“Da Tso”, “in putrefazione”, “una lestofante in meno”, a cui “le goccine e le
overdose di botox non bastano più”. Sono solo alcuni dei violentissimi epiteti
che la nota criminologa Roberta Bruzzone avrebbe rivolto a una sua collega. A
far rendere noto il caso giudiziario è un’inchiesta riportata oggi dal
quotidiano La Repubblica, che svela i contenuti dell’avviso di conclusione delle
indagini firmato dal pm di Cagliari Gilberto Ganassi. Il fascicolo, ora
trasmesso alla Procura di Roma per competenza territoriale, ipotizza il reato di
stalking di gruppo ai danni della psicologa forense Elisabetta Sionis (oggi
giudice onorario minorile nel capoluogo sardo) e della sua figlia minorenne.
LE INDAGINI E IL CONTENUTO DELLE CHAT
Secondo gli atti firmati dal pm Gilberto Ganassi visionati da Repubblica, agli
indagati viene contestata una condotta reiterata per almeno tre anni, che
comprende la diffusione di fotomontaggi del viso della persona offesa, allusioni
a sfondo sessuale e frasi di carattere minaccioso su gruppi Facebook e canali
YouTube e Twitch. L’inchiesta si basa su un hard disk contenente le trascrizioni
di diverse chat WhatsApp, estratte da gruppi denominati “L’armata delle
tenebre“, “Gli irriducibili”, “Barcone on the road”, “I mitici” e “Fbi”. Nelle
conversazioni riportate dal quotidiano, Bruzzone si riferisce a Sionis
utilizzando espressioni come “dalla miserabile esistenza”, “da Tso”, “una
lestofante in meno”, “in putrefazione”.
Gli inquirenti individuano un passaggio specifico datato 17 settembre 2022,
inviato da Bruzzone sul gruppo “Fbi”: “Ho mandato a Monica la mia denuncia di
stalking contro la Sionis dell’anno scorso, bisogna attaccarla dimostrando che è
una bugiarda e che è su Facebook tramite fake con cui molesta tutti noi”. Il 22
febbraio 2024, Langella scrive in chat: “Stasera massacro pure la Sionis in
diretta”.
In uno scambio dell’agosto 2023, Langella scrive: “La Sionis è la sciagura
peggiore che potesse capitarci e purtroppo non ce ne libereremo mai! Ha fatto di
noi la sua ragione di vivere”. Bruzzone risponde: “Io spero in un bel malaccio
che se la porti via”. Commentando poi una fotografia postata da Demma, Bruzzone
aggiunge: “Questa è marcia di invidia […] guarda il marciume interiore come caz…
ormai si vede anche fuori. È in putrefazione da viva questa. […] Monica Demma
però tu non mi puoi inviare foto della bestia immonda senza prima avvisarmi…
Questa un malaccio se lo merita tutto”.
L’ORIGINE DEL PROCEDIMENTO E I CONTENZIOSI LEGALI
I contrasti tra Bruzzone e Sionis hanno avuto origine nel 2017, durante il
processo relativo alla morte di Manuel Piredda e alle ustioni riportate da
Valentina Pitzalis, innescando una serie di denunce reciproche. Il 23 giugno
scorso, l’ultima querela presentata da Bruzzone contro Sionis è stata
archiviata. Il 28 ottobre, invece, Lucio Lipari, indicato come collaboratore di
Bruzzone, è stato condannato in primo grado a due anni per aver perseguitato
Sionis. Il fascicolo menziona inoltre interazioni relative ad altri
professionisti. In un’altra chat riportata sempre da Repubblica, Demma e Mosca
propongono: “Trolliamo un po’ Avesani?”, in riferimento al neurologo Mirko
Avesani, a sua volta coinvolto in contenziosi con Bruzzone. Secondo il pm
Ganassi, questa conversazione fa ipotizzare che le indagate utilizzassero parte
del tempo “a interagire tramite profili fake con altri utenti social”.
L'articolo “In putrefazione”, “Spero in un malaccio”: Roberta Bruzzone e tre
collaboratori indagati per stalking. Le chat pubblicate da Repubblica proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Procura di Roma
“Non chiudete la porta alla verità su Ustica”. Daria Bonfietti e i famigliari
delle vittime della strage saranno presenti oggi, mercoledì, con i loro legali
all’udienza in cui il giudice delle indagini preliminari di Roma, Giulia
Arcieri, dovrà decidere la sorte dell’indagine ancora aperta sull’aereo che
precipitò la notte del 27 giugno 1980, provocando 81 morti. La Procura di Roma
ha chiesto al gip l’archiviazione, ritenendo di non aver trovato elementi
sufficienti a sostenere un processo.
Eppure, sottolinea Bonfietti, “nelle 450 pagine della richiesta d’archiviazione
si ribadiscono con forza le conclusioni già raggiunte in passato del giudice
Rosario Priore sulle cause della tragedia: il Dc9 è stato abbattuto durante un
episodio di guerra aerea. Non solo: si aggiungono nuovi elementi di conoscenza
dell’evento, per esempio il fatto che l’addetto militare della Nato a Bruxelles
quella notte aveva individuato e seguito un’azione militare di aerei francesi e
americani decollati dalla base di Grazzanise, in Corsica; e, ancora, la
presenza, nel mare di Napoli della portaerei Foch, sempre ufficialmente negata
dalle autorità francesi. Sono elementi che meritano di essere approfonditi e che
i nostri legali illustreranno alla gip chiedendo di non archiviare, ma di far
proseguire le indagini”.
Bonfietti ricorda le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in
occasione del 45° anniversario della strage: “La Repubblica non si stancherà di
continuare a cercare e chiedere collaborazione anche ai Paesi amici per
ricomporre pienamente quel che avvenne il 27 giugno 1980”. Conclude Bonfietti:
“Le indagini devono proseguire e il governo italiano, in difesa della dignità
nazionale, deve pretendere con maggior forza la piena e completa collaborazione
dai Paesi amici e alleati”.
L'articolo Strage di Ustica, i familiari delle vittime chiedono di non
archiviare: “Aereo abbattuto durante un episodio di guerra” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nella stessa notte. E a distanza di poche ore l’uno dall’altro. La nuova
consulenza tecnica sul caso Paragon ricostruisce con precisione temporale la
sequenza degli attacchi informatici che hanno colpito i telefoni del giornalista
Francesco Cancellato e degli attivisti di Mediterranea Giuseppe Caccia e Luca
Casarini. Una scansione quasi chirurgica: tre intrusioni nelle prime ore del 14
dicembre 2024, nell’arco di poco più di due ore. Secondo quanto emerso dal
lavoro congiunto delle procure di Roma e Napoli, coordinate dalla Procura
nazionale antimafia e antiterrorismo, il primo dispositivo a essere compromesso
è stato quello del direttore di Fanpage.it. L’attacco sarebbe avvenuto all’1.17
di notte.
Circa un’ora dopo, intorno alle 2.20, è toccato al telefono di Giuseppe Caccia.
Infine, alle 3.43, quello di Luca Casarini. Tre intrusioni in sequenza, nella
stessa notte e con una distanza temporale minima. Un dettaglio che, secondo i
consulenti, non appare casuale. Nella relazione tecnica si sottolinea infatti
che “l’esecuzione in serie di tre attacchi nella stessa notte suggerisce che
essi possano essere stati parte di una medesima campagna di infezione”. Quello
del giornalista e direttore di Fanpage.it non sarebbe stato infettato dai
servizi segreti, a differenza degli altri due come è già noto.
L’indagine -al momento contro ignoti – procede per accesso abusivo a sistema
informatico e intercettazione illecita di comunicazioni. I magistrati dovranno
ora chiarire le modalità tecniche dell’“infezione” dei dispositivi e verificare
eventuali collegamenti con autorità giudiziarie straniere che nel dicembre 2024
avevano la licenza operativa del software Paragon, il sistema di sorveglianza
informatica al centro della vicenda. La ricostruzione temporale rafforza la tesi
di un’operazione coordinata. Non tre episodi isolati, ma un’azione mirata
concentrata in poche ore.
Il primo a reagire pubblicamente alla consulenza è stato Francesco Cancellato.
“Qualcuno mi ha spiato illegalmente. E, secondo quanto dice la Procura, quella
traccia porta a Paragon”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica. “Questo
smentisce anche l’idea che qualcuno aveva provato a mettere in giro, cioè che lo
spionaggio nei miei confronti fosse una fantasia o un equivoco”. Per il
giornalista ora restano due domande fondamentali: chi e perché. “Lo chiedo allo
Stato”, ha spiegato. “Io mi fido e sono nelle mani delle procure che stanno
indagando e spero che arrivino fino in fondo”.
Cancellato chiede però anche un’assunzione di responsabilità da parte della
politica. “Fin dall’inizio qualcuno aveva detto di voler capire cosa fosse
successo. In realtà non l’hanno mai fatto davvero, perché non ci hanno mai
ascoltato. Anzi, spesso è accaduto il contrario: è stato messo in dubbio quello
che raccontavamo”. Il giornalista racconta di aver ricevuto molta solidarietà da
cittadini e colleghi, ma di essersi sentito isolato sul piano istituzionale. “Ti
senti come una mosca in una stanza, con qualcuno intorno che ha in mano
l’insetticida”. Il caso, sottolinea, non riguarda soltanto lui o la sua
redazione. “Il tema dello spionaggio dei giornalisti è molto serio. È una cosa
che non può più succedere, ma che è successa”.
L'articolo Tre attacchi in due ore: così nella notte del 14 dicembre Paragon ha
violato i telefoni di Cancellato, Caccia e Casarini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Posso registrare la chiamata?”. Riccardo Luciani non si fida, forse teme
l’imboscata. È appena diventato direttore generale della Quadriennale di Roma,
la fondazione che organizza uno dei principali eventi di arte contemporanea in
Italia insieme alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. L’incarico
vale circa 125 mila euro l’anno. La famiglia Sbardella fa carriera, ma fa anche
notizia.
La Procura di Roma indaga sul concorso che nel 2025 ha promosso sua sorella
Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, a
dirigente del Garante della Privacy. Pochi giorni dopo Il Fatto apprende che
anche suo fratello Riccardo, cognato del parlamentare, ha compiuto un deciso
salto di carriera. Una vicenda estranea a qualsiasi inchiesta e dunque senza
legami con le indagini sull’Autorità, ma la coincidenza non è sfuggita a molti.
Tanto che indiscrezioni parlavano di un incarico fiduciario su indicazione del
ministro Giuli, visto che la Fondazione è partecipata dal ministero della
Cultura, dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma e dalla Camera di Commercio di
Roma. Lo stesso Luciani – contattato dal Fatto – precisa che non è così: “Ho
partecipato a un bando scaduto lo scorso ottobre. Addirittura, da statuto, la
fondazione potrebbe scegliere il direttore con nomina del Cda. Invece per questa
procedura è stata prevista una doppia commissione: una esterna per lo screening
dei curricula e un colloquio orale, cosa che non era nemmeno prevista dallo
statuto”. Ma forse la strada era obbligata: senza bando sarebbe stata lastricata
di accuse di “amichettismo” a destra.
L’ascesa di Luciani comincia nel 2019 – quando al governo c’era il
centrosinistra – con l’assunzione a tempo indeterminato in Ales, la società di
servizi del ministero della Cultura. Dopo il passaggio nel 2023 al gabinetto
dell’allora ministro Gennaro Sangiuliano, la svolta arriva nel 2024 con l’arrivo
del nuovo presidente di Ales Fabio Tagliaferri – molto vicino ad Arianna Meloni
– di cui il cognato di Sbardella diventa capo segreteria. Nel frattempo Luciani
era già stato nominato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca
commissario della riserva naturale “Nazzano Tevere Farfa”, incarico che
diventerà presidenza nell’ottobre 2025.
Una militanza antica quella dei Luciani nella destra italiana. Riccardo e
Cristiana sono figli di Antonio Luciani, a lungo primario di cardiologia a
Tivoli e anima locale di Casa Pound. Un’appartenenza politica che, unita alla
parentela acquisita, fa sorgere interrogativi su possibili “spinte”. Ma Luciani
respinge ogni accusa di favoritismo: “La mia militanza nasce pure qualche anno
prima, a Tivoli. Luca Sbardella l’ho conosciuto nel ’98 quando si è fidanzato
con mia sorella. Nella mia vita lavorativa non è stato minimamente influente,
anzi”.
Fatto sta che a soli 23 anni Riccardo aveva già un contratto a tempo determinato
nella segreteria di presidenza della Commissione Ambiente e Territorio della
Camera dei deputati, allora guidata dall’ex missino Pietro Armani. Due anni dopo
lo stage al Parlamento europeo. Tra il 2008 e il 2010 lavora al Consiglio
regionale del Lazio, poi assessore alla Cultura del Comune di Tivoli. Sotto il
profilo culturale parlano le sue pubblicazioni per “Idrovolante edizioni”, tra
cui “L’altro Turati, Storia di Augusto, segretario del PNF”. “Ma ho anche un
master in gestione dei Beni Culturali”, protesta.
A quanto pare Riccardo ha imparato anche a dare una bella “ripulita” al proprio
passato lavorativo. Nella versione più datata del suo cv, aggiornata al 2016,
emerge un percorso eclettico e lontano dalle sfere culturali e istituzionali:
tra il 2008 e il 2013 Luciani è titolare della “Sibilla Clean Service”, una
ditta di lavaggio e noleggio biancheria per ristoranti e alberghi; nel 2008
compare su Raiuno come assistente dello chef Fabio Campoli; nel 2014 lavora come
restaurant manager per un locale e come sales manager per forniture a B&B di
lusso; dal 2015 ha un contratto a tempo indeterminato in un servizio di help
desk tecnico per conto di Sogei.
Nel “nuovo” curriculum, datato 20 ottobre 2025 e aggiornato per il bando alla
Quadriennale, spariscono lavanderie e ristoranti. “Ho solo cercato di
caratterizzare un curriculum amministrativo, dando la priorità a quelle
esperienze”. Resta un profilo istituzionale e accademico che culmina con un
incarico di docenza sulla sicurezza sul lavoro tra il 2021 e il 2022. Campo in
cui amici, figli, cognati e Fratelli d’Italia possono vantare parecchia
esperienza.
L'articolo La carriera dei fratelli Luciani con la benedizione della Destra:
Riccardo direttore della Quadriennale, Cristiana dirigente del Garante della
Privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ci sono anche un decennio di presunti finanziamenti illeciti erogati nei
confronti del Partito Democratico del Lazio tra le accuse contestate a Mirko
Pellegrini, ormai noto come “Mister Asfalto”. L’imprenditore è indagato dalla
Procura di Roma per presunti episodi di corruzione, turbativa d’asta e frode in
pubbliche forniture per decine di appalti stradali, alcuni relativi ad opere
legate al Giubileo 2025. Oggi i pm capitolini hanno formalizzato la richiesta di
rinvio a giudizio nei confronti di Pellegrini e di altre 19 persone. Formalmente
imputate anche le 16 società di costruzione e manutenzione stradale
riconducibili all’imprenditore.
Interrogato dai pm nei mesi scorsi, Pellegrini ha ammesso di aver finanziato dal
2013 al 2023 l’ex senatore del Pd – a lungo segretario regionale – Bruno
Astorre, deceduto nel 2023 dopo essersi tolto la vita lanciandosi dalla finestra
del suo ufficio a Palazzo Madama (vicenda in alcun modo collegata con
l’inchiesta). Proprio per questo motivo Astorre non ha mai avuto la possibilità
di difendersi o comunque di smentire le affermazioni di Pellegrini. Non solo. A
verbale l’imprenditore ha anche confessato ai pm di aver cercato di ricollocarsi
politicamente dopo la morte di Astorre. “Avevo saputo – dice a verbale
Pellegrini il 12 giugno 2025 – che a Roma contavano e contano due personaggi:
Goffredo Bettini e Claudio Mancini del Pd (entrambi estranei all’inchiesta,
ndr)” ma si mise a cercare il secondo, punto di riferimento politico del sindaco
di Roma Roberto Gualtieri, “poiché non avevo la forza di poter raggiungere un
contatto con Bettini”. Mancini, che l’imprenditore incontrò due volte – la prima
durante un pranzo al quale erano presenti altre persone e la seconda per caso in
un bar del centro – ha smentito “ogni tipo di rapporto” con Mister Asfalto.
Per quanto riguarda le altre accuse, l’avviso di conclusione indagini contesta a
Pellegrini e ai suoi collaboratori un’articolata associazione per delinquere
finalizzata a pilotare appalti pubblici e a frodare Roma Capitale e altri enti,
con asfalti realizzati con spessori inferiori e materiali difformi rispetto ai
capitolati. Vengono ipotizzate turbative d’asta su gare per la grande viabilità
e interventi legati anche alla Ryder Cup, episodi di corruzione con pubblici
ufficiali addetti ai controlli, riciclaggio e autoriciclaggio per oltre 7
milioni di euro, nonché responsabilità amministrativa di numerose società del
gruppo.
L’atto ricostruisce inoltre un presunto sistema di intestazioni fittizie di
società e conti correnti per eludere la normativa antimafia e le misure di
prevenzione patrimoniale, con il coinvolgimento – a vario titolo – di dirigenti
pubblici e funzionari bancari, e ipotesi di bancarotta fraudolenta legata al
dissesto di una delle società riconducibili all’imprenditore
L'articolo “Mister Asfalto” verso il processo: gli appalti pilotati, le
dichiarazioni su fondi al Pd Lazio e l’ombra del sistema Giubileo proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nelle prime testimonianze dei giovani italiani rimasti feriti nel tragico
incendio del bar Le Constellation di Crans-Montana, che la notte di Capodanno ha
causato la morte di 41 persone e il ferimento di altre 115, si rivedono le scene
di panico e la disorganizzazione riportate in alcuni video diffusi subito dopo
il rogo. I feriti hanno raccontato ai magistrati italiani la loro terribile
esperienza: “Le uscite di sicurezza erano sbarrate“. Il fuoco si è propagato in
pochi minuti, complicato dalla totale assenza di materiali ignifughi e da
un’inefficienza totale nel fronteggiare l’incendio: “Nessun estintore è stato
usato e nessuno dava indicazioni a chi cercava di fuggire”, hanno dichiarato i
sopravvissuti.
Jessica Moretti? “È scappata”, la risposta. Alcuni testi hanno riferito,
inoltre, che nel locale – anche se si era raggiunta la capienza massima – era
possibile entrare solo dopo avere pagato le consumazioni. “Chiedevano fino a 270
euro per una bottiglia di champagne e non c’erano divieti per i minori, potevano
frequentare il bar e bere alcolici”. Racconti che sono sostanzialmente
“sovrapponibili” tra di loro: la versione di quanto avvenuto il 31 dicembre al
Costellation è “univoca” da parte dei ragazzi che erano presenti nel locale.
Queste testimonianze, raccolte dai magistrati italiani su delega della procura
di Roma, sono state inserite in un’informativa che ribadisce una ricostruzione
dei fatti coerente tra loro. Le dichiarazioni dei giovani italiani coincidono
nel descrivere la scena come “un caos assoluto” in cui l’assenza di sicurezza e
le scelte errate hanno avuto un impatto devastante sulle persone presenti nel
locale.
L’INCHIESTA ITALIANA
Nel fascicolo aperto a piazzale Clodio, coordinato dal procuratore Francesco Lo
Voi con l’aggiunto Giovanni Conzo e il pm Stefano Opilio, la procura romana
procede con l’inchiesta per disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio
e lesioni gravissime, aggravati dalla violazione della normativa
antinfortunistica. Un punto particolarmente controverso emerso dalle
testimonianze è il fatto che Le Constellation era noto tra i giovani, anche
minorenni, proprio per la sua prassi di consentire il consumo di alcol anche ai
ragazzi sotto i 18 anni.
Il fascicolo aperto a Roma resta contro ignoti, ma le indagini si stanno
concentrando anche su altri aspetti legati alla sicurezza e alla gestione del
locale. Nelle prossime settimane, i magistrati italiani hanno affidato una
consulenza tecnica sui cellulari delle vittime e avvieranno una maxi consulenza
medico-legale per esaminare le cause e le modalità dei decessi.
LE INDAGINI IN SVIZZERA E IL RUOLO DI JEAN-MARC GABRIELLI
In parallelo alle indagini italiane, i pm di Roma hanno intrapreso un percorso
di cooperazione internazionale con le autorità svizzere. I tempi per l’invio
degli atti da parte della Svizzera si preannunciano lunghi: durante un incontro
a Berna, non è avvenuto lo scambio di documenti, ma i magistrati italiani
dovranno tornare a Sion a metà marzo per visionare gli atti di indagine svolti
dai pm elvetici. L’attività istruttoria svizzera non sarà disponibile per
settimane, allungando di molto i tempi di indagine.
Nel frattempo, emergono nuovi dettagli sul possibile ruolo di Jean-Marc
Gabrielli, il figlioccio dei coniugi Moretti. Secondo alcuni testimoni, sarebbe
stato proprio Gabrielli a chiudere la porta di servizio, che, una volta
divampato l’incendio, ha impedito la fuga a molte persone. “Abbiamo visto
Jean-Marc chiudere quella porta. È stato un gesto determinante che ha condannato
molte persone“, hanno raccontato alcuni dei presenti. Secondo quanto riportato
da Le Figaro, almeno uno degli avvocati delle parti civili ha chiesto alle
autorità svizzere di incriminare formalmente Gabrielli, figlio di un’ex autorità
politica francese, per la sua presunta responsabilità nella tragedia. Il giovane
è stato interrogato dagli inquirenti svizzeri e a verbale ha dichiarato di non
essere stato mai formato sulle misure di sicurezza. Gabrielli – che gestiva il
Vieux Chalet, altro locale riconducibile ai Moretti, ed era il fidanzato di
Cyane Panine, la cameriera nota per aver indossato un casco e morta durante
l’evacuazione – al momento è un testimone.
L'articolo “Le uscite di sicurezza erano sbarrate, Jessica Moretti scappò”, le
testimonianze dei ragazzi italiani feriti ai pm di Roma proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi è stato rinviato a giudizio con l’accusa
di evasione fiscale. L’inchiesta è stata sviluppata dalla Procura di Roma. A
Bandecchi si contesta, in qualità di amministratore di fatto dell’università
telematica Unicusano, il mancato pagamento tra il 2018 e il 2022 di imposte per
circa 20 milioni di euro. Oltre Bandecchi, a processo anche altre tre persone
che hanno rivestito ruoli di responsabilità nella società. La prima udienza si
terrà il 4 giugno dinanzi al giudice monocratico. Uscendo dagli uffici di
piazzale Clodio a Roma, Bandecchi che è assistito dagli avvocati Filippo
Morlacchini e Ali Abukar, ha commentato il rinvio a giudizio: “Nessuna sorpresa,
me lo aspettavo; speriamo di poter dimostrare nel processo la nostra innocenza”.
L”indagine è stata chiusa nel settembre 2024 ed ha avuto come conseguenza il
sequestro di beni nel 2023 da parte della Guardia di finanza; 20 milioni di euro
riferiti agli anni 2016-2020, e 2,5 milioni relativi all’anno 2021.
A conclusione delle attività investigative, i magistrati rilevano, riferendosi
ai vertici della Unicusano: “Al fine di evadere l’imposta sul reddito delle
società omettevano di indicare nella dichiarazione Ires 2017 per l’anno di
imposta 2016 elementi imponibili pari a 9.826.648 milioni, di fatto evadendo una
Ires complessiva pari a 2.358.395 euro avvalendosi dell’illecita fruizione
dell’agevolazione fiscale prevista dall’articolo 74 Tuir da interpretarsi alla
luce della previsione dell’articolo 1 comma 721 Legge 160/2019, da cui
conseguiva l’indebita esenzione della suddetta imposta in luogo
dell’applicazione dell’aliquota Ires del 24% con superamento delle previste
soglie di punibilità”.
Per quanto riguarda il 2017, la Procura contesta un’evasione di 2.908.702
milioni; nel 2018 i milioni sono 3.932.072, nel 2020 l’evasione è quantificata
in 5.963.524 milioni di euro. Infin, nel 2021, per i magistrati Unicusano ha
evaso 2.653732 milioni di euro. Nel luglio dell’anno scorso, la Corte di
Giustizia Tributaria ha accolto in primo grado il ricorso di Unicusano
rigettando l’ipotesi di evasione fiscale.
Bandecchi è stato eletto con uno schieramento di centrodestra ma è poi passato
con Alternativa popolare. A proposito di Unicusano, nel 2024 sono state chiuse
sia Cusano Italia Tv che Cusano News 7, media legati all’ateneo.
L'articolo Evasione fiscale, il sindaco di Terni Bandecchi rinviato a giudizio:
“20 milioni di imposte non pagate dalla sua Unicusano” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio.
Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità
operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel
Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa,
subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue
proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto
definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però,
secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora
esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche
forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025
avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri,
contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli
elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di
“riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine
“titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre.
Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in
Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero,
bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva.
Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al
contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in
Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere,
anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da
non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta
saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione
della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità
Anticorruzione.
Nella foto: immagine di repertorio
L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi
di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome
in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i
maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la
quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo
non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società
di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da
soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui
sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi
assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come
sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del
gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede
Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi
viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di
Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando)
di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è
R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e
sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe
vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi
(intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società
di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico
dei palazzi dei servizi segreti italiani.
“SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA”
Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i
rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di
Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto
con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat
“gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat
Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto
se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno
scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che
loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei
leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine
comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico
(riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di
programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara
N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi
sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”.
Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano.
Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati
Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere
ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro
messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”.
L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha
famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa
risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il
problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il
quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando
gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia.
Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia
usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre
iniziato con compare”.
IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE”
Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di
piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca
l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è
oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre
che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata
americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che
De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana,
praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti
vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di
puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni
false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che
chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha
accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna”
dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla
Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha
accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono
controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una
riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda
Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le
persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e
gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”.
UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA
E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda
rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio
e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro
rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci
scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc
Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De
Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa:
“Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale
circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre
2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del
Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi
non si fa sentire.
FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO”
La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”.
Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben
avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore
dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto
imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante
ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per
Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette
pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del
giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile
del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat
scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di
vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini
di Villa Torlonia per decidere l’affare.
IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA
E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio.
“Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto,
contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda
informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi
faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal
pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci
informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo
ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se
confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto
70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per
scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel
decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché
membro della squadra Fiore”.
LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO”
Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto
riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da
Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A
dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc,
Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta.
Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre
rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è
stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco
promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda,
emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto
l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo
anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric.
“Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che
si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R.
che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr)
per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio
Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte.
Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che
la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a
nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è
venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una
mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di
vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della
Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio
ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della
Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno
(Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi
alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”.
L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della
Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’inchiesta sulla strage di Capodanno a Crans-Montana – 40 giovani morti per lo
più soffocati dal fumo tossico e oltre 100 feriti – si allarga ufficialmente
oltre i confini svizzeri. La Procura di Roma – che indaga per gli stessi reati
iscritti dalla procura di Sion – ha fatto sapere che un team di investigatori
della Squadra Mobile è pronto per affiancare i colleghi del Cantone Vallese
nell’accertamento delle responsabilità del devastante incendio divampato nel
bar-ristorante Constellation.
Tra le vittime anche sei ragazzi italiani, le cui autopsie sono state eseguiti
nei giorni scorsi proprio su ordine dei pm romani perché in Svizzera come
verificato da una prima squadra inviata poco dopo l’incendio non erano state
disposte, né il certificato medico riportava la causa della morte. In quella
occasione gli svizzeri erano apparsi “irrigiditi e frettolosi” a chi aveva
firmato la relazione per il ministero dell’Interno italiano. Non si sa se Belgio
e Francia, che hanno aperte indagini parallele, avranno anche loro investigatori
sul posto.
L’obiettivo è quello di semplificare alcune procedure. In ambito Ue, per
esempio, esistono le Squadre investigative comuni composte da magistrati e forze
di polizia di due o più Stati membri, istituiti per un tempo limitato per
indagini transnazionali specifiche, come il crimine organizzato o il terrorismo.
Operano in tempo reale, condividendo informazioni direttamente senza la
necessità di lunghe rogatorie internazionali. Uno strumento che può tornare
utile per quella che è considerata la strage civile grave degli ultimi e che ha
coinvolto persone di molte nazionalità.
L’INCHIESTA ITALIANA
La decisione di inviare investigatori sul posto è contenuta nella rogatoria
internazionale trasmessa nei giorni scorsi ai magistrati di Sion, titolari
dell’indagine principale. La richiesta non si limita a una collaborazione
formale, ma prevede appunto un affiancamento operativo degli agenti italiani
alle autorità elvetiche, con l’obiettivo di condividere informazioni,
ricostruire la catena delle responsabilità e verificare eventuali profili di
rilievo penale anche sul versante italiano. Entro il mese di febbraio, inoltre,
i pubblici ministeri di piazzale Clodio dovrebbero recarsi personalmente in
Svizzera per un incontro con i colleghi vallesani.
Nel fascicolo aperto a Roma, al momento contro ignoti, si ipotizzano i reati di
omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Un’impostazione che ricalca quella
dell’inchiesta svizzera e che potrebbe rapidamente evolvere una volta acquisita
la documentazione richiesta. Nella rogatoria, infatti, i pm italiani chiedono la
trasmissione di tutta l’attività istruttoria svolta fino ad oggi, comprese le
perizie tecniche, i verbali dei sopralluoghi e le relazioni dei vigili del
fuoco. Particolare attenzione viene riservata alle autorizzazioni rilasciate nel
tempo al locale Constellation, alla frequenza e all’esito dei controlli
effettuati dalle autorità competenti e allo stato di attuazione delle normative
antinfortunistiche e sulla sicurezza antincendio. Una volta arrivati gli
incartamenti dalla Svizzera, la Procura di Roma procederà con l’iscrizione dei
primi indagati, tra cui figurano i gestori del locale, Jacques Moretti e la
moglie Jessica, già sotto inchiesta nel Cantone Vallese. I due indagati sono
entrambi liberi – dopo il pagamento della cauzione – ma obbligati a rispettare
una serie di prescrizioni cautelari.
IL FRONTE CIVILE
Accanto al fronte penale, si profila intanto un contenzioso civile di
proporzioni senza precedenti. Secondo le prime stime, le richieste risarcitorie
delle parti civili coinvolte nella strage potrebbero raggiungere cifre comprese
tra i 600 milioni e il miliardo di franchi svizzeri. Uno scenario delineato da
Pascal Pichonnaz, professore di Diritto privato all’Università di Friburgo, che
ha analizzato per il quotidiano Le Nouvelliste le possibili conseguenze
economiche dell’evento. Le voci di danno prese in considerazione includono le
cure mediche, la perdita di reddito, l’impatto sulle pensioni future e il danno
morale, in un quadro che appare destinato a pesare a lungo su assicurazioni,
responsabili civili e istituzioni.
Anche se Axa Suisse, compagnia con cui erano state sottoscritte le polizze del
bar Le Constellation e del Comune di Cranspochi, giorni dopo il rogo, aveva
fatto sapere che le coperture previste per incidenti e incendi presentano “una
somma assicurata limitata”, giudicata insufficiente rispetto alla portata della
tragedia. Una valutazione che aveva già aperto uno scenario complesso, perché il
rischio è i danni subiti dalle vittime e dai loro familiari sono enormi.
Solo i costi sanitari rappresentano una componente enorme: secondo i dati
forniti dall’istituto svizzero di assicurazione contro gli infortuni (Suva), in
eventi di gravità paragonabile le spese di trattamento oscillano tra 650 mila e
1,6 milioni di franchi per persona. Rapportando queste cifre al numero dei
feriti gravi, il totale parziale arriva a circa 180 milioni di franchi. Ma è la
perdita di guadagno, attuale e futura, a costituire la voce più rilevante. Dei
116 feriti, infatti, la maggioranza è composta da minorenni, con conseguenze
potenzialmente permanenti sulla capacità lavorativa. Ipotizzando una perdita
media di reddito di 100mila franchi su 40 anni di vita attiva, il risarcimento
complessivo supererebbe i 400-450 milioni di franchi. A ciò si aggiungono circa
40 milioni legati alla riduzione delle rendite pensionistiche.
UN MILIARDO DI DANNI
Per le famiglie delle 40 vittime decedute, il diritto civile svizzero prevede
indennità per la perdita di sostegno economico e per il cosiddetto danno
domestico, che potrebbero ammontare a diversi milioni di franchi complessivi.
Infine, il danno morale viene stimato in circa 100mila franchi a persona. Nel
complesso, utilizzando le tabelle di capitalizzazione, la fascia alta del cumulo
dei costi sfiora il miliardo di franchi. I tempi, tuttavia, si preannunciano
lunghissimi: il processo civile potrà iniziare solo dopo la conclusione di
quello penale e potrebbe richiedere anche dieci o quindici anni, a meno di un
accordo stragiudiziale che acceleri sensibilmente le procedure di liquidazione.
In attesa degli sviluppi giudiziari, il Cantone del Vallese ha deciso di
intervenire con misure immediate di sostegno. Il Consiglio di Stato ha stanziato
10 milioni di franchi a favore delle vittime, una somma che si aggiunge al
contributo urgente di 10 mila franchi già previsto per ciascuna vittima. Il
governo cantonale si farà inoltre carico delle spese funerarie e di rimpatrio.
La definizione di “vittime dell’incendio” adottata dalle autorità è
particolarmente ampia: non solo le persone presenti nel locale al momento del
rogo, ma anche coloro che sono entrati nel bar nel tentativo di salvare qualcuno
o che si trovavano nelle immediate vicinanze fino all’arrivo dei soccorsi,
temendo per l’integrità fisica di un proprio caro.
L’INCENDIO PRECEDENTE
Benché i due indagati nei loro interrogatori, prima della scarcerazione di
Jacques Moretti, abbiano scaricato le responsabilità su camerieri (per le
candeline pirotecniche), sul Comune (per i controlli) e sullo staff, a
complicare ulteriormente il quadro investigativo è l’emersione di un precedente
incendio che aveva già coinvolto uno dei locali dei coniugi Moretti. Il rogo
risale al marzo 2024 ed era avvenuto nel villaggio di Lens, a pochi chilometri
da Crans-Montana, sempre nel Cantone Vallese, dove i due coniugi abitano. Le
fiamme avevano distrutto completamente gli arredi interni del locale, allora in
fase di ristrutturazione dopo il cambio di proprietà, appena acquisito dalla
coppia oggi sotto inchiesta. Nonostante la gravità dell’episodio, secondo quanto
ricostruito, non vi sarebbe stato alcun controllo negli altri due locali dei
Moretti fino al disastro della notte di Capodanno 2026. E lo stesso sindaco
aveva ammesso, tra lo sconcerto delle parti civili, che erano cinque anni che Le
Constellation non veniva controllato.
Il locale di Lens, denominato Le Vieux Chalet è stato successivamente
trasformato in un ristorante tipico con specialità della Corsica, terra
d’origine di Jacques Moretti. Un dettaglio che, insieme alla mancata attivazione
di verifiche preventive sugli altri esercizi della coppia, potrebbe assumere
rilievo nell’accertamento delle responsabilità amministrative e politiche. Non a
caso l’inchiesta svizzera si troverebbe ora a uno snodo cruciale, con la
concreta possibilità di un suo ampliamento. L’avvocato di parte civile Sébastien
Fanti depositerà un esposto contenente decine di segnalazioni che, secondo
quanto anticipato, chiamano in causa non solo i coniugi Moretti ma anche il
Comune, aprendo un nuovo fronte di contestazioni sul sistema dei controlli e
delle autorizzazioni: “Aspettiamo la prossima udienza, le vittime in questo caso
sono 700, tra famiglie, fratelli e sorelle, e saremo un centinaio di avvocati.
Dobbiamo trovare la soluzione”.
L'articolo Crans-Montana, i pm di Roma pronti a inviare investigatori della
Squadra mobile in Svizzera. Il caso di un incendio precedente in un bar dei
Moretti proviene da Il Fatto Quotidiano.