I siti culturali più importanti al mondo si trovano nel Mezzogiorno, eppure i
meridionali hanno deciso di rinunziare ai frutti di questo patrimonio,
ignorandone il vero business: quello dei servizi aggiuntivi dei musei e delle
aree archeologiche statali (biglietteria, visite, bookshop, caffetteria etc).
Dovete sapere che nel ’93 la Legge Ronchey aprì ai privati il mercato di questi
servizi, inaugurando un regime oligopolistico dominato da appena otto società,
prevalentemente settentrionali, che gestiscono (spesso in regime di proroga
perpetua) oltre il 90% dei servizi museali. Parliamo di fatturati miliardari! Le
cifre, aggiornate al 2024, si annidano nelle tabelle pubblicate dall’Ufficio
Statistica del Ministero della Cultura. Vi porto l’esempio di Pompei: in un
anno, la società che gestisce la vendita di gadget e libri ha incassato 1,4
milioni ma ha erogato alla soprintendenza appena 118mila euro.
Dovete sapere che questa quota, definita all’interno della convenzione di
concessione, dovrebbe essere usata per valorizzare il sito culturale. Quindi,
più basso è l’importo riconosciuto alla soprintendenza, più esigua è la
dotazione che rimane sul territorio. Vediamo gli altri servizi aggiuntivi: la
caffetteria ha incassato 1,9 milioni, a fronte di appena 11mila euro erogati
alla soprintendenza. Dalle prevendite, gli introiti ammontano a 36mila euro, con
poco più di mille euro riconosciuti alla soprintendenza. E sul fronte
ristorazione? Sono stati battuti scontrini per 9.700 euro mentre la
soprintendenza non ha ricevuto nulla! Stesso trend sul fronte delle visite
guidate: sono state registrati appena 4884 clienti in un anno (la media di 13
visite al giorno registrate, abbastanza poche, tra l’altro) che hanno fatto
incassare 22.660 euro, di cui appena 5.438 alla soprintendenza.
La domanda sorge spontanea: quale società gestisce i servizi aggiuntivi
pompeiani? Il Gruppo Opera Laboratori Fiorentini, la stessa presente nella
Reggia di Caserta, tanto per fare un esempio. Facciamo, dunque, un po’ di conti
anche per quest’altro sito: a fronte di 122mila euro incassati dalla vendita di
audioguide, la soprintendenza ha ottenuto circa 18mila euro. L’area bookshop?
131mila euro incassati e 18mila euro erogati alla soprintendenza. La caffetteria
ha battuto scontrini per oltre mezzo milione d’euro ma l’importo erogato alla
soprintendenza si ferma a 65mila euro. Per quanto concerne le prevendite,
invece, a fronte di 36mila euro di incassi, non è stato erogato nulla alla
soprintendenza. Le visite guidate, infine, sono state 48.148 (dieci volte più di
Pompei!), generando un introito di 167mila euro e appena 25mila euro finiti
nelle casse della soprintendenza.
Oltre alle cifre esigue riconosciute al Ministero della Cultura, c’è anche un
altro aspetto da considerare: Opera Laboratori Fiorentini ha sede legale a
Firenze. Quindi, il gettito fiscale maturato dai servizi erogati non rimane al
Sud ma va dritto in Toscana, dove la società ha sede legale. Quindi, le tasse
pagate da questa società per la gestione delle attività svolte (sia chiaro,
lecitamente) in Campania non incrementano le casse della Regione Campania ma
della Toscana, che potrà offrire ai propri cittadini più servizi. Ma allora
perché Pompei non gestisce autonomamente i propri servizi aggiuntivi?
Eppure, il Codice dei Beni Culturali, all’articolo 115, dispone che
l’Amministrazione deve prioritariamente gestire i servizi in proprio, pertanto
l’esternalizzazione degli stessi a società private non deve rappresentare la
regola bensì l’eccezione, percorribile soltanto qualora questa opzione
garantisca un più elevato livello di valorizzazione di tali siti culturali. A
sostenere questa tesi è la sentenza 2259 del 16 marzo 2021 del Consiglio di
Stato, secondo cui nell’ambito della valorizzazione del patrimonio museale, la
gestione diretta da parte dell’amministrazione rappresenta il modello di
riferimento, mentre l’esternalizzazione deve essere considerata l’eccezione.
Che significa tutto questo? Delle tre l’una. O i meridionali dovrebbero spingere
i propri decisori politici ad aggiornare il quadro normativo, prevedendo un
canale privilegiato per l’affidamento dei servizi aggiuntivi a società del
proprio territorio. O si dovrebbe favorire un’internalizzazione dei servizi
aggiuntivi. Oppure, ipotesi più concreta, andrebbero aggiornati i canoni di
concessione e innalzate le tariffe, diminuendo i margini di profitto dei
privati.
L'articolo Servizi aggiuntivi di musei e siti archeologici statali: il business
miliardario che sfugge al Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Musei
Sessant’anni fa il fango dell’alluvione dell’Arno invase Firenze e il Museo
Archeologico Nazionale non fu risparmiato dalla furia dell’acqua con gravi danni
alle sale della sezione del Museo Topografico dell’Etruria. L’acqua e la melma
superarono i due metri di altezza travolgendo il laboratorio di restauro,
l’archivio fotografico e i resti della civiltà etrusca. Adesso, nell’ambito di
tourismA 2026, organizzato dalla rivista Archeologia Viva (Giunti Editore), il
Museo Archeologico presenta in anteprima assoluta al Palazzo dei Congressi di
Firenze la mostra I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a
sessant’anni dall’alluvione di Firenze, visitabile da venerdì 27 a domenica 1°
marzo dalle 9 alle 18 a ingresso gratuito.
La mostra celebra il completamento di un importante intervento conservativo che
ha restituito luminosità e intensità ai colori originari dell’urna di alabastro,
riportando all’antico splendore l’abbraccio senza tempo della coppia di sposi
etruschi scolpita oltre 2400 anni fa. Il restauro, effettuato da Daniela Manna
su progetto scientifico e sotto la supervisione di Barbara Arbeid, Giulia
Basilissi e Mario Iozzo, è stato possibile grazie al sostegno dell’Ufficio
Federale Svizzero della Cultura. L’esposizione negli spazi di tourismA è a cura
di Daniele Federico Maras insieme ad Arbeid e Basilissi, realizzata con il
sostegno dell’Ambasciata di Svizzera in Italia, e allestita dallo studio
Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab che hanno progettato uno
spazio capace di valorizzare l’opera e il racconto del suo recupero.
“L’urna del Bottarone è stato un esperimento ben riuscito di restauro con una
collaborazione a più livelli, collaborazione di professionisti e di risorse
pubbliche e con l’utilizzo di fondi internazionali. Un’eccellenza che
restituisce un messaggio positivo per il futuro del patrimonio culturale a noi
affidato: dalla catastrofe dell’alluvione a una nuova vita per l’urna etrusca e
per il Museo”, afferma Daniele Federico Maras, direttore del Museo Archeologico
Nazionale di Firenze.
Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie,
l’urna è stata scoperta nel 1864 in circostanze sconosciute a Bottarone (o
Butarone), località nei dintorni di Città della Pieve, in provincia di Perugia.
Negli anni ha transitato nella collezione di Giorgio Taccini – come ricorda il
viaggiatore inglese George Dennis – e più tardi acquistata dal collezionista
fiorentino Giuseppe Pacini, per poi arrivare nel 1887 nelle collezioni del Museo
Archeologico Nazionale di Firenze dove è stata conservata con il numero
d’inventario 73577. Il coperchio scolpito rappresenta una coppia di marito e
moglie, un fatto unico nel panorama della scultura funeraria chiusina
dell’epoca, che di regola vede il defunto accompagnato da un demone femminile
con le ali: “Qui la donna è la moglie, è il gesto dello svelamento che ce lo
conferma” sostiene Barbara Arbeid, funzionaria archeologa-curatrice della
Sezione Etrusca evidenziando l’eccezionalità iconografica dell’opera e la forza
espressiva di quell’abbraccio.
Dopo l’alluvione, l’Urna del Bottarone era stata oggetto di un primo intervento
di restauro tra il 1969 e il 1970, diretto da Francesco Nicosia, in una fase
decisiva per la storia della tutela a Firenze. In quegli stessi anni, nei locali
del museo prende forma il Centro di Restauro Archeologico della Toscana: una
struttura dotata di attrezzature all’avanguardia, nata per rispondere in modo
sistematico e scientificamente avanzato ai gravissimi danni subiti dal
patrimonio archeologico.
Dopo questo primo intervento, limitato a ripulire la statua dal fango, le
superfici dell’urna risultavano progressivamente ingrigite e la testa maschile
presentava problemi di stabilità strutturale che hanno reso necessario un nuovo
restauro. Il momento arriva nel 2022, quando il reperto viene selezionato tra i
vincitori del Bando per gli aiuti finanziari destinati al restauro dei beni
culturali mobili, nell’ambito dell’accordo internazionale tra il governo
italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il contributo consente di avviare una
nuova campagna di studio, diagnostica e restauro sull’urna, ma anche di
realizzare un laboratorio di restauro permanente all’interno del museo,
intitolato a Erminia Caudana.
Un risultato che conferma l’eccellenza del Museo Archeologico Nazionale di
Firenze nel campo della conservazione archeologica e un primato che affonda le
proprie radici proprio nella risposta scientifica e organizzativa maturata a
seguito dell’alluvione del 1966. Tra i risultati più significativi ottenuti dal
restauro ci sono l’individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre
e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l’impatto
cromatico originario dell’opera. “Le indagini di imaging hanno dato risultati
entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia,
immaginando l’urna nel suo aspetto originario”, afferma Giulia Basilissi,
funzionaria restauratrice conservatrice del museo.
L’allestimento della mostra – curata dallo studio Deferrari+Modesti con la
collaborazione di neo.lab – è pensato come un dispositivo narrativo sobrio e
immersivo in cui il capolavoro etrusco è testimone materiale di una vicenda
lunga sessant’anni: dalla sopravvivenza nel fango ai primi interventi
post-alluvione, fino al restauro avviato nel 2022 e accompagna così il
visitatore in un percorso essenziale che intreccia memoria collettiva, storia
del Museo e pratica del restauro.
L'articolo Firenze, restaurata l’Urna del Bottarone a 60 anni dall’alluvione: la
nuova vita degli sposi etruschi al Maf proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una frase – “la scultura non è che l’acqua” – che viene attribuita a
Constantin Brancusi, il grande scultore rumeno di cui tra breve ricorrono i 150
anni dalla nascita. Si tratta di poche parole che sintetizzano la sua idea di
arte, di scultura in particolare: semplicemente rivoluzione. E tutto il mondo è
già al lavoro per celebrare il suo genio infinito.
Fin da bambino, dal fiume Bistrita che scorre a Hobita, la sua cittadina natale,
Constantin si divertiva a estrarre grossi sassi, levigati dalle correnti che nel
tempo gli avevano dato forme lisce, perfette, impareggiabili. Fu così che
Brancusi imparò nell’intimo che cos’è la scultura, anche se avrebbe sempre
saputo che la perfezione di quei sassi primordiali non l’avrebbe raggiunta mai.
Dopo i primi studi d’arte a Craiova e all’Accademia di Bucarest, e dopo cinque
anni trascorsi tra Vienna e Monaco di Baviera, a 28 anni decise di lasciare la
Romania e di seguire il proprio destino che l’avrebbe condotto – a piedi! – a
Parigi il 14 luglio 1904, in mezzo ai festeggiamenti nazionali.
È l’inizio della sua carriera artistica. Prima lavorò con Auguste Rodin, poi
visto che “all’ombra delle grandi querce non crescono che arbusti” – come ebbe a
dire allo stesso interessato, Brancusi aprì il suo studio a Impasse Ronsin, una
via senza sfondo nel cuore di Parigi. Fu lì che dichiarò guerra alla scultura
anatomica che imperversava da circa due millenni e mezzo. Era venuto il momento
di archiviare generazioni di scultori che avevano seguito gli insegnamenti di
Fidia il greco e di guardare al futuro tenendo sempre ben presente la lezione
che quei sassi dalle forme umanamente impossibili tratti dal Bistrita gli
avevano insegnato. Da quel momento in poi la scultura non sarebbe stata più la
stessa. A Impasse Ronsin furono in molti a suonare il gong fuori dalla porta e a
chiedere di entrare nello studio di Brancusi: tra di essi anche il poeta Ezra
Pound che nel 1920 definì Brancusi il miglior scultore presente a Parigi.
“Con Brancusi non si ha a che fare con un artista qualunque – dice Massimo
Bertozzi, storico dell’arte esperto di XIX e XX secolo -, bensì con una
leggenda. Brancusi è per la scultura ciò che Picasso è per la pittura del
Novecento. Mi spiego: durante il ‘secolo breve’ la pittura ha dovuto fare i
conti con Picasso, e solo in parte con Matisse; la scultura invece con Brancusi.
C’erano artisti del secolo scorso che ammettevano candidamente di dover
cancellare la forma che lui aveva messo al centro della scultura, così come il
rapporto che lui aveva creato tra i volumi e la luce. Brancusi ha una forte
identità, non solo artistica, ma anche spirituale. E questa è la sua grandezza.
Tant’è che a Parigi hanno ricostruito il suo studio, progettato da Renzo Piano,
con le stesse finestre, la stessa luce, per mettervi dentro le sue opere come se
lui fosse sempre lì”. “Insieme a Henry Moore e ad Alberto Giacometti – aggiunge
Anna Mazzanti, docente di storia d’arte contemporanea, Dipartimento design,
Politecnico di Milano -, Brancusi fu uno dei grandi maestri della scultura
rinnovata del Novecento. Fece fortuna a Parigi e nella ricostruzione del suo
studio parigino si percepisce quanto fosse importante per lui lo spazio, così
come la disposizione delle opere in relazione tra loro e con la luce”.
Dopo qualche anno che si trovava a Parigi, Brancusi strinse amicizia con Amedeo
Modigliani, l’artista livornese alle prese con una smania di innovazione
artistica. “Si frequentarono almeno per una decina di anni – sottolinea Bertozzi
– e fecero amicizia perché in fin dei conti erano due esuli a Parigi, esponenti
di quella colonia di stranieri che operava in riva alla Senna, ma che rimaneva
isolata dall’arte ufficiale. Tant’è che già nel 1913 per la prima volta espone
cinque sue opere a New York. Vivere, lavorare e aver successo a Parigi non era
così facile come può sembrare: in molti ci provavano, ma solo una piccola parte
raggiungeva il successo e non si faceva mettere alla porta dai parigini”.
“Modigliani e Brancusi per certi versi si somigliavano: entrambi riuscivano a
prosciugare le forme vedute a vantaggio di una forte espressività di quelle
essenziali” sottolinea da parte sua Mazzanti. “Ma la loro fu anche un’amicizia
che nasceva da una comunione di temperamenti – continua la sua studiosa – e
l’essenzialità della scultura di Brancusi è tipica di quel momento”. C’è chi
ritiene che l’avvicinamento di Modigliani alla scultura sia stata quanto meno
facilitata dalla conoscenza con Brancusi e dall’ammirazione delle sue opere
antecedenti al loro incontro che è del 1908.
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Brancusi in un ritratto di Edward Steichen (1922)
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"Il bacio" foto di Paolo Monti (1968)
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Ritratto di M.lle Pogany, 1912
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Una mostra sulle opere di Brancusi in Romania
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Una mostra sulle opere di Brancusi in Romania
La rivoluzionaria idea di scultura dell’artista romeno non influenzò solo
Modigliani: si è propagata nel tempo ed è giunta sino a noi. Per esempio ha
folgorato Antonio Signorini, artista pisano che ormai da anni vive tra Londra e
Dubai e non nasconde la sua ammirazione per Brancusi: “Lui rappresenta il
piacere della perfetta levigatura, delle superfici portate alla perfezione,
tutti elementi che rappresentano una nuova lettura della scultura. Dopo di lui
si riparte con un percorso diverso. A me ha preso il cuore, perché adoro la sua
interpretazione della verticalità, della relazione terra-cielo, della geometria
manuale che non è la perfezione robotica. Lui scolpiva innanzi tutto per sé
realizzando opere belle, stupefacenti, spettacolari. Di Brancusi ammiro il
coraggio e il fatto che per molti di noi artisti sia un maestro che ancora ci
indica la strada”.
Comunque sia, già nel 1913, con l’esposizione di cinque opere a New York (e
l’anno successivo con una vera e propria mostra personale nella stessa città)
Brancusi era già una star. Arrivarono poi le grandi commissioni e continuò a
produrre capolavori fino al 1949, fino a Grand coq, la sua ultima opera. Morirà
a Parigi il 16 marzo del 1957.
Da allora chi ha avuto la fortuna di ammirare le sculture di Brancusi – se non
addirittura mostre dedicate al leggendario artista rumeno – non può che esser
rimasto affascinato dai suoi soggetti limitati a persone e animali, con
pochissime eccezioni.
Preferiva i ritratti di donne, come si vede in Mlle. Pogany e Negra Bionda II;
teste di bambini; e uccelli, come Maiastra e Uccello nello Spazio (le due opere
presenti al Museo Guggenheim di Venezia). Nelle sue opere Brancusi “piegò” la
scultura fino alla soglia dell’astrazione, così come altrettanto rivoluzionario
fu l’approccio dell’artista ai piedistalli delle sue sculture: infatti imbottì
il suo studio con oggetti funzionali da lui stesso realizzati, come sgabelli,
caminetti, panche e piedistalli per le sue sculture.
Nel tempo l’artista è stato celebrato in tante esposizioni, come quella dal
titolo Constantin Brancusi Sculpture che tra il luglio 2018 e il febbraio 2019
si tenne al Moma di New York. L’esposizione dimostrò il singolare approccio
dell’artista ai materiali, tra cui bronzo, pietra e legno anche perché furono
esposte 11 sculture dell’artista, per la prima volta tutte insieme, unitamente a
disegni, fotografie e filmati, approfondimenti della sua ricerca scultorea. E da
semplice esposizione, si trasformò in evento.
Oppure come accadde due anni fa al Centre Pompidou di Parigi, quando alla mostra
Brancusi: L’art ne fait que commencer si videro tutte insieme alcune sculture
ovoidali, in vari materiali, realizzate tra il 1920 e il 1930 circa, ognuna con
la propria base originale, ennesima dimostrazione di un’idea di scultura
assolutamente fuori dagli schemi.
E quest’anno in cui si ricordano i 150 anni trascorsi dalla sua nascita, che
cosa accadrà? Intanto un progetto che pare non avere precedenti: patrocinato dal
Ministero della Cultura della Romania, giovedì 19 febbraio, giorno
dell’anniversario di Brancusi, prenderà vita “Brancusi 150”, progetto culturale
(artistico) dedicato esclusivamente all’anniversario della nascita del grande
scultore. L’iniziativa prevede l’organizzazione di una serie di mostre di un
solo giorno che saranno inaugurate simultaneamente il 19 febbraio in 21 paesi di
6 continenti: Africa (Egitto, Eritrea, Etiopia, Senegal), America del Nord
(Canada, Usa), America del Sud (Uruguay), Asia (Cina, India), Europa (Austria,
Bulgaria, Germania, Italia, Lettonia, Polonia, Romania, Serbia, Slovenia,
Svezia, Turchia), Oceania (Nuova Zelanda). Per l’Italia quel giorno dalle 16
alle 18 la “Inter-Art” Foundation Aiud, Romania, in collaborazione con
Fondazione Sormani Prota Giurleo Ets, propone una mostra di grafica rumena
(Corsico, Sala La Pianta, dalle 16 alle 18), dove si potranno ammirare creazioni
artistiche realizzate utilizzando le tradizionali tecniche di incisione di 29
artiste e artisti rumeni contemporanei. Da venerdì 20 febbraio fino al 19
luglio, invece, i Mercati di Traiano-Museo dei Fori Imperiali di Roma ospitano
la mostra Constantin Brâncuși: origini dell’Infinito.
L’evento più atteso sarà la grande mostra che dal 20 marzo al 9 agosto si terrà
alla Neue Nationalgalerie di Berlino, in collaborazione con il Centre Pompidou.
Per l’occasione, davvero irripetibile, si potranno ammirare oltre 150 opere tra
sculture, fotografie, film e materiali d’archivio raramente esposti, ovvero la
prima retrospettiva su larga scala di Brancusi in Germania in oltre
cinquant’anni. Nell’esposizione saranno riunite opere essenziali come Il Bacio,
Uccello nello Spazio, Musa Addormentata e la famosa Colonna Infinita, tra le più
influenti sculture della storia dell’arte, così come per la prima volta fuori
Parigi, sarà esposta anche una ricostruzione parziale del leggendario Studio
Brancusi lasciato in eredità allo Stato francese nel 1957.
L'articolo Constantin Brancusi, il “Picasso della scultura” e la sua rivoluzione
lunga un secolo che continua ancora oggi. Così il mondo celebra il suo genio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oltre 250mila visitatori in 4 mesi, dal 26 settembre al 25 gennaio: sono i
numeri di Beato Angelico, una mostra dei record. Curata da Carl Brandon Strehlke
con Stefano Casciu e Angelo Tartuferi, l’esposizione era allestita a Firenze in
due diverse sedi: oltre a Palazzo Strozzi – “il più bel cubo” del Rinascimento,
non un museo, ma un “contenitore” di lusso di grandi mostre – anche il Museo di
San Marco, nell’omonima piazza, vera e propria casa dell’artista beato, cioè il
luogo dove più alta è la concentrazione delle sue opere, che ha accolto
ulteriori 100mila persone. Com’è stato possibile questo successo?
IL SUPER-SUCCESSO DI PALAZZO STROZZI
E’ stata la mostra più visitata della storia della fondazione Strozzi che
gestisce il Palazzo da vent’anni. In passato, con un’altra gestione, solo
Filippino e Botticelli nel 2004 e Cézanne nel 2007 fecero meglio,
rispettivamente con 320mila e 270mila visitatori.
L’antologica dedicata a Beato Angelico – la prima dopo 70 anni durante i quali
si sono tenute altre mostre dedicate all’Angelico, ma di minore entità – ha
ottenuto un successo straordinario che fa fatica a spiegare perfino Arturo
Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi: “Sapevamo che si
trattava di una mostra straordinaria, per certi versi unica, con tutti quei
prestiti, per cui ci aspettavamo di ripetere il successo della mostra di
Donatello di quattro anni fa. Questa invece è andata oltre, perché Beato
Angelico ha fatto quasi 100mila visitatori in più di Donatello”.
Da cosa è dipeso un simile risultato? “Vogliamo credere che in parte sia dovuto
alla crescita della reputazione di Palazzo Strozzi – sottolinea il dg – però il
dato è così straordinario che pensiamo sia accaduto altro. Riteniamo sia
scattata una sorta di Angelicomania, forse aiutata dal passaparola innescato
dalla stampa, anche quella internazionale che ha risposto in maniera
incredibile. Tutte le grandi testate mondiali, europee e italiane hanno scritto
sulla mostra. Tutti hanno capito che questa mostra offriva l’occasione di vedere
qualcosa di eccezionale una volta nella vita”.
Ma non sarà che avete aumentato la pressione comunicativa e pubblicitaria?
Quanto ha speso la Fondazione Strozzi per promuovere la mostra? “No, non è
aumentata la pressione – afferma Galansino –. Noi investiamo molto in
comunicazione, e anche se le cifre non le diciamo mai, i nostri bilanci sono
pubblicati, c’è massima trasparenza. Però la nostra promozione non è tanto la
pubblicità tradizionale, bensì quella legata ai social media e a ciò che
organizziamo parallelamente alla mostra. Nel 2025 un visitatore su quattro ha
partecipato almeno a un’attività speciale di Palazzo Strozzi. Questo fidelizza
il visitatore e crea buona comunicazione, la gente racconta l’esperienza
particolare che ha vissuto a Palazzo Strozzi e innesca il passaparola. Che è la
prima comunicazione”.
Secondo Galansino è tramontata l’era della pubblicità delle mostre sui giornali,
a tutto vantaggio dei social network. Si calcola che oltre sei milioni e mezzo
di persone sono state raggiunte dai contenuti pubblicati sui canali social della
Fondazione (Facebook, Instagram, TikTok e LinkedIn), mentre sono stati oltre
260mila gli utenti, per un totale di più di 1.185.000 pagine visualizzate, che
hanno visitato il sito Internet www.palazzostrozzi.org, confermando la
straordinaria attrattività della mostra anche nella dimensione digitale come
modalità di approfondimento e condivisione. “Si fa pubblicità anche sui social,
è vero – aggiunge Galansino -, ma si spendono cifre molto basse. Qui conta molto
di più la creatività dei contenuti, anche perché nel caso specifico, comunicare
l’Angelico non era facile. Altri nomi sarebbero stati più commerciali. Qui
invece è emersa la nostra abilità nel far passare verso tutti i tipi di
pubblico, dai più colti a quelli più generalisti o di neofiti, questi contenuti
complessi. Questa è stata la forza della nostra comunicazione”.
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Senza contare che un altro innegabile appeal della mostra è dipeso dalla
possibilità di vedere, tutte insieme, tante opere dell’Angelico provenienti da
un’ottantina di prestatori sparsi in tutto il mondo.
L’“ESPLOSIONE” DI SAN MARCO
Per il Museo di San Marco, la seconda sede ad ospitare la mostra, è stata
un’apoteosi di ingressi: oltre 100mila in quattro mesi. Praticamente il
quadruplo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Eppure il Beato
Angelico, in tutta la sua stupefacente bellezza è sempre stato lì, nel “suo”
museo, pronto a ricevere i visitatori, che tanti non sono mai stati fino al
giorno in cui a Palazzo Strozzi non è iniziata la promozione della mostra, che
ha finito col giovare (e tanto) anche al Museo San Marco, facendolo
letteralmente esplodere di pubblico. “Noi non abbiamo fatto pubblicità al Museo
San Marco – sottolinea Galansino – bensì alla mostra che era in due sedi e per
le quali abbiamo cercato di trovare il migliore equilibrio. E mi auguro che
d’ora in poi le opere dell’Angelico a San Marco possano avere un seguito
maggiore che in passato”. Sui social il museo ha visto aumentare i follower: su
Facebook i contatti sono aumentati del 700 per cento), mentre su Instagram del
1800 per cento. Cifre da capogiro.
Cosa suggeriscono? Comunicare le attività e i contenuti di un luogo d’arte
attraverso diverse forme di informazione – come i media ormai storicizzati
(giornali di carta, radio, tv e le testate web) – e la pubblicità ovunque, o
promuovendoli tramite gli svariati canali social che adottano dei contenuti più
accattivanti e con una cadenza ben diversa, non è solo consigliato, ma
assolutamente necessario se si vogliono ottenere dei risultati. E questo mette
sullo stesso piano musei statali, civici e di Fondazioni, i cui enti gestionali
sono tutti interessati ad aumentare il numero dei biglietti staccati e degli
incassi. Senza la spinta promozionale e di comunicazione della Fondazione
Palazzo Strozzi, il Museo di San Marco non avrebbe mai ottenuto un simile
successo, non avrebbe mai visto formarsi all’esterno delle lunghe code di
pubblico per entrare a vedere gli affreschi del Beato Angelico che ha vissuto la
fine dello stile gotico internazionale e l’alba della pittura rinascimentale. La
comunicazione e la promozione progettata e attuata da professionisti paga. In un
mondo iperconnesso fare e non comunicare è come non fare.
E ora che la mostra è terminata e la spinta promozionale, così come il
passaparola, si sono esauriti, il Museo di San Marco torna a essere il
suggestivo “contenitore” dell’arte dell’Angelico (comprese le opere che
temporaneamente erano in mostra a Palazzo Strozzi), con la speranza che il
pubblico (e i tour operator da cui dipendono le sorti dei grandi numeri) non si
limitino più ad andare a inchinarsi davanti opere custodite nei grandi, rinomati
“museoni” autonomi, ma decidano di fare il pieno di bellezza ammirando la
mistica poesia del colore nelle opere di Beato Angelico, proprio là dove ormai
sono storicizzate, cioè a San Marco. È una speranza. E non solo: sarebbe anche
un buon modo per ridurre la pressione su quei musei perennemente in cima alle
annuali classifiche degli ingressi e degli introiti.
La proficua collaborazione tra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco, tra
breve conoscerà un altro capitolo: un’imperdibile mostra – che resterà dal 14
marzo al 23 agosto – dedicata al grande maestro dell’arte americana Mark Rothko
attraverso una selezione straordinaria di opere, tra cui grandi dipinti mai
esposti in Italia, provenienti da prestigiose collezioni private e musei
internazionali come il MoMA e il Metropolitan Museum di New York, la Tate di
Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.
Rothko a Firenze sarà organizzata in due luoghi particolarmente cari all’artista
in due sezioni satellite: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli
affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana
progettato da Michelangelo. “Rothko è il più grande dei classici dell’arte
moderna – spiega Galansino – ed è l’artista che la gente più ama, in molti si
lasciano emozionare dalle sue opere di fronte alle quali sono frequenti gli
svenimenti del pubblico. Sono opere spirituali e l’artista, come si vedrà nella
mostra, di fatto ha un debito importante con Firenze, in particolare con quel
luogo straordinario che è il Museo di San Marco. Perché in effetti questa idea
di pittura come luogo spirituale gli viene proprio guardando gli affreschi di
Beato Angelico nelle celle di San Marco. Si capirà come questi mostri sacri
della modernità, come Rothko, hanno un debito importante con Firenze e col
Rinascimento. Con questa mostra, e con altre in futuro, intendiamo parlare di
questa eredità nell’arte moderna”. Insomma arte moderna e arte rinascimentale
torneranno prestissimo a “collaborare” – questa volta per Rothko – e chissà se
sarà un nuovo successo. Non solo espositivo, ma anche di promozione.
L'articolo Tutti pazzi per il Beato Angelico a Firenze. I segreti del successo
di una mostra da record proviene da Il Fatto Quotidiano.
[Coautore: Mariano Ferrazzano]
L’Italia è il primo Paese al mondo per il Patrimonio storico, artistico e
culturale. Si stima che ne custodisca tra il 50 e il 70% del totale. Ci siamo
chiesti, quindi, quale sia il rapporto che gli italiani hanno non solo con tale
Patrimonio ma con tutto ciò che è riconducibile oggi al più vasto concetto di
cultura. In sintesi abbiamo analizzato la “Partecipazione culturale” delle
persone di prendere parte ad “attività culturali”, lato senso, come fruitori
diretti.
La “Partecipazione culturale” può considerarsi del resto una valida forma di
“Partecipazione sociale”, con ricadute positive sul benessere dell’individuo e
della collettività sotto diversi punti di vista, non ultimo quello economico.
Come sempre, ci siamo avvalsi dei più recenti dati statistici ufficiali
esaminando il decennio 2015-2024 e, come riferimento anteriore, i dati del 2003.
In evidenza sono stati messi i dati del triennio 2020-2022 condizionati in
negativo dalle limitazioni causate dalla pandemia Covid-19 (lockdown, coprifuoco
notturno, ecc.).
Nel decennio esaminato si devono ricordare due elementi cruciali: si è affermata
e diffusa in tutti i campi la trasformazione digitale con ricadute anche sulla
“Partecipazione culturale” attraverso nuove modalità di fruizione (tv e
quotidiani editi su web, piattaforme digitali di informazione e/o di
intrattenimento accessibili anche da smartphone, ecc.) e sono esplosi i
cosiddetti “social” utilizzati spesso anch’essi come fonti di informazione e
intrattenimento alternative a quelle tradizionali.
Il primo dato analizzato è il Livello di istruzione della popolazione. Gli
italiani tra i 25 e i 64 anni in possesso di almeno un Diploma nel 2024 sono il
66,7%, con un aumento sul 2015 di 6,8 punti; mentre quelli tra i 25 e i 34 anni
una Laurea o titolo similare nel 2024 sono il 31,6% con un incremento sul 2015
di 6,3 punti, che però si riferisce a Laureati con età compresa tra i 30 e 34
anni. Per i giovani usciti in anticipo dal Sistema di istruzione e formazione la
percentuale nello stesso periodo invece è diminuita di 4,9 punti (9,8% nel 2024)
(Tabella 1).
Nel 2024 è del 3,8% la Spesa media mensile sostenuta dalle Famiglie per la
Cultura, la Ricreazione e lo Sport sul totale della Spesa mensile. Nel 2015 era
del 5,1%, mentre nel 2004 del 4,8%. Il forte calo verificatosi nel triennio
pandemico 2020-2022 (4,0%; 4,1%; 3,5%) ha condizionato di molto i dati del 2023
(3,7%) e del 2024 (3,8%) che non sono riusciti a recuperare i livelli pre-Covid
(Graf. 1).
Nel 2023 gli italiani hanno investito mediamente in “Cultura” 33,43€ (32,17€ nel
2022) di cui la parte maggioritaria, 38,2% pari a 12,78€, in Libri e Giornali
(Tab. 2). Dal punto di vista territoriale l’Italia appare divisa in due con il
Meridione e le Isole con spese medie intorno ai 20€ contro i 37€, nel resto del
Paese, i dati si riferiscono al 2022 (Graf. 2).
QUOTIDIANI E LIBRI
Le persone di 6 anni e più che leggono i Quotidiani almeno una volta alla
settimana si sono quasi dimezzati nel periodo 2015-2023 (da 47,1% a 26,1%). Nel
2003 la % dei lettori era ben del 57,6.
Alquanto stabili dati sulla lettura dei Libri (41,4% nel 2003; 42,0% nel 2015 e
40,1% nel 2023).
L’anno 2021 (nel periodo Covid-19, in cui c’erano le restrizioni di movimento) è
quello col maggiore calo nella lettura dei Quotidiani sull’anno precedente
(-5,1%) cosa che non si riscontra per quanto attiene alla lettura dei Libri
(Tab. 3).
Le persone di 6 anni e più che hanno visitato, partecipato, assistito ad almeno
uno dei Luoghi culturali, degli spettacoli o eventi sopraindicati è del 64,6%
sia nel 2024 che nel 2015 e 64,4% nel 2003. Il triennio del Covid-19 ha
determinato, specie nel 2021, un vero e proprio crollo di partecipazione (21,1%
nel 2021), peraltro compensato successivamente dai dati del 2023 e del 2024
(Graf. 3).
MOSTRE E MUSEI O SITI ARCHEOLOGICI E MONUMENTI
Un andamento crescente si riscontra nei dati riguardanti i visitatori (almeno
una volta nell’anno) sia dei Musei e delle Mostre (3,7 punti nel decennio) che
in misura più marcata dei Siti archeologici e dei Monumenti (7,3 punti nel
decennio). Tale tipologia di visitatori ha coinvolto circa un terzo della
Popolazione di riferimento. Il minimo si è riscontrato nel 2021 con valori
inferiori o di poco superiori al 10% (8,9% per Musei e Mostre e 10,3% per i Siti
archeologici e i Monumenti), a causa delle restrizioni di movimento causate dal
Covid, come già evidenziato (Tab. 4).
Sostanzialmente stabili i dati dei Partecipanti ai Concerti di musica classica
(almeno una volta negli ultimi 12 mesi). E’ coinvolto in tale attività circa un
decimo della popolazione di riferimento. Circa il doppio i partecipanti ad altri
Concerti con dati però leggermente in crescita nell’ultimo decennio. Nel 2021,
si ravvisa la solita anomalia indotta dal Covid: solo il 2,2% di presenze a
quelli di Musica classica e 3,7% a quelli di altro tipo, crolli comunque
ampiamente compensati negli anni 2023 e 2024 (Tab. 5).
[CONTINUA]
L'articolo Una media di 33 euro al mese per famiglia spesi in cultura. I dati
dell’ultimo decennio (col blackout del Covid) – I proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tutti pazzi per l’Egitto. La cosiddetta “Egittomania” parte da lontano, toccando
periodi storici che hanno caratterizzato l’Europa, come il Rinascimento, quando
l’opera Hieroglyphica fu scoperta a Firenze nel 1419 e attribuita ad Horapollon,
filosofo greco del V secolo dopo Cristo, nato a Nilopoli in Egitto appunto.
Oppure il furore egizio che accompagnò le conquiste napoleoniche. In pratica da
allora un pizzico di follia per l’Egitto ci ha sempre accompagnati. Solo che
oggi, diversamente da 200 anni fa, l’Antico Egitto e la civiltà che in esso si
sviluppò sono al centro dell’interesse non più solo della comunità scientifica a
vari livelli, ma anche del pubblico, proprio quello che due secoli fa non
esisteva e che oggi invece richiede sempre più di emozionarsi di fronte a un
reperto straordinario a una storia mai raccontata. Ed è per questo che al Cairo
è stato inaugurato il Grand Egyptian Museum, il più grande museo egizio al mondo
e uno dei più grandi musei archeologici esistenti dedicati ad un’unica civiltà.
Ispiratore del nuovo grande museo è Zahi Hawass, l’archeologo ed egittologo
egiziano di fama internazionale, già ministro del Turismo e delle Antichità
d’Egitto. Ilfattoquotidiano.it lo ha incontrato a Firenze, tra i protagonisti di
“Stefano Ricci Explorer Symposium”, incontro esclusivo con i nomi più autorevoli
dell’esplorazione mondiale, organizzato a Palazzo Vecchio. “Io sono colui che
praticamente ha costruito quel museo – afferma Hawass – dopo che nel 2002
ricevetti l’incarico dall’allora ministro della Cultura. Utilizzando i proventi
della mostra dedicata a Tutankhamon è stato finanziato il progetto della nuova
costruzione”. L’ex ministro concede il merito al presidente Al Sisi che ha
investito 2 miliardi di dollari e ha potuto rendere possibile il progetto,
“scelto – sottolinea Hawass – tra gli altri 1600 che avevano risposto al bando
lanciato nel 2002”.
Il museo ha dimensioni colossali – circa 450mila metri quadrati che ospitano
oltre 100mila reperti. Ma quali sono quelli da non perdere assolutamente? “Prima
di tutto la statua di Ramsete II – aggiunge l’archeologo -, e quelle degli altri
re e regine, poi le gallerie, i meravigliosi manufatti, ma più importanti di
tutti i 5mila oggetti del tesoro di Tutankhamon“. Non tutto è in mostra. Quali
altre sorprese può regalare l’Egitto? “Alcune le ho scoperte io. Per esempio la
Città dorata, le aree archeologiche di scavo di Saqqara dove scoprimmo la tomba
reale del figlio di un faraone. E comunque il 2026 sarà l’anno più importante
dal punto di vista archeologico”.
C’è poi il risvolto della medaglia, ovvero l’infinita dispersione dell’immenso
patrimonio dell’Antico Egitto in giro per il mondo. Cosa ne pensa Zahi Hawass?
Sostiene la tesi che gli oggetti provenienti dagli scavi siano diffusi sul
pianeta o è bene concentrare i reperti nei luoghi di rinvenimento? “Dirò due
cose: prima di tutto i musei devono smettere di acquistare reperti dell’Antico
Egitto. La seconda: io vorrei riportare in Egitto tre oggetti molto importanti.
La Stele di Rosetta in mostra al British Museum di Londra. Lo Zodiaco di Dendera
che si trova al Louvre di Parigi e per il quale ho aperto una petizione in
internet: appena sarà giunta a un milione di firme presenterò la formale
richiesta di restituzione alla Francia. E infine un’altra petizione riguarda la
Testa della regina Nefertiti che si trova al Neues Museum di Berlino“.
E se qualcuno ha sì un debole per l’antico Egitto, ma si trova impossibilitato a
recarsi al Cairo? Può intanto cercare soddisfazione nel visitare la grande
mostra Tesori dei Faraoni, in corso alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al
3 maggio 2026. Curata da Tarek El Awady, che a suo tempo diresse proprio il
Museo Egizio del Cairo, la mostra propone 130 preziosi reperti, 108 dei quali
provengono dal suindicato Museo Egizio del Cairo, due manufatti giungono dal
Museo di Luxor e 20 sono quelli riportati alla luce durante i recenti scavi
condotti sulla riva occidentale di Luxor, nella cosiddetta “Città d’oro”, grazie
a una missione archeologica egiziana diretta dal suddetto Zahi Hawass. E proprio
quest’ultimo scrive nel bel catalogo che accompagna la mostra che “il più grande
monumento mai costruito dall’Egitto non fu una piramide o un tempio, ma l’idea
stessa di eternità”. E a quale elemento naturale possiamo affidare l’idea di
eternità se non all’oro? Infatti il metallo più prezioso, simbolo del divino e
dell’eternità, è il vero protagonista di questo itinerario nel mondo dell’antico
Egitto. Basta pensare al sarcofago dorato della regina Ahhotep II, per esempio,
alla Collana delle Mosche d’oro, che andava in premio a chi si era distinto in
battaglia, oppure al collare di Psusennes I, tutti oggetti che dimostrano quanto
l’ornamento potesse diventare linguaggio politico e riflesso di una teologia del
potere.
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Dalle mostre temporanee a quelle permanenti: infatti se da un lato gli amanti
dell’arte egizia in ogni momento dell’anno possono visitare i due musei italiani
dove più alta è la concentrazione di reperti appartenenti al polo delle Piramidi
– il Museo egizio di Torino e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze -,
anche solo per curiosità vale la pena ricordare ciò che sta avvenendo su un muro
dell’antico complesso monumentale di Sant’Agostino, a Pietrasanta, in Versilia.
Qui un artista di origine siciliana – Tano Pisano – lo scorso luglio collocò un
murale di sei metri per due di altezza dedicato alla guerra israelo palestinese.
Erano settimane durissime e le notizie di continui eccidi e bombardamenti di
innocenti si rincorrevano. L’artista concepì l’opera – dal titolo emblematico
PACE – come un “puzzle” di 48 pannelli in plexiglas dipinti in maniera astratta
o figurativa, che appena un mese dopo la sua presentazione al pubblico iniziò
una lenta, inesorabile trasformazione: infatti un elemento per volta veniva
sostituito con un ritratto e via via così fino a dopo Natale, quando l’opera non
sarà più una costruzione poetica astratta, bensì un murale composto da quasi 50
volti dipinti dall’artista.
In pratica ogni settimana circa, due coloratissimi pannelli dipinti lasceranno
spazio a un numero sempre maggiore di immagini dei “ritratti del Fayyum”,
ispirate cioè ai dipinti straordinariamente realistici che datano tra il I
secolo avanti Cristo e il III dopo Cristo, e ritrovati nella famosa necropoli in
Egitto. Realizzati quando il protagonista era ancora in vita, dopo la sua morte
questi ritratti venivano attaccati ai sarcofagi del defunto e in pratica
rappresentano la “invenzione” dell’immagine del defunto sulla tomba che ancora
oggi viene collocata in alcuni cimiteri.
Da segnalare che già nella “iniziale versione” del murale PACE vi era un
ritratto del Fayyum che nella parte superiore reca le bandiere della Palestina e
di Israele, vicine, affiancate così tanto da non sembrare simboli di popoli in
lotta. Poi i ritratti degli antichi egizi defunti, sono aumentati a dismisura,
chiarendo che tutto ciò è pensato in funzione di una “chiamata alla pace”, da
contrapporre alle troppe “chiamate alle armi” che Tano Pisano – siciliano di
nascita e versiliese d’adozione – percepisce, poiché anche l’artista, come tanti
altri del resto, ammette di essere sopraffatto dalla realtà che rivela una
pericolosa mancanza di spazi mentali di libertà.
L'articolo Egittomania | Dal mega-museo inaugurato al Cairo al murale di
Pietrasanta passando per i tesori dei faraoni alle Scuderie del Quirinale
proviene da Il Fatto Quotidiano.