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“In putrefazione”, “Spero in un malaccio”: Roberta Bruzzone e tre collaboratori indagati per stalking. Le chat pubblicate da Repubblica
“Da Tso”, “in putrefazione”, “una lestofante in meno”, a cui “le goccine e le overdose di botox non bastano più”. Sono solo alcuni dei violentissimi epiteti che la nota criminologa Roberta Bruzzone avrebbe rivolto a una sua collega. A far rendere noto il caso giudiziario è un’inchiesta riportata oggi dal quotidiano La Repubblica, che svela i contenuti dell’avviso di conclusione delle indagini firmato dal pm di Cagliari Gilberto Ganassi. Il fascicolo, ora trasmesso alla Procura di Roma per competenza territoriale, ipotizza il reato di stalking di gruppo ai danni della psicologa forense Elisabetta Sionis (oggi giudice onorario minorile nel capoluogo sardo) e della sua figlia minorenne. LE INDAGINI E IL CONTENUTO DELLE CHAT Secondo gli atti firmati dal pm Gilberto Ganassi visionati da Repubblica, agli indagati viene contestata una condotta reiterata per almeno tre anni, che comprende la diffusione di fotomontaggi del viso della persona offesa, allusioni a sfondo sessuale e frasi di carattere minaccioso su gruppi Facebook e canali YouTube e Twitch. L’inchiesta si basa su un hard disk contenente le trascrizioni di diverse chat WhatsApp, estratte da gruppi denominati “L’armata delle tenebre“, “Gli irriducibili”, “Barcone on the road”, “I mitici” e “Fbi”. Nelle conversazioni riportate dal quotidiano, Bruzzone si riferisce a Sionis utilizzando espressioni come “dalla miserabile esistenza”, “da Tso”, “una lestofante in meno”, “in putrefazione”. Gli inquirenti individuano un passaggio specifico datato 17 settembre 2022, inviato da Bruzzone sul gruppo “Fbi”: “Ho mandato a Monica la mia denuncia di stalking contro la Sionis dell’anno scorso, bisogna attaccarla dimostrando che è una bugiarda e che è su Facebook tramite fake con cui molesta tutti noi”. Il 22 febbraio 2024, Langella scrive in chat: “Stasera massacro pure la Sionis in diretta”. In uno scambio dell’agosto 2023, Langella scrive: “La Sionis è la sciagura peggiore che potesse capitarci e purtroppo non ce ne libereremo mai! Ha fatto di noi la sua ragione di vivere”. Bruzzone risponde: “Io spero in un bel malaccio che se la porti via”. Commentando poi una fotografia postata da Demma, Bruzzone aggiunge: “Questa è marcia di invidia […] guarda il marciume interiore come caz… ormai si vede anche fuori. È in putrefazione da viva questa. […] Monica Demma però tu non mi puoi inviare foto della bestia immonda senza prima avvisarmi… Questa un malaccio se lo merita tutto”. L’ORIGINE DEL PROCEDIMENTO E I CONTENZIOSI LEGALI I contrasti tra Bruzzone e Sionis hanno avuto origine nel 2017, durante il processo relativo alla morte di Manuel Piredda e alle ustioni riportate da Valentina Pitzalis, innescando una serie di denunce reciproche. Il 23 giugno scorso, l’ultima querela presentata da Bruzzone contro Sionis è stata archiviata. Il 28 ottobre, invece, Lucio Lipari, indicato come collaboratore di Bruzzone, è stato condannato in primo grado a due anni per aver perseguitato Sionis. Il fascicolo menziona inoltre interazioni relative ad altri professionisti. In un’altra chat riportata sempre da Repubblica, Demma e Mosca propongono: “Trolliamo un po’ Avesani?”, in riferimento al neurologo Mirko Avesani, a sua volta coinvolto in contenziosi con Bruzzone. Secondo il pm Ganassi, questa conversazione fa ipotizzare che le indagate utilizzassero parte del tempo “a interagire tramite profili fake con altri utenti social”. L'articolo “In putrefazione”, “Spero in un malaccio”: Roberta Bruzzone e tre collaboratori indagati per stalking. Le chat pubblicate da Repubblica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Strage di Ustica, i familiari delle vittime chiedono di non archiviare: “Aereo abbattuto durante un episodio di guerra”
“Non chiudete la porta alla verità su Ustica”. Daria Bonfietti e i famigliari delle vittime della strage saranno presenti oggi, mercoledì, con i loro legali all’udienza in cui il giudice delle indagini preliminari di Roma, Giulia Arcieri, dovrà decidere la sorte dell’indagine ancora aperta sull’aereo che precipitò la notte del 27 giugno 1980, provocando 81 morti. La Procura di Roma ha chiesto al gip l’archiviazione, ritenendo di non aver trovato elementi sufficienti a sostenere un processo. Eppure, sottolinea Bonfietti, “nelle 450 pagine della richiesta d’archiviazione si ribadiscono con forza le conclusioni già raggiunte in passato del giudice Rosario Priore sulle cause della tragedia: il Dc9 è stato abbattuto durante un episodio di guerra aerea. Non solo: si aggiungono nuovi elementi di conoscenza dell’evento, per esempio il fatto che l’addetto militare della Nato a Bruxelles quella notte aveva individuato e seguito un’azione militare di aerei francesi e americani decollati dalla base di Grazzanise, in Corsica; e, ancora, la presenza, nel mare di Napoli della portaerei Foch, sempre ufficialmente negata dalle autorità francesi. Sono elementi che meritano di essere approfonditi e che i nostri legali illustreranno alla gip chiedendo di non archiviare, ma di far proseguire le indagini”. Bonfietti ricorda le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del 45° anniversario della strage: “La Repubblica non si stancherà di continuare a cercare e chiedere collaborazione anche ai Paesi amici per ricomporre pienamente quel che avvenne il 27 giugno 1980”. Conclude Bonfietti: “Le indagini devono proseguire e il governo italiano, in difesa della dignità nazionale, deve pretendere con maggior forza la piena e completa collaborazione dai Paesi amici e alleati”. L'articolo Strage di Ustica, i familiari delle vittime chiedono di non archiviare: “Aereo abbattuto durante un episodio di guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre attacchi in due ore: così nella notte del 14 dicembre Paragon ha violato i telefoni di Cancellato, Caccia e Casarini
Nella stessa notte. E a distanza di poche ore l’uno dall’altro. La nuova consulenza tecnica sul caso Paragon ricostruisce con precisione temporale la sequenza degli attacchi informatici che hanno colpito i telefoni del giornalista Francesco Cancellato e degli attivisti di Mediterranea Giuseppe Caccia e Luca Casarini. Una scansione quasi chirurgica: tre intrusioni nelle prime ore del 14 dicembre 2024, nell’arco di poco più di due ore. Secondo quanto emerso dal lavoro congiunto delle procure di Roma e Napoli, coordinate dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, il primo dispositivo a essere compromesso è stato quello del direttore di Fanpage.it. L’attacco sarebbe avvenuto all’1.17 di notte. Circa un’ora dopo, intorno alle 2.20, è toccato al telefono di Giuseppe Caccia. Infine, alle 3.43, quello di Luca Casarini. Tre intrusioni in sequenza, nella stessa notte e con una distanza temporale minima. Un dettaglio che, secondo i consulenti, non appare casuale. Nella relazione tecnica si sottolinea infatti che “l’esecuzione in serie di tre attacchi nella stessa notte suggerisce che essi possano essere stati parte di una medesima campagna di infezione”. Quello del giornalista e direttore di Fanpage.it non sarebbe stato infettato dai servizi segreti, a differenza degli altri due come è già noto. L’indagine -al momento contro ignoti – procede per accesso abusivo a sistema informatico e intercettazione illecita di comunicazioni. I magistrati dovranno ora chiarire le modalità tecniche dell’“infezione” dei dispositivi e verificare eventuali collegamenti con autorità giudiziarie straniere che nel dicembre 2024 avevano la licenza operativa del software Paragon, il sistema di sorveglianza informatica al centro della vicenda. La ricostruzione temporale rafforza la tesi di un’operazione coordinata. Non tre episodi isolati, ma un’azione mirata concentrata in poche ore. Il primo a reagire pubblicamente alla consulenza è stato Francesco Cancellato. “Qualcuno mi ha spiato illegalmente. E, secondo quanto dice la Procura, quella traccia porta a Paragon”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica. “Questo smentisce anche l’idea che qualcuno aveva provato a mettere in giro, cioè che lo spionaggio nei miei confronti fosse una fantasia o un equivoco”. Per il giornalista ora restano due domande fondamentali: chi e perché. “Lo chiedo allo Stato”, ha spiegato. “Io mi fido e sono nelle mani delle procure che stanno indagando e spero che arrivino fino in fondo”. Cancellato chiede però anche un’assunzione di responsabilità da parte della politica. “Fin dall’inizio qualcuno aveva detto di voler capire cosa fosse successo. In realtà non l’hanno mai fatto davvero, perché non ci hanno mai ascoltato. Anzi, spesso è accaduto il contrario: è stato messo in dubbio quello che raccontavamo”. Il giornalista racconta di aver ricevuto molta solidarietà da cittadini e colleghi, ma di essersi sentito isolato sul piano istituzionale. “Ti senti come una mosca in una stanza, con qualcuno intorno che ha in mano l’insetticida”. Il caso, sottolinea, non riguarda soltanto lui o la sua redazione. “Il tema dello spionaggio dei giornalisti è molto serio. È una cosa che non può più succedere, ma che è successa”. L'articolo Tre attacchi in due ore: così nella notte del 14 dicembre Paragon ha violato i telefoni di Cancellato, Caccia e Casarini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La carriera dei fratelli Luciani con la benedizione della Destra: Riccardo direttore della Quadriennale, Cristiana dirigente del Garante della Privacy
“Posso registrare la chiamata?”. Riccardo Luciani non si fida, forse teme l’imboscata. È appena diventato direttore generale della Quadriennale di Roma, la fondazione che organizza uno dei principali eventi di arte contemporanea in Italia insieme alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. L’incarico vale circa 125 mila euro l’anno. La famiglia Sbardella fa carriera, ma fa anche notizia. La Procura di Roma indaga sul concorso che nel 2025 ha promosso sua sorella Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, a dirigente del Garante della Privacy. Pochi giorni dopo Il Fatto apprende che anche suo fratello Riccardo, cognato del parlamentare, ha compiuto un deciso salto di carriera. Una vicenda estranea a qualsiasi inchiesta e dunque senza legami con le indagini sull’Autorità, ma la coincidenza non è sfuggita a molti. Tanto che indiscrezioni parlavano di un incarico fiduciario su indicazione del ministro Giuli, visto che la Fondazione è partecipata dal ministero della Cultura, dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma e dalla Camera di Commercio di Roma. Lo stesso Luciani – contattato dal Fatto – precisa che non è così: “Ho partecipato a un bando scaduto lo scorso ottobre. Addirittura, da statuto, la fondazione potrebbe scegliere il direttore con nomina del Cda. Invece per questa procedura è stata prevista una doppia commissione: una esterna per lo screening dei curricula e un colloquio orale, cosa che non era nemmeno prevista dallo statuto”. Ma forse la strada era obbligata: senza bando sarebbe stata lastricata di accuse di “amichettismo” a destra. L’ascesa di Luciani comincia nel 2019 – quando al governo c’era il centrosinistra – con l’assunzione a tempo indeterminato in Ales, la società di servizi del ministero della Cultura. Dopo il passaggio nel 2023 al gabinetto dell’allora ministro Gennaro Sangiuliano, la svolta arriva nel 2024 con l’arrivo del nuovo presidente di Ales Fabio Tagliaferri – molto vicino ad Arianna Meloni – di cui il cognato di Sbardella diventa capo segreteria. Nel frattempo Luciani era già stato nominato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca commissario della riserva naturale “Nazzano Tevere Farfa”, incarico che diventerà presidenza nell’ottobre 2025. Una militanza antica quella dei Luciani nella destra italiana. Riccardo e Cristiana sono figli di Antonio Luciani, a lungo primario di cardiologia a Tivoli e anima locale di Casa Pound. Un’appartenenza politica che, unita alla parentela acquisita, fa sorgere interrogativi su possibili “spinte”. Ma Luciani respinge ogni accusa di favoritismo: “La mia militanza nasce pure qualche anno prima, a Tivoli. Luca Sbardella l’ho conosciuto nel ’98 quando si è fidanzato con mia sorella. Nella mia vita lavorativa non è stato minimamente influente, anzi”. Fatto sta che a soli 23 anni Riccardo aveva già un contratto a tempo determinato nella segreteria di presidenza della Commissione Ambiente e Territorio della Camera dei deputati, allora guidata dall’ex missino Pietro Armani. Due anni dopo lo stage al Parlamento europeo. Tra il 2008 e il 2010 lavora al Consiglio regionale del Lazio, poi assessore alla Cultura del Comune di Tivoli. Sotto il profilo culturale parlano le sue pubblicazioni per “Idrovolante edizioni”, tra cui “L’altro Turati, Storia di Augusto, segretario del PNF”. “Ma ho anche un master in gestione dei Beni Culturali”, protesta. A quanto pare Riccardo ha imparato anche a dare una bella “ripulita” al proprio passato lavorativo. Nella versione più datata del suo cv, aggiornata al 2016, emerge un percorso eclettico e lontano dalle sfere culturali e istituzionali: tra il 2008 e il 2013 Luciani è titolare della “Sibilla Clean Service”, una ditta di lavaggio e noleggio biancheria per ristoranti e alberghi; nel 2008 compare su Raiuno come assistente dello chef Fabio Campoli; nel 2014 lavora come restaurant manager per un locale e come sales manager per forniture a B&B di lusso; dal 2015 ha un contratto a tempo indeterminato in un servizio di help desk tecnico per conto di Sogei. Nel “nuovo” curriculum, datato 20 ottobre 2025 e aggiornato per il bando alla Quadriennale, spariscono lavanderie e ristoranti. “Ho solo cercato di caratterizzare un curriculum amministrativo, dando la priorità a quelle esperienze”. Resta un profilo istituzionale e accademico che culmina con un incarico di docenza sulla sicurezza sul lavoro tra il 2021 e il 2022. Campo in cui amici, figli, cognati e Fratelli d’Italia possono vantare parecchia esperienza. L'articolo La carriera dei fratelli Luciani con la benedizione della Destra: Riccardo direttore della Quadriennale, Cristiana dirigente del Garante della Privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mister Asfalto” verso il processo: gli appalti pilotati, le dichiarazioni su fondi al Pd Lazio e l’ombra del sistema Giubileo
Ci sono anche un decennio di presunti finanziamenti illeciti erogati nei confronti del Partito Democratico del Lazio tra le accuse contestate a Mirko Pellegrini, ormai noto come “Mister Asfalto”. L’imprenditore è indagato dalla Procura di Roma per presunti episodi di corruzione, turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture per decine di appalti stradali, alcuni relativi ad opere legate al Giubileo 2025. Oggi i pm capitolini hanno formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Pellegrini e di altre 19 persone. Formalmente imputate anche le 16 società di costruzione e manutenzione stradale riconducibili all’imprenditore. Interrogato dai pm nei mesi scorsi, Pellegrini ha ammesso di aver finanziato dal 2013 al 2023 l’ex senatore del Pd – a lungo segretario regionale – Bruno Astorre, deceduto nel 2023 dopo essersi tolto la vita lanciandosi dalla finestra del suo ufficio a Palazzo Madama (vicenda in alcun modo collegata con l’inchiesta). Proprio per questo motivo Astorre non ha mai avuto la possibilità di difendersi o comunque di smentire le affermazioni di Pellegrini. Non solo. A verbale l’imprenditore ha anche confessato ai pm di aver cercato di ricollocarsi politicamente dopo la morte di Astorre. “Avevo saputo – dice a verbale Pellegrini il 12 giugno 2025 – che a Roma contavano e contano due personaggi: Goffredo Bettini e Claudio Mancini del Pd (entrambi estranei all’inchiesta, ndr)” ma si mise a cercare il secondo, punto di riferimento politico del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, “poiché non avevo la forza di poter raggiungere un contatto con Bettini”. Mancini, che l’imprenditore incontrò due volte – la prima durante un pranzo al quale erano presenti altre persone e la seconda per caso in un bar del centro – ha smentito “ogni tipo di rapporto” con Mister Asfalto. Per quanto riguarda le altre accuse, l’avviso di conclusione indagini contesta a Pellegrini e ai suoi collaboratori un’articolata associazione per delinquere finalizzata a pilotare appalti pubblici e a frodare Roma Capitale e altri enti, con asfalti realizzati con spessori inferiori e materiali difformi rispetto ai capitolati. Vengono ipotizzate turbative d’asta su gare per la grande viabilità e interventi legati anche alla Ryder Cup, episodi di corruzione con pubblici ufficiali addetti ai controlli, riciclaggio e autoriciclaggio per oltre 7 milioni di euro, nonché responsabilità amministrativa di numerose società del gruppo. L’atto ricostruisce inoltre un presunto sistema di intestazioni fittizie di società e conti correnti per eludere la normativa antimafia e le misure di prevenzione patrimoniale, con il coinvolgimento – a vario titolo – di dirigenti pubblici e funzionari bancari, e ipotesi di bancarotta fraudolenta legata al dissesto di una delle società riconducibili all’imprenditore L'articolo “Mister Asfalto” verso il processo: gli appalti pilotati, le dichiarazioni su fondi al Pd Lazio e l’ombra del sistema Giubileo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le uscite di sicurezza erano sbarrate, Jessica Moretti scappò”, le testimonianze dei ragazzi italiani feriti ai pm di Roma
Nelle prime testimonianze dei giovani italiani rimasti feriti nel tragico incendio del bar Le Constellation di Crans-Montana, che la notte di Capodanno ha causato la morte di 41 persone e il ferimento di altre 115, si rivedono le scene di panico e la disorganizzazione riportate in alcuni video diffusi subito dopo il rogo. I feriti hanno raccontato ai magistrati italiani la loro terribile esperienza: “Le uscite di sicurezza erano sbarrate“. Il fuoco si è propagato in pochi minuti, complicato dalla totale assenza di materiali ignifughi e da un’inefficienza totale nel fronteggiare l’incendio: “Nessun estintore è stato usato e nessuno dava indicazioni a chi cercava di fuggire”, hanno dichiarato i sopravvissuti. Jessica Moretti? “È scappata”, la risposta. Alcuni testi hanno riferito, inoltre, che nel locale – anche se si era raggiunta la capienza massima – era possibile entrare solo dopo avere pagato le consumazioni. “Chiedevano fino a 270 euro per una bottiglia di champagne e non c’erano divieti per i minori, potevano frequentare il bar e bere alcolici”. Racconti che sono sostanzialmente “sovrapponibili” tra di loro: la versione di quanto avvenuto il 31 dicembre al Costellation è “univoca” da parte dei ragazzi che erano presenti nel locale. Queste testimonianze, raccolte dai magistrati italiani su delega della procura di Roma, sono state inserite in un’informativa che ribadisce una ricostruzione dei fatti coerente tra loro. Le dichiarazioni dei giovani italiani coincidono nel descrivere la scena come “un caos assoluto” in cui l’assenza di sicurezza e le scelte errate hanno avuto un impatto devastante sulle persone presenti nel locale. L’INCHIESTA ITALIANA Nel fascicolo aperto a piazzale Clodio, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi con l’aggiunto Giovanni Conzo e il pm Stefano Opilio, la procura romana procede con l’inchiesta per disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime, aggravati dalla violazione della normativa antinfortunistica. Un punto particolarmente controverso emerso dalle testimonianze è il fatto che Le Constellation era noto tra i giovani, anche minorenni, proprio per la sua prassi di consentire il consumo di alcol anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Il fascicolo aperto a Roma resta contro ignoti, ma le indagini si stanno concentrando anche su altri aspetti legati alla sicurezza e alla gestione del locale. Nelle prossime settimane, i magistrati italiani hanno affidato una consulenza tecnica sui cellulari delle vittime e avvieranno una maxi consulenza medico-legale per esaminare le cause e le modalità dei decessi. LE INDAGINI IN SVIZZERA E IL RUOLO DI JEAN-MARC GABRIELLI In parallelo alle indagini italiane, i pm di Roma hanno intrapreso un percorso di cooperazione internazionale con le autorità svizzere. I tempi per l’invio degli atti da parte della Svizzera si preannunciano lunghi: durante un incontro a Berna, non è avvenuto lo scambio di documenti, ma i magistrati italiani dovranno tornare a Sion a metà marzo per visionare gli atti di indagine svolti dai pm elvetici. L’attività istruttoria svizzera non sarà disponibile per settimane, allungando di molto i tempi di indagine. Nel frattempo, emergono nuovi dettagli sul possibile ruolo di Jean-Marc Gabrielli, il figlioccio dei coniugi Moretti. Secondo alcuni testimoni, sarebbe stato proprio Gabrielli a chiudere la porta di servizio, che, una volta divampato l’incendio, ha impedito la fuga a molte persone. “Abbiamo visto Jean-Marc chiudere quella porta. È stato un gesto determinante che ha condannato molte persone“, hanno raccontato alcuni dei presenti. Secondo quanto riportato da Le Figaro, almeno uno degli avvocati delle parti civili ha chiesto alle autorità svizzere di incriminare formalmente Gabrielli, figlio di un’ex autorità politica francese, per la sua presunta responsabilità nella tragedia. Il giovane è stato interrogato dagli inquirenti svizzeri e a verbale ha dichiarato di non essere stato mai formato sulle misure di sicurezza. Gabrielli – che gestiva il Vieux Chalet, altro locale riconducibile ai Moretti, ed era il fidanzato di Cyane Panine, la cameriera nota per aver indossato un casco e morta durante l’evacuazione – al momento è un testimone. L'articolo “Le uscite di sicurezza erano sbarrate, Jessica Moretti scappò”, le testimonianze dei ragazzi italiani feriti ai pm di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Evasione fiscale, il sindaco di Terni Bandecchi rinviato a giudizio: “20 milioni di imposte non pagate dalla sua Unicusano”
Il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi è stato rinviato a giudizio con l’accusa di evasione fiscale. L’inchiesta è stata sviluppata dalla Procura di Roma. A Bandecchi si contesta, in qualità di amministratore di fatto dell’università telematica Unicusano, il mancato pagamento tra il 2018 e il 2022 di imposte per circa 20 milioni di euro. Oltre Bandecchi, a processo anche altre tre persone che hanno rivestito ruoli di responsabilità nella società. La prima udienza si terrà il 4 giugno dinanzi al giudice monocratico. Uscendo dagli uffici di piazzale Clodio a Roma, Bandecchi che è assistito dagli avvocati Filippo Morlacchini e Ali Abukar, ha commentato il rinvio a giudizio: “Nessuna sorpresa, me lo aspettavo; speriamo di poter dimostrare nel processo la nostra innocenza”. L”indagine è stata chiusa nel settembre 2024 ed ha avuto come conseguenza il sequestro di beni nel 2023 da parte della Guardia di finanza; 20 milioni di euro riferiti agli anni 2016-2020, e 2,5 milioni relativi all’anno 2021. A conclusione delle attività investigative, i magistrati rilevano, riferendosi ai vertici della Unicusano: “Al fine di evadere l’imposta sul reddito delle società omettevano di indicare nella dichiarazione Ires 2017 per l’anno di imposta 2016 elementi imponibili pari a 9.826.648 milioni, di fatto evadendo una Ires complessiva pari a 2.358.395 euro avvalendosi dell’illecita fruizione dell’agevolazione fiscale prevista dall’articolo 74 Tuir da interpretarsi alla luce della previsione dell’articolo 1 comma 721 Legge 160/2019, da cui conseguiva l’indebita esenzione della suddetta imposta in luogo dell’applicazione dell’aliquota Ires del 24% con superamento delle previste soglie di punibilità”. Per quanto riguarda il 2017, la Procura contesta un’evasione di 2.908.702 milioni; nel 2018 i milioni sono 3.932.072, nel 2020 l’evasione è quantificata in 5.963.524 milioni di euro. Infin, nel 2021, per i magistrati Unicusano ha evaso 2.653732 milioni di euro. Nel luglio dell’anno scorso, la Corte di Giustizia Tributaria ha accolto in primo grado il ricorso di Unicusano rigettando l’ipotesi di evasione fiscale. Bandecchi è stato eletto con uno schieramento di centrodestra ma è poi passato con Alternativa popolare. A proposito di Unicusano, nel 2024 sono state chiuse sia Cusano Italia Tv che Cusano News 7, media legati all’ateneo. L'articolo Evasione fiscale, il sindaco di Terni Bandecchi rinviato a giudizio: “20 milioni di imposte non pagate dalla sua Unicusano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi di quelli previsti dal bando”
La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio. Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa, subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però, secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025 avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri, contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di “riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine “titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre. Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero, bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva. Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere, anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità Anticorruzione. Nella foto: immagine di repertorio L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto”
Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando) di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi (intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico dei palazzi dei servizi segreti italiani. “SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA” Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat “gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico (riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”. Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano. Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”. L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia. Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre iniziato con compare”. IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE” Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana, praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna” dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”. UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa: “Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre 2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi non si fa sentire. FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO” La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”. Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini di Villa Torlonia per decidere l’affare. IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio. “Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto, contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto 70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché membro della squadra Fiore”. LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO” Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc, Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta. Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda, emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric. “Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R. che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr) per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte. Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno (Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”. L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crans-Montana, i pm di Roma pronti a inviare investigatori della Squadra mobile in Svizzera. Il caso di un incendio precedente in un bar dei Moretti
L’inchiesta sulla strage di Capodanno a Crans-Montana – 40 giovani morti per lo più soffocati dal fumo tossico e oltre 100 feriti – si allarga ufficialmente oltre i confini svizzeri. La Procura di Roma – che indaga per gli stessi reati iscritti dalla procura di Sion – ha fatto sapere che un team di investigatori della Squadra Mobile è pronto per affiancare i colleghi del Cantone Vallese nell’accertamento delle responsabilità del devastante incendio divampato nel bar-ristorante Constellation. Tra le vittime anche sei ragazzi italiani, le cui autopsie sono state eseguiti nei giorni scorsi proprio su ordine dei pm romani perché in Svizzera come verificato da una prima squadra inviata poco dopo l’incendio non erano state disposte, né il certificato medico riportava la causa della morte. In quella occasione gli svizzeri erano apparsi “irrigiditi e frettolosi” a chi aveva firmato la relazione per il ministero dell’Interno italiano. Non si sa se Belgio e Francia, che hanno aperte indagini parallele, avranno anche loro investigatori sul posto. L’obiettivo è quello di semplificare alcune procedure. In ambito Ue, per esempio, esistono le Squadre investigative comuni composte da magistrati e forze di polizia di due o più Stati membri, istituiti per un tempo limitato per indagini transnazionali specifiche, come il crimine organizzato o il terrorismo. Operano in tempo reale, condividendo informazioni direttamente senza la necessità di lunghe rogatorie internazionali. Uno strumento che può tornare utile per quella che è considerata la strage civile grave degli ultimi e che ha coinvolto persone di molte nazionalità. L’INCHIESTA ITALIANA La decisione di inviare investigatori sul posto è contenuta nella rogatoria internazionale trasmessa nei giorni scorsi ai magistrati di Sion, titolari dell’indagine principale. La richiesta non si limita a una collaborazione formale, ma prevede appunto un affiancamento operativo degli agenti italiani alle autorità elvetiche, con l’obiettivo di condividere informazioni, ricostruire la catena delle responsabilità e verificare eventuali profili di rilievo penale anche sul versante italiano. Entro il mese di febbraio, inoltre, i pubblici ministeri di piazzale Clodio dovrebbero recarsi personalmente in Svizzera per un incontro con i colleghi vallesani. Nel fascicolo aperto a Roma, al momento contro ignoti, si ipotizzano i reati di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Un’impostazione che ricalca quella dell’inchiesta svizzera e che potrebbe rapidamente evolvere una volta acquisita la documentazione richiesta. Nella rogatoria, infatti, i pm italiani chiedono la trasmissione di tutta l’attività istruttoria svolta fino ad oggi, comprese le perizie tecniche, i verbali dei sopralluoghi e le relazioni dei vigili del fuoco. Particolare attenzione viene riservata alle autorizzazioni rilasciate nel tempo al locale Constellation, alla frequenza e all’esito dei controlli effettuati dalle autorità competenti e allo stato di attuazione delle normative antinfortunistiche e sulla sicurezza antincendio. Una volta arrivati gli incartamenti dalla Svizzera, la Procura di Roma procederà con l’iscrizione dei primi indagati, tra cui figurano i gestori del locale, Jacques Moretti e la moglie Jessica, già sotto inchiesta nel Cantone Vallese. I due indagati sono entrambi liberi – dopo il pagamento della cauzione – ma obbligati a rispettare una serie di prescrizioni cautelari. IL FRONTE CIVILE Accanto al fronte penale, si profila intanto un contenzioso civile di proporzioni senza precedenti. Secondo le prime stime, le richieste risarcitorie delle parti civili coinvolte nella strage potrebbero raggiungere cifre comprese tra i 600 milioni e il miliardo di franchi svizzeri. Uno scenario delineato da Pascal Pichonnaz, professore di Diritto privato all’Università di Friburgo, che ha analizzato per il quotidiano Le Nouvelliste le possibili conseguenze economiche dell’evento. Le voci di danno prese in considerazione includono le cure mediche, la perdita di reddito, l’impatto sulle pensioni future e il danno morale, in un quadro che appare destinato a pesare a lungo su assicurazioni, responsabili civili e istituzioni. Anche se Axa Suisse, compagnia con cui erano state sottoscritte le polizze del bar Le Constellation e del Comune di Cranspochi, giorni dopo il rogo, aveva fatto sapere che le coperture previste per incidenti e incendi presentano “una somma assicurata limitata”, giudicata insufficiente rispetto alla portata della tragedia. Una valutazione che aveva già aperto uno scenario complesso, perché il rischio è i danni subiti dalle vittime e dai loro familiari sono enormi. Solo i costi sanitari rappresentano una componente enorme: secondo i dati forniti dall’istituto svizzero di assicurazione contro gli infortuni (Suva), in eventi di gravità paragonabile le spese di trattamento oscillano tra 650 mila e 1,6 milioni di franchi per persona. Rapportando queste cifre al numero dei feriti gravi, il totale parziale arriva a circa 180 milioni di franchi. Ma è la perdita di guadagno, attuale e futura, a costituire la voce più rilevante. Dei 116 feriti, infatti, la maggioranza è composta da minorenni, con conseguenze potenzialmente permanenti sulla capacità lavorativa. Ipotizzando una perdita media di reddito di 100mila franchi su 40 anni di vita attiva, il risarcimento complessivo supererebbe i 400-450 milioni di franchi. A ciò si aggiungono circa 40 milioni legati alla riduzione delle rendite pensionistiche. UN MILIARDO DI DANNI Per le famiglie delle 40 vittime decedute, il diritto civile svizzero prevede indennità per la perdita di sostegno economico e per il cosiddetto danno domestico, che potrebbero ammontare a diversi milioni di franchi complessivi. Infine, il danno morale viene stimato in circa 100mila franchi a persona. Nel complesso, utilizzando le tabelle di capitalizzazione, la fascia alta del cumulo dei costi sfiora il miliardo di franchi. I tempi, tuttavia, si preannunciano lunghissimi: il processo civile potrà iniziare solo dopo la conclusione di quello penale e potrebbe richiedere anche dieci o quindici anni, a meno di un accordo stragiudiziale che acceleri sensibilmente le procedure di liquidazione. In attesa degli sviluppi giudiziari, il Cantone del Vallese ha deciso di intervenire con misure immediate di sostegno. Il Consiglio di Stato ha stanziato 10 milioni di franchi a favore delle vittime, una somma che si aggiunge al contributo urgente di 10 mila franchi già previsto per ciascuna vittima. Il governo cantonale si farà inoltre carico delle spese funerarie e di rimpatrio. La definizione di “vittime dell’incendio” adottata dalle autorità è particolarmente ampia: non solo le persone presenti nel locale al momento del rogo, ma anche coloro che sono entrati nel bar nel tentativo di salvare qualcuno o che si trovavano nelle immediate vicinanze fino all’arrivo dei soccorsi, temendo per l’integrità fisica di un proprio caro. L’INCENDIO PRECEDENTE Benché i due indagati nei loro interrogatori, prima della scarcerazione di Jacques Moretti, abbiano scaricato le responsabilità su camerieri (per le candeline pirotecniche), sul Comune (per i controlli) e sullo staff, a complicare ulteriormente il quadro investigativo è l’emersione di un precedente incendio che aveva già coinvolto uno dei locali dei coniugi Moretti. Il rogo risale al marzo 2024 ed era avvenuto nel villaggio di Lens, a pochi chilometri da Crans-Montana, sempre nel Cantone Vallese, dove i due coniugi abitano. Le fiamme avevano distrutto completamente gli arredi interni del locale, allora in fase di ristrutturazione dopo il cambio di proprietà, appena acquisito dalla coppia oggi sotto inchiesta. Nonostante la gravità dell’episodio, secondo quanto ricostruito, non vi sarebbe stato alcun controllo negli altri due locali dei Moretti fino al disastro della notte di Capodanno 2026. E lo stesso sindaco aveva ammesso, tra lo sconcerto delle parti civili, che erano cinque anni che Le Constellation non veniva controllato. Il locale di Lens, denominato Le Vieux Chalet è stato successivamente trasformato in un ristorante tipico con specialità della Corsica, terra d’origine di Jacques Moretti. Un dettaglio che, insieme alla mancata attivazione di verifiche preventive sugli altri esercizi della coppia, potrebbe assumere rilievo nell’accertamento delle responsabilità amministrative e politiche. Non a caso l’inchiesta svizzera si troverebbe ora a uno snodo cruciale, con la concreta possibilità di un suo ampliamento. L’avvocato di parte civile Sébastien Fanti depositerà un esposto contenente decine di segnalazioni che, secondo quanto anticipato, chiamano in causa non solo i coniugi Moretti ma anche il Comune, aprendo un nuovo fronte di contestazioni sul sistema dei controlli e delle autorizzazioni: “Aspettiamo la prossima udienza, le vittime in questo caso sono 700, tra famiglie, fratelli e sorelle, e saremo un centinaio di avvocati. Dobbiamo trovare la soluzione”. L'articolo Crans-Montana, i pm di Roma pronti a inviare investigatori della Squadra mobile in Svizzera. Il caso di un incendio precedente in un bar dei Moretti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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