All’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona è stato realizzato il
primo trapianto parziale di volto al mondo da una donatrice che aveva chiesto
l’eutanasia. L’intervento è stato compiuto da un’équipe medica multidisciplinare
composta da circa un centinaio di professionisti e ha utilizzato tessuti
facciali della donatrice.
La ricevente, identificata con il nome di Carme, era affetta da una grave
infezione che le aveva provocato un’estesa necrosi dei tessuti facciali.
L’operazione ha riguardato un trapianto di tipo I, cioè della parte centrale
della faccia. Per questo tipo di intervento donatore e ricevente devono avere lo
stesso sesso, lo stesso gruppo sanguigno e misure antropometriche – rilevazioni
di vari parametri corporei – simili della testa.
La donatrice, prima di sottoporsi all’eutanasia, aveva deciso di donare i suoi
organi, i suoi tessuti e anche il volto. I medici dell’ospedale catalano hanno
eseguito esami diagnostici su entrambi — donatrice e ricevente — e una Tac
preliminare, quindi l’Unità di Tecnologie 3D ha elaborato un modello
tridimensionale digitale utile per la pianificazione chirurgica.
Durante la preparazione sono state anche progettate guide per il taglio osseo
adattate alla donatrice e alla paziente, in modo da ottenere un incastro
millimetrico dei tessuti. L’intervento, eseguito con tecniche di microchirurgia
vascolare e nervosa, può durare fino a 24 ore. Dopo il trapianto la paziente è
stata ricoverata per circa un mese, inizialmente nell’unità di terapia
intensiva, poi nel reparto di traumatologia, riabilitazione e ustionati.
L’ospedale ha sottolineato che per questo tipo di trapianto è fondamentale che
il ricevente sia considerato psicologicamente idoneo ad affrontare le
conseguenze dell’operazione, poiché il volto è strettamente legato all’identità
personale. Secondo i dati riportati, nel mondo sono stati effettuati 54
trapianti di faccia, e di questi sei in Spagna, con tre interventi eseguiti dal
team del Vall d’Hebron.
L'articolo Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva
scelto l’eutanasia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Eutanasia
Dopo undici anni insieme, una donna ha deciso di sbarazzarsi della sua gatta. La
proprietaria di Pumpkin, il nome del micio, si è recata presso un centro
veterinario chiedendo che l’animale domestico venisse soppresso. Non perché
fosse malata o soffrisse, ma perché la signora non voleva più tenere la gattina
con sé. “Non sono più una persona da gatto”, ha dichiarato la donna. Dagli esami
è emerso che Pumpkin, nonostante l’età, è una gatta in salute, vigile e felice.
+
Il veterinario, dunque, ha rifiutato di praticare l’eutanasia al tenero micio.
Invece di assecondare la richiesta della proprietaria, il centro medico si è
fatto carico della gatta, accogliendola nella struttura. Lo staff ha segnalato
la situazione di Pumpkin all’Hard Knox Rescue, un’organizzazione che si occupa
degli animali randagi della contea di Orange, in California. Dall’ente sono
arrivate notizie negative.
Il rifugio, infatti, aveva terminato i posti disponibili e non aveva possibilità
di ospitare il micio. Il veterinario ha deciso di farsi carico di Pumpkin,
prendendosi cura del gatto nell’ambulatorio.
La gatta è rimasta in clinica per circa tre mesi. Durante questo periodo, lo
staff medico l’ha curata, asportandole anche una cisti sulla schiena e
rinnovandole i cicli vaccinali scaduti. Pumpkin è stata poi affidata a una
famiglia che le ha assicurato un’ampia camera e la compagnia di un atro micio,
come documentato con un video su Instagram.
L’introduzione della gatta nella nuova casa è stata graduale, dato che il micio
era abituato a vivere nella stessa abitazione da 11 anni. I volontari dell’Hard
Knox Rescue hanno reso nota la storia di Pumpkin per sensibilizzare sul tema
dell’abbandono degli animali.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da HARD KNOX RESCUE | ORANGE COUNTY (@hardknoxrescue)
L'articolo “Dopo 11 anni non sono più una persona da gatto, potete
sopprimerlo?”: la richiesta shock di una donna a una clinica veterinaria
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho già tutto il piano pronto”. Mauro Corona nella puntata di ieri martedì 13
gennaio a “È sempre Cartabianca” ha parlato di fine vita e delle condizioni
umane del malato. Il confronto si è acceso dopo le parole di Diego Dalla Palma
che a “Verissimo”, lo scorso dicembre, ha dichiarato: “Ho programmato di morire.
La vecchiaia è la somma di tutte le malattie, ma la peggiore è la paura di
perdere la dignità”. Il truccatore e scrittore 75enne era presente in studio.
“Io rispetto tutti, ma sulla mia vita ho la facoltà di scegliere – ha detto
Dalla Palma – Purtroppo decidere della fine della propria vita non ce lo
concedono, perché manca ancora una legge”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Corona in collegamento: “Quando mi vedrò in
condizioni non più accettabili deciderò io per me. Ho già tutto il piano pronto,
sono anni. Si cerca sempre, brontolando, di migliorare la condizione della vita,
ma io vorrei che si migliorasse la condizione della morte”. Ma c’è un motivo per
cui lo scultore ha le idee chiare sul fine vita.
C’entra, in qualche modo, un caro amico che ha vissuto le ultime fasi della sua
esistenza in mezzo al dolore: “Ho visto un amico passare due mesi tra i
contorcimenti, non gli faceva più effetto nemmeno la morfina. Chiesi al dottore
di farlo fuori, di aiutarlo a smettere di soffrire, ma mi fu risposto che la
vita è sacra e non si può”.
A inizio puntata c’è stato anche un piccolo battibecco tra la giornalista e lo
scultore. Bianca Berlinguer ieri ha esordito con un vistoso paio di occhiali:
“Vi chiedo scusa da subito, ho dovuto fare un piccolo intervento all’occhio.
Niente di grave, ma è troppo presto per sostenere le luci dello studio e userò
questi occhiali un po’ più scuri”.
Mauro Corona è apparso in collegamento, indossando un vistoso paio di occhiali
da sole. “Che ha fatto?”, chiede Berlinguer. “Li indosso per solidarietà”, dice
Corona. “Ne facevo a meno di questa sua solidarietà. Entrambi con gli occhiali è
un po’ troppo”, la replica perentoria della conduttrice. “Allora li tolgo”, dice
Corona che, d’altra parte, non è in forma smagliante. “Perché non ho voce?
Un’ipotesi è che ho giocato tutta la notte. L’altra è che volevo fare il duro e
ho beccato la bronchite…”.
L'articolo “Il mio piano per morire? Pronto da anni. Quando mi vedrò in
condizioni non più accettabili deciderò io”: lo rivela Mauro Corona a “È sempre
Cartabianca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’opinione pubblica sensibilizzata e un Parlamento assente. Una ricerca
accademica ha scattato una fotografia completa dell’Italia sul tema del suicidio
assistito. Le richieste aumentano e il vuoto normativo si fa più pesante,
lasciando sempre più cittadini e rappresentanti delle istituzioni privi di
risposte su come procedere al suicidio assistito. Un vuoto che genera delle
risposte frammentarie e talvolta contradditorie, come spesso capita con il
Servizio sanitario nazionale.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychiatry ed è firmato
da Emanuela Turillazzi e Naomi Iacoponi dell’Università di Pisa, insieme a
Donato Morena e Vittorio Fineschi della Sapienza di Roma. Un punto fondamentale
che emerge dalla ricerca è come l’opinione pubblica appaia molto più avanti
della politica. Secondo i dati Censis, il 74% degli italiani si dichiara
favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito, con percentuali ancora più
alte tra i giovani e tra i laureati.
Il lavoro di ricerca ripercorre anche la storia giuridica del suicidio assistito
in Italia: nel 2019, ci fu la storica sentenza con cui la Corte costituzionale
indicò le condizioni in cui l’aiuto al suicidio può essere considerato non
punibile. Da allora, il percorso è stato tutt’altro che lineare: molte aziende
sanitarie non hanno applicato le indicazioni della Consulta in modo uniforme,
accumulando ritardi e rifiuti a procedere, costringendo i malati a fare ricorso.
Un vuoto normativo che ha generato un conflitto istituzionale.
In questo quadro incerto, la Toscana è stata la prima regione ad aver approvato
nel marzo 2025 una normativa organica che definisce tempi, procedure e
responsabilità per la valutazione delle richieste. Una scelta subito contestata
dal governo, che ha impugnato la legge. Il risultato è un conflitto
istituzionale che aggiunge ulteriori incertezze a una questione già complessa.
Lo studio ricostruisce anche i casi che hanno segnato la storia recente del fine
vita in Italia. La vicenda di “Mario”, il primo paziente a ottenere il suicidio
assistito nel nostro Paese, così come la storia di “Anna”, la prima persona a
cui il trattamento è stato garantito con costi interamente coperti dal sistema
pubblico. Altri casi, come quello di Davide Trentini, hanno esteso
l’interpretazione dei criteri stabiliti dalla Consulta per i “trattamenti di
sostegno vitale”. Tutto questo avviene mentre l’opinione pubblica appare molto
più avanti della politica. Secondo i dati Censis citati nello studio, il 74%
degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito. A
fronte di un consenso così ampio, il Paese continua però a non dotarsi di una
legge nazionale.
I ricercatori hanno poi aperto una riflessione sui trattamenti di sostegno
vitale, ovvero tutti quei macchinari e interventi farmacologici o assistenziali
che sono indispensabili alla sopravvivenza della persona malata. Nel corso degli
anni, questo concetto è stato alla base per giustificare il suicidio assistito a
livello giuridico. Tuttavia, questa visione presenta dei limiti.
Come sottolinea infatti Emanuele Turillazzi: “La dipendenza dai trattamenti di
sostegno vitale è un criterio troppo limitativo. La nostra idea è di superare
questo vincolo e concentrarci su ciò che davvero conta: una patologia
irreversibile, una sofferenza che il paziente ritiene intollerabile e una
volontà libera, consapevole e direttamente espressa dalla persona. Sono questi,
secondo noi, i requisiti fondamentali. Il resto – gli aspetti procedurali e le
verifiche – spetta al sistema sanitario e ai comitati etici territoriali. Solo
così è possibile ridurre le disuguaglianze territoriali e rimettere al centro
diritti, autodeterminazione e dignità della persona“.
L'articolo Suicidio assistito, in Italia aumentano le richieste ma le norme sono
ancora ferme: lo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
La scelta delle gemelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito in Germania
ha riportato in primo piano un tema che in Italia resta irrisolto: il fine vita.
Dal 2019, con la sentenza sul caso di Dj Fabo, la Corte costituzionale ha
depenalizzato il suicidio medicalmente assistito, riconoscendo il diritto delle
persone di anticipare una morte comunque imminente, perché affette da patologie
irreversibili che provocano intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche e
dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. Si tratta di una cornice molto più
ristretta rispetto a quella tedesca, dove la malattia non è un requisito
obbligatorio e l’unica condizione essenziale è che la scelta sia libera,
consapevole e autonoma.
Negli anni, il Parlamento italiano non ha mai trasformato i principi indicati
dalla Consulta in una legge organica. Anzi: negli ultimi mesi il governo Meloni
ha provato a bloccare anche il tentativo della Toscana – la prima Regione a
legiferare sul tema – e della Sardegna di definire almeno una procedura chiara a
livello locale. Il risultato è un sistema frammentato, in cui Regioni e singole
aziende sanitarie applicano la sentenza in modo diverso, spesso imponendo
ostacoli che rendono l’accesso impossibile anche a chi ne avrebbe diritto. Un
quadro che, nel confronto con alcuni Paesi dell’Unione Europea, evidenzia quanto
l’Italia sia ancora ferma, mentre intorno a lei il dibattito si è tradotto – con
sfumature diverse – in regole, tutele e percorsi più definiti.
GERMANIA
Il suicidio assistito è stato depenalizzato nel 2020 da una sentenza della Corte
costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di “aiuto al
morire”, sterbehilfe. Come in Italia, non si tratta di eutanasia: il medico non
può compiere l’atto finale, che deve essere completamente autonomo. La persona
deve essere maggiorenne, capace di intendere e di volere, e deve
autosomministrarsi il farmaco letale. Non è richiesta una malattia incurabile né
una morte imminente: è questo il punto che ha permesso alle gemelle Kessler –
senza un quadro clinico terminale – di accedere alla procedura. L’assistenza
pratica è offerta da tre associazioni senza scopo di lucro, tra cui la Dghs di
Berlino, che ha seguito le Kessler. Per accedervi bisogna essere soci da almeno
sei mesi. La quota annuale è di 60 euro e il costo della prestazione varia tra i
3mila e i 4500 euro. Il protocollo prevede colloqui ripetuti e la presenza di un
medico durante l’infusione. Nel 2024 si sono registrati circa 1200 suicidi
assistiti ma, nonostante il numero sia in crescita, anche in Germania manca
ancora una legge organica che disciplini la materia.
PAESI BASSI
Sono stati i primi al mondo a legalizzare sia l’eutanasia sia il suicidio
assistito, con una legge entrata in vigore nel 2002. Il modello olandese è tra i
più strutturati d’Europa. Stabilisce criteri e percorsi uniformi, con un sistema
di controllo multilivello. Per accedere alla procedura, la persona deve essere
affetta da una malattia incurabile o da sofferenze considerate “insopportabili e
senza prospettive di miglioramento” – compresi disturbi mentali – ma non deve
essere per forza dipendente da trattamenti salvavita né trovarsi in una fase
terminale. La valutazione del caso spetta a due figure: il medico curante e un
medico indipendente esterno, che devono confermare insieme che i criteri siano
soddisfatti. Dopo il decesso, ogni caso viene esaminato da una commissione di
controllo, che verifica il rispetto della legge e segnala eventuali irregolarità
alla magistratura. L’atto finale deve essere eseguito da un medico. Questo rende
la procedura accessibile anche a persone che non sono più fisicamente in grado
di autosomministrarsi il farmaco. Inoltre, la legge permette che le persone
rilascino delle wilsverklaring, “dichiarazioni anticipate di volontà”. Ciò
significa che chi rischia di perdere la capacità di intendere e di volere per
motivi medici può comunicare in anticipo le sue volontà, essendo sicuro che
verranno rispettate al momento opportuno. Il dibattito interno sul fine vita è
molto acceso, soprattutto alla luce dell’aumento costante del numero di
richieste. Nel 2024 la crescita è stata del 10% e, sebbene i numeri assoluti
siano ancora bassi, allarma l’aumento delle eutanasie eseguite su pazienti con
disturbi psicologici, soprattutto quelle richieste dagli under 30. Una deriva
che crea molte preoccupazioni e dubbi, sia sulle condizioni dei giovani nel
Paese sia sull’impianto etico della misura.
BELGIO
Anche il Belgio ha legalizzato sia l’eutanasia sia il suicidio assistito nel
2002, appena due mesi dopo i Paesi Bassi. È uno dei sistemi più avanzati al
mondo: dal 2014 la possibilità di accedere alla procedura è stata estesa anche
ai minori, senza limiti di età. Una scelta unica nel panorama internazionale.
Per proseguire è comunque necessario che il bambino sia in grado di comprendere
la decisione, che esprima la propria volontà e che ci sia il consenso dei
genitori. Oltreché di un’équipe di specialisti che certifichi una condizione
medica grave, incurabile e irreversibile. Da quando è entrata in vigore la
norma, i casi di eutanasia su minori sono stati sei. In totale, hanno fatto
ricorso all’eutanasia oltre 30mila persone. Negli ultimi anni il trend è in
forte crescita: secondo la Commissione federale di controllo e valutazione
dell’eutanasia, nel 2023 le procedure sono aumentate del 15%, e nel 2024 del
16,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 la Commissione ha ricevuto 3991
dichiarazioni di eutanasia, pari al 3,6% di tutti i decessi registrati nel
Paese. Il profilo dei pazienti resta relativamente stabile. La maggior parte ha
più di 70 anni (72,6%) e quasi la metà supera gli 80 anni. I casi sotto i 40
anni sono molto rari (1,3%). Il cancro è la causa principale delle richieste,
coinvolgendo il 54% dei pazienti. Nel 76,6% dei casi la morte era prevista a
breve termine, ma cresce il numero delle persone che chiedono l’eutanasia pur
non trovandosi in prossimità della fine della loro vita: 932 casi nel 2024,
contro i 713 del 2023. Le condizioni psichiatriche rappresentano ancora una
minoranza, pari all’1,4% dei casi: 48 persone nel 2024.
SPAGNA
La Ley Orgánica de Regulación de la Eutanasia è in vigore da giugno 2021. Prima
della sua approvazione, aiutare qualcuno a morire era un reato punibile fino a
10 anni di carcere. La norma ha legalizzato sia l’eutanasia attiva sia il
suicidio medicalmente assistito. Possono farvi ricorso le persone maggiorenni
affette da una “malattia grave e incurabile” oppure da una patologia “cronica,
grave e invalidante” che comporti una sofferenza fisica o psichica costante e
intollerabile. Il processo è rigoroso: il paziente deve presentare due richieste
scritte, a distanza di almeno 15 giorni l’una dall’altra, confermando di essere
consapevole dell’esistenza di cure palliative. La valutazione spetta a due
medici e, dopo il loro parere, a una commissione autonoma che deve autorizzare
in via definitiva la prestazione. Una volta approvate, l’eutanasia o la morte
assistita sono a carico del sistema sanitario nazionale. Secondo i dati del
Ministero della Salute, fino al 2024 erano state eseguite 1034 procedure, il 42%
delle 2.475 domande presentate. Circa un quarto delle persone che ne aveva fatto
richiesta è morto nell’attesa. Motivo per cui l’Associazione spagnola per il
Diritto a Morire con Dignità sta chiedendo alla politica di intervenire per
accorciare i tempi dell’iter.
L'articolo Suicidio assistito ed eutanasia, dalla Germania alla Spagna cosa
accade in Europa mentre l’Italia è ferma proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vita è una malattia che si trasmette per via sessuale. Ed è, soprattutto –
come richiede una delle troppe condizioni imposte dalla legislazione italiana
per poter consentire il “fine vita” (perché si tratta soltanto di rifiuto delle
cure e interruzione delle cure palliative) – una “malattia irreversibile”.
Le gemelle Kessler, invece, icone della televisione del secolo scorso, hanno
potuto abbandonare la vita congiuntamente poiché in Germania è consentita
l’eutanasia medicalmente assistita.
Da studioso della filosofia, sono portato a chiedermi se tale superiorità della
Germania rispetto al nostro Paese sia dovuta all’altrettale primazia filosofica
della nazione che ha dato i natali a Kant, Hegel e Freud. Sì, perché quello che
continuiamo a fare in Italia – e in tutti i paesi in cui lo Stato non consente
alle persone di praticare l’eutanasia – è fondamentalmente un errore filosofico.
Errore che, innanzitutto, consiste nel separare vita e morte considerandole due
dimensioni diverse. Quando, in realtà, sono due lati di una stessa medaglia,
perché “la meta di tutto ciò che è vivo è la morte”, scriveva Freud sulla scia
di quanto – un secolo prima – aveva affermato Hegel (entrambi tedeschi) in
maniera ancora più radicale: “Un essere vivente, nel momento stesso in cui fa la
sua comparsa in vita, è già pronto per morire”.
Da questo errore originario deriva il secondo, perfettamente conseguente. Quello
di pensare che la morte sia un qualcosa che avviene “dopo” la vita quando,
invece, “esse sono interdipendenti”, perché “esistono simultaneamente, non
consecutivamente”, come scriveva il grande psichiatra americano Irvin Yalom.
L’unica morte che conosciamo, infatti, avviene in vita, quando finisce un’epoca
in cui siamo stati felici, quando perdiamo delle persone care, quando torniamo
in luoghi del cuore, dopo molti anni, e nulla ci sembra più come prima anche se
lo scenario è lo stesso. Sono tutti frammenti di morte che avvengono mentre
siamo vivi e non potrebbe essere diversamente. Perché la morte intesa in senso
metafisico non ci è dato conoscerla né – come affermava Epicuro – temerla:
“Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte non ci siamo noi”.
Intesa in questo senso, la vita va considerata alla stregua di un grande corso
di formazione alla dipartita, a un “dopo” possibile in forma spirituale (per chi
ci crede). Di questo grande corso di formazione, l’ultima tappa più dura
consiste nel “morire”, che è questione ben diversa – ancora una volta – dalla
morte in quanto tale.
Quel morire può avvenire quando siamo ancora ben in vita, per una malattia o un
incidente, ma soprattutto può accadere senza che vi sia la morte stessa: a
fronte di dolori atroci e insopportabili non soltanto a livello fisico ma anche
psicologico (tema, quest’ultimo, per troppo tempo sminuito o ignorato del
tutto).
Ecco perché sarebbe ora di consentire a ciascuno l’esercizio del libero arbitrio
rispetto alla decisione di smettere la propria vita, quindi di essere aiutati in
ciò da quella medicina pubblica che esiste grazie alle tasse di tutti i
cittadini, compresi coloro che piombano in un abisso di dolore tale da rendergli
preferibile la scelta suddetta.
Coloro che sostengono la sacralità della vita, considerata a guisa di un “dono”
divino di cui l’uomo non può privarsi per una scelta volontaria, non considerano
che – volendo credere alla divinità creatrice – questa ci ha fatto dono anche
della morte, parte integrante della vita stessa all’interno di una dimensione
più ampia che le contiene entrambe (esistenza).
Ma, soprattutto, tale divinità ha lasciato al libero arbitrio di ciascuno la
possibilità di fare della propria vita ciò che più si desidera e ritiene giusto.
Fosse anche interromperla anzitempo. Se così non fosse, non avrebbe alcun senso
quanto dice la stessa dottrina cristiana, cioè che saremo giudicati sulla base
delle nostre azioni in terra (e in vita). Quale sommo e indiscutibile giudizio
divino, infatti, sarebbe possibile e decisivo se già qualcuno in terra ha
decretato cosa è Bene e cosa è Male rispetto all’essenza stessa della vita?!
Non spetta ad alcuna istituzione terrena, né ad alcun individuo, giudicare e
ancor più impedire all’essere umano di gestire la propria vita (e quindi la
propria morte) se le sue decisioni non danneggiano persone altre. Tantomeno
dovrebbero farlo dei parlamentari mediamente sempre più ignoranti su questioni
culturali basiche, figuriamoci rispetto alle altezze filosofiche.
Liberalizzare il libero arbitrio è una scelta umana e a favore dell’umano –
altrimenti l’enfasi posta a ogni pie’ sospinto sul pensiero critico è solo fuffa
– tanto più che non significa costringere chi non vuole a scegliere di morire.
Mentre proibire il libero arbitrio, invece, costringe tutti a doversi
genuflettere a un’ideologia. Nella nostra epoca impoverita, al posto dei grandi
filosofi tedeschi, ce lo hanno dimostrato le grandi gemelle Kessler.
L'articolo Fine vita, sarebbe ora che ognuno potesse esercitare il libero
arbitrio: le gemelle Kessler ce l’hanno ricordato proviene da Il Fatto
Quotidiano.