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Messi ospite da Trump nel mezzo della guerra. Il discorso surreale: “Stiamo demolendo l’Iran, benvenuto alla Casa Bianca”
“Stiamo continuando a demolire” l’Iran. Nel bel mezzo della guerra che sta infuocando il Medio Oriente, provocando una delle crisi geopolitiche più gravi del secolo in corso, il presidente americano Donald Trump lancia i suoi proclami con al fianco un sorridente Lionel Messi, star planetaria un bel po’ invecchiata del pallone. È la scena surreale che arriva dalla Casa Bianca, dove ormai è consuetudine che i divi del calcio vadano a omaggiare Trump, vedasi Cristiano Ronaldo, sulla scia della devozione al tycoon portata avanti dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che al presidente Usa ha pure consegnato pochi mesi fa un premio per la pace. Ora invece Trump parla di guerra e pallone senza soluzione di continuità, con disinvoltura, a meno di 100 giorni dall’inizio dei prossimi Mondiali nordamericani. Trump appunto ieri ha ricevuto nel suo studio l’Inter Miami CF, i campioni 2025 della Major League Soccer, e il suo campione più rappresentativo. Nella battute iniziali dell’incontro però il presidente ha parlato della situazione in Medio Oriente, rimarcando che Teheran è ormai “senza aeronautica, senza difese, senza missili”. E ancora: “Altri presidenti hanno convissuto con questa situazione, io invece non l’ho accettata. E i nostri uomini stanno facendo un lavoro straordinario. Ancora una volta, abbiamo il più grande esercito che il mondo abbia mai visto”. Non solo, perché Trump nello stesso discorso ha minacciato anche un cambio di regime a Cuba: “Una volta terminata questa fase, sarà solo questione di tempo prima che voi possiate tornare a Cuba“, ha dichiarato il presidente. I calciatori del Miami, Messi compreso, faticavano a nascondere tensione e imbarazzo. Poi però è partito l’applauso e nessuno si è tirato indietro. Finito il discorso sulla guerra, Trump è passato con disinvoltura al calcio: “Oggi siamo entusiasti di ospitare i campioni della MLS Cup 2025, l’Inter Miami. Ottimo lavoro! Ed è mio grande privilegio dire ciò che nessun presidente americano ha mai avuto l’occasione di dire prima: benvenuto alla Casa Bianca, Lionel Messi“. Quindi il presidente ha citato il figlio Barron: “È un tuo grande fan. Un tuo grandissimo fan. Pensa che tu sia una persona fantastica“. La stessa scena si era già vista con Cristiano Ronaldo. Lo ha ha ricordato lo stesso Trump: “Mio figlio è un grande appassionato di calcio, è un tuo fan accanito. E di un signore di nome Ronaldo. Cristiano è un grande. Tu sei un grande. Ragazzi, ci sono dei grandissimi campioni, dei grandissimi atleti in questo sport, e persone che amano davvero quello che fanno, e lo fanno bene. Ed è un onore per noi e per tutti qui alla Casa Bianca potervi celebrare oggi”, ha concluso il presidente Usa. Trump e il pallone ormai viaggiano a braccetto, dopo il sodalizio voluto da Infantino in persona. Il presidente della Fifa ha spostato i suoi uffici alla Trump Tower ed è diventato un alleato del presidente Usa. I legami partono dai Mondiali americani e si intrecciano con gli affari nel Golfo, proprio una delle zone colpite dall’attuale guerra. Quando Cristiano Ronaldo a novembre scorso arrivò alla Casa Bianca, era ospite di una cena esclusiva organizzata da Trump per accogliere il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, tornato negli Stati Uniti per la prima volta dall’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi. CR7 era presente in quanto ambasciatore della Saudi Pro League all’estero. Senza dimenticare, a giugno scorso, la presenza della Juventus nello Studio Ovale prima del Mondiale Fifa per Club: all’epoca, Trump stava minacciando proprio l’Iran di un altro intervento militare. L’attacco è arrivato una settimana fa. L'articolo Messi ospite da Trump nel mezzo della guerra. Il discorso surreale: “Stiamo demolendo l’Iran, benvenuto alla Casa Bianca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Canadesi bast***i, mangiano sciroppo d’acero”: la Casa Bianca diffonde un video con l’AI di Tkachuk. Il campione NHL si infuria
Sul palco di Sanremo Dargen D’Amico ci ricorda che l’intelligenza artificiale è ancora in piena fase di sperimentazione. “Ho letto sul giornale che certe cose non puoi ancora farle con l’AI”. Eppure alla Casa Bianca si sono divertiti a usarla per creare su Tik Tok un dissing tra Canada e USA, le due squadre di hockey protagoniste della finale alle Olimpiadi Milano–Cortina (vinta dagli statunitensi 2-1). “Hanno fischiato il nostro inno nazionale, quindi sono sceso in campo e ho dato una lezione a quei b*****i che mangiano sciroppo d’acero”. Parola, o meglio frasi create dall’intelligenza artificiale, di Brady Tkachuk stella dell’hockey su ghiaccio statunitense. Il giocatore ha voluto chiarire subito la questione: “Beh, è chiaramente falso perché non è la mia voce: non sono le mie labbra a muoversi. Non ho il controllo di nessuno di quegli account. So che quelle parole non uscirebbero mai dalla mia bocca. Quindi, non posso farci niente”. Il video diventa virale in pochissimo tempo e Tkachuk fa valere la sua posizione. E ha buone ragioni per prendere le distanze dal video: l’hockeista, infatti, è il capitano degli Ottawa Senators (la squadra della capitale canadese). “Non so come abbia potuto scatenare una reazione del genere, è pazzesca la velocità dei social media”. Ma perché la Casa Bianca ha puntato proprio Tkachuk? LA PRESUNTA RICHIESTA DI TKACHUK A TRUMP: “CHIUDETE IL CONFINE SETTENTRIONALE” I veri problemi nascono dopo la chiamata del presidente Donald Trump per congratularsi con gli USA. Nel corso della telefonata Tkachuk avrebbe esclamato: “Chiudete il confine settentrionale“. Una versione smentita dallo stesso giocatore statunitense. “Non so come abbia fatto a scatenarsi questa bufera, io qui gioco e do tutto”. Sarà un caso, ma l’account Tik Tok ha voluto utilizzare la sua immagine come personalità anti–Canada. Presente al discorso sullo stato dell’Unione a Washington il 26enne dell’Arizona ha prima speso parole di gratitudine per aver preso parte alla cerimonia. “È stata una visita speciale. Essendo un cittadino americano non pensi mai che vedrai la Casa Bianca e sarai nello Studio Ovale”. E poi ha commentato le risate di alcuni suoi compagni di squadra dopo l’infelice battuta di Trump sulla nazionale femminile (“Devo invitare anche la squadra femminile, altrimenti mi ritrovo sotto impeachment”). “Capisco la loro indignazione. Noi le sosteniamo, loro sostengono noi. Non puoi controllare quello che dicono gli altri. È stato divertente stare con loro. Ci siamo sostenuti a vicenda per vincere l’oro”. Ma assicura: “Le nostre risate erano dovute al momento di euforia: vinci all’overtime e ti chiama il presidente. Non era di certo un’approvazione della battuta”. Rifiutato l’invito per altri impegni programmati, anche cinque atleti della squadra maschile non si sono presentati alla Casa Bianca per motivi “politici”. E qui l’IA non c’entra. È solo colpa di Trump. L'articolo “Canadesi bast***i, mangiano sciroppo d’acero”: la Casa Bianca diffonde un video con l’AI di Tkachuk. Il campione NHL si infuria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“John Barron”, vecchio pseudonimo usato da Trump, telefona in diretta tv e attacca la Corte Suprema con la voce del presidente. L’emittente: “Non era lui”
Un uomo chiama in diretta televisiva il network C-SPAN, si presenta come “John Barron” – pseudonimo usato da Donald Trump negli anni ’80 e ’90 – e attacca duramente la Corte Suprema per la decisione sui dazi. Ma agli ascoltatori non sfugge un dettaglio: la voce e il marcato accento del Queens ricordano in tutto e per tutto quelli del presidente. L’espressione della giornalista che raccoglie la telefonata, nel video poi divenuto virale sui social, tradisce sorpresa e perplessità. > a guy who claimed to be named John Barron and sounded a lot like Trump called > into C-SPAN to complain about the Supreme Court’s tariff decision and call > Hakeem Jeffries “a dope” > > (John Barron is a pseudonym Trump has used for himself when talking to > journalists) pic.twitter.com/UixNjll7NB > > — Aaron Rupar (@atrupar) February 22, 2026 Secondo quanto riportato dal New York Post, l’interlocutore – definito un “burlone” – si è descritto come un repubblicano della Virginia. Nel suo intervento ha usato toni durissimi contro la Corte per quella che ha definito “la decisione peggiore, una decisione terribile”, ha dichiarato il presunto Barron, per poi passare all’attacco dei leader democratici al Congresso: “Hakeem Jeffries, che è uno stupido, e Chuck Schumer, che non sa neanche cucinare un cheeseburger, sono ovviamente contenti, ma i veri americani non lo saranno”. La conduttrice dell’emittente americana, Greta Brawner, con lo sguardo palesemente interdetto, ha rapidamente interrotto l’uomo e tagliato il collegamento, mettendo fine a una telefonata che in pochi minuti ha incendiato i social. Poche ore dopo, la stessa C-Span ha diffuso una nota per smentire le speculazioni: “Non era il presidente. La telefonata è arrivata da un numero nella Virginia centrale e mentre il presidente era impegnato in un evento coperto” dalla stampa, “l’incontro alla Casa Bianca con i governatori”. Il nome “John Barron” non è però nuovo alle cronache. Negli anni ’80 e ’90 Trump lo utilizzò come alter ego e portavoce ufficioso per interagire con i giornalisti, tessere le lodi delle proprie iniziative imprenditoriali o diffondere informazioni sulla sua vita privata. Come ricostruito da un articolo di Vice, Barron era una sorta di “spokesman” alternativo, con cui Trump chiamava le redazioni presentandosi come rappresentante del magnate immobiliare, salvo poi lasciare intendere – talvolta in modo evidente – che la voce fosse la sua. Un gioco di specchi mediatico che negli anni è diventato parte del mito e della narrazione trumpiana. L'articolo “John Barron”, vecchio pseudonimo usato da Trump, telefona in diretta tv e attacca la Corte Suprema con la voce del presidente. L’emittente: “Non era lui” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Board of Peace, la Casa Bianca contro il Vaticano: “Spiacevole il forfait alla prima riunione”. Berlino invierà un funzionario
La decisione del Vaticano di non partecipare alla prima riunione del Board of Peace su Gaza, in programma giovedì, è “profondamente spiacevole, perché la pace non dovrebbe essere una questione di parte, politica o controversa”. Lo ha detto nel briefing quotidiano con la stampa la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, definendo “legittima” l’organizzazione alternativa all’Onu fondata dal presidente Usa Donald Trump per risolvere i conflitti nel mondo. Martedì il segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, aveva espresso perplessità sull’iniziativa: “Il Vaticano non parteciperà. Ci sono punti che lasciano un po’ perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”, ha detto il “ministro degli Esteri” della Chiesa cattolica. L’Italia, invece, ha annunciato la partecipazione al vertice del ministro degli Esteri Antonio Tajani in qualità di osservatore. Ora l’amministrazione Usa risponde alle affermazioni di Parolin: “Naturalmente l’amministrazione vorrebbe che tutti gli invitati partecipassero”, ha sottolineato Leavitt. “Il Board of Peace avrà il compito di sovrintendere alla ricostrzione di un territorio piagato da violenza, stragi, povertà per troppo tempo. Questo presidente ha un piano molto ambizioso e coraggioso, e una visione per ricostruire Gaza. È un’organizzazione legittima con decine di Paesi da tutto il mondo, dunque è spiacevole” il forfait del Vaticano. Alla riunione di giovedì, ha annunciato la portavoce della Casa Bianca, parteciperanno i rappresentanti di oltre venti Stati: l’ultima ad aggiungersi è stata la Germania, che invierà un funzionario ministeriale. L'articolo Board of Peace, la Casa Bianca contro il Vaticano: “Spiacevole il forfait alla prima riunione”. Berlino invierà un funzionario proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così il capo della cybersecurity di Trump ha condiviso informazioni sensibili su ChatGpt
Informazioni sensibili americane sono state caricate sull’app di intelligenza artificiale ChatGpt. Non da hacker russi bensì da Madhu Gottumukkala, capo ad interim della Cisa (Cybersecurity and Infrastructure security agency) la struttura a difesa delle reti informatiche dell’esecutivo americano. E’ la testata Politico a rivelare la diffusione dei dati, mentre il Dipartimento della sicurezza interna (Department of homeland security, Dhs) guidato da Kristi Noem non mostra alcuna preoccupazione. La direttrice degli affari pubblici della Cisa, Marci McCarthy, a Politico ha confermato l’impegno dell’agenzia per “sfruttare l’intelligenza artificiale e altre tecnologie all’avanguardia, per guidare la modernizzazione del governo e realizzare” l’ordine esecutivo di Trump sull’Intelligenza artificiale. Ovvero: bloccare gli appalti pubblici per le aziende che modellano la loro intelligenza artificiale in base a principi di “diversità, equità e inclusione (Dei), a scapito dell’accuratezza”. McCarthy ha chiarito alcuni aspetti: a Gottumukkala “è stata concessa l’autorizzazione a utilizzare ChatGPT con i controlli del Dhs in atto”, per un periodo di tempo “a breve termine e limitato”. L’INDAGINE DEL DIPARTIMENTO PER LA SICUREZZA, MA LA CONCLUSIONE È IGNOTA Secondo la ricostruzione di Politico, ad agosto il capo della Cisa ha caricato “documenti contrattuali in una versione pubblica di ChatGPT”. Non si tratta di materiale classificato, ma di informazioni destinate “solo per uso ufficiale”: l’etichetta usata dal governo per indicare i dati sensibili non destinate alla pubblicazione. Infatti al Dipartimento per la sicurezza sono scattati diversi alert, per avvisare della “fuga” di notizie e tentare di impedirla. Secondo le fonti di Politico sarebbe subito scattati i controlli interni per comprendere gli effetti sulla sicurezza. Ma le conclusioni, ammette la testata, non sono chiare. Mentre appare certo che le informazioni sensibili siano approdate sull’Ia di Sam Altman. Gottumukkala “ha forzato la mano della CISA affinché gli fornissero ChatGPT, e poi ne ha abusato”, ha dichiarato una fonte a Politico. IL PIANO TRUMP PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: VIA I MODELLI WOKE DAGLI APPALTI PUBBLICI “Tutto il materiale caricato nella versione pubblica di ChatGPT utilizzata da Gottumukkala viene condiviso con OpenAI, il proprietario di ChatGPT, il che significa che può essere utilizzato per rispondere alle richieste di altri utenti dell’app”, ha scritto Politico. L’app conta 700 milioni di utenti. Gottumukkala aveva chiesto l’autorizzazione per usare ChatGpt a maggio, appena insediato. Permesso concesso dalla Cisa, ma in via del tutto eccezionale perché l’accesso all’algoritmo resta vietato ai funzionari del Dipartimento per la sicurezza, da regola generale. Intanto la Casa Bianca cerca di imprimere il marchio Maga sui modelli di Intelligenza artificiale. In che modo? Bloccando gli appalti del governo per gli algoritmi costruiti sui principi della cultura Woke. Lo stabilisce l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 23 luglio 2025. Si legge nel comunicato della Casa Bianca: “Il presidente sta proteggendo gli americani dai risultati distorti dell’intelligenza artificiale, guidati da ideologie come diversità, equità e inclusione (DEI), a scapito dell’accuratezza”. C’è anche un esempio: “Un importante modello di intelligenza artificiale ha modificato la razza o il sesso di personaggi storici, tra cui il Papa, i Padri Fondatori e i Vichinghi, quando gli sono state richieste delle immagini, perché era stato addestrato a dare priorità ai requisiti DEI”. TRUMP RINOMINA PLANKEY: LA GUERRA ALL’AGENZIA PER LA SICUREZZA INFORMATICA Gottumukkala,, capo ad interim, potrebbe lasciare presto il suo posto. Il 13 gennaio Donald Trump ha nominato nuovamente Sean Plankey, in attesa della ratifica da parte del Senato. Lo scorso anno è stata bloccata dal senatore Rick Scott per via di un contratto di costruzione navale della Guardia Costiera. A quel punto è subentrato Gottumukkala, nominato da Kristi Noem. Ma non è ancora chiaro se Plankey, stavolta, supererà l’esame della Camera alta. Gottumukkala è stato anche al centro di polemiche per non aver superato alla Cisa il test del poligrafo per il controspionaggio, la cosiddetta “macchina della verità”. Almeno sei funzionari sono stati messi in congedo quest’estate dopo il test fallito. Il Dipartimento per la Sicurezza ha difeso Gottumukkala dichiarando il poligrafo “non autorizzato”. In audizione al Congresso, la scorsa settimana, esponenti dem hanno rammentato il risultato del test al capo della Cisa. Il cui incarico sembra avvicinarsi al capolinea. L'articolo Così il capo della cybersecurity di Trump ha condiviso informazioni sensibili su ChatGpt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Presto la Groenlandia!”, il post dagli Stati Uniti che riaccende le tensioni con la Danimarca
Un post sui social è bastato a riaccendere la tensione tra Stati Uniti e Danimarca. Dietro il caso c’è Katie Miller, podcaster americana e moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Donald Trump. Sul suo profilo X è comparsa l’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera a stelle e strisce, accompagnata da una frase secca: “Presto la Groenlandia!”. Il messaggio, pubblicato all’indomani dell’operazione statunitense in Venezuela, ha avuto un’immediata eco diplomatica. A intervenire è stato l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Møller Sørensen, che sempre su X ha richiamato con fermezza il principio dell’integrità territoriale: “Ci aspettiamo il pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca”. Pur senza nascondere il fastidio per il post, il diplomatico ha inquadrato la vicenda all’interno del rapporto strategico tra Stati Uniti e Danimarca. “Siamo stretti alleati e dovremmo continuare a lavorare insieme come tali”, ha scritto, sottolineando come la sicurezza americana sia strettamente intrecciata a quella danese e groenlandese. Un riferimento diretto al ruolo dell’isola artica nello scacchiere geopolitico e militare internazionale. Sørensen ha ricordato che la Groenlandia è già inserita nel perimetro della NATO e che la cooperazione tra Copenhagen e Washington nell’Artico è consolidata. In questo contesto ha richiamato anche gli investimenti annunciati dal governo danese: 13,7 miliardi di dollari stanziati per il 2025 destinati all’Artico e al Nord Atlantico. Il caso riporta inevitabilmente alla mente le esternazioni di Trump, quando aveva evocato l’ipotesi di un acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Stavolta non si tratta di una dichiarazione ufficiale, resta però il segnale politico. La foto dell’articolo è presa dal profilo X di Katie Miller: @KatieMiller L'articolo “Presto la Groenlandia!”, il post dagli Stati Uniti che riaccende le tensioni con la Danimarca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump vuole la sala da ballo e impone il neoclassico come stile di Stato: così nega la natura stessa dell’architettura
Il rapporto di Trump con il proprio tempo è tutto nell’idea che nel 2025 una sala da ballo sia così indispensabile da sventrare un’ala della Casa Bianca. Un Paese spaccato, una democrazia in apnea, un pianeta in fiamme e lui pensa ai metri quadrati per far volteggiare ospiti e dignitari. La sala da ballo! Quando ne abbiamo sentito parlare l’ultima volta, se non ai balli delle debuttanti, liturgia pre-illuminista dell’ancien régime? La memoria corre al 1985, al gala di Nancy Reagan: Travolta che volteggia con Lady Diana. Trump è ancora lì, confinato in quel frame. Non vive nel 2025, vi soggiorna per obblighi amministrativi. E in effetti è rimasto l’uomo degli anni Ottanta: il palazzinaro tracotante di New York che espandeva il suo impero tra hotel e casinò ad Atlantic City. Coerente nella sua visione predatoria, arriva a scorgere persino nell’abisso di Gaza un’opportunità di sviluppo immobiliare. Così, mentre l’architettura contemporanea si interroga su emissioni zero, sostenibilità e giustizia sociale, Trump concepisce l’ampliamento della “White House Ballroom”: 300 milioni di dollari per “ospitare monarchi e capi di Stato”. Per realizzarla ha sventrato l’ala est, cancellando il giardino di Jacqueline Kennedy e il cinema presidenziale. L’operazione era stata affidata a James McCrery, architetto convertitosi dal decostruttivismo di Eisenman a un classicismo catechistico, a cui è subentrato lo studio Shalom Baranes Associates. Intanto, il National Trust ha scritto implorando di fermare tutto: la nuova sala, con i suoi 8.400 metri quadrati, “sommergerà la Casa Bianca stessa”, che ne misura appena 5.200. Violazione della più elementare regola architettonica: non costruire un ampliamento che eclissi l’edificio principale. Risposta dell’amministrazione? Un comunicato che denuncia “l’indignazione dei sinistroidi scatenati” contro questa “aggiunta visionaria”. Visionaria, hanno scritto. Come se demolire per erigere una versione ingigantita del salone delle feste di Mar-a-Lago costituisse un’innovazione rivoluzionaria. Come se i soffitti cassettonati dorati, i lampadari a goccia di cristallo e le vetrate con l’inglesina rappresentassero il futuro, anziché la malinconica riproduzione dell’habitat naturale di chi ha edificato fortune con casinò e golf club. D’altronde Trump ha dichiarato di non aver avuto il “coraggio” di affiancare l’architettura moderna a quella tradizionale nel progetto di ampliamento della Casa Bianca, definendo questa sua rinuncia “coraggio al contrario”: come se la contemporaneità fosse un rischio da schivare, non un dialogo da affrontare. Eppure il quadro è grottesco: perché l’uomo che da immobiliarista ha incarnato il capitalismo più brutale – demolì il Bonwit Teller Building per costruire la Trump Tower in vetro e acciaio, distruggendo le sculture art déco che aveva promesso di donare al Metropolitan Museum of Art – ora da Presidente si erge a custode del classicismo. È la stessa “visionarietà” che lo ha portato a firmare l’ordine esecutivo “Make Federal Architecture Beautiful Again”, imponendo il neoclassico come stile di Stato e negando la natura stessa dell’architettura: quella di interrogare il proprio tempo, interpretarlo e trasformarlo. Ridurla a un repertorio obbligatorio di colonne e timpani posticci significa, quindi, svuotarla definitivamente della sua funzione civile. La battaglia innescata da Trump trascende la questione del gusto. Non è classico contro moderno. È il conflitto tra un’architettura intesa come pensiero critico, capace di esprimere la complessità di un’epoca, e un’architettura-fondale, ridotta a simulacro propagandistico. Il suo “coraggio al contrario” è l’ammissione di una resa: l’incapacità di confrontarsi con la contemporaneità, sostituita dalla costruzione di un passato cartonato. In definitiva, il rapporto di Trump con il proprio tempo è semplice: vive in un eterno passato di grandeur, e quando la realtà non si adegua, la demolisce. Letteralmente. Nel desiderio di costruire una sala da ballo c’è tutto il suo racconto: un uomo che governa la più grande potenza mondiale rifiutando il presente e chiamando questo regresso “visione”. Come ogni caricatura del potere, anche questa ha qualcosa di ridicolo – e qualcosa di pericoloso. L'articolo Trump vuole la sala da ballo e impone il neoclassico come stile di Stato: così nega la natura stessa dell’architettura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Spari vicino alla Casa Bianca: feriti due uomini della Guardia nazionale. Fermato un sospettato
Sparatoria vicino alla Casa Bianca, tra la 17esima e la I strada di Washington. Secondo quanto riporta la Cnn diverse persone sarebbero rimaste colpite. Tra le persone coinvolte ci sono due membri della Guardia Nazionale, lo ha detto la segreteria degli Interni Kristi Noem. Un sospetto è stato fermato. La sparatoria è avvenuta nel centro della capitale, vicino alla residenza del presidente degli Stati Uniti. La Polizia di Washington ha dichiarato su X di essere sul luogo della sparatoria nella zona e ha consigliato alla popolazione di evitare l’area. Secondo la Bbc sarebbero tre le persone ricoverate in ospedale. L’Abc parla di due militari in uniforme, apparentemente membri della Guardia Nazionale statunitense, sono stati raggiunti da colpi d’arma da fuoco. Sono feriti, uno di loro si trova in condizioni critiche. Il presidente Donald Trump si trova nel suo resort di Mar-a-Lago, in Florida, per le festività di Thanksgiving, ed è stato informato. “La Casa Bianca è a conoscenza e sta monitorando questa tragica situazione”, ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt. L'articolo Spari vicino alla Casa Bianca: feriti due uomini della Guardia nazionale. Fermato un sospettato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mamdani incontra Trump alla Casa Bianca. Il presidente: “Lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York”
Dopo avere trascorso gli ultimi mesi a scambiarsi accuse reciproche, Donald Trump e il neosindaco socialista di New York, il musulmano Zohran Mamdani, si sono incontrati alla Casa Bianca nel pomeriggio del 21 novembre (le 15 negli Usa, le 21 in Italia), per suggellare la tregua deponendo l’ascia di guerra. Sul tavolo c’erano le minacce di militarizzare la città lanciate dal presidente, ma già alla vigilia dell’incontro il tono si è ribaltato, con il Tycoon disponibile alla collaborazione verso il primo cittadino della Grande mela. Le dichiarazione successive hanno siglato la tregua tra i leader ai lati opposti dello schieramento politico. LA SINTONIA TRA IL SINDACO E IL PRESIDENTE Il presidente ha assicurato all’ex rivale “un grande aiuto” a realizzare il suo programma. “Sarà un grande sindaco”, ha proseguito un’entusiasta Donald Trump, “lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York”. Al suo fianco durante la conferenza stampa, Zohran Mamdani sorrideva più che compiaciuto. Anche lui ha abbandonato le ostilità verso il presidente definendo l’incontro “molto produttivo”. Il sindaco ha indicato gli obiettivi comuni con la Casa Bianca, in primis la lotta al carovita nella Grande Mela e l’esigenza di case a buon mercato: i due cavalli di battaglia della sua campagna. Toni lontani anni luce dalle frecciate reciproche dei mesi scorsi. Sparito dal vocabolario del presidente l’appellativo “comunista”. Anzi, Trump ha ammesso che “alcune delle idee” del socialista sono “come le sue”, e che ora che lo ha incontrato “è sicuro che si troverebbe bene nella New York di Mamdani”. TRUMP: “COLLABOREREMO SUI MIGRANTI” Eppure poco prima dell’incontro la Camera aveva approvato una risoluzione per denunciare gli “orrori del socialismo“. In conferenza stampa invece è esplosa la sintonia, tra i due. Quando un reporter ha chiesto a Mamdani se pensasse ancora che Trump fosse un “fascista“, il presidente scherzando lo ha invitato a rispondere così: “sì, è più facile che spiegare”. Trump ha dribblato la domanda sulla risoluzione contro il socialismo. Al quesito se condividesse l’opinione della repubblicana Stefanik che il primo cittadino è un “jihadista“, lui ha risposto: “Ho incontrato una persona molto razionale”. Trump si è detto ottimista su uno dei temi più divisivi: gli interventi dell’Ice, l’agenzia federale sull’immigrazione e la sicurezza delle frontiere: “Penso che troveremo una soluzione”, ha detto il tycoon, favorevole ad una stretta schierando i reparti anche a Chicago e Charlotte. Da quando Trump ha assunto il controllo federale delle forze di polizia di Washington e ha mobilitato le truppe della Guardia Nazionale, ha lanciato l’idea che New York fosse la prossima destinazione. Mamdani invece è stato critico dell’Ice. Trump ha affermato che durante l’incontro Mamdani ha parlato di come “vuole una New York sicura”. “Quindi lavoreremo insieme. Faremo in modo che se ci sono persone orribili lì, vogliamo farle uscire – ha aggiunto Trump -. Penso che lui voglia farle uscire forse più di me”. LA NUOVA GUARDIA DEM Per prepararsi all’incontro Mamdani ha avuto lunghe conversazioni con i big del Partito democratico, dalla governatrice di New York, Kathy Hochul, al leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, al veterano del Senato Chuck Schumer. Ma al suo fianco nello Studio Ovale c’era la nuova generazioni dei dem: Elle Bisgaard-Church e Morris Katz (due consiglieri chiave) e la portavoce Dora Pekec; l’età media è sotto i 30 anni, come tutta la cerchia ristretta di Mamdani . Quando gli è stato chiesto se si senta già il leader del partito democratico, il primo cittadino ha minimizzato: “Sono il sindaco di New York, la mia attenzione è tutta su quello”. L'articolo Mamdani incontra Trump alla Casa Bianca. Il presidente: “Lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A volte ritornano (e si riavvicinano): Elon Musk alla cena di Trump in onore del principe bin Salman
Molti giornali americani hanno notato la presenza di Elon Musk alla Casa Bianca, tra gli invitati alla cena in onore di Mohamed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita. Gli osservatori più attenti però ricordano che al funerale di Charlie Kirk, il 21 settembre scorso, il presidente Trump e l’imprenditore si sono scambiati sorrisi e strette di mano durante una chiacchierata. Già allora i cronisti chiesero a The Donald se fosse un segnale di riavvicinamento, e lui rispose: “No, non ha nulla a che fare con questo. Elon è venuto a salutarmi. Ho pensato che fosse carino. Abbiamo fatto una breve chiacchierata. Avevamo un ottimo rapporto, ed è stato bello che sia venuto anche lui” alla cerimonia per l’attivista di destra ucciso il 10 settembre scorso Ieri però la presenza di Musk ha fatto ripartire le speculazioni su un riavvicinamento con Trump. Musk era seduto accanto a Jeff Bezos, Tim Cook (Apple), Cristiano Ronaldo e diversi funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui il vice presidente JD Vance. Insomma, Musk era in un tavolo di persone che contano per The Donald. Tra i due si è passati da un rapporto intenso agli insulti. Per il tycoon, Musk era il suo sostenitore numero uno durante le presidenziali del 2024. A marzo, la Casa Bianca divenne persino uno showroom per la Tesla. La rottura a maggio, quando Musk, che alla fine di quel mese lascerà il Doge (Dipartimento per l’efficienza governativa) si scagliò contro il “Big Beautiful Bill” della Casa Bianca: “Francamente, sono rimasto deluso nel vedere l’enorme disegno di legge sulla spesa, che aumenta il deficit di bilancio, non lo diminuisce, e mina il lavoro svolto dal team DOGE”, dichiarò Musk alla Cbs. E poi sul social X: “Mi dispiace, ma non ne posso più. Questo enorme, scandaloso, spropositato disegno di legge di bilancio del Congresso è un abominio disgustoso. Vergogna a chi l’ha votato: sapete di aver sbagliato. Lo sapete”. Da quel momento è stato scontro aperto: Musk ha collegato il presidente Trump a Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per sfruttamento sessuale di minori e morto in carcere, sostenendo che il nome del presidente appariva nel fascicolo sull’indagine di quella fine: il post fu poi cancellato. A luglio, Musk ha annunciato l’intenzione di lanciare un proprio partito politico, l’America Party. Per tutta risposta, Trump definì Musk “un disastro”. L'articolo A volte ritornano (e si riavvicinano): Elon Musk alla cena di Trump in onore del principe bin Salman proviene da Il Fatto Quotidiano.
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