C’è un’industria che in Italia è cresciuta del 47%, ma c’è poco da essere
orgogliosi. E’ la fabbrica che produce giornalisti minacciati, intimiditi,
aggrediti fisicamente o attraverso atti giudiziari strumentali e infondati, con
lo scopo di spezzare le loro penne e isolarli dal loro contesto professionale e
sociale. Nell’ultimo anno sono 759 i cronisti colpiti da persone, politici o
istituzioni che hanno provato a impedire o condizionare il loro lavoro. Nel 2024
erano “solo” 516. Ed anche nell’ultimo anno abbiamo ribadito un primato: quello
del paese europeo con più giornalisti minacciati, con più giornalisti sotto
scorta e protetti dalle forze dell’ordine con altre forme di tutela.
Sono i dati sfornati dal Rapporto 2025 sulla libertà di stampa in Italia,
realizzato dall’Osservatorio Ossigeno per l’informazione. Ci hanno lavorato il
presidente dell’associazione, Alberto Spampinato, e le colleghe Laura Turriziani
e Grazia Pia Attolini. Hanno messo in rete e collazionato segnalazioni
provenienti dal tutto il paese, per sintetizzarli in un dossier presentato oggi
alla Casa del Jazz, bene confiscato alla mafia romana e sede dell’associazione,
nel corso del convegno “Ottomila giornalisti minacciati naufraghi
dell’informazione: come aiutarli?”, promosso da Ossigeno in collaborazione con
l’Ordine dei giornalisti del Lazio. Riguardano casi di tutti i tipi: dai
direttori di importanti e potenti testate nazionali, passando per i redattori in
prima linea di trasmissioni tv, fino a sconosciuti cronisti di territori
periferici.
I DATI
La percentuale delle minacce e intimidazioni che fanno uso della violenza è
rimasta molto alta (77%) con punte che in alcune regioni hanno superato il 90%.
Le aggressioni sono aumentate del 7%, i danneggiamenti sono cresciuti del 19%,
mentre gli avvertimenti sono diminuiti del 17%. Significa che gli episodi in cui
si è fatto esplicito uso della violenza sono aumentati del 26% rispetto a quelli
in cui la violenza è stata solo minacciata. Non è un lieve cambiamento, senza
contare che nel 2024 questi episodi erano già aumentati del +23% . Il 2025 è
stato caratterizzato anche da una forte crescita (da 60 a 81, pari a +38%) degli
episodi di intimidazione collettiva (cioè contro gruppi di giornalisti o di
intere redazioni).
Le azioni legali a scopo intimidatorio configurabili come SLAPPs (querele
pretestuose, cause civili per risarcimento da diffamazione, diffide, eccetera)
documentate pubblicamente e in dettaglio sono state 57 (+67%) e hanno colpito
117 giornalisti (+105%). Nel 2024 erano stati rilevati 34 episodi a danno di 57
giornalisti. Il 2025 è stato caratterizzato anche da una forte crescita (da 60 a
81, pari a +38%) degli episodi di intimidazione collettiva (cioè contro gruppi
di giornalisti o di intere redazioni). Sono comparsi anche episodi inediti di
sorveglianza elettronica e di spionaggio illecito di giornalisti investigativi,
con l’impiego di software molto invasivi.
Le intimidazioni e le minacce hanno continuato a colpire tutto il Paese, ma
Piemonte, Lombardia e Lazio sono risultati i territori con più giornalisti
minacciati. In queste tre regioni Ossigeno ha rilevato la metà di tutte le
minacce e ha documentato gli episodi più gravi e rilevanti nel 2025. Il Piemonte
è passato da zero giornalisti minacciati nel 2023 a 148 nel 2025; la Lombardia
da 13 di due anni fa a 122 dello scorso anno. Il Lazio, che ha conosciuto un
live calo nel 2024, nonostante nel 2025 sia scesa al terzo posto per numero di
vittime, resta la regione dove dal 2012 si concentra la percentuale più alta di
operatori/trici dell’informazione.
UN ANNO NERO
“Fin dai primi mesi del 2025 ci sono stati attacchi gravissimi contro i
giornalisti, ma non è stata adottata nessuna contromisura”, commenta Alberto
Spampinato presidente di Ossigeno. Nonostante l’anno nero, però, “uno spiraglio
di luce è apparso quando l’Ordine nazionale dei Giornalisti, con una iniziativa
politica che non ha precedenti, ha lanciato l’allarme rosso sull’escalation di
minacce e intimidazioni ai giornalisti che era in atto”.
L'articolo Aumentano del 47% i giornalisti minacciati. Il dossier di ‘Ossigeno
per l’Informazione’: “Il 2025 anno nero con uno spiraglio di luce” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Giornalisti
Federico Ruffo alla conduzione di “Mi manda Raitre” si è raccontato tra pubblico
e privato in una intervista al settimanale Oggi. Il giornalista ha ammesso:
“C’è, però, un momento particolare nella mia vita: quando la mia prima moglie
per motivi suoi, personali, mi trascinò a San Giovanni Rotondo per andare a fare
visita alle spoglie di Padre Pio“.
E ancora: “Voleva anche fare visita a Fra Modestino che era stato molto vicino a
Padre Pio. Si diceva avesse capacità predittive, lui la guardò e le disse che io
e lei non saremmo rimasti insieme, il che sembrava folle perché c’eravamo appena
sposati. E che lei avrebbe avuto un figlio da un altro amore. Ricordo che ne fui
scocciato. Il tempo però gli ha dato ragione: ci lasciammo, si è risposata e ha
un bambino bellissimo”.
“Non potevo negare che stare là dentro era stato strano, qualcosa di
impalpabile. – ha raccontato – Poi, venne il dolore di separarmi, stavamo
insieme sin da bambini. E, all’improvviso, ricordai: era andata come ci aveva
detto il frate”.
Tra i tanti lavori di Ruffo una inchiesta in Thailandia che ha fatto discutere:
“Ti domandi se c’è un Dio che viva a tutte le latitudini, se ogni tanto si
distrae, se si nasconda. Io ci arrivai facendo un’inchiesta sui viaggi della
prostituzione. L’intera economia della città di Pattaya ruotava attorno alla
prostituzione. Non c’era nient’altro. Una specie di girone dantesco dove tutte
le donne e tutti gli uomini erano in vendita. Non era mai una questione di sì o
no, ma solo di prezzo. È come stare a via Veneto il giorno prima di Natale solo
che non ci sono i regali, ci sono prostitute. Ci avevano fatti soggiornare in un
hotel che era anche un bordello. Quindi tu la mattina facevi colazione, poi il
posto dove facevi colazione diventava il posto dove le ragazze si muovevano
avanti e indietro con un numero. Dalla tv della tua camera potevi guardare,
chiamare e dire Mandami su la 22″.
L'articolo “La Thailandia? Girone dantesco dove tutte le donne e tutti gli
uomini erano in vendita. Da Padre Pio dissero che avrei divorziato, andò così”:
parla Federico Ruffo proviene da Il Fatto Quotidiano.
A dieci anni esatti dalla scadenza dell’ultimo contratto e nell’ambito della
vertenza per il rinnovo contrattuale (che si protrae ormai da due anni), la
Federazione nazionale della Stampa italiana ha proclamato altre due giornate di
sciopero unitario. Dopo lo sciopero dello scorso 28 novembre, la nuova protesta
si terrà venerdì 27 marzo e giovedì 16 aprile 2026, quest’ultima data potrebbe
subire spostamenti per consentire a tutti i giornalisti, anche quelli della Rai,
di aderire alla mobilitazione.
Il primo aprile la Fnsi ha convocato anche una manifestazione nazionale a
Torino: iniziativa – specifica il sindacato unitario – “che vuole unire sia i
temi del rinnovo contrattuale, sia la crisi che riguarda le testate del Gruppo
Gedi La Stampa e Repubblica (oltre alle radio e all’online), per le quali sono
in corso svendite, più che cessioni, da parte dell’editore Elkann”.
Il sindacato, si legge in una nota, “rifiuta le risposte della Fieg sul rinnovo
contrattuale. La Fnsi lotta per mantenere le tutele per i giornalisti e per il
futuro dell’informazione e non si può accontentare di risposte algebriche e
miopi che stanno riducendo l’informazione stessa ad un terreno incolto per
l’intelligenza artificiale e lo sfruttamento di manodopera intellettuale. Gli
editori continuano a prendere finanziamenti, eppure senza riuscire a immaginare
un futuro per l’informazione e i suoi lavoratori, che siano dipendenti o
collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori autonomi. Viviamo il grande
paradosso di una società che consuma informazione e di editori che bruciano chi
fa informazione”.
L'articolo Rinnovo del contratto dei giornalisti, la Fnsi proclama altre 2
giornate di sciopero il 27 marzo e il 16 aprile proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morta all’età di 71 anni la giornalista Giovanna Casadio, a lungo cronista
parlamentare e politica per la Repubblica. Nata a Trapani e cresciuta a Salerno,
viveva da tempo a Roma. Nella sua carriera ha anche scritto diversi libri. Tra
questi: “Quel che è di Cesare”, “I doveri della libertà. Dialogo con Emma
Bonino”, “Non seguire il mondo come va. Rabbia, coraggio, speranza e altre
emozioni politiche”, “Dove si guarda è quello che siamo”, “Diario di bordo dei
sindaci”. A dare la notizia è stato lo stesso quotidiano: “Addio alla nostra
Giovanna Casadio, caparbia gentildonna del giornalismo politico”, si legge.
L’Associazione stampa parlamentare esprime il suo più sentito e profondo
cordoglio per la scomparsa: “Con sorriso e gentilezza – si legge nella nota –
Giovanna ha saputo raccontare la politica italiana e le battaglie civili che
l’hanno accompagnata sempre con grande dedizione, equilibrio e obiettività. Alla
sua famiglia, ai suoi due figli, vanno le condoglianze più sentite di tutti
noi”.
Tanti i messaggio di cordoglio dal mondo della politica, a partire dal
presidente del Senato Ignazio La Russa: “Ho telefonato personalmente al
direttore Mario Orfeo per rivolgere a lui e alla redazione la vicinanza mia
personale e del Senato della Repubblica”, ha dichiarato. “Mi unisco al dolore
dei suoi familiari e di chi ha condiviso il suo percorso lavorativo. Un pensiero
al direttore e a tutta la redazione di Repubblica”, dichiara il presidente della
Camera dei deputati, Lorenzo Fontana. Una scomparsa che “rattrista profondamente
l’Anci e tutti quei sindaci e amministratori che, per decenni, ne hanno
apprezzato il rigore professionale e la grande attenzione per i Comuni, le
realtà locali, i territori”, si legge in una nota dell’Anci.
“Apprendo con dolore della scomparsa di Giovanna Casadio ed esprimo profondo
cordoglio anche a nome di tutta la comunità democratica. Giornalista attenta,
rigorosa e appassionata, saggista, donna colta e gentile. Ci mancherà molto.
Siamo vicini ai suoi familiari, alle colleghe e ai colleghi e a tutte e tutti
quelli che le hanno voluto bene”, ha dichiarato la segretaria del Pd Elly
Schlein. Per la presidente della commissione di vigilanza Rai Barbara Floridia
(M5s) con la sua scomparsa “perdiamo una figura stimata e appassionata del
giornalismo politico italiano, che con rigore e profondità ha raccontato per
anni la vita politica del nostro Paese e le storie che la attraversano”. Anche
Matteo Renzi e i parlamentari di Italia Viva hanno espresso il loro “profondo
cordoglio”: “Nel corso della sua lunga carriera ha raccontato con passione la
vita politica italiana, contribuendo con competenza e serietà al dibattito
pubblico”, si legge in una nota di Iv. “È stata una giornalista raffinata e di
alto valore, brillante, testarda, capace di battute sottili e taglienti. Una
grande professionista, una bella persona”, ha detto Carlo Calenda. Per Angelo
Bonelli deputato Avs e co-portavoce Europa Verde si tratta di “una perdita
dolorosa per il giornalismo parlamentare e per la qualità della nostra
democrazia”.
L'articolo È morta la giornalista Giovanna Casadio, la cronista parlamentare de
la Repubblica aveva 71 anni. Il cordoglio della politica proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente
del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti
uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le
altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi
è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe
essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto?
Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford
University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare
workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa
domanda.
Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse
ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati
solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte
sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del
conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse
diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un
rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo
nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come
ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a
salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo
di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali.
Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità
era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di
associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei
Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti.
Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto,
usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo,
usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante
notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che
in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024).
In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per
entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di
quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto
che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30
aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un
ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato
alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre
categorie professionali.
L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per
tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e
per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce”
rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia
etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni
delle Nazioni Unite.
I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei
confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza
dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione
palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al
personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione
di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi
internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al
tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica
che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la
percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro
che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”.
L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più
che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne
che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle
foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative
avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di
felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a
lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore.
Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che
continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione
formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà
che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure
come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio
persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le
compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la
violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta
la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta
(scellerata?) della moglie di separarsi.
Da circa dodici anni, i giornalisti e le giornaliste seguono corsi di formazione
sulla violenza maschile contro le donne ma la narrazione non è migliorata quanto
dovrebbe. Resistono stereotipi granitici e, con essi, le narrazioni che
colpevolizzano le vittime. Molte volte il messaggio sottinteso è chiaro: se
quella donna non avesse scelto di separarsi, se non si fosse innamorata di un
altro uomo, se avesse “rigato dritto” compiacendo le aspettative del marito,
sarebbe ancora viva. In altre parole: se le donne chiedessero il permesso per le
proprie scelte, se dicessero sempre sì, allora potrebbero vivere senza
ritorsioni.
L’articolo sul caso di Federica Torzullo, pubblicato su la Repubblica di martedì
a firma di Marco Carta e Giuseppe Scarpa, a tratti restituisce proprio questo
tipo di lettura distorta del femminicidio di cui è accusato Claudio Carlomagno.
La prima cosa che emerge dalla lettura dell’articolo è che l’ennesimo
femminicidio non viene raccontato come un crimine inscritto in un fenomeno
strutturale – che conta una donna uccisa ogni tre giorni – ma come un caso
isolato.
Fin dal titolo, il movente del crimine non è il controllo e il dominio sulla
vita di Federica Torzullo, ma ‘la separazione’. Ritorsione, vendetta, controllo
sono i non detti che pesano in quell’articolo. Carta e Scarpa ricorrono anche
alla captatio benevolentiae nei confronti dell’uomo accusato del crimine:
“L’udienza davanti al giudice era già stata fissata e il venerdì successivo si
sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva anche sull’affidamento del
figlio di dieci anni. Un bambino a cui Carlomagno si dedicava con cura e
attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”.
Claudio Carlomagno viene presentato come un “buon padre”, nonostante sia
accusato di aver ucciso brutalmente – alcuni tg ieri denunciavano una violenza
feroce – la madre di quel bambino, rendendolo orfano e sradicandolo dal suo
mondo. Ora sulle spalle fragili di un bambino di dieci anni peserà un fardello
che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo impegnerà in una lunga e dolorosa
elaborazione.
Della vittima non si racconta quanto amasse il figlio o quante volte fosse
andata a prenderlo da scuola. I due giornalisti non approfondiscono le ragioni
che l’avrebbero portata a chiedere la separazione. Scrivono di una “lite
violenta”. Eppure sappiamo che il femminicidio non è mai un fulmine a ciel
sereno: la violenza come atto finale è sempre preceduta da violenze quotidiane
esplicite o da manipolazioni che si concretizzano in mobbing familiare. Federica
Torzullo non potrà più raccontare come fosse la sua vita con l’uomo da cui si
voleva separare. Le donne sono uccise all’interno di relazioni sbilanciate, da
uomini che non contemplano altro che i propri bisogni.
In più di un passaggio, nell’articolo si sottolinea come Carlomagno quella
separazione “l’avesse subita” e come fosse stato costretto ad una “accettazione
forzata del fallimento del matrimonio”. Sono parole dei giornalisti, non
dichiarazioni dell’indagato. È un passaggio che, in modo sottile ma efficace,
rovescia i ruoli, lui vittima e lei colpevole. Lei ‘forzava’, lui ‘subiva’ ma è
morta lei. Risuona l’eco di una narrazione tossica che da anni viene portata
avanti da alcune associazioni maschiliste, che demonizzano la separazione e
descrivono le sentenze e gli accordi separativi come crimini: “i padri non
vedono più i figli”, “alle donne vanno casa, auto, figli e denaro”, “gli uomini
finiscono sotto un ponte”, ecc.
Una rappresentazione incommensurabilmente distante dalla realtà di tante donne
separate che combattono ogni giorno contro la miseria o le difficoltà
economiche. Condizioni determinate dall’aver lasciato il lavoro per occuparsi
dei figli o perché gli assegni di mantenimento non sono sufficienti a garantire
la spesa quotidiana e, spesso, sono ridotti arbitrariamente dall’ex marito.
Padri che più che ostacolati nella relazione con i figli scompaiono, assorbiti
da nuove relazioni; ma per le loro scelte non sono assassinati ogni tre giorni.
La libertà di una donna, lo sappiamo, è una minaccia al dominio dei violenti ma
non può essere raccontata, ancora, nella cronaca adottando lo stesso punto di
vista degli assassini.
Durante una formazione, anni fa, mi venne chiesto da un giornalista come si
dovevano raccontare i femminicidi, gli risposi con una domanda: come
racconterebbe un crimine di mafia?
L'articolo Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi
granitici: così si colpevolizzano le vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
Protesta dei giornalisti di Repubblica contro il patron del gruppo editoriale
Gedi John Elkann alla mostra per i 50 anni del giornale inaugurata mercoledì
all’Ex Mattatoio di Roma. Il comitato di redazione e un gruppo di redattori
hanno atteso l’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto
dal presidente di Exor, esponendo striscioni con le scritte “La Repubblica siamo
noi. Giornalismo, dignità, indipendenza” e “Elkann non è la tua festa”, suonando
fischietti e intonando il coro “Fatti vedere, Elkann fatti vedere”. Poi un sit
in contro la gestione del gruppo e l’intenzione di vendere al magnate greco
Theodore Kyriakou. “Dopo quasi sei anni di gestione disastrosa del gruppo
editoriale”, recita un volantino distribuito dai cronisti, “l’attuale
proprietario John Elkann ha deciso di vendere quel che resta di Gedi a una
società di un armatore greco. È un suo diritto ed è nostro diritto e dovere
pretendere alcune cose”. Seguono richieste su occupazione, garanzie democratiche
e trasparenza.
La rappresentanza sindacale dei giornalisti ha nel frattempo diffuso un
comunicato che definisce la presenza di Elkann alla festa “un vergognoso
schiaffo in faccia a Repubblica e alle sue lavoratrici e lavoratori. Siamo stati
lasciati fuori dalla inaugurazione della mostra al mattatoio per i 50 anni dalla
fondazione di Repubblica. Quindi chi vuole disfarsene è dentro a festeggiare,
chi Repubblica la fa ogni giorno è fuori alla stregua di fastidiosi
disturbatori. Probabilmente per non infastidire un editore che non si è mai
degnato di incontrare le rappresentanze sindacali nel pieno della vertenza per
la cessione di Gedi”, si legge.
Sempre mercoledì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega
all’Editoria, Alberto Barachini, è stato audito in commissione Cultura della
Camera sulle trattative per la vendita del gruppo. “Ci muoviamo su notizie
ufficiali, non possiamo stimolare confronti o incontri, anche se articoli di
giornali ogni giorno parlano di potenziali cordate”, ha detto. “C’è la volontà
ferma di tutelare i livelli occupazionali, il governo è in fase di vigilanza e
ascolto. Abbiamo alcuni strumenti, come gli articoli 30, 31 e 32 del contratto
di lavoro giornalistico che tutelano i trasferimenti di proprietà e gli
occupati”. Il Gruppo Antenna di Kyriakou, ha ricordato, “in fase preliminare ha
assicurato l’intenzione di rilevare l’intero gruppo Gedi, Stampa compresa,
facendo capire che alcuni asset sono ritenuti strategici” e altri potrebbero
essere “oggetto di eventuali manifestazioni di interesse” da parte di terzi. “A
domanda precisa – ha poi aggiunto riferendosi all’incontro con l’editore
Kyriakou – mi ha risposto che un imprenditore che arriva per la prima volta in
un Paese non arriva per licenziare”.
L'articolo Protesta dei giornalisti di Repubblica contro Elkann alla festa per i
50 anni del giornale: “Chi vuol disfarsi del giornale festeggia, noi fuori”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Addio al basket, il calcio in bilico e anche la televisione finisce il
liquidazione. Il braccio mediatico dell’ormai decadente impero di Valerio
Antonini a Trapani spegne la luce, anche letteralmente. L’imprenditore romano,
proprietario del Trapani Calcio e del Trapani Shark escluso lunedì dalla Serie A
di basket, mette in liquidazione Telesud e, al rientro dalle ferie forzate,
giornalisti e tecnici hanno trovato la redazione senza corrente elettrica.
Non solo perché – come ricostruito dall’Assostampa di Trapani – i dipendenti
sono stati informati con un messaggio WhatsApp che “è in fase di definizione la
messa in liquidazione della società”. I giornalisti, senza stipendio da mesi,
avevano già scioperato a dicembre e l’8 gennaio il sindacato provinciale dei
giornalisti era tornato a sollecitare la direzione generale dell’emittente tv
chiedendo “chiarimenti” sui “ritardi degli emolumenti e sul futuro dei
lavoratori”. La risposta? Nessuna.
A muoversi era stato solo l’Ispettorato del lavoro che, attraverso il Centro per
l’impiego di Trapani, si era mosso per “valutazioni proprie”. L’Assostampa
ricorda che lo spegnimento di Telesud da parte di Antonini comporta la chiusura
dell’unica televisione locale e ricorda che l’imprenditore “è stato insignito
della cittadinanza onoraria”. Il sindacato resta vicino ai giornalisti di
Telesud per tutte le tutele del caso, anche legali: “Questa vicenda sarà uno dei
punti dell’ordine del giorno dell’assemblea provinciale del sindacato che si
terrà sabato prossimo nella sede sociale”.
L'articolo Trapani, Antonini “chiude” Telesud: redazione senza elettricità e
giornalisti senza stipendi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mondo del giornalismo in lutto. È morto Gianluigi Armaroli. Bolognese, classe
1948, il giornalista aveva compiuto il 20 novembre scorso 77 anni ed era in
pensione da diverso tempo. Armaroli è ricordato come uno dei volti di spicco del
Tg5, per cui ha lavorato dal 1992 fino alla fine della sua carriera.
Per il telegiornale Mediaset – guidato all’epoca del suo arrivo da Enrico
Mentana – l’uomo era corrispondente dall’Emilia Romagna. E proprio di questa
Regione ha raccontato diversi avvenimenti storici, avendola vissuta per
lunghissimo tempo.
Armaroli si è laureato all’Accademia di Belle Arti come scenografo. Inizialmente
volenteroso di intraprendere una carriera d’attore, esordisce in Radio Rai
proprio come attore radiofonico. Nel mondo del giornalismo ci entrò nel 1977,
collaborando con Video Bologna prima di ottenere la conduzione del tg locale
Tele Carlino. Poi, nel 1984 l’arrivo in Fininvest, da cui non se ne sarebbe più
andato.
La notizia del decesso ha aperto l’edizione mattutina – delle 7.30 – del Tg5 e
si è diffusa anche a seguito dell’annuncio sui social del direttore Clemente
Mimun.
Diversi messaggi di cordoglio da parte dei suoi diversi colleghi e dal mondo del
giornalismo italiano, che perde una delle sue firme più riconoscibili. A
commentare la notizia anche il presidente della Regione Michele de Pascale, che
dice: “con lui non se ne va solo un grande giornalista, ma anche un persona
garbata ed elegante che per decenni ha saputo raccontare agli italiani, con
acutezza e passione, l’Emilia-Romagna, la sua terra, che amava tanto”.
L'articolo È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia
Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giornalista parlamentare, corrispondente dall’estero, anchorman del tg e
conduttore di talk show. E’ morto a 74 anni Giovanni Masotti, volto storico del
giornalismo televisivo e in particolare della Rai. Tra gli altri incarichi era
stato anche vicedirettore di Rai2. Una parabola particolare che l’ha visto
legato a lungo, almeno secondo il racconto dei giornali, a una cosiddetta
“quota” di centrodestra e poi l’ha visto scendere in campo, in politica, con
Democrazia Sovrana Popolare, il movimento guidato dal comunista Marco Rizzo.
Masotti aveva cominciato a fare il cronista a 23 anni a Momento-sera. Quattro
anni dopo debuttò come conduttore del giornale radio a Radio Monte Carlo. Alla
Nazione, a Firenze, ha scritto di politica ed è diventato capocronista tra la
fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Alla Rai l’approdo
avvenne nel 1988: prima l’ingresso nel Tgr della Toscana, poi il passaggio al
Tg2 nel 1990. Qui ha condotto il telegiornale ma ha soprattutto guidato la
redazione politica. Nel 2002 diventa vicedirettore. Un anno più tardi viene
nominato capo della sede Rai di Bruxelles da dove lavora soprattutto per il Tg1,
mentre tre anni più tardi è vicedirettore della seconda rete con delega
all’informazione. E’ in questo periodo che diventa il volto di uno dei numerosi
tentativi del centrodestra di trovare un “talk show di destra”, negli anni in
cui Michele Santoro e Ballarò facevano il boom di ascolti. Tutti andarono male
(il simbolo fu Excalibur di Antonio Socci, chiusa in fretta e furia). Compreso
Punto e a capo che Masotti condusse insieme a Daniela Vergara, altro volto
storico del Tg2.
Masotti riprese allora la sua strada facendo il corrispondente per 4 anni a
Londra e per altri tre a Mosca. Dopo un’ultima esperienza da inviato per
l’estero, lasciò la Rai e collaborò con Videonews, per Mediaset, nel programma
di Toni Capuozzo, Terra!. Come detto Masotti era tornato a far parlare di sé
quando si candidò con Democrazia Sovrana Popolare alle Europee dello scorso
anno.
L'articolo Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato
corrispondente a Londra e Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.