Potrebbe far sorridere, se non si parlasse di questioni cruciali per l’industria
europea, la reazione in due tempi del ministro delle Imprese Adolfo Urso. Che
all’ora di pranzo di venerdì ha anticipato come Giorgia Meloni avrebbe “portato
nelle prossime ore al Consiglio Europeo” la proposta di modificare alle radici
il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione Ets, salvo rendersi
poi conto che il Consiglio era finito la notte prima e assicurare che la premier
aveva ottenuto “una svolta storica“. La verità è che la linea di Roma, il cui
obiettivo iniziale era ottenere addirittura una sospensione del meccanismo che
punta a ridurre i gas a effetto serra facendo pagare chi inquina, è uscita
sonoramente sconfitta.
“Si va avanti come previsto, con la revisione già in agenda per luglio“,
commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle politiche europee del think
tank Ecco. “E dalla conferenza stampa di Antonio Costa e Ursula von der Leyen è
emerso che il sistema non è affatto la causa dei prezzi dell’elettricità troppo
alti” come sosteneva il governo italiano “ma anzi resta centrale, secondo la Ue,
per contrastarli”. Perché a gonfiare le bollette, come mostrano i dati
presentati dalla Commissione ai leader dei Ventisette, è la dipendenza dal gas,
che la normativa sull’Ets punta a contrastare rendendo conveniente investire
nella decarbonizzazione e produrre in maniera più pulita. La voce costo
dell’energia pesa in media per il 56%, contro l’11% di cui è “responsabile” il
costo della Co2, il 18% dei costi di rete e il 15% delle imposte.
Il fronte dei contrari al meccanismo, capeggiato dal governo italiano su spinta
di Confindustria, è risultato del tutto minoritario dopo che anche il
cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’Ets “un grande successo” che
non va “messo in discussione” e il presidente francese Emmanuel Macron si è
limitato ad aprire a una maggiore “flessibilità”. Vista la malaparata, subito
prima dell’inizio del Consiglio l’Italia ha rivisto al ribasso le proprie
ambizioni e in una lettera ai vertici Ue firmata insieme ad Austria, Croazia,
Grecia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia ha
proposto non più lo stop dell’Ets ma una revisione approfondita da presentare
“al più tardi” entro fine maggio e che includa “un’estensione delle quote
gratuite Ue oltre il 2034“ e un approccio “graduale all’eliminazione delle quote
gratuite a partire dal 2028. Una richiesta molto meno dirompente, formulata per
evitare il rischio di ottenere come risposta un secco no su tutta la linea.
In concreto, però, la leader di FdI non ha ottenuto nulla. Nel breve termine,
continua Lovisolo, l’unica novità è che già dalla settimana prossima si lavorerà
a una proposta di modifica della riserva di stabilità, il meccanismo che adatta
l’offerta in caso di eccesso o carenza di permessi a inquinare. “Probabilmente
il risultato sarà che la Commissione avrà più flessibilità nel decidere di
mettere sul mercato un maggior numero di quote in modo da controllare
l’eventuale aumento dei prezzi”. Quanto al rinvio dell’eliminazione delle quote
gratuite assegnate ai grandi inquinatori – ufficialmente per evitare il rischio
di delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente –
“già prima del Consiglio c’era apertura”. Ma von der Leyen in conferenza stampa
ha chiarito che lo ritiene auspicabile solo per le industrie ad alta intensità
energetica, non per i produttori di energia da fonti fossili. Per il futuro, la
presidente della Commissione ha annunciato un “boost” del sistema con
l’obiettivo di finanziare progetti per la decarbonizzazione. Come gli Stati
membri dovrebbero già fare utilizzando i proventi delle aste ma l’Italia non fa:
finora ha impiegato per le politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei
18,2 incassati tra 2012 e 2024.
Posto che la revisione resta in calendario per l’estate, a Meloni giovedì notte
non è rimasto che rivendicare di essere riuscita “a far entrare nelle
conclusioni del Consiglio la possibilità di dare vita a misure nazionali urgenti
che riescano a mitigare l’impatto delle varie componenti nella formazione del
prezzo dell’elettricità, Ets compreso. Il che ci consente, da lunedì, di
lavorare con la Commissione sulla base del nostro decreto bollette“. Che, come
si ricorderà, prevede che gli inquinatori si vedano rimborsare la spesa per le
quote a carico dei consumatori, i quali dovrebbero però beneficiare del calo del
prezzo finale dell’energia che ne deriverebbe. Per fare di più, come
richiederanno gli aumenti dei prezzi energetici causati dall’escalation in Medio
Oriente scatenata da Donald Trump, servirà mettere in campo soldi pubblici.
Impresa non facile per un Paese ancora in procedura di infrazione per deficit
eccessivo.
L'articolo Meloni sconfitta sulle quote Ue di emissione: no allo stop, revisione
a luglio come già previsto. Ma per Urso è una “svolta storica” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Emissioni co2
Lo scontro è alle porte. E i Paesi si stanno schierando. A pochi giorni dal
vertice Ue del 19 e 20 marzo, con lo choc sui prezzi di petrolio e gas che
scuote i mercati, l’Europa del Nord serra i ranghi con la penisola iberica a
difesa del mercato europeo di scambio delle emissioni di CO2 (Emission trading
system), baluardo del Green deal. Otto Paesi Ue hanno respinto la richiesta,
avanzata dall’Italia, di sospendere l’Ets. “E’ la pietra angolare della politica
climatica dell’Ue”, ricorda il non paper firmato da Danimarca, Olanda, Svezia,
Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo, e “apportare modifiche
fondamentali, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo
costituirebbe un passo indietro molto preoccupante, non solo in termini di
ambizione climatica, ma anche perché indebolirebbe i segnali di prezzo del
carbonio che sostengono investimenti e stabilità del mercato”.
L’Ets, evidenziano gli otto governi nel documento preparato in vista del vertice
Ue del 19 e 20 marzo, “è essenziale per fornire i segnali necessari a rafforzare
l’industria europea e guidare la decarbonizzazione e la reindustrializzazione
basate su fonti energetiche domestiche, pulite e accessibili, garantendo al
contempo la sicurezza economica”. Secondo i Paesi firmatari, “industria e
mercati energetici europei hanno bisogno di un quadro normativo stabile” capace
di orientare gli investimenti: in questo contesto, “la stabilità dell’Ets, come
strumento di prezzo del carbonio, è fondamentale per attrarre capitali e offrire
visibilità di lungo periodo ai settori industriali”.
Il sistema europeo, si legge ancora nel non paper, si è dimostrato “uno
strumento efficiente ed economicamente sostenibile” che “si è evoluto nel tempo”
e che consente alle imprese flessibilità nel raggiungere gli obiettivi
climatici, “riducendo i costi della transizione per imprese, consumatori e
governi”. Modificarlo profondamente o congelarlo “distorcerebbe le condizioni di
concorrenza e penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione e
rallenterebbe nuovi investimenti”, avvertono i firmatari. Non a caso nei giorni
scorsi anche un gruppo di 102 aziende europee, tra cui cementieri come
Heidelberg Cement e gruppi siderurgici come Outokumpu, Salzgitter, SSAB e Tata
Steel, ha scritto ai capi di Stato e di governo per difendere l’Ets, scelto come
capro espiatorio “invece di concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione
economica” a partire da “prezzi dell’energia più elevati determinati dai
combustibili fossili“.
Gli otto Paesi lasciano spazio a “prendere in considerazione” soltanto
“eventuali aggiustamenti mirati, che contribuiscano a preservarne la stabilità
nei periodi di volatilità senza comprometterne gli obiettivi”. La revisione
dell’Ets già prevista in agenda, sottolineano ancora gli otto Paesi, “dovrebbe
sostenere decarbonizzazione, investimenti e occupazione in Europa, riducendo al
minimo il rischio di delocalizzazione delle emissioni (carbon leakage)”.
L'articolo Otto Paesi Ue contro Meloni che vuol sospendere il sistema di scambio
delle quote di emissione: “Essenziale per rafforzare l’industria” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“A livello europeo stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione
dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche. Si tratta di un
provvedimento che serve subito, almeno fino a quando i prezzi globali delle
fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in
Medio Oriente“. Con il decreto accise slittato perché per tamponare i rincari
dei carburanti servirebbero coperture che il governo non trova e quello sulle
bollette invecchiato malissimo, Giorgia Meloni spera che a toglierla d’impaccio
ci pensi Bruxelles. L’Italia da settimane preme perché il Consiglio Ue del 18 e
19 marzo si pronunci per uno stop temporaneo del sistema europeo per lo scambio
delle quote di emissione, il meccanismo che punta a ridurre i gas a effetto
serra facendo pagare chi inquina.
La richiesta è molto precedente rispetto agli attacchi all’Iran e ha scarsissimo
sostegno tra i partner Ue. Per questo ora la premier fa leva sull’aumento dei
prezzi del petrolio che si è registrato dal 2 marzo per sostenere che
l’intervento è indispensabile. Eppure solo martedì 102 aziende europee, tra cui
cementieri come Heidelberg Cement e gruppi siderurgici come Outokumpu,
Salzgitter, SSAB e Tata Steel, hanno scritto ai capi di Stato e di governo per
difendere l’Ets, scelto – accusano – come capro espiatorio “invece di
concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione economica” a partire da
“prezzi dell’energia più elevati determinati dai combustibili fossili“.
L’ITALIA NON USA I PROVENTI DELLE ASTE PER SOSTENERE LE IMPRESE
“Una parte dell’industria ha scommesso sulla decarbonizzazione e in caso di
sospensione del sistema vedrebbe sfumare il ritorno sugli investimenti che si
attendeva”, commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle Politiche
europee del think tank ECCO. “Quindi vuole che resti in campo”. Insomma,
cambiare le regole in corsa sarebbe tutt’altro che un vantaggio per le imprese
del Vecchio continente. Almeno quelle più all’avanguardia e in grado di
competere sui mercati globali. Perché allora l’industria italiana sostiene che
il sistema “grava sulla capacità competitiva”? Confindustria in parte si è
risposta da sola: nella lettera in cui metteva nel mirino l’Ets il presidente
Emanuele Orsini ha ricordato en passant che gli Stati membri non utilizzano a
sufficienza i ricavi delle aste dei “diritti a inquinare” per sostenere la
decarbonizzazione industriale.
È tutt’altro che un dettaglio, spiega Lovisolo: “Dall’1 gennaio 2025 i Paesi
membri dovrebbero reinvestire il 100% dei proventi per finanziare la
transizione. Ma l’Italia non ha mai recepito la novità: continua a destinare il
50% al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico e finora ha impiegato per le
politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei 18,2 ricavati dalle aste tra
2012 e 2024“. Se il governo vuol sostenere le aziende, insomma, non ha che da
destinare loro i miliardi incassati invece che utilizzarli per far quadrare i
conti.
SVANTAGGIO COMPETITIVO? PAGHERANNO ANCHE I CONCORRENTI STRANIERI
La tesi della maggioranza italiana che l’Ets sia uno svantaggio competitivo
perché i concorrenti extra Ue non pagano le quote è tanto più infondata se si
tiene conto che da gennaio è partita la sperimentazione del Carbon border
adjustment mechanism (Cbam), una tassa sui beni importati in Europa da Paesi che
non hanno sistemi di tassazione delle emissioni. L’obiettivo è proprio rendere
del tutto equa la concorrenza transfrontaliera ed evitare il rischio di
delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente.
Rischio che oggi è comunque scongiurato attraverso l’assegnazione gratuita di
quote di Co2 ai comparti più inquinanti, destinata a calare progressivamente
mano a mano che il Cbam va a regime fino ad azzerarsi nel 2034. Il varo del
meccanismo ha innescato un virtuoso effetto imitazione: la Cina sta rendendo più
severo il suo sistema di scambio di quote di emissione, India, Brasile, Turchia
e Vietnam hanno adottato ex novo un Ets, Australia e Regno Unito (che già
applicavano) valutano sistemi tipo il Cbam.
LE BOLLETTE PIÙ ALTE? COLPA DELLA DIPENDENZA DAL GAS
Resta il tema dell’impatto sulle bollette: chiedere ai produttori di energia da
fonti fossili di pagare per le loro emissioni, dice il governo, alza il prezzo
finale dell’elettricità a danno di imprese e famiglie. Di qui la decisione di
prevedere, nel decreto bollette, un sussidio alle aziende pagato dai
consumatori, cosa che dovrebbe ridurre il prezzo finale compensandoli per il
balzello. Ma è stato lo stesso ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
ad ammettere che tutto dipende dal “mix energetico che ci contraddistingue”.
Mentre “impatta meno su Francia e Spagna che hanno operato scelte diverse dalle
nostre”. Ancora l’anno scorso il 42% della domanda è stato coperto dal gas,
contro il 41% da rinnovabili. Il risultato è che “per più del 60% delle ore del
giorno il prezzo finale” – che dipende dal costo dell’ultima centrale che
soddisfa la domanda in quel momento – “è determinato dal gas“, più costoso.
“Quindi se aumentassimo la quota prodotta da rinnovabili il prezzo sarebbe
strutturalmente più basso”, traduce Lovisolo. “Come in Spagna, appunto, dove il
costo medio è di 30 euro/megawattora rispetto ai 100/120 dell’Italia”.
Nonostante l’Ets. E con tutti i vantaggi che ne derivano quando i sommovimenti
geopolitici, come in questi giorni, mettono alle strette chi dipende dall’import
di gas.
Cancellare le quote di emissione, che sul prezzo finale dell’elettricità
incidono per il 10-20%, sarebbe insomma un palliativo che lascia irrisolto il
nodo di fondo. Italiano ma non solo, come denunciano le aziende che in vista del
Consiglio europeo hanno scritto ai leader spiegando che per un’economia “più
competitiva e resiliente” un Ets robusto è fondamentale e occorre invece ridurre
la dipendenza dai combustibili fossili importati e valorizzare l’energia pulita.
MELONI USCIRÀ SCONFITTA: NIENTE STOP
Una revisione del sistema Ets è già prevista dalle norme in vigore: la
Commissione dovrà presentare entro luglio una proposta di aggiornamento, anche
in vista dell’introduzione del nuovo Ets 2 per l’edilizia e i trasporti prevista
per il 2028. Gran parte degli Stati membri concorda sulla necessità di un
tagliando, che potrebbe riguardare il tasso annuale di riduzione delle quote
disponibili sul mercato (più si abbassa il tetto massimo più i prezzi salgono) e
il ritmo di riduzione delle quote gratuite, visto che la lobby dell’industria
chimica sta spingendo per un ulteriore rinvio. Ma un consenso unanime sulla
proposta di sospensione arrivata dall’Italia è fuori discussione: solo
Repubblica ceca, Slovenia e Polonia la appoggiano. “Possiamo miglioralo, ma
bolirlo sarebbe un errore enorme”, ha chiuso la vicepresidente della Commissione
Teresa Ribera. “Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas
in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno
dell’Ets”, ha confermato Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Europarlamento,
anche se “dobbiamo modernizzarlo”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che
era sembrato incolpare i costi del carbonio per la deindustrializzazione
europea, dopo il vertice Ue informale di Alden Biesen ha precisato di “non
condividere le critiche” perché l’Ets “ha garantito che in Europa disponiamo di
uno strumento efficace che consente la crescita senza ulteriori emissioni di
Co2”. Emissioni che “sono diminuite di quasi il 40% mentre l’industria è
cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema”. A riprova che il costo
del carbonio non la sta affossando.
L'articolo Meloni approfitta della guerra in Iran per chiedere all’Ue lo stop
del sistema delle quote di emissione. Che però non c’entra con l’aumento dei
costi dell’energia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rivedere il sistema europeo per la riduzione delle emissioni come vuole
l‘industria. Cioè, in particolare, con “un approccio pragmatico all’assegnazione
gratuita” delle quote di Co2. Tradotto: continuando a snaturare il meccanismo
basato sul principio del “chi inquina paga“. È la richiesta contenuta in una
dichiarazione congiunta sul rafforzamento della competitività dell’industria
europea dei ministri dell’Industria di Austria, Croazia, Repubblica Ceca,
Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna
che si sono riuniti nel gruppo di Paesi ‘Friends of Industry’ per coordinare le
posizioni alla vigilia del Consiglio competitività in corso a Bruxelles. A
rappresentare l’Italia il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo
Urso.
La dichiarazione ricalca le priorità elencate da BusinessEurope, la
Confindustria europea, in una nota del 24 febbraio, in cui si chiede tra l’altro
alla Ue di riconsiderare l’abolizione delle quote di emissione di carbonio
gratuite con la motivazione che “le imprese si trovano ad affrontare costi
crescenti e una forte concorrenza globale, mentre mancano per lo più le
condizioni che renderebbero la decarbonizzazione un buon business case”.
Gli 11 Stati, in particolare, auspicano ”una revisione dell’Ets che migliori la
competitività dell’Ue garantendo un segnale di prezzo efficace, prevedibilità,
stabilità del mercato e protezione contro un’eccessiva volatilità dei prezzi,
insieme a un approccio pragmatico all’assegnazione gratuita che promuova gli
investimenti in tecnologie rispettose del clima e fornisca solide garanzie
contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”. Cioè il presunto
rischio che le imprese delocalizzino per non pagare: sempre più improbabile
visto che nel frattempo sta entrando in vigore la tassa sul carbonio alle
frontiere che colpisce le importazioni di prodotti ad alta intensità di carbonio
da parte di aziende con sedi in Paesi dove la legislazione ambientale è più
permissiva.
Secondo i ministri, “la decarbonizzazione non dovrebbe essere ottenuta
attraverso la deindustrializzazione” e “la prossima revisione dell’Ets” attesa a
luglio “dovrebbe mirare a sostenere la competitività dell’industria europea e a
potenziare gli investimenti in tecnologie innovative. Dato il calo del tetto
massimo alle emissioni a livello Ue, gli attori industriali corrono il rischio
di elevati livelli di prezzo, maggiore volatilità del mercato e liquidità
limitata”.
I firmatari – anche qui rispondendo agli appelli delle imprese – chiedono
inoltre “un’attuazione proporzionata, basata sul rischio e favorevole
all’innovazione delle norme sull’IA industriale, supportata da orientamenti
chiari, norme armonizzate, regole di conformità e scadenze realistiche”. In
particolare, è necessario “chiarire l’interazione tra la legge sull’Intelligenza
artificiale e il regolamento sulle macchine nel corso” del pacchetto di
semplificazione “dell’AI-Omnibus”.
L'articolo Clima, l’Italia e altri 10 Stati Ue si allineano alle richieste
dell’industria: “Approccio pragmatico sull’assegnazione di quote Co2 gratuite”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Greenpeace, Legambiente e Wwf bocciano il Decreto Bollette approvato il 17
febbraio dal consiglio dei ministri. “Il provvedimento, lungi dal mettere mano
alle questioni strutturali per usufruire appieno dei vantaggi offerti dalle
fonti rinnovabili, continua a dare ossigeno al sistema del gas, arrivando a
rimborsarlo, e quindi di fatto esentarlo, dalla tassa sul carbonio prevista dal
sistema Ets. Un attacco senza precedenti a uno dei più antichi capisaldi delle
politiche climatiche in Europa”.
In realtà, come dimostra il caso della Spagna, “l’unica strada che funziona è
esattamente quella opposta, dare più spazio alle rinnovabili e disegnare il
mercato su di esse: non si può risolvere il problema del prezzo del gas colpendo
le altre fonti energetiche. I cittadini spagnoli pagano bollette del 40% più
basse delle nostre non certo perché hanno smantellato le politiche green, ma
perché producono più energia da fonti rinnovabili rispetto a noi, come del resto
ammette il ministro Pichetto Fratin“.
L’impostazione del provvedimento “risponde a una logica politica e ideologica, a
partire dall’impegno di importare in Italia il 12% del Gnl statunitense diretto
all’Europa. Ma toglie risorse alle rinnovabili e all’efficienza energetica per
sopperire i costi emergenziali legati ai contributi una tantum per le famiglie a
basso reddito che ancora una volta non vedranno politiche strutturali. Un
Decreto che ha già avuto i suoi primi effetti, ovvero quello di mandare in tilt
i titoli delle società energetiche, con percentuali di riduzioni dal 2 al 3%.
“Questo governo – concludono le associazioni – continua a ignorare le vere
soluzioni: investire massicciamente in eolico e solare, sbloccare finalmente le
aste per l’eolico offshore sempre più in crisi, disaccoppiare il prezzo
dell’elettricità da quello del gas, tassare gli extraprofitti delle
multinazionali fossili e finanziare l’efficienza energetica per liberare
famiglie e imprese dalla schiavitù del gas fossile. Invece di correre in
soccorso del clima e dei cittadini, si sceglie ancora una volta di correre in
soccorso del gas. L’Italia ha bisogno di soluzioni vere, non di ennesimi regali
alle fonti fossili“.
L'articolo Le associazioni ambientaliste contro il decreto Bollette: “Regali
alle fonti fossili mentre si tolgono risorse alle rinnovabili” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Niente di più miope che attaccare il sistema dell’Emission trading system
(Ets), mentre l’Italia frana”. Dopo le critiche suscitate dal Dl bollette, che
punta a demolire il perno della strategia europea di decarbonizzazione, ossia il
sistema di scambio delle emissioni, 150 scienziati ed economisti italiani, tra
cui il premio Nobel per la fisica, Giorgio Parisi e l’economista Carlo Carraro,
firmano una lettera aperta con un appello rivolto al Governo Meloni. Chiedono
all’esecutivo e, in particolare, alla premier e al ministro dell’Ambiente e
della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, di non indebolire gli
strumenti europei di decarbonizzazione e, invece, rafforzi le politiche di
adattamento. “Esprimiamo profonda preoccupazione – scrivono – per il modo in cui
il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le
recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della
politica climatica europea”.
NISCEMI, METAFORA DI UN PAESE A RISCHIO
La lettera parte dalla cronaca. E dai dati che, tra l’altro, molti tra i
firmatari della lettera hanno raccontato in questi anni a ilfattoquotidiano.it,
come Antonello Pasini e Nicola Armaroli, rispettivamente fisico climatologo e
dirigente di ricerca del Cnr, Enrico Gagliano, già docente Università di Teramo
e Unibo, Paola Mercogliano e Silvio Gualdi del Centro Euro-Mediterraneo sui
Cambiamenti Climatici, per citare solo alcuni degli scienziati coinvolti
nell’iniziativa. “I recenti eventi estremi che hanno colpito vaste aree del Sud
Italia con il passaggio del ciclone Harry non sono episodi isolati – spiegano
gli scienziati – ma segnali coerenti con quanto la comunità scientifica
documenta da anni: un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli
eventi meteorologici estremi”. Ed è per questo che il disastro di Niscemi
“appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio”. Non a
caso, da anni l’Ispra colloca l’Italia ai primi posti in Europa per
l’esposizione al rischio di frane, 2023 e 2025 sono stati i tre anni più caldi
mai registrati a livello globale, e gennaio 2026 è risultato il quinto gennaio
più caldo della serie storica, confermando una tendenza al riscaldamento senza
segnali di inversione. “Non è pessimismo, ma realismo scientifico: l’Italia
dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici” afferma Antonello
Pasini.
LA PREOCCUPAZIONE DEGLI SCIENZIATI ITALIANI PER L’ATTACCO ALL’ETS
Di fronte a queste evidenze e a una percezione ormai diffusa che vede gli
italiani tra i cittadini europei più preoccupati per il cambiamento climatico,
gli scienziati ritengono un errore che il governo italiano non mostri pieno
sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission
Trading, ormai adottato anche in Cina. “Si rischia di indebolire una politica
che ha già dimostrato di ridurre le emissioni nei settori regolati, stimolare
innovazione e accompagnare la transizione industriale a costi sostenibili. Per
questo non ha senso presentarlo come un ostacolo per imprese e famiglie”
sottolinea Stefano Caserini dell’Università di Parma. Secondo gli esperti,
rallentare la decarbonizzazione renderebbe il Paese subalterno alle parti meno
innovative dell’industria. “Innovazione e competitività sono oggi
indissolubilmente legate alla decarbonizzazione” afferma Carlo Carraro,
economista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
CHE FINE HA FATTO IL PIANO NAZIONALE DI ADATTAMENTO
La lettera richiama infine la necessità di dare piena attuazione al Piano
nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e di rispettare gli obiettivi
europei di decarbonizzazione al 2050 e intermedi al 2040, già approvati anche
dall’Italia in sede comunitaria. La politica oggi va in direzione opposta e
l’Italia che oggi frana, si allaga e perde competitività è il risultato di
scelte rinviate, prevenzione insufficiente e di una transizione energetica
ostacolata proprio quando sarebbe più necessaria. “Una traiettoria che può e
deve essere corretta con politiche fondate sulla scienza, sulla lungimiranza e
sulla responsabilità verso le generazioni presenti e future” spiegano i
firmatari. A riguardo, sempre per parlare di fatti, la mancata attuazione del
Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato solo a fine
2023, rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima.
Anche e soprattutto perché non sono state stanziate neppure le risorse per le
361 misure previste su scala nazionale e regionale (Leggi l’approfondimento).
Poi c’è il lungo capitolo che riguarda la legge sul consumo di suolo. Che manca,
ancora. Dopo decine e decine di appelli.
L'articolo “L’Italia frana: giù le mani dal sistema Ue per ridurre le
emissioni”. L’appello del Nobel Parisi e altri 150 scienziati ed economisti al
governo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Al centro del decreto Bollette varato mercoledì dal consiglio dei ministri c’è
la compensazione delle aziende energetiche con centrali a gas per i costi
sostenuti per comprare quote europee di emissione di Co2. Visto che i prezzi
dell’elettricità si formano sulla base del costo di produzione dalla fonte più
costosa, che è appunto il gas, la mossa del governo Meloni punta a ridurre il
costo finale per i consumatori. Ma è anche un chiaro segnale alla Commissione Ue
che nel corso dell’anno dovrà fare il tagliando all’Emission trading system,
strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici che l’Unione ha fissato
per il 2030. Un sistema non perfetto ma grazie al quale le emissioni dei settori
coperti sono calate del 50% rispetto al 2005 (il target al 2030 è -62%)
soprattutto grazie al calo di quelle del settore energetico. L’industria
inquinante lo incolpa però della propria crisi e vorrebbe restringerne
l’applicazione. Confindustria ne ha chiesto addirittura la sospensione. E il
governo si accoda.
COME FUNZIONA IL SISTEMA ETS
L’Ets ha creato un mercato che incentiva le imprese a ridurre la loro impronta
carbonica attraverso un sistema di “cap-and-trade”: di anno in anno la Ue fissa
un limite (cap) alle emissioni consentite e chi inquina deve comprare all’asta –
anche se in passato molte venivano assegnate a titolo gratuito – una quota per
ogni tonnellata di Co2 emessa nell’ambiente nel corso dell’anno. Insomma: chi
inquina paga. Le aziende che riducono le proprie emissioni sotto il limite
previsto possono rivendere le quote in eccesso, generando profitti con cui
finanziare ulteriori politiche climatiche. Le aste poi producono gettito per gli
Stati, che a loro volta dovrebbero utilizzare i soldi per finanziare misure di
decarbonizzazione e promuovere tecnologie sostenibili.
Tra 2005 e 2007 il meccanismo è stato applicato distribuendo i “diritti a
inquinare” quasi totalmente gratis, il che ha causato un eccesso di offerta.
Nella seconda fase, fino al 2012, i tetti e le regole di assegnazione sono stati
definiti dagli Stati membri, con inevitabili distorsioni, e il valore dei
permessi è crollato a causa della recessione. Nel 2019 è stata introdotta una
riserva stabilizzatrice del mercato e si è passati a un cap europeo, decrescente
anno dopo anno. Le quote gratuite sono rimaste in vigore, a beneficio dei
settori dell’acciaio e del cemento, delle raffinerie e dell’industria chimica.
La quarta fase, iniziata nel 2021, prevede una riduzione più corposa del cap per
centrare gli obiettivi di taglio delle emissioni e l’inclusione del settore
aereo civile e marittimo. I prezzi nel 2023 sono arrivati a superare i 90 euro a
tonnellata di Co2, per poi ripiegare: ora si attestano sui 70 euro. Nel
frattempo sta proseguendo la – lentissima -eliminazione graduale dei permessi
gratuiti, prevista dopo l’entrata in vigore del regolamento sulla cosiddetta
tassazione del carbonio alle frontiere (Cbam) che elimina l’alibi del rischio
delocalizzazione verso Paesi con standard ambientali più deboli visto che i
prodotti da lì importati saranno soggetti al balzello.
Dal 2028 (già rinviata di un anno rispetto all’ipotesi iniziale) è prevista poi
l’entrata in vigore dell’Ets2, che comprenderà i fornitori di energia del
settore civile, i trasporti e le pmi. Proprio oggi gli ambasciatori dei 27 Paesi
Ue hanno adottato su questo il mandato negoziale senza modifiche alla proposta
della Commissione Ue, avanzata a fine novembre, e sono ora pronti al negoziato
con l’Eurocamera.
I RISULTATI A LIVELLO UE
Stando all’ultimo bilancio fatto dalla Commissione, nel 2024 le emissioni dei
comparti coinvolti sono diminuite del 5% rispetto al 2023, portando la riduzione
complessiva a circa il 50% rispetto ai livelli del 2005. Il settore energetico
ha visto una riduzione del 12% delle emissioni legate alla produzione di energia
elettrica grazie a un aumento dell’8% nella produzione da fonti rinnovabili e
del 5% da nucleare, mentre l’uso di gas e carbone è diminuito rispettivamente
dell’8% e del 15%. Nel settore industriale però le emissioni sono rimaste
stabili, causa aumento del 7% nel comparto dei fertilizzanti compensato da una
diminuzione del 5% nel settore del cemento, in linea con una riduzione della
produzione. In parallelo, dal 2012 al 2023 gli Stati membri hanno incassato più
di 147 miliardi di euro dai proventi delle aste.
L’ITALIA NON USA I SOLDI PER LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
L’Italia tra il 2012 e il 2023, come ricostruito dal think tank Ecco, ha
raccolto circa 15,6 miliardi di euro. Ma solo il 9% di quella cifra, circa 1,4
miliardi, è stato effettivamente utilizzato per politiche climatiche: ben sotto
il 50% previsto dalla Direttiva EU Ets che vincolava quella quota a finalità
legate all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e
all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Soglia che con la
revisione della direttiva, nel 2023, è peraltro salita al 100%. Ma l’Italia, nel
recepire la norma, non ha rispettato la disposizione europea e continua a
destinare il 50% del ricavato al fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Il
resto viene ripartito con decreti del ministro dell’Ambiente e della sicurezza
energetica di concerto con quelli delle Imprese e del made in Italy, delle
Infrastrutture e dell’Economia. La quota maggiore, 29,16% dei fondi, stando a
quanto ricostruito da Ecco è stata destinata a progetti e misure per sviluppare
le energie rinnovabili, un altro 25,8% è finito in contributi a fondi
multilaterali, il 17% al trasporto pubblico e a basse emissioni e il 14,65% dei
fondi a progetti mirati all’efficienza energetica, all’isolamento degli edifici
e al sostegno per le famiglie a reddito medio-basso. Quote che non corrispondono
però agli impegni di spesa: dal 2012 le risorse impegnate sono sempre state
inferiori a quelle spese e ci sono grosse discrepanze tra i due valori. La
rendicontazione è poco chiara e non garantisce reale trasparenza. è la
conclusione del think tank.
MELONI SCHIERATA CON L’INDUSTRIA, VON DER LEYEN E MERZ DIFENDONO IL SISTEMA
È questo il quadro che oggi vede il governo schierato con l’industria che chiede
di eliminare quello che ritiene un insostenibile aggravio di costi. All’appello
del numero uno della lobby degli industriali Emanuele Orsini si è unito
mercoledì il presidente di Confindustria Brescia – in cui siedono molte aziende
energivore – Paolo Streparava, secondo cui l’Ets “aggrava il prezzo
dell’energia, scaricando sull’industria un onere che rischia di compromettere la
capacità di competere sui mercati internazionali”. Ma la settimana scorsa Ursula
von der Leyen, che pure ha archiviato il green deal e fatto della competitività
industriale la sua nuova stella polare, ha ribadito che il sistema “ha chiari
vantaggi” ed è “completamente neutrale dal punto di vista tecnologico”. Non
solo: imputargli prezzi dell’energia troppo alti vuol dire sbagliare bersaglio,
visto che il prezzo è determinato “anzitutto da quello del gas, poi dalle
commissioni per la rete, che sono sostanziose, dalle tasse nazionali, e solo
dopo viene l’Ets”. Morale: sì a una revisione, no alla retromarcia. E nonostante
l’ostentata sintonia delle ultime settimane Meloni non può contare nemmeno sul
sostegno dell’alleato Friedrich Merz, che a sua volta ha difeso il meccanismo
dalle critiche di altri leader.
L'articolo Il governo Meloni contro il sistema Ue per lo scambio delle quote di
emissione. Che ha ridotto i gas serra del 50% rispetto al 2005 proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il decreto Bollette atteso da mesi approda oggi in consiglio dei ministri, ma
martedì pomeriggio i tecnici del ministero dell’Ambiente erano ancora al lavoro
con Palazzo Chigi per limare il testo definitivo. Basta questo per capire quanto
complicato si stia rivelando per il governo Meloni intervenire per ridurre gli
esborsi di famiglie e imprese senza scontentare i tanti interessi in gioco e
senza rischiare una bocciatura della Commissione europea su uno dei punti chiave
del provvedimento, l’eliminazione della tassa europea sulle emissioni a carico
dei produttori di elettricità da gas. Mossa “terribile” secondo Michele
Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del think
tank indipendente sulla transizione energetica ECCO.
Domanda. Partiamo dal problema di fondo: perché in Italia i prezzi
dell’elettricità sono ben superiori rispetto alla media Ue?
Risposta. Soprattutto perché per produrre quell’energia usiamo molto più degli
altri il gas. L’anno scorso abbiamo prodotto da rinnovabili il 41% dell’energia:
stiamo rimanendo indietro rispetto a Germania, Spagna, Gran Bretagna. Sia questo
governo sia i precedenti hanno deciso di mantenere il gas come fonte strategica
per l’approvvigionamento energetico. Oggi, con gli Usa diventati protagonisti
del mercato globale come principali esportatori di gnl via nave, questo è molto
rischioso – Donald Trump può usarlo come arma – ed è costoso. Il mercato
dell’elettricità, come tutti i mercati, funziona con il sistema del prezzo
marginale, in cui il costo finale è determinato dalla fonte più costosa: quindi,
se non riesci a rinunciare a una fonte costosa, il prezzo finale si fa su
quella.
Per rimediare ha senso, al netto dell’incognita sul via libera europeo,
rimborsare le aziende per le quote di emissione previste dal sistema europeo
Ets, che puntano a far pagare chi inquina?
L’articolo 5 della bozza di decreto, che prevede quel sussidio, è pessimo:
disincentiva i produttori dal diventare più efficienti sulla base della speranza
che il sussidio si traduca in offerte più convenienti. Un’idea estremamente
ingenua, tanto più che il governo è perfettamente consapevole che il mercato non
è pienamente competitivo. Non a caso mette le mani avanti scrivendo che se il
risparmio in bolletta non si vedrà le aziende saranno in qualche modo punite.
Assurdo poi che il rimborso valga per tutte le ore del giorno, non solo quelle
marginali in cui il gas è effettivamente la fonte più costosa. Sono convinto che
nella versione finale del decreto la norma sarà cambiata. Ma, considerato che
dovrebbe entrare in vigore nel 2027, potrebbe anche essere solo un segnale di
posizionamento nel dibattito europeo sull’Emission trading system, con
l’obiettivo di minare uno strumento di incentivo alla transizione che ha
funzionato e viene copiato da altri paesi.
Quali altre strade ci sono per “disaccoppiare” il prezzo dell’elettricità da
quello del gas?
La soluzione è ridurre il numero di ore in cui le centrali a gas sono
necessarie, ad esempio installando sistemi di accumulo. Così, durante le ore di
picco, non avremo bisogno del gas. Ma per farlo è fondamentale sensibilizzare i
consumatori a gestire la domanda in modo da ridurre i costi. Il mercato del nord
Europa ha già implementato il demand response, mentre in Italia non c’è
l’obbligo di offrire tariffe dinamiche.
In concreto come dovrebbe comportarsi il consumatore?
Immaginiamo una casa con un qualsiasi sistema che accumula energia termica (ad
esempio scaldabagni con timer): potrebbe immagazzinare energia durante le ore di
alta produzione di energia rinnovabile per utilizzarla più tardi. Idem per il
raffrescamento o riscaldamento di un palazzo di uffici dotato di pompe di
calore: il concetto è quello di trattenere l’energia e sfruttarla quando
prenderla dal sistema costa di più.
Come valuta la spinta prevista dalla bozza del decreto ai Power Purchase
Agreement, i contratti a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile?
Va nella direzione giusta, ma riguarda solo le aziende. Invece sarebbe
un’opportunità da offrire anche ai clienti domestici. Se un fornitore mi dicesse
che compra solo energia da fonti eoliche e fotovoltaiche e mi fa pagare solo i
costi fissi e lo stoccaggio, sarebbe conveniente: pagherei un prezzo competitivo
e sarei protetto dalla volatilità del gas. Oggi il Gse approvvigiona energia da
impianti fotovoltaici a 50 euro a megawattora, anche aggiungendo le batterie il
costo finale si fermerebbe a 70-80 euro contro una media di mercato superiore ai
100.
Quella soluzione però scontenta la Lombardia leghista, che ha fatto un accordo
con i produttori da idroelettrico: niente messa a gara delle concessioni in
cambio della cessione di una quota di elettricità scontata alle aziende
energivore della Regione.
Quegli impianti idroelettrici si sono già ripagati e godono di grosse rendite:
non fare le gare è una scelta politica sbagliata.
In generale il meccanismo del prezzo marginale fa sì che tutte le società
produttrici di energia da rinnovabili godano di una rendita, che il decreto
ridurrebbe. Quel vantaggio è ancora giustificato dalla necessità di incoraggiare
gli investimenti in fonti diverse dal gas?
In realtà il trattamento economico delle rinnovabili dipende dal tipo di
impianto. Quelli che hanno usufruito dei conti energia (come l’idroelettrico o
quelli più vecchi) hanno effettivamente una rendita significativa ed è giusto
chiedere loro un sacrificio, tanto più se sono protetti dalla concorrenza. Gli
impianti moderni, che hanno partecipato alle aste FER, prendono un prezzo minimo
garantito e devono restituire la differenza tra il prezzo di mercato e quello
minimo. Quindi, non parlerei di rendita.
Ma in cima alla lista di quelli a cui chiedere sacrifici ci sono gli impianti a
gas: oltre agli alti prezzi di mercato dovuti anche a comportamenti non sempre
competitivi, si avvantaggiano del cosiddetto capacity market (una remunerazione
per la sola disponibilità a entrare in funzione in caso di bisogno, ndr), che
pesa sulle bollette. Basti dire che ‘Italia ha deciso di mantenere 50 GW di
potenza efficiente a gas, assolutamente sovradimensionata.
Per i consumatori vulnerabili il governo intende varare un nuovo bonus sociale
straordinario di 90 euro: andrebbe ai nuclei con Isee fino a 25.000 euro,
aggiungendosi a quello ordinario riservato a chi ha un Isee sotto i 9.796 euro.
Ma i produttori lo concederanno su base volontaria…
Il bonus ordinario è stato ben disegnato, perché non è uno sconto ma un
contributo monetario a chi si trova in potenziale povertà energetica. E’ una
logica intelligente. Dare uno sconto, al contrario favorisce chi consuma di più.
Ma che senso ha fare una legge in cui si ipotizza un aiuto volontario? Chi lo
dispone? Il governo azionista di maggioranza di Enel? E chi non provvede cosa
rischia? Se ci sono famiglie che non ce la fanno, molto meglio incrementare il
bonus ordinario.
L'articolo Decreto bollette, l’esperto: “Pessimo sussidiare chi inquina.
Chiedere sacrifici a centrali a gas e vecchi impianti da fonti rinnovabili che
godono di rendite” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sospendere il funzionamento del sistema europeo per lo scambio delle quote di
emissione, il meccanismo messo in campo nel 2005 dall’Unione europea per ridurre
le emissioni di gas a effetto serra facendo pagare chi inquina. È la richiesta
del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, in vista del vertice informale
dei leader europei sulla competitività di giovedì in Belgio. “In qualità di
seconda potenza industriale ed esportatrice d’Europa”, la confederazione vuole
lo stop sostenendo che è “un sistema squilibrato, che non genera i benefici di
decarbonizzazione cui aspira, mentre di fatto grava sulla capacità competitiva
dell’industria europea”. E ancora: “E’ urgente bloccare l’Ets per evitare di
aggravare ancor più il peso del costo dell’energia su imprese e famiglie”.
Ursula von der Leyen, pur molto attenta alle esigenze dell’industria, è però di
un altro avviso: “Dalla sua introduzione, le emissioni sono diminuite del 39%,
mentre l’economia nei settori coperti dall’Ets è cresciuta del 71%”, ha
ricordato. Il problema, semmai, è che oggi i Paesi dell’Ue “investono meno del
5% dei ricavi dell’Ets nella decarbonizzazione industriale. Reincanalare
maggiori entrate dell’Ets verso l’industria sarà quindi un obiettivo
fondamentale della prossima riforma del sistema di scambio di quote di emissione
prevista per quest’estate”. Per legge il 75% dei ricavi finisce nei bilanci
nazionali, mentre il 25% viene destinato allo sviluppo di tecnologie rispettose
del clima attraverso il Fondo per l’innovazione da 100 miliardi di euro
dell’Unione. L’Italia per esempio ha incassato dalle aste tra il 2012 e il 2024
15,6 miliardi di proventi ma, stando a una ricognizione del think tank Ecco, ha
speso solo il 9% per investimenti legati alla lotta ai cambiamenti climatici:
ben al di sotto del 50% previsto per legge.
“Dal 1990, le emissioni globali sono aumentate del 70%, spinte principalmente
dalla Cina, le cui emissioni cumulative superano ormai quelle dell’intera Unione
Europea”, ribatte Orsini. “Tuttavia solo circa il 25% delle emissioni globali è
coperto da sistemi di tipo Ets, e il sistema europeo rimane di gran lunga il più
costoso. Settori strategici – come l’acciaio, la chimica e la ceramica, che in
Italia sono già tra i più decarbonizzati a livello globale – rischiano di essere
espulsi dai mercati internazionali senza un rapido intervento dell’Ue”.
“Pertanto – dice ancora il leader degli industriali – è urgente bloccare l’Ets
per evitare di aggravare ancor più il peso del costo dell’energia su imprese e
famiglie. E questo è anche responsabilità di un meccanismo distorsivo per la
formazione del prezzo, che, in parole povere, fa pagare tanto non solo l’energia
a gas ma anche (ed è micidiale) le fonti rinnovabili e dell’idroelettrico.
Praticamente chi consuma energia buona o cattiva la paga nello stesso modo, non
incentivando comportamenti virtuosi. La somma di tutti questi costi sta mettendo
in ginocchio l’industria e la nostra sicurezza non solo economica”.
L'articolo Confindustria contro il sistema europeo di tassazione delle
emissioni: “Sospenderlo, mette in ginocchio l’industria” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Industria pesante per una volta in difesa di una legge per il clima. Succede,
scrive Politico, perché le aziende europee temono le conseguenze negative dei
ritocchi proposti dalla Commissione alla normativa che introduce la tassa sul
carbonio alle frontiere (Cbam), balzello che colpisce le importazioni in Ue di
prodotti ad alta intensità di carbonio da parte di aziende con sedi in Paesi
dove la legislazione ambientale è più permissiva.
L’esecutivo europeo vorrebbe ora assicurarsi il potere di esentare determinate
merci dal meccanismo: a dicembre ha proposto di introdurre una clausola
(articolo 27a) che consentirebbe di farlo in caso di “grave danno al mercato
interno dell’Unione dovuto a circostanze gravi e impreviste relative all’impatto
sui prezzi delle merci” e “finché tali circostanze non saranno superate”. La
proposta ha sollevato allarme perché, nella sua vaghezza, potrebbe creare
incertezze che metterebbero a rischio gli investimenti necessari per la
transizione verso un’economia a basse emissioni.
I produttori di fertilizzanti, uno dei settori maggiormente colpiti dalla
proposta (una dozzina di governi dell’UE che hanno chiesto l’esenzione dal CBAM
per evitare l’aumento dei costi a carico degli agricoltori) sono molto
preoccupati. Il Cbam “è legato agli investimenti, ma è anche legato alla
sopravvivenza di alcuni membri”, dice a Politico Antoine Hoxha, direttore
dell’associazione di settore Fertilizers Europe. “Possiamo competere con
chiunque ad armi pari. Ma abbiamo bisogno di queste pari opportunità”. Non solo:
la maggior parte dei principali organismi industriali che rappresentano i
settori coperti dal Cbam a Bruxelles – ci sono anche acciaio, ferro, alluminio,
cemento, idrogeno ed elettricità – hanno fatto sapere di essere contrari
all’indebolimento della tassa. Che peraltro ridurrebbe gli incentivi per i paesi
terzi ad adottare pratiche produttive più sostenibili. Yara International,
colosso norvegese nel settore dei fertilizzanti, ha fatto sapere che in caso di
sospensione dovrà rivedere il suo ambizioso progetto per la riduzione delle
emissioni di carbonio.
Cement Europe si è detta “preoccupata che l’articolo 27a introduca una notevole
incertezza” e “comprometta la prevedibilità di cui il settore ha bisogno”. Idem
per Eurelectric, che rappresenta l’industria elettrica europea. Solo alcuni
settori, come quello dei metalli, hanno accolto la proposta del meccanismo di
sospensione, vedendola come una “clausola di emergenza” che potrebbe rivelarsi
utile in caso di situazioni straordinarie.
L'articolo La Commissione Ue vuole indebolire la tassa sul carbonio alle
frontiere. E l’industria pesante europea non ci sta proviene da Il Fatto
Quotidiano.