Viktor Orbán e Robert Fico non mollano e bloccano l’impegno europeo di sostegno
all’Ucraina, almeno fino a quando Kiev non ripristinerà le forniture di petrolio
russo ai due Paesi attraverso l’oleodotto Druzhba danneggiato dai bombardamenti.
A niente sono serviti gli appelli degli altri Stati membri, tantomeno le
richieste delle istituzioni Ue di rispettare la parola data. E nemmeno l’impegno
del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di ripristinare le forniture entro
un mese e mezzo, ammorbidendo così le sue posizioni intransigenti sui flussi di
petrolio russo verso l’Ue. Così, il Consiglio Ue non ha potuto far altro che
approvare le conclusioni in merito solo col sostegno di 25 Stati membri su 27
l’invio del prestito da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina e l’imposizione del
ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia.
La decisione finale, raccontano fonti di Bruxelles, è arrivata dopo un lungo e
concitato dibattito tra i capi di Stato e di governo, la maggior parte dei quali
era impegnato a cercare di convincere Budapest e Bratislava a rispettare gli
accordi raggiunti lo scorso anno. Orbán, raccontano, ha fatto un breve
intervento sostenendo che la propria posizione è “legalmente solida”. Parole
alle quali ha replicato il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, che ha
definito il suo comportamento “inaccettabile” e “contrario” al principio della
leale cooperazione previsto dai Trattati.
D’altra parte, il leader ungherese, che tra meno di un mese dovrà affrontare le
elezioni parlamentari in patria che lo vedono, almeno stando ai sondaggi, i
netto svantaggio sul suo principale avversario, Peter Magyar, lo aveva
anticipato in mattinata entrando all’incontro: “La posizione ungherese è molto
semplice, siamo pronti a sostenere l’Ucraina quando avremo il nostro petrolio
che è bloccato da loro. Fino ad allora non ci sarà alcuna decisione favorevole
per l’Ucraina”. Inutili le promesse fatte da Kiev nei giorni scorsi, giudicate
dai due Paesi dell’Est Europa “una farsa“: “Noi aspettiamo il petrolio. Tutto il
resto è solo una favola. Crediamo solo ai fatti. Il petrolio deve arrivare in
Ungheria e poi si aprirà un nuovo capitolo. Fino ad allora non possiamo
sostenere alcuna proposta pro-ucraina. Senza quel petrolio tutte le famiglie
ungheresi e le aziende andranno in bancarotta. Non è uno scherzo, non è un gioco
politico, Volodymyr Zelensky dovrebbe capirlo”.
I temi sul tavolo del Consiglio erano tanti, dalla guerra in Iran alla nuova
crisi energetica, ma molti leader hanno deciso di lanciare un appello a Ungheria
e Slovacchia, prima dell’incontro, affinché tornassero sulle loro posizioni. “Se
si dice di impegnarsi su qualcosa, poi quell’impegno deve essere rispettato – ha
dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola – Questo è
sempre stato lo spirito del Consiglio europeo, così come lo è lo spirito della
leale cooperazione tra le istituzioni. Il Parlamento ha votato sul prestito e la
decisione è stata formalizzata anche dal Consiglio, ora ci aspettiamo che venga
attuata. Sarà sempre richiesto a tutti coloro che siedono attorno al tavolo”
Che il clima, però, non fosse favorevole al raggiungimento dell’unanimità era
chiaro a tutti. Tanto che l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue,
Kaja Kallas, si era detta “non molto ottimista, ma so che il presidente Costa si
sta davvero impegnando al massimo per trovare una soluzione con Orbán “. Nel
tentativo di sbloccare la situazione, supportando l’Ucraina nel ripristino dei
flussi di petrolio, l’Unione europea aveva inviato dei suoi esperti nel Paese di
Volodymir Zelensky per valutare le reali condizioni delle pipeline. Uno sforzo
inutile, dato che Orbán e Fico hanno deciso di non rinunciare al proprio diritto
di veto.
X: @GianniRosini
L'articolo Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina:
Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Matteo Salvini aspetterà l’esito del referendum a Budapest, in Ungheria, con il
presidente Orbán. Il vicepremier leghista è stato invitato alla “Prima grande
assemblea dei patrioti” insieme a Marine Le Pen, Santiago Abascal oltre ai
padroni di casa ungheresi.
“Sarò a Budapest, parto la mattina e torno alla sera – ha spiegato Salvini – ci
vado molto volentieri con uno, non solo degli alleati della Lega, ma con uno dei
primi ministri più efficaci e in gamba dell’Unione Europea”.
L'articolo Referendum, Salvini aspetterà l’esito del voto a Budapest con Orbán:
“È uno dei primi ministri più efficaci e in gamba d’Europa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La crisi diplomatica tra Ungheria e Ucraina, che peggiora giorno dopo giorno
dall’invasione russa, è deflagrata fino a richiedere l’intervento dell’Unione
europea. Bruxelles, che si è sempre schierata al fianco di Kiev, spesso in
rottura con Budapest, al fine di garantire il necessario sostegno militare ed
economico negli anni del conflitto, questa volta ha dovuto redarguire
pubblicamente Volodymyr Zelensky, reo di aver minacciato il premier magiaro,
Viktor Orbán: il presidente ucraino ha detto che il premier si meriterebbe un
avvertimento “a modo loro” dalle forze armate ucraine. Parole che hanno
scatenato le proteste di Budapest e l’inevitabile presa di posizione dell’Unione
europea che sta incentivando il percorso di adesione ucraino: “In relazione ai
commenti fatti dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky – ha dichiarato il
portavoce Olof Gill – siamo molto chiari come Commissione europea che questo
tipo di linguaggio non è accettabile. Non devono esserci minacce contro gli
Stati membri dell’Ue”.
Fin dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Ungheria ha rappresentato il
principale ostacolo all’imposizione di sanzioni nei confronti della Russia a
causa della dipendenza economica ed energetica di Budapest da Mosca. Questo ha
generato nel tempo diversi episodi di scontro, come l’ultimo sul danneggiamento
dell’oleodotto Druzhba, fondamentale per il flusso di petrolio russo verso
l’Ungheria. Orbán ha annunciato, e lo ha poi fatto, che avrebbe bloccato il
nuovo pacchetto di sanzioni a Mosca e il prestito da 90 miliardi dell’Ue a Kiev
fino a quando gli ucraini non avrebbero riparato i danni fatti.
Da lì l’escalation è diventata inarrestabile, fino alle ultime dichiarazioni in
cui Zelensky ha detto che avrebbe fornito alle forze armate ucraine
“l’indirizzo” della persona che blocca l’erogazione del prestito. “Lasciate che
lo chiamino e discutano la questione con lui a modo loro”, ha detto.
Dichiarazioni che hanno provocato la reazione sia del governo che del principale
avversario politico del premier ungherese, Peter Magyar. Il portavoce
dell’esecutivo, Zoltan Kovacs, ha parlato di “minaccia aperta. Questi ricatti
hanno superato di gran lunga ogni limite accettabile. Le emozioni personali non
hanno spazio in questioni come questa. L’Ungheria non può essere intimidita e
non cederemo al ricatto”. Il capo dell’opposizione si è schierato col governo:
“La leadership dell’Ue interrompa ogni legame con l’Ucraina finché il presidente
Zelensky non chiarirà le sue parole e non si scuserà con tutti i cittadini
ungheresi per le sue dichiarazioni. L’approvvigionamento energetico
dell’Ungheria è una questione nazionale che trascende la politica di partito e
le campagne elettorali”. Tra chi ha espresso solidarietà a Orbán c’è il premier
slovacco, Robert Fico, che insieme a Budapest ha deciso di bloccare il prestito
a Kiev: “Se il presidente ucraino continua così, potrebbe succedere che anche
altri Stati membri dell’Ue blocchino il prestito da 90 miliardi all’Ucraina”, ha
detto. Vicinanza è stata espressa anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry
Peskov, che ha ironizzato dicendo che i Paesi europei “dovrebbero applicare
l’articolo 5 della Nato” a difesa di Budapest.
Così, la Commissione Ue non ha potuto fare altro che condannare le parole del
presidente ucraino, pur ricordando di rimanere fedele agli impegni presi: “Il
nostro obiettivo più importante in questo momento è erogare il prestito
concordato dal Consiglio europeo, un impegno che ci aspettiamo tutti i leader
dell’Ue rispettino. Detto questo, l’escalation della retorica da tutte le parti
non è né utile né favorevole al raggiungimento di questo obiettivo. Siamo in
discussioni attive con tutte le parti con l’obiettivo di ridurre la retorica e
realizzare gli obiettivi”.
Intanto, però, si è ormai nel bel mezzo dell’escalation che il premier
ungherese, in svantaggio di circa 20 punti in vista del voto del 12 aprile,
cercherà di usare a fini elettorali. Così, parlando a Radio Kossuth, ha promesso
di usare “ogni mezzo a sua disposizione” per ripristinare le forniture di
petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba: “Smetteremo di lasciar transitare merci
importanti per l’Ucraina fino a quando non riceveremo l’approvazione di Kiev per
le forniture di petrolio”, ha detto. Parole che rispondono a quelle di Zelensky
secondo cui l’oleodotto potrebbe essere riparato “in un mese e mezzo”, anche se
non c’è “alcuna ragione tecnica o di sicurezza per farlo”: “Onestamente – ha
aggiunto – non lo ripristinerei. Questa è la mia posizione. L’ho detto ai leader
europei e a tutti coloro che mi hanno chiamato per discutere della questione,
compresa la leadership dell’Ue, perché si tratta di petrolio russo. Ci sono
alcuni princìpi che non hanno prezzo”.
Come se non bastasse, a peggiorare la crisi tra i due Paesi arriva anche
l’arresto e poi l’espulsione dall’Ungheria di sette cittadini ucraini,
dipendenti di una banca del loro Paese, accusati di riciclaggio di denaro
sporco. Le autorità fiscali di Budapest hanno “identificato i precedenti di
sette ucraini detenuti in relazione a ingenti trasferimenti di denaro contante e
oro in transito attraverso l’Ungheria – ha scritto su X Kovacs – L’operazione è
stata supervisionata da un ex generale e maggiore dell’esercito, assistito da
persone con esperienza militare. Sulla base di queste risultanze, i sette
individui saranno espulsi dall’Ungheria”. In aggiunta, “il governo ungherese
chiede risposte immediate all’Ucraina in merito alle ingenti spedizioni di
denaro contante che transitano per l’Ungheria, sollevando la questione se il
denaro possa essere collegato alla mafia di guerra ucraina – ha chiesto il
ministro degli Esteri, Péter Szijjártó – Da gennaio sarebbero transitati
attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti,
oltre a 146 chili d’oro. Se si trattasse davvero di una transazione tra banche,
allora sorge spontanea la domanda sul perché non viene gestita tramite bonifico
e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso
l’Ungheria. Finché Kiev non fornirà spiegazioni chiare sull’origine e lo scopo
dei fondi, le autorità ungheresi condurranno un’indagine approfondita, inclusa
una per riciclaggio di denaro avviata dall’amministrazione nazionale delle
imposte e delle dogane”. L’arresto dei sette dipendenti della banca ucraina ha
fatto scattare l’allerta per tutti i cittadini del Paese di Zelensky presenti in
Ungheria. Tanto che Kiev ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare nello
Stato del premier Orbán.
X: @GianniRosini
L'articolo Zelensky minaccia Orbán: “Dovrei fargli fare un discorso dai nostri
militari”. L’Ue avverte Kiev: “Linguaggio inaccettabile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’ufficio da primo ministro ungherese è come una seconda casa per Viktor Orbán.
Lì dentro, nei passati 16 anni, ha dialogato con capi di governo, ha pensato le
riforme “illiberali” che hanno caratterizzato i suoi quattro mandati
consecutivi, ha studiato le strategie che lo hanno reso inviso alle istituzioni
europee e anche ai suoi ex colleghi all’interno del Partito Popolare Europeo. A
poco più di un mese dalle elezioni ungheresi, però, l’uomo forte di Budapest sa
che molto probabilmente quelli che sta vivendo sono i suoi ultimi giorni alla
guida del Paese e che le chiavi di quell’ufficio dovrà cederle al suo ex braccio
destro in Fidesz e oggi principale avversario politico, Péter Magyar. Gli ultimi
sondaggi dell’istituto demoscopico Median, in vista del voto del 12 aprile, lo
danno 20 punti percentuali in svantaggio anche se il leader magiaro proverà in
ogni modo a ribaltare una situazione che appare ormai compromessa. Con l’Ue che
guarda interessata: l’addio di Orbán toglierebbe dal tavolo dei 27 il più
influente esponente del nuovo nazionalismo europeo.
MASSIMA ATTENZIONE IN UE
La fine dell’epoca Orbán, se le elezioni lo vedranno sconfitto, avrà
ripercussioni su un Paese, l’Ungheria, che si risveglierà da una stagione
politica durata 16 anni. Ma anche in Unione europea l’attenzione è massima. Il
suo governo è uno di quelli che più di tutti è finito sotto accusa per la
violazione dei principi fondanti dell’Ue, costringendo le istituzioni ad
attivare, in alcuni casi, la clausola di sospensione che ne ha limitato i poteri
in sede di Coniglio Ue. E anche in questi giorni, con l’Ungheria è iniziato un
nuovo scontro sul nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, il ventesimo, e
soprattutto sul blocco del prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Dopo il
danneggiamento dell’oleodotto Druzhba che trasporta petrolio russo fondamentale
per la sopravvivenza energetica dell’Ungheria, il premier ha deciso, insieme
all’alleato slovacco Robert Fico, di sospendere il prestito a Kiev fino a quando
questa non si sarà occupata di riparare le pipeline. L’Ue, che ha promesso quei
soldi a Volodymyr Zelensky per continuare a resistere alle pressioni di Mosca,
deve trovare un modo di convincere (o costringere) il leader magiaro a
rispettare gli accordi presi, senza però cedere a forzature che possano
rilanciare l’antieuropeismo di Orbán, offrendogli così un vantaggio elettorale.
È questa la principale preoccupazione a Bruxelles: non dare appigli a un leader
sul finire della sua avventura.
Quest’ultima mossa del premier dimostra che la sua strategia elettorale rimane
sempre la stessa: estremizzare il dibattito. “Il tempo per un recupero appare
molto ridotto – spiega a Ilfattoquotidiano.it Serena Giusti, ricercatrice
esperta di Russia ed Europa dell’Est per Ispi – Venti punti sono tanti. Ma se
una possibilità esiste, Orbán la inseguirà estremizzando il dibattito su temi
importanti e sentiti come il supporto all’Ucraina. Il suo avversario politico
non ha queste posizioni estreme, quindi a lui non resta che cercare consenso tra
i più radicali nel Paese. Un altro tema che potrebbe sfruttare, collegato anche
al dossier ucraino, è proprio quello del costo dell’energia. Perdere le
forniture russe nel caso di un allineamento alle politiche europee farebbe
aumentare i prezzi e su questo Orbán, che ha sempre salvaguardato il canale
diretto con Mosca, tenterà di riguadagnare terreno. Ma non credo basterà”.
IL POTERE LOGORA ANCHE L’UOMO FORTE
Non basterà, spiega la professoressa, perché 16 anni sono lunghi ed è
impossibile giustificare le mancate riforme per risolvere i problemi interni.
“Sono molte le cose che gli vengono contestate – aggiunge Giusti – L’economia è
in stagnazione e mettere a rischio le entrate a causa della vicinanza alla
Russia, in un Paese che per motivi anche storici non si sente vicino a Mosca,
non gli fa certo una buona pubblicità. Lo stesso vale per la decisione di
partecipare al Board of Peace per Gaza mostrando sottomissione anche al volere
di Donald Trump. C’è poi la corruzione sempre più diffusa nel Paese, oltre ad
alcuni scandali che hanno coinvolto politicamente anche l’esecutivo, come quello
sugli abusi sui bambini in un orfanotrofio statale di Budapest. Ecco, fino a
quando le cose vanno bene, la popolazione riesce a digerire anche riforme
illiberali come quelle contro le ong, i media e i giudici, ma quando i problemi
iniziano ad accumularsi, allora un leader come Orbán paga per le sue politiche
liberticide“.
Inoltre, per la prima volta da molti anni, l’alternativa non fa paura. Magyar
non è un estremista, ma un conservatore proprio come Orbán che ha militato in
Fidesz per circa 20 anni e che vuole ripartire dai principi cardine del
conservatorismo nazionale ‘ripulito’ dalla svolta estremista del premier:
“Magyar ripartirà dai punti più forti della sua campagna elettorale – spiega
Giusti – Quindi la lotta alla corruzione, una maggiore attenzione ai diritti.
Sa, inoltre, che la situazione economica è complicata e punterà su una nuova
apertura nei confronti di Bruxelles anche al fine di favorire un maggior flusso
di fondi Ue“. Permettere l’adesione dell’Ucraina in Europa, che Orbán vuole
scongiurare, significa però anche spartire la torta dei fondi di coesione
fondamentali per Budapest. “Un cambio di posizione su questo dossier – chiude
Giusti – potrebbe però essere premiato dall’Europa, anche economicamente”.
COSA RESTERÀ DI VISEGRÁD
La possibile fine della stagione di Viktor Orbán alla guida del governo
ungherese segna anche una decisiva riforma del Gruppo di Visegrád rispetto agli
anni scorsi. Il cambio di colore alla guida della Polonia aveva già modificato
l’orientamento dell’alleanza che aveva fatto registrare anche degli scontri. Ma
il partito polacco di estrema destra Diritto e Giustizia rimane una formazione
forte, capace in futuro di tornare alla guida del Paese. L’eventuale fine
dell’era Orbán, invece, lascerebbe le istanze nazionaliste nelle mani della
Slovacchia di Robert Fico e della Croazia di Andrej Babiš. Un ridimensionamento
notevole che rinvigorirà le istanze europeiste e moderate a Bruxelles. Anche
perché, dal 13 aprile, il fronte nazionalista europeo potrebbe perdere quello
che per oltre 15 anni è stato il suo leader di punta.
X: @GianniRosini
L'articolo Elezioni in Ungheria, verso il tramonto dell’era Orbán: lo sfidante
Magyar ha 20 punti di vantaggio. Colpo ai nazionalisti in Ue proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Lo aveva promesso e lo ha fatto. Il premier ungherese, Viktor Orbán, si è di
nuovo messo di traverso in Europa sul ventesimo pacchetto di sanzioni alla
Russia e anche sul prestito da 90 miliardi a Kiev, colpevole di aver danneggiato
l’oleodotto di Druzhba, attraverso il quale Mosca trasportava il greggio verso
l’Ungheria e la Slovacchia. E non è un caso che proprio Budapest e Bratislava
siano i due governi che non hanno permesso, in sede di Consiglio Affari Esteri,
di raggiungere l’unanimità necessaria per sbloccare le iniziative di Bruxelles.
Rischia così di saltare il provvedimento che le istituzioni Ue volevano prendere
nell’ambito del conflitto ucraino proprio in occasione del quarto anniversario
dell’invasione. L’incontro, d’altra parte, era iniziato con un clima di
pessimismo diffuso: “Ci sarà una discussione sul ventesimo pacchetto di
sanzioni, ma penso che oggi non ci saranno progressi in merito”, ha detto l’Alta
rappresentante Ue, Kaja Kallas, al suo arrivo alla riunione. “Le dichiarazioni
nette dell’Ungheria indicano che non cambieranno la loro posizione sulle
sanzioni oggi”, ha poi concluso.
L’Unione europea si affida così all’azione della presidente della Commissione,
Ursula von der Leyen, e del presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, dalla
capitale ucraina: “So che il presidente Costa e la presidente von der Leyen
saranno entrambi a Kiev domani e solleveranno sicuramente la questione con il
primo ministro Orbán perché non è proprio in linea con la sincera cooperazione
che abbiamo nei trattati”. Kallas tocca poi uno dei punti che stanno dietro alla
mossa del premier magiaro, da sempre contrario a sanzioni nei confronti di Mosca
ma ancor più motivato dal fatto che ad aprile si terranno nuove elezioni:
“Sappiamo che in Ungheria ci saranno presto le elezioni, ma considerando e
conoscendo la storia dell’Ungheria mi è molto difficile credere che questo possa
portare dei vantaggi. È deplorevole che si faccia ora fare marcia indietro
rispetto a una decisione presa da tutti i Paesi al Consiglio europeo”. La
decisione di Orbán arriva infatti dopo che anche l’Ungheria, ottenendo la
possibilità di non partecipare allo stanziamento di fondi in favore di Kiev,
aveva dato il via libera al prestito da 90 miliardi. Ma il danneggiamento
dell’oleodotto ha fatto tornare il premier su posizioni più intransigenti: “Non
sbloccheremo il prestito fino a quando l’Ucraina non lo avrà ripristinato”.
Da Kiev, però, non sembrano essere preoccupati dalle minacce del capo del
governo ungherese. Droni ucraini hanno compiuto attacchi nella repubblica russa
del Tatarstan provocando un incendio in una stazione di pompaggio del petrolio
del sistema di oleodotti di Transneft che controlla il tratto russo
dell’oleodotto Druzhba.
L'articolo Ungheria e Slovacchia bloccano il ventesimo pacchetto di sanzioni
alla Russia. Kallas: “È deplorevole” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il premier Ungherese, Viktor Orbán, ha pubblicato sul suo profilo Instagram un
momento della prima riunione del Board of peace per Gaza tenutasi ieri. Nel
video si vede il presidente Argentino Javier Milei che canta e si muove sulle
note di “Burning Love” di Elvis Presley insieme allo stesso Orbán e al
presidente della FIFA, Gianni Infantino. Il video diventato virale in pochissimo
tempo ha suscitato polemiche.
L'articolo Al Board of Peace per Gaza Milei, Orban e Infantino cantano e ballano
sulle note di Elvis Presley proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “San Valentino” a scoppio ritardato ma ugualmente intenso quello tra il
segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il primo ministro ungherese Viktor
Orban. Rubio, in visita a Budapest, dice a chiare lettere che Donald Trump è
impegnato per la vittoria di Orban alle prossime elezioni (12 aprile); il
magiaro parla di una nuova “era dell’oro” per i rapporti tra Ungheria e Stati
Uniti e poi rilancia la figura del tycoon come grande statista, specie in
correlazione con la guerra Russia-Ucraina: “Se Donald Trump fosse stato il
presidente degli Stati Uniti questa guerra non sarebbe mai scoppiata. E se lui
non fosse il presidente allora non avremmo avuto nessuna chance di mettere fine
alla guerra con la pace. L’Ungheria è pronta a ospitare un vertice di pace qui a
Budapest, se ce ne sarà uno”.
L’appoggio americano in vista delle elezioni per Orban è importante, dato che
dopo 16 anni il premier potrebbe prendere una batosta da Péter Magyar , leader
del partito di opposizione Tisza, che nei giorni scorsi ha accusato di essere
stato ricattato con un sextape, e agli ungheresi promette: “Bisogna finirla con
la corruzione generalizzata, l’odio, lo stallo economico. Bisogna riprendere la
nostra patria e ricostruire un Paese funzionante e umano, ricondurre l’Ungheria
nell’Europa”. Secondo l’ultimo sondaggio di Medián, a metà gennaio, il partito
Tisza ha aumentato il suo vantaggio su Fidesz-KDNP di 12 punti.
Già a sentire Ungheria nell’Europa l’amministrazione Trump si dimena, e così
arriva Rubio a dare rassicurazioni a Orban: “Posso dire con sicurezza che il
presidente Trump è profondamente impegnato per il suo successo – ha detto il
segretario di Stato durante la conferenza stampa a Budapest – perché il suo
successo è anche il nostro successo, perché questa relazione che noi abbiamo qui
in Europa centrale grazie a lei è così vitale per i nostri interessi nazionali”.
Rubio aggiunge: “Non credo che sia un mistero e non dovrebbe essere un mistero
quello che il presidente pensa di lei, come avete interagito durante il suo
primo mandato e come la relazione sia cresciuta ancora nel secondo. Le relazioni
tra Stati Uniti e Ungheria sono più strette di quanto si possa immaginare che
siano e non solo in senso retorico, ma sono strette nell’azione e nelle cose che
effettivamente succedono”.
Insomma, Orban può dormire sonni tranquilli perchè su di lui veglia l’amico
americano: “Se voi fronteggiate un problema finanziario, un impedimento nella
crescita, una minaccia alla stabilità del Paese, so che il presidente Trump
sarebbe molto interessato per la vostra relazione e per l’importanza di questo
Paese per noi”.
Il premier magiaro non è da meno: “Non ricordo, nonostante sia impegnato in
politica da circa 30 anni, quando è stata l’ultima volta che i rapporti tra le
due nazioni sono stati così elevati, così equilibrati e così amichevoli; quindi
i miei più sentiti ringraziamenti vanno al Presidente Trump”. Per Orban il
segreto di questa alleanza sta nella “franchezza”.
“Giochiamo a carte scoperte, la nostra partnership si basa sulla franchezza. Se
qualcosa non ci piace, lo diciamo e gli americani fanno lo stesso. Da quando
Trump è diventato presidente, non abbiamo avuto conflitti in nessun ambito.
Sosteniamo la franchezza, ed è proprio per questo che siamo un partner
affidabile. E il presidente Trump non usa mezzi termini allo stesso modo, non ci
sono tabù tra noi, e questo vale anche per la Cina”.
In base a questa “franchezza” è necessario ricordare che gli Stati Uniti hanno
concesso all’Ungheria – durante la visita di Orban a Trump lo scorso novembre –
una esenzione di un anno proteggendola dalle sanzioni per quei paesi che
commerciano e usufruiscono di petrolio russo: “È nel nostro interesse nazionale,
specialmente fino a quando lei sarà il primo ministro e il leader di questo
Paese”.
Dall’Unione arriva il commento della portavoce della Commissione Europea, Paula
Pinho: “Spetta al governo degli Stati Uniti d’America scegliere” se sostenere
dei candidati alle elezioni politiche in altri Paesi. L’Unione Europea ha “un
approccio diverso: non abbiamo l’abitudine di sostenere candidati durante le
campagne elettorali”.
L'articolo Rubio in Ungheria assicura a Orban l’appoggio di Trump alle elezioni.
Il premier: “Tra noi una nuova età dell’oro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Péter Magyar, principale sfidante del premier ungherese Viktor Orbán alle
prossime elezioni parlamentari del 12 aprile, ha dichiarato di credere che
alcuni esponenti filogovernativi stiano pianificando di pubblicare un filmato
che lo vede in “una situazione intima” con un’ex compagna allo scopo di
screditarlo in vista delle urne. “Da tempo ricattano e minacciano con
registrazioni video e diffamazioni, e sembra che in occasione dell’anniversario
daranno il via a una campagna di tipo russo, finora ritenuta impensabile”, ha
scritto su X Magyar, capo del partito di centro-destra Tisza ed ex alleato di
Orbán.
“Oggi (ieri, ndr) hanno inviato a molti giornalisti un link che mostra una
stanza ripresa da una telecamera. Immagino che abbiano intenzione di rendere
pubblica una registrazione, forse falsificata, realizzata con strumenti dei
servizi segreti, in cui si vedono me e la mia allora fidanzata in un momento di
intimità”, prosegue. “Sì, sono un uomo di 45 anni e ho una vita sessuale. Con
una partner adulta. Ho tre figli minorenni, che ovviamente non interessano a
questo potere ‘amico della famiglia’”, continua Magyar, “ma è bene che tutti
sappiano che né finora né d’ora in poi cederò a nessun ricatto”.
“Cari vigliacchi di Fidesz (il partito di Orbán, ndr), tirate fuori tutto quello
che volete, falsificate a vostro piacimento, io non cederò né al ricatto né alle
minacce”, conclude il post, “né alla mafia politico-economica ungherese, né ai
membri della rete internazionale che la sostiene. L’Ungheria non è in vendita,
non c’è prezzo per cui tradirei i miei connazionali”.
La notizia è apparsa sul sito vadhajtasok.hu, collegato al partito del premier.
“Il nostro portale ha appreso che qualcuno ha lanciato il dominio radnaimark.hu
e che una stanza è attualmente piena di lenzuola spiegazzate“, si legge
nell’articolo in cui compare anche un link che porta a una pagina in cui c’è
solo la foto di una stanza da letto ripresa dall’alto. “Si vocifera da tempo –
continua l’articolo – che Peter avesse una cotta per Mark, ma tra loro c’era
anche una donna“. Il “Mark” in questione sarebbe Márk Radnai, vicepresidente di
Tisza, il quale ieri ha dichiarato al sito 444.hu di aver sentito parlare di
tentativi di collegarlo a una relazione omosessuale., spiegando che
l’affermazione è infondata. “Aspettiamo i dettagli, vi informeremo sui nuovi
contenuti non appena la pagina radnaimark.hu sarà aggiornata”, conclude
l’articolo di vadhajtasok.hu.
L'articolo Ungheria, il capo dell’opposizione Péter Magyar: “Orbán farà
pubblicare un mio video intimo per ricattarmi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il tribunale di Budapest ha condannato a 8 anni di carcere l’attivista tedesca
Maja T. per il suo coinvolgimento, come membro di un’associazione criminale
definita Hammerbande (la banda del martello), in alcune aggressioni ai danni di
membri della scena neonazista ungherese. L’accusa alla 25enne, che si definisce
non binaria, era di tentata lesione personale grave e partecipazione a
un’associazione criminale. Tra il 9 e l’11 febbraio 2023, una ventina di
presunti militanti di estrema sinistra, tra cui Maja T., avrebbe aggredito
persone che avevano preso parte al cosiddetto Giorno dell’Onore, un raduno
annuale commemorativo delle SS tollerato dalle autorità locali. L’attacco
sarebbe stato sferrato in cinque punti di Budapest con l’uso di martelli in
gomma, telescopi e spray al peperoncino. Il bilancio era stato di 9 feriti,
alcuni dei quali avevano riportato ferite gravi. Nello stesso contesto era stata
arrestata l’italiana Ilaria Salis, poi eletta al Parlamento europeo e quindi
coperta dall’immunità.
La procura aveva chiesto 24 anni di carcere per la cittadina tedesca, ma la
difesa aveva respinto le accuse e contestato l’impianto probatorio, ritenuto
carente e problematico. L’impianto accusatorio ruoterebbe attorno a immagini
dell’imputata sullo stesso autobus di una successiva vittima. Il ruolo di Maja
T., secondo l’accusa, si è limitato a un’attività di ricognizione sulle persone
poi aggredite.
Maja T. era stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e estradata in Ungheria
nel giugno 2024. La Corte Costituzionale tedesca aveva giudicato successivamente
illegittima l’estradizione. Politici di Linke, Verdi e Spd avevano chiesto il
suo ritorno in Germania. Per queste ragioni la difesa aveva definito illegittima
l’estradizione anche alla luce delle condizioni di detenzione e della situazione
dello Stato di diritto nel Paese. A ciò si aggiunge il fatto che Maja T. è
appunto non binaria e le politiche ungheresi in materia sono fortemente
repressive. In segno di protesta contro le condizioni carcerarie, Maja T. ha
intrapreso periodi di sciopero della fame, denunciando isolamento,
videosorveglianza continua e infestazioni di insetti. Le autorità ungheresi
respingono tutte le accuse.
Se la difesa presenterà ricorso, Maja T. rimarrà probabilmente in custodia
cautelare in Ungheria. In caso di conferma della condanna, la pena potrebbe
essere scontata in Germania secondo la legge tedesca e gli accordi
internazionali, previo accordo tra gli Stati coinvolti. Intanto Johann G., il
presunto leader della Hammerbande che avrebbe pianificato gli attacchi a
Budapest, è sotto processo con altri membri del gruppo presso le Corti superiori
di Dresda e Duesseldorf, sia per le violenze ungheresi sia per altri episodi
avvenuti in Germania.
L'articolo Condannata a 8 anni di carcere in Ungheria l’attivista tedesca Maja
T.. Era stata arrestata con Ilaria Salis proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Da che parte sta Giorgia Meloni? Che dubbio ci può essere, sta con questa
manica di mostri. Sembra l’Asse 2.0“. Così a Otto e mezzo (La7) Tomaso
Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, commenta il video di
endorsement dell’ultradestra internazionale per il presidente ungherese Orban in
vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026. Si tratta di un
video promozionale/elettorale pubblicato da Orbán (e dalla sua formazione
Fidesz) sui social, una sorta di “spot corale” di circa 2 minuti in cui vari
leader internazionali di estrema destra esprimono supporto al premier ungherese
e ai suoi valori politici. Tra le principali figure che compaiono nel filmato
spiccano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Benjamin Netanyahu, Marine Le Pen,
Alice Weidel (co-leader di AfD), Javier Milei, il serbo Aleksandar Vučić, il
ceco Andrej Babiš e lo spagnolo Santiago Abascal, leader di Vox.
Montanari spiega: “Del resto, lo sappiamo da molto tempo: alla fine del 2023,
Tommaso Foti, ministro e capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, concluse
il suo intervento sulla manovra finanziaria dicendo “Il domani appartiene a
noi”. Questo slogan è l’inno di Azione Giovani ed è la canzone di un musical
americano cabaret, ma in quel musical è cantata da un nazista. Tra l’altro, è
stata tradotta in italiano accentuando le parti fasciste, come quelle contro gli
ebrei. Questa canzone è diventata l’inno di tantissime forze neofasciste e
neonaziste”.
E aggiunge: “Ricordate il norvegese Breivik che nel luglio del 2011 ammazzò
quasi 80 persone? Diffuse quella canzone prima di fare quella strage. Canzone
che è stata citata nel nostro Parlamento da uno che fa il ministro”.
Lo storico dell’arte poi si appella alla coscienza di tutti: “Quand’è che
apriremo gli occhi? Questi fanno parte stabilmente di una Internazionale in cui
ci sono fascisti, nazisti, criminali. Basta leggere i loro testi. Basta vedere
chi frequentano. È tutto alla luce del sole. Questo video fa impressione perché
sono tutti insieme – conclude – C’è pure Netanyahu, che ha un mandato di cattura
internazionale per crimini spaventosi a Gaza. Lo abbiamo sotto gli occhi. C’è
una Internazionale nera, come c’era negli anni 20 del ‘900. A un certo punto,
dovremmo svegliarci prima che sia tardi.”
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un’Internazionale nera, proprio come negli anni ’20” proviene da Il Fatto
Quotidiano.