La festa non finisce mai. Le luci non si sono neppure spente sulle XXV Olimpiadi
Invernali, gli organizzatori non hanno ancora smesso di complimentarsi l’uno con
l’altro per lo scampato pericolo del fiasco planetario, che i soliti noti hanno
avuto l’ideona. Girare forsennatamente sulla giostra degli affari, degli
appalti, dei soldi pubblici, degli sprechi e dei cantieri incompiuti è troppo
eccitante per pensare di smettere. Potrebbero andare in crisi di astinenza dopo
sei anni di promesse, annunci, bugie e luci della ribalta. Ecco partire per
primo l’ex governatore veneto Luca Zaia, che per titillare l’interesse delle
redazioni dei giornali si è rivolto all’agenzia Reuters, poi ha affidato i suoi
pensieri al web, infine ha cominciato a rilasciare interviste.
“Olimpiadi estive in Veneto? Perché no! Se non battiamo il ferro finché è caldo,
prima di rivedere un evento così dovremmo aspettare decenni. La Francia ha
ospitato le Olimpiadi estive due anni fa e ospiterà quelle invernali tra quattro
anni: questo dimostra che visione e coraggio fanno la differenza. Dopo aver
spinto con determinazione perché Cortina d’Ampezzo diventasse sede delle
Olimpiadi invernali, ora la sfida è ancora più grande: portare i Giochi estivi
nel Nord Est, per una grande Olimpiade italiana. Dobbiamo essere sognatori e
visionari. Candidarsi oggi è quasi un dovere morale”. Per essere preso sul
serio, ha detto di avere già un piano in testa, sarebbero le Olimpiadi del
Veneto, da Venezia al Lago di Garda. Praticamente i territori della Serenissima
Repubblica. “Sono pronto a parlarne con Giorgia Meloni”.
A zittire cotanto entusiasmo basterebbero le parole dello scrittore padovano
Matteo Righetto, autore di romanzi ambientati sulle montagne del Nordest, che al
Corriere del Veneto ha dichiarato: “Quando organizzi una festa in casa tua è
tutto bello, fino a una certa ora. Poi bisogna vedere come la ritrovi il giorno
dopo. Viviamo una sorta di incantata fanciullezza permanente: si pensa al
divertimento e non alle conseguenze, a quello che resta, a volte anche alle
macerie. Continuiamo a ragionare con un paradigma vecchio, come fossimo nel
Novecento”.
Eppure l’uscita di Zaia non può essere liquidata con un’alzata di spalle, perché
è il segno di un atteggiamento generale molto più profondo che attraversa la
politica e il mondo dello sport, con una declinazione locale molto particolare.
Una febbre strana ha contagiato i protagonisti del grande show, anche se dietro
le quinte i conti e i bilanci veri non sono ancora stati fatti. Sembra il
rilancio al tavolo da poker del giocatore incallito, il gesto compulsivo di
abbassare la leva di una slot machine, per sentire il tintinnio delle monetine.
Ambizione, calcolo, esaltazione. Qualcuno cede alla tentazione, visto che sui
giornali si cominciano già ad elencare le sedi di gara possibili e nelle stanze
del potere si ipotizza che la data ideale potrebbe essere il 2040, magari a
Roma, piuttosto che a Venezia.
Abbiamo già visto tutto. Venezia che si candidava nel 2010, ma veniva
brutalmente stoppata dal Coni che votava con maggioranza bulgara a favore del
progetto capitolino, poi bloccato dal premier Mario Monti. La ricandidatura di
Roma ritirata dalla sindaca Cinquestelle Virginia Raggi, con una scelta che l’ex
presidente del Coni Giovanni Malagò dieci anni dopo non ha ancora digerito.
Abbiamo già visto le piroette che hanno accompagnato l’edizione invernale appena
conclusa, costata almeno due miliardi solo per organizzarla, oltre a cinque
miliardi per le opere pubbliche. Abbiamo già letto le cronache dei lavoratori
impiegati al freddo con turni di 12 ore in mezzo alla neve, delle cabinovie
rimaste incompiute (al pari di opere per altri 3 miliardi di euro), dei pieni
poteri assegnati al commissario straordinario per trovare scorciatoie
burocratiche e progettuali. Abbiamo visto le gru crescere come foreste e i
boschi veri abbattuti per far posto agli impianti sportivi.
È un film già andato in scena. Che bisogno c’è di riavvolgere la pellicola?
L’unica persona ad avere un po’ di buonsenso sembra essere il nuovo governatore
del Veneto, il leghista Alberto Stefani. Non sembra preoccuparsi del fatto che
Luca Zaia, in evidente e faticosa elaborazione del lutto per il potere smarrito,
cerchi di continuare a fare quello che faceva quando aveva il comando della
giunta, nonostante sia semplicemente il presidente del consiglio regionale,
quindi un regolatore di procedimenti legislativi, non un programmatore delle
politiche regionali. Di fronte al canto delle sirene olimpiche, il giovane
Stefani ha replicato, laconico: “Io voglio essere in prima linea su sociale e
sanità veneta”. Poi anche lui ha seguito l’onda. “È un’ipotesi da esplorare, per
Venezia sarebbe un orgoglio enorme: credo che ciascun presidente del Veneto
sarebbe orgoglioso di qualcosa del genere”.
Chi la sa più lunga di tutti è Giovanni Malagò. Dapprima ha invitato alla calma:
“Credo che oggi non sia giusto trattare l’argomento, è prematuro parlarne”. Ma
anche lui si è lasciato ingolosire: “Dall’Arena di Verona al Colosseo? Nel mio
discorso ho invitato i giovani ad avere il coraggio di sognare in grande”.
Messaggio chiarissimo: se c’è una possibilità, questa deve passare dai
professionisti della politica sportiva italiana, quindi da Roma. Zaia si
consoli, il Veneto ha già avuto il suo momento di gloria.
L'articolo Olimpiadi, la giostra è troppo eccitante per smettere. Ma la proposta
dei Giochi veneti è un film già visto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Luca Zaia
Mi sembra proprio devastante l’idea del Presidente del Consiglio regionale della
Regione Luca Zaia di candidare la città di Venezia per le Olimpiadi del 2036.
Credo che la bellezza e la fragilità di Venezia non siano in grado di sopportare
lo stress ed il peso di un evento di tale portata.
I conti della Fondazione Milano-Cortina continuano a fare acqua da tutte le
parti, e ad oggi chiudono in perdita clamorosa. Col rischio concreto di un
ulteriore salasso per le casse pubbliche. Abbiamo visto i disagi che queste
Olimpiadi hanno creato per gli abitanti di Cortina e al sistema dei mezzi
pubblici. Vero, Venezia ha una diversa tipologia di trasporto e chi la vive ha
un modo totalmente diverso di interagire con essa, è proprio per questo che,
secondo il mio modesto punto di vista, non è la città ideale per ospitare le
Olimpiadi 2036.
L’accessibilità per le persone disabili a Venezia come verrebbe gestita? Abbiamo
già visto alcune criticità durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi
Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro di Milano. Con grande rispetto, ritengo
l’idea di Luca Zaia un azzardo e in un certo qual modo una forma di ingordigia.
Cosa ne pensate?
Per chi ha la possibilità di assistere direttamente alle gare delle Olimpiadi
Invernali e delle Paralimpiadi, rinnovo il mio invito a segnalarmi le criticità
legate all’accessibilità, ma anche le vostre emozioni. Chiedo inoltre alle
persone residenti a Venezia di farmi sapere se vi piace l’idea di Luca Zaia di
candidare la vostra città per le Olimpiadi del 2036.
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it
L'articolo Ora Zaia vuole anche le Olimpiadi a Venezia nel 2036: un’idea
devastante proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel corso della cena di gala con i Capi di Stato organizzata dal Cio alla
Fabbrica del Vapore, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha avuto un
‘colloquio amichevole’ di qualche minuto con Luca Zaia, presidente del Consiglio
Regionale del Veneto. I due si sono stretti la mano, hanno posato per qualche
foto di rito e Zaia ha poi invitato Vance in Veneto, per vedere qualche gara
olimpica. Come appreso dall’Adnkronos, il vicepresidente Usa ha poi chiesto
diverse informazioni sul territorio italiano, sulle Dolomiti e
sull’organizzazione delle Olimpiadi. Domande fatte anche in prospettiva, visto
che nel 2028 i Giochi Olimpici faranno tappa proprio a Los Angeles. Nel video,
Vance scherza con Zaia: “This is a strong guy”.
L'articolo Olimpiadi, Zaia incontra JD Vance. E il vicepresidente Usa scherza:
“Questo tizio è forte” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sempre arrabbiati, sempre decisi a farla finita “col genero di Denis Verdini” e
sempre sul punto di organizzare una sarabanda contro il segretario, specialmente
adesso che ha fatto frullare il partito da Roberto Vannacci, l’incursore del Col
Moschin che si è prodotto nella specialità del reggimento d’élite di stanza a
Livorno: farsi paracadutare tra i leghisti, shakerarli in gruppo, mettersene in
tasca quanti più possibile e poi sparire.
La Lega annovera dei cuor di leone di antico lignaggio. Una partito dentro il
partito: milizia bossiana che nel tempo è andata scolorendosi giungendo, per
dire, all’attracco ideologico di Giancarlo Giorgetti, quello del Sole delle Alpi
disegnato sulla parete della sua villetta sul lago di Varese. È ormai un’altra
persona, di studi bocconiani, è trasfigurato nel nipotino di Ugo La Malfa,
principe dei rigoristi nel secolo scorso, il politico che sui conti pubblici ha
dato la vita e ha avuto la gloria dei liberali del mondo. “Piace molto
l’amatriciana” ha detto Attilio Fontana, presidente della Lombardia, e
Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli, scontento e deluso, “non siamo più
il partito del 34 per cento”. Non parliamo di Luca Zaia, il più fantasmagorico
oppositore di Salvini. Il più bravo ad annunciare le barricate e poi darsi alla
fuga.
Volevano Zaia leader del nord ventuno dirigenti che due anni fa firmarono la
prima lettera di diffida al segretario. L’ex capodella Lega bergamasca, i
compagni bresciani, l’ex segretario della Lega Lombarda Paolo Grimaldi. “La Lega
è residuale”, dissero in coro. E Salvini? Non percepì, non ascoltò, non replicò.
È andato avanti col Ponte dello Stretto, la sua esclusiva battaglia politica,
mentre Massimiliano Romeo, il capogruppo al Senato gli ricordava: “Il nord sta
soffrendo, il nord è fondamentale”. Oggi che Vannacci non c’è più, resta Salvini
e con lui gli Angelucci, editori di riferimento, e naturalmente Denis Verdini,
papà di Francesca, l’amore della vita. Forse ha ragione Fontana: alla Lega piace
troppo l’amatriciana.
L'articolo Leghisti imperfetti: i cuor di leone, odiatori di Salvini | il
commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non sono sorpreso, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. È la conferma, vista
la ‘lunga’ carriera che ha avuto in Lega, meno di un anno, che ha preso atto di
essere un corpo estraneo“. È il commento di Luca Zaia alle notizie sulle
dimissioni di Roberto Vannacci dalla Lega. “Probabilmente – ha aggiunto, a
margine dei lavori del Consiglio regionale del Veneto – aveva un altro progetto,
non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere in Lega, e oggi decide di
camminare con le sue gambe. Vedremo quale sarà il potenziale di questa sua
marcia che farà in solitaria”, ha detto ancora Zaia. Sull’eventualità che
Vannacci debba dimettersi da europarlamentare dopo aver lasciato la Lega “è
innegabile che quel seggio senza la Lega non l’avrebbe mai avuto”, ha aggiunto
Zaia. “Direi – ha osservato – che il segretario è stato fin troppo inclusivo e
comprensivo. Se Vannacci è quello di oggi può ringraziare solo il mio partito”.
L'articolo Zaia: “Vannacci fuori dalla Lega? Non mi sorprende, ha capito di
essere un corpo estraneo” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sui temi dei diritti civili, dell’ambiente e dell’eutanasia io credo che non
sono di dominio di qualcun altro, dobbiamo avere il coraggio di buttare il cuore
oltre l’ostacolo”. Lo ha detto l’ex governatore veneto Luca Zaia, in
videocollegamento col panel ‘Dai territori alle istituzioni, il buon governo del
metodo’ per l’evento ‘Idee in movimentò organizzato dalla Lega a Rivisondoli
(L’Aquila). “Sull’eutanasia noi non abbiamo ancora un Parlamento che riesce a
esprimersi, ci vuole una legge”, ha aggiunto Zaia.
L'articolo Zaia: “Eutanasia, ambiente e diritti civili, il centrodestra butti il
cuore oltre l’ostacolo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sentiamo oggi una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di
governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro”. Luca Zaia
pubblica sul Foglio il suo manifesto da aspirante leader del centrodestra,
intitolato “appello per una svolta a destra“: un lungo intervento in cinque
“punti cardine” – autonomia, politica estera, sicurezza e ordine pubblico,
destra e libertà, giovani – in cui non cita mai il suo partito, la Lega, con cui
è diventato prima ministro e poi governatore del Veneto, riconfermato con
percentuali bulgare per tre mandati di fila. Anzi, Zaia usa parole in netto
dissenso dalla linea del Carroccio in particolare sui di diritti civili, tema su
cui ha sempre avuto un atteggiamento laico, molto diverso da quello
“confessionale” del segretario Matteo Salvini: “La destra vincente è quella
liberale. Quella liberticida perde. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili,
del fine vita, delle unioni civili non possono essere tabù ideologici. La
destra, il centrodestra, di oggi non è quella di cinquant’anni fa, e non sarà
quella di domani. Le questioni legate ai diritti civili e al fine vita non
possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Interpellano la
coscienza individuale prima ancora dell’appartenenza politica. Una destra matura
non impone visioni, ma costruisce regole chiare, rispettose, capaci di tenere
insieme libertà personali, responsabilità collettiva e ruolo dello Stato”.
L’ex governatore – da qualche settimana presidente del Consiglio regionale
veneto – si smarca da Salvini anche sul tema degli italiani di seconda
generazione. “Basta entrare oggi in una scuola dell’infanzia o in una classe
delle elementari per rendersene conto: i bambini italiani crescono accanto a
bambini di altre culture, storie e provenienze. Possiamo far finta di non
vederlo, oppure possiamo governare questo fenomeno con intelligenza. L’identità
non è un riflesso automatico: si insegna, si trasmette, si costruisce. E si
rafforza anche nel rispetto dell’identità altrui, di quelle famiglie che il
nostro paese ospita e che ne fanno ormai parte”. Un programma, insomma,
“antitetico a quello di Matteo Salvini”, come sottolinea l’ex deputato leghista
Paolo Grimoldi, uscito dal Carroccio in polemica con la svolta nazionalista e
fondatore del movimento Patto per il Nord. “Non possiamo sapere”, riflette
Grimoldi, se Zaia abbia voluto mandare un messaggio interno al suo partito, per
un dibattito però che non c’è e forse mai ci sarà, oppure se abbia espresso una
posizione personale legata più al suo futuro che non a quello della Lega”.
Caustico invece Roberto Vannacci, vicesegretario leghista ed espressione
dell’anima del partito che ammicca all’ultradestra sovranista: “Non commento il
manifesto, l’ho letto in maniera molto ma molto superficiale. Zaia non è il mio
benchmark, non è il mio riferimento“, dice.
L'articolo L’appello di Zaia “per la svolta a destra”: “Fine vita e accoglienza
non siano tabù”. Vannacci: “Non è il mio riferimento” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nessuno potrà mai capire quale meccanismo induca i politici a dire le bugie, a
stravolgere l’oggettività a proprio uso e consumo, a fornire dati errati per il
semplice piacere di apparire, affermare una differenza, rivendicare un merito.
Sperando di uscirne senza smentite. In questa sagra degli strafalcioni, più o
meno voluti, c’è un terreno – quello della storia delle Olimpiadi – che dovrebbe
essere risparmiato. Basterebbe studiare o soltanto leggere qualche scheda messa
a disposizione da Fondazione Milano Cortina 2026. Il Comitato organizzatore ha
investito, infatti, cifre importanti nell’allestimento del sistema informatico,
al punto da sfidare le procedure di appalto, come hanno testimoniato le
inchieste aperte nel 2024 dalla Procura della Repubblica di Milano, nell’ipotesi
di turbativa d’asta. A parte l’esito di quel filone investigativo, con la parola
che è passata alla Corte Costituzionale, non si può negare che la mole di
notizie sulle caratteristiche presenti, passate e future dei Giochi fornite agli
appassionati sia molto consistente e affidabile.
Un capitolo speciale è dedicato, per esempio, a tutte le edizioni, estive e
invernali, che si sono succedute nell’era moderna, a partire da Atene 1896 e da
Chamonix-Mont Blanc 1924, con un corollario di informazioni, a cominciare dalla
successione cronologica delle edizioni. Per questo motivo non possono che
stupire le parole pronunciate dall’ormai ex governatore del Veneto Luca Zaia sul
piazzale del Quirinale, poco dopo l’accensione della fiamma da parte del
presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Rivendicando per l’ennesima volta
l’intuizione della candidatura italiana distribuita sul territorio (Regioni
Lombardia e Veneto, Province autonome del Trentino – Alto Adige) ha detto,
gonfiando il petto: “Nasce tutto da una mia idea candidare Cortina, Trento e
Bolzano. Dicevano che sarebbe stato impossibile, perché Cortina aveva già avuto
le Olimpiadi nel 1956. Oggi posso dire che Cortina è l’unica realtà al mondo che
ha avuto per due volte le Olimpiadi e quindi è un bel risultato. Tre miliardi e
mezzo di cittadini del mondo vedranno le nostre Olimpiadi. L’ultima indagine ci
dice che vale 5,3 miliardi di Pil. Direi che ci sono tutti i presupposti per un
nuovo Rinascimento”.
Trascurando l’eterna giaculatoria dei miliardi di telespettatori che guarderanno
le nostre montagne e dei soldi che nevicheranno sui borghi alpini, colpisce
l’enfasi con cui viene celebrata la doppia Olimpiade che a distanza di
settant’anni sarebbe celebrata nello stesso luogo, unico luogo, Cortina
d’Ampezzo. Un record storico. Una medaglia d’oro che l’ex governatore leghista
del Veneto si è appuntato da solo al petto, ancor prima di essere premiato da
200 mila preferenze nelle regionali di fine novembre.
Peccato si tratti di una balla. È vero che Cortina è sede di due edizioni, nel
1956 (821 atleti, 32 paesi) e nel 2026 (più di tremila atleti e 93 paesi). Ma
non è la sola. Ce ne sono altre quattro ad aver avuto lo stesso privilegio. La
svizzera Sankt Moritz è stata sede dei secondi giochi invernali nel 1928 (464
atleti, 25 nazioni partecipanti) e della quinta edizione nel 1948 (669 atleti,
28 nazioni), la prima dopo l’interruzione dovuta alla Seconda guerra mondiale.
Ma c’è anche la statunitense Lake Placid, sui Monti Adirondack, contea di Essex,
nello Stato di New York: venne scelta nel 1932 (terza edizione, 232 atleti, 17
nazioni) e fece il bis nel 1980 (13. edizione, 1.072 gareggianti e 37 nazioni).
Non manca nemmeno l’Austria, con Innsbruck, la cui pista da bob ha costituito
un’alternativa nel caso Cortina non riuscisse a costruire il proprio impianto:
fu sede nel 1964 (nona edizione, 1.091 atleti, 36 paesi) e nel 1976 (12.
edizione, 1.123 atleti, 37 paesi). C’è infine un quinto caso, la statunitense
Salt Lake City, stato dell’Utah, ospitante nel 2002 (19. edizione, 2.399 atleti,
77 paesi) che è già stata designata per la 26. edizione, nel 2034.
Cortina è già bella di suo, o meglio lo era prima degli stravolgimenti
infrastrutturali provocati dall’infernale macchina organizzativa delle
Olimpiadi. Che bisogno c’era di attribuirle un merito che non ha? Nessuno, anche
perché la citazione errata è immediatamente confutabile e va ascritta a quella
babele di parole che gli amministratori, gonfiando il proprio ego e il consenso
personale, distribuiscono ai cittadini più creduloni o a quelli così
disincantati da non prestarvi nemmeno attenzione.
L'articolo “Cortina è l’unica ad aver avuto due volte le Olimpiadi”. Zaia gonfia
il petto per un primato inesistente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come cittadino veneto, usiamo questa espressione impropria, mi sento un po’
imbarazzato dalla messinscena autocelebrativa dell’ex presidente per tre lustri
della Regione, Luca Zaia. Sbandierando ai quattro venti il suo narcisismo
elettorale credo che non abbia reso un buon servizio, né alla sua Regione e
nemmeno alla politica in quanto tale.
I 200mila voti di preferenza ottenuti sono il sincero ringraziamento dei veneti
per chi ha lavorato bene oppure rappresentano qualcos’altro, cioè un atto di
censurabile furberia politica? E poi, quali le ragioni della sua anomala
candidatura, e in tutti i collegi elettorali poi?
Intanto, come prima cosa occorre osservare che le 200mila preferenze sono state
ottenute con un semplice, ma efficace, trucchetto elettorale. Dopo aver brigato
inutilmente alcuni mesi per ottenere il terzo (ma per lui quarto) mandato, ha
imposto la sua candidatura come capolista in tutte e sette le provincie venete,
anche se ovviamente ne bastava una sola. Come mai questo atto di imperio
elettorale? Le ragioni possono essere molteplici, ma me ne vengono in mente due.
La prima è quella di aver voluto dimostrare il suo peso politico personale.
Effettivamente le preferenze raccolte sono molte, ma se voleva evidenziare il
suo ruolo di autentico leader politico aveva ben altre strade. Per esempio,
poteva optare per una sua lista autonoma, come nella precedente elezione. Zaia
stavolta non ha avuto il coraggio politico di scendere in campo da solo con una
sua lista, ma si è rintanato nella sua confort zone del simbolo leghista. In
questo modo ha perso la possibilità di essere considerato un leader competitivo
nel mondo legista, in alternativa a Salvini o Vannacci che hanno totalmente
inghiottito la vecchia Lega autonomista, ormai morta.
Diciamo allora che le 200mila preferenze sono un fuoco fatuo, che però un
piccolo risultato lo ha portato. Con la doppia preferenza di genere Zaia ha
portato in Consiglio anche delle consigliere che immagino saranno a lui
fedelissime. Una norma nata per garantire la parità di genere si è trasformata
nel vecchio meccanismo, un po’ clientelare, del traino elettorale. Le preferenze
andrebbero abolite del tutto, altrimenti creano, come in questo caso, dei
risultati distorti.
Detto questo, rimane la questione un po’ misteriosa, almeno per me, del perché
Zaia abbia scelto di ricandidarsi come semplice consigliere. Capita raramente di
vedere una situazione di questo tipo, perché il vecchio risulta decisamente
ingombrante e, in genere, si fa educatamente, oppure no, da parte. Ad esempio,
Michele Emiliano in Puglia non si è ricandidato e pensa di ritornare al suo
lavoro di magistrato, chiedendo anche un sostanzioso aumento di stipendio, cosa
che non guasta.
Forse questo è il punto. Ecco allora che anche la ricandidatura, mascherata da
indefesso impegno per i veneti, molto più prosaicamente può essere letta come la
comprensibile volontà di portare a casa il lauto stipendio di circa 11.000 euro
al mese che spetta ai consiglieri veneti. Questa anomala diarchia regionale, la
compresenza del presidente vecchio e di quello nuovo, non può reggere nei fatti
e già la stampa si sta chiedendo quale sarà la prossima poltrona da occupare per
Zaia, come quella di Sindaco di Venezia (sempre che vinca) o di neoparlamentare,
con uno scambio di poltrone con il nuovo presidente della Regione.
A questo si aggiunge il fatto che, pur scherzando, Zaia ha già detto
maliziosamente di essere ricandidabile.
Ma lasciamo andare il passato e veniamo al presente. Anche il nuovo presidente
Alberto Stefani ha dichiarato di volere fare il bene dei veneti. Allora, colgo
subito la palla al balzo e avanzo tre richieste. In fondo siamo in un periodo
prenatalizio e tutti hanno il diritto di spedire la loro letterina dei desideri.
La prima è che provveda a modificare la legge urbanistica regionale che ha
contribuito a cementificare, come non mai, la nostra Regione. Nata per regolare
l’espansione urbanistica, ha fissato dei limiti edificatori così elevati che
hanno prodotto l’effetto inverso, cioè la corsa al mattone. In secondo luogo,
vorrei che adoperasse il suo potere per eliminare le liste di attesa nella
sanità pubblica veneta, al di là della retorica dell’eccellenza. Per ora l’unico
modo per eliminarle è pagarsi il servizio privatamente, ma questo significa
pagarlo due volte, almeno per chi non evade le tasse. La terza, più facile, è la
richiesta di non fare opere inutili come la strada Pedemontana che non solo
serve a poco, ma ha anche provocato una voragine pluriennale nel bilancio della
Regione.
Non ho votato la sua lista, in effetti non ho proprio votato perché all’estero,
e quindi non credo che le mie richieste saranno esaudite. Ma forse non sono
l’unico a chiedere dei cambiamenti. Sarà anche per queste ragioni che nel 2025
si è raggiunto nel Veneto il più basso livello di affluenza elettorale. La prima
volta che è stato eletto Zaia, siamo nel 2010, la percentuale dei votanti è
stata del 68,8%. Alle elezioni del 2025 siamo scesi per la prima volta al 44,4%,
cioè sotto la soglia psicologica del 50%. Metà dei veneti ha voltato le spalle
alla politica regionale, evidentemente non così tanto buona.
Zaia, da politico opportunista, può bene essere contento per le sue 200mila
preferenze, racimolate con qualche forzatura. Il sottoscritto, come immagino
molti altri veneti, da convinto democratico è invece molto preoccupato perché
nel giro di una generazione sono stati persi 326mila elettori, persone che hanno
scientemente disertato le urne. Se usassimo il criterio di validità del
referendum, le elezioni regionali andrebbero annullate.
La democrazia regionale è destinata al declino? Pare di sì, e tutta la retorica
dell’autonomia regionale, differenziata o non differenziata, è solo aria fritta
per l’elettore veneto che ha disertato, forse a ragione, le urne.
L'articolo Zaia sarà contento per le 200mila preferenze in Veneto, ma io sono
preoccupato per il presente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la vittoria della Lega in Veneto, sulle ali di Luca Zaia e delle sue
203mila preferenze, nel Carroccio il trono di Matteo Salvini appare meno solido.
Ora un sondaggio nazionale firmato Youtrend suona il campanello d’allarme per il
segretario e la tenuta della sua leadership. Tra gli italiani infatti c’è più
fiducia in Luca Zaia che in Matteo Salvini e Roberto Vannacci: il 31% del
campione ha espresso “molta o abbastanza fiducia” verso l’ex governatore; solo
il 21 per cento (12 punti indietro) ha indicato la preferenza per il
vicepremier. Rispetto ai due leader, resta indietro il generale e vicesegretario
del Carroccio: il 16 per cento degli intervistati ha “molta o abbastanza
fiducia” in lui. I tre volti della Lega esprimono anime diverse: pragmatica nel
caso di Zaia, populista e orientata a destra per Salvini e Vannacci. Di
quest’ultimo, sono noti gli ammiccamenti al fascismo. Il 9 novembre, a ridosso
delle elezioni in Veneto il generale ha scritto su Facebook che la marcia su
Roma “non fu un colpo di Stato”, sollevando le ire della Lega in Veneto.
IL SONDAGGIO: PIÙ FIDUCIA IN ZAIA CHE SALVINI. L’EX GOVERNATORE PIACE ANCHE
ALL’OPPOSIZIONE
Il sondaggio è stato realizzato tra il 18 e il 22 novembre 2025 su un campione
di 804 persone intervistate, rappresentative dell’elettorato italiano. Se Zaia
diventasse il leader nazionale della Lega, per il 23% degli elettori italiani la
probabilità di votare per il Carroccio aumenterebbe e per l’8% diminuirebbe
rispetto ad oggi; per la metà del campione (il 51%) non cambierebbe nulla mentre
il 18% è incerto. Con Vannacci leader, al contrario, per il 10% questa
probabilità aumenterebbe e per il 27% diminuirebbe. Tuttavia Matteo Salvini
rimane il nome più noto tra gli elettori. Il 95% degli intervistati dice di
sapere chi sia, Zaia è conosciuto dal 77% del campione. Poco sotto Roberto
Vannacci, al 71%.
Il leader veneto, a differenza di Salvini, non è mal visto neppure a sinistra.
Solo il 5 per cento degli elettori del campo largo ha fiducia nel segretario
leghista. Per Zaia invece la quota sale ben al 33 per cento: a sinistra, quasi
uno su tre non disdegna l’uomo del nordest. I risultati cambiano tra gli
elettori di destra: la fiducia in Salvini sale al 57 per cento, quella per Zaia
si attesta al 49 per cento; Vannacci ottiene il 37%.
ZAIA VS VANNACCI IN VENETO
Dopo due mandati da governatore, il Veneto è il feudo di Zaia. Youtrend ha
confrontato i risultati nelle circoscrizioni venete ottenuti dall’ex presidente
(nelle ultime elezioni regionali) rispetto ai voti incassati da Vannacci (nella
tornata delle Europee): il primo ha ricevuto più preferenze nel 95% dei comuni
(532 su 560). In tutti i sette capoluoghi del Veneto Zaia ha ottenuto tra 2 e 3
volte le preferenze del generale, mentre quest’ultimo ne ha prese di più in
appena 26 comuni, principalmente nel Cadore e sull’Altopiano di Asiago. I due
soli (piccoli) comuni dove Zaia e Vannacci sono pari come numero di preferenze
sono Piacenza d’Adige (Padova) e San Nicolò di Comelico (Belluno).
L'articolo Sondaggi, chi ispira più fiducia tra Salvini e Zaia? A destra piace
più il ministro, ma l’ex governatore attirerebbe nuovi elettori proviene da Il
Fatto Quotidiano.