“Non uso la parola fascismo con leggerezza e generalmente non mi piace per
descrivere il mondo contemporaneo: perché evoca cose ben circostanziate, come le
leggi razziali o i campi di concentramento. Ma temo che questa volta sia la
parola corretta da usare. Negli Stati Uniti abbiamo ormai un’amministrazione che
glorifica la violenza e ha creato un’organizzazione paramilitare che agisce con
impunità, sentendosi in diritto di ignorare la legge e la Costituzione. Li
abbiamo visti in azione Minneapolis, dove hanno agito come veri squadristi”.
Sono felice che la storica americana Applebaum, sia pure con cautela, abbia
‘osato’ utilizzare in un’intervista pubblicata a Repubblica il termine Fascismo
per denunciare l’operato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e le
azioni criminali messe a segno dalle squadracce dell’Ice, trasformate dal capo
della Casa Bianca come suo esercito personale per combattere l’immigrazione.
Il segno di un salto di qualità allarmante è stato superato quando gli uomini
con il volto coperto hanno assassinato a sangue freddo ora Alex Jeffrey Pretti e
prima Renee Good ma il dato ancora più drammatico che ricorda i tempi bui del
nazismo è che il capo della Casa Bianca ha messo in atto una vera e propria
politica di deportazione, colpendo a sangue freddo, attraverso il braccio armato
dell’Ice, chiunque porti la pelle non bianca, compresi i bambini.
E’ proprio in base a questa drammatica metamorfosi della politica di Donald
Trump che mi chiedo come sia possibile che la nostra Presidente del Consiglio
Giorgia Meloni abbia detto pubblicamente di sperare nel Nobel per la Pace al
nuovo energumeno della Casa Bianca. A parte il fatto che Donald Trump
pretenderebbe di ottenere il Nobel della pace facendo una vergognosa pressione
sul governo norvegese, come se la commissione incaricata per i premi Nobel non
avesse nessuna autonomia. Ma a parte questo particolare che spiega come mai
Donald Trump stia lavorando alacremente per affossare tutti gli organismi di
contropotere e di controllo dell’operato del governo, è indecente proporre un
Nobel per la pace a un signore che qualche anno fa ha guidato l’assalto a
Capitol Hill e oggi usa l’Ice come se fosse la Gestapo.
Nel 2025 il Nobel per la pace è stato assegnato a Maria Corina Machado per la
sua opposizione al regime di Maduro ma Donald Trump si è guardato bene da
chiamarla a dirigere il paese dopo l’arresto del dittatore, forse perché quel
premio lo voleva lui. Spero che un giorno non saremo costretti a dare un Nobel
per la pace a chi riuscirà a debellare negli Stati Uniti il neo diktator della
Casa Bianca.
L'articolo Com’è possibile sperare nel Nobel per Trump? Qui gli storici parlano
di fascismo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Nobel per la Pace
di Paolo Gallo
C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea che il Premio Nobel per la
Pace possa diventare una promessa preventiva, una moneta di scambio simbolica,
un gesto di allineamento politico mascherato da speranza diplomatica. Ed è
esattamente questo che accade quando Giorgia Meloni evoca la candidatura di
Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, prima ancora che esista un risultato,
un accordo, una pace reale.
Non è solo una frase infelice. È un segnale politico. E come tutti i segnali
politici dice molto più di quanto vorrebbe. Il Nobel per la Pace non nasce per
incoraggiare, blandire o motivare leader potenti. Non è un incentivo, non è una
scommessa, non è una dichiarazione d’intenti. È, o dovrebbe restare, un
riconoscimento ex post, assegnato a chi ha dimostrato con i fatti di aver
ridotto la violenza, costruito ponti, salvato vite. Anticiparlo significa
svuotarlo. Usarlo come auspicio significa degradarlo.
Il punto, però, non è solo il premio. È l’uomo a cui si fa riferimento. Trump
non è una figura neutra, non è una pagina bianca su cui proiettare speranze. È
un leader che ha costruito la propria carriera politica sull’esasperazione,
sull’idea di nemici interni ed esterni, sulla logica della forza come strumento
di pressione. Un leader sotto il cui nome stanno politiche di separazione
familiare, deportazioni, disprezzo per il diritto internazionale e per le
istituzioni multilaterali. Pensare di associare tutto questo al lessico della
pace richiede una notevole dose di rimozione.
C’è poi un secondo livello, ancora più inquietante. Quando un capo di governo
europeo si spinge a legittimare in anticipo un possibile “pacificatore”
americano, sta implicitamente dicendo che l’Europa non è soggetto, ma
spettatrice. Che la pace in Ucraina non sarà frutto di un processo complesso,
multilaterale, fondato sul diritto e sulla sicurezza collettiva, ma il risultato
di un uomo solo al comando. È una visione semplicistica, quasi messianica, che
riduce la geopolitica a storytelling.
E qui emerge la vera fragilità di questa uscita: l’idea che la politica
internazionale si faccia ormai a colpi di narrazioni, simboli e gesti ad
effetto. Il Nobel evocato non come traguardo, ma come teaser. Come se bastasse
pronunciare una parola carica di valore morale per trasferire automaticamente
quel valore su chi la riceverà.
Ma la pace non funziona così. Non si annuncia, non si promette, non si premia in
anticipo. La pace si costruisce con compromessi, a volte dolorosi, garanzie
reciproche, rispetto delle regole. E soprattutto con credibilità. Quella stessa
credibilità che si perde quando si confonde il desiderio di contare qualcosa
sullo scacchiere globale con la rinuncia a ogni senso della misura.
Usare il Nobel per la Pace come leva politica non rafforza l’Italia. La espone.
La colloca in una postura subalterna, pronta ad applaudire prima ancora che lo
spettacolo inizi. E, cosa forse più grave, contribuisce a svuotare uno dei pochi
simboli morali rimasti nella politica internazionale.
Se tutto diventa premio, nulla è più merito. E se la pace diventa un titolo da
assegnare prima dei fatti, allora non è più pace: è propaganda.
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L'articolo Nobel per la Pace come moneta di scambio: le parole di Meloni rendono
l’Italia subalterna proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con
altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per
la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina
Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come
una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale
del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non
può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che
il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia
fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che
la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del
vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura
di Nicola Maduro.
Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro
che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che,
sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del
destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il
comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia
all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry
Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini.
Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente
differente.
Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un
“momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso
di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della
libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha
placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di
rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e
sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto
carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il
premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di
essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine
per aver ricevuto il premio.
L'articolo L’indignazione del comitato per il Nobel: “Un vincitore non può
condividere il premio per la pace con altri, né trasferirlo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Lei gli ha regalato il Nobel per la Pace vinto a ottobre per ingraziarselo in
vista della formazione di un nuovo governo in Venezuela e lui se lo è preso con
tanti sentiti ringraziamenti. Come promesso, Maria Corina Machado ha consegnato
il prestigioso riconoscimento a Donald Trump nel loro incontro alla Casa Bianca.
Un gesto puramente simbolico, anche perché il comitato di Oslo ha già chiarito
che il premio non è trasferibile. Ma che la leader dell’opposizione spera possa
contribuire ad aprirle la strada verso il governo di Caracas, dopo anni di lotta
contro Nicolas Maduro e le ultime elezioni vinte dal suo candidato Edmundo
González Urrutia.
“Duecento anni fa il generale Lafayette donò a Simon Bolívar una medaglia con il
volto di George Washington. Bolivar conservò quella medaglia per il resto della
sua vita”, ha detto Machado parlando con i giornalisti dopo il colloquio con il
tycoon ed una visita a Capitol Hill. “Duecento anni dopo, il popolo di Bolivar
restituisce all’erede di Washington una medaglia, in questo caso la medaglia del
Premio Nobel per la Pace, come riconoscimento per il suo impegno straordinario a
favore della nostra libertà”, ha aggiunto la leader. Circondata da una folla di
sostenitori che gridavano il suo nome, Machado li ha rassicurati che “possiamo
contare su Trump” e che il colloquio con il presidente è andato “alla grande“.
Il capo della Casa Bianca, da parte sua, ha ringraziato con un post su Truth: “È
stato per me un grande onore incontrare oggi María Corina Machado, del Venezuela
– ha scritto -. È una donna straordinaria che ha affrontato tante difficoltà.
María mi ha consegnato il suo Premio Nobel per la Pace in riconoscimento del
lavoro che ho svolto. Un gesto meraviglioso di reciproco rispetto. Grazie,
María!”.
La strada verso il palazzo di Miraflores è però ancora lunga, a patto che
esista. La presidente ad interim Delcy Rodriguez si è conquistata in queste
settimane la stima del tycoon grazie all’accordo sul petrolio e alla liberazione
di centinaia di prigionieri politici. Finora ha “soddisfatto tutte le nostre
richieste”, ha sottolineato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
“Abbiamo avuto un’ottima conversazione e lei è una persona fantastica”, ha detto
ieri Trump “una lunga telefonata” con Rodriguez. Il presidente americano ha,
inoltre, dichiarato di volerla ricevere presto e di voler andare il prima
possibile in Venezuela. Per contro, dieci giorni fa ha gelato le aspirazioni di
Machado sostenendo che non godeva del “rispetto” necessario e che avrebbe dovuto
farsi da parte per facilitare la transizione.
Dall’altra parte Rodriguez, in un messaggio alla nazione, ha detto di essere
disposta ad andare a Washington “con la bandiera tricolore in mano” per
intraprendere una “battaglia diplomatica” con gli Stati Uniti. “Se mai dovessi
andare a Washington come presidente ad interim – ha detto -, lo farò a testa
alta, camminando e non strisciando”.
L'articolo Venezuela, Machado regala il Nobel per la Pace a Trump. Lui: “Grazie,
è per lavoro che ho svolto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Maria Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana e vincitrice del premio Nobel per la pace 2025. Un
incontro a sorpresa, che è stato reso noto nel bollettino ufficiale diffuso
dalla sala stampa della Santa Sede che citava Machado tra le persone ricevute
dal pontefice. È avvenuto nella mattinata del 12 gennaio e si è svolto nel
Palazzo Apostolico del Vaticano. Al momento non sono stati diffusi dalla Santa
Sede ulteriori dettagli sull’incontro ma solo alcune fotografie dell’evento.
Machado, vestita di nero e con un rosario al collo, si è intrattenuta in un
colloquio col Pontefice tra sorrisi e stratta di mano. Da quanto si evince dagli
scatti, il faccia a faccia tra il Pontefice e Machado è avvenuto nella
Biblioteca privata. L’incontro si è svolto al termine di una giornata per Leone
ricca di udienze private. Tra gli altri ricevuti dal Papa, figurano anche i
capitani reggenti della Repubblica di San Marino, il cardinale Rolandas
Makrickas e Davide Prosperi, il presidente di Comunione e Liberazione, oltre ad
altri rappresentanti ecclesiastici e internazionali.
In merito alla crisi venezuelana, nell’Angelus del 4 gennaio scorso Prevost
aveva dichiarato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra
ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere
cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese”. Un appello
rinnovato il 9 gennaio, quando in occasione dell’udienza ai membri del Corpo
diplomatico aveva invitato la comunità internazionale a “rispettare la volontà
del popolo venezuelano” per “costruire una società fondata sulla giustizia,
sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave
crisi che affligge il Paese da molti anni”.
Machado, ex deputata dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione all’ex
presidente Nicolás Maduro, è stata insignita del Nobel a ottobre del 2025:
assente durante la cerimonia di premiazione, era apparsa a Oslo il giorno
successivo dopo undici mesi di clandestinità. Dopo i raid statunitensi e la
cattura di Maduro, Machado non ha comumque trovato spazio politico: il Paese è
infatti passato alla guida di Delcy Rodríguez, vice di Maduro. Nei prossimi
giorni, la politica venezuelana incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca e per
l’occasione ha dichiarato di voler offrire il suo Nobel al presidente Usa, ma è
stata frenata dal Comitato del premio. “La stimo, ma non ha abbastanza sostegno
nel Paese per poterlo guidare”, avevo detto Trump parlando di Machado dopo
l’attacco in Venezuela.
L'articolo Papa Leone ha ricevuto in Vaticano la leader dell’opposizione
venezuelana Maria Corina Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non c’è limite alle scommesse su Polymarket, la piattaforma blockchain dal
valore di 9 miliardi di dollari, dove si gioca d’azzardo su guerre e crisi, tra
cui Ucraina e Venezuela, alla pari delle partite di Nba, Nfl e Premier League.
Su Polymarket si scommette sul cessate-il-fuoco tra Mosca e Kiev per un volume
d’affari di quasi 62 milioni di dollari, ma anche sulla data di inizio
dell’intervento militare Usa in Venezuela, dove il giro supera i 40 milioni di
dollari. Due opzioni, “Sì” o “No”, con una rosa di date su cui puntare. C’è
anche un totonomi sugli Epstein files ed è partita aperta sulle presidenziali in
Portogallo che si terranno nel gennaio 2026. Gli utenti partecipano acquistando
azioni, che vanno da zero a un dollaro, a seconda delle probabilità.
L’ASSE POLITICO-FINANZIARIO
Polymarket intreccia esponenti delle élite statunitensi, come l’investitore
Jeffrey Sprecher – Ceo di Intercontinental Exchange e a capo della Nyse di New
York che ha investito 2 miliardi di dollari per integrare la piattaforma nei
circuiti finanziari – e Donald Trump Jr., il quale vi partecipa attraverso 1789
Capital, fondo di investimento volto a rilanciare le “eccellenze Usa” attraverso
il “capitalismo patriottico“. Polymarket si presenta come “il più grande portale
di predizioni” e vanta un presunto “oracolo”, che mescola fonti Osint, “mappe
militari” o “bollettini ufficiali” per fornire informazioni agli utenti. Ma in
realtà questo “oracolo” è soggetto a “sabotaggi” e “operazioni di
disinformazione” volte a “dirottare le scommesse“, trasformando le notizie in
“un asset manipolabile”, come riportano le inchieste eseguite da Fortune, 404
Media e Bloomberg.
LA FALSA MAPPA DELL’ISW
È successo a metà novembre, quando i mercati si sono chiusi con ritorni del
33mila per cento finiti nelle mani di una strettissima cerchia di account sulla
base della caduta, mai avvenuta sul fronte, di un’area chiave: la città ucraina
di Myrnohrad. A ricostruire la vicenda è stato 404 Media, svelando la
manipolazione di una mappa appartenente al think tank americano Institute for
the Study of War. La mappa è sparita dai radar una volta chiusi i mercati e
riscosso il bottino. Tra i principali account vincitori spunta DeepFrontier che
ha incassato 1 milione e mezzo di dollari, di cui si è persa traccia attraverso
Crypto mixers. C’era anche un bot, Orakle_Hunter_99, che ha “anticipato l’occhio
umano” nel notare le variazioni della mappa, guadagnandoci sopra.
Dopo l’episodio l’Isw ha rilasciato una nota denunciando “l’edizione non
autorizzata” e “non approvata” della loro mappa interattiva, sottolineando che
il lavoro del think tank mira a “salvare vite”, non va usato come “tavolo da
gioco“. Anche il collettivo ucraino Deep State ha condannato la vicenda:
“Polymarket incentiva menzogne sul fronte soltanto per muovere denaro”. La
scommessa sulla caduta della città, nel momento in cui si scrive, resta aperta
sul portale, con un volume di quasi 1 milione di dollari.
LO SPIONAGGIO SUL NOBEL
Altra controversia si è verificata con la soffiata sul nome della dissidente
venezuelana María Corina Machado come vincitrice del Nobel per la Pace, con
l’account DirtyCup che ha spostato le quote dal 4% al 77% prima dell’annuncio
ufficiale. “È spionaggio economico volto a saccheggiare l’integrità delle nostre
istituzioni”, ha denunciato Kristian Berg Harpvigen, dell’Istituto di ricerca
per la pace di Oslo, all’emittente norvegese Tv2.
FOLLOW THE MONEY
Su iniziativa di Sprecher, i dati di Polymarket sono vincolati ai terminali di
Intercontinental Exchange e possono incidere sui costi delle materie prime. Per
il Ceo la piattaforma è capace di “aiutare i mercati tradizionali” ad anticipare
la “volatilità della geopolitica“. Ma non mancano le perplessità circa la
manipolazione dell’informazione. “Fino al 30% del volume di investimenti è
artificiale”, svela un’inchiesta di Fortune che analizza dati di Chaos Lab e
Inca Digital e che parla di “account coordinati che acquistano e vendono tra
loro per spostare l’ago della bilancia dell’opinione pubblica verso narrative
politiche specifiche”. A sua volta Samuel O’Brient, analista di TipRanks, ha
avvertito che “Polymarket non predice il futuro”, ma è uno mero “strumento di
propaganda” per manipolare i mercati. In Italia la piattaforma era finita, a
metà ottobre, a nella blacklist dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che ne
ha ordinato il ripristino con un provvedimento dello scorso 15 dicembre.
Polymarket resta in fondo un problema globale là dove gli introiti di account
come DeepFrontier o DirtyCup non fanno ritorno immediato ai circuiti bancari
tradizionali ma verso “portafogli digitali vincolati a fondi di copertura” con
sede nelle Isole Cayman e nelle Isole Vergini Britanniche. Destinazione finale:
l’universo delle criptovalute, profondamente legato – secondo Public Citizen –
ai Comitati di azione politica che fanno “pressing sui legislatori Usa” e
“operano in pro della deregolamentazione finanziaria”.
L'articolo Polymarket, la piattaforma blockchain dove si scommette su guerre ed
elezioni: tra soffiate e mappe falsificate per influenzare i mercati proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Arrestata e picchiata da poliziotti in borghese, con “violenti e ripetuti colpi
di manganello alla testa e al collo”. Queste le pesanti accuse che la Fondazione
Narges Mohammadi ha rivolto al regime iraniano dopo l’arresto della vincitrice
del Premio Nobel per la Pace avvenuto la settimana scorsa. Nei giorni seguenti,
la famiglia di Mohammadi non ha avuto sue notizie, fino a una breve e concisa
telefonata in cui sono emerse le pessime condizioni fisiche dell’avvocata e
attivista iraniana che è stata portata due volte al pronto soccorso per le
violente percosse ricevute dagli agenti durante l’arresto a Mashhad.
Parlando al telefono con i suoi familiari, Mohammadi ha raccontato di essere
stata accusata di collaborare con il governo israeliano. Oltre a ciò, non sono
ancora chiare le imputazioni rivolte a lei e alle altre persone arrestate, 39 in
totale secondo Teheran. L’attivista ha poi chiesto alla sua famiglia di
presentare una denuncia formale contro le modalità violente dell’arresto e la
sua detenzione. Sul secondo punto, il New York Times ha riportato che a
Mohammadi non è ancora stato comunicato quale autorità la stia trattenendo e in
generale non le sono state fornite delle spiegazioni.
Lo scorso sabato, il procuratore di Mashhad, Hasan Hematifar, ha dichiarato ai
giornalisti che Mohammadi e Javad Alikordi avevano incoraggiato i manifestanti a
inneggiare slogan che violano le norme del governo. Nei giorni scorsi, il
Comitato per il Nobel ha dichiarato profonda preoccupazione per il brutale
arresto subìto da Mohammadi. Nessun commento invece da parte delle autorità del
regime iraniano.
L'articolo Iran, la Nobel per la Pace Narges Mohammadi due volte al pronto
soccorso per le manganellate ricevute durante l’arresto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’avvocata e attivista iraniana Narges Mohammadi, vincitrice del premio Nobel
per la pace nel 2023, è stata arrestata – di nuovo – durante una cerimonia
pubblica e portata in una località sconosciuta. Oltre a lei, sono stati
arrestati molti altri attivisti, tra cui Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran
Nazemi e Alieh Motalebzadeh. L’arresto è avvenuto a Mashhad, città situata nel
Nord-Est dell’Iran. A renderlo noto sono stati alcuni gruppi per i diritti
umani, inclusa la Fondazione Narges Mohammadi.
L’arresto avviene dopo mesi di pressione a Mohammadi da parte delle autorità
iraniane: nei mesi scorsi, l’attivista ha dichiarato di aver subìto anche
pedinamenti e minacce di morte. Oggi Mohammadi sta scontando una pena detentiva
di 13 anni e nove mesi al carcere di Evin a Teheran per le accuse di sicurezza
nazionale, ma ultimamente era stata congedata per motivi di salute.
Prima di essere arrestata dagli agenti di sicurezza e di polizia, Mohammadi
stava partecipando a una cerimonia per il lutto dell’avvocato e dissidente
politico Khosrow Alikordi, la cui morte in circostanze sospette nel suo ufficio
a Mashad ha generato indignazione nell’opinione pubblica iraniana.
I suoi sostenitori da mesi avvertivano che Mohammadi rischiava di essere rimessa
in prigione. Sebbene dovesse durare solo tre settimane, il periodo di libertà di
Mohammadi si era poi prolungato, forse per le pressioni sul governo dell’Iran
degli attivisti e delle potenze occidentali. Era libera anche durante la guerra
di 12 giorni tra Iran e Israele nel mese di giugno. Mohammadi ha continuato la
sua attività di attivista con proteste pubbliche e apparizioni sui media
internazionali, arrivando persino a manifestare davanti al famigerato carcere di
Evin a Teheran, dove era stata detenuta.
La vincitrice del premio Nobel ha più volte accusato il regime iraniano di
reprimere il dissenso di attivisti, giornalisti e critici, specialmente dopo il
cessate il fuoco con Israele. A confermare la notizia dell’arresto è stato anche
Javad Alikordi, fratello di Khosrow Alikordi, riferendo inoltre che degli agenti
in borghese hanno picchiato le persone arrestate prima di portarle via.
.
L'articolo Arrestata ancora la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi: stava
partecipando a una cerimonia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La leader dell’opposizione del Venezuela e vincitrice del premio Nobel per la
pace María Corina Machado è apparsa in pubblico a Oslo dopo mesi di
clandestinità. L’attivista pro-democrazia è uscita sul balcone dell’iconico
Grand Hotel di Oslo poco prima delle 2,30 del mattino, ora locale, dopo aver
trascorso gli ultimi 11 mesi nascosta nella capitale venezuelana, Caracas.
Decine di sostenitori hanno scandito slogan come “Coraggiosa!” e “Libertà!”
davanti all’hotel e hanno intonato l’inno nazionale venezuelano al suo arrivo.
“Gloria alla nazione coraggiosa, che si è scrollata di dosso il giogo!” hanno
gridato. Si è trattato della prima apparizione pubblica di Machado in quasi un
anno, dopo essere stata costretta a nascondersi in Venezuela dal dittatore del
paese, Nicolás Maduro, accusato di aver truccato le elezioni presidenziali del
luglio 2024. Pochi minuti dopo essere apparsa sul balcone fuori dalla storica
suite Nobel dell’hotel, l’attivista 58enne è scesa in strada e ha scavalcato le
barricate di metallo per abbracciare i sostenitori che si erano radunati fuori
dall’edificio.
L'articolo Nobel per la Pace, Machado appare in pubblico dopo 11 mesi: il saluto
dall’hotel a Oslo e l’abbraccio coi sostenitori – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Che qualcosa non andava lo si era capito ieri, quando il Comitato aveva
annullato la prevista conferenza stampa della vigilia. Oggi è arrivata
l’ufficialità: Maria Corina Machado, Premio Nobel per la Pace, non parteciperà
alla cerimonia per la consegna del riconoscimento a Oslo. “Purtroppo, al momento
non si trova in Norvegia. E non salirà sul palco del Municipio di Oslo all’una
di oggi, quando inizierà la cerimonia – ha annunciato il direttore dell’Istituto
Nobel, Kristian Berg Harpviken -. Non sappiamo dove si trovi”. A ritirare il
premio sarà la figlia di Machado, Ana Corina Sosa. “Sua figlia pronuncerà il
discorso scritto da Maria Corina stessa”, ha aggiunto Harpviken.
Machado è a capo dell’opposizione al regime di Nicolas Maduro in Venezuela e
vive in una località segreta dalle elezioni dell’anno scorso. “Vive
semplicemente con una minaccia di morte da parte del regime. Questa minaccia si
applica anche quando si trova all’estero, sia da parte del regime che dei suoi
amici in tutto il mondo”, ha spiegato Harpviken, sottolineando che per questioni
logistiche sarebbe stato ancora più impegnativo del previsto far arrivare
Machado in Norvegia in sicurezza. Se uscisse dal Venezuela, la donna correrebbe
il rischio di essere dichiarata latitante e di non poter rimpatriare.
In Norvegia è arrivata invece la madre di Machado, Corina Parisca. È tra gli
invitati d’onore, assieme all’argentino Javier Milei, all’ecuadoriano Daniel
Noboa e al paraguayano Santiago Orena, oltre al presidente di Panama José Raúl
Mulino, che aveva rinnovato l’appoggio “alla lotta per la libertà del popolo
venezuelano”.
Intanto Donald Trump ha ribadito in un’intervista a Politico che “Maduro ha i
giorni contati”, preannunciando attacchi di terra e senza escludere un’invasione
americana. Ma questa volta minaccia di mettere nel mirino anche Messico e
Colombia nella sua lotta contro il narcotraffico. L’intervistatore gli fa notare
che, secondo la Dea, quasi tutto il fentanyl illecito negli Stati Uniti è
prodotto in Messico usando precursori chimici dalla Cina e che il Venezuela non
è una fonte significativa né un Paese di transito. Il tycoon obietta che le
barche “piene di sacchi di droga” colpite dalle forze Usa “arrivano in gran
parte dal Venezuela”. Ma quando gli viene chiesto “se considererebbe qualcosa di
simile contro Messico e Colombia, che sono ancora più responsabili del traffico
di fentanyl negli Stati Uniti”, lui non ha esitazioni: “Sì, lo farei. Certo. Lo
farei”.
L'articolo Nobel per la Pace, Maria Corina Machado non ritira il premio a Oslo:
“Non si sa dove sia”. Al suo posto la figlia proviene da Il Fatto Quotidiano.