La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio.
Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità
operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel
Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa,
subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue
proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto
definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però,
secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora
esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche
forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025
avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri,
contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli
elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di
“riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine
“titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre.
Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in
Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero,
bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva.
Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al
contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in
Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere,
anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da
non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta
saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione
della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità
Anticorruzione.
Nella foto: immagine di repertorio
L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi
di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome
in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i
maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la
quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo
non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società
di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da
soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui
sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi
assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come
sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del
gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede
Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi
viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di
Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando)
di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è
R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e
sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe
vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi
(intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società
di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico
dei palazzi dei servizi segreti italiani.
“SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA”
Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i
rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di
Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto
con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat
“gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat
Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto
se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno
scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che
loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei
leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine
comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico
(riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di
programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara
N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi
sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”.
Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano.
Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati
Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere
ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro
messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”.
L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha
famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa
risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il
problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il
quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando
gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia.
Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia
usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre
iniziato con compare”.
IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE”
Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di
piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca
l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è
oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre
che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata
americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che
De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana,
praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti
vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di
puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni
false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che
chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha
accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna”
dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla
Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha
accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono
controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una
riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda
Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le
persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e
gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”.
UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA
E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda
rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio
e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro
rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci
scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc
Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De
Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa:
“Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale
circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre
2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del
Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi
non si fa sentire.
FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO”
La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”.
Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben
avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore
dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto
imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante
ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per
Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette
pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del
giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile
del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat
scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di
vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini
di Villa Torlonia per decidere l’affare.
IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA
E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio.
“Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto,
contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda
informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi
faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal
pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci
informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo
ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se
confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto
70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per
scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel
decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché
membro della squadra Fiore”.
LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO”
Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto
riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da
Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A
dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc,
Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta.
Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre
rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è
stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco
promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda,
emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto
l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo
anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric.
“Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che
si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R.
che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr)
per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio
Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte.
Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che
la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a
nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è
venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una
mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di
vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della
Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio
ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della
Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno
(Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi
alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”.
L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della
Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’inchiesta sulla strage di Capodanno a Crans-Montana – 40 giovani morti per lo
più soffocati dal fumo tossico e oltre 100 feriti – si allarga ufficialmente
oltre i confini svizzeri. La Procura di Roma – che indaga per gli stessi reati
iscritti dalla procura di Sion – ha fatto sapere che un team di investigatori
della Squadra Mobile è pronto per affiancare i colleghi del Cantone Vallese
nell’accertamento delle responsabilità del devastante incendio divampato nel
bar-ristorante Constellation.
Tra le vittime anche sei ragazzi italiani, le cui autopsie sono state eseguiti
nei giorni scorsi proprio su ordine dei pm romani perché in Svizzera come
verificato da una prima squadra inviata poco dopo l’incendio non erano state
disposte, né il certificato medico riportava la causa della morte. In quella
occasione gli svizzeri erano apparsi “irrigiditi e frettolosi” a chi aveva
firmato la relazione per il ministero dell’Interno italiano. Non si sa se Belgio
e Francia, che hanno aperte indagini parallele, avranno anche loro investigatori
sul posto.
L’obiettivo è quello di semplificare alcune procedure. In ambito Ue, per
esempio, esistono le Squadre investigative comuni composte da magistrati e forze
di polizia di due o più Stati membri, istituiti per un tempo limitato per
indagini transnazionali specifiche, come il crimine organizzato o il terrorismo.
Operano in tempo reale, condividendo informazioni direttamente senza la
necessità di lunghe rogatorie internazionali. Uno strumento che può tornare
utile per quella che è considerata la strage civile grave degli ultimi e che ha
coinvolto persone di molte nazionalità.
L’INCHIESTA ITALIANA
La decisione di inviare investigatori sul posto è contenuta nella rogatoria
internazionale trasmessa nei giorni scorsi ai magistrati di Sion, titolari
dell’indagine principale. La richiesta non si limita a una collaborazione
formale, ma prevede appunto un affiancamento operativo degli agenti italiani
alle autorità elvetiche, con l’obiettivo di condividere informazioni,
ricostruire la catena delle responsabilità e verificare eventuali profili di
rilievo penale anche sul versante italiano. Entro il mese di febbraio, inoltre,
i pubblici ministeri di piazzale Clodio dovrebbero recarsi personalmente in
Svizzera per un incontro con i colleghi vallesani.
Nel fascicolo aperto a Roma, al momento contro ignoti, si ipotizzano i reati di
omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Un’impostazione che ricalca quella
dell’inchiesta svizzera e che potrebbe rapidamente evolvere una volta acquisita
la documentazione richiesta. Nella rogatoria, infatti, i pm italiani chiedono la
trasmissione di tutta l’attività istruttoria svolta fino ad oggi, comprese le
perizie tecniche, i verbali dei sopralluoghi e le relazioni dei vigili del
fuoco. Particolare attenzione viene riservata alle autorizzazioni rilasciate nel
tempo al locale Constellation, alla frequenza e all’esito dei controlli
effettuati dalle autorità competenti e allo stato di attuazione delle normative
antinfortunistiche e sulla sicurezza antincendio. Una volta arrivati gli
incartamenti dalla Svizzera, la Procura di Roma procederà con l’iscrizione dei
primi indagati, tra cui figurano i gestori del locale, Jacques Moretti e la
moglie Jessica, già sotto inchiesta nel Cantone Vallese. I due indagati sono
entrambi liberi – dopo il pagamento della cauzione – ma obbligati a rispettare
una serie di prescrizioni cautelari.
IL FRONTE CIVILE
Accanto al fronte penale, si profila intanto un contenzioso civile di
proporzioni senza precedenti. Secondo le prime stime, le richieste risarcitorie
delle parti civili coinvolte nella strage potrebbero raggiungere cifre comprese
tra i 600 milioni e il miliardo di franchi svizzeri. Uno scenario delineato da
Pascal Pichonnaz, professore di Diritto privato all’Università di Friburgo, che
ha analizzato per il quotidiano Le Nouvelliste le possibili conseguenze
economiche dell’evento. Le voci di danno prese in considerazione includono le
cure mediche, la perdita di reddito, l’impatto sulle pensioni future e il danno
morale, in un quadro che appare destinato a pesare a lungo su assicurazioni,
responsabili civili e istituzioni.
Anche se Axa Suisse, compagnia con cui erano state sottoscritte le polizze del
bar Le Constellation e del Comune di Cranspochi, giorni dopo il rogo, aveva
fatto sapere che le coperture previste per incidenti e incendi presentano “una
somma assicurata limitata”, giudicata insufficiente rispetto alla portata della
tragedia. Una valutazione che aveva già aperto uno scenario complesso, perché il
rischio è i danni subiti dalle vittime e dai loro familiari sono enormi.
Solo i costi sanitari rappresentano una componente enorme: secondo i dati
forniti dall’istituto svizzero di assicurazione contro gli infortuni (Suva), in
eventi di gravità paragonabile le spese di trattamento oscillano tra 650 mila e
1,6 milioni di franchi per persona. Rapportando queste cifre al numero dei
feriti gravi, il totale parziale arriva a circa 180 milioni di franchi. Ma è la
perdita di guadagno, attuale e futura, a costituire la voce più rilevante. Dei
116 feriti, infatti, la maggioranza è composta da minorenni, con conseguenze
potenzialmente permanenti sulla capacità lavorativa. Ipotizzando una perdita
media di reddito di 100mila franchi su 40 anni di vita attiva, il risarcimento
complessivo supererebbe i 400-450 milioni di franchi. A ciò si aggiungono circa
40 milioni legati alla riduzione delle rendite pensionistiche.
UN MILIARDO DI DANNI
Per le famiglie delle 40 vittime decedute, il diritto civile svizzero prevede
indennità per la perdita di sostegno economico e per il cosiddetto danno
domestico, che potrebbero ammontare a diversi milioni di franchi complessivi.
Infine, il danno morale viene stimato in circa 100mila franchi a persona. Nel
complesso, utilizzando le tabelle di capitalizzazione, la fascia alta del cumulo
dei costi sfiora il miliardo di franchi. I tempi, tuttavia, si preannunciano
lunghissimi: il processo civile potrà iniziare solo dopo la conclusione di
quello penale e potrebbe richiedere anche dieci o quindici anni, a meno di un
accordo stragiudiziale che acceleri sensibilmente le procedure di liquidazione.
In attesa degli sviluppi giudiziari, il Cantone del Vallese ha deciso di
intervenire con misure immediate di sostegno. Il Consiglio di Stato ha stanziato
10 milioni di franchi a favore delle vittime, una somma che si aggiunge al
contributo urgente di 10 mila franchi già previsto per ciascuna vittima. Il
governo cantonale si farà inoltre carico delle spese funerarie e di rimpatrio.
La definizione di “vittime dell’incendio” adottata dalle autorità è
particolarmente ampia: non solo le persone presenti nel locale al momento del
rogo, ma anche coloro che sono entrati nel bar nel tentativo di salvare qualcuno
o che si trovavano nelle immediate vicinanze fino all’arrivo dei soccorsi,
temendo per l’integrità fisica di un proprio caro.
L’INCENDIO PRECEDENTE
Benché i due indagati nei loro interrogatori, prima della scarcerazione di
Jacques Moretti, abbiano scaricato le responsabilità su camerieri (per le
candeline pirotecniche), sul Comune (per i controlli) e sullo staff, a
complicare ulteriormente il quadro investigativo è l’emersione di un precedente
incendio che aveva già coinvolto uno dei locali dei coniugi Moretti. Il rogo
risale al marzo 2024 ed era avvenuto nel villaggio di Lens, a pochi chilometri
da Crans-Montana, sempre nel Cantone Vallese, dove i due coniugi abitano. Le
fiamme avevano distrutto completamente gli arredi interni del locale, allora in
fase di ristrutturazione dopo il cambio di proprietà, appena acquisito dalla
coppia oggi sotto inchiesta. Nonostante la gravità dell’episodio, secondo quanto
ricostruito, non vi sarebbe stato alcun controllo negli altri due locali dei
Moretti fino al disastro della notte di Capodanno 2026. E lo stesso sindaco
aveva ammesso, tra lo sconcerto delle parti civili, che erano cinque anni che Le
Constellation non veniva controllato.
Il locale di Lens, denominato Le Vieux Chalet è stato successivamente
trasformato in un ristorante tipico con specialità della Corsica, terra
d’origine di Jacques Moretti. Un dettaglio che, insieme alla mancata attivazione
di verifiche preventive sugli altri esercizi della coppia, potrebbe assumere
rilievo nell’accertamento delle responsabilità amministrative e politiche. Non a
caso l’inchiesta svizzera si troverebbe ora a uno snodo cruciale, con la
concreta possibilità di un suo ampliamento. L’avvocato di parte civile Sébastien
Fanti depositerà un esposto contenente decine di segnalazioni che, secondo
quanto anticipato, chiamano in causa non solo i coniugi Moretti ma anche il
Comune, aprendo un nuovo fronte di contestazioni sul sistema dei controlli e
delle autorizzazioni: “Aspettiamo la prossima udienza, le vittime in questo caso
sono 700, tra famiglie, fratelli e sorelle, e saremo un centinaio di avvocati.
Dobbiamo trovare la soluzione”.
L'articolo Crans-Montana, i pm di Roma pronti a inviare investigatori della
Squadra mobile in Svizzera. Il caso di un incendio precedente in un bar dei
Moretti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Lo diciamo da mesi: l’attuale collegio del Garante va completamente e
immediatamente sostituito. La credibilità dell’istituzione è ormai devastata e
la decisione dei componenti di voler rimanere al loro posto nonostante tutto è
un’offesa ai cittadini che hanno il diritto di potersi fidare del Garante della
Privacy”. Così Elisabetta Piccolotti (Avs) commenta le notizie riguardanti il
Garante che da stamane riempiono i media. L’esponente di Alleanza, Verdi e
Sinistra rilancia “la riforma dell’autorità e la sostituzione immediata del
collegio, senza aspettare dimissioni che anche stavolta non arriveranno”. Anche
Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo Misto di Palazzo
Madama è su questa linea: “Da un’autorità indipendente, chiamata a tutelare i
diritti fondamentali dei cittadini, non possono esserci zone d’ombra
sull’amministrazione, sulla gestione dei viaggi e sulle spese. C’è un problema
enorme di credibilità istituzionale”.
Gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione di vigilanza Rai – Dario
Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato – entrano nei
dettagli dell’inchiesta: “Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta
per i Ray-Ban Stories sono solo uno degli elementi che da mesi mette in
discussione scelte e comportamenti del Collegio”. Anche i 5 Stelle chiedono le
dimissioni dell’intero Collegio.
Il giornalista Sigfrido Ranucci rivendica il merito di aver acceso i riflettori
con le puntate di Report: “Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di
rappresentanza del Collegio. le spese per la carne comprata dal presidente
Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di
euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses
commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories”.
L'articolo Inchiesta sul Garante, Avs e M5s chiedono le dimissioni del Collegio:
“Troppe zone d’ombra per una autorità indipendente” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da quanto apprende il Fatto Quotidiano questa mattina su mandato della Procura
della Repubblica di Roma un nucleo ispettivo della Guardia di Finanza si è
recato nella sede del Garante della Privacy per acquisire documenti e stando a
indiscrezioni anche tabulati telefonici. Oggi scadeva infatti il termine per la
consegna di documentazione richiesta dalla Procura per la quale il Garante aveva
richiesto una proroga.
La natura della documentazione ancora non è chiara nello specifico ma è da
ricondurre alle inchieste condotte nei mesi scorsi da Report e dal Fatto oltre
che alle vicende che hanno allarmato i dipendenti e le parti sindacali, compresa
l’ipotesi di uno spionaggio ai loro danni per trovare le fonti dei giornalisti.
Il fascicolo è nelle mani dell’aggiunto Giuseppe De Falco. Sono stati eseguiti
sequestri, acquisizioni e si attende conferma sull’iscrizione di eventuali
indagati.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia:
acquisiti documenti e tabulati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ricettazione e esportazione illecita di opere d’arte. La Procura di Roma avanza
questa ipotesi di reato: non ci sono indagati, ma basta il nome della famiglia
coinvolta a rendere la notizia degna di nota: si tratta dell’ennesimo capito che
riguarda gli Agnelli e la contesa sull’eredità. I magistrati ritengono di essere
ad un punto importante dell’indagine che riguarda la composizione della
collezione di opere d’arte della famiglia Agnelli: 35 quadri d’autore, tra cui
Monet, Picasso e De Chirico. La lista, in parte, è coperta da segreto
istruttorio.
Passaggio importante: è bene ricordare che i proprietari dei quadri possono
portarli dove vogliono, ma in considerazione del valore delle opere d’arte in
questione, c’è l’obbligo di dare comunicazione degli spostamenti; se questa non
viene presentata al ministero della Cultura, le opere, una volta rintracciate,
possono essere confiscate. I magistrati ritengono che una parte dei reperti non
si trovi più in Italia. La vicenda è stata anticipata da Corriere della Sera e
Il Messaggero, e si inquadra nella contesa sull’eredità di Gianni Agnelli, morto
il 24 gennaio 2003, tra Margherita (erede dell’Avvocato) e i suoi tre figli:
John, Lapo e Ginevra.
Nel corso dell’inchiesta è stata rilevata la scomparsa di 13 dipinti indicati
nell’inventario allegato al testamento, in alcuni casi sostituiti da copie, come
nel caso de “La scala degli addii di Giacomo Balla”, il “Mistero e malinconia di
una strada” di Giorgio De Chirico, “Glaçons, effet blanc” di Monet. La
collaborazione di Margherita, attraverso il suo avvocato Dario Trevisan, ha
consentito agli inquirenti di acquisire documentazione da cui risulta
l’esistenza di altre 22 opere. Quale sia stato il motivo del trasferimento dei
quadri – ragioni fiscali o altro – senza la comunicazione necessaria, è ancora
da capire: la cosa che preme agli investigatori, al momento, è quella di
recuperarli.
Se il 2025 si conclude con questo tema, il 2026 sarà altrettanto intenso per gli
Agnelli. L’11 febbraio prossimo è prevista l’udienza per decidere sulla
richiesta di messa alla prova di John Elkann. Inoltre, il 21 gennaio è stata
calendarizzata l’udienza per discutere del patteggiamento di Gianluca Ferrero,
commercialista e presidente della Juventus. Dunque, nei primi mesi del 2026 si
dovrebbero definire i destini giudiziari del presidente di Stellantis e del suo
braccio destro, finiti nei guai per le vicende relative all’eredità della nonna
di Elkann, Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli.
Per poter accedere a undici mesi di messa alla prova, nel settembre scorso, John
Elkann ha versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di euro, come imposte e
tassa di successione non pagate su un patrimonio di Marella Caracciolo per oltre
un miliardo di euro. L’inchiesta penale era stata avviata dalla Procura di
Torino dopo un esposto di Margherita Agnelli, che rivendica l’eredità materna e
paterna.
L'articolo Gli Agnelli e l’eredità contesa: la Procura di Roma indaga sulle
opere d’arte sparite all’estero. Tra i 35 quadri anche dipinti di Monet, Picasso
e De Chirico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come da attese, il Consiglio superiore della magistratura ha archiviato la
pratica di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale aperta nei
confronti del procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi in relazione al caso
Almasri. La proposta di archiviazione della commissione competente (la Prima) è
stata approvata dal plenum a maggioranza, con sei astensioni. La pratica era una
delle iniziative adottate un anno fa dai consiglieri laici di centrodestra
contro Lo Voi, dopo che il pm aveva iscritto nel registro degli indagati la
premier Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il
sottosegretario Alfredo Mantovano, denunciati dall’avvocato ed ex politico Luigi
Li Gotti per la liberazione e il rimpatrio di Osama Almasri, generale libico
accusato di torture. Come prevede la legge, la denuncia era stata trasmessa
senza indagini al Tribunale dei ministri (lo speciale collegio competente a
indagare sui reati ministeriali) che mesi dopo ha archiviato la posizione di
Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere – negata dalla Camera –
per gli altri tre membri del governo. I laici di centrodestra, però, hanno
sostenuto che l’iscrizione da parte di Lo Voi non fosse un atto dovuto ma una
precisa scelta politica contro l’esecutivo, depositando al Csm un esposto in cui
si chiedeva l’allontanamento coatto del procuratore da Roma, possibile solo
quando un magistrato non può esercitare le funzioni in una determinata sede “con
piena indipendenza e imparzialità“. Un’iniziativa già presa più volte per
“bastonare” i magistrati sgraditi, che però non ha mai raggiunto l’obiettivo per
l’assenza dei presupposti giuridici.
Questo caso non è stato diverso: il Csm ha archiviato la pratica affermando che
dall’istruttoria non è emerso “alcun profilo di anomalia, abnormità o comunque
di patologica deviazione o sviamento rispetto all’iter” previsto dalla legge. La
decisione di Lo Voi, quindi, non è stata dettata da un qualche “intento
persecutorio“, ma “fondata su una legittima e plausibile interpretazione della
normativa” sulle indagini a carico dei ministri. Ad astenersi nel voto, com’è
ovvio, sono stati solo i sei laici di centrodestra, i cinque che avevano firmato
l’esposto più il nuovo arrivato Daniele Porena, eletto lo scorso agosto. In un
comunicato, i togati del gruppo progressista di Area definiscono la pratica
“l’ennesima iniziativa strumentale, un “avviso” a tutti i magistrati che
adottano decisioni sgradite ai potenti“. E ricordano come a sottoscriverla siano
state anche le consigliere Isabella Bertolini e Claudia Eccher, rispettivamente
in quota Fratelli d’Italia e Lega, “non a caso le stesse che, per quanto si
apprende dalla stampa, sono entrate nel comitato promotore del Sì al referendum”
costituito dai partiti di governo. “Non contestiamo certo il diritto – anzi il
dovere – dei componenti del Csm di partecipare in prima persona alla dialettica
politico-culturale che anima la campagna referendaria; ma assumervi un ruolo di
organizzazione e direzione attiva implica una esposizione politico-mediatica che
non fa il bene dell’istituzione e snatura il ruolo di chi, in quanto designato
dal Parlamento a camere riunite, dovrebbe rappresentarne le diverse sensibilità,
senza però assumere direttamente ruoli politici organici”, scrivono i
consiglieri di Area, Francesca Abenavoli, Marcello Basilico, Maurizio Carbone,
Genantonio Chiarelli, Antonello Cosentino e Tullio Morello.
Un’accusa a cui le due consigliere rispondono poco dopo: “Stupisce parecchio il
maldestro tentativo di censura messo in atto da chi non sì è mai fatto problemi
a esondare dal proprio ruolo”, scrivono Bertolini ed Eccher. “Se questo è
l’inizio di quello che dovrebbe essere un confronto improntato su un franco e
costruttivo dibattito c’è poco da stare allegri. Il referendum sulla giustizia
chiamerà tutti gli italiani ad esprimersi su una riforma attesa da anni che da
piena attuazione alla Carta costituzionale. La campagna referendaria vede già
impegnati i consiglieri del Csm, specialmente quelli togati, che vogliono che
non cambi assolutamente nulla. Come è logico che sia, ci sono anche consiglieri
che invece sono per il Sì alla riforma. Per fortuna, alla fine, saranno gli
italiani a decidere e non le correnti della magistratura”.
L'articolo Caso Almasri, archiviata la pratica contro Lo Voi al Csm. I
consiglieri progressisti: “Era un avviso ai magistrati sgraditi” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Quattro giorni fa il Garante smentiva tutto e annunciava querele. Oggi comunica
di aver presentato un esposto alla Procura di Roma per denunciare proprio ciò
che aveva negato: il 1° novembre “persone non identificate avrebbero avuto
accesso, o tentato di accedere, senza autorizzazione ai locali e ai sistemi
informatici dell’Autorità”, con possibile sottrazione di documenti. Una
giravolta che arriva forse perché – come rivelato dal Fatto – la Procura ha già
avviato accertamenti sull’episodio.
Dal Garante filtra che la scelta sarebbe dettata da “motivi di prudenza”, un
atto dovuto insomma: la nota del 29 novembre smentiva la presenza dei quattro
membri del Collegio, salvo un breve passaggio di Guido Scorza per recuperare le
chiavi. Ma – questo il ragionamento a Palazzo Venezia – se qualcuno fosse
davvero entrato clandestinamente, come sostiene la stampa, allora “occorre
verificarlo”. Perché, se l’intrusione fosse reale, “ci sarebbe stato il rischio
di una grave violazione della sicurezza”. Il tutto accade mentre infuria ancora
lo scontro con i dipendenti, esploso nella riunione del 20 novembre e continuato
ancora ieri durante l’assemblea del personale. A contribuire è stata una la
lettera “spontanea” dei Garanti a cui il personale ha risposto picche,
ribandendo che l’unica soluzione è che si dimettano tutti e quattro.
LA SOSPETTA INTRUSIONE DELL’1 NOVEMBRE
Secondo Report e il Fatto, quel giorno – festa di Ognissanti, uffici chiusi – i
quattro membri del Collegio sarebbero entrati nella sede con persone esterne. “I
membri del collegio dopo qualche ora sono andati via, le persone esterne sono
rimaste dentro tutta la notte, fino all’ora di pranzo del giorno dopo”, riferiva
una fonte interna. Lunedì rientrando al lavoro i dipendenti hanno trovato
“uffici in disordine, scrivanie spostate, oggetti finiti a terra, prese
elettriche o telefoniche non allineate, anomale”, aveva raccontato Alessandro
Bartolozzi (Fisac-CGIL). Il sospetto: una bonifica per cercare cimici o accedere
ai server, a caccia della “talpa” che passava documenti ai giornalisti.
LA SMENTITA CON MINACCE
Il 29 novembre il Collegio assicurava che il 1° novembre “i quattro membri” non
erano entrati nella sede di Piazza Venezia con soggetti esterni “tutta la
notte”. Solo “l’Avv. Guido Scorza” avrebbe fatto un passaggio “tra le 11 e le
11.10”, per poi uscire “pochi minuti dopo”. “Nessun altro membro del Collegio è
stato presente né ha autorizzato l’ingresso a soggetti esterni”, ribadiva il
comunicato, accompagnato dalla minaccia: “Il Collegio adotterà le tutele
previste dalla legge a garanzia della propria onorabilità”.
MARCIA INDIETRO DOPO QUATTRO GIORNI
Quattro giorni dopo, lo scenario si ribalta. Il Garante “trasmette un esposto
alla Procura di Roma”, chiedendo di verificare quanto riportato dalla stampa: il
1° novembre “persone non identificate avrebbero avuto accesso, o tentato di
accedere, senza autorizzazione ai locali dell’Autorità”. E aggiunge: “Tali
individui avrebbero tentato, o eventualmente effettuato, intrusioni nei sistemi
informatici dell’Autorità, con possibile sottrazione di dati e documenti”. Tutto
il contrario di ciò che era stato affermato pochi giorni prima. Sul sito, i due
comunicati restano uno accanto all’altro.
GARANTE, LA LETTERA AI DIPENDENTI È UN BOOMERANG
Intanto si è rivelato un boomerang l’ennesimo tentativo del Collegio di ricucire
il rapporto con i dipendenti. Il Collegio invia una lettera che riconosce “un
malessere che non abbiamo colto con tempestività”, ma i metadati del file
rivelano che non è stata scritta da Stanzione: l’autore risulta essere
un’assistente di Ghiglia e l’ultima revisione porta il nome della Fondazione
Cesifin di Firenze, di cui Ginevra Cerrina Feroni è vicepresidente. L’assemblea
del 3 dicembre risponde riaffermando le dimissioni del Collegio.
UNA LETTERA POCO “SPONTANEA”
La comunicazione, firmata da Stanzione, Feroni, Ghiglia e Scorza, arriva ai
dipendenti un quarto d’ora prima dell’assemblea. “Molto molto spontanea e
sentita”, ironizza il rappresentante della Fisac-Cgil Alessandro Bartolozzi.
L’incipit “inviato da iPhone” insospettisce subito: sembra un inoltro
frettoloso. I dipendenti aprono il file Word e verificano le proprietà.
Risultato: autore risulta un’assistente di Ghiglia, revisore Cesifin.
LA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 28
La lettera tratta temi organizzativi – codice etico, whistleblowing,
comunicazione interna – ma viene inviata direttamente agli uffici, bypassando i
sindacati. “I sindacalisti di lungo corso della CGIL hanno gridato all’articolo
28”, spiega Bartolozzi, riferendosi alla condotta antisindacale. “I temi
organizzativi dell’ufficio devono essere discussi in sede sindacale, non mandati
direttamente ai dipendenti”. Nel testo, il Collegio nega “alcun mandato per
attività illecite o invasive” e smentisce di aver “autorizzato né richiesto
attività ispettive, investigative o analoghe da parte di soggetti esterni”. Poi
propone riforme: aggiornamento del codice etico, rafforzamento delle procedure
interne, revisione del whistleblowing, distribuzione più equa dei carichi di
lavoro.
L’ASSEMBLEA RISPONDE: DIMISSIONI
L’assemblea del 3 dicembre boccia la lettera e ribadisce la richiesta di
dimissioni. I dipendenti chiedono trasparenza: “Non può esistere
un’amministrazione dove si contestano le spese e non si provvede a mostrarle”,
dice Bartolozzi. Le richieste principali: disclosure completa dei documenti
contabili, istruttoria interna sulla “vicenda Report”, spese del B&B del
presidente Stanzione e così via.
IL BANDO PER IL PORTAVOCE
Nello stesso giorno, il Collegio pubblica un bando per un dirigente
comunicazione: non un concorso pubblico, ma una “forma ibrida” con scelta
fiduciaria e mandato biennale. “Non un dirigente incardinato nell’ufficio, ma un
portavoce agli ordini dei quattro”, è il commento dall’interno. “L’ennesimo
disastro”.
TIMORE DELL’INCHIESTA?
Il clima è teso. Il Collegio forse teme le indagini giudiziarie e che l’ex
segretario Angelo Fanizza, dimessosi il 20 novembre “senza neanche salutare”,
sia andato in Procura a raccontare che tutti sapevano delle intenzioni di
spionaggio interno dei dipendenti. Una piccola apertura arriva dal nuovo
segretario generale Luigi Montuori, che si è impegnato a rispondere alle
richieste di accesso agli atti, alcune già scadute. Ma il personale resta fermo:
“Dovremo lavorare per due anni con questi, sfiduciati all’esterno, scomunicati
all’interno.”
L'articolo Garante Privacy, retromarcia sulla misteriosa intrusione nei suoi
sistemi informatici: dal “mai accaduto” all’esposto in Procura proviene da Il
Fatto Quotidiano.