Tag - Golfo Persico

Senza gli impianti di desalinizzazione, nelle città del Golfo acqua per 48-72 ore. Ecco tutti gli scenari
Con l’estensione della guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i governi regionali del Golfo Persico devono affrontare la propria vulnerabilità. La stabilità dei rifornimenti idrici viene messa a repentaglio. La maggior parte delle nazioni del Golfo dipende per l’acqua potabile dagli impianti di desalinizzazione costieri. Anche interruzioni, dirette o indirette, causate dal conflitto potrebbero innescare una rapida interruzione dei servizi essenziali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno un consumo giornaliero pro capite tra 500 e 550 litri al giorno, più del 90 percento desalinizzata. Il Qatar ne consuma tra 400 e 450, al 99 percento desalinizzata, così come il Kuwait. Nel Bahrein i consumi giornalieri sono un po’ più contenuti, da 350 a 400 litri al giorno, ma la quota derivante dalla desalinizzazione è ancora elevatissima, tra il 90 e il 95 percento. A sua volta, l’Iran è un paese storicamente assetato; ma i suoi consumi non superano i 200 litri al giorno per abitante. La Persia è la culla della moderna ingegneria idraulica, poiché i suoi “qanat” di tremila anni fa hanno indicato all’umanità la via per rifornirsi d’acqua anche in condizioni geograficamente e climaticamente difficili (Fig.1). Tuttora, la quota della desalinizzazione iraniana è inferiore all’uno per cento, poiché le principali fonti sono le acque superficiali e sotterranee. Figura 1 La vulnerabilità dei paesi del Golfo è enorme. In molte città le riserve di acqua dolce non superano 48–72 ore. L’acqua potrebbe diventare un’arma vera e propria, quella che subì Giulio Cesare, assediato ad Alessandria d’Egitto due millenni fa. Il De Bello Alexandrino racconta che i sostenitori di Tolomeo XIII usarono l’acqua come arma strategica, contaminando o danneggiando i pozzi dei Romani (Fig.2). Cesare se la cavò grazie alla genialità militare romana, ma soprattutto grazie all’arrivo delle truppe alleate guidate da Mitridate di Pergamo, che rovesciarono la situazione. Solo così Cesare sconfisse Tolomeo XIII e pose Cleopatra sul trono d’Egitto. Figura 2 Che cosa potrebbe accadere secondo diversi possibili percorsi di escalation, caratterizzati del fattore tempo? Il nodo gordiano è la rapidità con cui i sistemi idrici potrebbero andare in tilt. Nel primo scenario, le rotte di navigazione marittima vengono interrotte ma le infrastrutture non vengono prese di mira. La crisi si svilupperebbe gradualmente. Gli impianti di desalinizzazione dipendono da importazioni costanti di prodotti chimici, componenti di filtrazione e parti di ricambio. Una stretta nello Stretto di Hormuz potrebbe costringere gli stati del Golfo ad affrontare notevoli carenze di tali prodotti entro una settimana. Dopo diverse settimane, le riserve idriche si ridurrebbero, costringendo i governi a introdurre misure di razionamento e importazioni di emergenza. Un secondo scenario riguarda le interferenze informatiche. Gli impianti di desalinizzazione sono controllati in larga misura da sistemi automatici, vulnerabili al sabotaggio digitale. Un attacco informatico potrebbe chiudere gli impianti nel giro di poche ore, innescando interruzioni a rotazione nelle principali città. Gli ospedali dovrebbero attivare le riserve idriche di emergenza. La domanda di acqua imbottigliata salirebbe alle stelle. Il recupero potrebbe richiedere settimane. Un terzo scenario prevede la contaminazione ambientale —quali le fuoriuscite di petrolio o la diffusione di detriti navali. Il risultato sarebbe l’intasamento dei tubi di aspirazione dell’acqua di mare. Gli impianti chiuderebbero per evitare danni meccanici e chimici, provocando nel giro di pochi giorni una crisi diffusa. Gli stati più piccoli, quelli con riserve minime, sarebbero i più colpiti e, nel giro di poche settimane, i problemi igienico-sanitari potrebbero diffondersi a macchia d’olio. Lo scenario più grave è un attacco diretto alle infrastrutture idriche. Sebbene improbabile a causa del suo impatto umanitario, anche un singolo colpo produrrebbe un caos immediato. La pressione degli acquedotti delle città colpite crollerebbe nel giro di poche ore, provocando il panico e sovraccaricando i servizi di emergenza. Nel giro di pochi giorni, alcune aree urbane sarebbero colpite dalla completa interruzione del servizio idrico. Quelle popolazioni sarebbero costrette a sfollare. Lo scenario peggiore combina molteplici stress —interruzioni marittime, attacchi informatici, contaminazione ambientale attacchi mirati. In questo scenario, le nazioni del Golfo potrebbero assistere a gravi guasti del sistema nel giro di pochi giorni, con milioni di persone colpite nel giro di poche settimane. Il caldo, i guasti ai servizi igienico-sanitari e l’interdipendenza delle infrastrutture potrebbero trasformare un conflitto regionale in un disastro umanitario. Nonostante queste fosche proiezioni, siamo certi che i governi abbiano predisposto adeguati piani di emergenza. Ciò nonostante, la fragilità idrica del Golfo non è mai stata così esposta al rischio —o così pericolosamente intrecciata con le dinamiche dei conflitti regionali. In un altro post ricorderò l’esperienza sul progetto, ormai accantonato di riqualificazione dello Shatt Al-‘Arab dal giardino dell’Eden (confluenza tra Eufrate e Tigri) e il mare. *** A due giorni dall’otto marzo, ricordo ancora la figura di Renée Good, simbolo di tutte le donne che hanno avuto il coraggio di affrontare un potere maschile cinico e disumano. Ode to Renée è una ballata ispirata ai poeti romantici; dedicata a questa donna gentile e a tutte le donne che si sono battute e si battono per la libertà e la giustizia, contro il potere crudo, cieco e brutale. Lo stesso potere imperiale che mette in pericolo l’intera umanità proseguendo la “guerra mondiale a pezzi” che Papa Francesco aveva vigorosamente condannato. L'articolo Senza gli impianti di desalinizzazione, nelle città del Golfo acqua per 48-72 ore. Ecco tutti gli scenari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Ambiente
Golfo Persico
Guerra all’Iran, il progetto di Zelensky: vendere a Usa e paesi del Golfo droni per bloccare gli Shahed in cambio di missili Patriot
Il pacchetto comprende droni in grado di neutralizzare gli Shahed, oltre a tecnici e istruttori per utilizzarli. Volodymyr Zelensky tenta di entrare nella partita iraniana offrendo ai paesi del Golfo finiti sotto il fuoco di Teheran quanto di meglio l’Ucraina può offrire sul piano bellico. La partenza di un gruppo di addestratori è prevista per oggi, ha detto ieri il presidente ucraino ieri durante un incontro con il primo ministro olandese Rob Jetten, mettendo sul piatto il surplus produttivo ucraino di velivoli senza pilota: “Siamo pronti a vendere il volume che il nostro esercito non sta utilizzando. In linea di principio, è abbastanza grande. Tre paesi sono sicuramente pronti ad acquistare”. Con gli Stati Uniti, invece, la collaborazione sarebbe già avviata. Giovedì, ha spiegato il leader ucraino al New York Times, Washington ha presentato una richiesta di aiuto a Kiev e venerdì una squadra di addestratori è decollata alla volta della Giordania con il compito di studiare il modo di proteggere le basi militari Usa. La proposta di Kiev parte da lontano. Subito dopo l’invasione russa, l’Ucraina ha utilizzato costosi missili o ancora più dispendiosi intercettori Patriot per abbattere i droni iraniani utilizzati dall’esercito russo. Una strategia che ben presto si è rivelata insostenibile economicamente: se uno Shahed costa tra i 50.000 e i 100.000 dollari, per un Patriot made in Usa ne servono tra i 3 e i 4 milioni. Così nel corso degli anni Kiev ha sviluppato intercettori a basso costo il cui prezzo si aggira tra i 1.000 e i 2.000 dollari – anche se per chi acquista dall’estero si sale considerando il costo degli istruttori e dei programmi di addestramento -, portando i sistemi dal prototipo alla produzione di massa. E ora si dice convinta di riuscire a mettere a disposizione degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente l’esperienza appresa negli ultimi 4 anni di guerra. I missili intercettori infatti sono merce non solo costosa, ma anche abbastanza rara. A inizio gennaio Lockheed Martin, tra i principali fornitori delle Forze armate statunitensi, ha dichiarato di aver toccato il record di 600 intercettori PAC-3 MSE per le batterie Patriot assemblati in tutto il 2025. Il progetto è di arrivare a 2.000 entro il 2032, ma la prima settimana di guerra contro l’Iran è bastata a sollevare forti dubbi sulla durata delle scorte Usa. In questo contesto un contributo ucraino fatto di droni a basso costo facili e veloci da produrre sarebbe determinante. Ma se Kiev ha messo in piedi negli anni un buon apparato di produzione di droni, non ha mai costruito in house sistemi di difesa contro i missili balistici e ottenere i missili Patriot in grado di contrastare questi ultimi rimane la vera sfida. Così Zelensky propone uno “scambio” ai partner: “Vorremmo ricevere in modo discreto i missili Patriot di cui siamo carenti e fornire loro in cambio un numero corrispondente di droni intercettori”. Il sistema produttivo, affermano le aziende, sarebbe in grado di affrontare le richieste. SkyFall, nota per il suo drone bombardiere Vampire e per l’intercettore P1-SUN specializzato nell’abbattimento di droni kamikaze come gli Shahed, ha stimato di riuscire a produrre fino a 50.000 velivoli intercettori al mese ed esportarne da 5.000 a 10.000 senza interferire con le esigenze dell’esercito ucraino. Oleksandr Yakovenko, fondatore di TAF Industries, ha dichiarato al Financial Times che gli Emirati Arabi Uniti hanno richiesto 5.000 droni, il Qatar 2.000, e anche il Kuwait si è detto interessato: “Vogliono capire come integrare i nostri velivoli nei loro sistemi di difesa, perché non basta affidarsi solo ai Patriot”. Lo Ukrainian Council of Defence Industry, che riunisce le principali aziende del settore, ha stimato che oggi i produttori di droni intercettori ne costruiscono circa il doppio di quelli necessari all’esercito ucraino nella guerra con la Russia. Per vendere all’estero, tuttavia, serviranno alcuni provvedimenti legislativi. Dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, Kiev ha imposto un embargo sulle esportazioni di armi allo scopo di destinare tutte le forniture alle proprie forze armate. Il 28 ottobre Zelensky ha incaricato il ministero della Difesa di avviare “l’esportazione controllata” di armi all’estero e il 9 febbraio ha annunciato la volontà di aprire 10 centri di esportazione di armi in tutta Europa, dalla Germania – dove è stato avviato un progetto da 100 milioni di euro in joint venture con l’azienda tedesca Quantum Systems – al Regno Unito, con il quale Kiev ha firmato un accordo di licenza per la produzione in serie del drone intercettore Octopus. “Abbiamo bisogno di qualcosa di più di semplici dichiarazioni- ha detto all’Associated Press Yevhen Mahda, direttore esecutivo dell’Institute of World Policy, think tank di Kiev specializzato nell’analisi della politica estera e della sicurezza nazionale -, Come possiamo parlare di esportazioni se ufficialmente non vendiamo ancora nulla?”. L'articolo Guerra all’Iran, il progetto di Zelensky: vendere a Usa e paesi del Golfo droni per bloccare gli Shahed in cambio di missili Patriot proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Ucraina
Droni
Golfo Persico
Stretto di Hormuz, la scommessa dell’armatore greco Prokopiou: invia cinque navi e una viaggia già al largo dell’India
Nel pieno della crisi internazionale provocata dalla guerra in Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz – per cui il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una missione difensiva – è tornato a essere uno dei punti più sensibili del commercio energetico globale. Da questo passaggio marittimo, largo appena poche decine di chilometri, transita infatti una quota enorme del petrolio mondiale diretto verso Asia, Europa e Stati Uniti. Con l’intensificarsi delle tensioni e la minaccia di possibili attacchi, molte compagnie di navigazione stanno però evitando di far passare le proprie petroliere lungo questa rotta. Le conseguenze sono che l’oro nero viaggia intorno ai 100 dollari. In questo contesto si distingue la scelta dell’armatore greco George Prokopiou, 79 anni, proprietario della compagnia di trasporto marittimo Dynacom Tankers. Secondo la stampa internazionale, negli ultimi giorni il magnate ellenico ha deciso di inviare almeno cinque navi della sua flotta attraverso lo Stretto di Hormuz, nonostante il rischio crescente legato al conflitto. Una decisione definita dal Wall Street Journal “una delle mosse più audaci” della sua lunga carriera nel settore dello shipping. Una delle petroliere della compagnia, la Shenlong, avrebbe già completato il passaggio nello stretto dopo aver caricato petrolio nel Golfo Persico. I dati di localizzazione delle navi analizzati da Bloomberg indicano che l’imbarcazione, con a bordo greggio saudita, si trovava nelle ultime ore al largo delle coste dell’India, diretta probabilmente verso i mercati asiatici. Il contesto in cui si muove la flotta di Dynacom è però tra i più rischiosi degli ultimi anni. Dall’inizio della guerra, diversi operatori del trasporto marittimo hanno ridotto o sospeso i viaggi nella regione per il timore che le navi possano essere colpite o sequestrate. Le tensioni con l’Iran, che controlla una delle sponde dello stretto, hanno trasformato il corridoio energetico in un potenziale teatro di incidenti militari e già alcune navi sono state colpite. Tanto da spingere il colosso danese della logistica Maersk a sospendere il passaggio delle sue navi per ragioni di sicurezza. Per ridurre i rischi, molte petroliere adottano misure straordinarie: secondo la stampa greca alcuni equipaggi disattiverebbero i sistemi di localizzazione per non essere individuati con facilità, mentre a bordo vengono impiegate guardie armate per sorvegliare i ponti delle navi durante il transito nelle acque più pericolose. Il clima di incertezza ha avuto effetti immediati anche sui costi del trasporto marittimo. Le tariffe per le petroliere in partenza dal Golfo Persico sono salite a livelli record. Secondo l’agenzia Argus, il noleggio giornaliero di una VLCC – una very large crude carrier, tra le più grandi petroliere al mondo – che attraversi lo Stretto di Hormuz diretta verso la Cina può arrivare a circa 500 mila dollari al giorno, senza includere le polizze assicurative aggiuntive contro i rischi di guerra. In questo scenario, la scelta di Prokopiou appare tanto rischiosa quanto potenzialmente redditizia. Soprannominato dal Financial Times “il miliardario bucaniere”, l’armatore è una figura ben nota nel mondo degli affari greco e internazionale, anche per i suoi importanti investimenti immobiliari che gli hanno valso il soprannome di “re del real estate”. Spesso fotografato con il suo immancabile cappellino da baseball, il magnate continua a muoversi nel settore dello shipping con una strategia aggressiva, puntando proprio sulle rotte che molti concorrenti stanno abbandonando. L'articolo Stretto di Hormuz, la scommessa dell’armatore greco Prokopiou: invia cinque navi e una viaggia già al largo dell’India proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Economia
Guerra
Golfo Persico
Il vero ostaggio nello Stretto di Hormuz non è solo il petrolio in viaggio. È il petrolio di riserva
di Giuseppe Pignataro* Non stiamo pagando la scarsità del petrolio. Stiamo pagando la sua impossibilità a farsi presenza. Una merce esiste davvero solo se passa: per mare, per assicurazione, per fiducia. È questo il senso economico della guerra in Iran e della crisi di Hormuz. Il greggio c’è ma non la possibilità di consegnarlo. E a quel punto il prezzo invade tutto: benzina, gas, tassi, noli, inflazione, Borse, perfino il costo degli oggetti più banali. Per capire la scena conviene distinguere due sigle. La EIA è l’agenzia statistica americana dell’energia: misura flussi, scorte, colli di bottiglia. La IEA è l’Agenzia internazionale dell’energia, nata dopo la crisi del 1973: legge il mercato e la sua sicurezza. E proprio i loro dati raccontano la parte meno ovvia della storia. Prima dell’escalation, il mondo non stava entrando in una carestia petrolifera. La IEA vedeva per il 2026 un’offerta in crescita di 2,4 milioni di barili al giorno contro una domanda in aumento di appena 850 mila, con scorte mondiali salite di 477 milioni di barili nel 2025. In altre parole: il sottosuolo non era vuoto. Si è rotta la superficie. Hormuz è il luogo in cui la geografia diventa destino. Nel 2025 vi sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti: un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio. Le alternative esistono solo sulla carta e comunque in misura insufficiente: i bypass sauditi ed emiratini possono deviare appena una parte di quei flussi. Ma il punto decisivo è ancora più interessante. Lo Stretto non blocca soltanto il barile che passa. Blocca il barile che dovrebbe salvarci quando il prezzo impazzisce. Perché gran parte della capacità produttiva inutilizzata del mondo, quella che in teoria serve a calmare il mercato, sta proprio dalla parte del Golfo che dipende da Hormuz. Il vero ostaggio, allora, non è solo il petrolio in viaggio. È il petrolio di riserva. Qui l’Europa scopre un altro paradosso. La maggior parte del greggio che passa per Hormuz non è diretta a noi, ma all’Asia. Eppure noi paghiamo lo stesso. Per una ragione semplice: i prezzi dell’energia sono globali, non patriottici. L’Europa non paga soltanto il proprio barile; paga il prezzo mondiale del barile altrui. Lo stesso vale per il gas. Quasi un quinto del commercio globale di GNL passa da Hormuz, soprattutto dal Qatar, e non esistono rotte alternative equivalenti. Anche quando le molecole non mancano subito, manca la tranquillità del mercato. E la tranquillità, in economia, ha sempre un prezzo. È per questo che il caro petrolio ‘invade’ i mercati. Il 9 marzo il Brent ha toccato 119,50 dollari. Ma non si limita a rincarare il pieno. Rincara l’assicurazione delle navi, il credito, i fertilizzanti, i trasporti, le aspettative delle banche centrali. Non a caso i premi di guerra marittimi sono esplosi, alcuni assicuratori hanno ridotto o ritirato coperture, e Washington è arrivata a offrire una riassicurazione pubblica fino a 20 miliardi di dollari per rimettere in moto i traffici nel Golfo. È un dettaglio solo in apparenza tecnico. In realtà è una confessione filosofica: quando il rischio sale davvero, il libero mercato chiede lo Stato. Come finirà? Ci sono tre scenari. Il primo è la de-escalation rapida: scorte strategiche, riapertura progressiva dei traffici, prezzi che si sgonfiano senza tornare innocenti. Il secondo è il logoramento: petrolio alto per settimane, gas più caro, banche centrali più caute, Europa più debole. Il terzo è il più serio: una lunga crisi della fiducia. Navi che non partono, coperture che saltano, industria che rinvia, famiglie che pagano. Non sarebbe solo uno shock energetico. Sarebbe una lezione politica. La globalizzazione non è una legge di natura. È una tregua armata fra strettoie. E ogni volta che una di quelle strettoie diventa guerra, scopriamo che il petrolio non domina il mondo perché è raro. Lo domina perché passa da pochi luoghi. * Docente Università di Bologna, Dipartimento di Economia L'articolo Il vero ostaggio nello Stretto di Hormuz non è solo il petrolio in viaggio. È il petrolio di riserva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Economia
Petrolio
Golfo Persico
Guerra in Iran, non solo petrolio: ora l’incubo dei Paesi del Golfo di restare senz’acqua rischia di diventare realtà
Sotto la superficie dell’economia degli idrocarburi c’è una risorsa molto più fragile e fondamentale per la stabilità nel Golfo Persico: l’acqua dolce. In una regione desertica che ospita metropoli e poli industriali tra i più avanzati del pianeta, la sopravvivenza quotidiana dipende essenzialmente dalla capacità tecnologica di trasformare l’acqua del mare in acqua potabile. Dipendenza che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran trasforma ora nel principale tallone d’Achille dell’area. La mattina di domenica 8 marzo il governo del Bahrain ha denunciato che uno dei suoi principali impianti di desalinizzazione è stato colpito da un attacco con drone che le autorità del regno indicano come di fabbricazione iraniana. La struttura che ha riportato danni materiali dovrebbe trovarsi nell’area industriale di Al Hidd, nel Governatorato di Muharraq, dove hanno sede una centrale elettrica e un grande impianto idrico che, secondo alcune fonti, fornisce il 75% del fabbisogno di acqua potabile del paese. Le autorità hanno dichiarato che la produzione di acqua è proseguita grazie ai sistemi di ridondanza della rete nazionale, ma denunciano l’episodio come un attacco contro infrastrutture civili critiche. Il caso segna un passaggio significativo nell’escalation regionale perché porta direttamente nel conflitto uno dei pilastri invisibili della sopravvivenza nei Paesi del Golfo. L’attacco, che ha poi finito per interessare anche l’impianto, aveva colpito la base statunitense di Juffair nella giornata di sabato e sarebbe la riposta di Teheran a un precedente raid americano che avrebbe colpito il desalinizzatore sull’isola iraniana di Qeshm. Gli Stati Uniti, dalla loro, hanno negato di aver preso di mira infrastrutture idriche iraniane. Il caso del Bahrain rende tangibile una fragilità strutturale che numerosi centri di ricerca indipendenti analizzano da anni. La desalinizzazione è stata la vera risposta tecnologica che ha reso abitabili e produttive le economie del Golfo, ma ha anche creato una dipendenza sistemica, con una domanda sempre crescente che espone gli Stati a rischi strategici. Il Kuwait ricava circa il 90 per cento della propria acqua potabile dalla desalinizzazione, l’Oman l’86 per cento, l’Arabia Saudita circa il 70 per cento. Per gli Emirati Arabi Uniti la percentuale si attesta al 42%, ma nei grandi centri urbani sulla costa come Dubai (foto) la percentuale è più alta: fino al 96% del consumo domestico proviene da strutture di desalinizzazione. Lo stesso Iran ha una dipendenza che supera il 50%. Nel complesso, nel Golfo Persico si concentra una delle più imponenti reti di impianti al mondo: oltre 400 strutture che trasformano ogni giorno acqua marina in risorsa vitale per città, industrie e per le stesse infrastrutture energetiche. Senza dimenticare che gli impianti devono necessariamente essere costruiti lungo la costa e sono quindi facilmente individuabili e difficili da proteggere in caso di conflitto. A questo si aggiunge un secondo elemento critico: il sistema idrico del Golfo è strettamente integrato con quello energetico. Molti impianti funzionano in cogenerazione con centrali elettriche: la stessa infrastruttura produce energia e acqua. In pratica, colpire una centrale può significare l’interruzione contemporanea delle forniture elettrica e idrica. Per questo la desalinizzazione non è soltanto una tecnologia civile ma una vera infrastruttura strategica. L’industria petrolchimica, la produzione energetica, i grandi complessi industriali e la limitata agricoltura della regione dipendono tutti da flussi continui di acqua tecnica. Per non parlare del fatto che l’interruzione prolungata della produzione di acqua avrebbe immediate conseguenze per la popolazione. Analisi meno recenti avevano stimato in pochi giorni la sopravvivenza dei grandi centri urbani: nel 2008 un dispaccio di WikiLeaks citato dal New York Times indicava per la capitale dell’Arabia Saudita, Riyad, la necessità di evacuazione in una sola settimana. Negli anni la produzione è aumentata e l’implementazione è sempre in agenda per paesi che si concentrano sulla disponibilità idrica ma, denuncia il think tank indipendente Arab Gulf States Institute di Washington, trascurano gli aspetti ambientali e di uso sostenibile legati alla combinazione di desalinizzazione e sfruttamento eccessivo delle falde. Il rapporto tra impianti e ambiente è di per sé un fattore di vulnerabilità della rete idrica, decisamente esposto ai pericoli legati al conflitto che non sono solo quelli di un attacco diretto. Studi recenti nel campo della sicurezza energetica e climatica evidenziano i rischi associati alla concentrazione di impianti lungo le coste, sensibili all’innalzamento delle temperature, ai cambiamenti di salinità e più in generale agli eventi estremi. Emerge così che un grave inquinamento marino, provocato ad esempio da un grande sversamento petrolifero o dal sabotaggio di infrastrutture energetiche offshore, potrebbe contaminare le prese d’acqua degli impianti e danneggiare le membrane di osmosi inversa che separano sale e altre impurità dall’acqua dolce, interrompendo la produzione su vasta scala che permette a decine di milioni di persone di vivere, lavorare e produrre in uno dei territori più aridi del pianeta. Se quella messa in atto dall’Iran è una strategia per destabilizzare l’intera area contro l’offensiva statunitense e israeliana, l’acqua dolce potrebbe diventare l’obiettivo più sensibile. L'articolo Guerra in Iran, non solo petrolio: ora l’incubo dei Paesi del Golfo di restare senz’acqua rischia di diventare realtà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Israele
Donald Trump
Mondo
Golfo Persico
Conte: “Meloni scappa dal Parlamento. Nessuna condanna da Tajani e Crosetto per la violazione del diritto internazionale di Usa e Israele”
“Meloni scappa dal Parlamento e fa monologhi alla radio, e su una crisi internazionale di tale portata manda i due ministri della Difesa e degli Esteri in Parlamento, tra varie approssimazioni e ferie a Dubai”. Lo ha detto il presidente M5S Giuseppe Conte, commentando l’informativa, alla Camera dei Deputati dei ministri Crosetto e Tajani rispetto alla guerra in Iran. “La realtà è che non abbiamo avuto ancora nessuna parola di condanna degli attacchi armati degli Stati Uniti e di Israele che sono in violazione del diritto internazionale, e ancora grandi ambiguità sulla concessione delle nostre basi che in questo momento servono per sostenere i paesi amici del Golfo, ma è chiaro che attendiamo la richiesta americana per piegarci anche a questa richiesta. E intanto i cittadini italiani pagano il prezzo di questa crisi con un caro bollette un caro energie e aumento dell’inflazione”. L'articolo Conte: “Meloni scappa dal Parlamento. Nessuna condanna da Tajani e Crosetto per la violazione del diritto internazionale di Usa e Israele” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Guerra
Giuseppe Conte
Golfo Persico
Iran, le opposizioni (Avs, Pd e M5s) chiedono Meloni in Aula: “Da Tajani e Crosetto nessuna risposta. La premier venga in Parlamento”
“Non hanno risposto alla domanda fondamentale: condannate o meno l’attacco unilaterale americano all’Iran? Avete un giudizio politico su quello che è accaduto? Su una violazione del diritto internazionale conclamata? Non hanno risposto”. Così Nicola Fratoianni, al termine dell’audizione in Senato dei Ministri Crosetto e Tajani sulla situazione nel Golfo Persico. “Trump e Netanyahu stanno facendo una guerra per mantenere il potere nei loro paesi dove sono profondamente in crisi” è l’opinione di Angello Bonelli, parlando di audizione “imbarazzante”. La richiesta che sia la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a riferire in Parlamento sulla posizione del governo italiano viene, oltre che da Alleanza Verdi-Sinistra, anche dal Partito Democratico e da Giuseppe Conte per il Movimento 5 Stelle. “L’audizione è stata un’occasione in larga parte sprecata – ha detto Giuseppe Provenzano del Pd – Ci hanno raccontato la cronaca di questi giorni ma non sono stati capaci di esprimere un giudizio politico sull’attacco di Stati Uniti ed Israele” L'articolo Iran, le opposizioni (Avs, Pd e M5s) chiedono Meloni in Aula: “Da Tajani e Crosetto nessuna risposta. La premier venga in Parlamento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Politica
Benjamin Netanyahu
Golfo Persico