di Sara Gandini e Paolo Bartolini
A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente
del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti
uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le
altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi
è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe
essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto?
Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford
University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare
workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa
domanda.
Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse
ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati
solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte
sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del
conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse
diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un
rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo
nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come
ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a
salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo
di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali.
Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità
era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di
associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei
Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti.
Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto,
usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo,
usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante
notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che
in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024).
In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per
entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di
quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto
che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30
aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un
ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato
alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre
categorie professionali.
L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per
tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e
per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce”
rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia
etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni
delle Nazioni Unite.
I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei
confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza
dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione
palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al
personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione
di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi
internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al
tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica
che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la
percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro
che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”.
L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più
che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne
che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle
foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative
avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di
felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a
lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore.
Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che
continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione
formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà
che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure
come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio
persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le
compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la
violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta
la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta
(scellerata?) della moglie di separarsi.
Da circa dodici anni, i giornalisti e le giornaliste seguono corsi di formazione
sulla violenza maschile contro le donne ma la narrazione non è migliorata quanto
dovrebbe. Resistono stereotipi granitici e, con essi, le narrazioni che
colpevolizzano le vittime. Molte volte il messaggio sottinteso è chiaro: se
quella donna non avesse scelto di separarsi, se non si fosse innamorata di un
altro uomo, se avesse “rigato dritto” compiacendo le aspettative del marito,
sarebbe ancora viva. In altre parole: se le donne chiedessero il permesso per le
proprie scelte, se dicessero sempre sì, allora potrebbero vivere senza
ritorsioni.
L’articolo sul caso di Federica Torzullo, pubblicato su la Repubblica di martedì
a firma di Marco Carta e Giuseppe Scarpa, a tratti restituisce proprio questo
tipo di lettura distorta del femminicidio di cui è accusato Claudio Carlomagno.
La prima cosa che emerge dalla lettura dell’articolo è che l’ennesimo
femminicidio non viene raccontato come un crimine inscritto in un fenomeno
strutturale – che conta una donna uccisa ogni tre giorni – ma come un caso
isolato.
Fin dal titolo, il movente del crimine non è il controllo e il dominio sulla
vita di Federica Torzullo, ma ‘la separazione’. Ritorsione, vendetta, controllo
sono i non detti che pesano in quell’articolo. Carta e Scarpa ricorrono anche
alla captatio benevolentiae nei confronti dell’uomo accusato del crimine:
“L’udienza davanti al giudice era già stata fissata e il venerdì successivo si
sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva anche sull’affidamento del
figlio di dieci anni. Un bambino a cui Carlomagno si dedicava con cura e
attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”.
Claudio Carlomagno viene presentato come un “buon padre”, nonostante sia
accusato di aver ucciso brutalmente – alcuni tg ieri denunciavano una violenza
feroce – la madre di quel bambino, rendendolo orfano e sradicandolo dal suo
mondo. Ora sulle spalle fragili di un bambino di dieci anni peserà un fardello
che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo impegnerà in una lunga e dolorosa
elaborazione.
Della vittima non si racconta quanto amasse il figlio o quante volte fosse
andata a prenderlo da scuola. I due giornalisti non approfondiscono le ragioni
che l’avrebbero portata a chiedere la separazione. Scrivono di una “lite
violenta”. Eppure sappiamo che il femminicidio non è mai un fulmine a ciel
sereno: la violenza come atto finale è sempre preceduta da violenze quotidiane
esplicite o da manipolazioni che si concretizzano in mobbing familiare. Federica
Torzullo non potrà più raccontare come fosse la sua vita con l’uomo da cui si
voleva separare. Le donne sono uccise all’interno di relazioni sbilanciate, da
uomini che non contemplano altro che i propri bisogni.
In più di un passaggio, nell’articolo si sottolinea come Carlomagno quella
separazione “l’avesse subita” e come fosse stato costretto ad una “accettazione
forzata del fallimento del matrimonio”. Sono parole dei giornalisti, non
dichiarazioni dell’indagato. È un passaggio che, in modo sottile ma efficace,
rovescia i ruoli, lui vittima e lei colpevole. Lei ‘forzava’, lui ‘subiva’ ma è
morta lei. Risuona l’eco di una narrazione tossica che da anni viene portata
avanti da alcune associazioni maschiliste, che demonizzano la separazione e
descrivono le sentenze e gli accordi separativi come crimini: “i padri non
vedono più i figli”, “alle donne vanno casa, auto, figli e denaro”, “gli uomini
finiscono sotto un ponte”, ecc.
Una rappresentazione incommensurabilmente distante dalla realtà di tante donne
separate che combattono ogni giorno contro la miseria o le difficoltà
economiche. Condizioni determinate dall’aver lasciato il lavoro per occuparsi
dei figli o perché gli assegni di mantenimento non sono sufficienti a garantire
la spesa quotidiana e, spesso, sono ridotti arbitrariamente dall’ex marito.
Padri che più che ostacolati nella relazione con i figli scompaiono, assorbiti
da nuove relazioni; ma per le loro scelte non sono assassinati ogni tre giorni.
La libertà di una donna, lo sappiamo, è una minaccia al dominio dei violenti ma
non può essere raccontata, ancora, nella cronaca adottando lo stesso punto di
vista degli assassini.
Durante una formazione, anni fa, mi venne chiesto da un giornalista come si
dovevano raccontare i femminicidi, gli risposi con una domanda: come
racconterebbe un crimine di mafia?
L'articolo Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi
granitici: così si colpevolizzano le vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
Protesta dei giornalisti di Repubblica contro il patron del gruppo editoriale
Gedi John Elkann alla mostra per i 50 anni del giornale inaugurata mercoledì
all’Ex Mattatoio di Roma. Il comitato di redazione e un gruppo di redattori
hanno atteso l’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto
dal presidente di Exor, esponendo striscioni con le scritte “La Repubblica siamo
noi. Giornalismo, dignità, indipendenza” e “Elkann non è la tua festa”, suonando
fischietti e intonando il coro “Fatti vedere, Elkann fatti vedere”. Poi un sit
in contro la gestione del gruppo e l’intenzione di vendere al magnate greco
Theodore Kyriakou. “Dopo quasi sei anni di gestione disastrosa del gruppo
editoriale”, recita un volantino distribuito dai cronisti, “l’attuale
proprietario John Elkann ha deciso di vendere quel che resta di Gedi a una
società di un armatore greco. È un suo diritto ed è nostro diritto e dovere
pretendere alcune cose”. Seguono richieste su occupazione, garanzie democratiche
e trasparenza.
La rappresentanza sindacale dei giornalisti ha nel frattempo diffuso un
comunicato che definisce la presenza di Elkann alla festa “un vergognoso
schiaffo in faccia a Repubblica e alle sue lavoratrici e lavoratori. Siamo stati
lasciati fuori dalla inaugurazione della mostra al mattatoio per i 50 anni dalla
fondazione di Repubblica. Quindi chi vuole disfarsene è dentro a festeggiare,
chi Repubblica la fa ogni giorno è fuori alla stregua di fastidiosi
disturbatori. Probabilmente per non infastidire un editore che non si è mai
degnato di incontrare le rappresentanze sindacali nel pieno della vertenza per
la cessione di Gedi”, si legge.
Sempre mercoledì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega
all’Editoria, Alberto Barachini, è stato audito in commissione Cultura della
Camera sulle trattative per la vendita del gruppo. “Ci muoviamo su notizie
ufficiali, non possiamo stimolare confronti o incontri, anche se articoli di
giornali ogni giorno parlano di potenziali cordate”, ha detto. “C’è la volontà
ferma di tutelare i livelli occupazionali, il governo è in fase di vigilanza e
ascolto. Abbiamo alcuni strumenti, come gli articoli 30, 31 e 32 del contratto
di lavoro giornalistico che tutelano i trasferimenti di proprietà e gli
occupati”. Il Gruppo Antenna di Kyriakou, ha ricordato, “in fase preliminare ha
assicurato l’intenzione di rilevare l’intero gruppo Gedi, Stampa compresa,
facendo capire che alcuni asset sono ritenuti strategici” e altri potrebbero
essere “oggetto di eventuali manifestazioni di interesse” da parte di terzi. “A
domanda precisa – ha poi aggiunto riferendosi all’incontro con l’editore
Kyriakou – mi ha risposto che un imprenditore che arriva per la prima volta in
un Paese non arriva per licenziare”.
L'articolo Protesta dei giornalisti di Repubblica contro Elkann alla festa per i
50 anni del giornale: “Chi vuol disfarsi del giornale festeggia, noi fuori”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Addio al basket, il calcio in bilico e anche la televisione finisce il
liquidazione. Il braccio mediatico dell’ormai decadente impero di Valerio
Antonini a Trapani spegne la luce, anche letteralmente. L’imprenditore romano,
proprietario del Trapani Calcio e del Trapani Shark escluso lunedì dalla Serie A
di basket, mette in liquidazione Telesud e, al rientro dalle ferie forzate,
giornalisti e tecnici hanno trovato la redazione senza corrente elettrica.
Non solo perché – come ricostruito dall’Assostampa di Trapani – i dipendenti
sono stati informati con un messaggio WhatsApp che “è in fase di definizione la
messa in liquidazione della società”. I giornalisti, senza stipendio da mesi,
avevano già scioperato a dicembre e l’8 gennaio il sindacato provinciale dei
giornalisti era tornato a sollecitare la direzione generale dell’emittente tv
chiedendo “chiarimenti” sui “ritardi degli emolumenti e sul futuro dei
lavoratori”. La risposta? Nessuna.
A muoversi era stato solo l’Ispettorato del lavoro che, attraverso il Centro per
l’impiego di Trapani, si era mosso per “valutazioni proprie”. L’Assostampa
ricorda che lo spegnimento di Telesud da parte di Antonini comporta la chiusura
dell’unica televisione locale e ricorda che l’imprenditore “è stato insignito
della cittadinanza onoraria”. Il sindacato resta vicino ai giornalisti di
Telesud per tutte le tutele del caso, anche legali: “Questa vicenda sarà uno dei
punti dell’ordine del giorno dell’assemblea provinciale del sindacato che si
terrà sabato prossimo nella sede sociale”.
L'articolo Trapani, Antonini “chiude” Telesud: redazione senza elettricità e
giornalisti senza stipendi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mondo del giornalismo in lutto. È morto Gianluigi Armaroli. Bolognese, classe
1948, il giornalista aveva compiuto il 20 novembre scorso 77 anni ed era in
pensione da diverso tempo. Armaroli è ricordato come uno dei volti di spicco del
Tg5, per cui ha lavorato dal 1992 fino alla fine della sua carriera.
Per il telegiornale Mediaset – guidato all’epoca del suo arrivo da Enrico
Mentana – l’uomo era corrispondente dall’Emilia Romagna. E proprio di questa
Regione ha raccontato diversi avvenimenti storici, avendola vissuta per
lunghissimo tempo.
Armaroli si è laureato all’Accademia di Belle Arti come scenografo. Inizialmente
volenteroso di intraprendere una carriera d’attore, esordisce in Radio Rai
proprio come attore radiofonico. Nel mondo del giornalismo ci entrò nel 1977,
collaborando con Video Bologna prima di ottenere la conduzione del tg locale
Tele Carlino. Poi, nel 1984 l’arrivo in Fininvest, da cui non se ne sarebbe più
andato.
La notizia del decesso ha aperto l’edizione mattutina – delle 7.30 – del Tg5 e
si è diffusa anche a seguito dell’annuncio sui social del direttore Clemente
Mimun.
Diversi messaggi di cordoglio da parte dei suoi diversi colleghi e dal mondo del
giornalismo italiano, che perde una delle sue firme più riconoscibili. A
commentare la notizia anche il presidente della Regione Michele de Pascale, che
dice: “con lui non se ne va solo un grande giornalista, ma anche un persona
garbata ed elegante che per decenni ha saputo raccontare agli italiani, con
acutezza e passione, l’Emilia-Romagna, la sua terra, che amava tanto”.
L'articolo È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia
Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giornalista parlamentare, corrispondente dall’estero, anchorman del tg e
conduttore di talk show. E’ morto a 74 anni Giovanni Masotti, volto storico del
giornalismo televisivo e in particolare della Rai. Tra gli altri incarichi era
stato anche vicedirettore di Rai2. Una parabola particolare che l’ha visto
legato a lungo, almeno secondo il racconto dei giornali, a una cosiddetta
“quota” di centrodestra e poi l’ha visto scendere in campo, in politica, con
Democrazia Sovrana Popolare, il movimento guidato dal comunista Marco Rizzo.
Masotti aveva cominciato a fare il cronista a 23 anni a Momento-sera. Quattro
anni dopo debuttò come conduttore del giornale radio a Radio Monte Carlo. Alla
Nazione, a Firenze, ha scritto di politica ed è diventato capocronista tra la
fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Alla Rai l’approdo
avvenne nel 1988: prima l’ingresso nel Tgr della Toscana, poi il passaggio al
Tg2 nel 1990. Qui ha condotto il telegiornale ma ha soprattutto guidato la
redazione politica. Nel 2002 diventa vicedirettore. Un anno più tardi viene
nominato capo della sede Rai di Bruxelles da dove lavora soprattutto per il Tg1,
mentre tre anni più tardi è vicedirettore della seconda rete con delega
all’informazione. E’ in questo periodo che diventa il volto di uno dei numerosi
tentativi del centrodestra di trovare un “talk show di destra”, negli anni in
cui Michele Santoro e Ballarò facevano il boom di ascolti. Tutti andarono male
(il simbolo fu Excalibur di Antonio Socci, chiusa in fretta e furia). Compreso
Punto e a capo che Masotti condusse insieme a Daniela Vergara, altro volto
storico del Tg2.
Masotti riprese allora la sua strada facendo il corrispondente per 4 anni a
Londra e per altri tre a Mosca. Dopo un’ultima esperienza da inviato per
l’estero, lasciò la Rai e collaborò con Videonews, per Mediaset, nel programma
di Toni Capuozzo, Terra!. Come detto Masotti era tornato a far parlare di sé
quando si candidò con Democrazia Sovrana Popolare alle Europee dello scorso
anno.
L'articolo Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato
corrispondente a Londra e Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Picchiato per strada, vicino alla sua abitazione, mentre passeggiava. Senza
apparente motivo. È finito in ospedale il giornalista Luigi Bacialli, direttore
dei telegiornali dell’editrice Medianordest, dopo che uno sconosciuto lo ha
avvicinato e aggredito nel centro storico di Treviso. Bacialli è stato
trasportato al Cà Foncello dove si trova in pronto soccorso per valutare alcune
ferite alla testa.
Sui motivi dell’aggressione subita e sulla identità dell’aggressore, dileguatosi
dopo l’episodio, si stanno occupando gli investigatori della questura di
Treviso. Bacialli è direttore delle testate giornalistiche del network
televisivo Medianordest, della famiglia Jannacopulos, che raggruppa Rete Veneta,
Antenna Tre Nordest, Telenordest in Veneto e Telequattro e Tv12 in Friuli
Venezia Giulia. Dal 21 gennaio 2019 è presidente della Fondazione Veneto Film
Commission.
L'articolo Luigi Bacialli aggredito per strada a Treviso: ferite alla testa per
il direttore dei tg di Medianordest proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vicenda che riguarda i dipendenti di Telesud – televisione di Valerio
Antonini, presidente del Trapani Calcio e Trapani Shark – assume contorni sempre
più preoccupanti sul piano dei diritti e della libertà di stampa. Nei giorni
scorsi i giornalisti avevano annunciato lo sciopero per lunedì 15 dicembre
perché in attesa di due mensilità e della tredicesima del 2024. Adesso nessun
redattore – eccetto uno, che però non è il fiduciario eletto dall’assemblea di
redazione – può accedere al gestionale del sito per pubblicare gli articoli.
Accesso negato a tutti.
A denunciare il fatto è l’Assostampa con una nota ufficiale: “Ancora un
comportamento antisindacale dei vertici dell’azienda editoriale Telesud.
Nonostante ieri il fiduciario di redazione abbia richiesto la pubblicazione
della nota sindacale con la quale l’assemblea di redazione comunicava
l’intenzione di confermare lo sciopero proclamato per oggi, l’azienda non ha
ottemperato”. Si tratta – scrive l’Assostampa – del secondo atto dopo la
cancellazione avvenuta sabato del video del TG con la lettura del comunicato
sindacale che annunciava lo sciopero. “Oggi la segreteria di Assostampa Trapani
ha ribadito la richiesta sia al direttore generale sia al direttore responsabile
della testata giornalistica”.
Il direttore responsabile Nicola Baldarotta ha perciò comunicato, per Pec
all’azienda e al sindacato, che lo ha inutilmente richiesto, “ciò anche in
funzione del fatto che, in data 13/12/2025 e fino a questo momento, è stato
disabilitato l’accesso al sito al sottoscritto e ai componenti della redazione
(ad eccezione del collega Luigi Todaro che non è il fiduciario eletto
dall’assemblea di redazione)”. Baldarotta inoltre ha sottolineato che “dalla
data del 13 dicembre mi viene impedito di svolgere le mie funzioni, per le quali
rispondo anche in sede civile e penale”.
Sempre secondo quanto riportato dall’Assostampa, emergono inoltre altre
inadempienze da parte dell’editore nei confronti di una giornalista, assente per
malattia, a cui non viene corrisposta la mensilità che gli spetta. Una
situazione di grande incertezza quindi, con i giornalisti che dopo un incontro
di redazione, hanno comunicato di essere in ferie dal 16 al 31 dicembre. “Una
scelta presa per rasserenare gli animi e in attesa di ulteriori comunicazioni da
parte dei vertici dell’azienda”. Intanto a tre di loro è già stato annunciato
che non sarà rinnovato il contratto a tempo determinato in scadenza a fine mese.
L'articolo Telesud, l’Assostampa denuncia: “Nessun redattore può accedere al
sito, disabilitati tutti gli accessi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Tribunale di Torino ha condannato in primo grado a un anno di carcere per
lesioni aggravate i quattro militanti di CasaPound imputati per il pestaggio al
giornalista della Stampa Andrea Joly, avvenuto il 20 luglio 2024 nel capoluogo
piemontese. Il cronista stava filmando una festa con cori e fuochi d’artificio
di fronte al circolo Asso di bastoni, sede del movimento di estrema destra nel
quartiere San Salvario, quando era stato malmenato e intimidito: i quattro
aggressori erano stati identificati e arrestati un mese dopo per il pericolo di
reiterazione dei reati contestati. Si tratta di Igor Bosonin, 46 anni, già
candidato con la Lega (che poi lo ha espulso) alle comunali di Ivrea; Euclide
Rigato, 45enne tassista di Torino; Marco Berra, 35enne operaio di Cuneo; Paolo
Quintavalle, 33enne di Chivasso. Alla lettura della sentenza, gli imputati – che
hanno già annunciato appello – non erano presenti in aula.
Il giudice Luca Barillà ha disposto anche un risarcimento in favore della
vittima e delle parti civili costituite nel processo, tra cui l’Ordine dei
giornalisti e la Federazione nazionale della stampa italiana: l’importo verrà
stabilito con un separato giudizio civile. “Useremo le somme dei risarcimenti
per istituire un fondo dedicato ai colleghi vittime di aggressioni,
intimidazioni e querele temerarie”, annunciano il presidente dell’Ordine dei
giornalisti del Piemonte, Stefano Tallia, e la segretaria dell’associazione
Stampa subalpina (la costola piemontese della Fnsi) Silvia Garbarino. “L’esito
del processo che è terminato oggi sia un monito per chi aggredisce e intimidisce
i giornalisti”, afferma Tallia. Secondo l’osservatorio Ossigeno, nel primo
semestre del 2025 sono stati minacciati 361 giornalisti.
Durante il processo, uno dei condannati ha provato a giustificare l’aggressione
con il timore che Joly stesse riprendendo la figlia minorenne: se il giornalista
si fosse qualificato, ha detto, l’aggressione non sarebbe avvenuta. Una tesi che
ricorda il commento “giustificazionista” buttato lì nei giorni successivi alla
vicenda dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. Pochi giorni dopo
l’aggressione a Joly, peraltro, anche uno studente tedesco era stato aggredito
da un militante di Casa Pound all’ingresso di un pub nel cuore di San Salvario.
L'articolo Aggressione al giornalista della Stampa Andrea Joly, condanna a un
anno di carcere per 4 militanti di Casapound proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fatica a rientrare alla normalità la situazione d’incertezza in cui vivono ormai
da anni i giornalisti dell’agenzia Dire. Il comitato di redazione ha indetto –
su mandato dell’assemblea – un nuovo pacchetto di 5 giorni di sciopero e ha
proclamato l’astensione dal lavoro per martedì 9 dicembre. La protesta, non la
prima di questo autunno, è scattata perché i lavoratori dell’agenzia ricevono da
mesi lo stipendio a tranche, percependo solo un terzo della retribuzione ogni
mese.
L’azienda proprietaria dell’agenzia, ricorda il cdr in una nota, sta
attraversando “un periodo di grossa difficoltà economica, dovuta anche alla mala
gestione della proprietà precedente” ma è un costo che “non può essere scaricato
sulle lavoratrici e i lavoratori”. I dipendenti hanno dovuto affrontare “due
anni di contratti di solidarietà tra il 2021 e il 2023, a cavallo del cambio di
proprietà; pesanti tagli al personale attuati tra dicembre 2023 e luglio 2024;
la vicenda degli ex sospesi di gennaio 2024 (non ancora del tutto risolta); il
mancato pagamento degli stipendi di gennaio e febbraio 2025 (poi recuperati a
rate)” oltre al fatto che “dal mese di agosto (quindi a valere sullo stipendio
di luglio), le lavoratrici e i lavoratori dell’agenzia stanno ricevendo le loro
retribuzioni a tranche, percependo ogni mese solamente circa un terzo del
dovuto”.
L’azienda, dal canto suo, ha assicurato che gli stipendi di luglio e agosto
arriveranno entro la metà di dicembre e ha detto di voler presentare un piano di
rientro per gli arretrati maturati, ovvero una parte di settembre e ottobre e
tutto novembre. Il cdr precisa però che al tavolo sindacale del 4 dicembre
“nessuna certezza è stata fornita sul ritorno alla regolarità stipendiale e,
soprattutto, su una serena continuità aziendale nel prossimo futuro, a causa
della sospensione della convenzione con Palazzo Chigi e l’assenza del decreto di
omologa in merito al piano di rientro con l’Agenzia delle Entrate (atteso
dall’azienda dopo l’udienza del 20 ottobre scorso)”. Il comitato di redazione ha
rinnovato quindi la richiesta all’azienda “di saldare subito gli stipendi
arretrati e tornare alla regolarità retributiva, con un impegno in prima persona
dell’editore più consistente di quanto fatto finora” oltre ad aver richiesto
“appello alle autorità preposte, perché si trovi una soluzione rapida rispetto
ai nodi aziendali ancora da sciogliere, e al Dipartimento per l’Editoria perché
mantenga alta l’attenzione sulla vicenda Dire e riattivi la convenzione non
appena ci saranno le condizioni per farlo”.
La Federazione nazionale della Stampa italiana ha espresso solidarietà ai
giornalisti dell’agenzia. Il sindacato ha chiesto un impegno diretto da parte
dell’editore per il saldo degli arretrati e per il pagamento regolare degli
stipendi, rinnovando la propria disponibilità per una soluzione che possa
fornire “certezze e futuro ai giornalisti”, definiti “un importante presidio che
va tutelato”.
Solidale anche il Partito Democratico che attraverso Sandro Ruotolo –
responsabile Informazione della segreteria – specifica il proprio sostegno per
ogni iniziativa utile a “garantire continuità e tutela del lavoro” e conclude
dicendo che “pagare gli stipendi e assicurare stabilità ai lavoratori non è solo
un dovere contrattuale: è una responsabilità verso l’informazione e la
democrazia”.
L'articolo Agenzia Dire, nuovo sciopero dei giornalisti: “Stipendi a rate da
luglio”. Solidarietà dall’Fnsi proviene da Il Fatto Quotidiano.