Emilia Clarke e Haley Lu Richardson sono le protagoniste di una nuova serie tv
thriller “Ponies”. Le due interpretano due donne che vivono una vita mondana
nell’Unione Sovietica degli Anni 70, mentre i loro mariti sono agenti della CIA.
Quando entrambe si ritrovano vedove, si ritrovano catapultate nel vivo
dell’azione. Durante la presentazione alla stampa Emilia Clarke però ha
confessato un aneddoto avvento sul set.
A quanto l’attrice ha avuto un’esperienza dolorosa durante le riprese di alcune
scene di sesso. In una intervista con The Wra, Clarke ha dichiarato di aver
baciato diversi suoi colleghi della serie.Un giorno di riprese, ha dichiarato di
aver baciato tre uomini per “ore”, riportando un infortunio fisico. “Faremo
finta di fare sesso. – mi avevano detto -. Quel giorno mi sono rotta una
costola“.
Richardson, che era sul set quel giorno, ha confermato la versione di Clarke,
aggiungendo: “L’ha fatto davvero. È un corpicino così piccolo e sensibile, che
si è rotta una costola”. Clarke ha scherzato dicendo che quando è andata dal
medico a causa della lesione alla costola, è stata sincera su come è successo.
“Ho fatto sesso tre volte!“.
Tuttavia, Clarke ha chiarito di essersi ripresa dopo che Richardson le ha
chiesto se la sua costola fosse guarita. “È quasi guarita – ha risposto -. Non
si è rotta del tutto. È solo spuntata un po’ fuori”.
Clarke ha recentemente dichiarato al New York Times che la trama di “Ponies” era
molto diversa dal suo ruolo più noto in “Game of Thrones”, dove interpretava la
principessa esiliata della dinastia Targaryen, Daenerys. Ha recitato nella serie
HBO cult dal 2011 al 2019.
L'articolo “Mi sono rotta una costola girando una scena di sesso con tre uomini.
La cosa più imbarazzante? Raccontarlo al medico”: Emilia Clarke svela
l’incidente sul set proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Film
Che la soglia dell’attenzione dell’utente medio delle piattaforme in streaming
sia bassa, questo si sa. Una pubblicità, una notifica di Whatsapp o una mail
urgente alla quale rispondere, creano la visione di un film o una serie tv
frammentata. Così ci si ritrova a riprendere il filo della narrazione, una volta
esauriti i compiti improvvisi e bypassate le distrazioni, senza ricordarsi cosa
stesse accendendo proprio nel punto in cui si è interrotto lo streaming.
Così Netflix è corsa ai ripari e ha chiesto agli sceneggiatori dei suoi film di
inserire in alcuni punti un protagonista che faccia da raccordo e ripeta, in
qualche modo, la trama principale del film. A rivelarlo è stato Matt Damon,
durante la presentazione del film Netflix “The Rip”, che lo vede protagonista
con il collega e amico di sempre Ben Affleck.
L’attore in una intervista al programma Joe Rogan Experience, ha tracciato un
bilancio del mondo del cinema e di come esso sia cambiato proprio in virtù del
proliferare delle piattaforme in streaming.
“Gli spettatori dedicano a un film a casa un livello di attenzione molto diverso
rispetto alla sala cinematografica, – ha detto Damon -. Netflix tende a spostare
le scene d’azione all’inizio del racconto, per catturare subito il loro
interesse. Dietro le quinte, si discute della possibilità di ripetere la trama
tre o quattro volte nei dialoghi, tenendo conto del fatto che molti spettatori
guardano il film mentre sono al telefono”.
E ancora: “Abbiamo imparato che il modo tradizionale di costruire un film
d’azione prevede di solito tre grandi scene: una nel primo atto, una nel secondo
e una nel terzo. La maggior parte del budget viene investita in quella del terzo
atto, perché è il finale. Ora invece ti chiedono: ‘Possiamo farne una enorme nei
primi cinque minuti? Vogliamo che la gente resti incollata’. E non sarebbe male
se ripetessi la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché la gente guarda
il film mentre è al telefono”.
Poi ci sono le doverose eccezioni. “Non sempre le produzioni Netflix si piegano
alle regole del mercato – ha aggiunto Affleck -. Guardi Adolescence e ti accorgi
che non fa niente di tutto questo. Ed è fottutamente fantastica. Ed è anche
cupa: tragica e intensa. Racconta di un uomo che scopre che suo figlio è
accusato di omicidio. Ci sono lunghe inquadrature della nuca dei due personaggi.
Salgono in macchina, nessuno dice una parola”.
“The Rip”, disponibile su Netflix già dal 16 gennaio, mette al centro la fiducia
tra una squadra di poliziotti di Miami che inizia a vacillare dopo aver scoperto
milioni di dollari in contanti in un deposito abbandonato. Quando forze esterne
vengono a conoscenza dell’entità del sequestro, tutto è messo in discussione,
incluso di chi potersi fidare.
L'articolo “Netflix vuole che nei film si ripeta la trama 3 o 4 volte, perché la
gente sta al telefono mentre guarda” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Benvenuta in Italia, Hbo Max. La home page sembra quella di Netflix, tanto a
breve avranno ufficialmente lo stesso proprietario, ma i titoli pronti fin dal
primo giorno di fruizione stuzzicano già gli amanti del binge watching. Dalle
prime ore di martedì 13 gennaio 2026 sulla home italiana di Hbo Max campeggia il
lanciatissimo film per gli Oscar Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas
Anderson con Leonardo DiCaprio, fresco vincitore di 4 Golden Globe. Attesissima
anche la seconda stagione di The Pitt, anch’essa celebrata ai Globe con il
premio alla miglior serie drammatica. Per l’Italia, già pronta è la visione di
Nonostante, film diretto da Valerio Mastandrea. Mentre per A Knight of the Seven
Kingdoms, altro spin off legato all’universo Game of Thrones, bisogna attendere
il 19 gennaio i già fedelissimo abbonati del primo giorno possono accedere
all’immenso e iconico archivio Hbo Original: The Wire, Veep, The White Lotus,
Euphoria, True Blood, Task, House The Penguin, And Just Like That…, Friends, I
Soprano, Six feet under, Sex and the City, Succession.
Sul fronte delle produzioni esclusive italiane, settore piuttosto amato dai
fruitori delle piattaforme streaming, bisogna attendere un po’ di rodaggio degli
algoritmi e il 20 febbraio arriverà anche il Portobello di Marco Bellocchio,
biopic su Enzo Tortora. A seguire la serie Melania Rea – Oltre il caso, diretta
dal sempre attento Stefano Mordini con Mari Esposito e Daniele Rienzo e che
ripercorre lo sconvolgente femminicidio del 2011, il medical drama 500 battiti;
Peccato, il mockumentary comedy diretto da Valerio Vestoso con protagonista
Emanuela Fanelli; In utero, la serie creata da Margaret Mazzantini, diretta da
Maria Sole Tognazzi e ambientata all’interno di una clinica per la fertilità a
Barcellona con protagonista Sergio Castellitto; infine le docuserie Gina
Lollobrigida: Diva contesa – sulla battaglia per l’eredità della diva -, e Saman
– La verità nascosta, rievocazione dello straziante omicidio di una giovane
pachistana assassinata dal suo clan familiare islamico per aver rifiutato un
matrimonio combinato. Dalle produzioni internazionali appena avrà finito la sua
cavalcata nelle sale sarà disponibile Norimberga, il film storico con Russell
Crowe nei panni del nazista Goring e Rami Malek in quello dello psichiatra che
tenterà di curarlo dopo che il gerarca è stato catturato e imprigionato dagli
alleati.
I prezzi? Come tutte e altre piattaforme online. Tre i piani mensili tra cui il
“Base”, con pubblicità a 5,99 euro (due dispositivi, Full Hd); lo Standard a
11,99 euro (due dispositivi, Full Hd e fino a 30 download con limitazioni) e il
Premium a 16,99 euro (quattro dispositivi, 4K Ultra HD, Dolby Atmos dove
disponibile e 100 download con limitazioni). Hbo Max offrirà anche per 3 euro in
più al mese il pacchetto Sport (dentro ci sono anche il Roland Garros e
parecchio ciclismo) con la trasmissione in diretta dei Giochi Olimpici Invernali
di Milano Cortina 2026 inclusi in ogni piano di abbonamento.
L'articolo The White Lotus, Euphoria, True Blood, Task… Una marea di serie tv
cult (e nuove) sono in arrivo con Hbo Max: i titoli, il prezzo e come abbonarsi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’unica foto che non riuscirò mai a vedere è la mia da morto”. Oliviero
Toscani. Chi mi ama mi segua – in esclusiva su Sky Arte il 13 gennaio alle 21 –
si conclude con una risata di Toscani stesso che seppellirà il mondo. E un
omaggio all’immensità creativa di un unicum mondiale, morto un anno fa a Cecina
a 83 anni, non poteva che ripercorrere ed esaltare uno spirito così irriverente,
unendo supersonicamente i puntini, clack dopo clack delle diapositive che
scorrono, rulli di negativi che esondano, di una vita irrefrenabile, inesausta
(“non mi sono mai annoiato, non sopporto chi mi dice di essere stanco”) a
scattare foto che cambieranno letteralmente il mondo. La prima è già malizia e
magnetismo di un 14enne che seguendo il padre, fotoreporter del Corriere spedito
a Predappio nell’agosto del 1957 per immortalare la tumulazione di Mussolini,
scorge tra la folla una donnina minuta vestita di nero mezza nascosta tra
marcantoni, donna Rachele. Dal realismo beffardo alla metaforico/simbolico
spinto il passo è breve.
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©OLIVIERO_TOSCANI_BAMBINI
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©OLIVIERO_TOSCANI_LINGUACCE
Crediti: Oliviero Toscani
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COURTESY_THERESE-FRARE_CONCEPT-OLIVIERO_TOSCANI
Crediti: Oliviero Toscani
“Le cose vere succedono se non sono pianificate”. E Toscani letteralmente
scavalca le regole dello spazio e del tempo andando a ribaltare alfa e omega
della fotografia di moda in quel di una New York finto maledetta tra Warhol e
Patti Smith (che impreziosisce di poesia e politica il documentario) facendo
saltellare, ridere, muovere le modelle. “Chi mi ama mi segua” sarà lo slogan
stampigliato su due splendide chiappe coperte da un succinto jeans nel 1971. I
Jesus Jeans scomoderanno Pasolini sul Corriere, la Chiesa e Lotta Continua. La
pubblicità per vestiti e abiti non sarà più la stessa. Toscani è controcultura
purissima, torsione umana attorno all’obiettivo. Infrangere le regole della moda
poi è nulla a confronto di quello che succederà appena dopo. “Toscani non è un
fotografo, ma un’artista che ha scelto il medium della foto”, spiegano amici e
conoscenti nel documentario. E nel 1980 ecco il big bang. Tramite Elio Fiorucci
Toscani conosce Luciano Benetton e il messaggio nella cornice della moda (il
marchio verdolino United colors of Benetton) diventa pensiero.
Toscani fotografa preti e suore che si baciano, cavallo nero che monta cavallo
bianco, piazzerà un condom chilometrico sull’obelisco di Parigi, spoglierà
Luciano Benetton mettendolo pure in una vetrina. Poi ci sarà il neonato
fotografato ancora tumefatto appena partorito, la celebre foto del moribondo di
Aids, i ritratti dei condannati a morte negli Stati Uniti, le modelle
anoressiche, il rullo di prodotti sopra le immagini terribili delle guerra nella
ex Jugoslavia. L’immagine al centro della comunicazione come nessuno prima di
lui. Estroso, funambolico, spesso con luce sovraesposta, il click toscaniano è
un pugno nello stomaco, è l’attivazione dell’ “essere osservati”, è l’ovvio che
diventa sovversivo. Oliviero Toscani. Chi mi ama mi segua è diretto da Fabrizio
Spucchies e da lui scritto con Mariaromana Casiraghi.
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L'articolo “L’unica foto che non vedrò mai è la mia da morto”: Oliviero Toscani
raccontato nel nuovo documentario su Sky Arte proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si aggraverebbe ulteriormente la posizione di Jessica Moretti, moglie di Jacques
e proprietaria del bar Le Constellation a Crans-Montana, in Svizzera, dove è
avvenuto la tragedia che ha ucciso 40 persona durante la notte di Capodanno.
Secondo la testata svizzera Insider Paradeplatz, Moretti si è precipitata su per
le scale del locale non appena è scoppiato l’incendio nel seminterrato, avrebbe
afferrato la cassa contenente gli incassi di Capodanno e sarebbe uscita
velocemente dal bar. Nel frattempo, alcuni testimoni sostengono che abbia
lanciato l’allarme a gran voce per l’incendio, lasciando che la musica
continuasse.
Secondo Jessica Moretti, le fontane pirotecniche – poste sulle bottiglie e che
hanno causato l’incendio- venivano occasionalmente utilizzate durante il
servizio dello champagne per “creare un’atmosfera”. “Non le ho mai chieste, ma
non le ho mai proibite”, ha detto la donna, come riporta il giornale Tages
Anzeiger.
Al netto della vicenda giudiziaria, sempre i media locali hanno anche scovato
nel passato di Jessica Moretti, trovando qualche comparsata nel mondo dello
spettacolo. In particolare è emersa una foto in cui la diretta interessata era
presente al Festival del cinema di Cannes 2012, mentre posa davanti all’Hotel
Carlton con un kalashnikov finto in mano e al fianco di Sacha Baron Cohen,
durante la promozione mondiale del film “The Dictator”.
Jessica ha mosso i primi passi nel mondo del lavoro come modella. Tre anni dopo
con il marito Jacques si è lanciata nel mondo dell’imprenditoria con alcuni
investimenti, tra cui l’acquisto di Le Constellation, poi diventato uno locali
più frequentati di Crans-Montana.
L'articolo Da Crans-Montana al Festival del cinema di Cannes 2012: Jessica
Moretti posa armata con Sacha Baron Cohen per la promozione del film “The
Dictator” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Grande protagonista ai Golden Globes 2026, Una battaglia dopo l'altra è il film
con cui Paul Thomas Anderson sbancherà anche ai prossimi Academy Awards
La commedia romantica su Netflix è sulla classica formula “l'amicizia che
diventa amore” ma trova la profondità della scrittrice Emily Henry. Ecco perché
vale la pena vedere People we meet on vacation. Un amore in vacanza
Di fronte a Norimberga si prova una sensazione rara nel cinema contemporaneo:
non tanto l’emozione, quanto il pensiero. È un film che fa un servizio pubblico
— soprattutto alle nuove generazioni — ricordando come nasce il diritto
internazionale moderno: non come esercizio di retorica, ma come tentativo
disperato di impedire che la forza si travesta da ragione.
Il processo ai gerarchi nazisti non fu un rituale di vendetta; fu, piuttosto, un
esperimento morale. E come tutti gli esperimenti morali seri, mise in luce una
crepa profonda che oggi ritroviamo intatta.
La crepa emerge in una delle scene più disturbanti del film, quando Hermann
Göring discute con un interlocutore americano. Göring non nega i crimini. Non li
giustifica. Fa qualcosa di più sottile: accusa gli Alleati di ipocrisia. Voi
giudicate noi — dice in sostanza — ma avete schiacciato un bottone a Hiroshima;
avete bombardato città; avete ucciso civili. Con quale diritto vi ponete su un
piano morale superiore?
È un argomento potente, proprio perché è velenoso. Non mira ad assolvere il
nazismo, ma a svuotare di senso qualsiasi giudizio. Se tutti sono colpevoli,
allora nessuno può giudicare. Se nessuno può giudicare, il diritto non esiste
più. Resta solo la forza.
In un’altra scena, gli inglesi discutono del fatto che anche Londra aveva
pianificato l’occupazione preventiva della Norvegia, per contenere la Germania.
Se anche gli inglesi avevano studiato una guerra di aggressione “preventiva”,
come possono condannare i nazisti per aver fatto lo stesso? La trappola è la
medesima: non dimostrare che il crimine non c’è stato, ma che il crimine non è
giudicabile.
Questo è il punto di contatto più inquietante tra Norimberga e il nostro
presente. È esattamente lo schema argomentativo usato oggi dai difensori della
Russia di Vladimir Putin. L’Occidente — dicono — ha bombardato, invaso,
interferito. A volte è vero, a volte no; a volte si è trattato di interventi di
polizia internazionale, a volte di operazioni discutibili, talvolta francamente
sbagliate. Ma la conclusione che ne traggono è sempre la stessa: poiché
l’Occidente non è innocente, non può condannare la Russia. Dunque l’invasione
dell’Ucraina non sarebbe giudicabile.
Qui non siamo di fronte a un serio dibattito storico: siamo di fronte al
nichilismo morale. L’Unione Sovietica, per quanto repressiva e fallimentare,
proponeva almeno un modello alternativo — sbagliato, ma coerente — di
organizzazione della società. La Russia di oggi non propone nulla. Non promette
benessere, giustizia o progresso. Offre solo una cosa: la demolizione di tutti i
valori altrui. Se i diritti umani sono ipocrisia, se il diritto internazionale è
una farsa, se la democrazia è una messinscena, allora tutto è lecito.
È un’ideologia della corrosione; e funziona particolarmente bene in Occidente,
dove una giusta autocritica storica viene regolarmente trasformata in paralisi
morale. I cosiddetti “putiniani” non difendono esplicitamente la Russia, ma
preparano l’acqua in cui pesci come Putin possono nuotare indisturbati. Rendono
impossibile una reazione compatta delle democrazie e spengono, soprattutto nei
più giovani, l’idea che esistano valori degni di essere difesi.
Prendiamo l’argomento dell’allargamento della Nato, uno dei cavalli di battaglia
della propaganda russa. Si dice che la Nato “si sia spinta verso Est”. In realtà
è accaduto l’opposto: sono stati i Paesi dell’Europa centro-orientale a chiedere
di entrare nella Nato, cioè ad andare verso ovest, fuggendo da un passato che
conoscevano fin troppo bene. Non avevano interesse per l’Oriente; non hanno
trasferito divisioni corazzate ai confini russi; hanno ospitato, per anni, poche
centinaia di soldati americani e alleati, una presenza simbolica pensata per
togliere a Mosca ogni dubbio su un eventuale intervento in loro difesa. Non
un’offensiva, ma un deterrente minimo.
La verità è più semplice e più tragica: la Russia ha capito che non sarebbe mai
più stata una grande potenza senza il dominio sui popoli vicini. Questo
desiderio imperiale fatale ha spinto Putin ad aggredire l’Ucraina, come Hitler i
Paesi vicini in nome di una grandezza mal riposta. Non è un’analogia storica
meccanica; è una somiglianza morale: l’idea che la gloria consista nel dominare.
E qui il film Norimberga ci riporta alla domanda finale, la più scomoda. Se tra
ottant’anni Putin sarà ricordato come uno dei grandi criminali di guerra del
nostro tempo — e tutto lascia pensare che sarà così — quale giudizio morale
ricadrà su coloro che oggi lo giustificano, lo relativizzano, lo “comprendono”?
La storia non è tenera con chi ha confuso il disincanto con la saggezza.
Anche i tentativi di mediazione contemporanei lo dimostrano. Le trattative
promosse da Trump si scontrano con un problema strutturale: negoziare presuppone
regole condivise. Ma con chi considera il diritto internazionale nullo, ogni
trattativa diventa un esercizio di teatro.
C’è, infine, un contrasto che vale la pena ricordare. La gloria imperiale,
cercata con la forza, è fragile e sanguinaria. La tradizione cristiana — quella
che Putin ama evocare — dice l’opposto: la vera gloria sta nel servire, non nel
dominare. È una verità antica e poco spettacolare, ma tremendamente attuale.
Norimberga ci ricorda che il diritto internazionale nasce proprio per resistere
agli argomenti di Göring. Quando li sentiamo riecheggiare oggi, con accenti
diversi ma identica struttura, dovremmo riconoscerli per quello che sono: non
critiche all’ipocrisia occidentale, ma tentativi di rendere il mondo
ingiudicabile. E un mondo ingiudicabile è sempre un mondo pronto per il prossimo
crimine.
L'articolo Ho visto Norimberga al cinema: mi sembra chiaro il collegamento con
chi parla di Russia oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La presentazione delle candidature si è già chiusa il 3 dicembre scorso, ma per
il prossimo Natale la possibilità di lavoro va messa in agenda. Cable Tv ha
cercato per un mese il suo Chief of Cheer 2025 ovvero colei o colui che per
guardare venticinque giorni filati un film di Natale al giorno proposto da
Disney+, Hulu e Hallmark+ guadagnerà 2500 dollari. “Il capo del tifo” o “delle
cheerleader” viene cercato da parecchi anni da parte di Cable Tv. Quest’anno chi
verrà eletto ricaverà 2500 dollari per sé e altri 2500 da dare in beneficenza,
nonché una morbida coperta. Certo, pare che tra i 25 titoli ci siano Miracolo
sulla 34esima strada e Nightmare before Christmas, ma tra gli altri 23 film il
rischio di qualcosa di infernale è altissimo. Insomma la divertente iniziativa
nonostante i 2500 dollari potrebbe rivelarsi per qualcuno una drammatica “cura
Ludovico”.
L'articolo 2500 dollari per guardare un film di Natale al giorno per 25 giorni:
l’offerta di lavoro per il Chief of Cheer 2025, ecco come funziona proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Ogni mese ti consigliamo tutti i nuovi film Netflix da vedere in streaming
comodamente da casa vostra