Il tribunale di Budapest ha condannato a 8 anni di carcere l’attivista tedesca
Maja T. per il suo coinvolgimento, come membro di un’associazione criminale
definita Hammerbande (la banda del martello), in alcune aggressioni ai danni di
membri della scena neonazista ungherese. L’accusa alla 25enne, che si definisce
non binaria, era di tentata lesione personale grave e partecipazione a
un’associazione criminale. Tra il 9 e l’11 febbraio 2023, una ventina di
presunti militanti di estrema sinistra, tra cui Maja T., avrebbe aggredito
persone che avevano preso parte al cosiddetto Giorno dell’Onore, un raduno
annuale commemorativo delle SS tollerato dalle autorità locali. L’attacco
sarebbe stato sferrato in cinque punti di Budapest con l’uso di martelli in
gomma, telescopi e spray al peperoncino. Il bilancio era stato di 9 feriti,
alcuni dei quali avevano riportato ferite gravi. Nello stesso contesto era stata
arrestata l’italiana Ilaria Salis, poi eletta al Parlamento europeo e quindi
coperta dall’immunità.
La procura aveva chiesto 24 anni di carcere per la cittadina tedesca, ma la
difesa aveva respinto le accuse e contestato l’impianto probatorio, ritenuto
carente e problematico. L’impianto accusatorio ruoterebbe attorno a immagini
dell’imputata sullo stesso autobus di una successiva vittima. Il ruolo di Maja
T., secondo l’accusa, si è limitato a un’attività di ricognizione sulle persone
poi aggredite.
Maja T. era stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e estradata in Ungheria
nel giugno 2024. La Corte Costituzionale tedesca aveva giudicato successivamente
illegittima l’estradizione. Politici di Linke, Verdi e Spd avevano chiesto il
suo ritorno in Germania. Per queste ragioni la difesa aveva definito illegittima
l’estradizione anche alla luce delle condizioni di detenzione e della situazione
dello Stato di diritto nel Paese. A ciò si aggiunge il fatto che Maja T. è
appunto non binaria e le politiche ungheresi in materia sono fortemente
repressive. In segno di protesta contro le condizioni carcerarie, Maja T. ha
intrapreso periodi di sciopero della fame, denunciando isolamento,
videosorveglianza continua e infestazioni di insetti. Le autorità ungheresi
respingono tutte le accuse.
Se la difesa presenterà ricorso, Maja T. rimarrà probabilmente in custodia
cautelare in Ungheria. In caso di conferma della condanna, la pena potrebbe
essere scontata in Germania secondo la legge tedesca e gli accordi
internazionali, previo accordo tra gli Stati coinvolti. Intanto Johann G., il
presunto leader della Hammerbande che avrebbe pianificato gli attacchi a
Budapest, è sotto processo con altri membri del gruppo presso le Corti superiori
di Dresda e Duesseldorf, sia per le violenze ungheresi sia per altri episodi
avvenuti in Germania.
L'articolo Condannata a 8 anni di carcere in Ungheria l’attivista tedesca Maja
T.. Era stata arrestata con Ilaria Salis proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Da che parte sta Giorgia Meloni? Che dubbio ci può essere, sta con questa
manica di mostri. Sembra l’Asse 2.0“. Così a Otto e mezzo (La7) Tomaso
Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, commenta il video di
endorsement dell’ultradestra internazionale per il presidente ungherese Orban in
vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026. Si tratta di un
video promozionale/elettorale pubblicato da Orbán (e dalla sua formazione
Fidesz) sui social, una sorta di “spot corale” di circa 2 minuti in cui vari
leader internazionali di estrema destra esprimono supporto al premier ungherese
e ai suoi valori politici. Tra le principali figure che compaiono nel filmato
spiccano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Benjamin Netanyahu, Marine Le Pen,
Alice Weidel (co-leader di AfD), Javier Milei, il serbo Aleksandar Vučić, il
ceco Andrej Babiš e lo spagnolo Santiago Abascal, leader di Vox.
Montanari spiega: “Del resto, lo sappiamo da molto tempo: alla fine del 2023,
Tommaso Foti, ministro e capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, concluse
il suo intervento sulla manovra finanziaria dicendo “Il domani appartiene a
noi”. Questo slogan è l’inno di Azione Giovani ed è la canzone di un musical
americano cabaret, ma in quel musical è cantata da un nazista. Tra l’altro, è
stata tradotta in italiano accentuando le parti fasciste, come quelle contro gli
ebrei. Questa canzone è diventata l’inno di tantissime forze neofasciste e
neonaziste”.
E aggiunge: “Ricordate il norvegese Breivik che nel luglio del 2011 ammazzò
quasi 80 persone? Diffuse quella canzone prima di fare quella strage. Canzone
che è stata citata nel nostro Parlamento da uno che fa il ministro”.
Lo storico dell’arte poi si appella alla coscienza di tutti: “Quand’è che
apriremo gli occhi? Questi fanno parte stabilmente di una Internazionale in cui
ci sono fascisti, nazisti, criminali. Basta leggere i loro testi. Basta vedere
chi frequentano. È tutto alla luce del sole. Questo video fa impressione perché
sono tutti insieme – conclude – C’è pure Netanyahu, che ha un mandato di cattura
internazionale per crimini spaventosi a Gaza. Lo abbiamo sotto gli occhi. C’è
una Internazionale nera, come c’era negli anni 20 del ‘900. A un certo punto,
dovremmo svegliarci prima che sia tardi.”
L'articolo Montanari a La7: “Meloni sta con una manica di mostri. C’è
un’Internazionale nera, proprio come negli anni ’20” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Viktor Orbán apre la campagna elettorale in vista del voto di aprile in Ungheria
e sfoggia una parata di sostegni internazionali. In un messaggio su X, il
premier magiaro ringrazia i leader che compaiono in un video a suo sostegno. Tra
loro, anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che affidano al filmato il loro
incoraggiamento. “Insieme difendiamo un’Europa che rispetta la sovranità
nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose. Dio vi
benedica tutti”, è il saluto della premier.
“Se vuoi la pace, vota Fidesz. E avanti tutta, verso la vittoria”, esorta invece
il ministro leghista, alleato di Orban all’Europarlamento nel gruppo dei
Patrioti. Nel video sfilano anche Marine Le Pen, la leader dell’AfD
Alice Weidel, il capo di Vox Santiago Abascal, il premier israeliano Benjamin
Netanyahu e il presidente argentino Javier Milei
L'articolo Da Meloni a Salvini fino a Netanyahu e Milei: i leader dell’estrema
destra nello spot a sostegno di Orbán proviene da Il Fatto Quotidiano.
Migliaia di persone sono scese in piazza a Bratislava ed in altre otto città
della Slovacchia per difendere lo stato di diritto e contestare alcuni
provvedimenti legislativi voluti dall’esecutivo guidato dal premier Robert Fico.
Il governo ha infatti deciso di smantellare l’agenzia che si occupa della
protezione di chi denuncia irregolarità sul luogo di lavoro sostituendola con un
organismo nominato dall’esecutivo e di cambiare le modalità di approccio nei
confronti dei testimoni chiave nei procedimenti giudiziari. Michail Simecka,
leader del partito di opposizione Slovacchia Progressista, ha dichiarato durante
un comizio, come riportato da Al Jazeera, che “loro (il governo) hanno
utilizzato una motosega contro lo Stato di diritto” e che “la Slovacchia è
l’unico Paese in cui l’esecutivo vara leggi per rendere la vita più facile ai
criminali e alla mafia”. La Corte Costituzionale, interpellata da 63
parlamentari, ha momentaneamente sospeso la validità della legge che smantella
l’agenzia in attesa di esprimersi sul merito del provvedimento. Le
organizzazioni non governative slovacche avevano definito la legge come un
tentativo di mettere la museruola a chi critica la corruzione presente nel
Paese. La Corte Costituzionale ha inoltre cassato un provvedimento, varato lo
scorso aprile e definito dai critici come un tentativo di avvicinare la
Slovacchia alla sfera d’influenza della Russia, che costringeva la ONG a
rivelare chi sono i propri donatori e l’identità dei propri membri.
Il governo slovacco è oggetto di contestazioni sin dalla sua elezione
nell’ottobre 2023 e la contrapposizione con la società civile ed i partiti di
opposizione è sempre più forte. L’esecutivo è formato dal partito
Direzione-Socialdemocrazia, populista e con a capo il premier Fico, da
Voce-Socialdemocrazia, progressista e dal Partito Nazionale Slovacco,
espressione della destra radicale. Il timore di alcuni è che il premier punti a
replicare in Slovacchia il modello della democrazia illiberale voluto da Viktor
Orbàn nella vicina Ungheria. Fico, che ha già ricoperto per quattro volte il
ruolo di premier, è entrato rotta di collisione con le istituzioni dell’Unione
Europea a causa delle posizioni neutraliste assunte nell’ambito del conflitto in
Ucraina, del riavvicinamento alla Russia di Vladimir Putin e
dell’implementazione di una norma che dà preminenza alle leggi slovacche
rispetto ad alcuni provvedimenti comunitari. In sede decisionale, a Bruxelles,
Slovacchia ed Ungheria tendono ad assumere posizioni comuni in materia di lotta
all’immigrazione, politica estera e più in generale contestano l’operato delle
istituzioni comunitarie. La linea di politica estera assunta da Fico è molto
diversa da quella del precedente esecutivo slovacco, conservatore ed europeista,
che a più riprese si era schierato per l’invio di aiuti militari all’Ucraina ed
aveva condannato l’invasione russa. Le opposizioni e la società civile chiedono
una maggiore vicinanza alle posizioni di Bruxelles e non intendono cedere sul
tema dell’integrazione europea.
La linea d’azione del governo nei confronti della stampa è stata oggetto di
contestazioni significative ed ha suscitato preoccupazioni nel Paese.
Nell’aprile 2024 l’esecutivo ha assunto il controllo dell’emittente pubblica
radiotelevisiva slovacca in quella che, ad oggi, è probabilmente la riforma più
controversa intrapresa negli ultimi due anni. La piattaforma radio-televisiva
era nota per le inchieste giornalistiche, era molto stimata dalla popolazione ed
aveva reso noti alcuni scandali che coinvolgevano lo stesso Fico e lo legavano
ad alcuni oligarchi e criminali. Il premier aveva definito l’emittente come un
nemico pubblico, una traditrice degli interessi del popolo ed al servizio delle
élite. Le massicce dimostrazioni popolari in difesa della libertà di stampa,
unite alla contrarietà al provvedimento manifestata dalle opposizioni e dal
Presidente della Repubblica, non hanno impedito alla riforma di entrare in
vigore. Nel 2024 i giornalisti dell’importante tv privata Markìza hanno espresso
preoccupazione perché i nuovi vertici del canale hanno scoraggiato la
pubblicazione di servizi politici e le critiche nei confronti del governo Fico.
I limiti imposti alla stampa ed ai media hanno spinto l’International Press
Institute, un network globale che riunisce direttori e giornalisti, a lanciare
un grido d’allarme per evidenziare la costante erosione della libertà di stampa
ed a chiedere all’Unione Europea di intraprendere azioni urgenti contro
Bratislava.
L'articolo Slovacchia in piazza per difendere lo stato di diritto dalle leggi
del premier Fico, che vuole fare come Orban in Ungheria proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non tutti in Europa hanno deciso di partecipare al prestito europeo da 90
miliardi di euro a favore dell’Ucraina. A rimanerne fuori sono Ungheria,
Repubblica Ceca e Slovacchia. “Abbiamo sopportato una notte lunga e difficile.
Siamo riusciti a scongiurare il rischio immediato di una guerra – ha dichiarato
il premier ungherese Viktor Orban, che rivendica il successo della sua
trattativa a Bruxelles sfociata nell’accordo sul prestito senza metter mano agli
asset russi immobilizzati, che ha concesso un opt out, un’esenzione dei tre
Paesi dell’Est -. Non abbiamo permesso all’Europa di dichiarare guerra alla
Russia utilizzando asset russi. Questo piano avrebbe trascinato l’Europa in
guerra e imposto un onere finanziario di mille miliardi di fiorini all’Ungheria.
Siamo riusciti a proteggere le famiglie ungheresi da questo. Allo stesso tempo,
24 Stati membri hanno deciso di concedere un prestito di guerra all’Ucraina per
i prossimi due anni. Se l’Ucraina non sarà in grado di rimborsare il prestito,
quei Paesi europei dovranno provvedere al rimborso”.
Poi ha sottolineato che fortunatamente “la cooperazione V3 (ossia del gruppo dei
paesi Visegrad con l’assenza della Polonia, ndr) è di nuovo attiva: Ungheria,
Slovacchia e Repubblica Ceca hanno deciso di non salire su quel treno. Così
facendo, abbiamo risparmiato ai nostri figli e nipoti il peso di questo ingente
prestito di 90 miliardi di euro. La quota ungherese del prestito di guerra
sarebbe stata di oltre 400 miliardi di fiorini”. E continua: “La cattiva notizia
è che i preparativi per la guerra continuano chiaramente a Bruxelles. L’Ungheria
rimane la voce della pace in Europa e non permetterà che il denaro dei
contribuenti ungheresi venga utilizzato per finanziare l’Ucraina” aggiunge
ancora il leader ungherese, che tocca la questione anche in chiave interna con
un riferimento implicito al partito d’opposizione Tisza in vista delle elezioni
di aprile. “Solo un governo di patrioti – dice – può garantire la pace e
assicurare che i fondi ungheresi non vengano inviati all’Ucraina. Se in Ungheria
ci fosse un governo brussellese, spingerebbe l’Ungheria alla guerra e
spenderebbe fino all’ultimo centesimo per sostenere l’Ucraina. Non possiamo e
non permetteremo che ciò accada!”.
L'articolo Prestito Ucraina: Ungheria, Slovenia e Repubblica Ceca si tirano
fuori. Orban: “Scongiurato rischio di una guerra con Mosca” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Per la seconda volta dall’anno scorso, il primo ministro ungherese Viktor Orbán
ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin al Cremlino, un ulteriore
affronto agli sforzi per isolare Mosca messi in campo dal resto dell’Unione
europea, soprattutto perché il presidente russo ha accettato la proposta di
Orbán di incontrare gli Stati Uniti a Budapest per discutere della guerra in
Ucraina. La mossa dell’ungherese ha suscitato aspre critiche, con il cancelliere
tedesco Friedrich Merz che ha criticato duramente il viaggio a Mosca – “Non
gioca con la nazionale europea da un po’ di tempo e la visita rientra in questo
contesto” -, lamentando che sia avvenuto senza consultare gli alleati di
Bruxelles.
Il vertice ha avuto innanzitutto l’obiettivo di assicurare la continuità
dell’approvvigionamento energetico ungherese a prezzi contenuti. L’Ungheria è
uno dei pochi Paesi Ue che continua a importare consistenti quantità di
combustibili fossili russi e il premier magiaro ha sempre osteggiato i piani
dell’Unione per eliminare del tutto la dipendenza energetica entro il 2027.
Orbán continua a sostenere che le importazioni energetiche russe siano
indispensabili per l’economia nazionale e, nonostante le critiche, che un rapido
passaggio a fonti alternative provocherebbe un collasso economico immediato. Il
faccia a faccia con Putin, tra l’altro, è avvenuto subito dopo che l’Ungheria ha
ottenuto l’esenzione dalle sanzioni statunitensi imposte dall’amministrazione
Trump contro le compagnie energetiche russe Lukoil e Rosneft. “Ora abbiamo
bisogno solo di petrolio e gas, che possiamo acquistare dai russi”, aveva
dichiarato Orbán precisando che il viaggio a Mosca serviva proprio a garantire
forniture a prezzi accessibili per l’inverno in corso e il prossimo anno.
Palpabile la soddisfazione di Putin, che ha esaltato la cooperazione mantenuta
dall’Ungheria nonostante le “pressioni esterne” e ribadendo che la Russia
continuerà a garantire l’approvvigionamento energetico dell’Ungheria, ora e in
futuro. Consapevole che la sua posizione è un problema per i partner Nato e Ue,
Orbán ha poi rinnovato la proposta di ospitare a Budapest i futuri negoziati tra
Russia, Stati Uniti e Ucraina. Putin ha accolto l’opportunità ringraziando e
sottolineando la “posizione equilibrata dell’Ungheria sulla questione ucraina”.
Lo sviluppo diplomatico si colloca ovviamente nel contesto del piano di pace in
28 punti proposto dagli Stati Uniti e criticato perché avrebbe assecondato gli
interessi russi. L’offerta di Orbán mette ancora più in difficoltà l’Ue che
invoca unità mentre un premier europeo dimostra che il fronte unito contro Mosca
è tutt’altro che compatto. Risultato di “pragmatismo”, ha detto Putin, ribadendo
che la relazione tra Russia e Ungheria “è stabile e continua a svilupparsi
nonostante tutte le difficoltà”.
L'articolo Orban a Mosca, Putin apre al vertice Usa-Russia a Budapest. Merz: “Il
premier ungherese non gioca nella nazionale Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.