Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso dei promotori della raccolta firme per
il referendum sulla riforma Nordio, con cui si chiedeva di sospendere e
annullare la delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato la data del voto
al 22 e 23 marzo. Il giorno dopo l’udienza – tenuta martedì mattina – i giudici
amministrativi hanno emesso il verdetto, bollando come “infondati” i motivi di
ricorso. La decisione è stata emessa sotto forma di sentenza e non di ordinanza:
la questione sollevata dai promotori, quindi, viene affrontata anche nel merito
e non solo per quanto riguarda la richiesta di sospensione urgente del
provvedimento.
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L'articolo Referendum, il Tar respinge il ricorso dei promotori della raccolta
firme: confermato il voto il 22 e 23 marzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alle 9 del mattino sono state depositate in Cassazione le oltre 550mila firme di
cittadini che hanno aderito alla sottoscrizione per il referendum sulla riforma
Nordio promossa da 15 giuristi. Il portavoce Carlo Guglielmi, insieme agli altri
promotori del nuovo quesito referendario, ha depositato all’Ufficio Centrale per
il Referendum in piazza Cavour le firme raccolte sul portale del ministero della
Giustizia a cui si aggiungono diverse decine in modalità cartacea. Tutto questo
mentre si attende, nelle prossime ore, la decisione del Tar del Lazio sul
ricorso dei promotori che chiedono la sospensione urgente e poi l’annullamento
della delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato il voto al 22 e 23
marzo.
“Oggi è una giornata importante perché depositiamo le firme e intanto siamo in
attesa della decisione del Tar sul nostro ricorso”, ha detto Guglielmi entrando
in Cassazione: “Una decisione – spiega – che in ogni caso non cambierà il nostro
percorso. Ora la Cassazione dovrà verificare la regolarità delle nostra raccolta
e invitarci a dialogare sul quesito parzialmente differente, trovando un punto
di sintesi. Se il Tar non accogliesse la nostra domanda, ci si potrebbe trovare
nella situazione di dover unire due quesiti con le schede già stampate: questo
sarà un inedito della storia della Repubblica che rende molto interessante tutta
questa vicenda, che ha acceso l’attenzione delle persone. Quello che ci
interessa di più è che più le persone sono attente, più capiscono, più leggono e
più votano no”. Nell’ultimo sondaggio di Ixé il No ha raggiunto il Sì: il
distacco si riduce a soli 0,2 punti ed è ritenuto pertanto un “pareggio
tecnico”.
(video di Manolo Lanaro)
Le oltre 550mila firme sono state raccolte in soli 25 giorni, dal 22 dicembre
del 2025 al 15 gennaio del 2026. Ma il governo ha ignorato la mobilitazione e,
in piena raccolta firme, il 12 gennaio scorso (quando le adesioni erano oltre
350mila) ha fissato la data del voto per il referendum sulla separazione delle
carriere al 22 e 23 marzo, sfruttando la richiesta dei parlamentari già ammessa
dalla Cassazione, senza attendere il termine di tre mesi dalla pubblicazione
della legge in Gazzetta ufficiale (30 ottobre) entro cui è possibile promuovere
anche l’iniziativa popolare.
Occhi puntati adesso sulla decisione dei giudici amministrativi: per l’avvocato
Pietro Adami, che assiste i promotori della raccolta firme e che martedì ha
discusso il ricorso in udienza, “al Tar si può vincere, il governo rischia”. E
non è esclusa l’opzione che il Tar possa decidere di sollevare la questione alla
Corte costituzionale.
L'articolo Referendum Giustizia, depositate in Cassazione le oltre 550mila firme
raccolte. E si attende la decisione del Tar proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due avvocati per il No, 14 per il Sì. Il confronto impari andrà in scena
stamattina di fronte al Tar del Lazio, all’udienza a porte chiuse che dovrà dare
il primo verdetto sulla data del referendum. Il 12 gennaio il Consiglio dei
ministri ha fissato le urne al 22 e 23 marzo, ma la delibera è stata impugnata
dai 15 giuristi promotori dell’iniziativa popolare contro la riforma Nordio, che
ha già superato da giorni le 500mila sottoscrizioni necessarie. I promotori
contestano la violazione della prassi costituzionale secondo cui la data non può
essere fissata prima dei tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta
ufficiale: cioè il termine – che in questo caso scade il 30 gennaio – entro il
quale i cittadini possono depositare le firme per chiedere la consultazione. Il
governo invece ha agito in anticipo, sfruttando le richieste già depositate dai
parlamentari (e ammesse dalla Cassazione). I giuristi quindi hanno chiesto la
sospensione cautelare dell’efficacia dell’atto.
Il Tribunale amministrativo – composto dai giudici Michelangelo Francavilla,
Giuseppe Licheri e Vincenza Caldarola – deciderà tra oggi e domani, dopo aver
sentito tutte le parti in causa: la discussione inizierà poco dopo le 9. I
legali dei 15, Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria, avranno di fronte un
esercito di controparti: oltre ai quattro avvocati dello Stato, sono intervenuti
contro il ricorso (“ad opponendum”) ben quattro comitati per il Sì,
rappresentati in totale da dieci avvocati. Tutti potranno parlare in udienza, ma
alcuni interventi potrebbero essere dichiarati inammissibili dai giudici. La
decisione sulla richiesta di sospensiva potrebbe arrivare già in serata, ma più
probabilmente bisognerà attendere domani. Se il ricorso cautelare fosse accolto,
in teoria il referendum non si potrebbe tenere fino a quando non arriverà una
decisione nel merito: a quel punto lo scenario più probabile è che il governo
annulli spontaneamente la delibera. Carlo Guglielmi, l’avvocato portavoce dei
15, lo definisce uno “scontro tra Davide e Golia”: “Ma noi saremo lì e ci saremo
senza paura, perché loro pensano di essere cinque contro uno, e invece noi siamo
cinquecentomila”, scrive.
Nei giorni scorsi le parti hanno depositato gli atti di costituzione, di
intervento e le memorie di replica. Nella memoria finale, letta dal Fatto, gli
avvocati dei 15 giuristi citano il raggiungimento delle 500mila firme come un
elemento che “fortifica l’interesse a ricorrere“. Con il ricorso, spiegano, “si
chiede, in sostanza, di statuire che è prematuro fissare la data”: con la
convocazione delle urne, infatti, “ha avuto inizio la campagna elettorale, alla
quale i ricorrenti non possono prendere parte”, perché le firme raccolte non
sono state ancora validate dalla Cassazione. Fino a quel momento, infatti, i
giuristi non acquisiranno lo status di comitato promotore e non potranno
usufruire delle norme sulla par condicio e sulle affisioni elettorali.
Soprattutto però, scrivono Adami e La Grotteria, “prima di convocare i comizi è
necessario sciogliere il nodo del testo del quesito” che i cittadini troveranno
sulla scheda. Quello proposto dai giuristi, infatti, è diverso da quello – già
ammesso – dei parlamentari, perché indica uno per uno i sette articoli della
Costituzione modificati dalla riforma: un’indicazione che secondo i loro
avvocati è addirittura obbligatoria, in base alla legge del 1970 sui referendum.
Non è chiaro – non essendoci precedenti – se la Cassazione possa o meno
modificare il testo una volta che le urne sono già state convocate. In ogni
caso, però, la Suprema Corte ha a disposizione fino a 57 giorni (considerate le
varie fasi del procedimento) per decidere: cioè fino alla fine di marzo,
addirittura dopo il voto. E se ritenesse di non poter intervenire, i promotori,
una volta validate le firme, potrebbero addirittura sollevare conflitto di
attribuzione tra poteri dello Stato alla Corte costituzionale. “Tutto questo”,
si legge nella memoria, “dovrebbe avvenire durante la campagna elettorale, o
addirittura dopo la consultazione referendaria, con il concreto rischio di
incidere sull’esito e, peggio ancora, sulla validità della consultazione”. Per
questo, sostengono, non si può “dare avvio alla campagna referendaria e alla
stampa delle schede, rischiando da un lato di invalidare la consultazione
referendaria, o dall’altro di condizionare e comprimere il pieno esplicarsi di
altri attori della vicenda, di rilievo costituzionale, che devono ancora
esprimersi”. Il provvedimento del Consiglio dei ministri, concludono, “va quindi
sospeso e annullato, e una nuova convocazione potrà avvenire al termine della
fase di ammissione dei ricorrenti”.
L'articolo Referendum, oggi l’udienza al Tar sulla data: due avvocati per il No,
14 per il Sì. La memoria: “A rischio validità del voto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Uno stop momentaneo ma nessun passo indietro. Il sindaco di Bologna ha già
pronto il “piano B” dopo la bocciatura da parte del Tar del provvedimento con il
quale il Comune ha istituito il limite di velocità a 30 chilometri orari in
circa il 70% del territorio cittadino. “La Città 30 non si ferma”, assicura
Matteo Lepore che – nel corso di una conferenza stampa – ha annunciato i
prossimi passi del Comune: “Abbiamo già pronto il nuovo provvedimento, con
un’istruttoria eseguita su migliaia di strade, per motivare strada per strada
come ci chiede il Tar”.
LA SENTENZA DEL TAR
Il Tribunale amministrativo ha, infatti, accolto il ricorso di un tassista
annullando gli atti adottati dal Comune, sottolineando che questi sono stati
presi con “motivazioni generiche“. In pratica il Tar ha ricordato che è il
Codice della strada, in primis, e le altre normative nazionali a stabilire i
limiti di velocità: agli enti proprietari della strada (i Comuni, in questo
caso) è data la possibilità di fissare limiti anche più bassi ma solo ad
determinate condizioni indicate da una direttiva del Ministero delle
Infrastrutture. Quindi un’eccezione alla norma che deve essere motivata caso per
caso. Per i giudici amministrativi questo “limite di velocità generalizzato” non
è adeguatamente motivato e quindi “l’individuazione delle strade assoggettate al
limite di 30 km/h non risulta essere avvenuta nel rispetto della vigente
normativa”. Così arriva l’annullamento degli atti istitutivi della Città 30
“fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione intenderà
adottare”.
IL NUOVO PROVVEDIMENTO
Ed ecco la contromossa del Comune. Non ci sarà “nessun ricorso” al Consiglio di
Stato “perché vogliamo andare avanti”, sottolinea Lepore ricordando che “la
pronuncia non mette in discussione il merito della misura”, riconoscendo invece
“il potere del Comune di riesercitare la funzione pianificatoria e di disciplina
dei limiti di velocità”. “Metteremo in campo un nuovo provvedimento che seguirà
le indicazioni del Tar. L’unico effetto della sentenza è burocratico: una
tonnellata di carta in più per rifare ciò che già funzionava”, aggiunge il primo
cittadino di Bologna.
LE SCHEDE STRADA PER STRADA
Tra l’altro il Comune di Bologna si era già preparato a questo possibile
scenario, “cominciando già a predisporre schede che, strada per strada,
riportano in dettaglio i criteri previsti dalla nuova Direttiva”. Per
contrastare il modello Città 30 lanciato da Bologna, infatti, il ministro Matteo
Salvini a gennaio 2024 ha firmato una nuova direttiva che ha reso ancora più
restrittiva la possibilità data ai Comuni di modificare i limiti di velocità. Il
Tar non ne ha tenuto conto perché la direttiva è successiva all’istituzione
della Città 30 a Bologna, ma adesso invece bisognerà considerarla. “Un lavoro
che avrà quale unico effetto quello di aumentare in modo spropositato il livello
di burocrazia legato ad una misura che si è dimostrata ad oggi la più efficace
nel tutelare la vita delle persone in strada”, ribatte l’amministrazione
comunale.
COSA SUCCEDE ADESSO
Le schede strada per strada sono in fase di ultimazione e saranno ulteriormente
vagliate alla luce dei criteri esposti dal Tar nella sentenza. Al termine della
revisione, l’amministrazione comunale emetterà i nuovi atti istitutivi della
Città 30. In attesa della predisposizione dei nuovi provvedimenti, molte strade
di Bologna torneranno con il limite a 50 km/h. Ma non tutte. Le zone a 30 km/h
esistenti prima al 31 dicembre 2023 rimangono attive, a partire dal centro
storico, in quanto non interessate dalla sentenza del Tar. Tutto questo prima
dei nuovi atti per ripristinare la Città 30. L’amministrazione annuncia inoltre
l’avvio della “fase 2”, con un piano di interventi per il biennio 2026-27 che
prevede opere di moderazione del traffico (anche con l’inserimento diffuso di
dissuasori digitali luminosi che invitano a rallentare), riqualificazione urbana
e messa in sicurezza in almeno 100 punti della città già nel 2026. Le risorse
già stanziate nel Programma triennale dei lavori pubblici ammontano a circa 16
milioni di euro, tra fondi comunali ed europei.
LO SCONTRO POLITICO CON IL GOVERNO
Per semplificare il lavoro dei Comuni che intendono adottare il modello “Città
30” basterebbe mettere mano alla normativa nazionale. Ma è chiaro che governo
Meloni e la maggioranza che lo sostiene siano orientati verso una posizione
diametralmente opposta. La vicenda infatti, oltre che amministrativa, è a pieno
titolo uno scontro politico. Prova plastica di ciò è l’esultanza subito dopo la
sentenza del Tar del leader della Lega Matteo Salvini e del partito di Giorgia
Meloni: Fratelli d’Italia, tra l’altro, ha fatto anche sapere di avere
direttamente sostenuto i tassisti che hanno presentato ricorso. “Io penso che
sia ideologico fermare le città che cercano di salvare vite introducendo dei
provvedimenti innovativi come il nostro, che si poteva migliorare collaborando
assieme. Non siamo noi che abbiamo deciso invece con l’avvocatura di Stato di
sostenere il ricorso ai due tassisti”, replica Lepore. “Se lo Stato si mette
contro le città, secondo me non sono le città ad avere un approccio ideologico,
ma è lo Stato”, aggiunge il sindaco. Lepore ricorda anche che “il governo in
questi due anni ha cercato di fermare e rallentare la Città 30, ma non è
riuscito a fermare i morti sulle strade in Italia. Bologna invece è la città che
li ha dimezzati”. Secondo i dati diffusi dal Comune, infatti, nei primi due anni
di Città 30 sono state salvate 17 vite e si sono registrati 348 feriti in meno e
709 incidenti stradali in meno. “Questi numeri si traducono in un risparmio dei
costi sociali da incidentalità stradale per la città di Bologna che sfiora i 66
milioni di euro”, sottolinea il Comune. “Noi non ci fermeremo anzi dobbiamo fare
di più: la Città 30 sarà presto il destino di tutta l’Italia, come già accade in
Europa”, avverte il sindaco di Bologna.
L'articolo “Bologna Città 30 non si ferma, pronto il nuovo piano”: dopo la
sentenza del Tar Lepore tira dritto e attacca il governo. Ecco cosa farà il
Comune proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato il primo capoluogo di provincia italiano ad adottare il modello “Città
30“. Ma adesso il Tar dell’Emilia-Romagna ha accolto il ricorso dei tassisti e
ha annullato il provvedimento con cui il Comune di Bologna ha istituito il
limite di velocità a 30 chilometri orari nel centro cittadino. In particolare
viene annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze
istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato abbassato a 30 km/h,
“fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione intenderà
adottare”. Un modello, quello della Città 30, che è stato adottato anche pochi
giorni fa dal Comune di Roma nel centro storico.
Introdotta il primo luglio del 2023, la Città 30 a Bologna era stata fortemente
contestata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini e dai partiti di destra. E
oggi il primo a esultare è il partito della premier Giorgia Meloni, che fa
sapere di essere stato tra i promotori del ricorso tramite il proprio
europarlamentare Stefano Cavedagna. “Il Tar ha accolto i ricorsi annullando le
ordinanze, rimarcando l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato
fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici”, dichiara
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera dei Deputati. “Confermiamo –
aggiunge – tutta la disponibilità ad affrontare il tema della sicurezza stradale
anche in ambito urbano in piena collaborazione con le Istituzioni interessatei.
Questo, tuttavia, non può essere fatto con operazioni propagandistiche
illegittime e fuorvianti che non hanno come obiettivo quello di risolvere, ma di
fare demagogia a spese dei cittadini. Dispiace – conclude Bignami – che i
giudici amministrativi abbiano impiegato due anni per accogliere un ricorso la
cui fondatezza era evidente”.
Secondo i dati del Comune, anche nei primi 6 mesi del secondo anno di Città 30
venivano confermati i trend positivi: meno incidenti, morti e feriti, più
spostamenti in bici e bike sharing, flussi veicolari che continuano a calare e
meno inquinamento da traffico con il dato più basso degli ultimi 10 anni. Gli
analisti – spiegava il Comune – evidenziano il calo del numero delle persone
decedute sulla strada (5, come nel primo semestre 2024 cioè il 33,3% in meno del
pre Città 30). Diminuiscono gli incidenti stradali (di oltre il 15%) e i feriti
(di poco più del 5%). Calano gli incidenti più gravi (-21%), classificati dal
118 con “codice rosso”.
L'articolo Il Tar annulla il provvedimento del Comune di Bologna che ha
istituito la Città a 30 km/h proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato
un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È
quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere
Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha
sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso
cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di
un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di
disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse
pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”.
La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5
un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui
ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la
cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento
dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in
simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante
Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi
condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza
e resistenza a pubblico ufficiale.
Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni
dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap
avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo
identificato. Come? “L’Amministrazione – si legge nel provvedimento – è stata
messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte
dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della
voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il
volto”.
Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa
“esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la
sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse
alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo
avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto
conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e
dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di
malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato.
Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene
prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il
sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate
manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo
nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse
collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio
all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica,
in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una
nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha
espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta
un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e
responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la
libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da
ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo
un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento
dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di
Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è
attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti
feriti a seguito di aggressioni o disordini.
L'articolo Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri,
agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“De Laurentiis, cacc’e sorde” (caccia i soldi), cantavano i tifosi del Napoli
nelle stagioni prima degli scudetti, rimproverando al presidente una presunta
tirchieria nelle operazioni di mercato. Lo slogan può essere mutuato per la
sentenza del Tar Campania emessa nei giorni scorsi: il Napoli calcio dovrà
‘cacciare i soldi’ e pagare di tasca propria gli straordinari dei vigili urbani
impiegati per i servizi di viabilità e sicurezza connessi alle partite del
campionato di serie A e delle coppe nazionali ed europee.
Si tratta di circa 250mila euro accumulati per coprire 27 partite delle ultime
tre stagioni, sulle quali quali la SSCN di De Laurentiis aveva fatto ricorso
sostenendo che si trattasse di attività per “servizi pubblici essenziali o con
finalità istituzionali” riguardanti lo Stadio comunale Maradona, per il quale è
titolare di concessione. E quindi esentate dall’applicazione dell’addebito
calcolato secondo il regolamento di polizia municipale approvato in consiglio
comunale. Regolamento che, secondo i legali di De Laurentiis, andava annullato.
Di diverso avviso i giudici della prima sezione Tar Campania. Hanno messo nero
su bianco che “non va confusa la rilevanza pubblica dell’evento con l’interesse
pubblico, che presenta caratteri specifici e la cui ricorrenza è rimessa alla
discrezionalità del legislatore (che l’ha individuato, come visto, nella
sicurezza e fluidità del traffico e nel contenimento delle spese a carico della
collettività)”. “Ne consegue – si legge nel provvedimento che rigetta il ricorso
– che la scelta del Comune di Napoli di sottrarre le manifestazioni calcistiche
dal novero degli eventi esonerati dal costo dei servizi di Polizia locale si
mostra coerente con l’indicazione del legislatore”. Altrimenti “si giungerebbe a
gravare l’ente pubblico (e, quindi, la collettività) di esborsi per attività
delle quali si avvantaggia principalmente il soggetto privato che incamera il
totale dei relativi proventi”.
La sentenza del Tar segue la scia di un’altra sentenza del marzo scorso, una
condanna della Corte dei Conti per danno erariale a un assessore di Napoli e a
una ex assessora che avrebbero omesso di addebitare agli organizzatori di una
serie di eventi a scopo di lucro tenutisi in città i costi derivanti
dall’impiego degli agenti del corpo di polizia locale. Furono accolte le tesi
sostenute dai pm contabili Licia Centro e Ferruccio Capaldo, coordinati dal
procuratore regionale Antonio Giuseppone. Le condanne riguardarono l’ex
assessora Alessandra Clemente (per un presunto danno erariale da 160mila euro) e
l’assessore ancora in carica Antonio De Iesu (per un presunto danno erariale da
20mila euro), già questore del capoluogo campano ed ex vicecapo della Polizia di
Stato. Furono assolti altri due ex assessori (Ciro Borriello ed Eleonora De
Majo) e l’attuale assessore Pierpaolo Baretta, ai quali gli inquirenti
contestavano un danno erariale da 70mila euro ciascuno.
L'articolo Il Napoli perde anche davanti al Tar: dovrà pagare i vigili urbani
usati durante le partite allo Stadio Maradona proviene da Il Fatto Quotidiano.