La guerra di Donald Trump all’intelligenza artificiale di Anthropic preoccupa
Microsoft. Il colosso di Redmond si è schierato al fianco della multinazionale
guidata da Dario Amodei, nel chiedere lo stop all’ostracismo della Casa Bianca:
il 5 marzo Anthropic è stata designata dall’amministrazione Trump come una
minaccia per la catena di approvvigionamento. Il 6 marzo, stando all’emittente
americana Cbs, il Pentagono ha notificato ufficialmente ai vertici dell’esercito
di rimuovere quei prodotti di intelligenza artificiale, entro 180 giorni.
Anthropic ha fatto causa contro l’amministrazione Trump dopo che l’azienda è
stata inserita nella lista nera.
IL RICORSO DI MICROSOFT CONTRO LA LO STOP DELLA CASA BIANCA AGLI APPALTI PER
ANTHROPIC
Microsoft, intanto, ha presentato un ricorso in un tribunale federale contro lo
“stigma” del governo Usa ai danni della start-up. Il Pentagono ha ritenuto
inaccettabile il rifiuto dei fondatori (i fratelli italo-americani Dario e
Daniela Amodei) di allentare le limitazioni militari per Claude, il modello di
intelligenza artificiale targato Anthropic. Sul tavolo, in particolare, la
possibilità di usare l’algoritmo all’interno di scenari di guerra senza la
supervisione umana. Ma anche l’uso in patria per la sorveglianza di massa dei
cittadini. Richieste del governo Usa rispedite al mittente per motivi etici e di
sicurezza. Ma la rappresaglia di Trump non si è fatta attendere, con
l’esclusione dagli appalti pubblici e le commesse del governo. Eppure, Claude ha
contribuito all’operazione militare in Venezuela con la cattura di Nicolas
Maduro, secondo il Guardian. Ma anche alla pianificazione degli attacchi in
Iran, stando al Wall street journal. Microsoft, dal canto suo, ha fornito
all’esercito israeliano il pacchetto software Azure utilizzato anche per
bombardare Gaza.
“NO ALL’IA PER LA SORVEGLIANZA DI MASSA E ALL’USO MILITARE SENZA LIMITAZIONI”
Microsoft, generalmente prudente negli affari di governo, nella memoria legale
consegnata in tribunale si è schierata al fianco di Anthropic condividendo le
sue linee rosse: no alla sorveglianza e all’uso bellico autonomo. “L’uso della
designazione di rischio per la catena di approvvigionamento per risolvere una
controversia contrattuale può comportare gravi effetti economici che non sono
nell’interesse pubblico”, ha affermato Microsoft. Il colosso di Redmond critica
le regole del Pentagono per aggiudicarsi le commesse pubbliche, ritenute vaghe e
mal definite, per giunta mai applicate ad aziende americane. Il primo caso è
proprio Anthropic: lo stigma della “minaccia alla sicurezza nazionale” di solito
era riservato ad aziende tecnologiche cinesi, come Huawei.
L’ATTACCO DI TRUMP CONTRO ANTHROPIC E L’IA IN VERSIONE WOKE: “RADICALI DI
SINISTRA FUORI CONTROLLO”
Al fianco di Anthropic si sono schierate organizzazioni sensibili ai diritti
digitali come Cato Institute e l’Electronic Frontier Foundation. Ma anche gruppi
di informatici che lavorano per Google e OpenIa. Dopo il ban contro del governo
contro Anthropic, il colosso guidato da Sam Altman aveva subito chiuso un
contratto con il Pentagono accettando buona parte delle condizione, salvo
ingranare una mezza retromarcia dopo un’ondata di proteste. Tra OpenIa e
Anthropic si muove Microsoft: legata a doppio filo con Sam Altman, si è
avvicinata ad Anthropic integrando i suoi modelli Ia. Ma Trump ha già scelto.
“SIAMO NOI a decidere il destino del nostro Paese, NON qualche azienda di
intelligenza artificiale fuori controllo e di sinistra radicale, gestita da
persone che non hanno idea di cosa sia il mondo reale”, ha scritto il presidente
su Truth, la sua piattaforma social.
E’ noto come Trump cerchi di imprimere il marchio Maga all’intelligenza
artificiale usata negli States. Con l’ordine esecutivo del 23 luglio 2025, il
presidente ha intimato lo stop degli appalti pubblici per gli algoritmi
costruiti sui principi della cultura Woke. Si legge nel comunicato della Casa
Bianca: “Il presidente sta proteggendo gli americani dai risultati distorti
dell’intelligenza artificiale, guidati da ideologie come diversità, equità e
inclusione (DEI), a scapito dell’accuratezza”.
L'articolo Microsoft sostiene Anthropic contro Trump: “No all’intelligenza
artificiale per la sorveglianza di massa e l’uso bellico autonomo” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pentagono
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 marzo, l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom (il Comando
combattente unificato delle forze armate degli Stati Uniti), ha presentato il
rapporto sulle prime 72 ore dell’Operazione Epic Fury in Iran, spiegando che i
raid statunitensi si sono concentrati sull’infrastruttura di comando e controllo
dei Pasdaran, sui sistemi di difesa aerea, sui lanciatori di missili balistici,
sui depositi di munizioni, su navi e sottomarini in dotazione alla marina
militare, su siti missilistici antinave e su altri obiettivi disseminati in
buona parte del territorio iraniano.
Il Centcom spiega che le oltre 1.700 sortite sono stare effettuate nei primi tre
giorni hanno coinvolto una vasta gamma di apparecchiature militari statunitensi,
quali bombardieri strategici B-1, B-2 e B-52, caccia F-35 e F-22, droni di vario
tipo, gruppi di attacco delle portaerei. Il Centcom ha spiegato che le oltre
1.700 sortite sono stare effettuate nei primi tre giorni hanno coinvolto una
vasta gamma di apparecchiature militari statunitensi, quali bombardieri
strategici B-1, B-2 e B-52, caccia F-35 e F-22, droni di vario tipo, gruppi di
attacco delle portaerei. La finalità consiste nel “degradare la capacità
dell’Iran di coordinare le operazioni e proiettare la forza in tutti i domini”.
Stando alle rassicurazioni fornite dal segretario alla Guerra Pete Hegseth,
secondo cui “gli Stati Uniti d’America stanno vincendo in modo deciso,
devastante e implacabile”, l’obiettivo sarebbe a portata di mano.
Le dichiarazioni convergenti formulate dai senatori statunitensi Elizabeth
Warren, Ed Markey e Richard Blumenthal a margine di un briefing a porte chiuse
focalizzato sulla situazione in Iran suggeriscono tuttavia il contrario.
Per la Warren, “la situazione è molto peggiore di quanto si possa immaginare”, e
“l’amministrazione Trump non ha alcun piano”. Ed Markey, dal canto suo, ha
parlato apertamente di guerra illegale basata su menzogne, scatenata in assenza
di qualsiasi exit strategy. Richard Blumenthal, solitamente vicino al
repubblicano neocon Lindsey Graham in materia di politica estera, ha invece
affermato di essere “più spaventato che mai” dalla concreta prospettiva che gli
Stati Uniti procedano con un’invasione di terra dell’Iran. Lo stesso Pentagono
starebbe valutando il trasferimento di sistemi di difesa aerea Thaad e Patriot
dalla Corea del Sud al teatro mediorientale, dove le infrastrutture militari e a
doppio uso statunitensi continuano, così come l’intero territorio israeliano, a
subire pesanti ritorsioni iraniane.
Anche gli impianti di estrazione, raffinazione, stoccaggio e commercializzazione
di petrolio e gas di tutto il Golfo Persico sono entrati stabilmente nel mirino
di Teheran. Il New York Times ha pubblicato immagini satellitari che documentano
in maniera inequivocabile la portata e l’impatto della ritorsione iraniana.
Dal quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein alla base di al-Udeid in
Qatar, passando per Camp Arifjan in Kuwait e gli svariati siti impiantati in
territorio israeliano, gli attacchi iraniani si sono concentrati soprattutto
sulle infrastrutture di tracciamento missilistico (radar, parabole satellitari,
ecc.) che coordinano i sistemi di difesa regionali, nell’ambito di un piano
d’azione preparato meticolosamente e rivolto a “smontare” pezzo per pezzo il
sistema di comando e controllo statunitense.
Per un verso, quindi, l’Iran ha lanciato verso Israele e i siti statunitensi
ondate di droni e missili più datati con l’obiettivo di imporre alle controparti
elevatissimi livelli di consumo dei preziosi e costosissimi intercettori. Per
l’altro, l’alto comando iraniano ha centellinato provvisoriamente l’impiego dei
vettori più moderni, limitandosi in un primo momento a orientarli sulle
apparecchiature di rilevamento così da costringere gli Stati Uniti a operare “al
buio”. Solo a quel punto, l’Iran farà ricorso ai sistemi d’arma più performanti,
come si evince dalle dichiarazioni formulate dal portavoce del Ministero della
Difesa di Teheran Reza Talaei-Nik secondo cui “abbiamo la capacità di resistere
e di portare avanti operazioni sia difensive che offensive più a lungo di quanto
[il nemico] abbia pianificato. Non intendiamo schierare tutte le nostre armi e
attrezzature avanzate nei primi giorni di conflitto”.
Antony Blinken, segretario di Stato sotto l’amministrazione Biden, è approdato a
conclusioni simili. Interpellato da Bloomberg, Blinken ha detto che “Trump
potrebbe teoricamente dichiarare vittoria domani e affermare che il regime ha
subito gravi danni, che le forze missilistiche, il programma nucleare e la
marina sono stati gravemente colpiti, e poi interrompere le operazioni. Ma che
senso avrebbe tutto questo? Gran parte delle infrastrutture e dei sistemi d’armi
distrutti possono essere ripristinati. E senza cambiare il sistema di gestione
del regime stesso, cosa che al momento non sembra accadere, si corre un rischio
enorme”.
L’ex segretario di Stato ha quindi aggiunto che: “Gli iraniani ci hanno
costretto a utilizzare già adesso molti intercettori per la difesa o addirittura
missili offensivi per distruggere i loro lanciatori. Non conosco le cifre
esatte, ma queste risorse non sono infinite. I tempi di produzione sono molto
lunghi. E, naturalmente, in molti casi, utilizziamo sistemi d’arma molto costosi
per abbattere droni del valore di 20.000 dollari. Si tratta è una pessima
formula economica se la situazione si protrae a lungo”.
C’è poi un altro aspetto, fondamentale, a preoccupare Blinken: “Potremmo
intaccare il nostro arsenale a tal punto che il suo ripristino richiederebbe
molto tempo. E questo ci collocherebbe in una posizione di svantaggio rispetto,
ad esempio, alla Cina o alla Russia”.
L'articolo Gli Usa stanno ‘vincendo’ davvero in Iran o stanno svuotando il loro
arsenale? proviene da Il Fatto Quotidiano.
È uno scontro che mette a nudo tutte le contraddizioni dell’intelligenza
artificiale applicata alla difesa quello che si consuma in queste ore tra
Anthropic e l’amministrazione Usa. Al centro del braccio di ferro c’è Claude, il
modello di IA sviluppato dalla startup guidata da Dario Amodei, e la richiesta
del Pentagono di rimuovere le protezioni che ne limitano l’utilizzo in ambito
militare. Nei giorni scorsi, il quartier generale dell’esercito aveva dato un
ultimatum alla società con scadenza fissata per venerdì 27 febbraio alle 17 ora
locale (le 23 in Italia). A quel punto si capirà se prevarrà la linea dura
dell’amministrazione o se si aprirà uno spiraglio negoziale. Anthropic, fondata
dai fratelli Amodei, imprenditori tra i più influenti nel panorama globale
dell’intelligenza artificiale. Dario Amodei, amministratore delegato, è il volto
pubblico dell’azienda, che con Claude si è ritagliata uno spazio di primo piano
nello sviluppo di modelli linguistici avanzati. Claude è oggi un asset
strategico: secondo quanto riportato, è l’unico modello di IA disponibile nei
sistemi più riservati dell’esercito statunitense ed è considerato quello con le
migliori performance nelle attività di intelligence più delicate.
Il Pentagono ha un contratto da 200 milioni di dollari con Anthropic. Ma il
rapporto si è incrinato sulle barriere che l’azienda ha imposto al suo modello.
Il Dipartimento della Difesa aveva chiesto di eliminare le restrizioni di
ostacolo alle forze armate nell’utilizzare Claude per “ogni uso lecito” dopo lo
scontro su quanto accaduto in Venezuela con l’operazione Absolute Resolve che ha
portato alla cattura di Nicolas Maduro. Anthropic, però, non arretra su due
punti dirimenti: l’utilizzo dell’IA in armi completamente autonome e la
sorveglianza di massa. La società, infatti, sostiene che oggi l’intelligenza
artificiale non sia sufficientemente affidabile per gestire le armi e che non
esistano ancora leggi o regolamenti per disciplinare il suo impiego nel
controllo civile. Da qui l’ultimatum de il segretario alla Guerra Pete Hegseth:
entro questa sera l’azienda dovrà accettare le richieste del Pentagono. Hegseth
ha minacciato di inserire Anthropic in una lista nera governativa,
etichettandola come un rischio per la catena di approvvigionamento. Una
designazione che impedirebbe alle aziende con contratti militari di utilizzare i
prodotti Anthropic in qualsiasi attività. Un funzionario del Dipartimento della
Difesa ha inoltre dichiarato alla Cnn che Hegseth si assicurerà che “il Defense
Production Act venga invocato su Anthropic, obbligandola a essere utilizzata dal
Pentagono, indipendentemente dal fatto che lo voglia o meno”.
La risposta di Dario Amodei è stata netta: “Le minacce non cambiano la nostra
posizione”. Giovedì il ceo ha affermato che l’azienda “non può in tutta
coscienza acconsentire” alle richieste del Pentagono di un uso più ampio della
sua tecnologia. In una nota, Anthropic ha chiarito di non voler abbandonare i
negoziati, ma ha sottolineato che la proposta del Dipartimento della Difesa non
porta alcun progresso sui terreni di scontro. Il principale portavoce del
Pentagono, Sean Parnell, ha invece ribadito che le forze armate intendono
utilizzare la tecnologia di Anthropic in modo legale e non permetteranno
all’azienda di imporre limiti prima della scadenza fissata. “Il Pentagono non ha
alcun interesse a utilizzare l’IA per condurre una sorveglianza di massa degli
americani (il che è illegale), né vogliamo usare l’IA per sviluppare armi
autonome che funzionino senza il coinvolgimento umano”, ha affermato Parnell.
Nel frattempo, il viceministro della Difesa con delega alla ricerca, Emil
Michael, ha dichiarato a Bloomberg: “Vogliamo continuare il dialogo. Vediamo
come va oggi”. Michael ha aggiunto di aver mantenuto “apertura a continuare il
dialogo”, ma ha accusato Anthropic di aver “lanciato una sorta di campagna di
pubbliche relazioni che era stata pianificata ben prima che le trattative
riprendessero martedì scorso”.
Nel pieno dello scontro è notizia di oggi che OpenAI, l’azienda guidata da Sam
Altman, ha appena finalizzato una raccolta fondi record di 110 miliardi di
dollari – 50 miliardi da Amazon, 30 da Softbank e 30 da Nvidia – a una
valutazione di 730 miliardi. “Continuiamo a vedere la domanda crescere
rapidamente”, ha dichiarato Altman, impegnato a mediare la crisi tra Anthropic e
il Pentagono: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, in una
comunicazione al suo staff ha spiegato che la società sta lavorando a un accordo
che potrebbe contribuire a risolvere lo stallo e di sperare di mediare un’intesa
fra le parti. “Vorremo contribuire a una de-escalation della situazione”, ha
affermato.
L'articolo IA, Anthropic e il Pentagono ai ferri corti. Amodei: “Le minacce non
cambiano la nostra posizione”. OpenAI mediatore tra le parti proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Da quando il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto l’operazione Absolute
Resolve per catturare l’ormai ex presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua
moglie Cilia Flores, si è aperto un duro scontro fra il Dipartimento della
Difesa Usa (o della Guerra, nella riformulazione trumpiana), e l’azienda di IA
Anthropic, fondata nel 2021 dai fratelli Amodei, dopo la loro uscita da OpenAI.
Al centro del dibattito c’è l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale
per operazioni militari e di sicurezza. Absolute Resolve è infatti un’operazione
senza precedenti. Non solo per il suo peso politico o le ricadute sul diritto
internazionale e l’ostentata precisione chirurgica con cui le forze speciali Usa
hanno catturato Maduro, ma anche perché per la prima volta nella storia militare
degli Stati Uniti un modello commerciale di IA, Claude di Anthropic, è stato
utilizzato in un’operazione ufficiale del Pentagono.
Questo utilizzo è però avvenuto in violazione delle politiche interne
dell’azienda, che a differenza di altre rivali come OpenAI, Google e xAI,
collabora con la Difesa statunitense ma con espliciti limiti sanciti dai vertici
dell’azienda di Dario e Dario e Daniela Amodei. Nonostante l’assoluta
riservatezza, secondo gli esperti militari nell’attacco al Venezuela che ha
causato la morte di 83 persone, l’IA di Anthropic è stata usata grazie alla
partnership con la società di analisi dati Palantir Technologies per il supporto
dell’analisi di immagini satellitari, per la pianificazione operativa e persino
la gestione di dati in tempo reale delle operazioni.
Non stupisce quindi che lo scontro sia culminato ieri con la convocazione del
Ceo di Anthropic, Dario Amodei, da parte del capo del Pentagono Pete Hegseth.
Una convocazione urgente per discutere dell’utilizzo di intelligenza artificiale
per fini militari e di sicurezza. L’incontro, preannunciato come decisivo e dai
toni “poco amichevoli” non ha consegnato, al momento, conclusioni note e
implicazioni materiali. È probabile che Hegseth e Amodei si siano confrontati in
maniera privata e senza riferire nulla alla stampa per verificare il margine di
trattativa reciproca.
I vertici di Anthropic, che promuovono un approccio all’AI incentrato sulla
sicurezza e hanno anche sviluppato una costituzione etica su cui sviluppare il
loro modello Claude, hanno più volte dichiarato di non voler mettere a
disposizione le proprie tecnologie per la creazione di armi autonome o per
favorire la sorveglianza di massa. Due linee rosse che per Amodei sono
“fondamentali” sia per la tenuta dell’ordine democratico americano e
internazionale sia per la cultura aziendale da lui promossa.
Il Pentagono, dal canto suo, vuole che le capacità di Claude siano disponibili
in maniera illimitata per “tutti gli usi leciti” permessi dalla legge, e quindi
anche per sviluppo di armi e operazioni belliche e di intelligence. “Non
possiamo permettere che una singola azienda detti le regole d’uso di una
tecnologia critica per la sicurezza nazionale”, ha dichiarato Emil Michael,
sottosegretario alla ricerca del Pentagono, palesando pubblicamente le
intenzioni di inglobare anche Anthropic all’interno di un ecosistema
tecno-militare che è ormai un ambito estremamente sensibile per la sicurezza
nazionale, soprattutto nell’ottica di un confronto aperto con il grande rivale
degli Stati Uniti, la Cina.
L’opposizione di Anthropic ha causato delle forti pressioni da parte degli
apparati della sicurezza nei confronti dell’azienda, mettendo a rischio un
contratto da 200 milioni di dollari, a cui si aggiunge la minaccia di tagliare
ogni rapporto commerciale fra il Pentagono e Anthropic e di classificare
l’azienda come a “rischio” per la catena di approvvigionamento della Difesa
statunitense. Il dibattito etico e strategico che ne è conseguito riflette
l’esistenza di due orientamenti diversi fra una parte seppur minoritaria della
Silicon Valley che vuole auto-imporsi limitazioni e sviluppare tecnologie in
modo critico, e un conglomerato politico-militare affamato di tecnologia da
tradurre in superiorità militare e in capacità di controllo per mantenere il
dominio internazionale nel campo militare. La nuova dottrina militare
statunitense, denominata “AI First”, rappresenta infatti una svolta storica
nell’utilizzo di tecnologia a fini militari ed è molto chiara nei suoi intenti:
l’IA deve diventare uno strumento quotidiano privo di particolari restrizioni
con cui condurre pianificazione, operazioni e gestione delle forze armate perché
nelle guerre di oggi la differenza è fatta dalle tecnologie d’avanguardia, e
rimanere indietro in questo ambito potrebbe rivelarsi un errore fatale.
L'articolo Pentagono contro Anthropic: il Ceo Amodei convocato da Hegseth dopo
il caso Venezuela. Cosa rischia la startup che vuole una AI “etica” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Nell’inarrestabile corsa all’intelligenza artificiale, tra colossi tecnologici
ed emergenti startup multimiliardarie, negli Stati Uniti, terreno fertile
dell’IA a livello mondiale, due fratelli di origini italiane stanno diventando
sempre più protagonisti affermando la loro visione. Si tratta del 43enne Dario
Amodei e di Daniela Amodei, 39 anni, dal 2021 al vertice di Anthropic, dopo un
passato in OpenAI con ruoli molto rilevanti nella progettazione dei primi
sistemi commerciali di IA.
Dario, fisico teorico di formazione, si è imposto come uno dei ricercatori più
influenti nel campo dei modelli linguistici di grandi dimensioni con un
approccio quasi filosofico alla materia. Daniela, con un bagaglio culturale
umanistico, ha sviluppato competenze nella gestione operativa e nella
comunicazione strategica, fattori che si sono rivelati fondamentali nella
conduzione di una società che oggi è valutata 380 miliardi di dollari.
Nel 2021, quando si consuma la rottura con OpenAI, i fratelli Amodei scelgono di
uscire e costruire una realtà incentrata su un principio: la sicurezza come
architettura di base per lo sviluppo dei modelli di IA. Nasce così Anthropic
PBC, con l’obiettivo di sviluppare sistemi a misura d’uomo, affidabili e sicuri.
In pochi anni la società raccoglie miliardi di dollari da investitori di primo
piano, tra cui Google e Amazon, consolidando una posizione ibrida basata su
governance indipendente e sostegno dai giganti del cloud. Una formula che
consente ad Anthropic di competere ai massimi livelli, pur mantenendo un profilo
meno spettacolare rispetto ad altri protagonisti della Silicon Valley come
Google o OpenAI.
Dario Amodei è tra le voci più ascoltate sui rischi sistemici dell’IA avanzata.
Parla spesso e apertamente di scenari di lungo periodo, di potenziale perdita di
controllo, di necessità di regolamentazione e pure di potenziale coscienza e
auto consapevolezza dei modelli di IA. Daniela si occupa invece di
responsabilità, governance e trasparenza, cercando un equilibrio solido tra
innovazione e tutela sociale per tracciare una strada etica nella gestione di
una tecnologia ormai per molti diventata irrinunciabile. Questo approccio negli
anni ha condotto Anthropic ad essere una delle soluzioni preferite dai clienti
sul versante aziendale, con un vasto successo fra gli utenti professionali
disposti a pagare per un abbonamento. L’azienda si è spinta nel mercato
promuovendo uno schema alternativo rispetto a società come OpenAI che tendono ad
intercettare il consumo di massa su base gratuita ma che stanno testando la
pubblicità sui propri chatbot per ottenere ricavi.
L'articolo Anthropic nel mirino del Pentagono: chi sono i fratelli Dario e
Daniela Amodei – la scheda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riarmatevi, ma comprate americano: altrimenti ci saranno conseguenze. In
sintesi, è questo il messaggio che il Pentagono ha inviato all’Unione europea.
Aumentare le spese del Pil fino al 5% è stato l’invito dell’amministrazione
Trump agli alleati europei della Nato. Ma adesso i termini di questa operazione
assumono maggiori dettagli: gli Stati Uniti di The Donald minacciano ritorsioni
se l’Ue dovesse introdurre clausole sul Buy European vincolanti nella revisione
delle norme sugli appalti per la difesa, attesa entro l’estate.
Su tratta di una presa di posizione mai resa nota prima, legata a una
consultazione della Commissione europea, che risale all’inizio di febbraio, dopo
che l’Unione aveva chiesto un riscontro ai governi e all’industria bellica sulle
norme europee in materia di appalti di armi. “Le politiche protezionistiche ed
escludenti che costringono le aziende americane a uscire dal mercato, quando le
più grandi aziende di difesa europee continuano a trarre grandi benefici
dall’accesso al mercato degli Stati Uniti, sono una linea d’azione sbagliata”.
Il Dipartimento della Difesa americano ipotizza che potrebbe rivedere le deroghe
del Buy American, chiudendo a sua volta alle aziende Ue l’accesso agevolato ad
alcune gare.
Si può dire che la linea era stata anticipata: all’inizio di dicembre 2025 il
media Politico aveva pubblicato un articolo basato sulla presa di posizione del
vice segretario di Stato Christopher Landau; quest’ultimo, durante una riunione
a porte chiuse, aveva mosso critiche agli alleati europei della Nato per aver
dato priorità alle proprie industrie della difesa rispetto ai fornitori di armi
americani.
Che il settore bellico tema un contraccolpo lo si capisce scorrendo le cifre
elaborate dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute): una sua
ricercatrice, Katarina Djokovic, in una intervista di marzo 2025 a Politico,
aveva ricordato che “quasi due terzi (il 64%) delle importazioni degli Stati
europei membri della Nato nel periodo 2020-2024 proveniva dagli Stati Uniti”.
Tra il 2015-2019, l’import bellico era stato del 52% e su quattro maggiori
fornitori solo due erano europei: Francia e Germania. Insomma, quasi due terzi
delle armi – dai caccia F-35 ai sistemi di difesa aerea Patriot – arrivavano in
Europa dagli Usa, e questo mercato è rimasto inalterato per decenni.
Ma con l’amministrazione Trump le cose sono cambiate: la strategia del tycoon
rispetto all’invasione in Ucraina da parte della Russia, il più volte annunciato
disimpegno rispetto alla difesa di Kiev, hanno spinto Bruxelles, Parigi,
Berlino, a immaginare una autonomia bellica rispetto a Washington. L’Unione
dovrebbe presentare a breve un aggiornamento del piano complessivo Ue per
l’industria della difesa che potrebbe contenere clausole Buy European per gli
appalti nei settori strategici. A seguire, nel terzo trimestre, ci sarà
l’aggiornamento della direttiva comunitaria del 2009 sugli appalti.
Bruxelles sta già favorendo le aziende in progetti come il programma Safe
(Azione di sicurezza per l’Europa) da 150 miliardi di euro, sostenendo prestiti
per l’acquisto di armi; ne usufruisce anche l’Ucraina grazie al prestito di 90
miliardi di euro recentemente concordato con Kiev. I fondi dell’Unione possono
essere utilizzati per acquistare equipaggiamento militare solo se almeno il 65%
del valore dell’equipaggiamento proviene dall’Europa.
Nella “Categoria 1” degli acquisti rientrano munizioni e missili; sistemi di
artiglieria, comprese le capacità di attacco di precisione profonda; capacità di
combattimento a terra e relativi sistemi di supporto, tra cui equipaggiamento
dei soldati e armi di fanteria; piccoli droni e relativi sistemi anti-drone;
protezione delle infrastrutture critiche; capacità informatiche. Nella Categoria
2 ci sono, tra gli altri, i sistemi di difesa aerea e missilistica, intelligenza
artificiale e guerra elettronica.
“In tutte le categorie – si legge nel programma Safe – i contratti di appalto
devono garantire che non più del 35% dei costi dei componenti provenga da paesi
esterni all’Ue, all’Ucraina o ai paesi che fanno parte dello Spazio economico
europeo (SEE) e dell’Area europea di libero scambio (EFTA): Islanda,
Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. I progetti che rientrano nella categoria 2
devono soddisfare condizioni di ammissibilità più rigorose, tra cui il possesso
da parte dei contraenti della capacità di modificare le attrezzature in caso di
necessità, senza restrizioni extra Ue”.
Il 17 febbraio Ecofin ha approvato l’assistenza finanziaria a favore di Estonia,
Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia nel quadro
del programma Safe. Per l’Italia si tratta di 14,9 miliardi di euro. Se Roma
imporrà un “Buy European” è presto per dirlo, ma di certo le grandi manovre
sull’asse Parigi-Berlino per una autonomia bellica preoccupano non poco i
funzionari di Trump.
L'articolo Armi e affari, il Pentagono “avvisa” l’Ue: no al Buy European, il
riarmo non deve escludere le industrie americane proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Atre otto persone sono morte nella guerra che gli Usa hanno dichiarato al
narcotraffico. Il fatto è accaduto il 15 dicembre nell’Oceano Pacifico
orientale, dove già a fine ottobre erano stati effettuati dei raid dal
Pentagono. Stavolta l’operazione è stata condotta dalla Joint task force
southern spear e diretta dal segretario del Dipartimento della guerra, Pete
Hegseth.
Degli attacchi cinetici hanno affondato tre imbarcazioni in acque
internazionali, uccidendo otto presunti narcotrafficanti: tre sulla prima
imbarcazione, due sulla seconda e altri tre sulla terza. “L’intelligence ha
confermato che le imbarcazioni stavano transitando lungo note rotte del
narcotraffico nel Pacifico orientale ed erano coinvolte in attività di
narcotraffico”, scrive l’Us Southern Command sulla piattaforma social X.
Giovedì Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio e alti ufficiali
dell’esercito sono attesi a Washington per un aggiornamento a porte chiuse ai
membri del Congresso sulla campagna di questa amministrazione contro il traffico
di stupefacenti dall’America Latina. Il presidente Donald Trump ha più volte
giustificato e rivendicato politicamente queste operazioni militari contro i
cartelli della droga, che da settembre hanno ucciso almeno 95 persone nei 25
attacchi noti al pubblico.
Secondo alcuni avvocati ed esperti di diritto, gli attacchi ai presunti
narcotrafficanti sono delle esecuzioni extragiudiziali illegali. A queste
accuse, il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson aveva risposto così: “Le
nostre operazioni nella regione di Southcom (il Comando Sud dell’esercito
statunitense, che ha come aree di competenza l’America centrale, il Sud America,
i Caraibi e le acque adiacenti della regione, ndr) sono legali sia secondo il
diritto statunitense che secondo quello internazionale e tutte le azioni sono
conformi al diritto dei conflitti armati”.
L'articolo Attacchi cinetici Usa contro presunti narcos: colpite altre 3 barche
nel Pacifico orientale, 8 morti proviene da Il Fatto Quotidiano.