Uomini tra i cinquanta e i sessant’anni, contattati attraverso social network e
piattaforme di incontri, convinti di accogliere in casa una persona per un
rapporto consensuale. Invece, dietro quelle porte chiuse, li aspettavano
violenze, rapine e minacce. Persone stordite, in alcuni casi immobilizzate con
fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, costrette a consegnare contanti o
a effettuare bonifici istantanei. E poi il ricatto: pagare o tacere, con la
minaccia di diffondere immagini e video intimi a familiari e contatti personali.
È questa la vicenda al centro della sentenza pronunciata martedì 27 gennaio dal
tribunale di Bologna.
La giudice Maria Cristina Sarli, accogliendo la richiesta della Procura (pm
Elena Caruso), ha condannato l’imputato principale a sei anni e otto mesi di
reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. La pena, già ridotta per
effetto del rito abbreviato scelto dall’uomo — reo confesso — è accompagnata da
una multa. Alla compagna, accusata di riciclaggio, sono stati inflitti due anni
di reclusione, con sospensione condizionale della pena.
Dietro la sentenza, però, c’è soprattutto il coraggio di chi ha deciso di
parlare. “Questa indagine esiste perché alcune delle vittime hanno scelto di
denunciare, nonostante le minacce”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocata
Fiorella Shane Arveda, che ha assistito una delle persone offese. “È un punto
fondamentale: senza quella denuncia, questa serie di rapine non sarebbe mai
emersa e, per colpa dello stigma, i carnefici l’avrebbero fatta franca”. Le
vittime accertate sono almeno sei a Bologna. Quattro si sono costituite parte
civile, mentre una si è rivolta allo Sportello legale del Cassero, trovando
supporto e orientamento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la dinamica
era sempre la stessa. “Si tratta di uomini tra i 50 e i 60 anni”, ricostruisce
Arveda, “che mettono a disposizione il proprio domicilio per un incontro
sessuale. L’aggressore finge il consenso, entra in casa e a quel punto la
vittima è completamente esposta”.
Le violenze non sono state identiche in ogni episodio, ma tutte le persone
offese sono state almeno stordite. “Nel caso che seguo io”, racconta l’avvocata,
“la vittima è stata legata ai polsi e alle caviglie con fascette di plastica e
costretta a fare bonifici istantanei per circa 3.500 euro, con causale ‘regalo’,
a favore della compagna dell’imputato”. Oltre alle condanne penali, il giudice
ha disposto dei risarcimenti tra i 5.000 e i 6.000 euro per ciascuna vittima. Il
risarcimento complessivo verrà definito in sede civile. Ma il dato più
allarmante, sottolinea Arveda, è la ripetitività dello schema. “Non parliamo di
un episodio isolato. Quando questo meccanismo funziona, tende a essere
replicato: dagli stessi soggetti o da altri, anche in città diverse”. Un
elemento cruciale della vicenda è l’orientamento sessuale delle vittime. Anche
se non esiste una specifica aggravante prevista dalla legge, il contesto è
tutt’altro che neutro. “L’omosessualità viene usata come leva“, spiega
l’avvocata. “Chi aggredisce sa di poter contare sulla vergogna, sulla paura
dell’outing, sul timore di non essere creduti. È questo che tiene molte persone
lontane dalla denuncia”.
Un quadro che trova conferma anche nei dati raccolti dallo Sportello legale del
Cassero e dal Centro antidiscriminazione di Spazio Cassero, finanziato da Unar:
in media una persona ogni due giorni si rivolge ai servizi per segnalare episodi
di violenza o discriminazione. Anche il procedimento concluso oggi è partito dal
passo, tutt’altro che scontato, di una vittima che ha deciso di rivolgersi a un
legale. “Denunciare è difficile, soprattutto quando si parla di incontri
sessuali e di omosessualità”, osserva Arveda. “Ma è fondamentale farlo bene. Una
denuncia dettagliata, costruita con attenzione, ha molte più possibilità di
essere presa sul serio in un sistema giudiziario già sovraccarico”. In questo
percorso, il ruolo dei servizi di comunità è decisivo. “Molte persone si fidano
di più perché sanno di non essere giudicate. Questo può fare la differenza tra
il silenzio e l’emersione di reati che altrimenti resterebbero sommersi”. “Le
vittime non hanno alcuna colpa”, conclude l’avvocata. “Minacce, estorsioni e
diffusione non consensuale di materiale intimo sono reati gravi. Denunciare non
è solo una tutela individuale: è l’unico modo per impedire che queste violenze
continuino a ripetersi”.
L'articolo Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle:
condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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In Francia un’adolescente è stata seviziata e tenuta in ostaggio da un gruppo di
coetanei. La vicenda è avvenuta nella città alpina di Annecy: la vittima, una
15enne che vive in casa famiglia, stava accompagnando il suo ex ragazzo nel
comune di Oullins-Pierre-Bénite quando lui l’ha aggredita con la complicità di
tre amiche minorenni, tra cui la nuova fidanzata del 17enne.
Il gruppo di aguzzini, le cui età sono comprese tra i 14 e i 17 anni, hanno
portato la 15enne in un appartamento a sud di Lione e l’hanno chiusa in uno
sgabuzzino, dove l’hanno sottoposta a una serie di violenze come ustioni, tagli,
un coltello nella coscia e un estintore scagliatole addosso. Tutte torture che
sono state filmate dai minorenni.
Nella mattina di lunedì 26 gennaio, la ragazza è stata ricoverata in ospedale
dopo essere riuscita a scappare dalla prigionia e chiedere aiuto ai passanti. In
serata la polizia è entrata nell’abitazione e ha arrestato il primo autore del
sequestro e una delle ragazze, mentre più tardi hanno trovato le altre
sospettate a Villefranche-sur-Saône, sempre nel dipartimento di Rodano. Gli
adolescenti hanno confessato le azioni commesse senza rimorsi e senza spiegare
le motivazioni dietro a un piano del genere.
L'articolo Quindicenne sequestrata e torturata dal suo ex e tre complici:
quattro minorenni arrestati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il pensiero lineare, quello per intenderci per il quale ad una azione
corrisponde una e una sola conseguenza, domina la vita politica e pare prevalere
nelle decisioni esecutive dei governi. Noi psicologi da oltre mezzo secolo
affermiamo che al contrario, soprattutto nelle relazioni fra individui, gruppi
organizzati e nazioni, sarebbe opportuno applicare il pensiero circolare. Questo
tipo di approccio prevede la comprensione che ad una azione corrisponde una
controreazione che innescherà una serie di ulteriori reazioni. Questo fenomeno
potrà prolungarsi fino ad una riduzione delle azioni e controreazioni.
Ad esempio succede se agito una bacinella d’acqua provocando un’onda che
infrangendosi contro i bordi provoca un’onda al contrario per poi gradualmente
esaurirsi. In certe situazioni, viceversa, può accadere che azioni e
controreazioni provochino un inasprimento del fenomeno portando all’aumento
delle ulteriori azioni e controreazioni. Questa modalità definita “escalation”
ad esempio è tipica di certi rapporti conflittuali coniugali per cui il marito,
per reagire ad una aggressione verbale della moglie, la apostroferà ancora più
brutalmente per poi, di fronte alle sue rimostranze sempre più frequenti e
pressanti, passare ad atti aggressivi.
Mi veniva in mente questo problema nel leggere le proposte del decreto
Sicurezza. Sappiamo per esperienza di altri paesi che aumentare le pene e
consentire a ogni individuo di armarsi per difendersi non porta ipso facto a una
diminuzione dei reati. Gli Usa lasciano la possibilità al cittadino di comperare
e tenere in casa un’arma senza troppe formalità, la polizia ha la libertà di
usare le armi e di bloccare con le cattive i cittadini, nelle scuole pubbliche
all’ingresso ci sono i metal detector e le pene sono molto drastiche. Eppure
proprio in questo paese gli omicidi sono molto elevati, i carcerati sono il
triplo – percentualmente rispetto agli abitanti – rispetto a moltissimi paesi
europei e la sensazione di insicurezza è elevata.
Il pensiero circolare ci spiega che se i cittadini avessero la pistola in casa i
ladri, consci del rischio, invece di entrare senza armi, come quasi sempre
succede nel nostro paese, si doterebbero di pistole o fucili atti a fronteggiare
la reazione del proprietario. Se inoltre le pene sono draconiane il malvivente
farà di tutto per cercare di evitarle e sarà disposto anche ad aggravare la sua
azione riprovevole con ulteriori violenze. Viceversa se, come succede ad esempio
nel nostro paese, le pene carcerarie sono più miti e tengono conto di svariate
possibili attenuanti, il malvivente non arriverà all’escalation dei suoi atti
criminosi. Sapere che ci saranno pene relativamente lievi eviterà che il ladro,
entrato per rubare, prenda in ostaggio il padrone di casa o addirittura lo
uccida.
Insomma quando si mette in atto una strategia per la sicurezza del cittadino
occorrerebbe utilizzare il pensiero circolare. Se infatti per un semplice furto
inasprisco la pena fino a dieci o venti anni devo sapere che il ladro giammai
accetterà il rischio di essere preso e incarcerato e piuttosto sarà disposto a
usare un’arma per cercare di fuggire e zittire eventuali testimoni. La
deterrenza di una pena “adeguata” per un reato deve rimanere, ma l’esperienza di
molti paesi dimostra che non è l’unico strumento utile. In questi frangenti si
citano a sproposito le dittature, ove i reati paiono essere di minore frequenza
ed entità e dove vigono pene molto elevate. I dati degli omicidi e dei furti in
questi paesi sono da prendere con le pinze in quanto, proprio perché sono paesi
totalitari, l’informazione non è libera ma asservita al potere. Inoltre non
credo sia utile, per avere più sicurezza rispetto ai furti o agli omicidi,
pensare di lasciare che un dittatore ci imponga come vivere e attui
l’eliminazione (di solito nascosta) degli oppositori politici.
Il pensiero lineare afferma: “per avere più sicurezza occorre aumentare le pene
e i controlli”. Il pensiero circolare ci spiega che ci troviamo di fronte alla
classica curva di Gauss. La curva di Gauss descrive molti fenomeni naturali e a
mio avviso può essere applicata anche al sistema naturale “tendenza a
delinquere”: in questo modo, credo che aumentando le restrizioni la sicurezza
aumenti fino ad un certo livello, per poi tendere inesorabilmente a calare.
Rischiamo di arrivare ad un punto in cui saranno le forze di polizia a farci più
paura dei ladri (come a volte succede negli Usa).
L'articolo Il pensiero circolare applicato alla sicurezza: inasprire le pene può
produrre un effetto contrario a quello desiderato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Non si era mai vista così tanta violenza prima d’ora tra i ragazzi. È venuta a
mancare la percezione del senso del limite oltre ad esserci un vuoto etico
spaventoso. Oggi avere una lama in tasca è normale e glamour”. A parlare, dopo
gli ultimi episodi di aggressioni che hanno coinvolto dei giovani è Alberto
Pellai, medico, psicoterapeuta, uno dei maggiori esperti del mondo
adolescenziale in Italia. Da oltre vent’anni si occupa di ragazzi, di famiglie,
dell’età evolutiva. Basti citare i titoli di alcuni suoi libri: “La vita accade.
Una storia che fa luce sulle emozioni maschili”; “Allenare alla vita. I dieci
principi per ridiventare genitori autorevoli” e l’ultimo “Pronti per il grande
salto. Come vivere la scuola media e gestire ansia, emozioni e nuove sfide”
(tutti Mondadori). Di fronte all’omicidio per accoltellamento del 18enne in una
scuola a La Spezia, al ferimento di un 17enne a Sora davanti al liceo artistico
e al 16enne colpito con un’accetta da un coetaneo a Perugia, Pellai analizza le
radici del fenomeno.
Siamo davvero di fronte a un nuovo fenomeno che deve preoccuparci o è solo la
reiterazione di un atteggiamento che gli adolescenti hanno sempre avuto,
amplificato dai media?
La violenza è sempre stata un canale di espressione, di affermazione
disfunzionale di sé ma oggi ci sono modalità mai viste. C’è una normalizzazione
dell’uso delle armi bianche che non abbiamo mai registrato negli ultimi
quarant’anni. Tempo fa per una ragazza si faceva a botte non si adoperava un
coltello per ammazzare.
A cosa è dovuto questo smoderato uso di armi da taglio? Tutta colpa delle serie
televisive, dei social?
Dobbiamo riflettere sul fatto che le lame sono tutte in mano ai maschi.
Possedere una lama è una prosecuzione o un completamento chiaramente
disfunzionale della propria maschilità. Ma chi gliel’ha insegnato? Dove hanno
imparato che mettere una lama nello zaino è normale o persino desiderabile? Il
cosiddetto “ferro” così raccontato nelle serie TV è un concetto che è entrato a
far parte degli adolescenti. Altro aspetto da considerare: quando un ragazzo
mette un coltello nello zaino non lo fa pensando che lo userà ma quella lama è
una protesi come un tempo lo era la sigaretta in bocca. Quando penso che in tre
secondi, un giovane scarica tutta la sua rabbia trasformando la sua esistenza in
anni di galera, credo che oggi vi sia una crescita dove l’emozione diventa
azione senza alcun filtro valoriale, etico. Manca un lavoro sulla
significazione, sulla riflessione intorno alle implicazioni e alle conseguenze
dei propri gesti.
Quei coltelli li hanno con sé per difendersi, perché hanno paura o per
attaccare, per aggredire?
La lama è solo un costruttore di significati. Vale sempre la pena di citare tre
processi importanti: la desensibilizzazione, la normalizzazione, la
glamourizzazione. La sensibilità fisiologica, la paura di un coltello è il primo
fattore di protezione. Se non c’è più questa sensibilità diventa normale avere
un’arma bianca in tasca. Non solo. E’ così comune da diventare desiderabile,
glamour. A questo punto nessuno più urla al mondo se un compagno di classe ha un
coltello con sé. Dovremmo davvero fare un profondo lavoro sulla cultura
associata ai ruoli di genere tra i maschi.
Manca anche la percezione delle regole e delle conseguenze del non rispetto di
esse?
È così, non c’è più il senso del limite e c’è un vuoto etico spaventoso. Un
tempo quel comandamento “Non uccidere” seppur non lo sceglievi ti veniva
imposto, entrava nella psiche. Prima di togliere la vita a qualcuno c’era una
barriera tra la pulsione e l’azione. Ora per alcuni sottogruppi tutto ciò non
esiste più.
Il governo è pronto a mettere in campo un pacchetto sulla sicurezza che prevede
tolleranza zero sui coltelli. Può bastare?
Quella è la prevenzione secondaria o terziaria: un lavoro sul soggetto ad alto
rischio. Serve anche l’educazione emotiva, affettiva, civica, etica, valoriale,
empatica. E’ urgente un’educazione preventiva che renda la competenza più
appetibile della prepotenza.
L'articolo “Per i ragazzi oggi avere una lama in tasca è normale come prima la
sigaretta. È un completamento disfunzionale della maschilità” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Mentre Firenze dava il benvenuto al 2026, in piazza Duomo esplodevano le botte,
nel vero senso della parola, di Capodanno: a quaranta minuti dalla mezzanotte, è
scoppiata una rissa che sta facendo discutere. A testimoniarlo è un video
dall’alto girato dalle camere di un Airbnb. Una ventina di persone di origine
marocchina e tunisina sono state filmate a picchiarsi, lanciandosi addosso
tavoli e sedie. Il fatto è accaduto fuori dall’Antica pizzeria del Duomo:
secondo quanto riferito dal personale e come riporta il Corriere della Sera, la
baruffa era nata in piazza della Repubblica e poi si è riversata nel cuore del
centro turistico, dove è diventata più violenta.
Secondo il titolare della pizzeria, alla rissa avrebbero partecipato tra le
trenta e le quaranta persone appena maggiorenni. Stando alla sua versione, lo
scontro è avvenuto in due fasi: il gruppo, infatti, è tornato un’ora e mezza
dopo il primo diverbio, prendendosela anche con un ragazzino ligure offertosi di
aiutare a sistemare il locale. “Per fortuna, i nostri pizzaioli sono riusciti a
difenderlo ma, poverino, era proprio terrorizzato. E c’è da capirlo. Una decina
di loro erano dentro il locale, altrettanti fuori”.
Oltre alla paura, lo staff ha rischiato danni più seri a causa di un lancio di
bottiglia. La chiamata alle forze dell’ordine ha disperso il gruppo e riportato
la quiete, ma in pizzeria è rimasta la paura: “Scene impressionanti, terribile
vedere volare le sedie”, dichiara il proprietario della pizzeria a La Nazione,
che aggiunge di non aver “mai visto niente di lontanamente paragonabile a quel
che ho visto a Capodanno”.
L’assessore alla sicurezza del Comune di Firenze, Andrea Giorgio (Pd), sulla
vicenda ha dichiarato: “La rissa in piazza Duomo è un fatto grave su cui ci
saranno le verifiche delle forze dell’ordine. Ma basta propaganda“. La
frecciatina è rivolta all’europarlamentare Francesco Torselli (FdI) e al
presidente della sede locale di Gioventù nazionale, Simone Sollazzo: entrambi
hanno rilanciato l’episodio sui social denunciando il problema della sicurezza
in città.
Poi attacca la coalizione di maggioranza: “La destra governa da tre anni e gli
italiani ancora aspettano risposte sulla sicurezza. Il meccanismo della
propaganda delle destre è sempre il solito: mistificare la realtà, costruendo
polemiche e bugie per coprire il loro fallimento e attaccare la sindaca Funaro e
l’amministrazione, in prima linea fin da inizio mandato per dare risposte
concrete ai cittadini anche sulla sicurezza, che per noi è una priorità
assoluta”. Secondo i dati del Ministero dell’interno ed elaborati da Il Sole 24
Ore, il numero di denunce per abitanti fa di Firenze la terza città meno sicura
d’Italia dopo Milano e Roma.
L'articolo Capodanno a Firenze: mega rissa in centro tra botte, tavoli lanciati
in aria e sedie spaccate. Il Comune: “Fatto grave, ci saranno accertamenti. Ma
basta propaganda” – VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna è caduta nell’agguato della cognata ed è stata rasata a zero. In
seguito all’episodio, una donna di 37 anni è stata condannata a cinque mesi di
reclusione, con pena sospesa, per l’aggressione e il gesto violento. Il fatto è
accaduto a Perugia: la condannata aveva scoperto che la vittima, sua cognata,
aveva intrapreso una relazione con il marito. La 37enne ha così attirato in casa
sua cognata per tenderle un agguato: l’ha spinta a terra, l’ha massacrata di
botte e poi l’ha costretta a subire il taglio dei capelli. In seguito
all’aggressione, la vittima ha riportato abrasioni all’orecchio destro e lividi
sulle braccia.
Per la vicenda era stata indagata anche un’amica della condannata, accusata di
complicità e partecipazione all’aggressione. Nella ricostruzione della Procura
di Perugia, l’amica aveva aiutato la 37enne a immobilizzare la vittima e a
procurarsi un altro paio di forbici perché le prime non tagliavano bene. Il
giudice, tuttavia, ha escluso ogni responsabilità e ha assolto la donna
dall’accusa di violenza privata.
L’avvocata Giorgia Ricci, che difende la 37enne, ha già preannunciato ricorso in
appello e ha collegato il gesto a un raptus emotivo della sua assistita. Il
tribunale ha ritenuto sussistente la responsabilità penale dell’aggressione,
lasciando la possibilità di sospendere la pena a condizione che la donna paghi
alla vittima, rappresentata dall’avvocato Emilio Botta, il risarcimento del
danno.
L'articolo Massacra di botte e rasa a zero la cognata perché aveva una relazione
con il marito: condannata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per decenni ha tenuto compagnia a milioni di bambine che ci hanno giocato
inventando le storie più disparate, oggi la Barbie è motivo di polemica
politica. Succede ad Arcore, città amministrata da Fdi in provincia di Monza e
Brianza, dove dal 6 dicembre al 18 gennaio 2026 è possibile visitare la mostra
“Le donne: 500 fashion Barbie dolls” presso Villa Borromeo d’Adda. L’iniziativa
è promossa dall’amministrazione comunale in chiusura del mese di novembre
dedicato alla lotta alla violenza di genere. E proprio la scelta di legare
l’evento alla battaglia per la prevenzione, ha suscitato numerose contestazioni.
È il caso di Carla Giuzzi, responsabile diritti segreteria Sinistra Italiana
Monza e Brianza, che in un post su Facebook, pur definendo “meritevole”
l’intenzione di destinare il ricavato delle offerte alla Caritas della Comunità
pastorale Sant’Apollinare, parla della celebre bambola come di “un modello di
donna che è alla base della violenza di genere in quanto vista solo come ‘un
oggetto’ da possedere”.
“BARBIE È MODELLO DI DONNA STEREOTIPATO”
Se Valentino Damiano Donghi, direttore artistico della mostra, la descrive come
“un racconto sul femminile e di tutto quello che le donne sono riuscite a
realizzare nonostante gli uomini”, c’è chi si interroga su come sia possibile
portare un contributo alla lotta contro la violenza di genere servendosi della
Barbie, modello per eccellenza della donna-oggetto. Scrive Giuzzi sui social:
“Il suo aspetto fisico, alta, bionda, occhi azzurri, vita stretta e gambe lunghe
ha condizionato generazioni di bambine a seguire il modello di donna
stereotipato che veicolava e non è bastato vestirla da scienziata, poliziotta o
pilota d’aereo. Un modello di donna che è alla base della violenza di genere in
quanto vista solo come ‘un oggetto’ da possedere. La volontà di possesso
costituisce uno dei primi fattori da combattere per eliminare la violenza sulla
donna”.
LA REPLICA DEL SINDACO
Maurizio Bono, primo cittadino Fdi di Arcore, replica così alle polemiche
scatenate dall’iniziativa: “Leggo con sorpresa e un po’ di amarezza le critiche
mosse in queste ore alla mostra dedicata alle Barbie e interpretata, in modo
frettoloso e superficiale, come un’operazione priva di contenuti culturali o
lontana dal tema della violenza sulle donne”, si legge su PrimaMonza.it. “La
realtà è esattamente opposta. Il progetto nasce proprio per stimolare una
riflessione pubblica sul percorso culturale che la nostra società ha compiuto –
e che deve continuare a compiere – nella rappresentazione dei ruoli femminili e
maschili”. E ancora: “La storia della Barbie, dagli anni Cinquanta a oggi, è la
storia dei cambiamenti del nostro immaginario collettivo: dagli stereotipi
rigidi della donna-oggetto a modelli sempre più consapevoli, autonomi e plurali.
E allo stesso modo Ken racconta quanto, anche per gli uomini, certi ruoli
sociali siano stati a lungo rigidi o irrealistici”. “Non si tratta di celebrare
un giocattolo – conclude Bono – ma di usare un simbolo popolare e riconosciuto
per aprire una discussione accessibile a tutti, soprattutto ai più giovani, su
come i modelli culturali influenzino la percezione dei ruoli e possano, nel
lungo periodo, alimentare o contrastare la violenza”.
L'articolo Arcore, l’iniziativa della destra contro la violenza sulle donne? Una
mostra dedicata alle Barbie proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi cresce nelle periferie delle grandi città italiane, in particolare del Sud,
vive in condizioni di fragilità. I giovani che crescono nei quartieri San Nicola
a Bari, San Michele a Cagliari, nella zona Pendino di Napoli, ma anche alle
Piagge a Firenze, all’ex mercato ortofrutticolo di Bologna o al Lambro di
Milano, sempre più spesso abbandonano la scuola prima di finire le superiori e
sono “in potenziale disagio economico”, ovvero vivono con genitori che hanno
meno di 64 anni e nessun soldo in tasca. A lanciare un nuovo allarme sono la
Fondazione “Con i bambini” e Openpolis che – insieme ad esponenti della
commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie – hanno presentato alla
Camera dei Deputati il report 2025 su “Giovani e periferie”. “Le ultime
analisi”, ha dichiarato il presidente della fondazione Marco Rossi Doria,
“mostrano concentrazioni più elevate di povertà educativa, una minore
disponibilità di spazi aggregativi e un’offerta formativa e opportunità
occupazionali minori e meno diversificate rispetto alle aree protette”. Dunque
meno lavoro, istruzione e spazi pubblici. Parole che commentano dati sui quali
vale la pena soffermarsi. A destare preoccupazione è anche l’aumento di
comportamenti violenti tra i più giovani: la crescita del tasso di presunti
autori di delitto denunciati o arrestati dalle forze di polizia ogni 100mila
residenti tra 14 e 17 anni, tra prima e dopo la pandemia segna un più 54%.
DISAGIO ECONOMICO E POVERTÀ EDUCATIVA
Le disuguaglianze territoriali pesano sulla condizione educativa dei più
giovani. Le situazioni di maggiore fragilità sociale si concentrano nelle aree
del mezzogiorno. A Catania (6,2%), Napoli (6%) e Palermo (5,8%) l’incidenza
delle famiglie con figli in potenziale disagio economico risulta molto marcata.
Si tratta di nuclei con figli a carico in cui la persona di riferimento ha meno
di 65 anni e nessun componente è occupato o pensionato. Tali valori sono oltre
quattro volte superiori rispetto a quelli registrati in altre città del
centro-nord: Bologna si ferma all’1,2%, Venezia e Genova all’1,3%, Milano e
Firenze all’1,4%. Emerge dall’analisi condotta sui 14 comuni capoluogo.
Dentro una stessa città, i divari possono risultare ancora più ampi. A Catania
ad esempio, a fronte di una media cittadina del 6,2%, si va dal 3,1% del Terzo
municipio al 9,3% del Sesto. A Napoli, si va dal 3% di quartieri come Arenella e
Vomero al 9,2% del quartiere di San Pietro a Patierno.
Il rapporto conferma che bambini e ragazzi restano la fascia d’età più spesso in
povertà assoluta (13,8% contro una media del 9,8%). In media, nel 2024, il 12,3%
delle famiglie in cui vivono minori di 18 anni si è trovato in tale condizione;
la quota sale al 16,1% dei nuclei con minori nei comuni centro dell’area
metropolitana.
L’ISTRUZIONE
La condizione di partenza si riflette spesso sugli esiti educativi. Gli
abbandoni precoci della scuola colpiscono soprattutto il Mezzogiorno. Ha
lasciato l’aula prima del diploma delle superiori o di una qualifica oltre il
25% dei giovani a Catania, il 19,8% a Palermo, il 17,6% a Napoli. Si tratta
anche delle città in cui oltre uno studente su cinque arriva in terza media con
competenze del tutto inadeguate in italiano. La dispersione scolastica implicita
ed esplicita resta elevata soprattutto tra i ragazzi provenienti da famiglie
svantaggiate.
Sul tema istruzione, nemmeno certe zone delle città del Nord si salvano: nel
comune di Milano gli abbandoni precoci della scuola riguardano il 12,4% dei
giovani tra 18 e 24 anni ma tra i figli delle persone senza diploma il dato sale
al 19,3% a livello comunale. Complessivamente, la quota raggiunge il 28,2% a
Triulzo Superiore. A Roma la zona della Magliana risulta critica per gli
abbandoni scolastici precoci (27,9%) e la presenza di Neet mentre è molto più
contenuta a Grottaferrata (2,5%). Tra i figli delle persone senza diploma,
l’abbandono scolastico precoce è più frequente nel quartiere San Lorenzo
(35,8%), mentre appare assente nelle zone di Foro Italico e di Grottarossa Est.
Stessa musica a Torino dove complessivamente, la quota di abbandoni raggiunge il
26,5% nella zona di Borgata Monterosa mentre nelle zone statistiche di Reaglie –
Forni e Goffi, Comandi Militari – Stazione Porta Susa e Strada di Pecetto-Eremo
non raggiunge il 3%.
GIOVANI CHE NON STUDIANO NÉ LAVORANO
I comuni capoluogo con più giovani Neet (che non studiano e lavorano) sono,
invece, Catania (35,4%), Palermo (32,4%) e Napoli (29,7%). A quota 20% circa,
tra le altre, le due città italiane più popolose, Roma e Milano. La quota scende
al 17,3% a Bologna. Anche qui, tuttavia, dove il fenomeno è meno diffuso, la
quota risulta molto più elevata in aree come l’Ex Mercato Ortofrutticolo
(47,2%), il Caab (39,8%) e il Pilastro (29,6%), mentre i livelli più bassi si
registrano nelle aree di Siepelunga (11,3%), La Dozza (10,9%), Scandellara
(5,6%).
COMPORTAMENTI VIOLENTI IN AUMENTO DOPO LA PANDEMIA
Il report riporta anche un segnale preoccupante in merito ai comportamenti a
rischio o violenti tra gli adolescenti. I primi studi esplorativi, come
evidenzia il lavoro di “Transcrime”, Centro di ricerca interuniversitario, in
collaborazione con il dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del
ministero della giustizia, mostrano alcuni segnali di peggioramento proprio tra
i più giovani dopo la pandemia dovuto al Covid. “Il tasso di presunti autori di
delitti violenti denunciati o arrestati dalle forze dell’ordine ogni 100mila
abitanti è rimasto sostanzialmente stabile nella popolazione complessiva”, si
legge, “se si confrontano i dati precedenti la pandemia (133,14 nel periodo
2007-19) con quelli successivi all’emergenza (133,43 tra 2021 e 2022)”. Mentre
“tra i minori e gli adolescenti, il quadro mostra una situazione molto più
critica. Nella fascia tra 14 e 17 anni si è passati da una media di 196,61
presunti autori ogni 100mila giovani nel periodo 2007-19 a 301,87 dopo la
pandemia. Nella fascia fino a 13 anni, l’incremento è stato ancora maggiore,
trattandosi di numeri in partenza molto più contenuti: da 2,38 a 6,25 ogni
100mila minori, per un aumento del 163%”.
L'articolo Giovani e periferie, il report: “Il disagio socio-educativo nelle
città del Sud è quattro volte superiore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si era parlato di violenza politica, un’aggressione squadrista
dall’inconfondibile matrice fascista. C’era stata la condanna da parte della
politica regionale e persino di Elly Shlein. Ora una lettera anonima rischia di
ribaltare la possibile ricostruzione dei danneggiamento al circolo locale di
Chiavari del Partito Democratico: la politica – dice la lettera – non c’entra.
Almeno è quanto si legge nel testo senza firma lasciato nell’androne della sede
de Il Secolo XIX da un ragazzo dal volto coperto. La firma: “Ragazzi del
misfatto“. La lettera è autentica? Gli autori sono davvero coloro che hanno
danneggiato il circolo dem a suon di cori che inneggiavano al Duce? E’ una
burla, l’opera di un mitomane, una giustificazione per nascondere l’impeto di un
momento e gli spiriti nostalgici veri o presunti? La lettera è stata requisita
dalla polizia per gli accertamenti del caso.
Si legge: “Scriviamo per scusarci del pasticcio che abbiamo combinato. Non ci
aspettavamo questo riscontro a livello nazionale e ci dispiace molto anche
perché non ha senso prendere di mira un luogo pacifico come il Pd di Chiavari.
Siamo ragazzi giovani, senza alcun interesse per la politica e speriamo che la
questione si possa risolvere in modo sereno, sperando di non aver lasciato danni
permanenti né al Pd Chiavari né sul suolo pubblico”.
Il movente, semplicemente, non c’è, spiegano gli anonimi: “Avevamo bevuto troppo
e abbiamo causato questi danni, non siamo in alcun modo coinvolti in
organizzazioni filofasciste e non la pensiamo in quel modo, non ci interessa la
politica, il nostro è stato solo un gesto insensato e privo di ragionamento,
dettato da un consumo eccessivo di alcolici”. Il segretario del circolo, Antonio
Bertani, aveva dichiarato di aver udito frasi come “Siamo noi i camerati” e
“Duce, duce!“. La matrice dei cori sarebbe la stessa degli atti vandalici: “I
cori che si possono essere sentiti sono risultato di un eccessivo consumo
alcolico. Però, comunque, non possono essere giustificati e ci scusiamo”. I
“Ragazzi del misfatto” definiscono l’aggressione uno stupido errore e, oltre a
scusarsi, si rendono disponibili a risarcire i danni.
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autori: “Avevamo bevuto troppo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un litigio in casa è finito nel peggiore dei modi possibili. Nella scorsa notte,
un uomo di 35 anni è stato ucciso al culmine di una violenta lite in un
appartamento di via Gabriele d’Annunzio, a Salerno. Stando alla prima
ricostruzione fornita dalle indagini, la vittima si trovava nell’abitazione
quando è scattato un litigio con il proprietario di casa, Luca Fedele.
Tra i due è nata una violenza colluttazione durante la quale il 35enne è stato
colpito con un pugno, è caduto ed è morto. Ancora non è chiaro se il decesso sia
avvenuto a causa del colpo oppure della caduta. I carabinieri hanno arrestato il
proprietario di casa con l’accusa di omicidio preterintenzionale, e stanno
lavorando per trovare il movente della lite che ha portato alla morte dell’uomo.
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il proprietario di casa proviene da Il Fatto Quotidiano.