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Aggredisce e sevizia l’ex per diverse ore in una roulotte, arrestato un 50enne a Roma
Una notte di violenza tra minacce, aggressioni e ore di soprusi in una roulotte parcheggiata nella periferia sud della Capitale. Gli agenti delle Volanti hanno fermato un cinquantenne romano, indagato per tentato omicidio, sequestro di persona e violenza sessuale. A far emergere i contorni di quella notte è stata una segnalazione arrivata al 112 per una persona aggredita nella zona Ostiense. Quando i poliziotti sono arrivati sul posto si sono trovati davanti la vittima, un trentaquattrenne brasiliano, visibilmente scosso e con evidenti ferite al volto. I soccorsi sono stati immediati e l’uomo è stato affidato al personale sanitario per le cure necessarie. Nonostante il dolore e lo stato di forte agitazione, la vittima ha trovato la forza di raccontare agli agenti quanto accaduto nelle ore precedenti. Sarebbe stato raggiunto durante la notte dall’ex compagno, che, sotto minaccia di un coltello, lo avrebbe costretto a salire all’interno della propria roulotte parcheggiata poco distante. Una volta varcata la soglia di quel piccolo spazio chiuso, l’uomo ha cominciato a sottoporre il 34enne a continue violenze, con l’aggressore sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Rintracciato, l’uomo, già noto alle forze dell’ordine per reati contro la persona e il patrimonio, è stato fermato e portato nel carcere di Regina Coeli. Il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, ha convalidato l’arresto e disposto, tra le altre misure, il divieto di avvicinamento alla persona offesa. L'articolo Aggredisce e sevizia l’ex per diverse ore in una roulotte, arrestato un 50enne a Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza giovanile, report Save the children: “Più tempo in carcere, più coltelli, i gesti come in un videogioco. E aumentano i denunciati per associazione mafiosa
C’è un cambiamento quantitativo ma soprattutto qualitativo nella violenza minorile in Italia. Nonostante per vent’anni il numero di giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni sia diminuito — da circa 23mila nel 2004 a 14.220 nel 2024 — sono invece aumentati quelli presi in carico, arrivati a quota 23.862. Un dato legato anche alla permanenza più lunga nel circuito penale minorile, favorita da norme più restrittive come il Decreto Caivano che ha ampliato i casi di custodia cautelare e limitato l’accesso alle alternative al carcere. È quanto emerge dal rapporto “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” realizzato dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS. Secondo lo studio, i minori e i giovani adulti entrati in contatto con il sistema di giustizia sono passati da 329 ogni 100mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, pur restando uno dei valori più bassi in Europa. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni. RAPINE, LESIONI, RISSE E ASSOCIAZIONE MAFIOSA IN AUMENTO Rapine, lesioni personali, risse e minacce sono però sempre più diffusi. In particolare cresce la presenza di armi improprie, dai coltelli alle noccoliere, dalle mazze alle catene, fino agli storditori elettrici. Le segnalazioni dal 2019 al 2024 sono passate da 778 a 1946 e solo nel primo semestre del 2025 sono arrivate 1096. Nel 2024 i minori denunciati o arrestati per rapina sono stati 3.968, più del doppio rispetto al 2014. Per lesioni personali si registrano 4.653 casi contro i 1.921 di dieci anni prima, anche in questo caso più del doppio. Le risse sono arrivate a 1.021 e le minacce a 1.880. Il fenomeno non riguarda solo contesti di forte marginalità ma attraversa territori e ambienti sociali diversi. Sullo sfondo emergono nuove dinamiche: gruppi giovanili fluidi che si organizzano anche attraverso i social media, maggiore esposizione alla violenza e un diffuso disagio psicologico. Diminuisce invece il numero di minori coinvolti in associazione per delinquere, mentre desta preoccupazione il dato sull’associazione mafiosa: nel 2024 i casi sono stati 49, ma nel solo primo semestre del 2025 se ne contavano già 46, con una crescita significativa in alcuni territori. ARMI E COLTELLI “PER NON APPARIRE DEBOLI” Crescono anche i casi di ragazzi segnalati per porto abusivo di armi o oggetti pericolosi: da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024. Nei primi sei mesi del 2025 erano già a quota 1.096. Secondo il rapporto sembra poi essersi “normalizzato” l’uso del coltello tra molti adolescenti, che raccontano di portarlo per sentirsi più sicuri, per non apparire deboli o per affermare status e potere. Una dinamica che può generare quello che gli esperti definiscono un “cortocircuito della paura”: la paura di essere aggrediti porta ad armarsi e a mostrare aggressività, aumentando il rischio di escalation violente. A Milano i minori denunciati per porto abusivo di armi sono aumentati del 455% in dieci anni. RABBIA E DISAGIO, ANCHE DEGLI ADULTI: “MEGLIO PAZZO CHE DEBOLE” Nei racconti dei ragazzi emergono rabbia interiore, mancanza di rispetto per sé e per gli altri, autolesionismo, disturbi alimentari, tentativi di suicidio e uso di sostanze. Alcuni adolescenti descrivono gli atti violenti come se fossero dentro un videogioco. Il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello” spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso. Secondo Save the Children il mondo adulto tende però ancora a interpretare questi episodi solo come problemi di sicurezza e ordine pubblico, senza comprendere che spesso la violenza diventa il linguaggio di una richiesta di riconoscimento da parte di una generazione segnata da cambiamenti profondi: dalla pandemia, che ha interrotto relazioni e percorsi educativi, alla pressione dei social media. “Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo – spiega un operatore – e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente”. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”. LA DISATTENZIONE DEGLI ADULTI Famiglie, scuole e istituzioni appaiono agli occhi di molti adolescenti assenti o delegittimate. I segnali di disagio esistono, ma la risposta adulta viene percepita come tardiva e frammentata. “Per prevenire e affrontare la violenza giovanile serve un cambio di prospettiva” spiega Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. Dalle testimonianze raccolte emerge come il fenomeno sia alimentato da solitudine, vuoti educativi e mancanza di spazi e opportunità di crescita. Secondo l’organizzazione, poi, un approccio centrato su punizione e controllo rischia di essere inefficace e non coerente con i principi del diritto minorile. È necessario invece coinvolgere i ragazzi in percorsi di responsabilizzazione, rendendo evidenti le conseguenze dei comportamenti violenti e offrendo occasioni reali di partecipazione sociale. “Prevenire significa offrire ai ragazzi opportunità, ascolto e relazioni positive, sostenendo le famiglie nelle sfide dell’adolescenza – dice Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children – Nelle scuole è importante rafforzare l’educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e spazi di ascolto precoce. Servono inoltre investimenti nell’educativa di strada e in luoghi pubblici dove i giovani possano incontrarsi ed esprimersi”. Fondamentale anche accompagnarli in percorsi di responsabilizzazione, sviluppando competenze emotive e sociali per comprendere le conseguenze delle proprie azioni. “Tutto questo richiede un’alleanza tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”. SOCIAL E PERFORMANCE: “ALMENO FARE PAURA SIGNIFICA ESSERE VISTI” Il rapporto sottolinea anche il ruolo crescente dei social media. I gruppi giovanili sono sempre più aggregazioni fluide che si formano online e si ritrovano negli spazi della movida o nei quartieri per affermare la propria presenza o regolare conflitti. I social servono a convocare, filmare e amplificare gli episodi violenti. L’atto aggressivo diventa anche una performance identitaria: un modo per ottenere visibilità. “Molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti – si legge – e il 13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze”. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine. “Almeno fare paura significa essere visti” spiega un ragazzo. CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Particolare attenzione viene infine dedicata al rapporto tra minori e criminalità organizzata. L’illegalità può offrire appartenenza, protezione, denaro e riconoscimento. Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono stati 46, quasi la metà tra Catania e Napoli. In alcuni territori cresce anche il numero di minori coinvolti in omicidi, passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024. A Napoli, nel primo semestre del 2025, erano già 27. Secondo Save the Children, per i ragazzi inseriti in contesti mafiosi la probabilità di reiterare reati è 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei. NON SOLO LE METROPOLI A Roma, nei primi sei mesi del 2025, sono stati segnalati per rapina 124 i minori e 75 per lesioni personali, le risse sono passate da 27 nel 2019 a 86 nel 2024. A Napoli si registra un aumento significativo degli omicidi tra giovanissimi, mentre a Bari emergono segnali di riattivazione delle dinamiche di clan. Ma anche in realtà più piccole, come Terni, si registrano rapine improvvisate o liti nate per motivi banali, spesso innescate da conflitti sui social. “Basta poco — racconta una ragazza — una parola, uno sguardo, una storia online”. Sono stati segnalati 34 i minori solo nel primo semestre 2025 per rapina (31 nel 2024), 37 per lesioni personali (75 nel 2024), 34 per omicidio (31 nel 2024) e 14 per porto abusivo d’armi (15 nel 2024). “In una piccola città come Terni – spiega il rapporto – che da qualche anno vive profonde trasformazioni sociali, si assiste a rapine improvvisate o liti che nascono per questioni banali, dove spesso, insieme agli italiani, sono coinvolti anche minori stranieri non accompagnati o di seconda generazione”. “Basta niente – racconta una ragazza – una parola, uno sguardo, una storia sui social”. Secondo gli operatori sociali, si tratta di una violenza che nasce spesso da frustrazione, bisogno di visibilità e pressione del gruppo, in una generazione che fatica a trovare riconoscimento e punti di riferimento nel mondo adulto. Una sorta di “integrazione antisociale”. L'articolo Violenza giovanile, report Save the children: “Più tempo in carcere, più coltelli, i gesti come in un videogioco. E aumentano i denunciati per associazione mafiosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza
Il 25% degli adolescenti italiani ha subito atteggiamenti violenti nella relazione, diffusi anche i comportamenti di controllo: il report
La Generazione Z viene spesso descritta come una generazione attenta al benessere, alla tolleranza e al rispetto reciproco. Tuttavia, ricerche sociali e casi di cronaca mostrano una realtà più complessa e contraddittoria. Alla vigilia di San Valentino, Save the Children pubblica il rapporto “Stavo solo scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti”, realizzato con Ipsos Doxa su un campione di mille ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni. Il quadro che emerge è quello di relazioni segnate da comportamenti aggressivi, controllo e violenza, spesso normalizzati nella quotidianità. Secondo i dati, un adolescente su quattro (25%) è stato spaventato almeno una volta con atteggiamenti violenti – come schiaffi, pugni, spinte o lancio di oggetti – da una persona con cui aveva o aveva avuto una relazione. Più di uno su tre (36%) ha subito linguaggio violento da parte del partner, mentre uno su tre è stato geolocalizzato o controllato dal partner tramite strumenti digitali. Il 28% ha subito pressioni per inviare foto o video intimi e la stessa percentuale ha visto condivise proprie immagini intime senza consenso. Inoltre, il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati e il 36% ha ricevuto insulti o prese in giro per il proprio genere o orientamento sessuale. Le molestie e i comportamenti violenti non si limitano alla relazione di coppia. Più di quattro adolescenti su dieci sono stati importunati con commenti o avances sessuali indesiderate, percentuale che sale al 50% tra le ragazze. Nel complesso, il 42% dichiara di essere stato molestato sessualmente almeno una volta, mentre il 49% ha avuto paura di subire violenza da coetanei o gruppi di coetanei. Il 38% ha subito comportamenti violenti sia online sia offline dalla stessa persona. Il rapporto evidenzia come le ragazze siano più esposte a molestie, violenza e limitazioni della libertà. Il 66% ha subito catcalling in strada o negli spazi pubblici e il 70% si sente in pericolo quando è per strada. Quasi la metà, il 49%, evita di prendere i mezzi pubblici da sola la sera. Tra le ragazze, il 64% si sente in pericolo sui mezzi pubblici e nei parchi, mentre il 60% percepisce rischi nei luoghi di divertimento. Anche i comportamenti di controllo risultano diffusi. Il 44% degli adolescenti ha ricevuto richieste di non uscire con alcune persone, il 43% di non accettare contatti sui social e il 39% di cancellare contenuti dal telefono o dai social network. Il 40% ha ricevuto richieste su come vestirsi e il 29% di condividere le proprie password. Il 29% ha subito minacce di gesti estremi in caso di rottura. Il rapporto evidenzia anche una sovrapposizione tra comportamenti subiti e agiti: il 28% degli adolescenti dichiara di aver usato linguaggio violento almeno una volta, il 28% di aver fatto leva sulle emozioni per ottenere qualcosa e il 21% di aver fatto pressioni per ottenere immagini intime. Il 18% ammette di aver spaventato il partner con atteggiamenti violenti. Il contesto familiare emerge come un fattore determinante. Gli adolescenti che vivono in famiglie conflittuali o esposte alla violenza mostrano percentuali più elevate sia nel subire sia nell’agire comportamenti violenti. Tra questi, il 39% usa linguaggio violento e il 30% ha avuto atteggiamenti violenti verso il partner, contro il 28% e il 18% del campione generale. Il rapporto segnala anche situazioni di vulnerabilità legate al consumo di alcol e alle dinamiche di gruppo. Il 28% degli adolescenti dichiara di aver avuto incontri intimi occasionali dopo aver bevuto troppo e senza ricordare bene le circostanze. Il 40% ritiene diffuso tra i coetanei bere alcol per disinibirsi sessualmente e il 23% per partecipare a giochi o sfide sessuali di gruppo. Risposte che vanno ad intrecciarsi con un cambiamento più ampio nel modo in cui gli adolescenti vivono l’intimità. Le ricerche indicano che i giovani della Generazione Z tendono ad avere meno rapporti sessuali rispetto alle generazioni precedenti e a vivere le relazioni con maggiore cautela, attribuendo più importanza al consenso, alla fiducia e al benessere emotivo. Un’evoluzione che riflette una diversa percezione dei legami affettivi e delle dinamiche relazionali tra i più giovani. Nonostante una maggiore consapevolezza sul consenso e sulla differenza tra amore e possesso, i comportamenti violenti restano diffusi. Il 73% ritiene che nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a condividere password o posizione con il partner e il 68% afferma che il consenso non è mai scontato, neanche all’interno di una relazione. Tuttavia, la percentuale di chi dichiara di aver subito violenza o linguaggio aggressivo è aumentata rispetto alle rilevazioni precedenti, ad esempio per quanto riguarda il linguaggio violento (36% rispetto al 31% nel 2023) e gli atteggiamenti intimidatori o violenti (25% rispetto al 19%). Questi dati confermano la fragilità relazionale nella Generazione Z. Secondo uno studio della ricercatrice Delia Cai, gli zoomer si confrontano sempre più spesso con esperienze di rifiuto e insicurezza, dalle relazioni affettive ai rapporti sociali, fino alle opportunità di studio e lavoro. Una condizione che contribuisce a rendere le relazioni più instabili e vulnerabili, in cui il bisogno di controllo e la paura dell’abbandono possono tradursi più facilmente in comportamenti possessivi, pressioni o forme di violenza psicologica. Il rapporto evidenzia infine la scarsa conoscenza degli strumenti di supporto. Solo l’11% degli adolescenti conosce correttamente il numero antiviolenza 1522. L’85% afferma che parlerebbe con qualcuno in caso di violenza, soprattutto con la madre (60%) o con il padre (39%), mentre solo il 7% si rivolgerebbe a centri antiviolenza o personale scolastico. L'articolo Il 25% degli adolescenti italiani ha subito atteggiamenti violenti nella relazione, diffusi anche i comportamenti di controllo: il report proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“È un’oca travestita da cigno, parla per attirare l’attenzione. Non tutti quelli che piangono sono vittime”: Nayra Garibo contro Clizia Incorvaia
“Non tutti quelli che piangono sono vittime. È un’oca travestita da cigno“: Nayra Garibo attacca sui social Clizia Incorvaia. L’attuale compagna di Francesco Sarcina ha preso le difese del cantante de Le Vibrazioni, accusato dalla ex moglie a “Verissimo”. Nel salotto di Silvia Toffanin, Incorvaia aveva criticato Sarcina dichiarando di aver subito violenze fisiche e psicologiche durante il loro matrimonio. La showgirl aveva svelato: “Ho ricevuto botte e occhi neri. Io non ho denunciato perché volevo proteggere mia figlia Nina, ma ora lei è a conoscenza di certe cose. L’ho già educata sul fatto di non avere relazioni tossiche e malsane, siamo anche andate insieme alla manifestazione contro la violenza sulle donne”. Accuse pesanti, a cui aveva fatto seguito un commento sulla relazione tra Sarcina e Garibo: “Sono contenta che Nayra non abbia vissuto quello che ho vissuto io, però se lei e Francesco continuano così io non ho problema a portare tutto in tribunale e a dimostrare che io dico la verità“. La compagna del cantante ha preso le sue difese sui social. Nayra ha commentato la vicenda scrivendo: “Non tutti quelli che piangono sono vittime. Alcuni provano la scena prima che la verità parli solo per attirare l’attenzione. Un’oca travestita da cigno che, pur senza saper ballare, vuole fare la prima ballerina ne ‘La morte del cigno’ di Tchaikovsky, senza sapere nemmeno chi è ovviamente”. Le parole di Garibo gettano benzina sul fuoco. In passato, Clizia è stata prosciolta dalle accuse dell’ex marito, che aveva denunciato l’ex moglie di aver pubblicato sui social immagini della loro figlia minore per “trarne un profitto economico”. Incorvaia aveva rivelato che il cantante le aveva bruciato 60 paia di scarpe dopo un litigio. L'articolo “È un’oca travestita da cigno, parla per attirare l’attenzione. Non tutti quelli che piangono sono vittime”: Nayra Garibo contro Clizia Incorvaia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Si è avvicinata per una carezza ed è stata colpita con un calcio. È un atto di crudeltà, chiediamo giustizia”: la violenza subita dalla gatta Nerina indigna i social
A Siracusa una gatta di colonia è stata colpita con un violento calcio all’interno di un distributore automatico di cibo e bevande. Nerina, questo il nome dell’animale, ha riportato un grave trauma alla vescica. L’aggressione è avvenuta lo scorso 30 gennaio ed è stata ripresa dalle telecamere di sorveglianza del locale. Nelle immagini si vedono due ragazzi davanti al distributore, uno con un cappuccio nero e l’altro con un casco bianco. Il gatto si avvicina alla gamba del secondo che gli sferra un calcio, con l’animale che sbatte contro uno dei distributori automatici. Una reazione improvvisa e brutale che ha indignato gli utenti dei social network. Le immagini delle telecamere di sorveglianza sono state pubblicate su Instagram dalla Lav (Lega Anti Vivisezione) di Siracusa. La referente dell’associazione, Lucy Ellul, è stata contattata da un testimone e si è recata immediatamente sul posto per soccorrere il gattino. La Lav ha presentato una denuncia formale alla polizia, corredata dalle immagini delle telecamere di sicurezza già consegnate alle forze dell’ordine. L’ente animalista ha commentato su Instagram l’accaduto scrivendo: “Si è avvicinata per una carezza. È stata colpita con un calcio!”. E ancora: “Un gesto vile, gratuito, assurdo e violento che le ha provocato un grave trauma alla vescica. Un atto di crudeltà inaudito e un reato per il quale chiediamo giustizia“. Anche il Comune di Siracusa ha condannato il gesto. Daniela Vasques, assessora alla Tutela degli animali, ha chiesto di approfondire le indagini tramite l’analisi delle telecamere di un supermercato vicino al distributore, che potrebbero aver ripreso la targa del motorino utilizzato dal ragazzo indagato per violenza su animali. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da LAV (@lav_italia) L'articolo “Si è avvicinata per una carezza ed è stata colpita con un calcio. È un atto di crudeltà, chiediamo giustizia”: la violenza subita dalla gatta Nerina indigna i social proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle: condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare”
Uomini tra i cinquanta e i sessant’anni, contattati attraverso social network e piattaforme di incontri, convinti di accogliere in casa una persona per un rapporto consensuale. Invece, dietro quelle porte chiuse, li aspettavano violenze, rapine e minacce. Persone stordite, in alcuni casi immobilizzate con fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, costrette a consegnare contanti o a effettuare bonifici istantanei. E poi il ricatto: pagare o tacere, con la minaccia di diffondere immagini e video intimi a familiari e contatti personali. È questa la vicenda al centro della sentenza pronunciata martedì 27 gennaio dal tribunale di Bologna. La giudice Maria Cristina Sarli, accogliendo la richiesta della Procura (pm Elena Caruso), ha condannato l’imputato principale a sei anni e otto mesi di reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. La pena, già ridotta per effetto del rito abbreviato scelto dall’uomo — reo confesso — è accompagnata da una multa. Alla compagna, accusata di riciclaggio, sono stati inflitti due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena. Dietro la sentenza, però, c’è soprattutto il coraggio di chi ha deciso di parlare. “Questa indagine esiste perché alcune delle vittime hanno scelto di denunciare, nonostante le minacce”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocata Fiorella Shane Arveda, che ha assistito una delle persone offese. “È un punto fondamentale: senza quella denuncia, questa serie di rapine non sarebbe mai emersa e, per colpa dello stigma, i carnefici l’avrebbero fatta franca”. Le vittime accertate sono almeno sei a Bologna. Quattro si sono costituite parte civile, mentre una si è rivolta allo Sportello legale del Cassero, trovando supporto e orientamento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la dinamica era sempre la stessa. “Si tratta di uomini tra i 50 e i 60 anni”, ricostruisce Arveda, “che mettono a disposizione il proprio domicilio per un incontro sessuale. L’aggressore finge il consenso, entra in casa e a quel punto la vittima è completamente esposta”. Le violenze non sono state identiche in ogni episodio, ma tutte le persone offese sono state almeno stordite. “Nel caso che seguo io”, racconta l’avvocata, “la vittima è stata legata ai polsi e alle caviglie con fascette di plastica e costretta a fare bonifici istantanei per circa 3.500 euro, con causale ‘regalo’, a favore della compagna dell’imputato”. Oltre alle condanne penali, il giudice ha disposto dei risarcimenti tra i 5.000 e i 6.000 euro per ciascuna vittima. Il risarcimento complessivo verrà definito in sede civile. Ma il dato più allarmante, sottolinea Arveda, è la ripetitività dello schema. “Non parliamo di un episodio isolato. Quando questo meccanismo funziona, tende a essere replicato: dagli stessi soggetti o da altri, anche in città diverse”. Un elemento cruciale della vicenda è l’orientamento sessuale delle vittime. Anche se non esiste una specifica aggravante prevista dalla legge, il contesto è tutt’altro che neutro. “L’omosessualità viene usata come leva“, spiega l’avvocata. “Chi aggredisce sa di poter contare sulla vergogna, sulla paura dell’outing, sul timore di non essere creduti. È questo che tiene molte persone lontane dalla denuncia”. Un quadro che trova conferma anche nei dati raccolti dallo Sportello legale del Cassero e dal Centro antidiscriminazione di Spazio Cassero, finanziato da Unar: in media una persona ogni due giorni si rivolge ai servizi per segnalare episodi di violenza o discriminazione. Anche il procedimento concluso oggi è partito dal passo, tutt’altro che scontato, di una vittima che ha deciso di rivolgersi a un legale. “Denunciare è difficile, soprattutto quando si parla di incontri sessuali e di omosessualità”, osserva Arveda. “Ma è fondamentale farlo bene. Una denuncia dettagliata, costruita con attenzione, ha molte più possibilità di essere presa sul serio in un sistema giudiziario già sovraccarico”. In questo percorso, il ruolo dei servizi di comunità è decisivo. “Molte persone si fidano di più perché sanno di non essere giudicate. Questo può fare la differenza tra il silenzio e l’emersione di reati che altrimenti resterebbero sommersi”. “Le vittime non hanno alcuna colpa”, conclude l’avvocata. “Minacce, estorsioni e diffusione non consensuale di materiale intimo sono reati gravi. Denunciare non è solo una tutela individuale: è l’unico modo per impedire che queste violenze continuino a ripetersi”. L'articolo Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle: condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quindicenne sequestrata e torturata dal suo ex e tre complici: quattro minorenni arrestati
In Francia un’adolescente è stata seviziata e tenuta in ostaggio da un gruppo di coetanei. La vicenda è avvenuta nella città alpina di Annecy: la vittima, una 15enne che vive in casa famiglia, stava accompagnando il suo ex ragazzo nel comune di Oullins-Pierre-Bénite quando lui l’ha aggredita con la complicità di tre amiche minorenni, tra cui la nuova fidanzata del 17enne. Il gruppo di aguzzini, le cui età sono comprese tra i 14 e i 17 anni, hanno portato la 15enne in un appartamento a sud di Lione e l’hanno chiusa in uno sgabuzzino, dove l’hanno sottoposta a una serie di violenze come ustioni, tagli, un coltello nella coscia e un estintore scagliatole addosso. Tutte torture che sono state filmate dai minorenni. Nella mattina di lunedì 26 gennaio, la ragazza è stata ricoverata in ospedale dopo essere riuscita a scappare dalla prigionia e chiedere aiuto ai passanti. In serata la polizia è entrata nell’abitazione e ha arrestato il primo autore del sequestro e una delle ragazze, mentre più tardi hanno trovato le altre sospettate a Villefranche-sur-Saône, sempre nel dipartimento di Rodano. Gli adolescenti hanno confessato le azioni commesse senza rimorsi e senza spiegare le motivazioni dietro a un piano del genere. L'articolo Quindicenne sequestrata e torturata dal suo ex e tre complici: quattro minorenni arrestati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il pensiero circolare applicato alla sicurezza: inasprire le pene può produrre un effetto contrario a quello desiderato
Il pensiero lineare, quello per intenderci per il quale ad una azione corrisponde una e una sola conseguenza, domina la vita politica e pare prevalere nelle decisioni esecutive dei governi. Noi psicologi da oltre mezzo secolo affermiamo che al contrario, soprattutto nelle relazioni fra individui, gruppi organizzati e nazioni, sarebbe opportuno applicare il pensiero circolare. Questo tipo di approccio prevede la comprensione che ad una azione corrisponde una controreazione che innescherà una serie di ulteriori reazioni. Questo fenomeno potrà prolungarsi fino ad una riduzione delle azioni e controreazioni. Ad esempio succede se agito una bacinella d’acqua provocando un’onda che infrangendosi contro i bordi provoca un’onda al contrario per poi gradualmente esaurirsi. In certe situazioni, viceversa, può accadere che azioni e controreazioni provochino un inasprimento del fenomeno portando all’aumento delle ulteriori azioni e controreazioni. Questa modalità definita “escalation” ad esempio è tipica di certi rapporti conflittuali coniugali per cui il marito, per reagire ad una aggressione verbale della moglie, la apostroferà ancora più brutalmente per poi, di fronte alle sue rimostranze sempre più frequenti e pressanti, passare ad atti aggressivi. Mi veniva in mente questo problema nel leggere le proposte del decreto Sicurezza. Sappiamo per esperienza di altri paesi che aumentare le pene e consentire a ogni individuo di armarsi per difendersi non porta ipso facto a una diminuzione dei reati. Gli Usa lasciano la possibilità al cittadino di comperare e tenere in casa un’arma senza troppe formalità, la polizia ha la libertà di usare le armi e di bloccare con le cattive i cittadini, nelle scuole pubbliche all’ingresso ci sono i metal detector e le pene sono molto drastiche. Eppure proprio in questo paese gli omicidi sono molto elevati, i carcerati sono il triplo – percentualmente rispetto agli abitanti – rispetto a moltissimi paesi europei e la sensazione di insicurezza è elevata. Il pensiero circolare ci spiega che se i cittadini avessero la pistola in casa i ladri, consci del rischio, invece di entrare senza armi, come quasi sempre succede nel nostro paese, si doterebbero di pistole o fucili atti a fronteggiare la reazione del proprietario. Se inoltre le pene sono draconiane il malvivente farà di tutto per cercare di evitarle e sarà disposto anche ad aggravare la sua azione riprovevole con ulteriori violenze. Viceversa se, come succede ad esempio nel nostro paese, le pene carcerarie sono più miti e tengono conto di svariate possibili attenuanti, il malvivente non arriverà all’escalation dei suoi atti criminosi. Sapere che ci saranno pene relativamente lievi eviterà che il ladro, entrato per rubare, prenda in ostaggio il padrone di casa o addirittura lo uccida. Insomma quando si mette in atto una strategia per la sicurezza del cittadino occorrerebbe utilizzare il pensiero circolare. Se infatti per un semplice furto inasprisco la pena fino a dieci o venti anni devo sapere che il ladro giammai accetterà il rischio di essere preso e incarcerato e piuttosto sarà disposto a usare un’arma per cercare di fuggire e zittire eventuali testimoni. La deterrenza di una pena “adeguata” per un reato deve rimanere, ma l’esperienza di molti paesi dimostra che non è l’unico strumento utile. In questi frangenti si citano a sproposito le dittature, ove i reati paiono essere di minore frequenza ed entità e dove vigono pene molto elevate. I dati degli omicidi e dei furti in questi paesi sono da prendere con le pinze in quanto, proprio perché sono paesi totalitari, l’informazione non è libera ma asservita al potere. Inoltre non credo sia utile, per avere più sicurezza rispetto ai furti o agli omicidi, pensare di lasciare che un dittatore ci imponga come vivere e attui l’eliminazione (di solito nascosta) degli oppositori politici. Il pensiero lineare afferma: “per avere più sicurezza occorre aumentare le pene e i controlli”. Il pensiero circolare ci spiega che ci troviamo di fronte alla classica curva di Gauss. La curva di Gauss descrive molti fenomeni naturali e a mio avviso può essere applicata anche al sistema naturale “tendenza a delinquere”: in questo modo, credo che aumentando le restrizioni la sicurezza aumenti fino ad un certo livello, per poi tendere inesorabilmente a calare. Rischiamo di arrivare ad un punto in cui saranno le forze di polizia a farci più paura dei ladri (come a volte succede negli Usa). L'articolo Il pensiero circolare applicato alla sicurezza: inasprire le pene può produrre un effetto contrario a quello desiderato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Per i ragazzi oggi avere una lama in tasca è normale come prima la sigaretta. È un completamento disfunzionale della maschilità”
“Non si era mai vista così tanta violenza prima d’ora tra i ragazzi. È venuta a mancare la percezione del senso del limite oltre ad esserci un vuoto etico spaventoso. Oggi avere una lama in tasca è normale e glamour”. A parlare, dopo gli ultimi episodi di aggressioni che hanno coinvolto dei giovani è Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, uno dei maggiori esperti del mondo adolescenziale in Italia. Da oltre vent’anni si occupa di ragazzi, di famiglie, dell’età evolutiva. Basti citare i titoli di alcuni suoi libri: “La vita accade. Una storia che fa luce sulle emozioni maschili”; “Allenare alla vita. I dieci principi per ridiventare genitori autorevoli” e l’ultimo “Pronti per il grande salto. Come vivere la scuola media e gestire ansia, emozioni e nuove sfide” (tutti Mondadori). Di fronte all’omicidio per accoltellamento del 18enne in una scuola a La Spezia, al ferimento di un 17enne a Sora davanti al liceo artistico e al 16enne colpito con un’accetta da un coetaneo a Perugia, Pellai analizza le radici del fenomeno. Siamo davvero di fronte a un nuovo fenomeno che deve preoccuparci o è solo la reiterazione di un atteggiamento che gli adolescenti hanno sempre avuto, amplificato dai media? La violenza è sempre stata un canale di espressione, di affermazione disfunzionale di sé ma oggi ci sono modalità mai viste. C’è una normalizzazione dell’uso delle armi bianche che non abbiamo mai registrato negli ultimi quarant’anni. Tempo fa per una ragazza si faceva a botte non si adoperava un coltello per ammazzare. A cosa è dovuto questo smoderato uso di armi da taglio? Tutta colpa delle serie televisive, dei social? Dobbiamo riflettere sul fatto che le lame sono tutte in mano ai maschi. Possedere una lama è una prosecuzione o un completamento chiaramente disfunzionale della propria maschilità. Ma chi gliel’ha insegnato? Dove hanno imparato che mettere una lama nello zaino è normale o persino desiderabile? Il cosiddetto “ferro” così raccontato nelle serie TV è un concetto che è entrato a far parte degli adolescenti. Altro aspetto da considerare: quando un ragazzo mette un coltello nello zaino non lo fa pensando che lo userà ma quella lama è una protesi come un tempo lo era la sigaretta in bocca. Quando penso che in tre secondi, un giovane scarica tutta la sua rabbia trasformando la sua esistenza in anni di galera, credo che oggi vi sia una crescita dove l’emozione diventa azione senza alcun filtro valoriale, etico. Manca un lavoro sulla significazione, sulla riflessione intorno alle implicazioni e alle conseguenze dei propri gesti. Quei coltelli li hanno con sé per difendersi, perché hanno paura o per attaccare, per aggredire? La lama è solo un costruttore di significati. Vale sempre la pena di citare tre processi importanti: la desensibilizzazione, la normalizzazione, la glamourizzazione. La sensibilità fisiologica, la paura di un coltello è il primo fattore di protezione. Se non c’è più questa sensibilità diventa normale avere un’arma bianca in tasca. Non solo. E’ così comune da diventare desiderabile, glamour. A questo punto nessuno più urla al mondo se un compagno di classe ha un coltello con sé. Dovremmo davvero fare un profondo lavoro sulla cultura associata ai ruoli di genere tra i maschi. Manca anche la percezione delle regole e delle conseguenze del non rispetto di esse? È così, non c’è più il senso del limite e c’è un vuoto etico spaventoso. Un tempo quel comandamento “Non uccidere” seppur non lo sceglievi ti veniva imposto, entrava nella psiche. Prima di togliere la vita a qualcuno c’era una barriera tra la pulsione e l’azione. Ora per alcuni sottogruppi tutto ciò non esiste più. Il governo è pronto a mettere in campo un pacchetto sulla sicurezza che prevede tolleranza zero sui coltelli. Può bastare? Quella è la prevenzione secondaria o terziaria: un lavoro sul soggetto ad alto rischio. Serve anche l’educazione emotiva, affettiva, civica, etica, valoriale, empatica. E’ urgente un’educazione preventiva che renda la competenza più appetibile della prepotenza. L'articolo “Per i ragazzi oggi avere una lama in tasca è normale come prima la sigaretta. È un completamento disfunzionale della maschilità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scuola
Violenza
Capodanno a Firenze: mega rissa in centro tra botte, tavoli lanciati in aria e sedie spaccate. Il Comune: “Fatto grave, ci saranno accertamenti. Ma basta propaganda” – VIDEO
Mentre Firenze dava il benvenuto al 2026, in piazza Duomo esplodevano le botte, nel vero senso della parola, di Capodanno: a quaranta minuti dalla mezzanotte, è scoppiata una rissa che sta facendo discutere. A testimoniarlo è un video dall’alto girato dalle camere di un Airbnb. Una ventina di persone di origine marocchina e tunisina sono state filmate a picchiarsi, lanciandosi addosso tavoli e sedie. Il fatto è accaduto fuori dall’Antica pizzeria del Duomo: secondo quanto riferito dal personale e come riporta il Corriere della Sera, la baruffa era nata in piazza della Repubblica e poi si è riversata nel cuore del centro turistico, dove è diventata più violenta. Secondo il titolare della pizzeria, alla rissa avrebbero partecipato tra le trenta e le quaranta persone appena maggiorenni. Stando alla sua versione, lo scontro è avvenuto in due fasi: il gruppo, infatti, è tornato un’ora e mezza dopo il primo diverbio, prendendosela anche con un ragazzino ligure offertosi di aiutare a sistemare il locale. “Per fortuna, i nostri pizzaioli sono riusciti a difenderlo ma, poverino, era proprio terrorizzato. E c’è da capirlo. Una decina di loro erano dentro il locale, altrettanti fuori”. Oltre alla paura, lo staff ha rischiato danni più seri a causa di un lancio di bottiglia. La chiamata alle forze dell’ordine ha disperso il gruppo e riportato la quiete, ma in pizzeria è rimasta la paura: “Scene impressionanti, terribile vedere volare le sedie”, dichiara il proprietario della pizzeria a La Nazione, che aggiunge di non aver “mai visto niente di lontanamente paragonabile a quel che ho visto a Capodanno”. L’assessore alla sicurezza del Comune di Firenze, Andrea Giorgio (Pd), sulla vicenda ha dichiarato: “La rissa in piazza Duomo è un fatto grave su cui ci saranno le verifiche delle forze dell’ordine. Ma basta propaganda“. La frecciatina è rivolta all’europarlamentare Francesco Torselli (FdI) e al presidente della sede locale di Gioventù nazionale, Simone Sollazzo: entrambi hanno rilanciato l’episodio sui social denunciando il problema della sicurezza in città. Poi attacca la coalizione di maggioranza: “La destra governa da tre anni e gli italiani ancora aspettano risposte sulla sicurezza. Il meccanismo della propaganda delle destre è sempre il solito: mistificare la realtà, costruendo polemiche e bugie per coprire il loro fallimento e attaccare la sindaca Funaro e l’amministrazione, in prima linea fin da inizio mandato per dare risposte concrete ai cittadini anche sulla sicurezza, che per noi è una priorità assoluta”. Secondo i dati del Ministero dell’interno ed elaborati da Il Sole 24 Ore, il numero di denunce per abitanti fa di Firenze la terza città meno sicura d’Italia dopo Milano e Roma. L'articolo Capodanno a Firenze: mega rissa in centro tra botte, tavoli lanciati in aria e sedie spaccate. Il Comune: “Fatto grave, ci saranno accertamenti. Ma basta propaganda” – VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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