agli antipodi di quello che guidava, appoggiato dall’estrema destra, con un tasso di disoccupazione del 9 per cento, con le Ong che denunciano l’aumento delle diseguaglianze: secondo un rapporto dell’associazione Stockholms Standmission, pubblicato lo scorso 15 ottobre, 698mila persone (su 10,6 milioni di abitanti) si trovano in una situazione di “povertà materiale e sociale”, per colpa della rallentamento economico, dell’inflazione, delle regole più severe per ottenere gli aiuti statali. Senza dimenticare politiche restrittive su immigrazione e permessi di soggiorno, norme più severe del codice penale, l’affitto di una prigione in Estonia dove la Svezia conta di trasferire tra i 400 e i 600 detenuti (l’esempio Meloni…), l’abbassamento della responsabilità penale dei minori a tredici anni. La criminalità organizzata è in aumento, e sfrutta gli adolescenti per omicidi su commissione e questo tema sarà uno degli argomenti dominanti della prossima campagna elettorale (si vota per le legislative il 13 settembre). La destra e l’estrema destra nazionalista ed etnonazionalista hanno deciso di non rispettare più gli impegni obiettivi climatici decisi a suo tempo, in linea con la dottrina Trump, investendo semmai il 2,4 per cento del prodotto interno alla Difesa. Ma tutto ciò comincia a suscitare grosso malessere. Difesa, emigrazione, la sinistra svedese fa mea culpa, a cominciare proprio dai migranti, negli anni Novanta 200mila svedesi erano nati fuori dell’Europa, oggi sono sei volte tanto, perciò non si può più nascondere o reprimere l’impatto che essi hanno sulla società, la scelta di stringere i cordoni migratori e di filtrare quanto più possibile i riallaccianti familiari o di imporre la “rapida integrazione” obbligando ad imparare lo svedese altrimenti si torna da dove si è arrivati, secondo la sinistra “pentita” è quella che un tempo propugnava Palme, salvate il soldato Ryan cioè l’emblematico “modello sociale svedese” che mescolava prosperità e deboli ineguaglianze, ritroviamo la solidarietà tra le persone, ricostruiamo la coesione sociale con una lingua e però anche con dei valori comuni, l’integrazione è la soluzione corretta, ed è la conversione ideologica di un presente che ritrova il passato e che si scioglie dalle catene di Markov. E’ pur vero che i socialdemocratici svedesi stanno attraversando ancora adesso una crisi esistenziale, ed ecco che si invita ad uscire dalla “ideologia mondializzatrice” che grava sull’economia, ma anche sull’immigrazione e la sicurezza, specie dopo l’invasione delle mafie internazionali e del narcotraffico. L’autocritica si condensa nei dibattiti: in questi ultimi decenni, i socialdemocratici si sono trasformati in un partito per universitari e quadri dirigenti piuttosto che per gli operai e gli emarginati. Si vedrà. Intanto, oggi, come ogni 28 febbraio, verranno deposti fiori sulla placca di bronzo nel posto in cui Palme fu ucciso, “På Denna Plats Mördades Sveriges Statsminister Olof Palme” si legge, “Den 28 februari 1986”. E la Fondazione Olof Palme capitanata da Per Janse e Lars Borgnäs riproporrà, in occasione della mesta celebrazione, l’istituzione di una commissione parlamentare per appurare la verità, il solo modo, dicono, di onorarne la memoria e il lascito politico. 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Il Mondiale nell’America di Trump diventa un caso: tra Groenlandia e ICE, nasce un fronte che minaccia il boicottaggio
Oltre un miliardo di dollari per blindare l’evento, droni a vigilare la presenza o meno di “gente indesiderata“, simulazioni di scenari di guerra e tanti tifosi che non otterranno il visto per seguire la propria nazionale. Mancano poco più di quattro mesi ai Mondiali di calcio previsti tra Usa, Canada e Messico a giugno 2026 e si parla più di questioni legate alla sicurezza e alla politica internazionale che di calcio. La sempre più crescente tensione per la politica estera del presidente Donald Trump, in particolare le sue mire sulla Groenlandia, crea malcontenti anche in alcuni paesi europei, che minacciano il boicottaggio. Anche se a oggi sembra una possibilità remota. Senza dimenticare la questione Ice. Il Pentagono e la Fifa di Gianni Infantino, amico di Trump, prevedono infatti di mettere sul piatto oltre un miliardo di dollari per blindare l’evento con un piano di sicurezza che prevede la presenza di droni e militari negli stadi. Le uccisioni e gli arresti di Minneapolis in queste ultime settimane da parte dell’agenzia federale che dipende dal Dipartimento di Sicurezza Interna – incaricata di far rispettare le leggi sull’immigrazione – hanno creato preoccupazione in tantissime persone in tutto il mondo, ora dubbiose di viaggiare in direzione Stati Uniti in estate. A questi si aggiungono i tifosi di varie nazionali (Iran, Haiti ed Egitto su tutti) non graditi negli Usa e che con molta probabilità non potranno seguire le proprie squadre, proprio per via del giro di vite sulle regole legate all’immigrazione. Intanto lunedì scorso la Uefa ha tenuto una riunione con diversi dirigenti delle federazioni calcistiche. E i dazi del 10% imposti da Trump la scorsa settimana a otto paesi europei per la Groenlandia sono stati probabilmente un argomento chiave. Secondo Dw le otto nazioni che hanno partecipato alla riunione interessate direttamente alla questione dazi sono Norvegia, Olanda, Germania, Francia e Regno Unito (Inghilterra e Scozia) che si sono già qualificate per il torneo, più Danimarca, Svezia e Irlanda del Nord che sono ai playoff. TUTTO PARTE DA DANIMARCA E SVEZIA Nelle ultime settimane si è acceso il dibattito in diversi paesi: boicottare o meno i mondiali. A guidare la protesta è ovviamente la Danimarca, dopo le continue rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia. Politica del tycoon che ha fatto infuriare i danesi, tanto che un recente sondaggio realizzato dal portale BT ha registrato come il 90% dei cittadii siano favorevoli a un eventuale boicottaggio del Mondiale. Sondaggio finito anche nella vicina Svezia, dove da qualche settimana una buona fetta di popolazione si astiene dal comprare qualsiasi prodotto “Made in Usa” come risposta ai dazi e alla scarsa chiarezza sulla posizione di Trump riguardo la guerra tra Russia e Ucraina. Anche se Danimarca e Svezia – come l’Italia – dovranno ancora superare i playoff per ottenere la qualificazione ai Mondiali 2026. LA POSIZIONE DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI Persino dall’Europa “vicina” all’Italia sono arrivati nei giorni scorsi segni di disapprovazione contro i dazi e le pretese geopolitiche di Donald Trump. Francia e Germania hanno anche ipotizzato il ritiro in segno di protesta, anche se puntualmente dalle varie istituzioni sono arrivate smentite. Capitolo Germania: sul tema è intervenuto Oke Göttlich, vicepresidente della Federcalcio tedesca (Dfb), che in una lettera al quotidiano Hamburger Morgenpost aveva dichiarato: “Mi chiedo quando sia il momento di pensarci concretamente. E per me quel momento è decisamente arrivato“. Göttlich ha paragonato la situazione attuale ai boicottaggi olimpici durante la Guerra Fredda (“la potenziale minaccia è maggiore oggi rispetto ad allora”). Il vicepresidente della Dfb, inoltre, è il presidente del St.Pauli, dove tutte le azioni del club e anche lo stadio appartengono ai tifosi. Parole che hanno aperto una polemica all’interno della Federcalcio tedesca, con il presidente Bernd Neuendorf che ha poi smentito tutto. Sul tema sono poi intervenuti anche il presidente della Lega calcio tedesca (Dfl), Hans–Joachim Watzke, che ha definito la discussione “fuori luogo” in questa fase. “Non credo che sia il momento di parlarne. Se un giorno lo sarà, allora discuteremo, ma ora è del tutto prematuro”, ha detto al ricevimento di Capodanno della Dfl a Francoforte. Watzke ha aggiunto di non aver percepito “un vero dibattito” sul tema, parlando piuttosto di singole prese di posizione. Una valutazione condivisa dall’amministratore delegato del Bayern Monaco, Jan–Christian Dreesen, secondo cui si tratta di “voci isolate” e la linea della Federcalcio tedesca (Dfb) è chiara. “Non abbiamo mai visto un Mondiale boicottato”, ha sottolineato. Nel Regno Unito, il deputato conservatore Simon Hoare ha dichiarato in un discorso alla Camera dei Comuni che le nazionali inglese, scozzese e gallese dovrebbero prendere in considerazione l’idea di boicottare il torneo per “metterlo in imbarazzo”. Il deputato francese Eric Coquerel, del partito di sinistra La France Insoumise, ha suggerito di spostare il torneo fuori dagli Stati Uniti e di giocarlo solo in Canada e Messico. Il fronte del boicottaggio inizia a prendere piede anche tra i tifosi tifosi. Un sondaggio pubblicato all’inizio di questo mese dal quotidiano Bild ha rilevato che il 47% di circa mille intervistati tedeschi ha dichiarato di sostenere il boicottaggio se Trump decidesse di annettere la Groenlandia. La domanda è rimbalzata anche in Olanda dove più di 150mila persone hanno firmato una petizione che invita la nazionale olandese a restare a casa. LA SITUAZIONE DI EGITTO, HAITI E IRAN Diversa la situazione per alcuni paesi extraeuropei, tra cui Egitto, Haiti e Iran. Partendo dal paradosso dei primi: nonostante Il Cairo sia appena entrato nel Board of Peace – l’organismo d’élite voluto da Trump per la ricostruzione di Gaza che costa ai membri un miliardo di dollari – i suoi cittadini rimangono ancora “indesiderati” negli USA. Egitto alleato strategico a livello politico, ma i suoi tifosi sono considerati un rischio migratorio. Un paradosso che sta spingendo la federazione egiziana a minacciare un boicottaggio clamoroso per dignità nazionale. Differente la situazione per quanto riguarda Haiti e Iran. L’amministrazione Trump ha confermato nei mesi scorsi che non concederà deroghe al divieto d’ingresso per i tifosi di Haiti che vorranno seguire la nazionale ai Mondiali. Il Paese caraibico, tornato a qualificarsi a cinquant’anni dall’ultima partecipazione, rientra infatti nel travel ban firmato da Donald Trump a giugno, che limita l’ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da 19 nazioni. Le nazioni in questione sono: Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. A questi si aggiungono restrizioni parziali per i viaggiatori provenienti da Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela. Motivo per cui l’Iran – già qualificato ai Mondiali – ha anche disertato le cerimonie ufficiali per il trattamento riservato alla sua delegazione. L'articolo Il Mondiale nell’America di Trump diventa un caso: tra Groenlandia e ICE, nasce un fronte che minaccia il boicottaggio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“È stata creata con l’intelligenza artificiale, non ha diritto di essere in cima alla classifica”: scoppia la polemica per la canzone di Jacub composta con l’AI
In Svezia scoppia la polemica per una hit dell’artista Jacub. Il motivo? L’ha creata l’intelligenza artificiale. Ad esser finita nel mirino delle critiche è la canzone “Jag Vet, Du Är Inte Min”, che su Spotify ha totalizzato 5 milioni di streaming a livello globale. In particolare, ad essere frutto dell’AI sono la voce e alcune sezioni melodiche. Il brano è stato ricondotto all’editore musicale danese “Stellar”: l’azienda è stata criticata da Ludvig Weber, amministratore delegato dell’ente che gestisce la classifica musicale. “Se una canzone è generata principalmente dall’intelligenza artificiale, non ha il diritto di essere in cima alla Sverigetopplistan” ha dichiarato l’ad al Guardian. Alle sue parole ha fatto seguito la replica di Stellar, che ha affermato di essere un’azienda musicale gestita da creativi e non una semplice compagnia tecnologica. Nonostante questo, però, il brando è stato lo stesso rimosso dalla classifica nazionale Sverigetopplistan. La canzone di Jacub non è il primo caso di brano composto con l’Ia. Nel 2025, i Velvet Sundown hanno pubblicato diversi pezzi che hanno totalizzato oltre 4 milioni di streaming. A Rolling Stone, il frontman della band aveva dichiarato di non trattarsi di musica ma di una “beffa artistica”. Un caso recente riguarda Sienna Rose, artista arrivata a toccare quasi 2.6 milioni di ascoltatori mensili su Spotify grazie ai singoli “Into the Blue, Safe With You” e “Where Your Warmth Begins“, entrati nella Viral 50 Usa e creati con l’Ia. Il secondo dei due brani è stato ha utilizzato da Selena Gomez come colonna sonora per un carosello dedicato ai Golden Globes, poi rimosso dal post. L'articolo “È stata creata con l’intelligenza artificiale, non ha diritto di essere in cima alla classifica”: scoppia la polemica per la canzone di Jacub composta con l’AI proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nevicata da record in Svezia: il cumolo di neve supera i due metri e l’uomo ci sprofonda dentro. Il video è virale
Un cumolo di neve così alto da superare anche la testa di un uomo alto 1.97 metri. Succede in Svezia dove le nevicate record degli ultimi giorni hanno portato, in alcune aree, a un manto nevoso molto alto. Il video che testimonia l’accumulo è diventato virale: nella clip @djstorken avanza nella neve fino a essere totalmente ricoperto. L'articolo Nevicata da record in Svezia: il cumolo di neve supera i due metri e l’uomo ci sprofonda dentro. Il video è virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cavi sottomarini danneggiati tra Svezia, Finlandia ed Estonia: sequestrata una nave partita dalla Russia
Due cavi sottomarini per la comunicazione dati sono stati danneggiati nella notte tra il 29 e il 30 dicembre. Il primo tra la Finlandia e l’Estonia, il secondo nel Mar del Baltico tra la Svezia e l’Estonia. Qualche ora dopo, la polizia finlandese ha sequestrato un’imbarcazione sospettata di aver danneggiato il primo dei due cavi, quello che collega Helsinki a Tallinn, la capitale estone, nel Golfo di Finlandia. La polizia non ha rilasciato dettagli sulla provenienza dell’imbarcazione – ritrovata ancorata in mare – ma l’emittente pubblica finlandese Yle, citando il sito web marittimo MarineTraffic, ha riferito che si tratta della Fitburg, una nave cargo lunga 132 metri con bandiera di Saint Vincent e Grenadine, partita da San Pietroburgo, in Russia, diretta ad Haifa, in Israele. I 14 membri dell’equipaggio (originari di Russia, Georgia, Kazakistan e Azerbaigian) sono stati trattenuti, con le autorità competenti che indagano per sospetto danneggiamento aggravato e grave disturbo del traffico postale e telematico. La nave è sospettata di essere “responsabile del danno causato al cavo“, che appartiene al gruppo finlandese di telecomunicazioni Elisa e si trova all’interno della zona economica esclusiva dell’Estonia, come comunicato dalla polizia in un comunicato. Elisa ha dichiarato in un comunicato stampa che il danno al cavo “non ha in alcun modo influenzato il funzionamento” dei suoi servizi. Il Golfo di Finlandia, parte del Mar Baltico, si estende tra Estonia, Finlandia e Russia. Negli ultimi anni diverse infrastrutture energetiche e di comunicazione, inclusi cavi sottomarini e condotte, sono state danneggiate nella zona in questione. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022, molti esperti e politici hanno ritenuto il presunto sabotaggio dei cavi come parte della “guerra ibrida” della Russia contro i paesi occidentali. Per quanto riguarda il primo caso, il presidente della Finlandia Alexander Stubb ha ringraziato il lavoro tempestivo delle autorità finlandesi e ha sottolineato che il governo sta seguendo gli sviluppi della questione: “La Finlandia è pronta ad affrontare diverse sfide in materia di sicurezza e reagisce in modo adeguato alla situazione” ha aggiunto il presidente Stubb su X. “Si tratta di una rottura del cavo in due punti, nella zona economica estone” ha invece dichiarato Anders Wallinder, responsabile del dipartimento per la preparazione e la sicurezza presso l’agenzia delle poste e delle telecomunicazioni svedesi, sul secondo caso, quello tra Svezia ed Estonia. “La rottura del cavo è avvenuta nella notte tra il 29 e il 30 dicembre e non ha avuto ripercussioni sugli utenti ma ha aumentato la vulnerabilità del sistema”, ha aggiunto Wallinder, intervistato dall’agenzia di stampa svedese Tt. Credit photo: sito ufficiale polizia finlandese L'articolo Cavi sottomarini danneggiati tra Svezia, Finlandia ed Estonia: sequestrata una nave partita dalla Russia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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