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Tiktoker fa recensioni ironiche delle messe e le pubblica sui social: Taylor Ragazzini indagato per “offese mediante vilipendio”. La risposta: “Andiamo a recensire la mia denuncia”
Una serie di recensioni ironiche sulle messe, tutte pubblicate su TikTok. Un’idea che ad alcuni potrebbe sembrare innocua, ma il format, in realtà, gli costa un’indagine a suo carico per offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone e di cose, regolato nel codice penale dagli articoli 403 e 404. È quanto successo a Taylor Ragazzini, titkoker ravvenate di 31 anni, che sulla piattaforma di videosharing è anche conosciuto con il nome di “Taylorismo”, con circa 10 mila follower e 200 mila views totali. Il suo stile sui social si caratterizza per il suo tono ironico, molto spesso dissacrante, con cui descrive e commenta luoghi o eventi popolari. E per un periodo avrebbe “recensito” anche i luoghi sacri della religione cristiana. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026, infatti, il content creator avrebbe pubblicato sei video in cui descrive le chiese della città romagnola partendo dall’esterno per poi proseguire all’interno, senza mai interrompere la funzione che nel frattempo era in corso. “Ma sono il tuo recensitore di messe, valuteremo la location”, sarebbe stato solito dire all’inizio dei video di quel format. Che poi proseguivano spesso seguendo un macro-tema diverso ogni volta: in un caso le recensisce “con termini calcistici”, in altri, invece, “con termini di Harry Potter”, e ironizza sul turibolo con l’incenso, sulle ostie e su altri momenti tipici delle funzioni religiose. Una serie di video che, però, avrebbero scatenato l’irritazione di qualcuno, che lo avrebbe quindi segnalato agli inquirenti. Stando a quanto riporta “Il Resto del Carlino”, infatti, Ragazzini dovrà affrontare un’indagine per offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone e di cose, un’ipotesi di reato che, una volta avviato il procedimento, prosegue d’ufficio. Non è chiaro, invece, quale dei sei video abbia fatto scattare l’iscrizione nel registro degli indagati, né chi abbia fatto partire la segnalazione. E anche le clip in questione, al momento, sembrano sparite dal profilo TikTok di Ragazzini e non sarebbero più visibili. Non si sa nemmeno come il giovane adulto imposterà la sua difesa, affidata all’avvocata Giovanna La Mela, ma secondo “Il Resto del Carlino” potrebbe puntare sulla libertà di manifestazione del pensiero, un diritto sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione. A giudicare dal suo profilo, “Taylorismo” sarebbe attivo sui social da poco più di un anno, ovvero da quando è possibile osservare una pubblicazione costante dei suoi contenuti, tutti ironici e su vari topic. Adesso, però, si troverà ad affrontare un procedimento giudiziario. Ma la vicenda non sembra aver spinto Ragazzini a rompere il suo personaggio. Anzi, il 31enne ne ha preso spunto per dar vita a nuovi format per il suo profilo. Una volta resa pubblica l’indagine, infatti, il content creator ravennate ha reagito tenendo fede al suo stile ironico. A inizio marzo ha pubblicato un paio di clip mentre si trova davanti al palazzo di Giustizia di Ravenna, che lui introduce ai fan come una nuova location da valutare: “Andiamo a recensire la mia denuncia”, scherza il tiktoker, che per evitare altri guai commenta senza mezzi termini: “oggi parleremo bene di tutto”. “Mi sono stati presi tutti i video, per fortuna, e verranno giudicati da un tribunale competente”, commenta successivamente Un “video assolutamente ironico, non vuole offendere nessuno”, aggiunge lui nel finale, ma la clip traccia la linea per quelli successivi, che lui inserisce nella “serie in cui ti racconto il mio processo”. “Dobbiamo scegliere l’avvocato”, esordisce in una clip sull’argomento, prima di passare in rassegna una serie di profili di legali descritti con le grafiche simili a quelle di un videogioco calcistico: “In prima posizione abbiamo l’avvocato esperto, con un bel totale di 89”, poi c’è “l’avvocato di ufficio con un bel 70 tondo” e poi “l’incognita: l’avvocato giovane”, racconta, specificando però all’inizio che è “tutto di fantasia”. L'articolo Tiktoker fa recensioni ironiche delle messe e le pubblica sui social: Taylor Ragazzini indagato per “offese mediante vilipendio”. La risposta: “Andiamo a recensire la mia denuncia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Omicidio delle suore italiane in Burundi: arrestato a Parma Guillaume Harushimana. La svolta dopo il libro di Giusy Baioni
I Carabinieri del Comando Provinciale di Parma hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Harushimana Guillaume, cinquantenne originario del Burundi e da tempo residente nella provincia emiliana, sospettato di aver organizzato e partecipato al triplice omicidio di Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75 anni, e Bernardetta Boggian, 79 anni, le missionarie saveriane della congregazione delle missionarie di Maria, brutalmente assassinate tra il 7 e l’8 settembre 2014 nella loro sede religiosa di Kamenge, a Bujumbura, a ovest del Paese, vicino al confine con il Congo. L’impulso decisivo per la riapertura del caso è giunto dopo la presentazione a Parma, nel settembre 2024, del libro-inchiesta “Nel cuore dei misteri“ di Giusy Baioni, giornalista freelance che collabora con il Fatto Quotidiano. Grazie all’inchiesta, la Procura di Parma ha avviato una terza fase investigativa, coordinata dal procuratore Alfonso D’Avino e durata circa un anno. La prima fase istruttoria, nel 2014, era stata archiviata per difetto di giurisdizione, e la seconda, nel 2018, chiusa per carenza di elementi nonostante Harushimana fosse già stato segnalato e sentito dagli inquirenti: l’uomo aveva esibito timbri sul passaporto per attestare la sua lontananza dal Burundi nei giorni del delitto. La nuova ricostruzione fa emergere uno scenario di estrema crudeltà e complessi intrecci politici. Il 7 settembre 2014, le suore Raschietti e Pulici furono colpite con un oggetto contundente e sgozzate. Suor Bernardetta Boggian, che al momento del primo attacco si trovava all’aeroporto per accogliere delle consorelle, fu invece uccisa la notte seguente. La religiosa fu decapitata e il suo capo reciso venne riposto accanto al corpo. Gli esecutori materiali rimasero nascosti all’interno dell’edificio dopo il primo, duplice omicidio e si allontanarono solo dopo il terzo delitto, travestiti da poliziotti, utilizzando divise fornite dalla polizia segreta. Secondo il comunicato rilasciato dalla Procura di Parma, i delitti sono maturati in un “clima di vero e proprio terrore che si viveva in Burundi”. Come ideatore e mandante viene identificato il defunto generale Adolphe Nshimirimana, già capo della polizia segreta locale. Il generale avrebbe ordinato l’eliminazione delle suore dopo il loro presunto rifiuto di prestare cure e medicinali per supportare le milizie burundesi in Congo. Emergerebbero tuttavia anche altre concause: un movente economico legato alla gestione delle risorse del Centro Giovani Kamenge e un movente “esoterico-sacrificale“, legato a un rito propiziatorio richiesto dal generale per favorire la propria candidatura a presidente della Repubblica. Harushimana, stretto collaboratore di Nshimirimana, è ora accusato di aver agito come istigatore, co-organizzatore e supporto logistico. Gli vengono contestati sopralluoghi, l’aver garantito la disponibilità di denaro per i sicari e aver recuperato le chiavi per l’ingresso nell’abitazione delle vittime. Avrebbe inoltre acquisito camici da chierichetti o cantori da far indossare agli esecutori per non destare sospetti e avrebbe guidato l’auto utilizzata per condurre il gruppo all’interno della missione. Non ultimo e come denunciato dall’inchiesta di Baioni, le indagini hanno confermato il contesto sistematico di depistaggi in Burundi, tra cui l’arresto del “folle di turno” e l’incendio della sede della Radio Pubblica Africana, rea di aver diffuso interviste a soggetti dichiaratisi co-autori del massacro. Diversi testimoni e soggetti coinvolti, tra cui il mandante e uno degli esecutori rei confessi, sono stati uccisi negli anni successivi. I Carabinieri hanno acquisito documentazione conservata dalle congregazioni saveriane e materiale esibito dalla giornalista, incluse foto della scena del crimine e interviste radiofoniche. L’arresto è avvenuto previa richiesta di procedere del ministro della Giustizia, necessaria per perseguire un cittadino straniero per reati commessi all’estero contro italiani. L’indagato è ora nella Casa Circondariale di Parma, in attesa che la sua posizione venga vagliata. L'articolo Omicidio delle suore italiane in Burundi: arrestato a Parma Guillaume Harushimana. La svolta dopo il libro di Giusy Baioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La tentazione della purezza (o del perché la Chiesa guarda storto l’idraulico mentre la casa si allaga)
C’è una costante, curiosa e spesso sottovalutata, nel modo in cui la Chiesa osserva il mondo moderno. Assomiglia un po’ a quella di una anziana nobildonna che guarda con sospetto gli attrezzi del giardiniere: troppo rumorosi, troppo sporchi, decisamente poco eleganti. È una diffidenza istintiva verso gli strumenti “moralmente imperfetti”, specialmente quando hanno il cattivo gusto di funzionare. Non è ingenuità, per carità. Nasce dal timore legittimo che certi mezzi possano disumanizzarci. Tuttavia, questa nobile preoccupazione finisce spesso per trasformarsi in una ostinata rimozione della realtà. Il paradosso diventa lampante se osserviamo due ambiti che, pur sembrando distanti, condividono la stessa “volgarità” pratica: il portafoglio (sviluppo economico) e la spada (sicurezza internazionale). Il Profitto: quella cosa sgradevole che funziona Per lungo tempo, il pensiero sociale cattolico ha arricciato il naso di fronte alla ‘logica del profitto’. Una categoria ambigua, si diceva, difficile da conciliare con la nobiltà della gratuità e della solidarietà. Molto meglio la carità organizzata, più pulita e fotogenica. Ma la storia ha un vizio: è testarda! L’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Cina o in India non è avvenuta grazie a un bonifico della carità internazionale, ma attraverso quel meccanismo imperfetto, talvolta spietato, ma terribilmente efficace che è il mercato. Gli aiuti sono un ottimo cerotto, ma è l’impresa che guarisce la gamba. Ignorare questo fatto non è superiorità morale; è un errore di diagnosi. Per costruire un ponte, dopotutto, serve un ingegnere competente, non un sacerdote con buone intenzioni. La Deterrenza: la pace armata Lo stesso copione va in scena sulla sicurezza. La Chiesa detesta la deterrenza nucleare o militare. E come darle torto? Si fonda sulla minaccia, concetto che stride con l’ideale evangelico. Ma, ahimè, il Novecento ci insegna che, in assenza di deterrenza, i vicini tendono a diventare aggressivi piuttosto che riconciliati. Come per il profitto, la deterrenza non è “buona” in senso catechistico, ma incanala i comportamenti negativi riducendone i danni. È uno strumento moralmente imperfetto ma efficace in un mondo che, sfortunatamente, non è ancora il Paradiso. Il nodo gordiano: dagli incentivi allo “Stato Etico” Ed è qui che arriviamo al cuore della faccenda, al passaggio logico che spesso sfugge tra un’omelia e l’altra. La Chiesa contesta, in fondo, l’uso degli incentivi — siano essi la brama di guadagno o la paura della sanzione. Vorrebbe che l’uomo agisse per pura “bontà d’animo”. Ma attenzione: se togliamo dal tavolo la convenienza (che è la leva con cui si governano gli uomini reali), non rimane molto per gestire la cosa pubblica. Se lo Stato non può appellarsi all’interesse del cittadino, dovrà appellarsi alla sua virtù. E se la virtù non sorge spontanea? Beh, lo Stato sarà costretto a imporla. Rifiutando gli strumenti imperfetti della politica, si finisce inavvertitamente per desiderare uno Stato Etico. Uno Stato, cioè, che non si accontenta che i cittadini paghino le tasse e non si sparino addosso (obiettivi “laici” e limitati), ma che pretende di renderli “buoni”. Ma uno Stato che punisce, chessò, l’adulterio, o rende obbligatorio per legge visitare i malati, non è il Regno di Dio in terra, bensì un incubo burocratico e totalitario. Lo Stato ha il dovere morale di essere autonomo e di perseguire obiettivi diversi dalla Chiesa: tra questi, lo sviluppo economico e la pace sociale (intesa pragmaticamente come assenza di conflitto violento). Certo, questa non è la “Pace di Cristo”. Ma se non si perseguono questi obiettivi minimi con gli strumenti tecnici adeguati — incentivi compresi — non si ottiene il Paradiso, bensì un inferno molto terreno fatto di miseria, violenza e arbitrio. Il mondo ha i suoi diritti e le sue leggi. Il peccato di chi guarda dal balcone Cosa si nasconde, dunque, dietro questa ritrosia a sporcarsi le mani con la realtà? Forse non un semplice errore di calcolo, ma qualcosa di più sottile. Diciamocelo: è piuttosto irritante vedere il “mondo” ottenere buoni frutti usando metodi “sbagliati”. Se gli incentivi funzionano dove la pura virtù arranca, la nostra patente di superiorità vacilla. E allora scatta la difesa d’ufficio: ci si rintana nella torre d’avorio, giudicando negativamente il mondo per non dover ammettere che ha ragione. Si preferisce, insomma, avere torto con i principi nobili che ragione con quelli volgari. Gesù contestava proprio questo uso della norma come scudo etico: la vanità di sentirsi a posto lasciando ad altri il compito ingrato di gestire le conseguenze del male del mondo. È molto comodo predicare il disarmo unilaterale o l’economia del dono, mentre qualcun altro — un Churchill, un Roosevelt, o un oscuro funzionario del Tesoro — si assume la responsabilità tragica di scegliere non tra il bene e il male, ma tra mali diversi, per evitare che il mondo crolli. Conclusione: Un invito alla realtà Questa, si badi bene, non è una critica anticlericale. È un appello che nasce dalla logica stessa dell’Incarnazione. Dio è entrato nella storia, non l’ha aggirata schifato. La Chiesa è insostituibile quando indica il fine ultimo e ci ricorda che l’uomo non vive di solo pane. Ma farebbe un servizio migliore a se stessa e al mondo se riconoscesse che, lungo il cammino polveroso della storia, gli strumenti astrattamente ‘imperfetti’, a-morali, non sono necessariamente peccaminosi. Talvolta sono l’unico modo per arginare il caos. Riconoscerlo non significa rinunciare all’ideale. Significa solo smettere di guardare il mondo dal balcone, e riconoscere la responsabilità propria dei governanti. L'articolo La tentazione della purezza (o del perché la Chiesa guarda storto l’idraulico mentre la casa si allaga) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Essere preti significa cose ben precise come il celibato, di fatto non riuscivo a rispettarlo. Mi sentivo a disagio a indossare un colletto”: parla don Ravagnani
“Non indosserò il colletto, non celebrerò la messa, però il mio cuore sarà lo stesso, finalmente più libero e più vero”. Con questa frase conclusiva Inizia l’ex sacerdote “social” della Parrocchia di San Gottardo al Corso di Milano, Alberto Ravagnani, ha spiegato sul canale YouTube la decisione di interrompere il suo percorso come sacerdote di Dio. La decisione è stata comunicata prima con una missiva mandata dalla diocesi, poi con la comunicazione social dell’ex don e la partecipazione al podcast di Giacomo Poretti. “Ho maturato la mia scelta, non è stato un pensiero improvviso, una folgorazione: – ha affermato l’ex don – essere preti significa cose ben precise come il celibato…Di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero, all’inizio dicevo che dovevo convertirmi, che era una questione di volontà, poi ho smesso di fingere di doverlo giustificare per forza”. Tra le cause anche il carico di responsabilità, “le attese delle persone nei confronti di noi preti, disumane, come fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, programmati per essere buoni, un’ipocrisia non più sostenibile. Il ruolo istituzionale: un prete rappresenta la Chiesa, però mi sentivo a disagio a indossare un colletto, una divisa che divide dalle persone, però quella distanza non la volevo più. Mi sentivo a disagio a celebrare la messa, un rito che non parlava più alle persone e pronunciare parole che trovavo incomprensibili e, a volte, discutibili“. “Nello stare con altri preti o in contesti di Chiesa – ha continuato – faticavo a sentirmi in sintonia con certi modi di pensare, avevo tanti dubbi sulla dottrina della Chiesa. Mi sono messo in ascolto dei ragazzi, le domande mi hanno fatto riflettere e certe mie certezze sono venute giù, così sono andato in crisi”. Da qui la consapevolezza: “Se essere prete significa questo, allora faccio fatica a starci dentro, potrei fare più del bene se non lo fossi più. La società non è più cristiana come lo è stata per secoli e la fede nelle persone è qualcosa di personale, libera, meno scontata. La mia fede c’è ancora, però non sta del tutto nella forma della Chiesa. Sono sereno, porterò avanti la mia missione, seguirò la mia vocazione”. L'articolo “Essere preti significa cose ben precise come il celibato, di fatto non riuscivo a rispettarlo. Mi sentivo a disagio a indossare un colletto”: parla don Ravagnani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti intrattengono rapporti con donne e uomini”
Don Giovanni Gatto è il parroco della frazione aquilana di Tempera. Ha 51 anni ed è originario del comune di Montebelluna, in provincia di Treviso. Ordinato nel 2005, il prete ha vissuto in prima persona il terremoto dell’Aquila del 2009 e aveva denunciato le infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti per la ricostruzione della chiesa. Dopo vent’anni di sacerdozio, Gatto ha deciso di togliersi l’abito per cominciare una vita “normale”. Così, ha scritto una lettera indirizzata a Papa Leone XIV per chiedere la dispensa dal ministero sacerdotale. La missiva, inviata anche all’arcivescovo dell’Aquila, nasce da una lunga riflessione interiore e dal desiderio di cambiare radicalmente la propria esistenza. Il sacerdote ha affidato a parole chiare il senso della sua scelta: “Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia“. Per lui, il cammino spirituale non si è mai tradotto in una perdita di fede, ma ha portato alla consapevolezza che non poteva più conciliare i voti con la propria aspirazione umana di avere relazioni e figli. Nella lettera, il sacerdote ha spiegato perché ha deciso di compiere questo passo: “Per il diritto canonico è obbligatorio: quando si chiede lo scioglimento dei voti si devono spiegare al pontefice le motivazioni. Ma soprattutto l’ho fatto perché, dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo”. Alla domanda su cosa intenda con ‘non riesco più’, don Giovanni ha risposto in modo esplicito: “Se dovessi continuare a fare il prete dovrei avere una donna al mio fianco. Io questo non posso farlo restando sacerdote”. Secondo il sacerdote, il celibato, accettato in gioventù, “con gli anni è diventato un peso”. Riferendosi alla sua vita affettiva, ha ammesso: “Sì, lo ammetto senza filtri. Ho avuto più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute anche mentre ero prete”, ricordando una relazione iniziata nel 2006 con una donna della parrocchia che si è “protratta a lungo”. “E comunque non sono l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini“, ha aggiunto. L'articolo “Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti intrattengono rapporti con donne e uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La campana anti-aborto spacca Sanremo: imbarazzo anche tra i cattolici, in difesa del vescovo arriva Forza Nuova
L’intenzione dichiarata era invitare a riflettere sui “bambini non nati”, definiti “vittime innocenti degli aborti, delle guerre, delle disuguaglianze”. Ma l’effetto della campana installata sulla torre della curia di Sanremo è soprattutto un aumento della polarizzazione. A due settimane dall’avvio dei rintocchi delle 20, la campana con inciso il nome del vescovo Antonio Suetta suona tra polemiche, contestazioni e strumentalizzazioni. CAMPANA PER I “NON NATI”, SCOPPIA LA POLEMICA Il centrodestra resta prudente e segue una linea di sostanziale silenzio. La consigliera di parità della Regione Liguria, Laura Amoretti, invece, si rivolge direttamente al Papa: “L’iniziativa genera preoccupazione, dolore e stigmatizzazione rispetto a scelte complesse e sofferte. La funzione delle istituzioni dovrebbe essere accompagnare, ascoltare e sostenere, non riaprire ferite e acuire conflitti sociali”. Le forze di centrosinistra ribadiscono la propria contrarietà, insieme ad associazioni e collettivi per i diritti civili, che sono già scesi due volte in piazza. Al netto del circuito “Pro Vita”, tra le realtà cattoliche locali prevale l’imbarazzo: alcuni referenti contattati da ilfattoquotidiano.it non scorgono l’utilità dell’iniziativa ma preferiscono non metterci il nome, come il parroco che richiama un’intervista del presidente della Cei Matteo Zuppi: la 194 è “una traduzione laica importante” che “oggi nessuno mette in discussione”. Salvatore Menna di Noi siamo Chiesa spiega a ilfattoquotidiano.it le ragioni del dissenso cattolico: “Il Sinodo ha dimostrato che siamo una comunità con sensibilità diverse”. E, riprendendo un documento di “Donne per la Chiesa”, aggiunge: “Sull’aborto la sovranità morale non può spettare a chi – maschio – per millenni si è arrogato il controllo della generatività. Dov’è l’impegno della chiesa cattolica per superare la cultura patriarcale e una sessualità maschile predatoria? Trasformare la vittima in accusata è un rovesciamento antico. Chiediamo rispetto per la coscienza delle donne, anche quando scelgono o sono costrette a interrompere la gravidanza”. ABORTO, LE MANIFESTAZIONI CONTRAPPOSTE: SCENDONO IN PIAZZA FORZA NUOVA E RADICALI A difendere apertamente la campana sono i neofascisti ultraconservatori di Forza Nuova, che annunciano per sabato un presidio a sostegno del vescovo. “Sosteniamo questa importante battaglia, un popolo che uccide i suoi figli non ha futuro”. Nello stesso giorno, a pochi passi, alle 15 in piazza Colombo è previsto il presidio promosso dai Radicali. “Suetta usa la religione come clava ideologica, ignora che grazie alla 194 sono diminuite morti e sofferenze, è un’indegna parodia della fede”. Al presidio hanno aderito altre realtà che sovrappongono alla contestazione della campana lo sdegno suscitato dalla presenza in città di Forza Nuova. In una nota congiunta firmata da Anpi, Avs, Generazione Sanremo, Movimento 5 Stelle, Pd, Rifondazione, Arcigay e altre liste civiche, si chiede anche al vescovo di prendere le distanze da “persone razziste”. La Cgil accusa Suetta di “colpevolizzare” le donne, imponendo “a un’intera comunità” un pensiero lontano dall’idea di misericordia. L’associazione Non una di meno Ponente definisce quella del vescovo locale “un’espressione di quel ritorno al Medioevo che mai faremo ritornare”. La Rete l’Abuso e l’Uaar propongono una contro-campana “per le vittime dei preti pedofili”. IL VESCOVO TIRA DRITTO Nominato vescovo nel 2014, oggi viene ritenuto uno dei rappresentanti dell’ala più conservatrice dell’episcopato: “Io benedico questo polverone, anche le critiche. Sono felicissimo: senza di esse nessuno avrebbe saputo della campana”, dice Suetta a ilfattoquotidiano.it. “Per me l’ascolto e l’apertura non possono far accantonare la dottrina”. Al vescovo dell’estremo ponente ligure piace esprimersi senza peli sulla lingua. Nel 2015 fece una donazione al presidio permanente No borders: quando gli attivisti vennero colpiti da fogli di via per avere aiutato migranti a passare in Francia, li definì dei “martiri”. Lo scorso giugno Suetta ha ricordato che “le frontiere uccidono”. Altre volte si è scagliato contro “i nuovi dogmi politically correct”, l’”immigrazione indiscriminata” e il “catastrofismo climatico”. Nel 2022 definì quella di Giorgia Meloni una vittoria “dell’umanesimo cristiano”. Quando gli chiediamo se lo imbarazza la solidarietà incassata dagli stessi nostalgici a cui nel 2019 vietò di commemorare Mussolini, risponde: “Non entro nel merito politico, ognuno è libero di esprimere pacificamente il proprio pensiero, anche contrapposto”. L'articolo La campana anti-aborto spacca Sanremo: imbarazzo anche tra i cattolici, in difesa del vescovo arriva Forza Nuova proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sai dove te lo metti?” Pubblicità sulla chiesa dei Navigli: lettere all’arcivescovo di Milano, che spegne l’insegna
“Forse la città si è messa sul mercato come “una cosa che promette di essere redditizia”, invece che presentarsi come una comunità in cui potrebbe essere desiderabile abitare. Il criterio del “maggior profitto possibile” può diventare come un idolo intrattabile che diventa sempre più avido e pretende che tutto sia a lui sacrificato”. Con queste parole, lo scorso agosto, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, rispondeva al Corriere sui guai dell’urbanistica meneghina. E auspicava “il dono del discernimento per chi ha la responsabilità di prendere decisioni”. Parole tornate alla mente di alcuni milanesi che, lo scorso 30 dicembre, proprio a Delpini si sono rivolti per denunciare il contenuto dell’annuncio pubblicitario apparso sulla facciata della chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio. “Gentile Arcivescovo Delpini, le segnalo l’affissione pubblicitaria che attualmente campeggia sulla facciata della chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio. Era proprio necessaria? Non sembra anche a Lei inopportuna? Insieme ad alcuni amici che condividono la mia perplessità, auspico che venga rimossa al più presto per rispetto della dignità di un luogo sacro. Un cordiale saluto”. Di mail come questa, alla diocesi milanese ne sono arrivate diverse. Ironica e probabilmente efficace a livello comunicativo, la pubblicità è quella di un noto brand del cosiddetto self storage: soluzioni per chi non ha spazio e allora ecco l’allusivo “sai dove te lo metti”? La concessionaria pubblicitaria StreetVox ha messo l’annuncio sullo schermo digitale che da tempo copre la facciata della chiesa dei Navigli. Soluzioni che ormai si vedono ovunque e permettono di mettere a rendita le impalcature e mitigare i costi di una ristrutturazione. Sulle pareti del Duomo, oltre agli eterni ponteggi, i milanesi si sono dovuti abituare a vedere i profili di modelli e modelle. La ristrutturazione di Santa Maria delle Grazie al Naviglio, però, risale al 2017 e risulterebbe terminata. La facciata di Santa Maria delle Grazie al Naviglio il 29 dicembre e, dopo l’intervento dell’arcidiocesi, il 31 dicembre Ma non è per fare i conti in tasca alla parrocchia che sono state scritte le lettere inviate all’arcivescovo. Né per moralismo, assicurano al Fatto alcuni dei mittenti, che preferiscono restare anonimi. “C’entra semmai il Senso del Sacro. La trasformazione delle chiese cristiane in fondali di installazioni pubblicitarie è uno dei mille segni di agonia del Sacro, che è madre di molte sciagure morali e materiali. Il fatto che tali segnali siano invisibili ai più significa che il processo è in fase avanzata se non terminale”, argomentano. In subordine, “c’è il tema della nostra identità di italiani ed europei: difficile immaginare un maxischermo pubblicitario sopra una moschea e perfino sulla facciata di una sinagoga”. Ma torniamo alle mail: Delpini risponde in meno di ventiquattro ore, attraverso il suo portavoce, Stefano Femminis: “Avendo parlato con la parrocchia in questione, posso rassicurarla sul fatto che questa mattina la pubblicità è stata “spenta” e verrà rimossa non appena possibile”. E precisa: “Il contratto con l’agenzia che gestisce questo spazio prevede una verifica dei contenuti della pubblicità da parte del parroco prima della affissione. Nelle scorse settimane purtroppo il parroco stesso ha avuto problemi importanti di salute e non ha potuto fare questa verifica. Da qui lo spiacevole episodio. Cordiali saluti”. Un intervento coerente con le parole della scorsa estate, tanto che, “incoraggiati da tale disponibilità all’ascolto”, gli autori della prima segnalazione tornano a scrivergli. Per esprimere apprezzamento, ma anche per chiedere “un passo in più”. E cioè “di valutare l’opportunità di vietare ogni forma di pubblicità sugli immobili di pertinenza della Chiesa, per un’esigenza di rispetto dei luoghi di culto, in particolar modo – ma non solo – in assenza di lavori in corso. Si perderà qualcosa in termini economici, certo. Ma si guadagnerà di più – ne siamo convinti in tanti – per quel che attiene al rispetto del Sacro. In un tempo in cui appare dominante una cultura sociale incentrata sul business, chiediamo alla Chiesa Ambrosiana un atto di sobrietà e di coraggio: restituire l’integrità delle Chiese di Cristo a chi sogna un mondo dove non tutto sia in vendita”. L'articolo “Sai dove te lo metti?” Pubblicità sulla chiesa dei Navigli: lettere all’arcivescovo di Milano, che spegne l’insegna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sanremo, il vescovo fa installare la “campana dei bimbi non nati”: suonerà ogni sera alle 20 contro l’aborto
L’hanno chiamata la “campana dei bimbi non nati“: dal 28 dicembre suona ogni sera alle 20 a Sanremo, dalla sede della diocesi in pieno centro, come una condanna pubblica alle donne che scelgono di abortire. Fa discutere l’iniziativa del vescovo della città ligure, Antonio Suetta, presentata come un “richiamo quotidiano alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia” con riferimento “agli aborti volontari e spontanei” ma anche “al suicidio assistito”. La campana è stata fusa nel 2022 in occasione della campagna anti-aborto “4o giorni per la vita”: in rilievo c’è il nome del vescovo con la scritta “A tutti i bambini non nati“. La data scelta per il primo rintocco non è casuale: nel calendario cristiano, il 28 dicembre è la Festa dei Santi Innocenti Martiri, memoria che secondo Suetta si “intreccia con quella dei bimbi non nati del nostro tempo, accomunati da una vita spezzata prima di poter essere vissuta”. Edoardo Verda, medico e consigliere comunale del Pd a Imperia, definisce l’iniziativa “un’intrusione insopportabile in una sfera che non riguarda la religione, ma l’autodeterminazione delle donne”. La legge 194 sul diritto all’aborto, afferma, è “una legge di civiltà che tutela la salute […] Il rintocco di quella campana non porta conforto, ma alimenta una battaglia ideologica sulla pelle delle persone, calpestando il rispetto dovuto alle storie e alle sofferenze di ognuno”. Per Maria Spinosi, ex candidata sindaca progressista a Ventimiglia, la presenza della campana “carica lo spazio cittadino di un giudizio moralistico e accusatorio contro un diritto riconosciuto dallo Stato: l’interruzione volontaria di gravidanza”. Non è la prima volta, peraltro, che Suetta fa parlare di sé: dopo la morte di Michela Murgia, aveva polemizzato sugli applausi e sul “tifo da stadio” al termine dei funerali della scrittrice. L'articolo Sanremo, il vescovo fa installare la “campana dei bimbi non nati”: suonerà ogni sera alle 20 contro l’aborto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Quante persone si potevano aiutare con quella cifra?”: il cane dell’influencer Vaccapower si ammala e i followers le donano oltre 15 mila euro, la rabbia della Caritas
Giada Smania, nota sui social come Vaccapower, ha raccolto oltre 15 mila euro grazie alle donazioni dei propri followers per curare la sua cagnolina. Peep, un Golden retriever, si è ammalata di tumore. “Peep ha la leucemia mieloide acuta. Non c’è molto che si può dire in questi casi, non vuol dire che morirà oggi ma è un tumore molto aggressivo e che si sviluppa molto velocemente” ha scritto sui social la ragazza. Nei giorni successivi al post, il cane della ragazza ha iniziato le cure chemioterapiche. Ogni ciclo costa circa 2.900 euro, una somma elevatissima che ha spinto l’influencer ad aprire una raccolta fondi sulla piattaforma GoFundMe. In poche ore Vaccapowers ha raccolto oltre 15 mila euro grazie a più di 1700 donazioni dei suoi followers. La somma – e il gran numero di persone che hanno partecipato all’evento – ha diviso l’opinione degli utenti sui social. Il dibattito si è ampliato dopo l’intervento di don Andrea Forest, direttore della Caritas di Vittorio Veneto che, parlando al Corriere del Veneto, si è chiesto “quante persone avrebbero potuto essere aiutate con 15 mila euro“. IL BOTTA E RISPOSTA Giada Smania ha aggiornato periodicamente i suoi followers sugli sviluppi riguardanti Peep. “L’oncologa mi ha spiegato che la qualità della sua vita migliorerebbe in caso la chemio facesse effetto e potrebbe anche donarle 4 mesi di vita in più” aveva dichiarato l’influencer parlando del Golden retriever. Le costose cure e la conseguente donazione non sono state viste di buon occhio da tutti. Don Andrea Forest si è detto positivamente colpito dall’affetto delle persone che hanno versato soldi per aiutare la cagnolina. Il sacerdote, tuttavia, ha aggiunto: “Si perde spesso una gerarchia dei valori e la razionalità delle scelte”. E ancora: “Mi domando se la vita di un cane possa essere sullo stesso piano di questo bisogno umanitario“. Alle parole di don Forest han fatto seguito le dichiarazioni di Vaccapower. “La raccolta fondi non l’ho aperta subito proprio perché mi metteva a disagio” ha replicato la ragazza. Giada ha aggiunto: “Non avrei mai voluto chiedere aiuto, e non lo avrei mai fatto se non per Peep”. L’influencer ha concluso la sua risposta sottolineando che “gli eventuali fondi che avanzeranno verranno donati ad associazioni che si occupano di aiutare animali malati o in difficoltà”. Alla fine Peep non ce l’ha fatta. Come reso noto da Giada, la cagnolina è morta lo scorso 9 dicembre. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Giada Smania ???? (@vaccapower) L'articolo “Quante persone si potevano aiutare con quella cifra?”: il cane dell’influencer Vaccapower si ammala e i followers le donano oltre 15 mila euro, la rabbia della Caritas proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cappellani militari, per la Cei il ruolo va rivisto: “Meno legati all’esercito per parlare più di pace”. Gradi e stipendi: chi è oggi il sacerdote “in divisa”
Da anni svolgono il servizio spirituale per il personale militare, sono essi stessi arruolati nelle forze armate e prendono parte alle missioni, umanitarie o in campo di guerra. I cappellani militari, i sacerdoti “in divisa”, hanno anche i gradi e sono equiparati agli ufficiali. Ma il loro ruolo nel prossimo futuro potrebbe cambiare o essere affiancato da altre figure. L’argomento è stato, infatti, affrontato dalla Conferenza episcopale italiana nella nota pastorale “Educare alla pace disarmata e disarmante“, approvata dall’assemblea generale che si è svolta ad Assisi. “SERVONO FORME MENO LEGATE ALLE FORZE ARMATE” Dopo aver criticato la corsa al riarmo, parlato di obiezione di coscienza e servizio civile obbligatorio, i vescovi hanno anche dedicato un paragrafo della nota proprio alla “testimonianza ecclesiale di pace entro le Forze armate”. Ricordando le figure di alcuni noti cappellani militari (in primis Angelo Roncalli, poi diventato Papa Giovanni XXIII, o don Giovanni Minzoni) e il ruolo dei sacerdoti anche nelle missioni all’estero delle Forze armate italiane, la Cei ribadisce la “gratitudine” per “l’opera dei cappellani militari che in tanti contesti hanno testimoniato l’Evangelo della pace anche in situazioni molto difficili”, ma apre una riflessione. “Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare“. In questo modo, si legge nella nota pastorale, le nuove figure “consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”. LA RECENTE MODIFICA Parole in qualche modo rivoluzionarie che potrebbero portare a sostituire o modificare una figura che ha creato dibattito anche all’interno della Chiesa stessa (basti ricordare la “Lettera ai cappellani militari” scritta da don Milani nel 1965). Presa di posizione che arriva, tra l’altro, a un mese dall’entrata in vigore delle modifiche – conseguente allo Scambio di Lettere tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede – relative al ruolo di cappellano militare: tra queste anche l’abbassamento dell’età richiesta per la nomina da 28 a 25 anni e l’eliminazione del limite anagrafico massimo (prima fissato a 40 anni). Novità che, in realtà, sembrano finalizzate a consentire un ampliamento dell’organico. IL RUOLO E COME AVVIENE LA NOMINA Presenti al fianco dei militari già prima dell’unità d’Italia, il ruolo dei cappellani militari è stato via via sempre più formalizzato e strutturato. Il 6 marzo del 1925 nasce l’Ordinariato militare per l’Italia, al quale è stato assegnato il compito dell’assistenza spirituale nelle forze armate. Oggi assimilato a una diocesi, l’Ordinariato è guidato da un arcivescovo ordinario militare (ruolo ricoperto dall’aprile scorso dall’arcivescovo Gian Franco Saba), designato dal Papa e nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno. L’Ordinario militare è coadiuvato da un vicario generale militare e da tre ispettori. Anche i cappellani militari vengono nominati con decreto del Presidente della Repubblica ma su proposta del ministro della Difesa, previa designazione dell’Ordinario Militare. L’istituzione ecclesiastica di cappellano militare e il conferimento della missione canonica sono, invece, di competenza propria dell’Ordinario Militare. IL GIURAMENTO E I GRADI MILITARI Essendo anche lui arruolato il cappellano militare, nell’assumere servizio, presta giuramento con la formula e secondo le modalità previste per gli ufficiali delle Forze armate dello Stato. Di regola indossa solo l’abito ecclesiastico previsto, salvo situazioni speciali dove è necessario indossare la divisa militare. La gerarchia prevede anche per loro i gradi militari: l’ordinario militare è equivalente al grado di generale di corpo d’armata; il vicario generale militare al grado di generale di divisione; l’Ispettore al grado di generale di brigata. Poi ci sono il 3º cappellano capo, equivalente al grado di colonnello; il 2º cappellano capo equivalente al grado di tenente colonnello; il 1º cappellano capo equivalente al grado di maggiore; il cappellano capo, equivalente al grado di capitano; il cappellano addetto, equivalente al grado di tenente e, infine, il cappellano di complemento equivalente al grado di sottotenente. Dal 1998 è stato istituito anche il Seminario Maggiore dell’Ordinariato Militare per l’Italia, denominato “Scuola Allievi Cappellani Militari”: qui i giovani possono prepararsi per essere sacerdoti al servizio pieno dell’Ordinariato. GLI STIPENDI Non solo i gradi. Ai cappellani militari spetta anche un trattamento economico, che corrisponde integralmente a quello degli ufficiali della Forza armata presso la quale prestano servizio, secondo il grado di assimilazione. Lo stesso vale per gli altri: all’Ordinario militare, ad esempio, compete il trattamento economico previsto per il grado di generale di corpo d’armata. Stipendi che sono a carico delle casse dello Stato italiano. A novembre, tra l’altro, i Radicali Italiani hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di verificare la legittimità e l’economicità della spesa pubblica destinata ai cappellani militari. “Ogni anno lo Stato spende oltre dieci milioni di euro per finanziare un servizio religioso interno alle Forze Armate, con preti in uniforme e elevati stipendi a carico dei contribuenti”, ha dichiarato il segretario dei Radicali Filippo Blengino. Sottolineando le recenti modifiche ai limiti di età “in modo da consentire un ampliamento dell’organico e una permanenza più lunga nel servizio religioso militare”, per Blengino c’è il rischio “di aumentare ulteriormente la spesa pubblica e di rafforzare un privilegio confessionale incompatibile con la laicità della Repubblica“. “La fede è una scelta personale; la laicità è un dovere dello Stato. Chiediamo che la Corte dei Conti del Lazio accerti se questo uso di fondi pubblici sia conforme alla Costituzione e all’interesse generale dei cittadini”, conclude la nota del segretario del Radicali. Intanto – su un altro fronte – è oggi la Cei ad aprire una riflessione sul ruolo dei cappellani militari. (Nella foto l’Ordinario Militare in visita al Multinational Battle Group in Bulgaria dal sito ordinariatomilitare.it) L'articolo Cappellani militari, per la Cei il ruolo va rivisto: “Meno legati all’esercito per parlare più di pace”. Gradi e stipendi: chi è oggi il sacerdote “in divisa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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