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Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più che in altre guerre
di Sara Gandini e Paolo Bartolini A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto? Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa domanda. Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali. Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti. Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto, usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo, usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024). In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30 aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre categorie professionali. L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce” rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni delle Nazioni Unite. I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”. L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime
Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore. Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta (scellerata?) della moglie di separarsi. Da circa dodici anni, i giornalisti e le giornaliste seguono corsi di formazione sulla violenza maschile contro le donne ma la narrazione non è migliorata quanto dovrebbe. Resistono stereotipi granitici e, con essi, le narrazioni che colpevolizzano le vittime. Molte volte il messaggio sottinteso è chiaro: se quella donna non avesse scelto di separarsi, se non si fosse innamorata di un altro uomo, se avesse “rigato dritto” compiacendo le aspettative del marito, sarebbe ancora viva. In altre parole: se le donne chiedessero il permesso per le proprie scelte, se dicessero sempre sì, allora potrebbero vivere senza ritorsioni. L’articolo sul caso di Federica Torzullo, pubblicato su la Repubblica di martedì a firma di Marco Carta e Giuseppe Scarpa, a tratti restituisce proprio questo tipo di lettura distorta del femminicidio di cui è accusato Claudio Carlomagno. La prima cosa che emerge dalla lettura dell’articolo è che l’ennesimo femminicidio non viene raccontato come un crimine inscritto in un fenomeno strutturale – che conta una donna uccisa ogni tre giorni – ma come un caso isolato. Fin dal titolo, il movente del crimine non è il controllo e il dominio sulla vita di Federica Torzullo, ma ‘la separazione’. Ritorsione, vendetta, controllo sono i non detti che pesano in quell’articolo. Carta e Scarpa ricorrono anche alla captatio benevolentiae nei confronti dell’uomo accusato del crimine: “L’udienza davanti al giudice era già stata fissata e il venerdì successivo si sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva anche sull’affidamento del figlio di dieci anni. Un bambino a cui Carlomagno si dedicava con cura e attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”. Claudio Carlomagno viene presentato come un “buon padre”, nonostante sia accusato di aver ucciso brutalmente – alcuni tg ieri denunciavano una violenza feroce – la madre di quel bambino, rendendolo orfano e sradicandolo dal suo mondo. Ora sulle spalle fragili di un bambino di dieci anni peserà un fardello che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo impegnerà in una lunga e dolorosa elaborazione. Della vittima non si racconta quanto amasse il figlio o quante volte fosse andata a prenderlo da scuola. I due giornalisti non approfondiscono le ragioni che l’avrebbero portata a chiedere la separazione. Scrivono di una “lite violenta”. Eppure sappiamo che il femminicidio non è mai un fulmine a ciel sereno: la violenza come atto finale è sempre preceduta da violenze quotidiane esplicite o da manipolazioni che si concretizzano in mobbing familiare. Federica Torzullo non potrà più raccontare come fosse la sua vita con l’uomo da cui si voleva separare. Le donne sono uccise all’interno di relazioni sbilanciate, da uomini che non contemplano altro che i propri bisogni. In più di un passaggio, nell’articolo si sottolinea come Carlomagno quella separazione “l’avesse subita” e come fosse stato costretto ad una “accettazione forzata del fallimento del matrimonio”. Sono parole dei giornalisti, non dichiarazioni dell’indagato. È un passaggio che, in modo sottile ma efficace, rovescia i ruoli, lui vittima e lei colpevole. Lei ‘forzava’, lui ‘subiva’ ma è morta lei. Risuona l’eco di una narrazione tossica che da anni viene portata avanti da alcune associazioni maschiliste, che demonizzano la separazione e descrivono le sentenze e gli accordi separativi come crimini: “i padri non vedono più i figli”, “alle donne vanno casa, auto, figli e denaro”, “gli uomini finiscono sotto un ponte”, ecc. Una rappresentazione incommensurabilmente distante dalla realtà di tante donne separate che combattono ogni giorno contro la miseria o le difficoltà economiche. Condizioni determinate dall’aver lasciato il lavoro per occuparsi dei figli o perché gli assegni di mantenimento non sono sufficienti a garantire la spesa quotidiana e, spesso, sono ridotti arbitrariamente dall’ex marito. Padri che più che ostacolati nella relazione con i figli scompaiono, assorbiti da nuove relazioni; ma per le loro scelte non sono assassinati ogni tre giorni. La libertà di una donna, lo sappiamo, è una minaccia al dominio dei violenti ma non può essere raccontata, ancora, nella cronaca adottando lo stesso punto di vista degli assassini. Durante una formazione, anni fa, mi venne chiesto da un giornalista come si dovevano raccontare i femminicidi, gli risposi con una domanda: come racconterebbe un crimine di mafia? L'articolo Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Protesta dei giornalisti di Repubblica contro Elkann alla festa per i 50 anni del giornale: “Chi vuol disfarsi del giornale festeggia, noi fuori”
Protesta dei giornalisti di Repubblica contro il patron del gruppo editoriale Gedi John Elkann alla mostra per i 50 anni del giornale inaugurata mercoledì all’Ex Mattatoio di Roma. Il comitato di redazione e un gruppo di redattori hanno atteso l’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto dal presidente di Exor, esponendo striscioni con le scritte “La Repubblica siamo noi. Giornalismo, dignità, indipendenza” e “Elkann non è la tua festa”, suonando fischietti e intonando il coro “Fatti vedere, Elkann fatti vedere”. Poi un sit in contro la gestione del gruppo e l’intenzione di vendere al magnate greco Theodore Kyriakou. “Dopo quasi sei anni di gestione disastrosa del gruppo editoriale”, recita un volantino distribuito dai cronisti, “l’attuale proprietario John Elkann ha deciso di vendere quel che resta di Gedi a una società di un armatore greco. È un suo diritto ed è nostro diritto e dovere pretendere alcune cose”. Seguono richieste su occupazione, garanzie democratiche e trasparenza. La rappresentanza sindacale dei giornalisti ha nel frattempo diffuso un comunicato che definisce la presenza di Elkann alla festa “un vergognoso schiaffo in faccia a Repubblica e alle sue lavoratrici e lavoratori. Siamo stati lasciati fuori dalla inaugurazione della mostra al mattatoio per i 50 anni dalla fondazione di Repubblica. Quindi chi vuole disfarsene è dentro a festeggiare, chi Repubblica la fa ogni giorno è fuori alla stregua di fastidiosi disturbatori. Probabilmente per non infastidire un editore che non si è mai degnato di incontrare le rappresentanze sindacali nel pieno della vertenza per la cessione di Gedi”, si legge. Sempre mercoledì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Alberto Barachini, è stato audito in commissione Cultura della Camera sulle trattative per la vendita del gruppo. “Ci muoviamo su notizie ufficiali, non possiamo stimolare confronti o incontri, anche se articoli di giornali ogni giorno parlano di potenziali cordate”, ha detto. “C’è la volontà ferma di tutelare i livelli occupazionali, il governo è in fase di vigilanza e ascolto. Abbiamo alcuni strumenti, come gli articoli 30, 31 e 32 del contratto di lavoro giornalistico che tutelano i trasferimenti di proprietà e gli occupati”. Il Gruppo Antenna di Kyriakou, ha ricordato, “in fase preliminare ha assicurato l’intenzione di rilevare l’intero gruppo Gedi, Stampa compresa, facendo capire che alcuni asset sono ritenuti strategici” e altri potrebbero essere “oggetto di eventuali manifestazioni di interesse” da parte di terzi. “A domanda precisa – ha poi aggiunto riferendosi all’incontro con l’editore Kyriakou – mi ha risposto che un imprenditore che arriva per la prima volta in un Paese non arriva per licenziare”. L'articolo Protesta dei giornalisti di Repubblica contro Elkann alla festa per i 50 anni del giornale: “Chi vuol disfarsi del giornale festeggia, noi fuori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trapani, Antonini “chiude” Telesud: redazione senza elettricità e giornalisti senza stipendi
Addio al basket, il calcio in bilico e anche la televisione finisce il liquidazione. Il braccio mediatico dell’ormai decadente impero di Valerio Antonini a Trapani spegne la luce, anche letteralmente. L’imprenditore romano, proprietario del Trapani Calcio e del Trapani Shark escluso lunedì dalla Serie A di basket, mette in liquidazione Telesud e, al rientro dalle ferie forzate, giornalisti e tecnici hanno trovato la redazione senza corrente elettrica. Non solo perché – come ricostruito dall’Assostampa di Trapani – i dipendenti sono stati informati con un messaggio WhatsApp che “è in fase di definizione la messa in liquidazione della società”. I giornalisti, senza stipendio da mesi, avevano già scioperato a dicembre e l’8 gennaio il sindacato provinciale dei giornalisti era tornato a sollecitare la direzione generale dell’emittente tv chiedendo “chiarimenti” sui “ritardi degli emolumenti e sul futuro dei lavoratori”. La risposta? Nessuna. A muoversi era stato solo l’Ispettorato del lavoro che, attraverso il Centro per l’impiego di Trapani, si era mosso per “valutazioni proprie”. L’Assostampa ricorda che lo spegnimento di Telesud da parte di Antonini comporta la chiusura dell’unica televisione locale e ricorda che l’imprenditore “è stato insignito della cittadinanza onoraria”. Il sindacato resta vicino ai giornalisti di Telesud per tutte le tutele del caso, anche legali: “Questa vicenda sarà uno dei punti dell’ordine del giorno dell’assemblea provinciale del sindacato che si terrà sabato prossimo nella sede sociale”. L'articolo Trapani, Antonini “chiude” Telesud: redazione senza elettricità e giornalisti senza stipendi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun
Il mondo del giornalismo in lutto. È morto Gianluigi Armaroli. Bolognese, classe 1948, il giornalista aveva compiuto il 20 novembre scorso 77 anni ed era in pensione da diverso tempo. Armaroli è ricordato come uno dei volti di spicco del Tg5, per cui ha lavorato dal 1992 fino alla fine della sua carriera. Per il telegiornale Mediaset – guidato all’epoca del suo arrivo da Enrico Mentana – l’uomo era corrispondente dall’Emilia Romagna. E proprio di questa Regione ha raccontato diversi avvenimenti storici, avendola vissuta per lunghissimo tempo. Armaroli si è laureato all’Accademia di Belle Arti come scenografo. Inizialmente volenteroso di intraprendere una carriera d’attore, esordisce in Radio Rai proprio come attore radiofonico. Nel mondo del giornalismo ci entrò nel 1977, collaborando con Video Bologna prima di ottenere la conduzione del tg locale Tele Carlino. Poi, nel 1984 l’arrivo in Fininvest, da cui non se ne sarebbe più andato. La notizia del decesso ha aperto l’edizione mattutina – delle 7.30 – del Tg5 e si è diffusa anche a seguito dell’annuncio sui social del direttore Clemente Mimun. Diversi messaggi di cordoglio da parte dei suoi diversi colleghi e dal mondo del giornalismo italiano, che perde una delle sue firme più riconoscibili. A commentare la notizia anche il presidente della Regione Michele de Pascale, che dice: “con lui non se ne va solo un grande giornalista, ma anche un persona garbata ed elegante che per decenni ha saputo raccontare agli italiani, con acutezza e passione, l’Emilia-Romagna, la sua terra, che amava tanto”. L'articolo È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato corrispondente a Londra e Mosca
Giornalista parlamentare, corrispondente dall’estero, anchorman del tg e conduttore di talk show. E’ morto a 74 anni Giovanni Masotti, volto storico del giornalismo televisivo e in particolare della Rai. Tra gli altri incarichi era stato anche vicedirettore di Rai2. Una parabola particolare che l’ha visto legato a lungo, almeno secondo il racconto dei giornali, a una cosiddetta “quota” di centrodestra e poi l’ha visto scendere in campo, in politica, con Democrazia Sovrana Popolare, il movimento guidato dal comunista Marco Rizzo. Masotti aveva cominciato a fare il cronista a 23 anni a Momento-sera. Quattro anni dopo debuttò come conduttore del giornale radio a Radio Monte Carlo. Alla Nazione, a Firenze, ha scritto di politica ed è diventato capocronista tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Alla Rai l’approdo avvenne nel 1988: prima l’ingresso nel Tgr della Toscana, poi il passaggio al Tg2 nel 1990. Qui ha condotto il telegiornale ma ha soprattutto guidato la redazione politica. Nel 2002 diventa vicedirettore. Un anno più tardi viene nominato capo della sede Rai di Bruxelles da dove lavora soprattutto per il Tg1, mentre tre anni più tardi è vicedirettore della seconda rete con delega all’informazione. E’ in questo periodo che diventa il volto di uno dei numerosi tentativi del centrodestra di trovare un “talk show di destra”, negli anni in cui Michele Santoro e Ballarò facevano il boom di ascolti. Tutti andarono male (il simbolo fu Excalibur di Antonio Socci, chiusa in fretta e furia). Compreso Punto e a capo che Masotti condusse insieme a Daniela Vergara, altro volto storico del Tg2. Masotti riprese allora la sua strada facendo il corrispondente per 4 anni a Londra e per altri tre a Mosca. Dopo un’ultima esperienza da inviato per l’estero, lasciò la Rai e collaborò con Videonews, per Mediaset, nel programma di Toni Capuozzo, Terra!. Come detto Masotti era tornato a far parlare di sé quando si candidò con Democrazia Sovrana Popolare alle Europee dello scorso anno. L'articolo Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato corrispondente a Londra e Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Luigi Bacialli aggredito per strada a Treviso: ferite alla testa per il direttore dei tg di Medianordest
Picchiato per strada, vicino alla sua abitazione, mentre passeggiava. Senza apparente motivo. È finito in ospedale il giornalista Luigi Bacialli, direttore dei telegiornali dell’editrice Medianordest, dopo che uno sconosciuto lo ha avvicinato e aggredito nel centro storico di Treviso. Bacialli è stato trasportato al Cà Foncello dove si trova in pronto soccorso per valutare alcune ferite alla testa. Sui motivi dell’aggressione subita e sulla identità dell’aggressore, dileguatosi dopo l’episodio, si stanno occupando gli investigatori della questura di Treviso. Bacialli è direttore delle testate giornalistiche del network televisivo Medianordest, della famiglia Jannacopulos, che raggruppa Rete Veneta, Antenna Tre Nordest, Telenordest in Veneto e Telequattro e Tv12 in Friuli Venezia Giulia. Dal 21 gennaio 2019 è presidente della Fondazione Veneto Film Commission. L'articolo Luigi Bacialli aggredito per strada a Treviso: ferite alla testa per il direttore dei tg di Medianordest proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Telesud, l’Assostampa denuncia: “Nessun redattore può accedere al sito, disabilitati tutti gli accessi”
La vicenda che riguarda i dipendenti di Telesud – televisione di Valerio Antonini, presidente del Trapani Calcio e Trapani Shark – assume contorni sempre più preoccupanti sul piano dei diritti e della libertà di stampa. Nei giorni scorsi i giornalisti avevano annunciato lo sciopero per lunedì 15 dicembre perché in attesa di due mensilità e della tredicesima del 2024. Adesso nessun redattore – eccetto uno, che però non è il fiduciario eletto dall’assemblea di redazione – può accedere al gestionale del sito per pubblicare gli articoli. Accesso negato a tutti. A denunciare il fatto è l’Assostampa con una nota ufficiale: “Ancora un comportamento antisindacale dei vertici dell’azienda editoriale Telesud. Nonostante ieri il fiduciario di redazione abbia richiesto la pubblicazione della nota sindacale con la quale l’assemblea di redazione comunicava l’intenzione di confermare lo sciopero proclamato per oggi, l’azienda non ha ottemperato”. Si tratta – scrive l’Assostampa – del secondo atto dopo la cancellazione avvenuta sabato del video del TG con la lettura del comunicato sindacale che annunciava lo sciopero. “Oggi la segreteria di Assostampa Trapani ha ribadito la richiesta sia al direttore generale sia al direttore responsabile della testata giornalistica”. Il direttore responsabile Nicola Baldarotta ha perciò comunicato, per Pec all’azienda e al sindacato, che lo ha inutilmente richiesto, “ciò anche in funzione del fatto che, in data 13/12/2025 e fino a questo momento, è stato disabilitato l’accesso al sito al sottoscritto e ai componenti della redazione (ad eccezione del collega Luigi Todaro che non è il fiduciario eletto dall’assemblea di redazione)”. Baldarotta inoltre ha sottolineato che “dalla data del 13 dicembre mi viene impedito di svolgere le mie funzioni, per le quali rispondo anche in sede civile e penale”. Sempre secondo quanto riportato dall’Assostampa, emergono inoltre altre inadempienze da parte dell’editore nei confronti di una giornalista, assente per malattia, a cui non viene corrisposta la mensilità che gli spetta. Una situazione di grande incertezza quindi, con i giornalisti che dopo un incontro di redazione, hanno comunicato di essere in ferie dal 16 al 31 dicembre. “Una scelta presa per rasserenare gli animi e in attesa di ulteriori comunicazioni da parte dei vertici dell’azienda”. Intanto a tre di loro è già stato annunciato che non sarà rinnovato il contratto a tempo determinato in scadenza a fine mese. L'articolo Telesud, l’Assostampa denuncia: “Nessun redattore può accedere al sito, disabilitati tutti gli accessi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Aggressione al giornalista della Stampa Andrea Joly, condanna a un anno di carcere per 4 militanti di Casapound
Il Tribunale di Torino ha condannato in primo grado a un anno di carcere per lesioni aggravate i quattro militanti di CasaPound imputati per il pestaggio al giornalista della Stampa Andrea Joly, avvenuto il 20 luglio 2024 nel capoluogo piemontese. Il cronista stava filmando una festa con cori e fuochi d’artificio di fronte al circolo Asso di bastoni, sede del movimento di estrema destra nel quartiere San Salvario, quando era stato malmenato e intimidito: i quattro aggressori erano stati identificati e arrestati un mese dopo per il pericolo di reiterazione dei reati contestati. Si tratta di Igor Bosonin, 46 anni, già candidato con la Lega (che poi lo ha espulso) alle comunali di Ivrea; Euclide Rigato, 45enne tassista di Torino; Marco Berra, 35enne operaio di Cuneo; Paolo Quintavalle, 33enne di Chivasso. Alla lettura della sentenza, gli imputati – che hanno già annunciato appello – non erano presenti in aula. Il giudice Luca Barillà ha disposto anche un risarcimento in favore della vittima e delle parti civili costituite nel processo, tra cui l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa italiana: l’importo verrà stabilito con un separato giudizio civile. “Useremo le somme dei risarcimenti per istituire un fondo dedicato ai colleghi vittime di aggressioni, intimidazioni e querele temerarie”, annunciano il presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, Stefano Tallia, e la segretaria dell’associazione Stampa subalpina (la costola piemontese della Fnsi) Silvia Garbarino. “L’esito del processo che è terminato oggi sia un monito per chi aggredisce e intimidisce i giornalisti”, afferma Tallia. Secondo l’osservatorio Ossigeno, nel primo semestre del 2025 sono stati minacciati 361 giornalisti. Durante il processo, uno dei condannati ha provato a giustificare l’aggressione con il timore che Joly stesse riprendendo la figlia minorenne: se il giornalista si fosse qualificato, ha detto, l’aggressione non sarebbe avvenuta. Una tesi che ricorda il commento “giustificazionista” buttato lì nei giorni successivi alla vicenda dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. Pochi giorni dopo l’aggressione a Joly, peraltro, anche uno studente tedesco era stato aggredito da un militante di Casa Pound all’ingresso di un pub nel cuore di San Salvario. L'articolo Aggressione al giornalista della Stampa Andrea Joly, condanna a un anno di carcere per 4 militanti di Casapound proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Agenzia Dire, nuovo sciopero dei giornalisti: “Stipendi a rate da luglio”. Solidarietà dall’Fnsi
Fatica a rientrare alla normalità la situazione d’incertezza in cui vivono ormai da anni i giornalisti dell’agenzia Dire. Il comitato di redazione ha indetto – su mandato dell’assemblea – un nuovo pacchetto di 5 giorni di sciopero e ha proclamato l’astensione dal lavoro per martedì 9 dicembre. La protesta, non la prima di questo autunno, è scattata perché i lavoratori dell’agenzia ricevono da mesi lo stipendio a tranche, percependo solo un terzo della retribuzione ogni mese. L’azienda proprietaria dell’agenzia, ricorda il cdr in una nota, sta attraversando “un periodo di grossa difficoltà economica, dovuta anche alla mala gestione della proprietà precedente” ma è un costo che “non può essere scaricato sulle lavoratrici e i lavoratori”. I dipendenti hanno dovuto affrontare “due anni di contratti di solidarietà tra il 2021 e il 2023, a cavallo del cambio di proprietà; pesanti tagli al personale attuati tra dicembre 2023 e luglio 2024; la vicenda degli ex sospesi di gennaio 2024 (non ancora del tutto risolta); il mancato pagamento degli stipendi di gennaio e febbraio 2025 (poi recuperati a rate)” oltre al fatto che “dal mese di agosto (quindi a valere sullo stipendio di luglio), le lavoratrici e i lavoratori dell’agenzia stanno ricevendo le loro retribuzioni a tranche, percependo ogni mese solamente circa un terzo del dovuto”. L’azienda, dal canto suo, ha assicurato che gli stipendi di luglio e agosto arriveranno entro la metà di dicembre e ha detto di voler presentare un piano di rientro per gli arretrati maturati, ovvero una parte di settembre e ottobre e tutto novembre. Il cdr precisa però che al tavolo sindacale del 4 dicembre “nessuna certezza è stata fornita sul ritorno alla regolarità stipendiale e, soprattutto, su una serena continuità aziendale nel prossimo futuro, a causa della sospensione della convenzione con Palazzo Chigi e l’assenza del decreto di omologa in merito al piano di rientro con l’Agenzia delle Entrate (atteso dall’azienda dopo l’udienza del 20 ottobre scorso)”. Il comitato di redazione ha rinnovato quindi la richiesta all’azienda “di saldare subito gli stipendi arretrati e tornare alla regolarità retributiva, con un impegno in prima persona dell’editore più consistente di quanto fatto finora” oltre ad aver richiesto “appello alle autorità preposte, perché si trovi una soluzione rapida rispetto ai nodi aziendali ancora da sciogliere, e al Dipartimento per l’Editoria perché mantenga alta l’attenzione sulla vicenda Dire e riattivi la convenzione non appena ci saranno le condizioni per farlo”. La Federazione nazionale della Stampa italiana ha espresso solidarietà ai giornalisti dell’agenzia. Il sindacato ha chiesto un impegno diretto da parte dell’editore per il saldo degli arretrati e per il pagamento regolare degli stipendi, rinnovando la propria disponibilità per una soluzione che possa fornire “certezze e futuro ai giornalisti”, definiti “un importante presidio che va tutelato”. Solidale anche il Partito Democratico che attraverso Sandro Ruotolo – responsabile Informazione della segreteria – specifica il proprio sostegno per ogni iniziativa utile a “garantire continuità e tutela del lavoro” e conclude dicendo che “pagare gli stipendi e assicurare stabilità ai lavoratori non è solo un dovere contrattuale: è una responsabilità verso l’informazione e la democrazia”. L'articolo Agenzia Dire, nuovo sciopero dei giornalisti: “Stipendi a rate da luglio”. Solidarietà dall’Fnsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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