“Immediata attivazione dello stato di agitazione e mandato al Cdr per un
pacchetto di 10 giornate di sciopero“. Questa è la decisione dell’assemblea dei
giornalisti di Citynews a seguito dei tagli della scorsa giornata che hanno
portato al licenziamento di oltre 20 dipendenti, 16 precari e 5 assunti a tempo
indeterminato.
L’assemblea dei giornalisti si è riunita e ha deciso, con circa l’80 per cento
dei voti a favore, di procedere con uno sciopero di 10 giorni nel caso in cui
l’azienda non volesse fare marcia indietro sul piano licenziamenti. Si legge in
una nota: “Il Cdr e il sindacato dei giornalisti Figec hanno criticato
aspramente l’operato di Citynews nella forma e nella sostanza. I tagli al
personale, giustificati da generiche motivazioni di riduzione dei costi, sono
avvenuti senza chiedere il parere preventivo del Comitato di Redazione, come
sancisce il contratto nazionale di riferimento (Figec-Uspi)”. I sindacati e il
Cdr hanno poi aggiunto: “Inoltre, i licenziamenti sono avvenuti senza alcun
preavviso, a mezzo pec, con i giornalisti che si sono visti cancellare gli
accessi al portale gestionale e alla mail aziendale mentre svolgevano il loro
turno di lavoro. Tale modalità di azione ha generando un clima di terrore tra
tutti i colleghi”.
Inaccettabile, si legge, la scelta da parte dell’azienda di non tenere un
confronto con le realtà sindacali e con i giornalisti, proseguendo con il
proprio piano di licenziamenti senza sentire ragioni. “Con il voto a netta
maggioranza, l’assemblea dei giornalisti Citynews, oltre a ribadire la
solidarietà ai colleghi colpiti e a condannare le modalità di azione
dell’azienda, ha stabilito l’immediato stato di agitazione e ha affidato mandato
al Cdr per la convocazione di assemblee urgenti e un pacchetto di 10 giornate di
sciopero da indire se l’azienda dovesse proseguire a rifiutare il confronto”
prosegue la nota. La richiesta di sindacati e giornalisti è chiara: “I
lavoratori chiedono l’immediata sospensione del piano di tagli, l’immediata
convocazione di un tavolo di concertazione e, infine, il ritiro di licenziamenti
e interruzioni delle collaborazioni“.
L'articolo Citynews, la protesta dopo i licenziamenti: stato di agitazione e
pacchetto di 10 giorni di sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il gruppo Citynews ha licenziato improvvisamente 4 giornalisti e interrotto o
rimodulato 16 collaborazioni. Tutto via pec. Subito si sono schierati a difesa
dei giornalisti coinvolti sia il Comitato di redazione che il sindacato dei
giornalisti Figec. Il Cdr di Citynews, che edita sotto la sigla “Today” numero
siti di informazione locale, e il sindacato giornalisti Figec ha denunciato i
tagli al personale che l’azienda sta perpetrando in questi ultimi giorni: “Senza
preavviso, nel giro di poche ore, sono state inviate pec a molti giornalisti del
Gruppo per l’interruzione immediata di collaborazioni e rapporti di lavoro a
tempo indeterminato – si legge in una nota – Tempi e modalità dell’azione
lasciano sconcertati. Giornalisti anche con oltre 10 anni di appartenenza si
sono visti arrivare la comunicazione via mail, sono stati immediatamente rimossi
dal gestionale e i loro profili cancellati”.
Tra i licenziati ci sono due giornalisti assunti nella redazione di
PalermoToday. “Il tutto – denunciano Cdr e Figece – succede dopo che in un
incontro con l’azienda, lo scorso 24 febbraio, la stessa aveva comunicato al Cdr
che il piano di risparmio in corso, legato a questioni di bilancio e alla multa
Inps, non prevedeva riduzioni del corpo giornalisti”. La scelta dell’azienda è
giunta ” senza chiedere il parere preventivo del cdr, cosa che è garantita dal
Contratto nazionale di riferimento (Figec-Cisal)”.
Il Cdr e Figec hanno sottolineato di comprendere la difficile situazione in cui
versa Citynews e “riconoscono l’impegno dimostrato dall’azienda che, negli
ultimi anni, ha migliorato le condizioni dei lavoratori e stabilizzato decine di
ex precari, tuttavia non è possibile accettare le modalità di azione
dell’azienda”. Il Cdr ha richiesto all’azienda di tornare sui propri passi,
“sospendendo subito il piano di riorganizzazione e attivando una concertazione
in merito, ritirando i licenziamenti”. Infine il Cdr e Figec hanno dichiarato:
“In attesa di una risposta, il comitato di Redazione anticiperà l’assemblea
generale prevista per il 17 marzo e si riserva di intraprendere, insieme alla
platea di giornalisti, altre iniziative di mobilitazione”. Sulla vicenda è
intervenuto anche il sindacato Assostampa, che ha espresso piena solidarietà ai
due giornalisti di PalermoToday licenziati dal gruppo Citynews e chiesto al
gruppo di “rivedere le proprie decisioni e di mettere in campo tutte le azioni
necessarie per garantire i livelli occupazionali”.
L'articolo Il Gruppo Citynews licenzia 4 redattori e interrompe 16
collaborazioni via mail. I sindacati: “Sconcertati” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è un’inchiesta coraggiosa su molestie, discriminazioni e violenze sessuali
nelle redazioni dei media italiani. Se non verrà soffocata dal silenzio o
respinta dai consueti muri di gomma, potrebbe costringere il giornalismo
italiano a riflettere sulle profonde asimmetrie di potere tra uomini e donne
nelle redazioni. L’indagine, intitolata “Violenze sessuali, molestie e abusi
nelle redazioni dei media italiani”, è stata realizzata da IrpiMedia –
Investigative Reporting Project Italy, il primo centro di giornalismo
investigativo no profit fondato in Italia. Le giornaliste Alessia Bisini,
Francesca Candiol, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi hanno raccolto le
testimonianze di molte colleghe, portando alla luce una realtà spesso taciuta.
Leggere quelle storie mi ha riportato alla memoria episodi che credevo di aver
dimenticato. Negli anni 90 ho collaborato con diverse redazioni, prima di
rendermi conto che non era un mondo in cui volevo restare. Erano ambienti dove
non di rado, venivano dette frasi misogine e gli stereotipi sulle donne erano
granitiche verità. Tutto questo si svolgeva in un contesto fortemente gerarchico
e dominato da una competizione feroce, quasi esclusivamente tra uomini.
Non ho mai subito ricatti sessuali espliciti, ma pressioni più sottili. Alcune
firme illustri per un mero esercizio di potere, proponevano una sorta di do ut
des: “Ho conoscenze, sei carina e brava…”. Uno di loro sfogliò davanti a me una
piccola agenda piena di numeri di telefono di politici, direttori e personaggi
influenti, quasi a dimostrare quanto avrebbe potuto fare per il mio futuro. A
patto che io… Era evidente che quell’atteggiamento padronale fosse per questi
signori una pratica abituale, esercitata con totale disinvoltura.
L’espressione “sei carina e brava” è un vero e proprio evergreen. Anche
recentemente è stata pronunciata dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La
Russa. Non è un complimento: è un modo per infantilizzare una donna e ricordarle
quale dovrebbe essere il suo ruolo in un ambiente dominato dagli uomini. Una
presenza decorativa in uno spazio che non le appartiene.
In un’occasione ho subito una molestia da parte di un direttore. La situazione
mi apparve così surreale che il primo pensiero fu: “Ma come fa a non vergognarsi
di se stesso?”. Solo trent’anni dopo ne ho parlato con una ex collega che mi ha
risposto: “Lo ha fatto anche a me”. Sono passati tre decenni, ma la situazione
non sembra essere migliorata.
Nell’inchiesta realizzata da IrpiMedia con il supporto della Federazione
Nazionale della Stampa Italiana, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e degli
Ordini regionali del Piemonte e del Trentino, sono state coinvolte 132
giornaliste – freelance di agenzie di stampa, quotidiani, radio e televisioni –
che hanno accettato di raccontare in forma anonima le proprie esperienze. Da
tutte le interviste emergono episodi di discriminazione, molestie verbali e
sessuali, violenze e ricatti professionali. Nella maggior parte dei casi gli
autori sono figure apicali delle redazioni: direttori nel 43% dei casi,
caporedattori nel 26% ed editori nel 2%.Il picco degli abusi si registra quando
le giornaliste hanno tra i 25 e i 34 anni. Le vittime sono quasi equamente
divise tra freelance e giornaliste assunte.
Si tratta di un fenomeno difficile da affrontare all’interno delle redazioni. I
giornalisti dovrebbero indagare il proprio mondo, smascherarne le asimmetrie e i
pregiudizi, ma non è scontato che abbiano davvero intenzione di farlo. Eppure i
numeri sono significativi: in una precedente indagine realizzata nel 2019 dalla
Federazione nazionale della stampa insieme alla statistica Linda Laura Sabbadini
l’85% delle giornaliste dichiarava di aver subito almeno un episodio di violenza
o molestia. Nel 2015, dietro lo pseudonimo di Olga Ricci, una giornalista
raccontò nel libro Toglimi le mani di dosso, le dinamiche di potere dentro una
redazione che si esplicitavano in abusi, mobbing e ricatti sessuali da parte di
un direttore che prendeva in ostaggio il futuro e i sogni di alcune giovani
stagiste.
Le testimonianze raccolte nell’inchiesta di IrpiMedia confermano quanto
denunciato da Olga Ricci undici anni fa e lasciano molta amarezza. Come quella
di una freelance che riceveva continui apprezzamenti via WhatsApp dal
caporedattore che avrebbe dovuto offrirle un contratto, mai arrivato: “Un giorno
l’uomo la baciò contro la sua volontà. Poco dopo organizzò un tranello per farla
finire a dormire con lui in un appartamento affittato per un evento culturale.
La giornalista capì l’inganno solo una volta arrivata nella città dell’evento e
riuscì a fuggire, senza ricevere il sostegno delle colleghe presenti”.
Alcune vittime hanno attraversato momenti di grave depressione, fino a pensare
al suicidio.
Spesso gli autori di queste violenze continuano la propria carriera senza subire
conseguenze. Le donne denunciano raramente: temono ritorsioni, di non essere
credute e di compromettere la propria carriera. A questo si aggiunge una diffusa
omertà che coinvolge colleghi, capi e talvolta anche altre colleghe. Sono
situazioni che si ripetono in altri ambiti lavorativi come la vicenda del
primario dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto Piacenza o del regista del Teatro
Due di Parma. Quest’ultimo recentemente premiato con un piccolo incarico
politico perché il sistema li promuove quando sono smascherati.
Le giornaliste di IrpiMedia mettono in evidenza l’esistenza di una rete maschile
che garantisce ai giornalisti un vantaggio nelle carriere professionali rispetto
alle colleghe, la psicologa sociale Chiara Volpato definisce “companionship
maschile”. Il risultato è evidente: scarsa presenza femminile nei ruoli apicali
e forti disparità salariali. Su 35 quotidiani italiani, solo due sono diretti da
donne. Ma persiste anche nelle redazioni il fastidio e ostilità verso il tema
della violenza contro le donne e non mancano sarcasmo e derisione verso le
giornaliste che si occupano di pari opportunità, di femminicidio o di linguaggio
inclusivo.
Questo dimostra che la narrazione distorta della violenza maschile contro le
donne non è soltanto un problema di scarsa formazione o di ignoranza del
fenomeno. È soprattutto la difesa a oltranza di una cultura che fa da collante
tra complicità maschili. Possiamo davvero stupirci allora del minuto di gloria
regalato a Caffo da Le Iene? Della vittimizzazione secondaria delle donne che
denunciano violenze sessuali commesse da uomini di potere? Dell’himpaty che
trasuda dalla carta stampata e in certi servizi televisivi?
Mi chiedo se questa volta il giornalismo italiano riuscirà a guardare dentro se
stesso, a raccontare il proprio lato oscuro e i rapporti di potere che lo
attraversano. Questa inchiesta riceverà la giusta l’attenzione del media? Ne
dubito.
L'articolo Ricatti sessuali nelle redazioni: le storie di IrpiMedia mi hanno
ricordato episodi che volevo dimenticare proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’assemblea dei giornalisti di La7 è pronta allo sciopero in assenza di risposte
da parte dell’azienda su questioni ritenute centrali, a partire dai “forfait
irrisori per aggirare i contratti e le incidenze domenicali non pagate”. È
quanto si legge in una nota diffusa al termine di un’assemblea, martedì.
I giornalisti spiegano di prendere atto “con sconcerto del rifiuto dell’azienda
di riconoscere ai colleghi neoassunti la corretta applicazione del contratto
collettivo nazionale e degli accordi integrativi aziendali, elusi attraverso
forfait palesemente irrisori e incongrui”. L’assemblea sottolinea inoltre “con
altrettanto sconcerto” il dietrofront dell’azienda sul pagamento delle incidenze
domenicali, dopo che al tavolo sindacale aveva comunicato la volontà di
uniformarsi a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione: “I giudici hanno
riconosciuto ai giornalisti de La7 il diritto a percepire in busta paga questa
voce del contratto nazionale così come avviene per tutti i colleghi delle altre
testate, anche nel gruppo Cairo”, si legge ancora nella nota.
Alla luce di questa situazione, l’assemblea chiede al comitato di redazione di
“attivarsi anche legalmente per ottenere il rispetto dei contratti collettivo e
integrativo per i neoassunti e la concreta applicazione della decisione della
Cassazione anche per il pregresso”. Inoltre, viene richiesto di utilizzare “con
effetto immediato il pacchetto di giorni di sciopero già affidato al Cdr nel
caso di esito negativo dell’imminente incontro – sui due punti in questione – in
programma con l’azienda”.
Già a maggio del 2025 c’era stata una mobilitazione sindacale: all’epoca era
stato confermato in assemblea un pacchetto di tre giornate di sciopero per
protestare contro le condizioni di lavoro imposte “nonostante gli ottimi dati di
bilancio e gli straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai
programmi di informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme”. Il
documento approvato quasi all’unanimità denunciava “stipendi ridotti per i
neoassunti”, organici insufficienti della redazione del Tg dopo numerosi
pensionamenti, carriere e retribuzioni bloccate da anni e lontane da quelle
delle altre televisioni nazionali, nonché l’assenza di un chiaro piano di
sviluppo e di investimenti, “nonostante gli ottimi dati di bilancio e gli
straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai programmi di
informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme, che trainano l’intero
gruppo editoriale”.
L'articolo La7, giornalisti pronti allo sciopero: “Contratto collettivo e
accordi integrativi non rispettati, forfait irrisori” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il mondo del giornalismo sportivo italiano è in lutto per la scomparsa
improvvisa di Laura Masiello, giornalista dell’Ansa e per anni colonna della
redazione sportiva. La donna si è spenta nella notte all’età di 59 anni, colpita
da una malattia fulminante, a Roma, città dove viveva. Napoletana, classe 1966,
avrebbe compiuto 60 anni il prossimo 9 maggio. I funerali si terranno domani,
martedì 17 febbraio, alle ore 10, a Napoli, presso la chiesa delle Suore
Betlemite in via Bernardo Cavallino 53, al Rione Alto. Tra i messaggi di lutto
c’è anche il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Campania che ha
espresso profondo cordoglio per la scomparsa della cronista.
Figlia d’arte, aveva respirato fin da giovane il clima delle redazioni. Il
padre, Nino Masiello, era stato uno storico cronista napoletano e caporedattore
dell’ufficio centrale de Il Mattino, scomparso nel 2017 all’età di 80 anni.
Oltre alla dedizione per il giornalismo, padre e figlia erano uniti dall’amore
per il teatro. Fin da bambina appassionata di sport e in particolare di calcio,
era cresciuta negli anni del Napoli di Diego Armando Maradona e dei Mondiali di
Italia ’90.
Il suo percorso professionale era iniziato con le collaborazioni a “Il Mattino
dei Giovani”. Nel 1990 aveva intrapreso il praticantato al quotidiano “Roma”,
sotto la guida di Antonio Sasso, insieme a una pattuglia di giovani colleghi che
ha sempre ricordato negli anni a venire. Terminata l’esperienza al “Roma” nel
1993, era approdata all’Ansa, dove aveva lavorato prima nella sede di Napoli,
poi a Potenza e infine nella capitale. Nell’agenzia ricopriva il ruolo di
caposervizio aggiunto della redazione sportiva ed era considerata una figura di
riferimento nel racconto delle principali competizioni, dalla Serie A alla
Champions League, fino alle Universiadi e a numerosi altri eventi sportivi.
L'articolo Lutto nel giornalismo sportivo: addio a Laura Masiello, storica firma
dell’Ansa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Femminista, antirazzista, e spesso presente nei talk televisivi – specialmente
su La7 – per discutere di attualità politica e sociale. La giornalista Angela
Azzaro è morta oggi, 8 febbraio 2026, all’età di 59 anni. Laureata in Lettere
Moderne e specializzata in Criminologia con una tesi sul processo mediatico, è
stata una professionista di lungo corso con una carriera focalizzata sui diritti
civili, la politica e il garantismo.
In passato è stata caporedattrice di Liberazione, dove curava anche l’inserto
culturale domenicale Queer. È stata poi vicedirettrice de Il Riformista
dall’ottobre 2019. Quattro anni dopo la sua collaborazione con la testata e con
la nuova edizione de L’Unità si è interrotta bruscamente con un licenziamento
che ha suscitato ampia solidarietà da parte del mondo giornalistico. Fino al
2019 è stata inoltre vicedirettrice e caporedattrice de Il Dubbio, diventandone
una figura centrale. Più recentemente, è stata una firma dell’Huffington Post.
Nel corso della sua carriera ha pubblicato il saggio “Nuove tecniche di rivolta”
per Fandango e ha contribuito a diverse opere collettive sulle battaglie
femminili. Al centro del suo lavoro la costante ricerca della libertà, dalla
critica radicale ai ruoli di potere precostituiti, portando le istanze
femministe anche nel dibattito sull’immaginario collettivo.
L'articolo La giornalista Angela Azzaro è morta: aveva 59 anni. La sua carriera,
da Liberazione all’HuffPost proviene da Il Fatto Quotidiano.
Intelligenza artificiale e algoritmi dei proprietari delle piattaforme social.
Il giornalismo è attraversato da una rivoluzione digitale dalla portata e dalle
conseguenze ancora difficili da analizzare. Nel pomeriggio di approfondimento
dedicato al tema alla camera dei Deputati, su impulso della presidente della
Commissione di parlamentare di Vigilanza RAI, la pentastellata Barbara Floridia,
tanti i volti e le firme di rilievo che hanno preso la parola. All’evento oltre
Giovabnni, Floris, Luisella Costamagna, Veronica Gentili, c’erano anche i
direttori Peter Gomez e Marco Travaglio. “Il giornalista deve continuare a
cercare e dare notizie possibilmente esclusive come l’ultima che abbiamo dato
sul Fatto Quotidiano, grazie a Stefania Maurizi, come l’irruzione dell’ICE alle
Olimpiadi invernali di Milano-Cortina” afferma Travaglio che aggiunge “e poi
seguendo la cronaca cercando di non adagiarsi al mainstream che è assecondato
dagli algoritmi che tendono a considerare vero e giusto quello che dicono tutti
e sbagliato e da cancellare le voci stonate, invece io credo che l’informazione
si salvi proprio a stonare nel coro dei pecoroni”.
L'articolo Travaglio: “L’informazione per sopravvivere deve fregarsene di
algoritmi e piattaforme” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ilario lombardo, giornalista de ‘La Stampa‘, prima di rivolgere la sua domanda
al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha detto: “Auspico per quest’anno un
numero maggiore di conferenze stampa di questo tipo”. Meloni è intervenuta
subito: “Lo auspicava anche l’anno scorso e non ha portato bene”. Un altro
collega, a quel punto ha aggiunto: “Non lo auspica solo Lombardo ma lo
auspichiamo tutti“. Poi Lombardo ha ricordato il fuorionda alla Casa Bianca con
Trump quando Meloni confidò al presidente Usa di non amare il fatto di avere a
che fare con i giornalisti. “Ce ne siamo accorti” ha sottolineato Lombardo.
L'articolo Il giornalista a Meloni: “L’anno scorso auspicavo più conferenze
stampa”. La premier ironizza: “Ti è andata male…” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il mondo del giornalismo in lutto. È morto Gianluigi Armaroli. Bolognese, classe
1948, il giornalista aveva compiuto il 20 novembre scorso 77 anni ed era in
pensione da diverso tempo. Armaroli è ricordato come uno dei volti di spicco del
Tg5, per cui ha lavorato dal 1992 fino alla fine della sua carriera.
Per il telegiornale Mediaset – guidato all’epoca del suo arrivo da Enrico
Mentana – l’uomo era corrispondente dall’Emilia Romagna. E proprio di questa
Regione ha raccontato diversi avvenimenti storici, avendola vissuta per
lunghissimo tempo.
Armaroli si è laureato all’Accademia di Belle Arti come scenografo. Inizialmente
volenteroso di intraprendere una carriera d’attore, esordisce in Radio Rai
proprio come attore radiofonico. Nel mondo del giornalismo ci entrò nel 1977,
collaborando con Video Bologna prima di ottenere la conduzione del tg locale
Tele Carlino. Poi, nel 1984 l’arrivo in Fininvest, da cui non se ne sarebbe più
andato.
La notizia del decesso ha aperto l’edizione mattutina – delle 7.30 – del Tg5 e
si è diffusa anche a seguito dell’annuncio sui social del direttore Clemente
Mimun.
Diversi messaggi di cordoglio da parte dei suoi diversi colleghi e dal mondo del
giornalismo italiano, che perde una delle sue firme più riconoscibili. A
commentare la notizia anche il presidente della Regione Michele de Pascale, che
dice: “con lui non se ne va solo un grande giornalista, ma anche un persona
garbata ed elegante che per decenni ha saputo raccontare agli italiani, con
acutezza e passione, l’Emilia-Romagna, la sua terra, che amava tanto”.
L'articolo È morto Gianluigi Armaroli, storico corrispondente dall’Emilia
Romagna del Tg5. Ad annunciarlo su X è stato il direttore Clemente Mimun
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giornalista parlamentare, corrispondente dall’estero, anchorman del tg e
conduttore di talk show. E’ morto a 74 anni Giovanni Masotti, volto storico del
giornalismo televisivo e in particolare della Rai. Tra gli altri incarichi era
stato anche vicedirettore di Rai2. Una parabola particolare che l’ha visto
legato a lungo, almeno secondo il racconto dei giornali, a una cosiddetta
“quota” di centrodestra e poi l’ha visto scendere in campo, in politica, con
Democrazia Sovrana Popolare, il movimento guidato dal comunista Marco Rizzo.
Masotti aveva cominciato a fare il cronista a 23 anni a Momento-sera. Quattro
anni dopo debuttò come conduttore del giornale radio a Radio Monte Carlo. Alla
Nazione, a Firenze, ha scritto di politica ed è diventato capocronista tra la
fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Alla Rai l’approdo
avvenne nel 1988: prima l’ingresso nel Tgr della Toscana, poi il passaggio al
Tg2 nel 1990. Qui ha condotto il telegiornale ma ha soprattutto guidato la
redazione politica. Nel 2002 diventa vicedirettore. Un anno più tardi viene
nominato capo della sede Rai di Bruxelles da dove lavora soprattutto per il Tg1,
mentre tre anni più tardi è vicedirettore della seconda rete con delega
all’informazione. E’ in questo periodo che diventa il volto di uno dei numerosi
tentativi del centrodestra di trovare un “talk show di destra”, negli anni in
cui Michele Santoro e Ballarò facevano il boom di ascolti. Tutti andarono male
(il simbolo fu Excalibur di Antonio Socci, chiusa in fretta e furia). Compreso
Punto e a capo che Masotti condusse insieme a Daniela Vergara, altro volto
storico del Tg2.
Masotti riprese allora la sua strada facendo il corrispondente per 4 anni a
Londra e per altri tre a Mosca. Dopo un’ultima esperienza da inviato per
l’estero, lasciò la Rai e collaborò con Videonews, per Mediaset, nel programma
di Toni Capuozzo, Terra!. Come detto Masotti era tornato a far parlare di sé
quando si candidò con Democrazia Sovrana Popolare alle Europee dello scorso
anno.
L'articolo Morto Giovanni Masotti, volto storico del Tg2. Era stato
corrispondente a Londra e Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.