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Aumentano del 47% i giornalisti minacciati. Il dossier di ‘Ossigeno per l’Informazione’: “Il 2025 anno nero con uno spiraglio di luce”
C’è un’industria che in Italia è cresciuta del 47%, ma c’è poco da essere orgogliosi. E’ la fabbrica che produce giornalisti minacciati, intimiditi, aggrediti fisicamente o attraverso atti giudiziari strumentali e infondati, con lo scopo di spezzare le loro penne e isolarli dal loro contesto professionale e sociale. Nell’ultimo anno sono 759 i cronisti colpiti da persone, politici o istituzioni che hanno provato a impedire o condizionare il loro lavoro. Nel 2024 erano “solo” 516. Ed anche nell’ultimo anno abbiamo ribadito un primato: quello del paese europeo con più giornalisti minacciati, con più giornalisti sotto scorta e protetti dalle forze dell’ordine con altre forme di tutela. Sono i dati sfornati dal Rapporto 2025 sulla libertà di stampa in Italia, realizzato dall’Osservatorio Ossigeno per l’informazione. Ci hanno lavorato il presidente dell’associazione, Alberto Spampinato, e le colleghe Laura Turriziani e Grazia Pia Attolini. Hanno messo in rete e collazionato segnalazioni provenienti dal tutto il paese, per sintetizzarli in un dossier presentato oggi alla Casa del Jazz, bene confiscato alla mafia romana e sede dell’associazione, nel corso del convegno “Ottomila giornalisti minacciati naufraghi dell’informazione: come aiutarli?”, promosso da Ossigeno in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti del Lazio. Riguardano casi di tutti i tipi: dai direttori di importanti e potenti testate nazionali, passando per i redattori in prima linea di trasmissioni tv, fino a sconosciuti cronisti di territori periferici. I DATI La percentuale delle minacce e intimidazioni che fanno uso della violenza è rimasta molto alta (77%) con punte che in alcune regioni hanno superato il 90%. Le aggressioni sono aumentate del 7%, i danneggiamenti sono cresciuti del 19%, mentre gli avvertimenti sono diminuiti del 17%. Significa che gli episodi in cui si è fatto esplicito uso della violenza sono aumentati del 26% rispetto a quelli in cui la violenza è stata solo minacciata. Non è un lieve cambiamento, senza contare che nel 2024 questi episodi erano già aumentati del +23% . Il 2025 è stato caratterizzato anche da una forte crescita (da 60 a 81, pari a +38%) degli episodi di intimidazione collettiva (cioè contro gruppi di giornalisti o di intere redazioni). Le azioni legali a scopo intimidatorio configurabili come SLAPPs (querele pretestuose, cause civili per risarcimento da diffamazione, diffide, eccetera) documentate pubblicamente e in dettaglio sono state 57 (+67%) e hanno colpito 117 giornalisti (+105%). Nel 2024 erano stati rilevati 34 episodi a danno di 57 giornalisti. Il 2025 è stato caratterizzato anche da una forte crescita (da 60 a 81, pari a +38%) degli episodi di intimidazione collettiva (cioè contro gruppi di giornalisti o di intere redazioni). Sono comparsi anche episodi inediti di sorveglianza elettronica e di spionaggio illecito di giornalisti investigativi, con l’impiego di software molto invasivi. Le intimidazioni e le minacce hanno continuato a colpire tutto il Paese, ma Piemonte, Lombardia e Lazio sono risultati i territori con più giornalisti minacciati. In queste tre regioni Ossigeno ha rilevato la metà di tutte le minacce e ha documentato gli episodi più gravi e rilevanti nel 2025. Il Piemonte è passato da zero giornalisti minacciati nel 2023 a 148 nel 2025; la Lombardia da 13 di due anni fa a 122 dello scorso anno. Il Lazio, che ha conosciuto un live calo nel 2024, nonostante nel 2025 sia scesa al terzo posto per numero di vittime, resta la regione dove dal 2012 si concentra la percentuale più alta di operatori/trici dell’informazione. UN ANNO NERO “Fin dai primi mesi del 2025 ci sono stati attacchi gravissimi contro i giornalisti, ma non è stata adottata nessuna contromisura”, commenta Alberto Spampinato presidente di Ossigeno. Nonostante l’anno nero, però, “uno spiraglio di luce è apparso quando l’Ordine nazionale dei Giornalisti, con una iniziativa politica che non ha precedenti, ha lanciato l’allarme rosso sull’escalation di minacce e intimidazioni ai giornalisti che era in atto”. L'articolo Aumentano del 47% i giornalisti minacciati. Il dossier di ‘Ossigeno per l’Informazione’: “Il 2025 anno nero con uno spiraglio di luce” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La Thailandia? Girone dantesco dove tutte le donne e tutti gli uomini erano in vendita. Da Padre Pio dissero che avrei divorziato, andò così”: parla Federico Ruffo
Federico Ruffo alla conduzione di “Mi manda Raitre” si è raccontato tra pubblico e privato in una intervista al settimanale Oggi. Il giornalista ha ammesso: “C’è, però, un momento particolare nella mia vita: quando la mia prima moglie per motivi suoi, personali, mi trascinò a San Giovanni Rotondo per andare a fare visita alle spoglie di Padre Pio“. E ancora: “Voleva anche fare visita a Fra Modestino che era stato molto vicino a Padre Pio. Si diceva avesse capacità predittive, lui la guardò e le disse che io e lei non saremmo rimasti insieme, il che sembrava folle perché c’eravamo appena sposati. E che lei avrebbe avuto un figlio da un altro amore. Ricordo che ne fui scocciato. Il tempo però gli ha dato ragione: ci lasciammo, si è risposata e ha un bambino bellissimo”. “Non potevo negare che stare là dentro era stato strano, qualcosa di impalpabile. – ha raccontato – Poi, venne il dolore di separarmi, stavamo insieme sin da bambini. E, all’improvviso, ricordai: era andata come ci aveva detto il frate”. Tra i tanti lavori di Ruffo una inchiesta in Thailandia che ha fatto discutere: “Ti domandi se c’è un Dio che viva a tutte le latitudini, se ogni tanto si distrae, se si nasconda. Io ci arrivai facendo un’inchiesta sui viaggi della prostituzione. L’intera economia della città di Pattaya ruotava attorno alla prostituzione. Non c’era nient’altro. Una specie di girone dantesco dove tutte le donne e tutti gli uomini erano in vendita. Non era mai una questione di sì o no, ma solo di prezzo. È come stare a via Veneto il giorno prima di Natale solo che non ci sono i regali, ci sono prostitute. Ci avevano fatti soggiornare in un hotel che era anche un bordello. Quindi tu la mattina facevi colazione, poi il posto dove facevi colazione diventava il posto dove le ragazze si muovevano avanti e indietro con un numero. Dalla tv della tua camera potevi guardare, chiamare e dire Mandami su la 22″. L'articolo “La Thailandia? Girone dantesco dove tutte le donne e tutti gli uomini erano in vendita. Da Padre Pio dissero che avrei divorziato, andò così”: parla Federico Ruffo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rinnovo del contratto dei giornalisti, la Fnsi proclama altre 2 giornate di sciopero il 27 marzo e il 16 aprile
A dieci anni esatti dalla scadenza dell’ultimo contratto e nell’ambito della vertenza per il rinnovo contrattuale (che si protrae ormai da due anni), la Federazione nazionale della Stampa italiana ha proclamato altre due giornate di sciopero unitario. Dopo lo sciopero dello scorso 28 novembre, la nuova protesta si terrà venerdì 27 marzo e giovedì 16 aprile 2026, quest’ultima data potrebbe subire spostamenti per consentire a tutti i giornalisti, anche quelli della Rai, di aderire alla mobilitazione. Il primo aprile la Fnsi ha convocato anche una manifestazione nazionale a Torino: iniziativa – specifica il sindacato unitario – “che vuole unire sia i temi del rinnovo contrattuale, sia la crisi che riguarda le testate del Gruppo Gedi La Stampa e Repubblica (oltre alle radio e all’online), per le quali sono in corso svendite, più che cessioni, da parte dell’editore Elkann”. Il sindacato, si legge in una nota, “rifiuta le risposte della Fieg sul rinnovo contrattuale. La Fnsi lotta per mantenere le tutele per i giornalisti e per il futuro dell’informazione e non si può accontentare di risposte algebriche e miopi che stanno riducendo l’informazione stessa ad un terreno incolto per l’intelligenza artificiale e lo sfruttamento di manodopera intellettuale. Gli editori continuano a prendere finanziamenti, eppure senza riuscire a immaginare un futuro per l’informazione e i suoi lavoratori, che siano dipendenti o collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori autonomi. Viviamo il grande paradosso di una società che consuma informazione e di editori che bruciano chi fa informazione”. L'articolo Rinnovo del contratto dei giornalisti, la Fnsi proclama altre 2 giornate di sciopero il 27 marzo e il 16 aprile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morta la giornalista Giovanna Casadio, la cronista parlamentare de la Repubblica aveva 71 anni. Il cordoglio della politica
È morta all’età di 71 anni la giornalista Giovanna Casadio, a lungo cronista parlamentare e politica per la Repubblica. Nata a Trapani e cresciuta a Salerno, viveva da tempo a Roma. Nella sua carriera ha anche scritto diversi libri. Tra questi: “Quel che è di Cesare”, “I doveri della libertà. Dialogo con Emma Bonino”, “Non seguire il mondo come va. Rabbia, coraggio, speranza e altre emozioni politiche”, “Dove si guarda è quello che siamo”, “Diario di bordo dei sindaci”. A dare la notizia è stato lo stesso quotidiano: “Addio alla nostra Giovanna Casadio, caparbia gentildonna del giornalismo politico”, si legge. L’Associazione stampa parlamentare esprime il suo più sentito e profondo cordoglio per la scomparsa: “Con sorriso e gentilezza – si legge nella nota – Giovanna ha saputo raccontare la politica italiana e le battaglie civili che l’hanno accompagnata sempre con grande dedizione, equilibrio e obiettività. Alla sua famiglia, ai suoi due figli, vanno le condoglianze più sentite di tutti noi”. Tanti i messaggio di cordoglio dal mondo della politica, a partire dal presidente del Senato Ignazio La Russa: “Ho telefonato personalmente al direttore Mario Orfeo per rivolgere a lui e alla redazione la vicinanza mia personale e del Senato della Repubblica”, ha dichiarato. “Mi unisco al dolore dei suoi familiari e di chi ha condiviso il suo percorso lavorativo. Un pensiero al direttore e a tutta la redazione di Repubblica”, dichiara il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana. Una scomparsa che “rattrista profondamente l’Anci e tutti quei sindaci e amministratori che, per decenni, ne hanno apprezzato il rigore professionale e la grande attenzione per i Comuni, le realtà locali, i territori”, si legge in una nota dell’Anci. “Apprendo con dolore della scomparsa di Giovanna Casadio ed esprimo profondo cordoglio anche a nome di tutta la comunità democratica. Giornalista attenta, rigorosa e appassionata, saggista, donna colta e gentile. Ci mancherà molto. Siamo vicini ai suoi familiari, alle colleghe e ai colleghi e a tutte e tutti quelli che le hanno voluto bene”, ha dichiarato la segretaria del Pd Elly Schlein. Per la presidente della commissione di vigilanza Rai Barbara Floridia (M5s) con la sua scomparsa “perdiamo una figura stimata e appassionata del giornalismo politico italiano, che con rigore e profondità ha raccontato per anni la vita politica del nostro Paese e le storie che la attraversano”. Anche Matteo Renzi e i parlamentari di Italia Viva hanno espresso il loro “profondo cordoglio”: “Nel corso della sua lunga carriera ha raccontato con passione la vita politica italiana, contribuendo con competenza e serietà al dibattito pubblico”, si legge in una nota di Iv. “È stata una giornalista raffinata e di alto valore, brillante, testarda, capace di battute sottili e taglienti. Una grande professionista, una bella persona”, ha detto Carlo Calenda. Per Angelo Bonelli deputato Avs e co-portavoce Europa Verde si tratta di “una perdita dolorosa per il giornalismo parlamentare e per la qualità della nostra democrazia”. L'articolo È morta la giornalista Giovanna Casadio, la cronista parlamentare de la Repubblica aveva 71 anni. Il cordoglio della politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più che in altre guerre
di Sara Gandini e Paolo Bartolini A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto? Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa domanda. Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali. Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti. Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto, usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo, usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024). In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30 aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre categorie professionali. L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce” rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni delle Nazioni Unite. I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”. L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime
Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore. Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta (scellerata?) della moglie di separarsi. Da circa dodici anni, i giornalisti e le giornaliste seguono corsi di formazione sulla violenza maschile contro le donne ma la narrazione non è migliorata quanto dovrebbe. Resistono stereotipi granitici e, con essi, le narrazioni che colpevolizzano le vittime. Molte volte il messaggio sottinteso è chiaro: se quella donna non avesse scelto di separarsi, se non si fosse innamorata di un altro uomo, se avesse “rigato dritto” compiacendo le aspettative del marito, sarebbe ancora viva. In altre parole: se le donne chiedessero il permesso per le proprie scelte, se dicessero sempre sì, allora potrebbero vivere senza ritorsioni. L’articolo sul caso di Federica Torzullo, pubblicato su la Repubblica di martedì a firma di Marco Carta e Giuseppe Scarpa, a tratti restituisce proprio questo tipo di lettura distorta del femminicidio di cui è accusato Claudio Carlomagno. La prima cosa che emerge dalla lettura dell’articolo è che l’ennesimo femminicidio non viene raccontato come un crimine inscritto in un fenomeno strutturale – che conta una donna uccisa ogni tre giorni – ma come un caso isolato. Fin dal titolo, il movente del crimine non è il controllo e il dominio sulla vita di Federica Torzullo, ma ‘la separazione’. Ritorsione, vendetta, controllo sono i non detti che pesano in quell’articolo. Carta e Scarpa ricorrono anche alla captatio benevolentiae nei confronti dell’uomo accusato del crimine: “L’udienza davanti al giudice era già stata fissata e il venerdì successivo si sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva anche sull’affidamento del figlio di dieci anni. Un bambino a cui Carlomagno si dedicava con cura e attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”. Claudio Carlomagno viene presentato come un “buon padre”, nonostante sia accusato di aver ucciso brutalmente – alcuni tg ieri denunciavano una violenza feroce – la madre di quel bambino, rendendolo orfano e sradicandolo dal suo mondo. Ora sulle spalle fragili di un bambino di dieci anni peserà un fardello che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo impegnerà in una lunga e dolorosa elaborazione. Della vittima non si racconta quanto amasse il figlio o quante volte fosse andata a prenderlo da scuola. I due giornalisti non approfondiscono le ragioni che l’avrebbero portata a chiedere la separazione. Scrivono di una “lite violenta”. Eppure sappiamo che il femminicidio non è mai un fulmine a ciel sereno: la violenza come atto finale è sempre preceduta da violenze quotidiane esplicite o da manipolazioni che si concretizzano in mobbing familiare. Federica Torzullo non potrà più raccontare come fosse la sua vita con l’uomo da cui si voleva separare. Le donne sono uccise all’interno di relazioni sbilanciate, da uomini che non contemplano altro che i propri bisogni. In più di un passaggio, nell’articolo si sottolinea come Carlomagno quella separazione “l’avesse subita” e come fosse stato costretto ad una “accettazione forzata del fallimento del matrimonio”. Sono parole dei giornalisti, non dichiarazioni dell’indagato. È un passaggio che, in modo sottile ma efficace, rovescia i ruoli, lui vittima e lei colpevole. Lei ‘forzava’, lui ‘subiva’ ma è morta lei. Risuona l’eco di una narrazione tossica che da anni viene portata avanti da alcune associazioni maschiliste, che demonizzano la separazione e descrivono le sentenze e gli accordi separativi come crimini: “i padri non vedono più i figli”, “alle donne vanno casa, auto, figli e denaro”, “gli uomini finiscono sotto un ponte”, ecc. Una rappresentazione incommensurabilmente distante dalla realtà di tante donne separate che combattono ogni giorno contro la miseria o le difficoltà economiche. Condizioni determinate dall’aver lasciato il lavoro per occuparsi dei figli o perché gli assegni di mantenimento non sono sufficienti a garantire la spesa quotidiana e, spesso, sono ridotti arbitrariamente dall’ex marito. Padri che più che ostacolati nella relazione con i figli scompaiono, assorbiti da nuove relazioni; ma per le loro scelte non sono assassinati ogni tre giorni. La libertà di una donna, lo sappiamo, è una minaccia al dominio dei violenti ma non può essere raccontata, ancora, nella cronaca adottando lo stesso punto di vista degli assassini. Durante una formazione, anni fa, mi venne chiesto da un giornalista come si dovevano raccontare i femminicidi, gli risposi con una domanda: come racconterebbe un crimine di mafia? L'articolo Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Protesta dei giornalisti di Repubblica contro Elkann alla festa per i 50 anni del giornale: “Chi vuol disfarsi del giornale festeggia, noi fuori”
Protesta dei giornalisti di Repubblica contro il patron del gruppo editoriale Gedi John Elkann alla mostra per i 50 anni del giornale inaugurata mercoledì all’Ex Mattatoio di Roma. Il comitato di redazione e un gruppo di redattori hanno atteso l’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto dal presidente di Exor, esponendo striscioni con le scritte “La Repubblica siamo noi. Giornalismo, dignità, indipendenza” e “Elkann non è la tua festa”, suonando fischietti e intonando il coro “Fatti vedere, Elkann fatti vedere”. Poi un sit in contro la gestione del gruppo e l’intenzione di vendere al magnate greco Theodore Kyriakou. “Dopo quasi sei anni di gestione disastrosa del gruppo editoriale”, recita un volantino distribuito dai cronisti, “l’attuale proprietario John Elkann ha deciso di vendere quel che resta di Gedi a una società di un armatore greco. È un suo diritto ed è nostro diritto e dovere pretendere alcune cose”. Seguono richieste su occupazione, garanzie democratiche e trasparenza. La rappresentanza sindacale dei giornalisti ha nel frattempo diffuso un comunicato che definisce la presenza di Elkann alla festa “un vergognoso schiaffo in faccia a Repubblica e alle sue lavoratrici e lavoratori. Siamo stati lasciati fuori dalla inaugurazione della mostra al mattatoio per i 50 anni dalla fondazione di Repubblica. Quindi chi vuole disfarsene è dentro a festeggiare, chi Repubblica la fa ogni giorno è fuori alla stregua di fastidiosi disturbatori. Probabilmente per non infastidire un editore che non si è mai degnato di incontrare le rappresentanze sindacali nel pieno della vertenza per la cessione di Gedi”, si legge. Sempre mercoledì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Alberto Barachini, è stato audito in commissione Cultura della Camera sulle trattative per la vendita del gruppo. “Ci muoviamo su notizie ufficiali, non possiamo stimolare confronti o incontri, anche se articoli di giornali ogni giorno parlano di potenziali cordate”, ha detto. “C’è la volontà ferma di tutelare i livelli occupazionali, il governo è in fase di vigilanza e ascolto. Abbiamo alcuni strumenti, come gli articoli 30, 31 e 32 del contratto di lavoro giornalistico che tutelano i trasferimenti di proprietà e gli occupati”. Il Gruppo Antenna di Kyriakou, ha ricordato, “in fase preliminare ha assicurato l’intenzione di rilevare l’intero gruppo Gedi, Stampa compresa, facendo capire che alcuni asset sono ritenuti strategici” e altri potrebbero essere “oggetto di eventuali manifestazioni di interesse” da parte di terzi. “A domanda precisa – ha poi aggiunto riferendosi all’incontro con l’editore Kyriakou – mi ha risposto che un imprenditore che arriva per la prima volta in un Paese non arriva per licenziare”. L'articolo Protesta dei giornalisti di Repubblica contro Elkann alla festa per i 50 anni del giornale: “Chi vuol disfarsi del giornale festeggia, noi fuori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trapani, Antonini “chiude” Telesud: redazione senza elettricità e giornalisti senza stipendi
Addio al basket, il calcio in bilico e anche la televisione finisce il liquidazione. Il braccio mediatico dell’ormai decadente impero di Valerio Antonini a Trapani spegne la luce, anche letteralmente. L’imprenditore romano, proprietario del Trapani Calcio e del Trapani Shark escluso lunedì dalla Serie A di basket, mette in liquidazione Telesud e, al rientro dalle ferie forzate, giornalisti e tecnici hanno trovato la redazione senza corrente elettrica. Non solo perché – come ricostruito dall’Assostampa di Trapani – i dipendenti sono stati informati con un messaggio WhatsApp che “è in fase di definizione la messa in liquidazione della società”. I giornalisti, senza stipendio da mesi, avevano già scioperato a dicembre e l’8 gennaio il sindacato provinciale dei giornalisti era tornato a sollecitare la direzione generale dell’emittente tv chiedendo “chiarimenti” sui “ritardi degli emolumenti e sul futuro dei lavoratori”. La risposta? Nessuna. A muoversi era stato solo l’Ispettorato del lavoro che, attraverso il Centro per l’impiego di Trapani, si era mosso per “valutazioni proprie”. L’Assostampa ricorda che lo spegnimento di Telesud da parte di Antonini comporta la chiusura dell’unica televisione locale e ricorda che l’imprenditore “è stato insignito della cittadinanza onoraria”. Il sindacato resta vicino ai giornalisti di Telesud per tutte le tutele del caso, anche legali: “Questa vicenda sarà uno dei punti dell’ordine del giorno dell’assemblea provinciale del sindacato che si terrà sabato prossimo nella sede sociale”. L'articolo Trapani, Antonini “chiude” Telesud: redazione senza elettricità e giornalisti senza stipendi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun
Il mondo del giornalismo in lutto. È morto Gianluigi Armaroli. Bolognese, classe 1948, il giornalista aveva compiuto il 20 novembre scorso 77 anni ed era in pensione da diverso tempo. Armaroli è ricordato come uno dei volti di spicco del Tg5, per cui ha lavorato dal 1992 fino alla fine della sua carriera. Per il telegiornale Mediaset – guidato all’epoca del suo arrivo da Enrico Mentana – l’uomo era corrispondente dall’Emilia Romagna. E proprio di questa Regione ha raccontato diversi avvenimenti storici, avendola vissuta per lunghissimo tempo. Armaroli si è laureato all’Accademia di Belle Arti come scenografo. Inizialmente volenteroso di intraprendere una carriera d’attore, esordisce in Radio Rai proprio come attore radiofonico. Nel mondo del giornalismo ci entrò nel 1977, collaborando con Video Bologna prima di ottenere la conduzione del tg locale Tele Carlino. Poi, nel 1984 l’arrivo in Fininvest, da cui non se ne sarebbe più andato. La notizia del decesso ha aperto l’edizione mattutina – delle 7.30 – del Tg5 e si è diffusa anche a seguito dell’annuncio sui social del direttore Clemente Mimun. Diversi messaggi di cordoglio da parte dei suoi diversi colleghi e dal mondo del giornalismo italiano, che perde una delle sue firme più riconoscibili. A commentare la notizia anche il presidente della Regione Michele de Pascale, che dice: “con lui non se ne va solo un grande giornalista, ma anche un persona garbata ed elegante che per decenni ha saputo raccontare agli italiani, con acutezza e passione, l’Emilia-Romagna, la sua terra, che amava tanto”. L'articolo È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato corrispondente a Londra e Mosca
Giornalista parlamentare, corrispondente dall’estero, anchorman del tg e conduttore di talk show. E’ morto a 74 anni Giovanni Masotti, volto storico del giornalismo televisivo e in particolare della Rai. Tra gli altri incarichi era stato anche vicedirettore di Rai2. Una parabola particolare che l’ha visto legato a lungo, almeno secondo il racconto dei giornali, a una cosiddetta “quota” di centrodestra e poi l’ha visto scendere in campo, in politica, con Democrazia Sovrana Popolare, il movimento guidato dal comunista Marco Rizzo. Masotti aveva cominciato a fare il cronista a 23 anni a Momento-sera. Quattro anni dopo debuttò come conduttore del giornale radio a Radio Monte Carlo. Alla Nazione, a Firenze, ha scritto di politica ed è diventato capocronista tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Alla Rai l’approdo avvenne nel 1988: prima l’ingresso nel Tgr della Toscana, poi il passaggio al Tg2 nel 1990. Qui ha condotto il telegiornale ma ha soprattutto guidato la redazione politica. Nel 2002 diventa vicedirettore. Un anno più tardi viene nominato capo della sede Rai di Bruxelles da dove lavora soprattutto per il Tg1, mentre tre anni più tardi è vicedirettore della seconda rete con delega all’informazione. E’ in questo periodo che diventa il volto di uno dei numerosi tentativi del centrodestra di trovare un “talk show di destra”, negli anni in cui Michele Santoro e Ballarò facevano il boom di ascolti. Tutti andarono male (il simbolo fu Excalibur di Antonio Socci, chiusa in fretta e furia). Compreso Punto e a capo che Masotti condusse insieme a Daniela Vergara, altro volto storico del Tg2. Masotti riprese allora la sua strada facendo il corrispondente per 4 anni a Londra e per altri tre a Mosca. Dopo un’ultima esperienza da inviato per l’estero, lasciò la Rai e collaborò con Videonews, per Mediaset, nel programma di Toni Capuozzo, Terra!. Come detto Masotti era tornato a far parlare di sé quando si candidò con Democrazia Sovrana Popolare alle Europee dello scorso anno. L'articolo Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato corrispondente a Londra e Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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