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Aggrediscono e rapinano una coppia, poi chiedono in cambio sesso e denaro: arrestato 20enne a Milano
Una coppia di amici, un uomo e una donna, è stata rapinata e ricattata per le strade di Milano. Nella notte tra il 25 e il 26 gennaio, un sudamericano di 31 anni e una donna di 32, si trovavano in zona Navigli quando in piazzale Porta Genova sono stati assaliti da un gruppo di cinque ragazzi e uno di loro ha sottratto all’uomo collana d’oro, portafogli e cellulare. Poco più tardi, l’amica della vittima ha composto il numero del telefono rubato e ha chiesto un appuntamento per riavere il maltolto dai rapinatori: in cambio, loro hanno chiesto del denaro e una prestazione sessuale. L’accordo è avvenuto ma al luogo d’incontro stabilito – piazza Duca d’Aosta – si sono presentati i carabinieri. I militari, che erano stati informati dalla 32enne, hanno arrestato e portato in carcere un ventenne egiziano con l’accusa di tentata estorsione, oltre alla denuncia per rapina aggravata in concorso. Ancora in corso le indagini per trovare gli altri complici. Foto d’archivio. L'articolo Aggrediscono e rapinano una coppia, poi chiedono in cambio sesso e denaro: arrestato 20enne a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Padova, tredicenne picchiato e rapinato da giovani in monopattino: volevano il suo smartphone
A bordo di un monopattino per aggredire e rapinare il malcapitato. Il fatto è avvenuto a Padova, in via Eremitani: intorno alle 19 del 29 dicembre, un ragazzo di 13 anni era in compagnia di un amico quando è stato raggiunto da sconosciuti in monopattino e picchiato con calci e pugni. Gli aggressori, un 16enne e un 14enne tunisini, hanno poi sottratto al tredicenne il suo iPhone 15, smartphone il cui valore di mercato si aggira sui mille euro. Dopodiché, i due rapinatori sono fuggiti in direzione Piazza Garibaldi. I poliziotti hanno soccorso la vittima e poi hanno diramato via radio la descrizione dei colpevoli grazie alle indicazioni fornite da giovani presenti. Verso le 19:40, nel piazzale della stazione ferroviaria, gli agenti hanno individuato il 16enne, trovato in possesso di uno smartphone di cui non era in grado né di superare blocco del codice né di spiegarne la provenienza. Il giovane, minore non accompagnato con precedenti per reati contro il patrimonio, è stato fermato e accompagnato in questura. Il secondo rapinatore di 14 anni, accompagnato dal padre, si è costituito spontaneamente un paio d’ore dopo. Sulla vicenda indaga la Procura di Padova. Dopo gli accertamenti, il 16enne è tornato alla comunità a cui era affidato. I due adolescenti sono indagati in stato di libertà per rapina aggravata in concorso. Il questore Marco Odorisio ha dato ad entrambi un daspo urbano di tre anni da tutti gli esercizi pubblici e i locali di pubblico intrattenimento nella zona della stazione ferroviaria, di corso del Popolo, di corso Garibaldi e piazza Eremitani. A Padova, dall’inizio dell’anno, sono state adottate 132 misure di prevenzione personale nei confronti di minori. Ciò riflette una tendenza statistica più ampia a livello nazionale. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, i reati contro il patrimonio costituiscono oggi la maggioranza assoluta degli illeciti contestati ai minori, rappresentando il 55,2% dei casi totali. Tra questi, la rapina si conferma il reato più ricorrente (30,5%), seguita dal furto (15,1%). I dati evidenziano inoltre una specifica vulnerabilità nella fascia d’età compresa tra i 16 e i 17 anni, la più rappresentata negli istituti penali, e un’incidenza marcata tra i minori stranieri, per i quali i delitti contro il patrimonio salgono fino al 63,9% del totale delle contestazioni. L'articolo Padova, tredicenne picchiato e rapinato da giovani in monopattino: volevano il suo smartphone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Minacce di morte via social al giornalista della tv di Pordenone che si occupa di criminalità alla stazione. Via alle indagini
Minacce di morte via social a un giornalista dell’emittente TV12 di Pordenone, che fa parte del gruppo Medianordest. A pronunciarle è stato un giovane, con il volto coperto da un passamontagna nero, come testimonia il video che gira in rete ed è stato mandato in onda da un servizio della stessa televisione privata. Federico De Ros ha girato alcuni servizi nella zona della stazione degli autobus del capoluogo, denunciando e documentando violenze, con l’uso di armi da taglio e con spranghe di ferro da parte di bande di giovani. In una occasione è stato affrontato di persona, alla presenza di un cameraman, e diffidato a mandare in onda i servizi. Poi c’è stata la lugubre apparizione in video di un giovane che lo apostrofa con frasi offensive e con minacce di morte (“Spero tu muoia”). Sono seguiti alcuni messaggi web con l’augurio al giovane cronista di morire di cancro. L’interessato e la direzione di TV12 hanno presentato denuncia in Questura. Da tempo gli agenti stanno indagando sulla popolazione giovanile che trasforma la stazione in un luogo ad alto rischio. Sono anche stati eseguiti in un passato recente quattro fermi nei confronti di ragazzi per lo più stranieri ritenuti responsabili di aggressioni. Solidarietà è stata espressa innanzitutto dall’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, con il presidente Furio Baldassi che ha parlato di una situazione grave. “L’ennesimo tentativo di minacce nei confronti di chi è impegnato a garantire l’informazione dimostra come nella zona di Pordenone siamo arrivati al livello di guardia. Invitiamo le autorità a vigilare per garantire l’incolumità dei colleghi”. Analoghe dichiarazioni sono arrivate dall’Assostampa del Friuli e dalla Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione. Il governatore Massimiliano Fedriga ha espresso la sua solidarietà, anche a nome della giunta regionale: “Auspichiamo che al più presto venga fatta luce da parte delle forze dell’ordine su quanto accaduto, in quanto si tratta di atti inaccettabili oltre che ingiustificabili. Si tratta di episodi gravissimi, che colpiscono non solo una persona, ma il principio stesso della libertà di informazione, pilastro fondamentale di ogni democrazia. Raccontare la realtà dei territori, anche quando è scomoda, è un dovere del giornalismo e un diritto dei cittadini”. L'articolo Minacce di morte via social al giornalista della tv di Pordenone che si occupa di criminalità alla stazione. Via alle indagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La gioventù perduta di Napoli: l’incontro a scuola con Don Patriciello, il pm Woodcock e la vicedirettrice del Fatto
“Se noi continuiamo a trattarvi come se foste nella bambagia non avremmo capito nulla. Uagliu’ a vita e’ tosta. Si campa una volta sola e se perdiamo questa occasione la seconda non l’avrete. Per il ragazzo di quindici anni abbiamo un’ altra occasione di recuperarlo, aiutarlo e speriamo di poterlo fare. Per Marco Pio non abbiamo nessuna altra occasione. Marco Pio è morto ucciso a 19 anni e non tornerà mai più. Voi avete capito che questo rischio voi non lo dovete e non lo potete correre? Lo avete capito si o no?”. Don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano minacciato persino sull’altare dalla criminalità, si è rivolto così ai centinaia di studenti dell’istituto Superiore “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Afragola, Napoli. Tra le zone più difficili del Napoletano per densità camorristica e violenze sui giovanissimi, il rione Salicelle dove ha sede la scuola non è molto distante dal luogo dove solo pochi giorni fa è morto ammazzato, con un colpo di pistola in testa, Marco Pio Salomone, 19 anni. A sparare, con un copione che si ripete in questa città-Medea, un altro ragazzino, un minorenne, di 15 anni. Questo ennesimo omicidio è stato uno dei temi al centro dell’incontro organizzato mercoledì 26 novembre nell’I.S. “Carlo Alberto Dalla Chiesa”, dal titolo “Contro noi-La criminalità giovanile: cause, conseguenze e prevenzione”: un incontro fortemente voluto dalla preside Giovanna Mugione e da tutto il corpo docenti, e che ha visto come protagonisti, oltre a Don Maurizio Patriciello, il pm antimafia Henry John Woodcock, il capitano della Guardia di Finanza Andrea Zuppetti e la vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva, da sempre impegnata con il giornale e la Fondazione FQ sulla gioventù perduta di Napoli. Se la notizia della morte di Marco Pio e la sua età hanno lasciato una comunità sconvolta, quella che il suo assassino avesse solo quindici anni ha invece lasciato “orripilati”, ha spiegato Don Maurizio, che alla platea di giovanissimi studenti – questa scuola di frontiera ne accoglie oltre 1.400 – ha anche posto una domanda: “Ma a quindici anni una persona è un bambino o un uomo?” . E ancora: “A questo ragazzo la pistola chi gliel’ha data? Ma i genitori non si erano mai accorti di niente? Ma che ci faceva alle due di notte in mezzo alla strada? Che ci faceva?” ha urlato Don Maurizio alla platea di coetanei del baby killer. “I ragazzi qua fuori mi hanno chiesto: lei ha un messaggio per i ragazzi? No. Ho un messaggio lo voglio dare ai genitori. Per favore, portate i vostri figli a scuola e ringraziate gli insegnanti davanti a loro, portateli al Monumento dei Caduti che sta ad Afragola e spiegategli che sono morti per la nostra libertà. Andate e leggete i nomi dei caduti, perché ormai nessuno ci pensa neppure. Difendiamo questi ragazzini, se c’è bisogno anche dai loro stessi genitori”. Ai ragazzi si è rivolto anche il pm antimafia Henry John Woodcock, per cui il bello può anche essere un antidoto al male, quello della droga in particolare: “Avete la fortuna di vivere vicino ad una delle più belle città del mondo – ha detto il sostituto procuratore di Napoli – e per arrivare da qua a Mergellina o da qua al mare con un motorino o con un’autobus ci vuole pochissimo. Fatela vicino al mare. Perché le cose belle, il bello in generale, ha qualcosa di fortemente educativo, qualcosa di pedagogico. Magari se c’è qualche vostro amico, qualche vostro parente che è meno fortunato di voi, perché vi rendete conto che magari si fa di hashish o peggio ancora di cocaina, gli dovete dire: andiamoci a fare una passeggiata. E ripuliamo le strade di Napoli dal sangue dei giovani, tutti insieme”. Ha chiuso il suo intervento con un appello ai ragazzi anche la vicedirettrice del Fatto Maddalena Oliva, che ha raccontato delle sue inchieste sulla paranza dei bambini e sulla criminalità giovanile, a partire dal suo film documentario sui babyboss della camorra Robinù: “Riprendetevi quello che è vostro. E quello che è vostro è avere la stessa possibilità di studiare, leggere un libro, andare a una mostra e laurearvi, di un vostro coetaneo che vive nella parte alta della città, a Chiaia o a Posillipo. Avete il diritto ad avere una vita che sia dignitosa e che sia appunto uguale per tutti. Ma la scelta sta a voi. Dovrete fare più fatica, certo. Come un po’ più fatica la dovranno fare la vostra famiglia e i vostri insegnanti. Ma la società c’è. Noi ci siamo. C’è una parte di questa città e di questo Paese che non vuole che vi perdiate e non vuole che Napoli sia condannata a questo destino: quello di perdere i propri figli nel sangue. E non possiamo solo più lavare il sangue dall’asfalto”. Il capitano Andrea Zuppetti, ufficiale del Nucleo Pef della Guardia di Finanza di Napoli, ha avvertito i ragazzi: “La camorra vi vende illusioni e vuole solo usarvi”. E lo ha spiegato rispondendo al motivo per cui lui ha scelto la carriera nelle forze armate: “Per comprendere il perché un ragazzo dovrebbe scegliere la strada della legalità bisogna fare una domanda al contrario: cosa spinge un ragazzo in età scolastica ad entrare nel mondo della criminalità? Non c’è una risposta unica. Ci sono dei ragazzi che vivono in contesti familiari più difficili, dove mancano dei punti di riferimento, dove la difficoltà economica può comportare anche delle difficoltà quotidiane. Ci sono dei quartieri dove la criminalità appare come una presenza normale e costante, quasi come se fosse una parte del paesaggio. Ci sono anche tanti che si sentono invisibili, che avvertono la mancanza di opportunità, di ascolto, sostegno. Dall’altra parte ci sono gruppi criminali che conoscono molto bene queste fragilità. Cosi vi viene offerta un’illusione, quella del guadagno facile, quella del rispetto immediato, vi offrono l’illusione di diventare grandi prima del tempo e di sentirvi qualcuno. Ma chi vi spinge verso l’illegalità lo fa solo perché vede in voi uno strumento”. L'articolo La gioventù perduta di Napoli: l’incontro a scuola con Don Patriciello, il pm Woodcock e la vicedirettrice del Fatto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mattia Faraoni dall’eredità di Petrosyan alla laurea, fino al rapporto con Cicalone: “Basta con i cliché sui fighters, servono persone pulite e oneste”
Il campione del mondo di kickboxing, Mattia Faraoni, si prepara a difendere il titolo ISKA a Ostia contro il giapponese Akira Jr. Unemura. Un incontro cruciale che, in caso di vittoria, potrebbe spalancare al fighter romano le porte della fase finale del prestigioso torneo K1 in Giappone. A Faraoni, noto al grande pubblico anche per il successo sui social e le collaborazioni con Cicalone su YouTube, spetta il difficile compito di dare continuità a questo sport a pochi giorni dall’addio alle scene di Giorgio Petrosyan, il più grande di tutti, avvenuto a Milano. Ora tocca a lei, Faraoni. Come vive questa eredità? Ha smesso un dio della kickboxing. Un ‘GOAT’ e anche di più. La kickboxing, comunque, continua a far parlare di sé: i palazzetti sono pieni e le TV trasmettono i match. Certo, un altro Petrosyan sarà difficile da trovare nel mondo, anche se di bravi atleti, pure in Italia, ce ne sono. Come arriva a questo match al Pala Pellicone di Ostia? Ci arrivo dopo un percorso costruito piano piano. Questo match con il giapponese è determinante per il mio futuro, per tornare a combattere in Giappone e disputare uno dei tornei più prestigiosi. Sono concentrato e determinato al massimo. Lei è laureato in Tecnica di Radiologia Medica, suo fratello minore Francesco (pugile a un passo dal titolo italiano) in Statistica. Siete la dimostrazione che i fighters non sono i ‘brutti, sporchi e cattivi’ di certi cliché? Basta con questi cliché! Io e mio fratello andiamo nelle scuole a parlare di bullismo con i ragazzi. I luoghi comuni sui fighters stanno pian piano scomparendo, ma la cultura non cambia in un solo giorno. Siamo comunque sulla strada giusta. Servono persone pulite e oneste. Basta anche con il cliché dell’esaltato che deve redimersi: lo sport va fatto quando hai un obiettivo e il fuoco dentro, un desiderio profondo e dei progetti, proprio come nella vita. Lei è stato anche campione italiano dei massimi leggeri nella boxe. Tornerà mai nella ‘noble art’? Mai dire mai, ho una doppia identità. Ma ora sono concentrato nella kickboxing, dove sono più forte, competitivo e con contratti importanti. Mi ha fatto sentire in ‘Serie A’. E suo fratello Francesco? Mio fratello è un talento sia tecnicamente che psicologicamente; non gli pongo limiti. Ha mai provato paura quando ha prodotto per YouTube la serie “Quartieri Criminali” con Simone Cicalone? Paura no, anche se alcuni contesti erano borderline. È stato bello incontrare ragazzi come noi, di periferia, che vivono in situazioni difficili. Nelle Vele di Scampia, per esempio, abbiamo trovato persone accoglienti e affettuose, impossibile rifiutarsi di prendere un caffè. Abbiamo testimoniato che il bello c’è ovunque, solo che un contesto diverso può portare le persone ad agire in maniera illegale. Un ragazzo che vive in un buco con altre quattro persone, scale pericolanti e magari senza vetri alle finestre cresce con un concetto di bene e male diverso. Non crede che Cicalone si sia spinto troppo oltre e che la gestione delle questioni di sicurezza debba restare di esclusiva competenza delle Forze dell’Ordine e non di un content creator? Conosco Cicalone da tantissimi anni. È stato uno dei primi divulgatori a Roma e non solo della boxe e degli sport da contatto, con la sua ‘Scuola di Botte’ dove spiegava il pugilato in modo tecnico, ma anche irriverente. Successivamente, si è specializzato su temi ‘caldi’ della periferia romana, portando all’attenzione di tutti questioni come il degrado e la microcriminalità, aspetti che, ci tengo a sottolinearlo, affliggono purtroppo qualsiasi grande area metropolitana moderna, sia in Italia che all’estero. Il pubblico romano lo segue e lo apprezza. Ho visto di recente che c’è stato un sit-in con centinaia di romani che gli hanno dimostrato vicinanza per quanto ha subito nei giorni scorsi. Detto questo, è chiaro e indiscutibile che gli aspetti di pubblica sicurezza spettano esclusivamente alle Forze dell’Ordine. Su questo non c’è neppure da discutere. Tuttavia, è importante ricordare che anche le Forze dell’Ordine raccolgono segnalazioni di atti criminali da comuni cittadini. Ho notato che Cicalone lo fa sempre, collaborando (come nell’ultimo caso di cronaca con la Polmetro di Ottaviano). Il suo essere uno youtuber di inchiesta non sempre valorizza adeguatamente questo suo impegno civile e la sua collaborazione con le Forze dell’Ordine. L'articolo Mattia Faraoni dall’eredità di Petrosyan alla laurea, fino al rapporto con Cicalone: “Basta con i cliché sui fighters, servono persone pulite e oneste” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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